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Monday, February 25, 2013

THE STREETS OF ROME


Oh, the streets of Rome are filled with rubble /
Ancient footprints are everywhere /
(...) Someday everything is gonna be different /
When I paint my masterpiece
(Bob Dylan)

Quando la finestra su Piazza San Pietro si chiude per l’ultima volta, non puoi fare a meno di pensare che se ne sia andato con la stessa umiltà con cui era arrivato otto anni prima. Un operaio nella vigna del Signore. Ciò che nello spazio di un istante passa per la mente, ti appare già un bel modo per salutare Benedetto XVI dopo il suo ultimo Angelus davanti ad una folla di  duecentomila persone. Ma basta l’amico al tuo fianco per correggere subito il pensiero. Non è andato via - ti suggerisce – semplicemente è presente in altro modo, ed è davvero così. “Il Signore – ha detto il Papa – mi chiama a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione.  Ma questo –aggiunge - non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.
Ti domandi perché oggi sei qui. Perché hai preso su la tua famiglia da Milano ed hai superato neve e grandine lungo la strada, portandoti dietro gli amici e trovandone altri, inaspettatamente, una volta arrivato. Non basta l’affezione a una persona, non basta una buona compagnia a giustificare la tua presenza davanti alle parole di un pontefice che riempiono lo spazio di appena un quarto d’ora. E’ necessario che i tuoi pensieri ed il tuo agire diventino esperienza. E quell’esperienza si chiama chiesa. E’ per questo, lo capisci bene solo quando la finestra sulla piazza si è chiusa, che adesso sei qui. Davanti ad un’esperienza di popolo che è quasi un paradosso: Cristo che ha comunicato il divino attraverso l’umano e che, dentro tutta la grandezza e, allo stesso tempo, la fragilità di quel che siamo, continua a comunicarsi anche all’uomo d’oggi.
E’ di questo che hai fatto esperienza ora, in piccoli istanti fatti di gesti, sorrisi, parole scambiate viaggiando o con persone incontrate per la prima volta in questa piazza. Ed è la stessa esperienza che vorrai fare domattina, nel tuo vivere quotidiano, con i figli, sul posto di lavoro, al supermercato mentre fai la spesa, o al seggio mentre riconsegni la scheda elettorale.  
Il resto è ancora sempre e soltanto gratitudine. Gratitudine per chi si é lasciato afferrare da Cristo. Così, mentre ripercorri la strada che porta verso casa pensi che sì, le strade di Roma sono piene di macerie, ma la possibilità di dipingere il proprio capolavoro é già a portata di mano e sta scritta dentro quel forte e lungo abbraccio che anche quest'oggi hai sentito, attorno al Papa e intorno a te. E che porta il nome di chiesa. 

Sunday, June 03, 2012

HOUSE OF THE RISING SUN



Sullo striscione della classe di liceo di mia figlia, esposto in piazza Duomo venerdì per l’arrivo del Papa, c’è il verso di una canzone da sempre amata: “Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”. Dove sto andando – mi chiedo anche oggi, cinque e mezza, fermo alla stazione del filobus – circondato dalla mia famiglia e da tutti gli amici di San Protaso? C’è la messa all’aeroporto di Bresso, momento conclusivo dell’Incontro Mondiale delle famiglie, ma non è la grandezza dell’evento che  scalda il freddo cuore del mattino. Lo è piuttosto l’ultimo pensiero su cui mi sono addormentato poche ore prima, il testamento di colei che da molti anni guida costantemente il mio cammino. Uno solo è il Maestro ma le parole di Chiara Lubich hanno raddrizzato spesso i miei sentieri: “Se oggi dovessi lasciare questa terra – aveva scritto – e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto, siate una famiglia”. Ecco dove sto andando stamani, dietro a quel desiderio scritto da sempre nel mio cuore. Lo spirito di famiglia, da portare ovunque, con i figli e gli amici come sul luogo di lavoro. “Non anteponete mai qualsiasi attività di ogni genere – aveva scritto Chiara quel giorno – né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete”.
Eppure l’esperienza del mio limite sembra essere sempre lì, pronta a fare capolino quando meno te l’aspetti, scoraggiare tutte le buone intenzioni di cui è sempre lastricata l’anima mia. Come i discepoli di Galilea, brano del Vangelo di oggi, anch’io, quando Lo vedo, continuo a prostrarmi, eppure dubito. Nella mia infedeltà ed incoerenza d’ogni giorno. La risposta sembra stare nel bastone sul quale Benedetto XVI si appoggia quando scende dall’auto per salire sull’altare, dopo il bagno di folla in mezzo a questo milione di amici che occupa stamani la spianata del Parco Nord. Un bastone a forma di croce, l’amore di un Dio che si è fatto Abbandono e che ha vinto ogni infedeltà ed ogni mio peccato. Il resto è solo una festa. Festa delle famiglie, festa degli amici che ho intorno. Festa del mio cuore. Contemplo il mistero della Vita della Trinità ed intravedo la possibilità, come c’invita il Santo Padre nella Sua omelia,  di “vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria”, chiamato a “vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze”, tassello di un mosaico anch’io, capace, col mio contributo di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto.
Quando esco con la mia famiglia dal Parco Nord, al termine della celebrazione, incontro gli amici più inattesi. In mezzo ad un milione di persone, sono tra gli sguardi e gli abbracci più intensi. Non ho più paura adesso. “Io sono con voi – dice Gesù agli undici di Galilea – tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ed anche il mio passo ora è sicuro. Cammina l’uomo, quando sa bene dove andare.


Sunday, September 25, 2011

RIPORTANDO TUTTO A CASA

Cronaca di un weekend. Sulle tracce del nuovo arcivescovo nel suo ingresso a Milano.
Riportando tutto a casa.


C’è una frase, scritta su un poster, appeso sopra il tavolo di cucina, che rincorre spesso i miei pensieri. Parole sulle quali lo sguardo assonnato del mattino si sofferma, tra una fetta biscottata e una tazza di caffé e che narrano di Giovanni e Andrea che seguirono Gesù fino a casa sua, perché o Cristo era un’esperienza del presente, o il loro io non sarebbe stato mosso né cambiato. Ecco cosa sto facendo anch’io, in fondo. Seguire. Andare dietro ad un avvenimento, che oggi ha la forma dell’ingresso di un arcivescovo a Milano, ma la cui sostanza è far diventare esperienza ciò che mi viene dato ora, perché divenga bellezza e felicità per la mia vita di ogni giorno.

Si comincia nella “sala blu” della mia parrocchia, al venerdì sera. E c’è già da incontrare un pezzo del nostro cuore. Don Piero Re, il vecchio parroco, è tornato in San Protaso, a raccontarci del suo amico Angelo Scola. Della sua vita, del suo magistero, dei suoi compagni di cammino. E’ un racconto, il suo, intenso e appassionato, fatto anche di pezzi di vita condivisa, dettagli sul cardinale che non si leggono sui giornali e che servono già a far crescere un’affezione: “impareremo a volergli bene”, ci dice subito, all’inizio, ed a noi non viene voglia di fare nient’altro se non d’intraprendere un cammino d’affetto, quello che il cardinale, un attimo dopo essere stato nominato, ha chiesto ai milanesi assieme alla preghiera. Un’ora e mezza passa in un baleno e serve a ciascuno per conoscere un po’ di più chi sta arrivando in città. Le ultime parole della serata sono quelle di alcuni giornalisti che lo hanno conosciuto: “non attendetevi un manager, ma un pastore, che desidera solo testimoniare e diffondere l’attenzione a Cristo e proporre a tutti la fede cristiana come il sale che dà il sapore e la forza alla vita dell’uomo. E’ uomo di grande intelligenza e cultura, ma sempre affabile e semplice: accoglietelo senza pregiudizi, vi sorprenderà”.

Già, perché quella del pregiudizio è un’ombra che sembra essersi già allungata: dicono che ci sia chi non gradisce l’arrivo del nuovo arcivescovo e che si stia già ostacolando il suo cammino. E’ una vecchia storia, roba già scritta nel Vangelo e nella storia della Chiesa, che sa tanto di quella persecuzione prerogativa della vita dei cristiani veri. Ma Milano, domenica pomeriggio, non sembra avere intenzione di dar retta a costoro e riserva al cardinale un bagno di folla in piazza Duomo. I maxischermi inquadrano il suo volto sorridente, mentre, dopo essere sceso dall’auto proveniente da S. Eustorgio, attraversa la piazza fermandosi a salutare tutti quelli che può, fino all’abbraccio più importante, quello con Dionigi Tettamanzi; abbraccio così forte che quasi entrano tutti e due a braccetto in chiesa ed è una tenerezza che si fa strada sotto forma di brividi che scorrono sotto la pelle. Noialtri, già dentro in cattedrale, abbiamo udito la raccomandazione di non applaudire più, dopo l’ingresso in Duomo, fine alla fine della celebrazione, ma nessuno riesce ad ubbidire e l’applauso si ripresenterà, anche durante alcuni momenti della liturgia. E’ la Milano della sequela e dell’affezione che cresce a poco a poco, mentre quella del pregiudizio imbocca tristemente a ritroso la strada dalla quale era venuta. Nell’omelia, l’arcivescovo donerà molti spunti che sarà bello riprendere e far diventare parola vissuta. Cita il cardinal Montini e Cesare Pavese (“quanta gente sembra sopraffatta dal mestiere di vivere!”). Ma ciò che rimane nel cuore è un appello a ciascuno – “Ho bisogno di voi per svolgere il mio compito nella gioia”- e l’accorato augurio finale: “metropoli di Milano, illuminata, operosa ed ospitale, non perdere di vista Dio!

Quella parola - seguire - che guidò l’agire di Giovanni e Andrea, si riaffaccia ancora una volta nella mia mente, mentre l’auto, alla sera, percorre la strada che porta al lavoro. Un’altra notte in ospedale, un’altra notte lungo le mie torri di guardia. Spazio per pensare un po’ di più a ciò che ho vissuto. Sequela ed obbedienza, quella dovuta al nuovo pastore arrivato in città, cominciano a mescolarsi inesorabilmente ad una strana forma di lertizia. “Che vale la vita se non per essere data?” - dice Anna Vercors a Pietro di Craon, ne “L’Annuncio a Maria” di Paul Claudel - “E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”, aggiunge. Eccolo, il centuplo di questo weekend, sulle tracce dell’ingresso a Milano di Angelo Scola. E’ il desiderio di fare della propria vita un dono ed è quello che porterò via con me anche domattina, lungo la strada che porta verso casa. Un pensiero dolce, che s’insinua a poco a poco e che dice che ciò che il mio cuore desidera esiste: basta saper seguire docilmente la volontà di un Altro, nell’attimo presente della vita. Ed io, questa vita, non ho più paura a darla tutta.

Sunday, August 31, 2008

CARTOLINE DAL MEETING


"Il Meeting vuole ribadire che solo Cristo può svelare all'uomo la sua vera dignità e comunicargli l'autentico senso della sua esistenza... Ecco dunque il protagonismo... ci vuole suoi collaboratori per la realizzazione del suo regno"
(dal messaggio di Benedetto XVI per la
XXIX edizione del Meeting per l'amicizia tra i popoli)

Paesaggi
Mia moglie ed i figli sonnecchiano, mentre la macchina scorre via veloce lungo l'autostrada.
Non è facile lasciarsi alle spalle i paesaggi della Liguria, ma c’è un orizzonte alla fine della strada e che scaccia la malinconia. Rimini mi attende ed io ripenso agli ultimi istanti del Meeting dello scorso anno. “Incontrare un’esperienza”: era questo il titolo che avevo dato ai miei ricordi una volta giunto a casa. Ora, mentre il mare si avvicina di nuovo, mi accorgo che questo è il paesaggio che attendo, più desiderato del riposo e degli scenari, pur così belli, che ho incontrato sinora.
E’ un’esperienza, sempre nuova e affascinante, che mi aspetta ancora. Ed è questo che il cuore cerca con ansia; Rimini richiama a sé protagonisti ed io non voglio mancare a quest’appuntamento.

Volti
I volti sono la prima cosa che incontro qui.
Volti attesi, come quelli degli amici, tanti amici, che sapevo d'incontrare. Ma anche volti inattesi, di persone incrociate per caso e così per caso entrate in rapporto con te, così che poi ti accorgi che il caso, forse, non c’entra proprio nulla. E poi volti di amici nuovi, come quelli di Factum, Fiordicactus, Giorgetto Rock. E qui il miracolo, una volta ancora, accade. Perché è gente che conosci da un attimo, ma che senti già legata a te come fratelli. Allora guardi meglio quei volti e ti accorgi del perché ti senti così abbracciato da loro. E’ un perché che chiami sguardo, e quella pienezza che cogli è il sentirti guardato da un Altro. Un Altro dietro a quel vedere e dietro a quell'abbraccio e quando alla fine arrivi a sera, ti accorgi che non hai bisogno di nulla di diverso per essere davvero felice.


Dolori e follie
La sala dell’incontro è già piena. Migliaia di persone, ma c'é ancora una marea che aspetta là fuori. I maxischermi del Meeting aiutano però, e così mi ritrovo in mezzo ad altre centinaia ancora, che si piazzano ovunque ci sia posto. C’è Rose, responsabile del Meeting Point International di Kampala (che si occupa della cura dei malati di AIDS) e c'é Vicky, ugandese anche lei; e poi Marguerite Barankitse, l' "angelo del Burundi". Tre donne nere e nessun uomo, nessun bianco: il palco è tutto loro e loro vanno giù duro, senza sconti. Parlano di dolore e di resurrezione. Comincia Marguerite, che ha visto sterminare più di settanta persone della sua famiglia, nell’atroce guerra tra tutsi ed hutu. Ma non si é arresa ed oggi dirige un centro dove salva profughi ed accoglie bambini, a migliaia. E ti racconta di come lei, che si chiedeva dove fosse finito Dio in quell'inferno della guerra, ha ricominciato a vederlo negli occhi di bimbi ancora capaci di ballare, capaci di rispondere a chi, come lei, ha creduto ad una pazzia, alla "follia dell'amore", come la chiama lei.
Vicky è malata di AIDS e con lei si ammala il suo terzo figlio. Il responsabile, il marito, l’ha abbandonata da tempo, dopo che si è rifiutata di abortire quel bambino. Quando, nella miseria e nella malattia, incontra Rose, non crede più a nulla, tanto meno in se stessa. Ma Rose pone su di lei uno sguardo, non si dà pace e la insegue continuamente. Le dice: “Vicky, tu hai un valore e questo valore é più grande della malattia”. E Vicky, per la prima volta si sente guardata: “Trovavo la forza nel suo sguardo. Se Rose mi guarda in questo modo, pensavo, come sarà lo sguardo di Dio? Poi ho capito che nel volto di Rose stavo guardando quello di Dio”. Fai fatica a trattenere le lacrime, una fatica immensa, ma poi ti lasci andare, a vedere quella malata che parla di miracoli d'amore. E lo chiama proprio così, miracolo: “Sappiamo di Lazzaro, che é resuscitato tanto tempo fa. Se non avete visto un miracolo, eccolo, sono qua!" E poi aggiunge: "Ecco perché sono schiava di questo Movimento, che mi accompagna verso il mio destino e mi ha aiutato a riacquistare la speranza".
E’ l’ultima arrivata in quel popolo che è il Movimento fondato da don Giussani, ma oggi da quel palco è divenuta maestra per tutti noi.


La mia forza si manifesta nella debolezza
Non riesci ad immaginare un volto che ti rappresenti l'umiltà, finché non incontri padre Aldo Trento.
La sua testimonianza é inserita nella serie d'incontri "Si può vivere così", la stessa sede in cui Vicky e Marguerite hanno raccontato di loro. E quando don Aldo racconta, il Meeting, ancora una volta, si ferma e si stringe intorno a lui. Colui che oggi é parroco ad Asuncion, in Paraguay e dirige una clinica per malati terminali, é un uomo che é passato attraverso l'angoscia della depressione; e che quando si é sentito svuotato di tutto, nella sfiducia più totale verso se stesso, é stato travolto da uno sguardo, quello di Don Giussani. Lui lo prende su, lo porta con sé in vacanza, lo ama da vicino, giorno dopo giorno. Poi, ad un certo punto, gli dice vai, sei pronto, "ora é tempo che parti per la tua missione". E lui, sbalordito: "ma dove vado, cosa annuncio, io che ho solo voglia di essere morto?" "Io mi fido di te" e così parte, si fida anche lui. Ed oggi, dentro quella fiducia nel disegno di un Altro, ecco i risultati, che hanno radici dentro l'umiltà, uno sguardo quasi sempre rivolto verso il basso mentre parla. E la commozione piomba ancora una volta in mezzo al Meeting, mentre gli applausi sembrano non terminare mai.


Libertà va cercando
Cartoline dal Meeting le puoi spedire da ogni mostra che incontri qui, una più bella dell'altra.
"Libertà va cercando, ch'é sì cara. Vigilando redimere" é quella che scelgo per fare memoria di un avvenimento.
Storie di apparente follia. Storie cioé di un'amicizia tra detenuti e volontari, ma anche di guardie carcerarie che, invece che andare in ferie, vi rinunciano e vengono a lavorare qui, rendendo possibile la presenza dei detenuti, che diventano protagonisti e guide della mostra. Storie di ritrovata dignità, dentro la coscienza del proprio male, la possibilità di ritrovare un lavoro dentro il carcere e soprattutto la fiducia in se stessi, la prima cosa che perdi in carcere. Ergastolani, anche, eppure liberi, perché percorrendo la mostra con loro scopri attonito che a te, che di sbarre intorno non ne hai, quell'amicizia testimoniata si fa capace d'insegnarti cos'é la libertà.
E quando vedi il sorriso di Vicky, venuta anche lei a visitare ciò che c'é qui, intrecciato a quello di uno dei detenuti, capisci che queste persone, oggi, sono prigioniere solo di un Amore più grande, che le ha rapite una volta per tutte. E' così che esci dalla mostra ancora stupito, chiedendo di lasciarti conquistare anche tu, da una Bellezza che vuole dolcemente e prepotentemente entrare anche nella tua vita.


Protagonisti
Cosa vuol dire essere protagonisti?
Davide Van De Sfroos (autore di uno splendido concerto, la serata conclusiva) non risponde in definitiva alla domanda apparentemente ingenua, che quel ragazzo gli pone durante l'intervista che l'amico Paolo Vites conduce davanti al popolo del Meeting; un ragazzo giovane, musicista anche lui, che gli racconta di come quell'eccitante sensazione che ti sembra di raggiungere sul palco, diventa come un pugno di mosche in mano, un attimo dopo che il concerto é finito. Come a dire che ciò che ti dà pienezza, il senso ultimo della soddisfazione e della propria personale realizzazione, forse sta da qualche altra parte.
Rose, Marguerite e Vicky sono protagoniste. Don Aldo Trento in Paraguay e Rosetta Brambilla in Brasile lo sono. I malati la cui vita sembra non avere dignità, raccontati nella mostra di Medicina e Persona e quei detenuti che abbiamo incontrato: anche loro lo sono.
Protagonismo é, forse, cogliere sino in fondo la grandezza del tuo limite e, nel momento stesso in cui ti sei finalmente liberato da esso, quando questo non ti schiaccia più, é lo scoprire che libertà é lasciarsi plasmare, dare la possibilità ad un Altro di usare tutta la tua umanità per compiere le cose grandi che altrimenti né Dio né gli uomini, presi singolarmente avrebbero mai potuto realizzare.
E' la possibilità per ciascuno di noi di diventare quelle persone di cui parla il comunicato finale del Meeting: "persone appassionate alla propria umanità, che nell'incontro cristiano hanno trovato la risposta al bisogno infinito del loro cuore e sono diventate, perciò, protagoniste".



Musica
Musica al Meeting non é solo la riuscitissima serata finale con Davide Van De Sfroos, galvanizzato dal clima e dall'accoglienza che gli é stata riservata.
E' anche la baldanza dell'amico Giorgetto Rock, che con un semplice cd per bambini - "Ciò che c'è", composto insieme a Stefano Del Testa - ti rapisce e ti fa capire che solo se parti da ciò che c'é, appunto, apri la porta alla Bellezza e le consenti di entrare anche nella tua vita.
Quella stessa bellezza che gli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, insieme ad altri, descrivono tra le righe delle canzoni che hanno fatto grande il rock ed allora anche la presentazione di un libro ("Help! Il grido del Rock") diventa utile allo scopo.
Musica al Meeting, infine, é ubriacarsi di una sana allegria, quando la band della Fraternità sacerdotale San Carlo sale sul palco, davanti ad un buon migliaio di persone e travolge tutti passando con disinvoltura dallo swing alle canzoni dei Blues Brothers. Quando poi un sacerdote, che di solito se ne sta in Siberia, salta su in bermuda e maglietta arancioni e si mette a ballare e cantare in maniera irresistibile, capisci quanto sia lontana la tristezza dalla vita di chi ha deciso di scegliere Cristo come l'unico tutto della propria vita.





Francobolli
Un francobollo è qualcosa che consente a una cartolina e ad uno scritto - un pezzo del tuo cuore - di giungere a casa. E’ importante e necessario che vi arrivi, perché quello che hai vissuto e che vorresti raccontare agli altri non rimanga come lettera morta, proprio lì dove è nato.
Tutto quello che ho ascoltato e vissuto al Meeting, per quanto bello, non conta nulla se non s’incarna nella vita di ogni giorno. Se in questi giorni tu stesso hai vissuto da protagonista, se sei stato colpito e affascinato dallo sguardo di un Altro, uno che ti ha scelto ed ha reso la tua esperienza unica e irripetibile, allora tutto questo deve arrivare a casa. E da lì deve uscire di nuovo, nuovi francobolli da attaccare, perché quell’aria si respiri in ogni dove: in famiglia ed al lavoro, tra gli amici ed in mezzo ai passanti.
La vita riprende: è una quotidianità che non ti schiaccia, anzi ti affascina, ti rapisce di nuovo, come se per ogni cosa fosse la prima volta.

E allora, proprio alla fine, quando alla sera volgi lo sguardo indietro e mille pensieri e ricordi affollano la tua mente, quando, poco prima di addormentarti, il tuo cuore si rivolge finalmente a Colui che l'ha fatto a propria immagine e somiglianza, ti accorgi - ora sì - che sei davvero felice.
E di come é bello - una volta ancora - tornare a casa.

Friday, August 15, 2008

PROTAGONISTI




Eccoti lì, a ripetere per l'ennesima volta ai tuoi figli parole, raccomandazioni, cose che hanno a che fare con quel compito impossibile che tu chiami "educazione"; e quante volte ti pare non ti ascoltino, cosicché il sentimento dominante che cresce in te è lo scoraggiamento e l'apparente inutilità di quel gesto. 
E' solo perché, in quegli istanti, la tua fede - che nel linguaggio umano significa fiducia - viene inesorabilmente meno.  
E perché ti sfugge di come sia parte dell'inesorabile destino del nostro vivere l'importanza del richiamarsi continuamente a ciò che é bello e giusto e di come non sia mai inutile insistere su questo, affinché l'entusiasmo e lo stupore non vengano mai meno.  

Come é bello guardare poi a Maria, che, perfezione del modello di madre, non perde mai uno sguardo che é tutto fiducia e tutto amore.
Pensando a lei, nel giorno della festa dell'Assunta, penso anche alla voglia di ridiventare protagonista, nella vita di ogni attimo e dentro il disegno di un Altro, che regge anche ciò che sembra impossibile o troppo duro.

Protagonista o nessuno, perché diversamente il fascino della vita viene meno.
E "protagonisti o nessuno" é il titolo del Meeting di Rimini: un gran bel titolo - basta leggere l'introduzione al tema - e un bell'appuntamento, ancora una volta.
Anche quest'anno, allora, non me lo voglio di perdere.
Con qualcuno di noi, ci si vede là. 
Con tutti gli altri, ripassate da qui: vi racconterò.

"il titolo del Meeting 2008 vuole riflettere sul concetto di persona, ponendo innanzitutto una sfida e al tempo stesso una provocazione alla mentalità dominante: "Chi é il protagonista oggi?" Il protagonista é un moderno divo che ricerca nella propria illusoria autonomia, nella rescissione da ogni legame, la propria felicità, rischiando l'inevitabile omologazione che gli deriva da un effimero successo mondano? Oppure il protagonista é un uomo stupito che fa la scoperta commovente dell'unicità e dell'irripetibilità che caratterizzano il proprio volto e che, in virtù di questo riconoscimento, é in rapporto con il proprio destino dentro alla realtà di ogni giorno? Questo é quello che intendiamo mettere a tema e proporre a relatori, ospiti e al nostro pubblico, nel corso del prossimo Meeting"
(dall'introduzione al tema del Meeting 2008)


Friday, May 30, 2008

WE'RE WALKIN' TOGETHER


Una mattina qualunque di un giorno in ospedale.
Squilla il telefono della centralina dell'unità coronarica: "dottore, è per lei".
Prendo la cornetta svogliatamente: ci sono già abbastanza guai oggi, chi è che mi cerca ancora? Dall'altro capo del telefono c'è Gianni, non mi aveva mai chiamato sul lavoro prima d'ora: "Ciao Fausto, come stai? Sai, oggi ti pensavo, sono riuscito finalmente a farmi stampare la foto che mi avevi chiesto tempo fa..."
Di quella foto non mi ricordavo quasi più. E quando l'avevo chiesta a Gianni, più di un anno prima, ero sicuro che, con tutti gli impegni che aveva, non sarebbe mai riuscito ad accontentare quel mio piccolo desiderio.
Corsi a prenderla, appena possibile, qualche giorno dopo. Ritraeva Chiara Lubich e don Luigi Giussani, insieme e sorridenti, mentre si stringono la mano in piazza San Pietro, a Roma, la vigilia di Pentecoste, il 30 maggio 1998.
Quello di Gianni, quel mattino, fu un momento tanto inatteso quanto opportuno.
Un atto gratuito, arrivato all'improvviso, e capace di dare alla giornata quell'anima che le mancava.  Qualcuno - un amico - mi aveva ricordato Qualcosa e quel gesto mi rimise in sintonia col quotidiano, dandogli la solennità che, da solo, non vedevo quasi più.



Quel 30 maggio di dieci anni fa sono là anch'io, in una Piazza San Pietro gremita di folla, un popolo che arriva a riempire anche tutta Via della Conciliazione, fin laggiù in fondo, nei pressi delle mura di Castel Sant'Angelo.
Giovanni Paolo II ha chiamato a raccolta tutti i Movimenti e le nuove comunità ecclesiali, per dirgli quanto la Chiesa li senta parte di sè e quanto lei stessa guardi a loro come maestri di vita.
Ogni Movimento quel giorno appare per ciò che è realmente: un dono dello Spirito Santo per gli uomini. E chi è lì in quella piazza percepisce come certa questa realtà della storia, in cui Dio è presente e non smette mai di assistere il suo popolo e l'umanità intera.

Sono arrivato qui con gli amici, ma mia moglie è a casa, in attesa del nostro secondo bambino e segue tutto attraverso la tv. Non c'è differenza, però: la sento presente come se fosse lì al mio fianco, in mezzo a quella folla.
E, man mano che la giornata trascorre, assisto al miracolo che il mio cuore attendeva da tempo.
Quella che vedo accadere coi miei occhi, quella che sento raccontare - l'unità tra i Movimenti - è la storia della mia vita. Il mio matrimonio, nel suo essere piccolo laboratorio di cammino insieme, da quel momento in poi diventa parte del patrimonio della chiesa. La nostra unità nella diversità - mia moglie dentro al solco del carisma di don Giussani, la mia vita dietro alla storia di Chiara Lubich - oggi viene sancita e proclamata quale tassello insostituibile nel mosaico della vita cristiana.
Scriverà don Giussani, a pochi giorni di distanza da quell'evento:
"Sabato, l'incontro con Giovanni Paolo II, per me è stata la giornata più grande della nostra storia, resa possibile dal riconoscimento del Papa. E' stato il "grido" che Dio ha dato a noi come testimonianza dell'unità, dell'unità di tutta la Chiesa. Almeno io l'ho avvertito così: siamo una cosa sola. L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?"



Il discorso di Don Giussani di quel giorno, davanti al Papa, mi aveva insegnato una volta per tutte il significato della parola mendicanza; e mi era parso di capire un po' di più il bisogno vero della vita:
"il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".



Prima di lui Chiara Lubich aveva tratteggiato al Santo Padre il significato di quella definizione che lui stesso aveva dato del Movimento dei Focolari, definendolo capace di un "radicalismo dell'amore".
Aveva detto Chiara: "E come non può essere così se lo sguardo di tutti coloro che fanno parte del movimento è sempre puntato, come a modello, su Gesù crocifisso nel suo grido d'abbandono? L'amore più radicale è proprio lì, dove è il culmine del suo patire. E' in Lui - che abbandonato dal Padre si riabbandona al Padre, che sentendosi disunito dal Padre con Lui si riunisce - il nostro segreto per ricomporre in unità ogni divisione, ogni separazione, dovunque".
La conclusione del discorso diventa una promessa per il futuro: "Sappiamo che la Chiesa desidera la comunione piena fra i movimenti, la loro unità che, del resto, è già iniziata. Ma noi vogliamo assicurarle, Santità, che essendo il nostro specifico carisma l'unità, ci impegneremo con tutte le nostre forze a contribuire a realizzarla pienamente".


Le parole di Giovanni Paolo II, che seguono le testimonianze di Chiara, don Giussani, Jean Vanier e Kiko Arguello, sono di gioia e riconoscimento che ciò che sta accadendo è qualcosa di speciale: "oggi la Chiesa goisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele: "Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona.. "(At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa "effusione" dello Spirito. Ogni movimento differisce dall'altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione".
Il suo richiamo finale è l'amicizia e il coraggio di cui ciascuno, in quella piazza, sente di avere adesso bisogno: "Oggi da questa piazza, Cristo ripete a ciascuno di voi: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15). Egli conta su di voi, la Chiesa conta su di voi. "Ecco - assicura il Signore - io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20). Sono con voi!"

Nel ritorno a casa, quel giorno, non c'è stanchezza, ma solo forza rinnovata.
Nelle migliaia di volti di Piazza San Pietro, nella gioia di chi mi è stato accanto, quell'unità proclamata dalla Chiesa l'ho vista già sofferta e vissuta e perciò testimoniata.
E' per questo che il Papa e i fondatori dei movimenti l'hanno potuta raccontare, perchè non si può narrare se non di ciò che non sia già accaduto e che, grazie a Dio, sta accadendo ancora.
Ma dentro di me c'è una gioia in più: penso a mia moglie che ritroverò a casa, alla mia famiglia, alla nostra esperienza insieme. E ripenso alle parole del Papa con sollievo: oggi, in quella Piazza, gli ho sentito raccontare della mia vita.
Quella foto di Chiara e del don Gius, regalo di Gianni, oggi campeggia nell'angolo buono del salotto di casa.
E' una bella foto ed è bello lo sguardo tra i due.
Uno sguardo che, da allora, protegge ogni giorno il nostro cammino.


Sunday, May 11, 2008

RUN, RUN, RUN


COLORIAMO LA CITTA'

Chi di noi non vorrebbe vedere la propria città,
invece che grigia per la solitudine el'indifferenza,
colorata dall'amore che avvicina le persone e costruisce la fraternità ?

Vorremo fare qualcosa, ma cosa ?
E da dove cominciare ?

Basterebbe una piccola Regola per cambiare il mondo.
C'è una parola scritta nel Vangelo che fa pensare.
Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te.
E' una legge universale, comune a tutte le religioni ed iscritta nel cuore di ogni uomo, talmente preziosa da essere chiamata
Regola d'oro.
Proviamoci fin d'ora a viverla, cominciando da chi ci sta accanto, anche in questo momento.


Chissà cosa deve aver pensato chi si è trovato a passare di lì per caso.
Me lo sono chiesto più volte ieri, ai giardini di Porta Venezia, a Milano, durante lo svolgimento della seconda edizione della RUN4UNITY, vivendo quel clima di festa e di fraternità, che vedi così di rado nelle nostre città.
Lo stesso clima che si viveva in tanti altri luoghi dei cinque continenti, unico teatro di una staffetta mondiale, promossa dai "ragazzi per l'unità" - i ragazzi del Movimento dei Focolari con tutti i loro amici - tutti a correre nei posti simbolo del pianeta, lungo le vie delle più grandi metropoli, per stendere sul mondo un arcobaleno di fraternità.

Ci sono gli Skortza, solida rock band e fratelli d'Ideale, ad infiammare con la loro musica gli animi dei giovani ed anche dei presenti più attempati. Canteranno anche "Run, run, run", vero e proprio inno della giornata. Poi le coreografie, preparate dai ragazzi. E soprattutto le testimonianze, anch'esse stralci di vita vissuta da loro, a dire ai loro amici, ma anche a noi adulti, che sì, è possibile davvero vivere così, dare la vita per chi ti passa accanto, costruire nel mondo frammenti di reciprocità.



Alle quattro parte la corsa. E' arrivato finalmente il nostro turno; i primi a correre sono stati quelli delle isole Fiji; finiranno i ragazzi di San Francisco, Vancouver, Lima e Santiago. C'è un entusiasmo nell'aria che ti pare d'essere alla maratona di New York. E c'è la gioia tipica dei ragazzi, ma anche la coscienza del passarsi un testimone che parla una sola lingua, una lingua che dice Unità. Nessuna contestazione al passaggio degli atleti e d'altra parte questa non è mica la torcia olimpica: con tutto il rispetto, qui si assiste a molto di più.

Quando mia figlia Chiara giunge all'arrivo mi dice entusiasta : "Papi, sono arrivata ottantottesima!" E la sua amica Maria, di rimando: "E io novantesima!". Sono felicissime, neanche avessero vinto il campionato del mondo. E a me sembra che il trucco sia nell'aria che stiamo respirando tutti, che sa davvero di paradiso.
Come a dire: sono cose dell'altro mondo in questo mondo, queste.



Finita la corsa, le premiazioni e poi via di nuovo a cantare, a ballare, a raccontarci di questa vita che ci ha preso. C'è anche il collegamento in diretta con Roma, in Piazza Navona: vi assistiamo sullo schermo gigante. E da là, loro ci collegano via internet con quello che sta succedendo negli altri punti del pianeta. Avevamo capito che era qualcosa di grande, ma vederlo dal vivo è davvero un'altra cosa.

Quando ce ne andiamo via, ormai quasi verso sera, penso a come definire tutto ciò che ho visto.
"Papà, è stata una giornata bellissima!", mi dice Andrea, 5 anni, il mio figlio più piccolo. Suo fratello Marco aggiunge: "così tante ore, sono passate in frettissima!".
E a me, allora, viene in mente una frase, quel testamento che Chiara Lubich ha lasciato a tutti noi prima di partire da quaggiù: "siate una sola famiglia".
Allora forse è questo ciò che ho visto e sperimentato insieme a tutti gli altri.
Ed è ora che riaffiora ciò che Chiara ci aveva promesso, seppure già malata, un po' di tempo fa: "Ci sarò come posso", aveva detto.
Difficile pensare che la sua presenza, che si è avvertita da lassù, potesse essere più forte di così.



Post Scriptum
Mentre scrivo questo post, all'indomani di una giornata straordinaria, mi vengono in mente le parole infuocate di Enzo Piccinini, un "amico" che non ho mai avuto la fortuna d'incontrare di persona. Aveva appena finito un incontro con altri giovani ed il suo maestro e professore universitario gli aveva obiettato: "Piccinini, queste sono cose da ragazzi: sono belle, sono vere, ma sono da ragazzi!". Quasi a dire, per gli adulti non potrà mai essere la stessa cosa. E lui, invece, a rispondere con passione: "la consapevolezza che mi è venuta chiara è che una cosa è riconosciuta vera perchè corrisponde e rimane per sempre così (...) ed è questa esigenza di vero, di bello, di giusto, di amare e di essere riamati, che chiamiamo cuore (...) e non è un problema di età".
Proprio così, il cuore che palpitava ieri ai giardini di Milano, come in centinaia di altri punti del pianeta.
Mi piace pensare che anche Enzo, ieri, abbia fatto famiglia con noi da lassù.

Tuesday, August 28, 2007

INCONTRARE UN'ESPERIENZA


Un'esperienza.
Forse bisognerebbe spiegarlo a qualche giornalista che tenta di raccontare il Meeting di Rimini senza averlo vissuto, che questa é la dimensione ultima di quel che accade in Fiera ogni anno, alla fine di agosto.
E anche a quelli che lo censurano, semplicemente non parlando di un evento che solo quest'anno ha richiamato più di 700.000 partecipanti.
Un'esperienza, come punto di partenza, imprescindibile, e allo stesso tempo punto d'arrivo, perché se si esce dalla dimensione di un avvenimento, qualcosa che accade e di cui ciascuno può essere protagonista, allora difficilmente si riesce a capire cos'é.

Può essere che chi censura o non comprende non capisca al fondo il ruolo dell'esperienza nella vita di ogni singolo individuo.
Lo spiega bene Antonio Spadaro, in un suo editoriale estivo (1) : essa, nel relativismo di oggi, sembra essersi "svalutata come fonte di autorità e di saggezza" o, peggio, arriva a ridursi a "semplice esperimento".
Esperienza, nel suo significato più profondo, é invece qualcosa che Emilia Guarnieri, presidente dell' Associazione Meeting per l'amicizia tra i popoli, fa intravedere, durante l'incontro conclusivo di quest'anno: "anche il Meeting c'é e continua a essere vivo perché questa storia di affetto e di amicizia tra noi é viva. Perché se non fosse così, anche il Meeting, come tutte le altre cose che facciamo nella nostra vita, non ci sarebbe. Diceva Claudel: "C'é un grande Mistero tra noi" ed é da questo Mistero che noi siamo commossi ed é a questo Mistero che siamo grati. E poiché il Mistero é proprio Mistero, se é vero che non si può prevedere come questo Mistero accadrà, é anche vero che si può raccontare come ci ha cambiato, si può raccontare cosa é accaduto" .

Allora anche per me questo non può che essere il punto di partenza, partire da quello che ho visto accadere e che ho vissuto in prima persona.
Quando arrivo al Meeting quest'anno, insieme alla mia famiglia, mi sento un po' come un contenitore vuoto.
Sentirsi aridi, capita nella vita di passare momenti così.
Croci, stanchezza, soprattutto la durezza del proprio cuore.
E allora arrivo lì con una grande domanda, il desiderio di un cambiamento.
Ma il contenitore, anche se vuoto, non é semplice da riempire: il coperchio é ancora chiuso ben bene.


Appena arrivato a Rimini rimango subito colpito dai volontari: sono più di tremila, giovani, tantissimi giovani, ma anche adulti ed ogni volta é uno spettacolo.
Avevo letto sul Corriere della sera di qualche giorno fa un commento di Giancarlo Cesana, alla domanda se c'era qualcosa del Meeting cui lui tenesse in modo particolare; aveva risposto : "sì, la gratuità dei volontari, giovani e adulti, padri e madri di famiglia che rinunciano a una settimana di ferie per lavorare non solo gratis, ma pagandosi vitto e alloggio. Chi glielo fa fare se l'esperienza di quello che hanno incontrato al Meeting non é vera ?"
E' davvero così e lo cogli in mille sorrisi ed in un'instancabile disponibilità.
E' il primo scossone per me ed il coperchio inizia ad aprirsi un po'.


Il secondo scossone arriva in una delle sale. Inizia l'incontro "Chi é l'uomo perché io lo curi" (2).
Quando Mario Melazzini, primario oncologo e malato di SLA - la maledetta sclerosi laterale amiotrofica - inizia a parlare, é come una fucilata sparata all'improvviso.
Parla della sua attività di medico, poco prima che arrivasse la malattia: "pensavo di essere una persona estremamente attenta all'altro, ma non mi sono mai fermato a chiedermi chi é l'altro".
D'improvviso mi riconosco in quell'affermazione ed il coperchio del mio contenitore questa volta si apre del tutto.
Non posso fare altro che aprire il cuore a ciò che sta accadendo ora.

Le sue parole mi conquistano poco a poco.
Quell'uomo, seduto su una carrozzina, un tutore a sorreggere il capo, l'eloquio già in parte compromesso, conosce bene - da medico - l'inguaribilità della sua malattia; eppure parla di speranza perché dice di conoscere solo l' "inguaribile voglia di vivere" (3).
Quando aveva scoperto d'essere ammalato, egli, lontano dalla fede, aveva considerato la possibilità dell'eutanasia. Ora conclude il suo intervento così: " é bellissimo vedere una sala così colma per ascoltare delle esperienze e delle riflessioni di persone che si pensa sempre abbiano vissuto, abbiano incontrato il dolore e la sofferenza. No, io vi posso garantire che ringrazio Dio di avere incontrato questa malattia; di averla incontrata tardi, ma non é mai troppo tardi, di avere imparato quali sono i veri valori della vita. E la verità forse sta proprio qui: avere il coraggio di amare e di farsi amare, di accettare i propri limiti e di condividerli con gli altri. Vivere é la cosa indispensabile. L'amore per la vita é la benzina che mi permette di affrontare con serenità queste mie difficoltà, che vi posso garantire sono parecchie. E' talmente bello vivere che io non sono malato: sì, ho la sclerosi laterale amiotrofica, ma finché ci sarò io ci sarà anche lei: cammino insieme a lei".
Prima di Melazzini aveva parlato Pierre Mertens, psicoterapeuta belga, oggi presidente della Federazione internazionale per la spina bifida e l'idrocefalo, raccontando dell'esperienza di sua figlia Liesye, affetta da spina bifida e vissuta sino all'età di 11 anni (4).
E' una testimonianza appassionata, di una bambina che viene definita "una bimba felice, probabilmente la più felice di tutta la mia famiglia". Liesye é affetta da una patologia per la quale un gruppo di medici olandesi ha persino proposto un protocollo di eutanasia attiva (5), ma l'esperienza di Mertens é esperienza di vita, non di morte: "la sua breve vita é stata la cosa più bella che sia mai capitata a me ed alla mia famiglia".
Si tratta di qualcosa di forte, anche perché, come dice al termine Felice Achilli, moderatore dell'incontro, ne emerge un "giudizio" che sostiene la vita e questo giudizio é qualcosa di oggettivo; così oggettivo che Mertens stesso giunge ad affermare : "questo mondo sarebbe un mondo migliore senza l'esistenza dei disabili ? Probabilmente no".


Sono davanti all'ingresso de "La città nella città", la mostra preparata dall' Associazione Cometa (6).
Chiara, la più grande dei miei figli é in giro per la Fiera in pattini, a caccia di gadgets; alla fine della giornata avrà saccheggiato tutti gli stands. Mia moglie é al Villaggio Ragazzi, con gli altri due nostri figli. Ci siamo dati il cambio per assistere alla visita guidata della mostra: stamani era andata lei e tornando mi aveva detto che non me la sarei dovuta perdere per nessun motivo.
Le mostre sono un'altra delle cose belle del Meeting e sono tutte guidate.
Questo é un altro piccolo miracolo che accade qui: volontari che si mettono a disposizione, studiano una mostra, ne incontrano i protagonisti e quindi fanno esperienza di quello che poi si mettono a spiegare ai visitatori.
"Una storia di semplice comunione", la mostra sottotitola così e, mano a mano che la seguo, m'immedesimo poco alla volta in questa vicenda, nata da un semplice sì, quello di Erasmo ed Innocente Figini, due fratelli che, con le rispettive famiglie decidono di accettare un bambino in affido. Nel tempo l'accoglienza si amplia e le famiglie diventano quattro, mediamente con dieci ragazzi a testa, tra i figli naturali e quelli in affido. Ma si affiancano anche volontari e nascono scuole, un'associazione sportiva, un progetto educativo, insomma una vera e propria "città nella città".
Quando arrivo alla fine della mostra mi colpisce una frase di Don Giussani: "la cosa più grande che si possa vedere nel mondo é che certi uomini siano uniti tra loro come membra di un unico Corpo. Non perché impegnati in una certa opera, ma perché chiamati dallo stesso gesto di Cristo, da un identico avvenimento, così che, pur non conoscendosi minimamente, fino a quel momento del tutto estranei, sono e si riconoscono legati agli altri in modo imparagonabile".
Estranei sino ad un istante, prima, ma legati in modo imparagonabile.
Come i bambini, quando giungono a Cometa in affido.
E come quel nuovo amico, che ha guidato la mostra a cui ho assistito, e di cui ho incrociato per un attimo lo sguardo, poco dopo che aveva letto la frase di Giussani.


Al Meeting di quest'anno il dvd dell'ultimo concerto di Chieffo (7) é andato letteralmente a ruba. L'ho comprato anch'io e l'abbiamo guardato appena arrivati a casa. Aveva cantato proprio al Meeting dell'anno scorso ed ha salutato questo mondo il giorno d'inizio di quello di quest'anno. "La verità é il destino per il quale siamo stati fatti", recita il titolo questa volta: la Verità, lui, l'aveva cantata per tutta la vita, ora ha raggiunto il Destino che ha così tanto amato.
A un certo punto del concerto, tra una canzone e l'altra, dice: "(...) pensate che a quei tempi c'era il più grande cantautore e pirata della storia, Bob Dylan, che cantava che la risposta non c'era. Cosa dovevo fare io se lui aveva un'ammiraglia pirata ed io una barchetta a remi ?Io l'avevo incontrata questa risposta, lo dovevo dire. E feci queste canzoni: "la ballata della società", "la ballata dell'uomo vecchio", che erano il segno di quella risposta che avevo incontrato io, che era Cristo. Guardate che non si può tacere solo perché si pensa di non avere i mezzi adeguati. E queste canzoni, a quanto mi risulta, sono cantate tuttora esattamente come le canzoni del grande Bob, dopo quarant'anni".
Grande Bob, ma grande, grandissimo Claudio.
E ancor più grande all'inizio del concerto, quando racconta di un giornalista che gli aveva detto: "ho capito che lei non ha un pubblico, ha un popolo" ed al quale lui aveva risposto "guardi, non ha capito fino in fondo, io faccio parte di questo popolo, ed é tutta un'altra cosa"
Già, parte di un popolo.
Strano ma vero, anch'io, ascoltandolo, mi sono sentito così.


E' ora di ricominciare, nel quotidiano di ogni giorno.
Il contenitore alla fine si é riempito, ma non si é reso colmo da solo.
E' stato riempito da Qualcosa che é accaduto.
E' stato riempito da Qualcuno.
Poco prima di uscire dalla Fiera di Rimini, ci fermiamo ancora: incontriamo amici fino all'ultimo istante. Siamo un po' di corsa ormai, ma mia moglie mi spiega poco dopo il senso di ciò che accade: "sembra di perdere tempo - mi dice - ma invece non é così; é il senso di quel che abbiamo sentito sinora: questa é l'incarnazione".
Ha proprio ragione ed é un vero e proprio sussulto.
Il contenitore é tornato finalmente ad essere un cuore.


Note:
(1) Antonio Spadaro - "Ma che significa vacanza?"
http://www.bombacarta.com/?p=455#more-455
(2) La replica dell'incontro é visibile sul sito del Meeting: http://www.meetingrimini.org/
(3) Massimo Pandolfi - L'inguaribile voglia di vivere - prefazione di M.Melazzini - ed. Ares
(4) Pierre Mertens - Liesye, mia figlia - ed. Cantagalli
(5) The Groningen Protocol - Euthanasia in severly ill newborns - N Engl J Med 352; 10, 2005
(7) Claudio Chieffo - Concerto per un amico - dvd . http://www.claudiochieffo.com/

Saturday, May 12, 2007

LA GIOIA IN PIAZZA

FAMILY DAY


di Igino Giordani (1)


A leggere le cronache di certi giornali uno potrebbe credere che la famiglia sia l'ambiente in cui marito e moglie litigano, e i figli si fanno causa per spartire l'eredità, e i vecchi si spengono nella solitudine.

Secondo quelle cronache, le nozze non sono più che un pretesto per fare un po' di baldoria; dopo di che diventano un motivo per convivere, moglie e marito, per anni, senza capirsi e senza sopportarsi.
Certa letteratura cosparge di scherno la vita coniugale e fa del matrimonio un oggetto di derisione.
E invece la famiglia é una società sacra, un rapporto sacerdotale, una missione divina. Il suo valore é da gente dell'uno e dell'altro sesso sciupato talora perché se ne ignora la bellezza. Nessuno mostra a tanti giovani innamorati la nobiltà, e insieme la responsabilità, di quel sodalizio, che la Chiesa salda col sacramento, facendone una fonte di trasmissione del divino nel convivere umano. Troppi non sanno che cos'é l'amore, contemplato spesso solo in funzione erotica; e ignorano poesia e santità di esso.
Questo succede quando si contempla la famiglia con gli occhi annebbiati del materialismo.
Quando invece essa é contemplata con gli occhi della fede, il suo mistero appare congiunto con tutto il mistero della creazione, dove Dio é Padre e gli uomini sono suoi figli.

Per designare questo, che é il rapporto più grande, non si é trovata un'immagine più precisa e pura che quella di famiglia.

(1) Igino Giordani - Famiglia comunità d'amore - ed. Città Nuova

Friday, October 27, 2006

IT WAS FIFTY YEARS AGO


It was more than forty years ago when Bob Dylan sang “How many years can some people exist, before they’re allowed to be free ?”.

It was exactly fifty years ago when the Russian troops suppressed the freedom of the Hungarian people with their invasion in Budapest.

During those dramatic days was so clear the voice of Pope Pio XII, in a radio message, saying that the name of God, “the source of law, justice and freedom” had to “be brought back to our parliaments, our homes, our offices”.

In the same time Chiara Lubich, founder and still president of the Focolare catholic movement, said to many people : “there is a society capable of putting aside the name of God (...) of eradicating it from the hearts of men. So there must be a society who is able to give Him his place. There must be authentic disciples of Jesus, an army of volunteers, because love is free”.

Fifty years after the “volunteers of God” are a reality, inside the Focolare Movement and the Church and they had their meeting in Budapest, at the Sports Arena on the 14th, 15th and 16th of September.

More than 11.000 people, coming from 92 countries in the five continents, together with 13 ecclesial movements and New Communities, christians from various Churches, and follower of Islam and other religions.

Three days looking at the effects on social life where the Gospel is lived in everyday life and in different cultural backgrounds.

Because these are simple men and women that are living the normality of family, work and social life, but – while imitating the first Christians just today in the 21st century – are “like the leaven in the bread, building new heavens and new earth, renewed by the light of the Gospel”.

Simple people but with a great ideal : to propose fraternity as a way that leads to peace.

Because the world, after years and years of fighting for freedom and equality, is still waiting for fraternity.

Just like Bob Dylan, saying more than forty years ago : “An’ we gazed upon the chimes of freedom flashing”.