Thursday, March 25, 2010

FATHER OF NIGHT



Nello splendido Hard To Handle, il brillante film di Gillian Armstrong che documenta l'avvio del tour di Bob Dylan con Tom Petty & The Heartbreakres del 1986, alla fine di una Knockin' On Heaven's Door letteralmente da brividi nella schiena, Dylan raccoglie dal palco una rosa per porgerla ad una delle coriste prima di uscire di scena.
Sui palcoscenici di certi show, specie quelli americani, succedeva che a volte volasse di tutto, dalle scarpe ad altre cose più bizzarre. Ma era ben raro che Dylan, spesso tacciato d'essere poco o per nulla comunicativo col pubblico, si chinasse a raccattare uno qualsiasi di quegli oggetti, disposto a far sì che diventassero sorta di tramite per una mediazione tra sé e gli altri, transfert più intenso con la gente sotto il palco.
Era successo, però, che l'avesse fatto, un'altra volta almeno.
Nel 1978, al termine di un gigantesco world tour, attraverso Giappone, Australia, Europa ed America, con una nuova band ed un disco - Street Legal - nuovo di zecca, Dylan, a metà novembre canta a San Diego, con un mese di concerti ancora davanti a sé. Non si sente troppo bene quella sera ed é convinto che anche gli altri se ne siano accorti. Qualcuno, da là sotto, butta un crocifisso d'argento sul palco. E lui lo raccoglie da terra. Sono gesti che di solito non fa ("Usually I don't pick things up in front of stage"), ma quella sera sì ("I gotta pick that up") e se lo mette in tasca, per portarlo con sé, fino al concerto successivo, in Arizona, dove si sente ancora peggio della sera prima. "Ho bisogno di qualcosa", dice a se stesso, ma non sa cosa. Non sa cosa perché ha già conosciuto tutto - "I was used to all kind of things" ed allora ha bisogno di qualcosa che sia davvero nuovo, qualcosa che non avesse mai conosciuto prima: "mi guardai in tasca e trovai quel crocifisso" (1)



Sul palcoscenico della vita vola di tutto, ma noi, spesso, non ci fermiamo a raccogliere le provocazioni che essa ci offre, preferendo continuare a recitare.
Alle prese con una sorta di difesa, forse, da una realtà che fa paura, finiamo per mettere in atto una rappresentazione incapace di riconoscere quel filo rosso che lega misteriosamente tutti gli avvenimenti della nostra esistenza. E, allo stesso tempo, non ci facciamo capaci di afferrare stretto il bisogno di un aiuto, nella consapevolezza del fatto che non ci siamo fatti da soli e che non siamo fatti per recitare da soli e, dentro quel bisogno, non ci decidiamo mai a risolvere una volta per tutte le contraddizioni che nascono dall'alternarsi dei nostri successi e fallimenti.
Riconoscere quel filo rosso - l'Amore che lega le cose tra di loro - ed il bisogno - quello che scaccia la paura del palco - sarebbe il primo passo per mettere a posto le mille righe storte della nostra esistenza, consentendo ad un Altro di scriverci sopra diritto.

Le ultime righe di -"An Intimate Biography" - la biografia di Bob Dylan, scritta da Anthony Scaduto nel 1971 - terminano con un capitolo intitolato "Father Of Night", l'ultima canzone dell'ultimo disco - New Morning - inciso da Dylan prima che quel libro fosse pubblicato. Scaduto pennella in poche e meravigliose righe il significato profondo di quella canzone: "Bob Dylan in comunicazione col Padre, con l'Ignoto che non deve più essere tale. Un inno alla scoperta, un inno ai misteri: "Non il Dio dei filosofi, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" ha scritto Pascal. E, sembra aggiungere Dylan, non il Dio della logica e del ragionamento, ma il Dio che é dentro ciascuno di noi, il Dio che é "Io" (2)
E l'ultima frase del libro riconduce tutto nuovamente a quel bisogno, che, se riconosciuto, sarebbe in grado di scacciare quella paura del palco che troppo spesso abbiamo tutti, prima di andare in scena ogni mattina di ogni nuovo giorno: "Sono tempi duri" - aveva detto Dylan a Scaduto, nel corso di una loro conversazione - "Tutti abbiamo bisogno di un Padre". (3)



Note:
(1) Clinton Heylin - Bob Dylan Behind The Shades - Summit Books, 1991 - pag. 315
(2) Anthony Scaduto - Bob Dylan la biografia - Arcana editrice, 1972
(3) ibid.

Sunday, March 21, 2010

RAILROAD MAN


Cos'avresti visto, se avessi percorso con me miglia e miglia, lungo gli stessi binari di quella ferrovia?
Un uomo curvo, forse, a tratti paurosamente incerto nel cammino, il passo sempre più stanco, eppure il volto sorridente. L'avresti visto parlare sempre meno, ma camminare sempre più.
E poi fermarsi, farsi da parte a volte e inciampare, spesso e volentieri.
E cadere - certo - ma rialzarsi dieci, cento, mille volte ancora.
Senza eroismo, però, se non quello che ripone la speranza nella fiducia dell'Amore.
Poi, alla fine del viaggio, un mucchio di guai e peccati da deporre, la sola cosa che non avesse Lui, l'unica da offrire in cambio a Chi avesse regalato tutto il resto.

Guarda questo niente e rendilo tutto col Tuo amore.
Ma spoglialo prima di ogni cosa, fallo morire veramente di ogni orgoglio ed insulsa vanità.
Perché solo così potrà marcire in terra e far germogliare un frutto che abbia davvero sapore.
E farsi felice, al fondo, del viaggio lungo quella ferrovia, di ogni fiore e frutto e volto che ha incontrato.
Perché possa rendere grazie di quel dono inatteso e ricevuto, colmo d'amore donato e ricambiato, alba che risorge dopo ogni tramonto, binari di un'avventura che hai chiamato Vita.


"Mi son messo a morire,
e quel che accade non m’importa più;
ora voglio sparire
nel cuore abbandonato di Gesù.

Tutto questo penare
Per l’avarizia e per la vanità
nell’amore scompare:
ho riacquistato la mia libertà.

Mi son messo a morire
a questa morte che non muore più:
ora voglio gioire
con Dio della sua eterna gioventù."

(Igino Giordani, 1951)



Sunday, March 14, 2010

SOLO GRAZIE


Dicesti un giorno d'essere stata strumento nelle mani di un Altro, suonando una musica il cui spartito era stato scritto in cielo. Dio conosceva la bellezza di questa sinfonia, ma poco a poco la stiamo scoprendo anche noi, perché era stata fatta per essere suonata quaggiù.
Quante volte, Chiara, mi sono sentito strumento stonato alla tua sequela.
Quante volte la musica suonata dalla mia vita l'ho udita soltanto come rumore, perché incapace di farsi sguardo verso l'infinito.
Ma tu quello strumento non l'avresti mai gettato via. Gli avresti chiesto, invece, di accordarsi, andando in risonanza sulle note dell'Amore grande che avevi conosciuto, l'amore di un Dio fattosi abbandono ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"), capace di provare lo strazio dello strappo dal Padre, voragine infinita e nuova pupilla di Dio attraverso cui guardare un'umanità affranta, accecata dall'ira, capace di mettere in croce il suo Signore.

Più passa il tempo, più le croci e gli abbandoni di questo povero strumento scordato non mi appaiono più gli insuccessi, le disunità e i fallimenti quotidiani, quanto l'incapacità d'essere risposta d'amore a quell'Amore grande che mi ha generato e mi sostiene.
Eppure, se in un attimo di follia, buttassi a terra lo spartito, avrei gettato al vento l'opera più sublime che il compositore ha svolto su di me.
E allora riabbracciare quello strumento scordato é riconoscere in Lui il suo fattore, perché solo un Dio così pazzo d'amore da gridare l'abbandono é Colui di fronte al quale posso dire sì, va bene, rimetto i fogli con le note sul leggio e vado avanti nonostante me.

"Guai ai soli!" grida la scrittura e camminare dentro un popolo é ciò che mi ha sempre sostenuto. Il popolo che ha generato Chiara, oggi, é più grande che mai, perché l'abbraccio dell'Amore Abbandonato ha generato il dialogo dove sembrava fosse impossibile davvero.
E' così che oggi, dentro la sinfonia di un'esperienza che é giunta sino ai confini della terra ed ha accolto dentro sé cristiani, fedeli di altre religioni, semplici uomini di buona volontà, può esserci spazio anche per le fragili note suonate dallo strumento dell'anima mia.
Dicesti un giorno: "quando sarò alla tua porta e tu mi chiederai il mio nome, io non ti dirò il mio nome, ti dirò: "Sono "grazie", per tutto e per sempre. Questo é il mio nome".
Oggi, in questo secondo anniversario della tua nascita al cielo, questo povero strumento ringrazia, attraverso te, l'Amore grande che lo ha riaccordato.

UNA SOLA EREDITA'

"Che tutti siano uno (Gv 17,21)
Per quelle parole siamo nati, per l'unità,
per concorrere a realizzarla nel mondo"

Chiara Lubich
(22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)



"Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi - sicura d'esser capita nel senso più esatto - : "Siate una famiglia".
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro.Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all'ultimo istante.
C'é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l'anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.
C'é qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete.
E dove andate per portare l'ideale di Cristo... niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... é, insomma, la carità vera, completa.
Insomma, se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: "Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno".

Chiara

Tuesday, March 02, 2010

WINTERLUDE

"I just knew that what I was doing was extremely honest.
It was all the things I wanted my music to be"
(Bon Iver)


Non c'é niente da fare, mi ricorda troppo Into The Wild.
Questo disco, le sue atmosfere, la storia che sta dietro. Per fortuna non la fine, perché stavolta é lieta, quella di un autore e del suo lavoro, che finiscono su un'etichetta indipendente e trovano anche un po' di fortuna, gente che la ascolta, questa musica, in mezzo a tutta la porcheria che c'é in giro; e si accorge che, accidenti, é proprio bella.
Musica intrisa di bellezza e di malinconia; fredda come freddo é l'inverno del Wisconsin, dove Justin Vernon, in arte Bon Iver (un francesismo, che bizzarra cosa decidere di chiamarsi Buon Inverno), si rifugia un bel giorno, fuggendo dalla delusione di un amore perduto, alle prese con la malattia - una mononucleosi che se l'é presa col suo fegato - insomma il desiderio di starsene da solo per un bel po', tre mesi nella casetta di montagna di suo padre, solo il rumore della natura intorno a sé.
Tre mesi per stare tra sé e sé, curare tutte le proprie ferite, forse non farsi neppure troppe domande, sicuramente senza avere in mente una strenua ricerca dell'ispirazione per comporre un disco, perché lo scopo, lo dice lui, era ben altro: "it wasn't planned, the goal was to hibernate".
E invece piano piano vengono fuori melodie, una dopo l'altra e poi sopra queste i testi, liriche che sappiano galleggiare sopra quegli stessi suoni, che vadano d'accordo con quella dolcezza e con quell'armonia.

Ho letto questa musica e poi mi son seduto ad ascoltare bene le parole.
Ho aspettato a farlo per un po', perché c'era bisogno, prima, di far piazza pulita di tutto quanto intorno a me; eliminare il traffico e poi la frenesia, grida di voci che corrono all'impazzata. Ho messo questo disco quando si é fatto buio, la strada che sfilava finalmente dritta davanti a sé e tutto intorno era solo prati ed alberi e foglie, resi misteriosamente scuri dalla notte.
Allora un po' di malinconia, di questo bellissimo For Emma, Forever Ago, é entrata delicatamente anche dentro me, a fare compagnia alla mia, a dirle non sei sola, non lasciarti andare, perché non siamo mai soli su questa terra, mai, anche quando vorremmo fuggire da tutto il male fuori e dentro noi.

E' allora che mi é venuta in mente quella lettera (1), scritta da un'amica di cui conosco solo il nome. Lettera che parla d'incertezza e depressione, di crisi di panico e poi d'inattesa via d'uscita. Lettera che fa parlare un'anima che quella via d'uscita, finalmente, é in grado di spiegarla, perché ha lasciato che entrasse dritta dentro sé, dentro le proprie ferite e le proprie crepe, smettendo di opporle resistenza.
Una lettera d'amore, perché d'amore si tratta, é quella l'esperienza viva, quando il cuore aderisce con passione al reale stato delle cose: "nell'uomo vi é un'inestinguibile aspirazione nostalgica verso l'infinito... Disagio, insoddisfazione, tristezza, noia, non sono sintomi di una malattia su cui intervenire coi farmaci, come accade sempre più spesso in una società che confonde l'inquietudine del cuore col panico e con l'ansia. Sono piuttosto segni di quale sia la natura dell'io. Il nostro desiderio é più grande di tutto l'universo" (Julian Carron) (2)

Diceva, tanti anni fa, una mia zia ormai anziana, con un'ineffabile e smagliante accento toscano: "mi dispiace morì, perché se ne impara una nova ogni dì". E' proprio vero che ogni giorno c'é una novità inattesa, capace di spalancarti il cuore: oggi quella novità é arrivata col suono di un bel disco e le dolci parole di una lettera che mi ha parlato di speranza.
Non c'é niente da fare, la speranza, quella del Bello e del Vero, non l'ammazzerà mai nessuno.
Perché é bello vivere.
E perché é proprio bella la vita.




Post Scriptum:
grazie a Paolo Cognetti ed al suo blog, che mi ha fatto scoprire quest'autore.

Note:
(1) "Il panico, le quattro frecce e la nostalgia di Lui" - lettera di Alga, Bergamo, tratta dal sito di Tracce: http://www.tracce.it/?id=285
(2) Julian carron - Quella nostalgia verso l'infinito - Corriere della Sera, 24 dicembre 2009