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Saturday, April 15, 2017

IL TRIPLETE DI BOB DYLAN

Diciamoci la verità: il triplete non ce lo aspettavamo. Che Bob Dylan si sia appassionato al repertorio del Great American Songbook è un fatto assodato. Che, nei suoi concerti, gli standard americani vengano affiancati con disinvoltura ai classici che lo hanno reso celebre, è cosa abituale. E che egli potesse recarsi nuovamente con la sua band nei Capitol Studios di Hollywood, con la voglia di incidere ancora qualche brano, era anche possibile. Ma che il nuovo disco dell’artista americano fosse addirittura triplo, il primo, oltretutto, della sua intera carriera, ed intitolato, non senza una certa dose d’ironia, Triplicate, questo ci sorprende davvero. Tre cd per trenta canzoni - o tre vinili, per gli amanti di questo supporto, che, a giudicare dalle vendite, sembra non tramontare mai - ad esplorare quell’universo comunemente chiamato amore, in maniera, come recita il sito internet dell’autore, “tematica”. Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late – questi i titoli dei tre dischi – viaggiano infatti lungo un percorso composto da brani, alcuni più celebri, altri decisamente meno noti, molti dei quali già interpretati dalla “voce” per eccellenza della musica americana, Frank Sinatra, ma spesso incisi anche da altri cantanti famosi, quali Ella Fitzgerald, John Coltrane e Rod Stewart, solo per nominarne alcuni. Niente, dunque, di apparentemente nuovo, rispetto ai precedenti lavori, Shadows In The Night e Fallen Angels, anch’essi composti da cover.
Certo che questo nuovo disco, a prima vista, appare, per certi aspetti, già irrimediabilmente vecchio. Vecchio, perché, seppure intramontabili, queste canzoni sono più anziane del suo interprete. Vecchio, perché i nuovi brani vengono riproposti con lo stesso stile dei dischi precedenti, anche se stavolta fa capolino una sezione fiati, arrangiata da James Harper e che conferisce una drammaticità aggiuntiva a quel sottile tappeto sonoro che i musicisti, che da diversi anni accompagnano Dylan in studio e dal vivo, sanno ormai costruire alla perfezione. Insomma, il sospetto che la vena compositiva del premio Nobel della letteratura si sia affievolita e che anche questa nuova uscita sia stata programmata con una buona dose di sano “mestiere”, comincia a farsi strada. “Sarebbe così bello che ci regalasse un disco di sue nuove canzoni”, è uno dei commenti che si leggono più frequentemente sui social, quando non si assiste, da parte dei fans, a frasi di vero e proprio disappunto. Tanto più che Bob sa ancora incantare alle prese con il suo repertorio rock. I fortunati spettatori che hanno assistito al Desert Trip, il festival svoltosi nello scorso mese di ottobre in California, e definito da alcuni “il G6 del rock”, per la presenza, oltre a Dylan, di Rolling Stones, Neil Young, Paul McCartney, Who e Roger Waters, hanno potuto vedere quanto la sua energia si sia mantenuta intatta, e come egli, per dirla alla Paul Williams, sia rimasto il formidabile “performing artist”, capace di incendiare ancora il palco quando si esibisce in brani come Highway 61 Revisited, Ballad Of A Thin Man o Like A Rolling Stone (...)


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Wednesday, November 02, 2016

SPEECHLESS

Alla fine siamo tutti “uomini sottili” che hanno cantato la loro ballata: “qualcosa sta succedendo qui, ma tu non sai che cosa”. Come tanti mister Jones, abbiamo cercato ogni tipo di spiegazione. Abbiamo acclamato, oppure contestato il conferimento a Bob Dylan del premio Nobel della letteratura. Siamo rimasti in attesa delle sue parole ed abbiamo cercato d’interpretare il suo silenzio. Qualcuno l’ha apprezzato, altri non l’hanno compreso. Molti l’hanno contestato. “E’ scortese ed arrogante”, hanno scritto. “Se non gli interessa, che lo dica, così lo diamo a un altro!”, hanno affermato alcuni. Perché, in fondo, un premio ha una valenza se il vincitore si dimostra interessato ad esso. In mancanza di questo, possiamo pensare che la ricchezza di ciò che quell’artista ha saputo esprimere possa essere in qualche modo invalidata. Perciò passi pure, andiamo avanti, e vediamo se, con un altro, avremo maggior fortuna. E’ giusto così, non è vero? O forse no? Certamente la strada del rock non è lastricata di buona educazione. Basta mettere su un disco dei Ramones o dei Clash, per rendersene conto. Ma è davvero così importante? Non sarà che il rock’n’roll è una forma di espressione senza fronzoli, cruda, talvolta scomoda e inopportuna, non fosse altro perchè ha saputo esprimere così bene, negli ultimi cinquant’anni, il disagio esistenziale dell’uomo e, in particolare, del mondo giovanile? Nella sua autobiografia “Born To Run”, Bruce Springsteen scrive che la musica e i viaggi furono per anni i suoi compagni migliori, anche dopo che lo spettro della depressione cominciò ad abbattersi sulla sua vita. Essi erano i suoi “fedeli compagni”, la “medicina migliore”: la strada, la musica, i chilometri, da percorrere incessantemente, sino al confine dell’orizzonte, sino alla prossima curva, sino alla ricerca di un significato dell’esistenza che le consentisse di reggersi in piedi. “Una canzone rock è capace di contenere tutto il mondo”, scriveva Greil Marcus nel suo libro Mystery Train e lo stesso Springsteen confidava di avere “imparato di più da un disco di tre minuti” di quanto non avesse “mai imparato a scuola”. Tutto questo per dire – è stato scritto anche questo – che nei momenti più alti la musica rock ha “dato voce alla ferita dell’uomo che cerca di afferrare il mistero”. (...)

Wednesday, May 18, 2016

PLAY FUCKIN' SLOW!

Nella sua biografia del cantante americano, Anthony Scaduto racconta di un giovane Bob Dylan che, tra il 1959 e il 1961, si ritrova spesso a casa dei coniugi Gleason, un appartamento ad East Orange, New Jersey, dove, nel weekend, trova ospitalità Woody Guthrie, il celebre folksinger, ormai gravemente colpito dalla corea di Huntington, che lo costringe ad una prolungata degenza in ospedale nel resto della settimana. "Si era stabilito un legame - racconta Scaduto - tra il morente, creatore della musica popolare moderna e il ragazzo che lo ammirava, e che presto lo avrebbe superato". "Viene oggi il ragazzo?", chiedeva continuamente Guthrie, finché un giorno quel ragazzo non gli aveva cantato la sua Song To Woody, entrando definitivamente nel suo cuore. Scrive ancora Scaduto che Woody, rivolgendosi agli amici che erano soliti frequentare la casa, avrebbe detto: “Quel ragazzo ha una gran voce. Forse non andrà molto lontano con le canzoni che scrive, ma canta come nessuno". Ed aggiunto: "Pete Seeger è un cantante di canzoni popolari. Jack Elliott è un altro cantante di canzoni popolari. Ma Bob Dylan è un cantante popolare. Lui è un vero folksinger". 
A distanza di tanti anni e concordando che su una cosa Guthrie si sbagliava, ossia che quel ragazzo, con le sue canzoni, di strada ne avrebbe fatta parecchia, si potrebbe partire da quelle frasi per provare ad entrare nel misterioso e affascinante universo di Bob Dylan, alla vigilia dell’uscita di un nuovo disco che segue, ad appena un anno di distanza, Shadows In The Night. Il 20 maggio sarà disponibile, infatti, Fallen Angels, un album, come il precedente, interamente composto da celebri standard americani, molti dei quali incisi da Frank Sinatra nel corso della sua lunga carriera. Non si tratta, come sentito dire in precedenza, di registrazioni ricavate dalle sessions del disco precedente, ma di nuove incisioni, esecuzioni di Dylan insieme alla band con cui è stabilmente in tour da diversi anni, effettuate nello scorso febbraio nei Capitol Studios di Hollywood, lo stesso luogo dove Sinatra aveva registrato in passato. Per la seconda volta nella sua carriera, dopo l’episodio di Good As I Been To You e World Gone Wrong, lavori dei primi anni novanta, Dylan pubblica due album consecutivi di canzoni scritte da altri, lui che rappresenta forse l’autore più prolifico ed originale in assoluto nella storia della musica moderna. Colpa di una vena compositiva che, all’età di 75 anni, si è inesorabilmente affievolita o c’è qualcosa in più, che sfugge agli osservatori superficiali? “Bob Dylan è un cantante popolare, lui è un vero folksinger”, aveva detto Woody Guthrie: non sarà questo, forse, che è sempre accaduto, anche quando Bob incendiava il palco chiedendo ai suoi musicisti di suonare “fuckin’ loud” – “fottutamente forte” - Like A Rolling Stone, quella che la rivista Rolling Stone definì la più grande canzone di tutti i tempi?  

Thursday, December 24, 2015

PEOPLE HAVE THE POWER

Nello splendido Hard To Handle, il brillante film di Gillian Armstrong che documenta l'avvio del tour di Bob Dylan con Tom Petty & The Heartbreakres del 1986, alla fine di una Knockin' On Heaven's Door letteralmente da brividi, Dylan raccoglie dal palco una rosa per porgerla ad una delle coriste prima di uscire di scena. Sui palcoscenici di certi shows, specie quelli americani, accadeva che a volte volasse di tutto, dalle scarpe alle cose più bizzarre. Ma era ben raro che Dylan, spesso tacciato d'essere poco o per nulla comunicativo col pubblico, si chinasse a raccattare uno qualsiasi di quegli oggetti, disposto a far sì che diventassero un tramite tra sé e gli altri, sorta di transfert più intenso con la gente sotto il palco. Era successo, però, che l'avesse fatto, un'altra volta almeno. Nel 1978, al termine di un tour attraverso Giappone, Australia, Europa ed America, con una ricca band ed un disco - Street Legal - nuovo di zecca, Dylan, a metà novembre, canta a San Diego, con un mese di concerti ancora davanti a sé. Non si sente troppo bene ed è convinto che anche gli altri se ne siano accorti. Qualcuno, da sotto, butta un crocifisso d'argento sul palco e lui lo raccoglie da terra. Sono gesti che di solito non fa, ma quella volta se lo mette in tasca, per portarlo con sé, fino al concerto successivo, in Arizona, dove si sente ancora peggio del giorno prima. "Ho bisogno di qualcosa", dice a se stesso, ma non sa cosa. Non lo sa perché ha già provato e conosciuto di tutto ed ora prova il bisogno di qualcosa di nuovo, mai conosciuto prima: "mi guardai in tasca e trovai quel crocifisso". (...) 

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Friday, April 17, 2015

TO LIVE OUTSIDE THE LAW YOU MUST BE HONEST


Confesso che, dopo ripetuti ascolti, Shadows In The Night, l'ultimo lavoro di Bob Dylan, tributo dell'artista a dieci standard americani, tutti parte del repertorio di Frank Sinatra, suscita in me sensazioni differenti, a volte persino diametralmente opposte.
E' una questione che riguarda le sonorità complessive del disco, che non si adattano ad essere ascoltate in qualunque circostanza, né alle prese con qualsivoglia stato d'animo. Accade così che ci siano volte in cui le note di queste canzoni producono fascino ed emozione difficili da raccontare, ma anche altri momenti in cui si fa strada un sottile senso di noia e di disagio. Non è la voce di Dylan a produrre tutto questo, intonata e melodica come non mai, abile a giostrasi sui registri bassi e capace di sviluppare una profondità che appare davvero sorprendente per un artista che ha abbondantemente superato la soglia dei settant'anni.  (...)


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Thursday, January 02, 2014

NOCC DE CAPUDANN

"Non sto da una parte o dall'altra. Il mio cuore é con le vittime"
(Johnny Cash)

Hello, Hank. Te ne sei andato solo da poche ore, eppure sono più di sessant'anni, ormai. Doveva essere proprio così, quella notte che ti ha portato via a capodanno. Un'auto che corre, strade buie, freddo nelle ossa, ogni tanto una stazione di servizio, chiusa o abbandonata. Ed un cuore che all'improvviso cede, ferito dal troppo dolore urlato dentro alle tue canzoni. Percorro la mia highway 61, svogliato e stanco. Solo. Non c'è più nessuno ormai, il veglione é passato da un pezzo e non c'è più traccia di vita e di baldoria. Eppure ci dev'essere ancora un sacco di gente che soffre laggiù, nascosta nel silenzio. There's a whole lot of people suffering tonight. From the disease of conceit.
Continuo a guidare. Mi aspettano quelle vie di rock'n'roll, laggiù in fondo alla strada, che sono sempre queste strane corsie d'ospedale. Non conosco ancora il dolore e il desiderio disatteso che attende d'incontrarmi senza pietà. Sofferenza, dubbio e angoscia, misti a condivisione e tenerezza, impegno e sacrificio. Ma anche cattiveria, ipocrisia ed errore. E mille aggettivi per descrivere la stessa cosa. Un'umanità angosciata, tradita, abbandonata. Proprio come l'Uomo dei dolori, in quel suo grido assurdo. Lassù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

Ascolto musica stanotte, quella di Hank Williams o di Townes Van Zandt. Ascolto storie. Quelle di chi se ne é andato come un'umbria, la nocc de capudann ed ha bussato alle porte del paradiso. E di tutti gli altri, quelli che hanno cantato e suonato come fuorilegge, e che per essere tali hanno dovuto saper essere onesti. Ho voglia di stare con loro questa sera. Con gli ultimi, coi derelitti e coi diseredati. E provare a scaldare il loro cuore, solo per sentirlo così simile al mio, ferito in tutte le sue contraddizioni. Sai, Hank, non é mica vero che non usciremo mai vivi da questo mondo, come hai cantato nella tua ultima canzone. Ti sei sbagliato, questa volta, amico, anche se spero che le tue ferite siano state finalmente lenite. E' vero, invece, che c'è un Amore che non ci farà mai morire perché ci precede: "Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo" (1 Gv 4,19).
E' questa la buona notizia, grazie a Dio.
Quella che rende nuovo anche quest'anno vecchio già iniziato.


Monday, November 25, 2013

WHAT GOOD AM I?


What Good am I then to others and me
If I've had every chance and yet still fail to see
If my hands are tied must I not wonder within
Who tied them and why and where must I have been?

What good am I if I say foolish tings
And I laugh in the face of what sorrow brings
And I just turn my back while you silently die
What good am I?

Scrivere del passaggio di Dylan al teatro degli Arcimboldi di Milano, a quasi un mese di distanza ed a ridosso dei concerti alla Royal Albert Hall di Londra - uno di quei ritorni che bastarebbe da solo a giustificare fiumi di parole e di pensieri - parrebbe esercizio inutile, se non fosse che, in fondo, queste righe non stai facendo altro che scriverle al tuo cuore. 
Ho guardato il vecchio Bob mentre cantava. L'ho sentito mentre la sua voce s'insinuava cristallina tra le pieghe più nascoste della pelle. Ho fatto un sussulto dopo "What good am I?", quando il suo pianoforte é diventato all'improvviso quello del Beacon Theatre di New York o dell'Hammersmith Odeon di Londra, concerti ascoltati su nastri fruscianti di mille anni fa, ma vissuti come se fossi stato là da sempre, in prima fila. Un pianoforte che oggi appare in primo piano, ma che allora era poco più di una sagoma nera, trascinata da uno show all'altro, oggetto misterioso che prende forma una sera qualunque e senza preavviso. "Was that ok?" aveva chiesto quella volta a Londra, ma nessuno l'aveva sentito. "The crowd went bananas" - aveva scritto Clinton Heylin, lo stesso autore chiamato oggi a raccontare in un libretto la storia intera di Dylan, nel cofanetto con la discografia completa che la Columbia ha appena immeso sul mercato. "La folla era impazzita", aveva scritto Heylin, sorpresa da una "Disease of Conceit" troppo bella per essere vera, suonata da quell'uomo che, in un modo o nell'altro, finisce per sorprenderti sempre. Suonata su di un pianoforte, oggetto di sorpresa almeno quanto lo sarebbe una chitarra messa a tracolla sulle spalle del Dylan dei tempi d'oggi.

Quanto sia buono Dylan, continuano a chiederselo in tanti, ma é esercizio inutile ed incessantemente svolto ormai da troppo tempo. Cominciarono a Newport, quasi cinquant'anni fa. Lo fecero ancor di più in Inghilterra, poco tempo dopo, tirando fuori personaggi del Vangelo che forse sarebbe meglio lasciare dove stanno. Quanto sia buono Dylan, forse é Dylan stesso a chiederselo di volta in volta, da un palcoscenico all'altro, mentre passeggia sorpreso dai paparazzi su un ponte di Amsterdam, o tra le pieghe del sonno su di un'autobus o di un aeroplano da una città all'altra del mondo del suo neverending show. O mentre dipinge un quadro, oppure, fiamma ossidrica alla mano, plasma una delle sue nuove sculture di metallo.
Quanto sia buono Dylan devi chiederlo a te stesso. Sentire se le corde del tuo cuore sono ancora capaci di vibrare. Le mie, vecchie come vecchi cominciano a diventare i capelli grigi del mio capo, lo hanno fatto un'altra volta, anche se accovacciate sulla comoda poltrona di uno dei teatri più belli di Milano. "What good am I? é speranza non del giudizio buono altrui, ma domanda di riverbero del cuore su ciò che conta veramente, risonanza nell'animo di ciascuno. "Basta poca fede per fare tanta strada", aveva raccontato Bob non molto tempo fa su Rolling Stone,"ma ci vuole tempo per acquisirla: bisogna continuare a cercarla".
Non chiamatelo Giuda, allora, non fatelo più, neppure alla Royal Albert Hall, dove lo ritroverete tra poco. E continuate la vostra ricerca, almeno quanto sembra fare lui, con costanza e pazienza, che la voce sia diventata rauca oppure tornata cristallina. Perché se c'è una cosa in cui Dylan non ha proprio mai tradito é nell'andare incessantemente a caccia del desiderio profondo di felicità che abita nel suo cuore. Ci sarebbe da continuare ad andargli dietro anche solo per questo. Lasciandoci attraversare dalle sue canzoni. E per non dimenticarci di fare la stessa cosa col nostro. Perché non sia assopito, mai.

Thursday, October 18, 2012

BOB DYLAN, LA DOMANDA. E LA STRADA.

"Basta poca fede per fare tanta strada", racconta Bob Dylan al suo interlocutore di turno su Rolling Stone. "E' la cosa migliore che si possa avere. Quando si ha poco altro, basta quella. Ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla". 
C'è tanta roba nell'ultima intervista di Dylan, molto più di quanto ci si aspetterebbe da uno che ha sempre rifuggito ogni tentativo di scandagliare il suo animo ed il significato profondo del suo lavoro. "Sto cercando di spiegare qualcosa che non si può spiegare", dice. E aggiunge: "devi darmi una mano".
Ho smesso di ascoltare Tempest già da un bel po'. Non c'è un motivo preciso per cui l'ho fatto. Ma é come se stessi aspettando qualcosa. Troppe onde, troppa bufera intorno a me. E allora ho atteso. Che fossero le canzoni ad inseguirmi e scovarmi. Finché arrivassero ad essere in grado di raccontarmi qualcosa. Non so se ora é tempo di bonaccia e non so neppure cosa mi riserverà il mare domattina, ma forse quel momento adesso é giunto e allora sono pronto a riprendere il dischetto per metterlo nuovamente nel lettore cd. Dicono che si tratti di canzoni che narrano di morte e di dolore, di grazia e nostalgia, ma tutte le canzoni folk l'hanno sempre fatto. Lo dice a chiare lettere, Dylan, respingendo al mittente tutte le misere accuse di plagio che gli hanno sempre rivolto contro. Si chiama ricchezza, invece, tutto quello che ti porti dentro e che ti viene sempre dietro. "C'è della verità in tutti i libri - aggiunge - e non si può vivere senza leggere dei libri". 

Chissà se é appagante, a settant'anni suonati, la vita di Dylan. Ho sempre pensato che la questione del Neverending Tour fosse una faccenda esistenziale, ma probabilmente mi sono sempre sbagliato: "il solo suonare dal vivo non potrà mai farti felice", dice lui. E allora perché continuare a farlo, sera dopo sera, dall'Europa al Pacifico, notti passate su un autobus tra una città e l'altra dopo ogni show? "Nessun tipo di vita é appagante se la tua vita non é redenta": questo é il punto. Nient'altro. E neppure fare nuovi dischi, per esempio. "Credi che Tempest sia un album epocale?" Ingenua, per essere la prima domanda di un'intervista. "E' come tutti gli altri, le canzoni son venute da sole", risponde lui. Anzi no, é anche peggio. Non é il disco che volevo fare, aggiunge. Ne avevo in mente un altro, uno religioso. Forse é per questo che poi insiste in modo così ossessivo sulla questione della trasfigurazione. E quando l'intervistatore ci torna su, lui risponde: "So solo quello che ti ho detto. Devi indagare per conto tuo per capire di cosa si tratta".

"Io accetto il caos. Non sono sicuro che il caos accetti me", aveva detto Bobby Zimmermann tanto tempo fa, quello che non esiste più e che ha cessato di vivere dopo l'incidente motociclistico del '66. Il Bob Dylan di oggi vede nella trasfigurazione una possibile via d'uscita da quel caos. "E' così che riesco ancora a fare quel che faccio e scrivere le canzoni che canto ed andare avanti".
Forse trasfigurare se stessi vuol dire provare a camminare sulla propria strada tenendo sempre stretta in cuore una domanda di significato. Per sperimentare su di sé che é possibile vedere la propria vita cambiare a poco a poco, nonostante i continui inciampi e le incessanti cadute.  "Tutti abbiamo una chiamata" - dice Dylan in un passaggio chiave della sua intervista - "devi dare il meglio, qualsiasi cosa tu debba fare". La chiamata è sempre quella del cuore, che é fatto per l'infinito. Ed il meglio di noi stessi, dato giorno dopo giorno, é il battito di quel cuore lungo la strada. La domanda é una domanda di Grazia. E la strada é una via di rischio ed imprevisto. "Quando rischi la tua vita per qualcuno, quello é amore, quando qualcuno morirà per te, quello é amore", é l'ultima frase di Dylan. Vale la pena di vivere, per meno di questo?

PS
Ringrazio Giuseppe Gazerro per la traduzione italiana dell'intervista di Mikal Gilmore a Bob Dylan, pubblicata su Rolling Stone, ed il cui testo integrale si trova a questo link: http://www.maggiesfarm.eu/rsintervistabobdylan.htm

Wednesday, August 29, 2012

WAITING FOR A WHISTLE

Uno sguardo ironico e beffardo, a tratti chaplinesco. Quello con cui ti guarda sempre. Dal palco come durante le rare interviste che concede. Occhi che sembrano guardare sempre un po' più in là, oltre le persone, oltre gli avvenimenti che gli stanno intorno. E' buffo ed impenetrabile lo sguardo di Dylan, a passeggio di notte per le strade della città accompagnato da una gang. Dylan nel nuovo video di Duquesne Whistle, che scavalca con nonchalance il protagonista del filmato, un uomo abbandonato per strada dopo un regolamento di conti. Una vicenda quasi comica e grottesca, se non fosse, invece, così maledettamente somigliante a tante storia d'ordinaria e folle realtà.

Tempest, il nuovo disco di Dylan, non é ancora uscito - che bella data, l'undici settembre, per riaffacciarsi - e siamo tutti lì ad interrogarci di nuovo su quello che quest'uomo anziano che ha fatto la storia del rock - e di qualche pezzetto della nostra esistenza - abbia ancora da dirci dopo più di cinquant'anni. Non é necessario, forse, perché il protagonista di Masked & Anonymous ha già spiegato una volta per tutte quale debba essere la chiave di lettura delle sue cose: "Sono sempre stato un cantante e probabilmente niente di più". Esercizio inutile, quindi, scervellarsi ogni volta per vedere significati oscuri e reconditi dietro ad ogni mossa di chi ha deciso da un pezzo di rischiare la propria vita dando se stesso su un palco o su dischi nuovi, nei quali non si prende neppure cura di farsi aiutare da buoni produttori.  Jack Frost in realtà ci ripete anche oggi, come Jack Fate, che "le cose stanno cadendo a pezzi, specialmente il buon ordine di regole e leggi. Sali su una vetta più alta e vedrai saccheggi ed omicidi. La verità e la bellezza sono negli occhi dell'Onnipotente ed io ho smesso di cercare di capire cosa succede molto tempo fa". 
Il rischio, semplicemente, é di essere come la giovane Liza dei Fratelli Karamazov, che s'immagina di mangiare una composta di ananas davanti alla morte violenta di un bambino. Ciascuno di noi é capace di scavalcare la violenza per strada con quello stesso sguardo ironico e chaplinesco di Dylan nel suo video. Non fosse però che quel fischio di Dusquesne porta con sé il sussurro di un Amore più grande di tutte le miserie dell'uomo. L'amore di una madre, da riscoprire magari anche dentro una manciata di canzoni pronta a tenere in caldo l'autunno che verrà.

I can hear a sweet voice gently calling
Must be the mother of our Lord
Listen to that Duquesne whistle blowin'
Blowin’ like my woman’s on board

Sento una dolce voce chiamare delicatamente
Deve essere la madre di nostro Signore
Ascoltate quel fischio di Duquesne che soffia
Sta soffiando come se la mia donna fosse a bordo

Il video di Duquesne Whistle (tratto da questo link)

 

Tuesday, November 22, 2011

SHELTER FROM THE STORM

Ecco, é solo questo, in fondo. Una canzone da far camminar da sola.
Le hai dato vita e l'hai lasciata andare, tutto qua.
Solo questo il trucco, così semplice il tuo segreto.
Un uomo nudo, lassù sul palco, senza più nulla da nascondere. Pietra che non rotola più, direzione di casa che non é più smarrita. Cercasti tutto il tempo quella strada, tu che eri nato troppo lontano dal luogo dove saresti dovuto stare. Ma ora, finalmente essa era là, rifugio dalla tempesta, attraente come donna dai bracciali d'argento ai polsi e fiori tra i capelli. "Laggiù, più avanti, uno strano mondo stava per svelarsi, un mondo tuonante, dagli spigoli taglienti come fulmini". Molti non capirono, o non vollero capire. Ma tu entrasti senza esitare, e noi con te. Thank you Bob.


Wednesday, November 16, 2011

TOGETHER THROUGH LIFE

Cosa sta accadendo ora, Mr. Jones? In questo lunedì sera, in un palazzetto dello sport prestato al rock e gremito in ogni ordine di posti da migliaia di altri mister Jones, ognuno con la propria storia dentro, da vivere e raccontare. Ciascuno alle prese col proprio lunedì, col giorno più bello della settimana - come diceva quel tale tempo fa - perché lunedì é il giorno in cui tutto reinizia ed ogni cosa riaccade.
Quando scendo dall'auto, ho in mente la copertina di un disco. Non c'é la neve e non ci sono le auto del Greenwich Village di New York, anzi c'é solo la grigia ed umida nebbia di Milano, che rischia di raggelare il cuore. Ma chi mi stringe sottobraccio e scende dalla macchina con me, quella metà del mio cuore che ha già scaldato da un pezzo l'altra, e continua a farlo in ogni istante, rende il parcheggio del forum di Assago il luogo più caldo ed assolato al mondo. Le due metà di un cuore, insieme ad un altro concerto di Dylan. Together Through Life.

E pensare che questa sera non dovevo neppure essere qua. Due biglietti cercati troppo tardi, amici sguinzagliati alla ricerca di ciò che non c'é più. Desiderio che diviene rabbia per l'occasione perduta e poi, piano piano, lascia spazio ad uno sguardo verso le circostanze che ti dice che non sei tu ad organizzare la vita, perché quella stessa vita non si lascia organizzare da te. Ed é solo allora, quando lo sguardo si muta in amore anche verso ciò che é scomodo e stretto, che il miracolo accade. Bisogna saper perdere tutto per ritrovare ciò che vale. E allora anche i biglietti del concerto di Bob Dylan e Mark Knopfler saltano fuori. Yes, I believe in magic e il sogno si tramuta in realtà: la magia di due sedie in tribuna d'onore e di un posto auto dentro al forum. E quando, col telefono, ringrazio ancora un'altra volta l'amico grazie al quale siamo qui, la sua risposta é un disarmante "grazie a te per la tua amicizia". Together Through Life - appunto - anche qui.

Ricordo quando, nel 1979, uscì Slow Train Coming, il disco di Dylan della "conversione" alla fede cristiana, il disco fatto assieme a quel pezzo di storia del rock che porta il nome di Dire Straits. Decine di penne scrissero fiumi di parole, molte - come spesso accade - anche inutili. Io, che avevo solo orecchie per sentire, mi feci felice di quel lavorare assieme di Bob & Mark e, perché no, di partecipare di quel che Dylan aveva da dire e da dare, dentro quell'ennesimo pezzo di esistenza che aveva voglia di raccontare attraverso le sue canzoni.
L'amore per Dylan e per Knopfler ha continuato a camminare in tutti questi anni, due passioni a braccetto tra di loro, la gioia di poterli vedere sul palco ancora adesso, le rughe sul volto, i capelli di Mark che non ci sono più, andati via come la voce di Dylan, ma entrambi con la stessa voglia di rischiare la vita ancora là sul palco; loro due come ciascuno di noi, che rispetto a quel palco stiamo lì sotto, ma tutti uguali nel condividere l'avventura di una storia. Quando parte "Brothers in arms" non é nostalgia dei Dire Straits che si fa strada, ma solo un brivido che scorre sotto la pelle e che ti dice che in fondo é propro questo che siamo, tutti quanti: fratelli d'arme, nonostante tutto. Lo scrivo ad un amico, un sms sulle note della canzone, lui é appena un po' più avanti di me, lo posso vedere laggiù nel parterre. Non mi risponde subito, aspetta la canzone successiva a farlo: "On a speedway to Nazareth", mi scrive. Together Through Life, one more time.

Sul concerto di Dylan ho già letto e sentito tanto. Tutto e il contrario di tutto. Che Dylan ha ancora una bellissima voce, una nuova voce, un'altra di tutte le sue voci. O che di voce, invece non ne ha più. Che la band gira a mille, che Charlie Sexton l'ha rivitalizzata. O che invece questa degli Stu Kimball e dei Tony Garnier é ancora la stessa band di zombies che girava sino a poco tempo fa. Che il Dylan che suona la chitarra monoaccordo, l'armonica monofonica, le tastiere plinky plonk é inascoltabile. E che invece no, é Jerry Lee Lewis, é Robert Johnson, é - semplicemente - sempre e soltanto Bob Dylan. Che il suono di questa band é inascoltabile e che no, che diamine, é una fucina che sprigiona energia e passione.
Di tutto questo, al fondo, non m'importa nulla. Ho sentito i brividi lungo una Tangled Up in Blue dove l'uomo, inquieto, vagava per il palco convinto che a quel Mister jones stesse finalmente per accadere qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse. E mi sono accasciato sulla sedia davanti all'anticlimax di Spirit On The Water. L'ho guardato mentre cercava di ridar vita per l'ennesima volta ad una furiosa Highway 61 o ad una sempiterna Like A Rolling Stone. L'ho guardato, con tenerezza, quando ha alzato le braccia, neanche fosse, la sua, una recita del Pater Noster, alla fine dello show.
Non m'importa nulla, perché quel che mi sta a cuore veramente sono pezzi di strada percorsi assieme. Anche stasera ero qui, con Dylan, con Mark e qualche migliaio di altra gente. Pezzi di vita, cuori mescolati assieme, frammenti di reciprocità. Non c'é da scriverci sopra e neppure c'é bisogno di parlare. Solo di camminare insieme, lungo la strada che porta verso casa. Ain't talkin', just walkin'. Together Through Life.





Monday, June 20, 2011

YOU SEE ME ON STREET


Something is happening here, but you don't know waht it is. Do you mister Jones?

Ancora un paio di notti e sarai di nuovo tra noi. Non riuscirò ad esserci, probabilmente, ed è un peccato, con tutte le volte che ti ho visto fino a qua; perdermi proprio la sera dei tuoi settant'anni. Quasi come sbagliare un calcio di rigore, mancare ad un appuntamento così. Ma tant'è, le cose vanno come devono andare, ed io, in fondo, non ho poi così paura di sbagliare, che non è da questi particolari che si giudica un campione.
Chissà se mercoledì sera, a Milano come in qualunque data in giro per il neverending tour, saprai finalmente cosa sta succedendo quaggiù. Ne dubito fortemente. La faccenda esistenziale, al fondo, è ancora rischiare la vita su quel palco, costi quel che costi, non il sapere esattamente quel che ci accade sopra.
Come nella vita, in fondo. Mica sempre ti è dato di sapere, di capire. Ma è bello giocare, provare a scagliare il pallone forte in porta. Vita da mediano che sia, o centravanti che non ha paura di sbagliare. Quel che conta è sapere che quello che ti passa la palla ha dentro il cuore un Destino che è scritto per il bene, proprio come l'avversario che quel pallone cerca di portarlo via. E appassionarsi a quel gioco di squadra che è lo stare in campo tutti insieme, è questo il bello, amici ed avversari, ma abbracciati tutti da un unico e solo Disegno buono.
Buon compleanno, vecchio Bob, have a nice staying here, one more time, spero ci si riveda presto, anche da queste parti.
Io, intanto, continuo a giocare.

Tuesday, May 24, 2011

24 MAGGIO

"....la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente....
E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta"
(Bob Dylan)




Ah già che oggi é il 24 maggio e quasi non me ne ricordavo più. Cosa grave per un blog che per titolo ha pure messo quello di una sua canzone. Tant'é, me ne sono ricordato adesso, dopo aver corso dietro alle solite mille cose da fare di ogni giorno. E allora happy birthday, Mr. Dylan, che aver settant'anni ed essere ancora on stage, in quel neverending tour che é questa nostra vita, é cosa bella e rispettabile davvero.
Certo che ne son passati di anni, anche per me, da quel primo ascolto su quell'ellepi appena uscito - Desire, che bel nome per un disco - che, se ci penso bene, ci sono dei colleghi che lavorano con me che, quando stavo entrando in negozio a comperarlo, loro non erano neppure ancora nati.
Insomma siamo vecchi, ragazzi, tutti quanti, ma felici del tempo che é passato.
Qualche giorno fa, poi, ho trovato anche una mail di uno studente. Sta preparando una tesi sul Bardo e allora gli é venuto in mente di fare delle domande pure a me. Mi ha chiesto quanto la sua opera abbia ispirato la mia professione, che cosa sia l'ispirazione in senso stretto e, insomma, a quali canzoni di Dylan uno dovrebbe far riferimento.
Beh, ci devo pensare, amico mio e mi ci vuole un po' perché i neuroni, ormai, son quel che sono e tutti i giorni ce n'é pure qualcuno che decide d'andar via. Intanto, però, io continuo a camminare, che di parlare ne ho sempre meno voglia - Ain't Talkin', Just Walkin', appunto- perché l'aderenza al desiderio del cuore del Bello e del Vero ha bisogno di fatti e sempre meno di parole, che "non chi che dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma colui che fa la volontà del Padre mio che é nei cieli". E allora vado avanti - I'm Pressing On - come continua a fare il caro Bob, alla faccia di tutti quelli che lo hanno dato per finito, un milione di volte, da almeno quarant'anni a questa parte.
Buon compleanno, amico, ci si rivede all'Alcatraz quest'estate; tu là sopra, a dar la vita come ogni volta, noi là sotto, a farti da compagni d'avventura, come sempre.





Tuesday, February 15, 2011

TIGHT CONNECTION TO MY HEART




Io mi ricordo com'era andata all'Hammersmith Odeon, anche se non c'ero. A Londra, un sacco di anni fa. Me la ricordo, amico, la tua faccia e la folla impazzita tutta intorno. Com'é che dicono da quelli parti? Bananas? Ecco, appunto, matti da legare, tutti quanti. The crowd went bananas, avevano scritto: era proprio quello che era successo. Stavi cantando I Want You, poi chissà cosa ti era preso. Avevi visto una bella ragazza appena giù dal palco, o qualcos'altro era passato per la tua mente. Sta di fatto che avevi cominciato ad ondeggiare con le anche e poi a fare quelle smorfie strane, che a noi sono sempre parsi dei sorrisi.
L'altra sera l'hai fatto di nuovo. Sei salito sul palco, il passo incerto come sempre. Così incerto che quasi inciampi e cadi. Come quella volta, il primo gradino della scala prima di andare a salutare il papa. E poi certo che hai sorriso. Dicono che sei antipatico sul palco, ma non é vero, a me hai sempre fatto una tenerezza immensa. E' che hai sempre rischiato la tua vita, là sopra, quasi ogni sera, da un sacco di tempo a questa parte. E peccato che siano pochi quelli che l'hanno capito veramente.
Così é stato bello vederti, ma bello veramente. Hai fregato il mio cuore, un 'altra volta ancora. In mezzo a tutti quei ragazzi, poi, che pendevano dalle tue labbra. Come sempre, d'altra parte, come tutti. E poi, alla fine, un assolo mal riuscito d'armonica, come a dire: hey ragazzi, é stato bello, ma adesso andate avanti voi, che io vi ho già tracciato la strada lungo la quale dovrete sempre andare. Grazie Bob, ci si rivede alla prossima, quando vuoi; tu lassù sul palco, pianola, chitarra, armonica, voce arrochita, quello che ti pare. Noi là sotto, in prima fila come sempre, per non farti mai sentire solo. Sarà dura, sai, per noi, quel maledetto giorno che non ci sarai più.



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Monday, January 10, 2011

NIGHT VISIONS



Night Visions
One year at a glance, all along the music of my dreams

Si era svegliato all'improvviso mentre sognava d'essere a New York City. Conosceva così bene quella città, anche se non vi era stato mai. Provò a trastullarsi ancora per un po', in quello strano limbo che era il dormiveglia del mattino, luogo dove realtà e fantasia si mescolavano in quel modo così sfacciato. Non aveva troppa voglia di ritornare alla realtà. Era stato un anno duro, quello, ed ogni giorno sembrava troppo difficile da vivere di nuovo. Anche se sapeva che, una volta svegliatosi ben bene, avrebbe ripreso ad intravedere il disegno buono, quello che lega come un filo rosso le cose tra di loro. Quel filo sembrava ricomporre un vestito nuovo, più bello e luminoso dell'abito di prima; ma scucire il vestito vecchio di dosso gli aveva fatto male.
Provò a tornare nel suo limbo per un po', cullandosi lungo la musica che l'aveva trafitto e attraversato, lungo quell'anno che se n'era andato via da poco. E si riaddormentò, ritrovandosi ancora per un po' nelle vie di quella metropoli misteriosa e trasparente.

Una chitarra acustica, violenta ed allo stesso tempo aggraziata; un fingerpicking deciso, a far da sottofondo ad una voce acuta e squillante, nati entrambi accovacciati in qualche posto, in mezzo ai vicoli stretti di Gamla Stan, attanagliati dal freddo e dal ghiaccio e poi volati via, fino ad altre strade, anch'esse ricoperte dalla neve, ma larghe e scaldate dalla folla e dalle auto di una città alla ricerca di un Greenwich Village che non c'era più. The Tallest Man On Earth aveva dolcemente riscaldato le sue mani ed i suoi piedi intirizziti dal freddo, The Wild Hunt l'aveva ricondotto fin lassù, un ragazzo e una ragazza abbracciati, gli stivali nella neve, i palazzi sullo sfondo, un vecchio furgoncino parcheggiato lungo la via.
Poi un'altra chitarra l'aveva bruscamente riportato via, fino ad East New York, il posto dove non dovresti mai stare. Poliziotti lungo la via, sguardi lanciati dentro la sua auto con fare minaccioso e quella chitarra che continuava a suonare così strana. Ma come cavolo faceva Neil Young a tirare fuori dei suoni fatti in questo modo? E quel titolo bizzarro, Le Noise, mezzo francese e mezzo inglese, che poi ce ne fossero in giro di rumori fatti così bene. Suonava come un ornitorinco, aveva detto qualcuno, quel ragazzotto di sessant'anni che aveva ancora voglia d'indossare la sua camicia ed i suoi jeans e di dire all'America qualcosa.
Ma se ne doveva andare in fretta da quel quartiere, così girò l'auto in qualche modo e si ritrovò indietro, lungo avenues larghe e più rassicuranti. Parcheggiò la macchina e si mise a camminare; lo fece a lungo, finché arrivò a vedere il mare. Si appoggiò alla balaustra del ponte e si mise a fissarlo. Il mare, d'inverno, gli faceva sempre un po' malinconia. I Midlake e John Grant avevano provato a raccontargliela nel profondo, ma lui non ce l'aveva fatta ad ascoltarli. Troppa tristezza e lui non era riuscito a sostenerla fino in fondo, così aveva deciso di spazzarla via. Forse ci sarebbe voluto il coraggio degli altri, ma non gliene importava troppo, in fondo, preferiva evitare di percorrere sentieri troppo pericolosi per lui. Così aveva preso con sé le dolci melodie di una donna e con quelle si era infilato di corsa nel piano bar più vicino sulla strada, pronto ad annegare i suoi pensieri in una calda tazza di caffé. Natalie Merchant, lei sì che aveva le chiavi per entrare nel suo cuore. Canzoni e poesia, musica e letteratura insieme, un disco - Leave Your Sleep - tutto da leggere ed ascoltare, anche se lui, il suo sonno ed i suoi sogni, non voleva saperne di lasciarli andare. Tant'é, se ne rimase lì al caldo per un po', poi quando si sentì di nuovo a posto, uscì fuori all'aperto. L'inverno, come d'incanto, aveva lasciato il posto al sole ed una piacevole brezza estiva sembrava avvolgere ogni cosa. Là, vicino al parco, si era radunata un bel po' di gente ed era ancora una donna che cantava. Accompagnata ora dalla sua chitarra, ora dal piano, la sua voce era sensuale e dirompente. Un nome d'altri tempi e d'altri luoghi - Terra Naomi - mentre una canzone dal titolo esaustivo - Go Quietly - dava al suo passo il ritmo giusto per andare. C'era un bel po' di gente, intorno, ad ascoltare, così aveva cercato un tavolino anche per sé e si era seduto per un po'.
Da quel posto, un bel po' di tempo fa, si potevano scorgere le Twin Towers, laggiù sullo sfondo. Ora tutto questo non c'era più. Ma si ricordò che un giorno aveva visto qualcosa capace di rompere il dolore che ora stava tutto intorno. Un gruppetto di uomini, camminare ora cantando, ora in silenzio ed in preghiera, dietro a una croce che, dal ponte di Brooklyn era arrivata fin lassù, a Ground Zero, come chiamavano adesso quel luogo di pianto e stridore di denti.
La ragazza aveva smesso di cantare ed era andata via. Anche tutta la gente sembrava essere svanita in un istante. Come al solito, la musica aveva portato troppo in là tutti i suoi pensieri. Frugò nella borsa, alla ricerca dei suoi libri o di un giornale, non aveva ancora voglia di alzarsi ed andarsene via da lì. Trovò un disco, ah già, eccoli qua, anche loro, quelli della Nazionale. Come gli erano piaciuti anche questi, lui che non li conosceva ancora. High Violet era un gran bel disco, ma lui era andato a scoprire anche gli altri, quelli che parlavano di tristi e sporchi amanti e di strani alligatori. Fortunato lui, che li aveva scoperti prima che fosse troppo tardi.
Nella borsa c'erano altri dischi e accidenti forse era per quello che pesava così tanto; mannaggia a lui che non riusciva mai a mettere tutta la sua musica nell'iPod e preferiva averla ancora in quelle strane, scomode e squadrate scatole di plastica, che sembrava non interessassero più a nessuno. Queste due, poi, erano proprio grosse. Una se la tirava dietro da un pezzo, più di un anno di sicuro. The Live Anthology, c'era scritto sopra, come dire un'enciclopedia, portatela dietro tutta, che così saprai sempre il significato d'ogni cosa. E poi, di fianco a Tom Petty anche Bob Dylan, che poi, in fondo, quei due erano sempre stati culo e camicia. Quella, poi, pesava ancor di più: The Original Mono Recordings c'era scritto. Scoppiò in una fragorosa risata, chissà se c'era in giro ancora qualcuno che sapeva cosa volesse dire quella buffa parola: mono. Ma a lui non importava nulla di quello che gli altri non sapevano, lui ne conosceva bene il significato. C'era dentro tutta la New York City che non c'era più, tutta la musica e le parole che aveva sempre conosciuto. E, in quel momento, gli sembrò di non aver bisogno di nient'altro.

Lo squillo del telefono lo risvegliò bruscamente: "dottore, ha chiamato il pronto soccorso, hanno detto se può scendere che c'é un paziente da vedere". Non era più tempo di sognare, adesso: la realtà, sotto forma di un cuore fatto di carne, l'aveva richiamato bruscamente a sé. Mise su gli zoccoli e si fiondò rapidamente in ascensore. Faceva sempre fatica a saltare all'improvviso giù dal letto, ma non era infastidito, questa volta.
Mentre scendeva dal decimo piano, pensò a tutta quella buona musica che l'aveva attraversato quell'anno, musica che gli aveva scaldato il cuore. Come la vita, d'altra parte. Anzi era quest'ultima che, lungo quella colonna sonora, glielo aveva scaldato ancor di più. Anno di Grazia 2010, così l'avrebbe chiamato. E, dietro l'angolo, un anno nuovo che stava già correndo.
Era una gratitudine, quella che si faceva strada come sentimento prepotente del suo cuore.
E lui, la sua vita, non aveva più paura di donarla tutta.






Tuesday, October 26, 2010

LONG AGO, FAR AWAY


Se una sola canzone come Like A Rolling Stone, ha avuto la capacità di generare un libro intero, sebbene scritto dal grande Greil Marcus, su un'uscita discografica come le rimasterizzazioni mono dei primi otto dischi di Bob Dylan, si potrebbe scrivere un'enciclopedia intera.
Dal 1961, anno in cui fu registrato il primo lp "Bob Dylan", alla fine di dicembre del 1967, momento d'uscita di "John Wesley Harding", c'é un intervallo di tempo che equivale ad un intero percorso generazionale. All'inizio c'é un ragazzo che, al sabato pomeriggio, si ritrova a casa Gleason, per sedersi sul divano, chitarra e armonica con sé, fianco a fianco di un Woody Guthrie stanco ed ammalato, ma capace di riconoscere la vera novità che avanza. Lo aspettava sempre, il vecchio Woody: "viene oggi, il ragazzo?", la mente dritta e sicura, l'unica cosa non tremante di quel corpo, ferocemente attanagliato dalla corea di Huntington. Un ragazzino affascinato dalla vita alla quale si stava affacciando, dall'America dei sessanta e dalle scintille della scena musicale folk di allora. Un giovane a tratti insicuro - "accadeva che improvvisamente, un istante prima di cominciare, dicesse:'non ne ho voglia, andiamo a casa'. E io: 'Bob devi andare avanti" (Mikki Isaacson) - ma allo stesso tempo entusiasta e deciso come pochi altri: "dava l'impressione di essere uno che conosce tutte le regole e le trasgredisce regolarmente.. si mascherava da quello che non sa nulla ma si capiva che sapeva quello che faceva e che ignorava le regole deliberatamente: e la cosa funzionava" (Dave Van Ronk). (1)

Ma Dylan, che doveva andare avanti, lo sapeva bene. E in questi dischi ci sono tutti i paesaggi della sua avventura. Il fascino di quella voce narrante, che percorre le emozioni della propria particolarissima esistenza e fa da colonna sonora degli scenari più importanti. La Civil Rights March di Washington é ancora una chitarra acustica che suona, così come lo é il timore di una nuova e devastante guerra atomica, una tragica e definitiva hard rain che i signori della guerra rischiano di far scoppiare nei difficili giorni della crisi missilistica di Cuba del '63. Ma il ragazzo che cresce e si fa uomo é una musica e un'anima che si fanno sempre più complesse e articolate. Il suono diventa di mercurio ed é la vita che si stratifica lungo avvenimenti intensi. Da Bringin' It All Back Home fino a Blonde on Blonde c'é spazio per il matrimonio con Sara, forse l'unico vero grande amore di Bob, per i figli, per una vita on the road sempre più sfida con se stesso e con un pubblico che non capisce quante le sue ruote corrano sempre troppo veloci. L'anticlimax del festival di Newport del '65, la sfida a duello col pubblico inglese dei concerti del '66, sono l'epifenomeno di un'unicità artistica che non può fare a meno di lasciare un segno indelebile nella storia della musica che amiamo. E' per questo che una canzone come Like A Rolling Stone può produrre un libro intero. "Suonate fottutamente forte!", aveva gridato ai suoi musicisti quella sera, alla Free Trade Hall di Manchester, perché no, accidenti, lui non era Giuda, come aveva urlato quel ragazzo giù nel pubblico. Lui stava andando semplicemente dritto per la propria strada, l'aveva sempre fatto tutto il tempo ed il problema degli altri era il non comprenderne la sincerità e la passione. Scrive Greil Marcus, di quel momento leggendario: "Dylan si accolla la canzone come se non avesse mai sentito un fardello simile in tutta la sua vita. Non la canzone, ma tutto quello che era venuto prima e lo scontro che rimane. E' una stanchezza che va oltre il corpo, é uno stato dell'essere; si muta in rimpianto. Poi ogni emozione é possibile. La quarta strofa e l'ultimo ritornello portano via il tetto dell'edificio, spazzano via tutti i limiti della canzone, con quello che a prima vista sembra rabbia che si trasforma dentro ogni parola in un abbraccio, poi avversione, poi sgomento: lo stesso cantante é impaziente di vedere quello che seguirà. Robbie Robertson accompagna la canzone che va avanti per quasi un altro minuto, quasi rifiutandosi di lasciar andar via la gente. Quando finisce, l'applauso sommerge qualsiasi altro rumore". (2)

Tra il penultimo e l'ultimo disco di questo cofanetto, rispettivamente Blonde On Blonde e John Wesley Harding, c'é ancora una volta un universo intero. Dall'orlo dell'abisso, il rischio grosso di finire prematuramente un'esistenza che correva ormai decisamente fuori giri, alla vita familiare di Woodstock, forse l'unico periodo sereno della vita di Bob. L'incidente motociclistico del 29 luglio 1966 é uno spartiacque, uno stop certamente non cercato, ma forse esistenzialmente atteso, una modalità per ripartire, provando a riconsiderare tutto da un punto di vista diverso. "Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean, sono tutti morti", aveva scritto una volta e Dylan non poteva e non voleva essere un faro generazionale, sorta di nuovo messia per qualsivoglia turbamento o desiderio di cambiamento di tutti coloro che si sentivano identificati in lui, col rischio di mettere poi a repentaglio la sua stessa vita lungo un'insostenibile accelerazione. Il suo percorso artistico e musicale era certamente espressione tra le più sensibili della sua epoca, ma comunque sempre e soltanto descrizione della ricerca di significato per la sua stessa vita. "Io scrivo canzoni, una poesia é un uomo nudo.. qualcuno dice che io sono un poeta", aveva detto ancora, e allora che senso ha cercare di rendere ancor più nudo un uomo che si é già reso pietra rotolante, che, come la donna della sua canzone, é invisibile, adesso, e non ha più niente da nascondere? E' più logico, invece, che sia il prodotto di quell'arte - le canzoni - ad avere dignità per camminare da sé, perché ognuno possa farlo proprio, lasciando che l'autore continui a percorrere la sua strada. Se, dunque, "una canzone é qualcosa che può camminare da sola", che ciascuno percorra il proprio viaggio, anche grazie ad essa. Magari insieme, però, perché la condivisione non é esclusa da questa modalità e proposta di cammino. E, d'altra parte, se il Never Ending Tour é ancora in corso e il vecchio Bob é ancora lì sul palco a riproporsi senza tregua, significa che, a dispetto di un'impressione fredda e distaccata, c'é un bisogno reale di andare avanti insieme: "Dicono 'Dylan non parla mai'. Che accidenti c'é da dire ? Non é quella la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente. Un artista ha uno scopo differente. Io non voglio essere insensibile e dire che non me ne importa niente. Ti importa, ti importa molto altrimenti non saresti lì. Ma c'é un diverso tipo di connessione. Non é una cosa leggera. E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta" (3).



Che si provi, allora, a ripercorre un lungo pezzo della strada di Dylan, attraverso l'ascolto sincero e appassionato degli otto affascinanti dischi di questo cofanetto. Sono canzoni scritte tanto tempo fa - long ago, far away - ma sembravano così vecchie allora, sono molto più giovani, adesso. E magari accadrà anche a noi, come al protagonista di Masked & Anonymous, di scoprire dove stanno di casa quella verità e quella bellezza di cui abbiamo sempre bisogno: "sono sempre stato un cantante e probabilmente niente di più. A volte non é abbastanza conoscere il significato delle cose, a volte abbiamo bisogno di non saperne il significato. Le cose stanno cadendo a pezzi, specialmente il buon ordine di regole e leggi. Il modo in cui guardiamo al mondo é il modo in cui siamo fati. Se lo guardi da un giardino fiorito tutto sembra perfetto. Sali su una vetta più alta e vedrai saccheggi e omicidi. La verità e la bellezza sono negli occhi dell'Onnipotente: ho smesso di preoccuparmi di capire cosa succede molto tempo fa".




Note:
(1) da: Anthony Scaduto, Bob Dylan, la biografia, Arcana ed.
(2) da: Greil Marcus, Like A Rolling Stone, Donzelli ed.

(3) intevista di Jonathan Lethem per Rolling Stone, settembre 2006,



Thursday, February 11, 2010

I FEEL A CHANGE COMIN' ON


Di questioni sociali e politiche, qualcosa doveva pure importare a quel ragazzo, sbarcato a New York City dal freddo Minnesota. Se non altro perché al Village, alla sera, o il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti intorno ad un vecchio e malandato Woddy Guthrie, di quelle questioni erano permeati i discorsi e le canzoni.
Non era difficile, perciò, che emozioni e sentimenti si coagulassero in un senso di speranza, desiderio e percezione di tempi che stessero cambiando, sorta di antesignano "Yes We Can", bandiera di una generazione con tanta voglia di percorrere un sogno d'amore e di giustizia.
Di quel sogno aveva parlato con accenti e tinte forti Martin Luther King, quel giorno a Washington, davanti a migliaia e migliaia di persone in marcia. Ed il ragazzo era lì anche quella volta, tramutando in note le stesse aspirazioni, che non potevano non far parte anche del paesaggio della sua strada. Eppure era la strada stessa ad interessarlo di più, quella alla ricerca di un destino, sorta di percorso di resistenza esistenziale, sotto forma di poesie ricamate sulle corde di una chitarra e di un'armonica a tratti anche sgraziata. Bob Dylan che, nel corso di una vita, di strade ne percorse poi mille ancora, cantando negli stadi e nei teatri, da solo e con altri, davanti a gente comune e presidenti, persino davanti al papa. Dylan che ora canta pure alla casa bianca, di fronte a Obama, a dire che sì, i tempi stanno cambiando anche adesso; ma quel Dylan é anche lo stesso che ammonisce sul political world in cui viviamo, un mondo di saggezza sbattuta in galera, tradita, ingannata, a marcire in una cella, senza nessuno che ne raccolga una traccia (1)
E allora, forse, sono le facce di una stessa persona, Dylan che parla e guarda in faccia al suo destino, e che dice a se stesso (ed a chi voglia ascoltarlo per davvero), che sono i tempi dell'anima che possono non smettere di cambiare, giorno dopo giorno, i cancelli aperti sulla soglia della speranza, so honey, just allow me one more chance.

Ho pensato a quel vecchietto, ancora in giro con la sua chitarra, che ha riempito di dischi la mia casa e coperto di note le canzoni che percorrono i miei pensieri.
Ho pensato ai presidenti, ai sogni e alle speranze della gente comune come me.
Ed ho ripreso in mano l'ultima lettera di padre Aldo Trento, in mezzo ai suoi malati terminali, agli orfani ed ai derelitti del Paraguay. E ad un vicepresidente, quello di quel paese, che tutte le mattine va a trovarlo alle cinque e mezza, per recitar le lodi assieme a lui, perché "pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose" e poi, se no, come si fa "a sopportare la faccia del presidente e dei ministri" ? (2)
Ho pensato a tutto questo ed ho ritrovato la speranza, anche dentro le mie miserie di ogni giorno. E' una strana forza quella che si fa strada e mi fa dire che ce la posso fare anch'io, un'altra volta anche domattina, perché the times they are a-changin' e sì, I feel a change is comin' on. E' una forza che si manifesta sempre nella debolezza, perché si affida alla mano di un Altro, a poco a poco sempre più visibile dentro quella strada.
Quella é la battaglia che infuria là fuori, che scuoterà le finestre e farà tremare i muri. (3)
Ma non mi fa paura: é qualcosa che fa rima con speranza.




Note:
(1) We live in a political world / Wisdom is thrown into jail / It rots in a cell, is misguided as hell / Leaving no one to pick up a trail (Political World, Bob Dylan, 1989)
(2) UN UOMO VERO - lettera di padre Aldo Trento, 9/2/2010
Cari amici,
Dio ci dona sempre qualcuno a cui guardare. A volte è un mendicante che ti chiede e tu lo guardi vedendo in lui la faccia di Cristo, o un bambino abbandonato che si affeziona e a chi gli domanda il suo nome e cognome risponde: Trento Gabriele. A volte è il vicepresidente della Repubblica che era in vacanza in Brasile quando l’ex vescovo presidente lo chiama di urgenza perché deve andare ad incontrare i suoi amici Chavez, Morales e Correa e ovviamente il vice deve assumere la presidenza ad interim. Così Federico, il vice, parte e con la macchina, guidando lui, torna a casa ieri, domenica. Erano le 21 ed era appena entrato in territorio Paraguayo quando mi chiamò: “ Padre Aldo, domani mattina sono lì alle 5 e 30 per recitare Lodi, aspettami.” Rimasi commosso, un uomo, un politico che si preoccupa di avvisarmi che sarà qui alle 5 e 30 per recitare Lodi. Amici, capite? Chi di noi e dei nostri politici si preoccupa di vivere un gesto come questo delle Lodi? Lunedì mattina alle 5 mi alzo, per preparare la colazione, come ogni lunedì per il Presidente in esercizio, perché alle 5 e 30 puntuale arriva. Però questa volta alle 5 e 30 arriva il suo segretario e mi dice: “Padre, Federico ti ha chiamato ieri sera alle 22 per dirti che sarebbe arrivato a casa all’1 della mattina e per chiederti se era possibile dire Lodi alle 7.” Che attenzione, ma che coscienza del Mistero! Alle 7 arriva e dico: “Presidente a quest’ora c’è la processione con il Santissimo nella clinica e l’adorazione”. “Padre, vamos (andiamo)”. E così in compagnia di Gesù abbiamo visitato infermo per infermo, ha fatto anche lui la comunione in ginocchio sul pavimento, ha ascoltato il vangelo del giorno con il commento e poi abbiamo fatto colazione assieme. “Padre, non posso incominciare la settimana senza questo gesto con voi, padri, perché come potrei affrontare gli impegni, le incomprensioni quotidiane? Per me pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose.” Normalmente viene sempre alle 5 e 30 del mattino perché alle 6 questo presidente convoca il consiglio dei ministri, che, essendo un problema, se non guarda prima in faccia Gesù, gli sarebbe impossibile sopportare la faccia del presidente e di certi ministri. C’è davvero tanto da imparare. Ciao, P. Aldo
(3) There's a battle outside and it's ragin' / It'll soon shake your windows and rattle your walls (The Times They Are A-Changin', Bob Dylan, 1964)


(padre Aldo con il vicepresidente del Paraguay)

Friday, November 06, 2009

IT'S ALL GOOD

"I don't give a shit who plays bass"
(Bob Dylan a Kenny Aaronson, 1989)


Un giorno, quando il Never Ending Tour sarà finito, spero che scriva le sue Chronicles anche lui. L'uomo inossidabile, sempre tranquillo e sorridente al fianco di Bob Dylan da vent'anni a questa parte, da quando cioé sostituì al basso Kenny Aaronson, costretto a lasciargli il posto nella band per intraprendere la battaglia, fortunatamente vinta, con un melanoma. Tony Garnier, qualche giorno fa a Chicago, in una sera di Halloween in cui a Dylan dev'essere venuta in mente la sua performance di mille anni fa a Philadelphia (1), non se l'é sentita di stare al gioco col maestro in vena di scherzi, che ha tentato di fargli imitare Willie Nelson sul palco, dopo essere riuscito nell'intento con quella statua di sale di Stu Kimball, presentato come fosse Tom Waits e che poco c'é mancato che Tom Waits sembrasse sul serio. Stu aveva sfoderato una bella voce blues, cantando il primo verso di Jesus Gonna Be Here, prima di tornare diligentemente al suo posto, là in fondo, a fare lavoro di tappeto ritmico, con quella chitarra senza lode e senza infamia in mano. Ma Tony no, lui non se l'é sentita ed ha continuato come sempre a far da sfondo a Bob, lui che ha visto musicisti di ogni tipo girargli incontro, lui che, probabilmente, conosce Dylan meglio di chiunque altro e che proprio per questo non ne parla mai con nessuno.
Chi, invece, sa stare al suo posto, ma, allo stesso tempo, si fa capace di stuzzicare senza pari il bardo, é quel fenomeno di Charlie Sexton, che, oltre ad aver fatto finalmente comparire una chitarra nello show, sta facendo ritrovare a Dylan energie, umorismo e desiderio che sembravano assopiti per sempre, senza possibilità di recupero alcuna.


Qualche giorno fa, le note del concerto di Chicago fuoriuscivano allegramente dal mio stereo, a fronte di una giornata che allegra non sembrava essere stata proprio per nulla. Ci sono giorni in cui ti sei impegnato a fondo nel fare la tua parte: amare il prossimo, piangere con chi piange, ridere con chi ride; l'hai fatto al punto tale che, lo sguardo calato ogni momento dentro ciò che accade, giunto alla fine della giornata ti sembra d'aver perduto l'amore che hai donato e di provare solo stanchezza, quasi fosse polvere accumulata su di te, polvere che offusca la visuale, toglie il senso a ciò che hai fatto e stai facendo, appesantendoti e facendoti smarrire. Ma ci sono giorni - tanti, troppi - in cui non riesci affatto ed il tuo fare é uno sfuggire, un trascinarsi stancamente, una tristezza di fondo dalla quale sembra sia quasi impossibile uscire.
Forgetful Heart, messa lì dentro quel concerto, ti coglie e ti spiazza all'improvviso, in un momento così, al ritorno dal lavoro, in cui l'orizzonte del tuo sguardo sembra non andare più in là di quei pochi metri che separano il muso dell'auto dal pezzo di strada che riesce a intravedere là davanti. La voce di Dylan ti prende di sorpresa, intonata e appassionata come non mai, su un tappeto sonoro lento, discreto ed avvolgente, che inesorabilmente si fa spazio un po' alla volta, in mezzo a pensieri così densi che nemmeno una furibonda Highway 61, cantata di lì appresso, sarebbe riuscita in qualche modo a spazzar via.
Quella canzone, che parla di cuori perduti e smemorati ("forgetful heart / lost your power of recall / every little detail / you don't remember at all"), é la tua canzone, canta i versi del tuo cuore. Perché tutto questo é quello che sei tu, nel tuo giudicare la realtà condizionato dai fantasmi della mente, dalle emozioni che hai provato e dall'esito delle vicende che hai vissuto, successi e fallimenti che, come diceva quello là, in fondo non sono altro che maledetti impostori.
No, non é l'esito ciò che ti definisce, ma un cuore che recuperi la memoria del proprio desiderio. Un cuore appassionato, che sappia leggere, dentro le vicende del momento, l'agire di un Altro che lega le cose tra di loro con un filo rosso che sa di Destino buono.
E' in quell'istante - quando la percezione di ciò che é l'Amore riesce a farsi strada nuovamente - che quella stessa strada si allarga all'improvviso e, scossa la polvere di dosso, fa sì che lo sguardo riesca a vedere ogni cosa da vicino e da lontano. "It's all good", canta Bob Dylan, ed é tutto buono, tutto davvero, senza che nulla, ma proprio nulla, debba essere censurato dalla tua giornata.
Quando sei arrivato in fondo, ed il cammino é giunto sino a casa, ti accorgi che anche oggi un Altro si é fatto largo per misericordia dentro la tua vita, attraverso la canzone di un amico.
Vecchio disgraziato di un Bob Dylan, che ci volevi proprio tu, questa sera, a fare da strumento per ridestarmi dal mio solito e inguaribile torpore.



Note :
(1) "I have my Bob Dylan mask on, I'm masquerading," Bob Dylan, Philarmonic Hall, Philadelphia, "The Halloween Concert", 31 ottobre 1964.

Saturday, October 24, 2009

FALL IN LOVE


Autunno 1989, Bob Dylan ritorna a New York City. Quattro concerti al Beacon Theatre, dopo quelli splendidi al Radio City Music Hall dell'anno prima. Bob Dylan che ha abbandonato le arene e i grandi stadi, che non ha più dietro a sé Tom Petty e gli Heartbreakers o i Grateful Dead e che ora suona con pochi musicisti - chitarra, basso e batteria - in piccoli teatri. E' iniziato il neverending tour, ma nessuno, probabilmente neanche lui, sa ancora che quello é uno show che non ha mai fine.
Dylan che, sul palco, sembra più crepuscolare e scontroso che mai: sono scomparsi i sorrisi e le risate che regalava alle platee su e giù per gli States nell'estate del 1986. Erano momenti più felici quelli di allora? Sembrerebbe proprio di no: "Avevo fatto diciotto mesi di tournée con Tom Petty and The Heartbreakers. Sarebbe stata l'ultima. Mi sentivo tagliato fuori da ogni forma d'ispirazione. Qualunque cosa fosse stata presente all'inizio, era scomparsa o si era raggrinzita. Tom stava dando il meglio di sé ed io stavo dando il peggio. Non riuscivo a superare gli ostacoli, tutto era a pezzi. Le mie stesse canzoni mi erano divenute estranee. Non avevo la capacità di toccare i loro nervi scoperti, non riuscivo a scendere sotto la loro superficie. Il mio momento era passato. Nel mio intimo, il mio canto mi risuonava vuoto e io non vedevo l'ora di ritirarmi e piegare le tende. Adesso con Petty si trattava di arrivare alla fine del mese, dopo di che avrei detto basta. Ormai ero, come si dice, sulla china discendente. Se non ci stavo attento rischiavo di ritrovarmi a gridare al muro, pieno di furia e con la bava alla bocca. Lo specchio aveva fatto un giro su se stesso e io vedevo il futuro, un vecchio attore che rovista nei bidoni della spazzatura fuori dal teatro dove una volta aveva trionfato" (1)


Il mistero della performing art di Bob Dylan risale dunque sul palco di New York il 10 ottobre del 1989, per una serie di concerti attesi, la "promessa" di sentire dal vivo le canzoni di Oh Mercy, lo splendido nuovo disco, uno dei suoi più belli di sempre. Ma cosa é successo a Dylan? "Invece di essermi perso chissà dove alla fine di una storia, capii che in realtà ero all'inizio di una nuova. Potevo mettere da parte la mia decisione di andare in pensione. Sarebbe stato interessante ricominciare da capo, mettendo me stesso al servizio del pubblico. Sapevo che ci sarebbero voluti anni per perfezionare e rifinire questo nuovo idioma, ma grazie alla mia fama e alla mia reputazione l'opportunità si sarebbe presentata". (2)
Il Bob Dylan che sale on stage quella sera é impacciato, barcolla paurosamente, alla fine di ogni canzone non si sa mai se riuscirà a partire per quella successiva; troppe bottiglie di whiskey nel camerino, dicono, ma probabilmente non c'é solo questo; eppure il genio é intatto, l'incedere dello show magico e imprevedibile. Finché arriva Like A Rolling Stone. Essenziale, dura, precisa e senza fronzoli, fino a quell'armonica, messa lì improvvisata, proprio al termine della canzone. Soffia, aspira, succhia; cerca la fine e non riesce a trovarla, sembra un bambino che sta imparando a suonare. E' un anticlimax, é imbarazzante, ma é la musica che cerca l'espressione di se stessa. G.E. Smith lo capisce al volo: sempre un passo avanti agli altri musicisti della band, lo segue da vicino con la sua chitarra, fa da sfondo perché accada ciò che ha da accadere. Finché la canzone risale, percorre territori inesplorati, momenti sospesi in aria senza tempo, la gioia e l'eccitazione degli spettatori in sala, la canzone che canta se stessa, canzone "come un sogno che si cerca di rendere vero", canzoni "come strani paesi dove bisogna entrare" (3). Paesi in cui Bob, per fortuna, entra quella sera senza esitare.


Per qualche strano motivo Bob Dylan sembra spesso ritrovare in autunno energie nuove ed inattese. Era accaduto in quelli shows del Beacon Theatre, ma la cosa si era ripetuta in altre occasioni. Il fall tour del 1991, per esempio, aveva visto un gruppo di musicisti scalcinati trasformarsi d'incanto in una solidissima rock band, capace d'intendersi alla perfezione con un artista che sembrava aver ritrovato se stesso dopo essersi stancamente trascinato sui palcoscenici di mezzo mondo per tutto l'anno. Anche Oh Mercy aveva ridestato in autunno il desiderio compositivo di Dylan, che lui stesso pensava d'aver perduto per sempre: "Avevo fatto tutto quello che si doveva per arrivare dov'ero, lo scopo era raggiunto e non avevo più ambizioni al riguardo (...). Non ero capace di sforzarmi a scrivere, ero convinto che non avrei scritto più niente, e comunque non avevo bisogno di altre canzoni". (4)
Autunno così denso di malinconia e forse per questo così caro ad un musicista che sembra non poterne mai fare a meno. La malinconia di Oh Mercy é la malinconia di New Orleans, quella che "pende cronica dagli alberi", ma quella di cui "non ci stanca mai". C'é malinconia anche nei concerti del tour autunnale del 1999 e del 2000, tra i migliori in assoluto di sempre. Ce n'é un sacco in quelli del 2002, quando Bob regala quasi ogni sera splendide interpretazioni dei classici di Warren Zevon, che, sul viale del tramonto della vita, morirà di lì a breve per un mesotelioma, poco dopo aver pubblicato The Wind, uno dei suoi più bei dischi di sempre.


L'autunno di questo 2009 non sembra un'eccezione, dentro tutta questa avventura.
Il rimpiazzo di Danny Freeman con Charlie Sexton pare abbia ridestato l'artista da un letargo che aveva reso il Bob Dylan Show una sorta di circo che si trascinava stancamente in giro per il mondo. Ma il talento di questo straordinario chitarrista non sembra sufficiente a spiegare il desiderio e la passione che riappaiono percepibili nelle performances del Bob di questi giorni. Come G.E. Smith era capace d'interagire con lui in maniera unica, anche Sexton sembra comunque aver innescato un circolo virtuoso con la mai sopita potenzialità di performing artist di Bob Dylan, a tutto vantaggio delle sue canzoni che riusonano nuovamente dolci e potenti allo stesso tempo, a dispetto di una voce ormai roca e stanca ma sempre più colorita di quelle radici blues che la rendono affascinante come non mai.



Ma che Dylan abbia ancora qualcosa da dire lo dimostra anche il nuovo disco, Christmas In The Heart, il disco natalizio i cui proventi andranno a sostenere Feeding America, una sorta di Banco Alimentare americano. Perché non si può cantare Adeste Fideles per contratto, bisogna avere qualcosa nel cuore. Un cuore noncurante, smemorato forse - Forgetful Heart - ma in qualche modo sempre alla ricerca, pronto a riabbracciare quel Destino buono che lo avvolge dentro sé. Ed anche perché accade sempre qualcosa, anche quando ti sembra di non capire - something is happening here, but you don't know what it is - ma l'importante é che tu non perda la strada che porta verso casa. Quella strada che magari, come scrive Rosanne Cash, parafrasando T.S.Eliot nelle note di copertina del suo ultimo disco, fa sì che tu possa tornare da dove sei partito e scoprire quel luogo come se fosse la prima volta. Quella strada che Dylan non sembra smettere di percorrere, a dispetto di se stesso ed a dispetto di ciò che noi pensiamo. Ma che ci piace continuare a condividere con lui.


Note:
(1) tratto da : Bob Dylan, Chronicles vol.1, Feltrinelli ed.
(2) ibid.
(3) ibid.
(4) ibid.