Lo ricordo ancora bene, quel mattino di un giorno di ottobre. Un pallido sole riscaldava appena l'aria di un autunno inoltrato milanese. La stanchezza di una notte di guardia passata in ospedale faceva da contrasto col moto incessante e frenetico della città. Ma intorno al Famedio e lungo i tranquilli viali del Cimitero Monumentale, tutto sembrava ricomporsi in una dimensione del tempo e dello spazio più sensata.
Lì dentro i soliti turisti giapponesi, poi qualche distinta ed isolata persona, un mazzo di fiori in mano, il ricordo del proprio caro dipinto sul volto disteso. Poi, lungo il percorso che dall'ingresso porta alla cripta, anche uno strano viavai di persone comuni. Giovani studenti, col casco della moto, lavoratori con la borsa in mano, persino mamme alle prese con le proprie carrozzine. Anche loro qui, per lo stesso motivo per cui quel giorno ero giunto anch'io. Erano venuti a trovare don Giussani. Mi fermo ad osservarli, lungo quel percorso e poi davanti alla sua tomba e, quella che mi avvolge, é una strana sensazione. Qualcosa che scaccia il senso lugubre di morte che ricopre gli splendidi monumenti di questo luogo d'arte di Milano. Che ha a che fare con la gioia, invece, col viaggio di singole persone che vivono, percorrono la gioia ed il dolore, passano di qua. E sanno affidarsi in ogni istante.
Mentre sono davanti alla lapide del don Giuss, penso a quel fiore, gettato da mia moglie prima che la lastra di marmo chiudesse definitivamente allo sguardo il corpo di quel prete brianzolo, che amava le sigarette ed il buon vino, ma che più di tutto aveva amato il Volto ed il Destino di tanta gente incontrata giorno dopo giorno, persone che poi non avevano più cessato di seguirlo. Che privilegio aveva avuto, mia moglie, ad essere presente in quel momento, a tradurre in un gesto tutta la sostanza del suo cuore. Era per quello che dietro a quella lapide c'era un pezzo anche del mio. Ed era per quello che quel mattino mi trovavo lì.
"Chi é don Luici Ciussani?", mi aveva chiesto quel signore là davanti, l'accento simpaticamente inglese. "E' il fondatore di Comunione e Liberazione", avevo risposto un po' sorpreso, quasi incapace di esprimere sul serio l'entusiasmo del mio cuore. "Oh, beautiful!", mi aveva risposto lui, sottolineando tutto con uno splendido sorriso, quasi a dirmi: si capisce che questo é un luogo vivo, vivo per davvero.
Altre volte ero tornato laggiù, spesso di ritorno da quelle mie notti lungo le torri di guardia.
Quel mattino faceva freddo, sembrava autunno, invece che aprile: "smonto dalla guardia in ospedale. E' stata dura questa notte, c'é stato da combattere laggiù. Il freddo mi avvolge. Il gelo dell'aria, quello della sofferenza che ho incontrato, quello - soprattutto - delle miserie di me stesso, che a volte mi attanagliano senza pietà". Ero tornato da Giussani, ora che avevano traslato il suo corpo dalla cripta sotto al Famedio ad una bella cappellina, proprio al centro del viale principale. Chiara Lubich era appena partita e, dopo la sua nascita al cielo, avevo un irrefrenabile bisogno di venire ancora qui.
Un calore s'era fatto strada a poco a poco, ora che la figliolanza era divenuta, finalmente, completa. E dentro di essa si era fatta strada anche quella pace che troppo spesso non ho. Stavo imparando a riconoscerLo sempre più, ad andare al di là della piaga, dentro quel grido misterioso emesso in croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", che aveva spalancato l'umanità all'Amore infinito.
Non c'era più gelo in quel mattino: "sto imparando ad abbandonare in Te tutto quel freddo, per incontraTi in ogni fratello che mi si para innanzi, in quell'avventura sempre nuova e affascinante che é l'attimo presente della vita".
Ma quella figliolanza aveva ancora una tensione. Bisogno di un segno tangibile, un luogo fisico, visibilità di una memoria. Oggi il Comune di Milano ce l'ha messo. Ha ricordato Chiara, sua cittadina onoraria, trascrivendone il nome al Famedio, aggiungendolo a quello di tanti altri illustri. In un giorno di pioggia, tanti volti si ritrovano qui, volti a tratti solenni ed a tratti incuriositi ed anche un po' intirizziti, ma con un senso di affezione che si fa strada lungo l'ascolto delle parole del sindaco Moratti. La cittadinanza a Chiara era stata votata all'unanimità in quel consiglio comunale del 30 ottobre 2003, con una motivazione che ne sottolineava il suo impegno a coltivare ovunque i semi del bene. E Chiara, nel corso del conferimento solenne del 20 marzo 2004, aveva esortato la città tutta "a divenire una stella che indichi il cammino a tanti: una profezia di che cosa potrebbe essere il mondo se tutti gli uomini la imitassero".
Mentre ascolto, di tanto in tanto mi guardo intorno, ho già salutato qualche amico e qualche sorriso fa in tempo ancora ad incrociarsi. Poi il mio sguardo, quasi d'istinto, si rivolge lassù in alto. Il cielo é stellato per davvero, un blu intenso, dipinto per esteso lungo le volte del Pantheon. Stelle che indichino il cammino, uomini vivi, uomini veri, che abbiano a cuore la fraternità. E' questo che aveva a cuore Chiara. Ed é per questo che sono qui. Non per ascoltare parole, seppur belle ed accorate. Ma per posare uno sguardo lassù, terreno fertile dove farne crescere le radici, perché possa poi diventar capace d'amare la circostanza che si fa carne, volto di ogni prossimo che incontro.
Capiterà ancora, di tanto in tanto, che io mi ritrovi qui. E' un luogo, questo pezzo di Milano, che dà sicurezza al mio passo incerto e mi piace ritornarvi per far memoria di ciò che mi sostiene. Mi fermo un po', prego, mi riaffido. Poi torno là fuori e riprendo a camminare, nell'attimo presente della vita. Chi mi é padre e madre mi accompagna sempre, insieme ai santi ed agli amici che mi hanno preceduto.
E' un gusto del vivere che si fa strada, momento su momento.
Ed io, trafitto da un raggio di sole, non mi sono mai sentito solo.
"Vedi, io sono un'anima che passa per questo mondo. Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle. Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."
(Chiara Lubich, da una lettera degli anni '40)
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citazioni
"poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità" (Alexis Carrel)
"Il medico deve essere vero con se stesso e con la sua vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. Deve imparare a giudicare la sua vita e le sue azioni non sulla base del loro esito, ma sulla base di ciò che le muove. E questo avviamento non é istintivo, ma é l'esito di una compagnia e di una educazione."