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Tuesday, July 05, 2016

LAND OF HOPE AND DREAMS

Stoccolma, 1981, The River Tour. C’è un disco nuovo, uscito da qualche mese, le cui canzoni hanno bisogno di essere gettate sul palco perché si sentano vive. Un doppio vinile, che ha già scalato le classifiche mondiali ed è andato a fare compagnia sullo scaffale a capolavori come Blonde On Blonde di Dylan ed Exile On Main Street dei Rolling Stones. Il disco di uno Springsteen che si sta affacciando all’età adulta e vede sbriciolarsi a poco a poco i sogni e le illusioni della sua generazione. Quel disco urla dolore e paura, ha a che fare con un insostenibile senso di perdita e smarrimento. E quella sera, come già in altre occasioni, Bruce prova a spiegare ad una folla di giovani europei, la grande menzogna della sua nazione: “In America c’è una promessa che viene sempre fatta, dalle nostre parti la chiamano American Dream, il Sogno Americano: è il diritto a vivere la vita con decoro e dignità. Ma laggiù, e in altre parti del mondo, quel sogno è riservato a pochi. Abbiamo la sensazione che per raggiungere quel diritto sia necessario essere nati nel posto giusto o pensarla tutti allo stesso modo, capite?”. Milano, stadio San Siro, 3 luglio 2016. Trentacinque anni dopo, vigilia della festa dell’indipendenza americana, ed è di nuovo River Tour, iniziato negli States e sbarcato un’altra volta anche in Europa. Il nuovo album da promuovere è The Ties That Bind, che poi è ancora quel vecchio disco, ma arricchito delle outtakes provenienti dalle sessions di registrazione ai Power Station, gli studi sulla 53ema ovest di New York dove Springsteen e la E Street band avevano inciso ben novanta pezzi. Quel senso di perdita, ormai, è stato raccontato in mille modi e le risposte soffiano nel vento da parecchi anni. E forse anche l’ultrasessantenne Bruce potrebbe avere poco da dire, con mille canzoni alle spalle e uno spettacolo di rock’n’roll che rischia di aver perso molto della sua originalità. Eppure, chi s’incammina verso lo stadio, questa sera, ha bisogno ancora di qualcuno che forse non avrà risposte, ma sarà in grado di formulare di nuovo le domande giuste, alla ricerca di quella reason to believe, che rimane inesorabilmente all’origine di ogni viaggio. Sono giovani e vecchi, padri e figli che vanno al concerto insieme – perché quella che cammina, anche per il Boss, non è più solo la my generation degli anni andati – e che hanno negli occhi l’incertezza del presente, minato dalla paura e dai nazionalismi senza cuore, dal dolore dei morti e dei feriti dell’ennesimo ignobile e crudele attentato. Sono adulti e ragazzi che hanno voglia di gettare il loro dramma in un pugno di nuove e vecchie canzoni. Quelle che, ancora una volta, narreranno di strade ed automobili, di amori perduti, di desideri e felicità disattese, di vite sospese in precari equilibri, ma anche di nuove ed insperate risalite. E poi, certamente, persone che vogliono anche vivere un festoso, irrefrenabile momento di rock’n’roll. Quel rock’n’roll che “deve parlare delle durezze della vita” – come aveva detto Springsteen – ma che “rappresenta sempre la felicità, un tipo di gioia che è l’elemento più bello dell’esistenza” (...)

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Wednesday, October 06, 2010

HUNGRY HEART




"Quando ho accettato di sedermi, di nuovo, di fronte alle cento canzoni di Bruce Springsteen (macché, sono molte di più), per tradurle, spiegarle, amarle di nuovo, l'ho fatto per riappropriarmi di qualcosa che sento mio. E' quel sentiero che ogni tanto amo percorrere a ritroso, come il protagonista di Long Walk Home. Che ha visto un bel pezzo di vita passare davanti ai suoi occhi, molte cose e volti, cambiare, eppure torna davanti alle botteghe di una volta, infila dentro la testa per capire chi c'é e chi é andato via. E' un processo bello e doloroso. In una parola: inevitabile".
C'é forse bisogno di queste parole di Ermanno Labianca, tratte dall'introduzione di Talk About A Dream - uno dei suoi libri di testi commentati di Bruce Springsteen - per indicare la modalità giusta con cui calarsi nella musica di For You 2, il tributo a The Boss di un folto gruppo di artisti italiani, uscito su doppio cd in questi giorni per la nuova nata casa discografica Route 61. Perché ripercorrere queste canzoni é di fatto un'affacciarsi a quelle botteghe, per vedere che le vecchie canzoni che abbiamo amato non se ne sono mai andate via.
E' per questo, allora, che il fatto che un manipolo d'italiani provi a reinterpretarle possiede un senso, spazzando via ogni sensazione di déjà vu o d'inutilità. E' un qualcosa, invece, che ha a che fare con la canzone popolare, col fatto che quella canzone, perché resasi capace di raccontare qualcosa che é di tutti, può essere fatta propria da ciascuno, mantenendo intatta la poesia e la verità che ha dentro sé. Se quello di Springsteen é spesso un acquerello, dove trovare dipinta quella terra di mezzo abitata dalle speranze andate in frantumi dell'american dream, allora non é difficile trovare rispecchiate in esso le nostre stesse aspettative, i sogni, tutti i dolori e le brevi gioie di esistenze che, al fondo, hanno le stesse esigenze interiori, perché il desiderio del cuore dell'uomo é lo stesso, sia che si trovi nelle pianure del Nebraska o sulle colline dei castelli romani.
Il rock'n'roll - diceva Springsteen - era l'America vera che ti entrava in casa. Qualcosa, dunque, che ha a che fare con la vita, mai ripetitiva, mai uguale a se stessa. Ecco perché gli artisti di questo disco compiono un esperimento che può dirsi riuscito, perché il loro mettersi di fronte a una cover diviene lo spalancare una porta e permettere a quel desiderio del cuore di trovare la propria via d'uscita, fare esperienza di vita e dimostrare a se stesso che esiste.
Allora, anche musicalmente, ci sta tutto. Come le diversioni chitarristiche di PJ Faraglia su State Trooper e Cadillac Ranch, la rilettura italiana di Metamoros Banks da parte di Luigi Mariano, o, ancora, le suggestioni irlandesi dei Modena City Ramblers su The Ghost Of Tom Joad. Ma anche le versioni, ricche di pathos, di canzoni come Radio Nowhere (Daniele Groff), Sherry Darling e Be True (Lorenzo Bertocchini), Eyes On The Prize (Tenca/Severini/Basile), Tomorrow Never Knows (Francesco Lucarelli), la spettacolare Land Of Hope And Dreams dei Mardi Gras e tante (tutte?) altre ancora.
Ma, soprattutto, ci sta che la scelta delle canzoni e lo stile musicale sia quello che predilige i tempi lunghi e distesi, la ballata struggente, il rock che lascia il passo al folk o al country malinconico; un percorso narrativo che si dimentica dei muscoli perché col tempo c'é sempre più bisogno di spazio per pensare piuttosto che per correre e ballare.

La mia Route 61 é spesso una strada che schiva il traffico cittadino, per infilarsi sinuosa a ridosso dei campi, di cui ora l'autunno sta smorzando i colori. Curve vicino ai fossi, tratti dove sei costretto a rallentare l'auto, ma anche la frenesia stessa dei pensieri, appesantiti da notti talora insonni o da giornate dove la sofferenza che ho incontrato ha reso troppo affranto anche il mio cuore. In mezzo ai tempi dell'anima, anche queste canzoni trovano, in questi giorni, il loro giusto spazio, così come lo trova uno sguardo sempre più profondo sul senso delle circostanze e di ciò che mi accade intorno. Sempre di cuore si tratta, ma non quello fatto di sentimentalismi. Un cuore, invece, ogni giorno sempre più affamato - Hungry Heart - di quello che é vero e di tutto ciò che dura e che non può morire.
Quella frase, che mi ha rincorso tutta estate - e di cui ne ho intravisto, a tratti, il senso - continua a non darmi tregua neanche adesso. "Quello che il tuo cuore desidera, esiste": basta tenerlo a mente spesso, fare in modo da non dimenticarlo, attaccarlo, sorta d'ideale post-it, proprio a ridosso dei pensieri.
Solo così il pensare e, ma sì, anche il correre delle mani e dei piedi nei gesti d'ogni giorno, o al ritmo della musica buona, acquista senso. Ed anche la mente trova quel filo rosso che lega le cose tra di loro, anche quando quelle stesse cose sembrano così misteriosamente scollegate. Basta che tutto si rivesta di uno Sguardo largo, diverso, ricco di quella Misericordia e di quell'Amore che tu non hai e che non ti puoi dare da solo.
Anche mentre ascolti un disco di tributo alle canzoni di Bruce Springsteen.

Links:
il progetto e tutte le info sul disco: http://www.foryouspringsteen.com/
la casa discografica Route 61: http://www.route61music.com/




Monday, March 02, 2009

ME AND MY BROTHER FRANKIE


Ricordo che quando quel mio amico attaccava a suonare e a cantare, l'ammirazione si mescolava inevitabilmente con un po' d'invidia.
Perché il tocco di chitarra era davvero bello e con quella voce, accidenti, sembrava proprio lui, il Boss in persona. E così, in un attimo, era capace di scodellarti lì una Highway Patrolman da brivido, cantata tutta fino in fondo, in un inglese fluido, senza la minima incertezza, quasi che quella canzone l'avesse scritta lui.
E poi, inutile dirlo, tutte le ragazze erano ai suoi piedi cosicché l'invidia si tramutava pure in un po' di rabbia bella e buona.
Ma tant'é, io il Boss dal vivo non l'avevo ancora visto e allora era bello ascoltarlo anche così e non solo dai dischi o da fruscianti e mal registrati bootlegs da strapazzo.

La storia narrata in questa canzone di Springsteen é semplice e naive, vicenda di due fratelli, figli di un'America rurale, lontana da Wall Street e dalla globalizzazione. Stesso sangue ma vite diverse, che, per quegli strani scherzi del destino, fanno sì che uno si trovi dalla parte giusta della strada e l'altro perennemente da quella sbagliata.
Joe che tira dritto tutti i giorni, moglie, figli ed un lavoro onesto, pochi fronzoli e sogni zero; Frankie, invece, sempre nei guai.
La storia la racconta bene Bruce, basta leggere il testo.
Sentirgliela cantare, poi, é meglio ancora:

Il mio nome é Joe Roberts, lavoro per lo stato
Faccio il sergente, fuori Perrineville, palazzine numero 8
Ho sempre fatto un lavoro onesto, il più onesto che ho potuto.
Ho un fratello di nome Frankie e Frankie non é un tipo giusto
da quando si era ragazzi, sempre la stessa storia
La radio chiama, Frankie é nei guai giù in città
Se fosse stato un altro uomo, lo avrei sbattuto dentro
Ma quando é tuo fratello, qualche volta ti giri dall'altra parte

Io e Frankie si rideva e si beveva
Non c'é niente di meglio che essere fratelli di sangue
Facevamo a turno a ballare con Maria
mentre la band cantava "Night Of The Johnstown Flood".
L'ho catturato ogni volta che si é perduto, come ogni fratello deve fare
Un uomo che volta le spalle alla sua famiglia non é uno per bene.

Beh, Frankie si arruolò nel 1965
Io restai a curare la fattoria e sposai Maria
Ma il prezzo del grano cominciò a crollare e sembrava di essere derubati
Frankie tornò a casa nel '68 ed io mi presi questo posto.

Una notte come tante altre, arriva una chiamata ad un quarto alle nove
C'é casino in una roadhouse, sul confine del Michigan
C'è un ragazzo steso per terra, ha un brutto aspetto, perde sangue dalla testa
C'é una ragazza che grida a un tavolo, dicono sia stato Frank.
Beh, l'ho inseguito attraverso le strade della contea
Fino a un cartello: "5 miglia al confine col Canada", diceva
Ho parcheggiato lungo la statale
ed ho guardato le sue luci posteriori sparire




Ermanno Labianca, nel suo "Talk About A Dream", scrive che nella prima strofa di questa canzone c'é già tutto ed in effetti é proprio così, il resto é solo bellezza e pennellate che perfezionano in musica un'opera ed un senso già intuiti.
Ogni volta che sento cantare questa storia, penso a Joe e Frankie come alla stessa persona, nulla di così diverso che li distingua davvero, non certo il ruolo che gli viene assegnato nella vicenda.
E qualche volta penso che siamo Joe e Frankie anche noi, quando facciamo buoni propositi e cadiamo un attimo dopo nelle nostre peggiori contraddizioni.
Quando amiamo gratuitamente e sappiamo poi ferire chi invece ci vuol bene.
Quando ci alziamo già troppo stanchi al mattino, per poi scoprirci stupiti a ritrovare la speranza, dentro qualsiasi piccolo ed inatteso avvenimento della nostra vita.
Noi, dentro la nostra ira e gli scatti d'impazienza, lo sconforto ed il senso d'inadeguatezza; ma anche la voglia e l'entusiasmo di donare la vita - tutta intera - quando scopriamo qualcosa per la quale essa é degna d'essere vissuta.

Perché c'é sempre qualcosa per cui val la pena di ricominciare, sino all'ultima, ennesima volta.
Qualcosa o Qualcuno, laggiù in fondo alla strada, più in là di quel cartello che ti indica il confine.
E' per questo che lo lasci andare, tuo fratello Frankie, e lasci anche a te stesso quell'ultima possibilità.
Di trovare laggiù in fondo Uno più grande di te, pronto ad accoglierti per quello che sei e con il niente che sei riuscito a costruire.
Uno che é Misericordia e che é Perdono
Uno che oggi aspettava proprio te.

Sunday, January 13, 2008

DIECI POSSON BASTARE


E' tempo di sondaggi e classifiche sulle migliori uscite discografiche del 2007 e allora provo anch'io a prendere i miei album preferiti per rimetterli nel lettore cd.
Scelte personali, naturalmente, ma se volete un consiglio, comprateli, scaricateli, rubateli agli amici, ma perdete un po' del vostro tempo per ascoltarli.
Dieci dischi per scoprire che il rock'n'roll avrà pure i suoi begli anni, ma gode ancora di ottima salute.



RYAN BINGHAM - MESCALITO. "Ryan Bingham knows a thing or two about pain" : lo spazio dell'artista su MySpace.com inizia così nel presentare questo splendido suo primo vero lavoro. E l'esperienza di vita vissuta di Ryan trasuda da ogni angolo di queste splendide canzoni, fatte di una voce roca e potente, su una musica roots-oriented ma nel contempo estremamente giovane e nuova.
Indispensabile.


COWBOY JUNKIES - TRINITY REVISITED. Sono tornati in quella chiesetta di tanti anni fa con qualche amico in più (Ryan Adams, tra gli altri) ed hanno rifatto il loro disco d'esordio, il più bello a tutt'oggi del gruppo. Una musicalità splendida ed avvolgente, di marchio famiglia Timmins, unico ed inimitabile. E poi c'é una Sweet Jane da brivido, la versione definitiva di questa splendida canzone; ma state tranquilli, non l'ho mica detto io: é stato un certo Lou Reed.
Magico ed inebriante.


EAGLES - LONG ROAD OUT OF EVEN. Questo piace anche a mia figlia, che altrimenti ascolta Finley e High School Musical. Quando le ho detto che questi signori sono tutti sulla sessantina, mi ha guardato stranita; come a dire: ma ci sono in giro dinosauri che cantano ancora bene ? E invece le aquile sono tornate e sono più giovani che mai. Ed é un country-rock che si ascolta davvero con piacere. Quando poi attaccano Busy Being Fabulous, prima ti fregano con quella musica, che ti fa ripiombare dritto dentro Hotel California come fosse ieri; poi, come se non bastasse, giocano pure la carta dell'autoironia: "eravamo così impegnati ad essere favolosi / troppo presi per pensare a noi"; e terminata la canzone, si mettono pure a ridere.
Rivitalizzante.



MARK KNOPFLER - KILL TO GET KRIMSON. Uno ci proverebbe anche a vivere di nostalgia pensando ai Dire Straits, ma finché Mark continua a fare dischi così, non é proprio possibile. E ormai si prende pure il gusto di non fare neppure apparire troppo la sua Fender, tanto é buono il prodotto del suo lavoro. Grande, grandissimo autore, che migliora con gli anni, come un vecchio whisky delle Highlands.
Come Romeo and Juliet : romantico.




LUCINDA WILLIAMS - WEST. Lucinda che non sbaglia un colpo da anni. Ed arriva quasi a firmare il suo capolavoro, se non fosse che quel Car Wheels On A Gravel Road sembra ancora oggi troppo bello per essere vero. Ma in West c'é tutta la maturità di una donna che ha sofferto abbastanza, in una profondità d'animo che inizia a divenire ricerca di significato. Ed il suono é quello che corre dritto su un'autostrada, che inizia laggiù in Louisiana e finisce sulla West coast.

Sensuale ed elettrizzante.


ENDLESS HIGHWAY - THE MUSIC OF THE BAND. I primi a chiamarsi così - The Band, Il Gruppo - ed anche gli ultimi che l'abbiano potuto fare. Perché nessuno potrà mai più essere come loro. Questo disco di tributo al più grande gruppo rock americano di sempre, però, non é la solita compilation di artisti vari, pronta per andare frettolosamente a prendere polvere sullo scaffale. Tanti classici, rivisitati con amore e maestria, che non si smette di riascoltare con piacere.
Classico.



BRUCE SPRINGSTEEN - MAGIC. Vabbè, musicalmente e concettualmente mi era piaciuto di più Live in Dublin, ma alla fine Magic mi attira in modo superiore. Il Boss continua ad essere rocker tra i più travolgenti e non solo fra quelli della propria età; e poi - in una linea ideale che parte da The Rising e prosegue con Devils & Dust, passando per le Seeger sessions - possiede anche uno sguardo ormai maturo verso quell'America là fuori, senza smettere un attimo di lavorare sempre più dentro di sé; come nel capolavoro del disco: I'll work for your love. Inossidabile proprio come un vecchio e vero amico.
Rassicurante.




JOHN FOGERTY - REVIVAL. Alla fine, quando ti sei rotto le scatole di musica che non vale niente finisci sempre per fare una cosa: vai a rovistare tra i tuoi vecchi cd e tiri fuori i Creedence. E John, a dispetto dei suoi sessant'anni ha ancora un tale energia che al confronto Mick Jagger appare quasi un dilettante. Niente di nuovo - Revival, appunto - ma non smetteresti mai di ascoltarlo.
Elettrico.





MARY CHAPIN CARPENTER - THE CALLING.
PORTER WAGONER - WAGONMASTER.
Ero indeciso tra i due e allora li metto insieme: un re ed una regina del country. Porter che fa uno dei dischi più belli della sua carriera, ad ottant'anni suonati e solo poco tempo prima, purtroppo, di lasciarci per stages di cieli e terre nuove. Mary Chapin che fa capire che é vera cantautrice a tutto tondo. Buoni per ogni occasione, anche fuori da Nashville. E ricchi di classe da vendere.
Cristallini.

CLAUDIO CHIEFFO - E' BELLA LA STRADA. Alla fine almeno un italiano lo dovevo mettere per forza. E allora scelgo lui, anche se col rock non c'entra mica tanto. E allora perché ? Perché se si parla di Bellezza non si può non pensare a Claudio ed anche con tanta nostalgia. Ma non troppa, perché lui non é partito: é presente tra noi come e più di prima. Un disco completo, questo, vero e proprio greatest hits dell'autore, ma soprattutto inciso con l'anima, di chi é già e di chi non é ancora. Per non smettere di pensare. E di amare.



Buon ascolto, dunque: a me questi dischi piacciono tutti, ma proprio tutti.
Il migliore ? Beh, se dovessi scegliere strizzerei l'occhio a Claudio, ma lui gioca in un campionato a parte, come quello dei fuoriclasse della NBA. Comunque se proprio dovessi decidere per uno tra tutti gli altri, finirei per ascoltare lei....
Buon anno allora and have fun, it's only rock'n'roll...


Thursday, June 14, 2007

UN DISCO PER L'ESTATE

Anzi tre.
O anche uno qualunque di questi tre.

Il primo, Green On Red, the "BBC sessions".
Una manciata di composizioni di questa grande (e poco conosciuta) band, fuoriuscita da quel fenomeno interessante che fu il Paisley Underground degli anni '80 (anche se Dan Stuart, il leader, contesterebbe l'appartenenza a qualsiasi movimento musicale).
Il periodo in questione va dal 1989 al 1992, durante il quale il gruppo aveva ormai miscelato le matrici punk-psichedeliche dell'esordio con le radici americane di sapore country e gospel.
Rock desertico, la chitarra splendida e lancinante di Chuck Prohet IV, le scorribande tastieristiche di Chris Cacavas e quei testi malinconici e disperati che solo la voce youngiana di Dan Stuart sapeva cantare.
E nel disco una chicca in più : "Billy" di Bob Dylan, tratta dal suo "Pat Garrett & Billy The Kid", colonna sonora del film diretto da Sam Peckinpah; come dire: l'America dei loosers é tutta qui e noi siamo gli storytellers ufficiali.

Il secondo, "Live from Austin, TX", di Dave Alvin.
Rock stradaiolo, figlio di quell'altra grande band che furono i Blasters di Dave col fratello Phil.
Blasters che sapevano miscelare esplosivamente rock'n'roll e rockabilly, rhythm & blues e honky tonk. Dave Alvin col tempo é andato oltre, pescando dal country e facendosi tra gli interpreti più autentici della musica a stelle e strisce per eccellenza.
Questo é un bel live, datato 1999, dove emerge il lato più melodico di Dave; un concerto eseguito nel periodo in cui uscì "Blackjack Davey", che lo ricorda per le caratteristiche musicali analoghe.
La chitarra di Alvin ed il lavoro della sua band, The Guilty Men, sono sempre perfetti, ma a lasciare il segno é ancora una volta la voce di Dave, seconda per intensità forse solo a quella che fu di Johnny Cash.

E infine il Boss, col suo "Live in Dublin".
Un Bruce Springsteen ad alti livelli, come siamo abituati a sentirlo da molto tempo a questa parte, ma qui ancora più affascinante, coinvolto com'é in quella straordinaria avventura della Seeger Sessions Band.
Tutta l'America della canzone di protesta, ma anche di quella popolare, é riassunta qui, in una sferzata d'energia, dove malinconia ed allegria riescono ad andare a braccetto.
Ed in queste bellissime sessions dal vivo ecco comparire anche i classici del Boss, da lui sapientemente dosati e gettati in mezzo alla mischia nel punto giusto - come "Highway Patrolman", ad esempio. Ancora i loosers, ma anche la saggezza della vita vera, dalla quale Springsteen ha sempre attinto a piene mani; come dice Antonio Spadaro in un suo bel saggio: "la sua arte non si distacca dalla vita comune: egli desidera riconoscere la dignità, o, meglio, la nobiltà del quotidiano" (1)

Tre dischi per l'estate, allora, anche se non si tratta di novità.
Vecchi artisti per un rock americano incapace ormai di produrre modelli e tendenze innovative ? Forse sì, ma intanto godiamoci in pace l'arte di questi grandi interpreti ed autori.
Gente capace di rivisitare le grandi tradizioni e di farle proprie. Come racconta Dave Alvin: "Ho imparato molto sull'arte del songwriting, mentre guidavo a notte fonda per le vie senza fine del South East di Los Angeles, riprendendomi da un cuore spezzato di un adolescente ad un altro e ascoltando la KLAC suonare gli ultimi successi di Merle Haggard, Johnny Paycheck, Mickey Newbury, Willie and Waylon, Gay Stewart e a volte persino quelli di gente meno conosciuta come Steve Young, Guy Clark e Billy Joe Shaver (...)" (2)
Buon ascolto allora and have fun, it's only rock'n'roll.


Note:
(1) Antonio Spadaro - "La risurrezione" di Bruce Springsteen - La Civiltà cattolica-quaderno 3655
(2) Dalla prefazione di Dave Alvin al libro di Fabio Cerbone - Fuorilegge d'America