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Tuesday, November 29, 2016

N COME NATALE









Cento canzoni legate al 25 dicembre. Un divertente cocktail editoriale per censire e riassumere quel che la musica ha voluto dire del fatto natalizio e delle sue conseguenze umane e religiose. "A Natale si può dare di più", dice un noto jingle pubblicitario: siamo andati a vedere se è vero. Almeno in musica.

la recensione di Paolo Vites a questo link

la recensione di Rockol.it a questo link


Wednesday, November 02, 2016

SPEECHLESS

Alla fine siamo tutti “uomini sottili” che hanno cantato la loro ballata: “qualcosa sta succedendo qui, ma tu non sai che cosa”. Come tanti mister Jones, abbiamo cercato ogni tipo di spiegazione. Abbiamo acclamato, oppure contestato il conferimento a Bob Dylan del premio Nobel della letteratura. Siamo rimasti in attesa delle sue parole ed abbiamo cercato d’interpretare il suo silenzio. Qualcuno l’ha apprezzato, altri non l’hanno compreso. Molti l’hanno contestato. “E’ scortese ed arrogante”, hanno scritto. “Se non gli interessa, che lo dica, così lo diamo a un altro!”, hanno affermato alcuni. Perché, in fondo, un premio ha una valenza se il vincitore si dimostra interessato ad esso. In mancanza di questo, possiamo pensare che la ricchezza di ciò che quell’artista ha saputo esprimere possa essere in qualche modo invalidata. Perciò passi pure, andiamo avanti, e vediamo se, con un altro, avremo maggior fortuna. E’ giusto così, non è vero? O forse no? Certamente la strada del rock non è lastricata di buona educazione. Basta mettere su un disco dei Ramones o dei Clash, per rendersene conto. Ma è davvero così importante? Non sarà che il rock’n’roll è una forma di espressione senza fronzoli, cruda, talvolta scomoda e inopportuna, non fosse altro perchè ha saputo esprimere così bene, negli ultimi cinquant’anni, il disagio esistenziale dell’uomo e, in particolare, del mondo giovanile? Nella sua autobiografia “Born To Run”, Bruce Springsteen scrive che la musica e i viaggi furono per anni i suoi compagni migliori, anche dopo che lo spettro della depressione cominciò ad abbattersi sulla sua vita. Essi erano i suoi “fedeli compagni”, la “medicina migliore”: la strada, la musica, i chilometri, da percorrere incessantemente, sino al confine dell’orizzonte, sino alla prossima curva, sino alla ricerca di un significato dell’esistenza che le consentisse di reggersi in piedi. “Una canzone rock è capace di contenere tutto il mondo”, scriveva Greil Marcus nel suo libro Mystery Train e lo stesso Springsteen confidava di avere “imparato di più da un disco di tre minuti” di quanto non avesse “mai imparato a scuola”. Tutto questo per dire – è stato scritto anche questo – che nei momenti più alti la musica rock ha “dato voce alla ferita dell’uomo che cerca di afferrare il mistero”. (...)

Tuesday, September 20, 2016

JESUS ALONE

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“Sarebbe bello poter leggere il diario di Nick Cave; scorrerlo e conoscere tutti i particolari di una personalità così attiva e creativa, per scoprire il significato dei testi, incrociare le proprie impressioni con la sua realtà interiore e col suo stile, libero da schemi precostituiti”. Le prime righe della pagina iniziale del sito italiano dedicato all’autore australiano non potrebbero essere più chiare di così. Sarebbe bello, davvero. Possedere la chiave d’accesso al suo universo, scavare giù nel profondo del suo cuore, senza, per questo, esercitare alcun tipo di violenza: solo per affinità elettiva, per trovare quel terreno comune dove sono seminati i sogni, le aspirazioni, le gioie e i malesseri che ci accomunano tutti. E’ ovvio che non possa essere così. E che non debba essere questo il percorso da compiere, cercare la soluzione preconfezionata, la guida all’ascolto che ci dica in quale direzione andare e quale possa essere il risultato finale della nostra ricerca.
Il primo livello di lettura di Skeleton Tree, il nuovo album di Nick Cave, dovrebbe allora cercare innanzitutto di non scalfire solo la superficie, evitando il ricorso a facili quanto rischiose semplificazioni. Dire, ad esempio, che questo è un disco che gira intorno alla tragica perdita di Arthur, il quindicenne figlio di Cave morto nel luglio dello scorso anno, dopo essere caduto a precipizio dalle scogliere nei pressi di Brighton. O affermare che Nick, per l’ennesima volta, narra di morte e di dolore come solo lui sa fare, romantico e tormentato come uno scrittore dell’ottocento, cose, peraltro, corrette e risapute. “Sono ormai passati vent’anni – diceva Nick ancora nel 1999 – da che scrivo canzoni, e ancora ho dentro quel vuoto, ancora persiste quella inspiegabile tristezza, il duende, la saudade, l’insoddisfazione divina”. E gli anni trascorsi, adesso, sono quasi quaranta. (...)

Tuesday, July 26, 2016

DRUNKEN ANGEL

Mentre la macchina percorre l’autostrada, in viaggio verso Pusiano per l’atteso concerto di Lucinda Williams, il suo primo arrivo in Italia, penso che in fondo è proprio giusto che sia così. Che la mente si prepari all’ascolto delle sue canzoni lungo una striscia d’asfalto. “Il viaggiare appartiene alla mia vita – ebbe a dire una volta Lucinda – ed è qualcosa che fa parte della storia della cultura degli Stati Uniti. Woody Guthrie e Kerouac, “Highway 61 Revisited”, la route 66, Car Wheels On A Gravel Road…”. Viene in mente Mike Bryan, che nel suo libro “Uneasy Rider”, descrive quel desiderio ed insoddisfazione tipicamente americane, che fanno credere che il compimento di un’esistenza si trovi sempre dietro a una curva o in fondo a un rettilineo. E’ qualcosa che noi europei, così radicati al territorio e ad una storia bimillenaria, stentiamo talvolta a capire, ma che lo scrittore americano spiega molto bene: “viaggiando in superstrada, andavo nella stessa direzione di quella cultura, la vivevo dal di dentro, alla massima velocità e con la macchina migliore che potessi permettermi. Niente roulotte coi letti a castello e stufetta a gas, per il sottoscritto. Motel e ristoranti da camionisti dall’inizio alla fine del viaggio. Fissa la bestia negli occhi. Ama il tuo vicino di casa. Porgi l’altra guancia”. 
Viaggiare lungo le strade dell’esistenza ed appassionarsi all’umano che vi si incontra. E’ di questo che è popolata la narrazione della Williams, personaggi e storie dipinte da una cantante che ha viaggiato avanti e indietro lungo la highway 20, l’interstatale che attraversa la Louisiana, sua terra d’origine, giungendo fino ad Austin, scenario, insieme a Los Angeles, dei suoi inizi di carriera. E The Ghosts Of Highway 20 è proprio il titolo del suo ultimo disco, in cui la bellezza dei testi e della voce si armonizza con le straordinarie chitarre di Bill Frisell e Greg Leisz. Accusata di narrare troppo spesso di amori non corrisposti e di vite fallite, di morte e di dolore, Lucinda si è sempre difesa. Già all’indomani dell’uscita di West, quasi dieci anni fa, affermava: “Sono passata attraverso tanti cambiamenti - la morte di mia madre ed una relazione tumultuosa finita male - perciò è logico che vi sia dolore e lotta, ma tutto approda in uno sguardo verso il futuro. Sono stanca di sentir dire dalla gente che le mie canzoni sono tristi. C'è molto di più di tutto questo. Alcuni dovrebbero leggere Flannery O'Connor e coglierne l'aspetto oscuro, ma anche quello filosofico della vita, così come quello comico a volte. Credo che nel disco ci sia tutto questo”. Adesso che la vita di Lucinda è andata avanti, ed è morto pure il padre - il celebre poeta Miller Williams - ma è nata anche una relazione stabile e felice con Tom Overby, suo manager attuale, lo sguardo è certamente più disteso, ma forse ancora più intenso. Parlando dell’ultimo album, dice: “con questo disco sono andata ancor più in profondità. Sono le storie che ho sempre raccontato, ma che, dopo tutti questi anni, si ripresentano sotto una diversa prospettiva. Il bene non arriva mai a prosciugarsi. Tutto ciò che devi fare è allungare la mano e ripescarlo di nuovo”. (...)

Tuesday, July 05, 2016

LAND OF HOPE AND DREAMS

Stoccolma, 1981, The River Tour. C’è un disco nuovo, uscito da qualche mese, le cui canzoni hanno bisogno di essere gettate sul palco perché si sentano vive. Un doppio vinile, che ha già scalato le classifiche mondiali ed è andato a fare compagnia sullo scaffale a capolavori come Blonde On Blonde di Dylan ed Exile On Main Street dei Rolling Stones. Il disco di uno Springsteen che si sta affacciando all’età adulta e vede sbriciolarsi a poco a poco i sogni e le illusioni della sua generazione. Quel disco urla dolore e paura, ha a che fare con un insostenibile senso di perdita e smarrimento. E quella sera, come già in altre occasioni, Bruce prova a spiegare ad una folla di giovani europei, la grande menzogna della sua nazione: “In America c’è una promessa che viene sempre fatta, dalle nostre parti la chiamano American Dream, il Sogno Americano: è il diritto a vivere la vita con decoro e dignità. Ma laggiù, e in altre parti del mondo, quel sogno è riservato a pochi. Abbiamo la sensazione che per raggiungere quel diritto sia necessario essere nati nel posto giusto o pensarla tutti allo stesso modo, capite?”. Milano, stadio San Siro, 3 luglio 2016. Trentacinque anni dopo, vigilia della festa dell’indipendenza americana, ed è di nuovo River Tour, iniziato negli States e sbarcato un’altra volta anche in Europa. Il nuovo album da promuovere è The Ties That Bind, che poi è ancora quel vecchio disco, ma arricchito delle outtakes provenienti dalle sessions di registrazione ai Power Station, gli studi sulla 53ema ovest di New York dove Springsteen e la E Street band avevano inciso ben novanta pezzi. Quel senso di perdita, ormai, è stato raccontato in mille modi e le risposte soffiano nel vento da parecchi anni. E forse anche l’ultrasessantenne Bruce potrebbe avere poco da dire, con mille canzoni alle spalle e uno spettacolo di rock’n’roll che rischia di aver perso molto della sua originalità. Eppure, chi s’incammina verso lo stadio, questa sera, ha bisogno ancora di qualcuno che forse non avrà risposte, ma sarà in grado di formulare di nuovo le domande giuste, alla ricerca di quella reason to believe, che rimane inesorabilmente all’origine di ogni viaggio. Sono giovani e vecchi, padri e figli che vanno al concerto insieme – perché quella che cammina, anche per il Boss, non è più solo la my generation degli anni andati – e che hanno negli occhi l’incertezza del presente, minato dalla paura e dai nazionalismi senza cuore, dal dolore dei morti e dei feriti dell’ennesimo ignobile e crudele attentato. Sono adulti e ragazzi che hanno voglia di gettare il loro dramma in un pugno di nuove e vecchie canzoni. Quelle che, ancora una volta, narreranno di strade ed automobili, di amori perduti, di desideri e felicità disattese, di vite sospese in precari equilibri, ma anche di nuove ed insperate risalite. E poi, certamente, persone che vogliono anche vivere un festoso, irrefrenabile momento di rock’n’roll. Quel rock’n’roll che “deve parlare delle durezze della vita” – come aveva detto Springsteen – ma che “rappresenta sempre la felicità, un tipo di gioia che è l’elemento più bello dell’esistenza” (...)

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Wednesday, May 18, 2016

PLAY FUCKIN' SLOW!

Nella sua biografia del cantante americano, Anthony Scaduto racconta di un giovane Bob Dylan che, tra il 1959 e il 1961, si ritrova spesso a casa dei coniugi Gleason, un appartamento ad East Orange, New Jersey, dove, nel weekend, trova ospitalità Woody Guthrie, il celebre folksinger, ormai gravemente colpito dalla corea di Huntington, che lo costringe ad una prolungata degenza in ospedale nel resto della settimana. "Si era stabilito un legame - racconta Scaduto - tra il morente, creatore della musica popolare moderna e il ragazzo che lo ammirava, e che presto lo avrebbe superato". "Viene oggi il ragazzo?", chiedeva continuamente Guthrie, finché un giorno quel ragazzo non gli aveva cantato la sua Song To Woody, entrando definitivamente nel suo cuore. Scrive ancora Scaduto che Woody, rivolgendosi agli amici che erano soliti frequentare la casa, avrebbe detto: “Quel ragazzo ha una gran voce. Forse non andrà molto lontano con le canzoni che scrive, ma canta come nessuno". Ed aggiunto: "Pete Seeger è un cantante di canzoni popolari. Jack Elliott è un altro cantante di canzoni popolari. Ma Bob Dylan è un cantante popolare. Lui è un vero folksinger". 
A distanza di tanti anni e concordando che su una cosa Guthrie si sbagliava, ossia che quel ragazzo, con le sue canzoni, di strada ne avrebbe fatta parecchia, si potrebbe partire da quelle frasi per provare ad entrare nel misterioso e affascinante universo di Bob Dylan, alla vigilia dell’uscita di un nuovo disco che segue, ad appena un anno di distanza, Shadows In The Night. Il 20 maggio sarà disponibile, infatti, Fallen Angels, un album, come il precedente, interamente composto da celebri standard americani, molti dei quali incisi da Frank Sinatra nel corso della sua lunga carriera. Non si tratta, come sentito dire in precedenza, di registrazioni ricavate dalle sessions del disco precedente, ma di nuove incisioni, esecuzioni di Dylan insieme alla band con cui è stabilmente in tour da diversi anni, effettuate nello scorso febbraio nei Capitol Studios di Hollywood, lo stesso luogo dove Sinatra aveva registrato in passato. Per la seconda volta nella sua carriera, dopo l’episodio di Good As I Been To You e World Gone Wrong, lavori dei primi anni novanta, Dylan pubblica due album consecutivi di canzoni scritte da altri, lui che rappresenta forse l’autore più prolifico ed originale in assoluto nella storia della musica moderna. Colpa di una vena compositiva che, all’età di 75 anni, si è inesorabilmente affievolita o c’è qualcosa in più, che sfugge agli osservatori superficiali? “Bob Dylan è un cantante popolare, lui è un vero folksinger”, aveva detto Woody Guthrie: non sarà questo, forse, che è sempre accaduto, anche quando Bob incendiava il palco chiedendo ai suoi musicisti di suonare “fuckin’ loud” – “fottutamente forte” - Like A Rolling Stone, quella che la rivista Rolling Stone definì la più grande canzone di tutti i tempi?  

Thursday, March 31, 2016

THE DELIVERANCE OF DAN

Chissà se è vero che Marlowe Billings è scappato da un reparto di psichiatria di qualche ospedale di New York, per finire nel Messico del sud, terra di confine con quei paesi del centro America in balia di narcotrafficanti e spesso dilaniati da sanguinose guerre civili. Quel che è certo è che in passato il suo alter ego Dan Stuart non apparve secondo a nessuno in quanto ad abusi alcoolici o ad eccessi di follia. Ed è un dato di fatto che in quel di Oaxaca la mente tormentata di Marlowe abbia finalmente trovato un luogo in cui riposare. Anni di sofferenza per Dan, lontani dalla musica dopo la fine, nel 1992, dei Green On Red, capitolo di quel romanzo, etichettato un po’ impropriamente “Paisley Underground”, che infiammò la musica a stelle e strisce degli anni ottanta, miscelando punk e psichedelia con le radici country e rock’n’roll. Certo, c’era stata un’improvvisa reunion del gruppo, un concerto a Londra nel 2006, omaggio allo scomparso batterista della band, Alex MacNicol. Ed era stato affascinante rivedere insieme il gruppo, tornato sulla scena per onorare l’impegno di un concerto disatteso, quello show cancellato nel 1987, nel corso di un tour europeo interrotto a metà strada per l’incapacità manifesta di Dan Stuart a reggere la scena. Ma dopo quel concerto non si era visto più nulla, fatto salvo, se vogliamo, il secondo episodio Danny & Dusty – con il disco Cast Iron Soul, uscito nel 2007 - decisamente meno emozionante del primo e mai dimenticato The Lost Weekend, del 1985.
Poi, come d’incanto, Dan era tornato. Meno alcool, forse, una mente più lucida e distesa, i capelli grigi sul capo che dicono che tanto dolore si è stemperato nel tempo. E la musica, beh quella non era mai andata via. Merito anche dei Sacri Cuori, certamente, ottima band romagnola guidata da Antonio Gramentieri, che sembrava essere uscita da quell'America di trent'anni prima e che aveva incrociato il proprio destino col suo. Un nuovo disco, nel 2012, ed un libro, stesso titolo per entrambi – The Deliverance Of Marlowe Billings – a dire che forse Dan era stato finalmente liberato. E poi di nuovo un pugno di concerti, qua e là dove capita, dove c’è ancora qualcuno che non si è dimenticato di te. (...)

Saturday, March 26, 2016

PASSO D'UOMO

Canta Mondo Politico, Francesco De Gregori – la sua rilettura di Political World di Bob Dylan – ed in un istante passano davanti agli occhi i fotogrammi del recente attentato di Bruxelles: “Viviamo in un mondo politico / benvenuta non è la pace / che se ne va a bruciarsi viva / nell’esplosione di una fornace”. E riesce difficile non ritornare con il pensiero anche al Bataclan, rinchiusi come siamo dentro l’Alcatraz - il noto locale milanese meta di tanti concerti - la mente ed il corpo solo apparentemente distesi tra un bicchiere di birra e la magia di mille canzoni. Siamo qui per la musica e per la nostra gioia, eppure il cuore resta turbato dalla stessa domanda senza risposta, quella gridata a Dio fin dai tempi di Giobbe: cosa centra questo dolore col nostro desiderio di felicità? Qual è il suo imperscrutabile significato?
Francesco De Gregori è tornato a Milano, col suo fagotto di canzoni, questa volta frutto di amore e furto, come recita il titolo del suo ultimo disco, un lavoro di paziente traduzione di undici canzoni di Bob Dylan, brillantemente arrangiate in maniera simile a quelle dei dischi originali dell’artista americano. Tutta la prima parte dei concerti del suo tour di quest’anno è invariabilmente composta da otto canzoni del disco, al punto che Francesco saluta inizialmente il suo pubblico dicendo “benvenuti a questo concerto in onore di Bob Dylan”. Viene in mente quella sera del 1992, al Madison Square Garden di New York, in cui molti tra i migliori musicisti rock si erano dati appuntamento per celebrare il trentesimo anniversario dall’uscita del suo primo disco, e lui, Dylan, li aveva spiazzati tutti. Uscito sul palco alla fine, solo e con la chitarra acustica a tracolla, aveva scelto Song To Woody, il brano dedicato al maestro Woody Guthrie, colui di cui aveva sempre conservato una paternità nel cuore. I riflettori puntati su di sé, Dylan aveva ancora una volta proseguito dritto per la sua strada. Francesco De Gregori non sembra, in questo momento, compiere un’operazione molto diversa. Certo, c’è da promuovere un disco appena uscito, ma anche per lui è difficile nascondere dove lo porta il proprio cuore. E che la sua musica sia stata da sempre influenzata da quella dell’artista americano non è un mistero per nessuno, con lo stesso Francesco ad affermare di non aver “mai teorizzato l’originalità a tutti i costi”, poiché “niente nasce da niente” (...) 

Wednesday, February 10, 2016

YOU ASK ME TO BELIEVE IN MAGIC. LA SAGA DEI RUNRIG

E’ una splendida mattina, quella del 1 febbraio 2003 sui cieli del Texas, e lo Space Shuttle Columbia sta tornando a casa col suo equipaggio, dopo un viaggio durato quindici giorni. Laurel Clark ha appena mandato una mail al marito e al figlioletto di otto anni: “non sono mai stata così fortunata – scrive – ho visto l’aurora australe e, ad ogni orbita, una porzione diversa della terra; dovunque la si guardi è magnifica ed anche le stelle hanno una luce speciale”. Quella mattina Laurel ha messo nel computer dell’astronave un disco dei Runrig, conosciuti durante un soggiorno in Scozia con la marina militare americana e da allora mai più abbandonati. Ogni astronauta ha portato con sé la sua musica ed oggi tocca a Laurel scegliere il brano con cui svegliare i compagni di viaggio. E’ felice ed ha promesso che quando tornerà a casa manderà ai membri del gruppo una sua foto a bordo dello Shuttle con in mano il loro nuovo disco. Ma il sole di quel giorno è destinato ad oscurarsi presto all’orizzonte. L’astronave non resiste all’impatto con l’atmosfera e dell’equipaggio a bordo non resterà più traccia. I detriti dello Shuttle si sparpagliano lungo un’area di duemila miglia, infiniti frammenti irriconoscibili, salvo un oggetto, che verrà recuperato intatto una settimana dopo. E’ l’ultimo disco dei Runrig - The Stamping Ground - che Laurel aveva portato con sé. La canzone, ascoltata quel mattino, è Running To The Light: “Solo coloro che scorgono la grandezza nelle piccole cose sono degni di ciò che è semplice / essi sono felici e svaniranno correndo verso la luce”.
Nel nuovo disco dei Runrig – The Story – uscito il 29 gennaio e che i musicisti hanno annunciato come l’ultimo album che la band inciderà in studio, il brano finale, Somewhere, è dedicato proprio a Laurel. Un brano epico, che, sul finale in dissolvenza, porta inciso un breve dialogo radio dell’astronauta con la base terra. Pare davvero l’epitaffio posto a sigillo della storia più che quarantennale di questa straordinaria band, che ha saputo coniugare nel rock la musica tradizionale scozzese. “Siamo nati in qualche posto, da qualche parte abbiamo pianto – recitano i versi della canzone – negli spazi del tempo, in quest’orbita di meraviglia e di stupore. Viviamo, moriamo, e la luna e le stelle continueranno a brillare, quando il nostro tempo sarà andato” (...) 

Saturday, October 17, 2015

IL CIELO D'IRLANDA


Ho un’amica che è convinta che la magia d’Irlanda abiti tutta nel suo cielo. Qualcosa d’indescrivibile a parole, che colora le scogliere e le colline coperte dall’erica in fiore. Probabilmente è davvero così, anche se i miei occhi scettici mi fanno pensare a quei paesaggi del nord come avvolti dalle nuvole e bagnati dalla pioggia, che solo ogni tanto lascia spazio a qualche squarcio d’azzurro e di sereno. E Milano, questa sera, non mi appare neppure così diversa, umida e fredda in quest’inizio d’autunno che, per giunta, non l’ha neppure colorata, lasciandola ancora una volta immobile nel suo perenne grigiore. Solo il traffico non smette mai di dimostrare tutta la sua nevrotica vitalità, ma questa è l’unica cosa, capace di rinnovarsi ogni giorno, che perderei volentieri in un istante. Alcatraz, noto locale milanese, è un’isola, allora, dove approdare felicemente, tanto più che sul palco, appena entrati dentro, campeggia la grancassa di una batteria, dove sta scritto che “Save a soul” – salvare un’anima – è la “mission” del giorno. Un’anima, anche una sola, in mezzo alla folla di gente che, poco a poco, riempie il luogo dove assistere al nuovo ritorno di Glen Hansard in concerto. Un’anima sola è sufficiente, così come un singolo spicchio di cielo può bastare a rasserenare mille giornate piene di affanni (...)

Saturday, July 25, 2015

CANZONI PER VOLARE



Sembra felice, Stefano Barotti. Lo incontro sul lungomare di Laigueglia, borgo della riviera ligure di ponente annoverato tra i più belli d’Italia, poco prima del suo showcase, in cui presenterà alcuni brani tratti dal suo nuovo disco, Pensieri Verticali. Una performance, quella a cui assisteremo, di una trentina di minuti in tutto, decisamente troppo pochi, non solo per chi ha già imparato ad amare le sue canzoni, ma anche per chi ancora non conosce le sue grandi qualità di musicista e cantautore. In un tardo pomeriggio assolato, è seduto accanto a me, il tavolino di un bar all’aperto a fare da backstage, ed ha appena percorso più di duecento chilometri, per arrivare fin qui dalla sua Toscana. Ha un viso dolce e niente affatto stanco: “Cosa vuoi che siano per un musicista due ore e mezza di strada - scherza, mentre sorseggia un buon bicchiere di vino – praticamente come andare a suonare dietro casa”. Racconta qualcosa di sé, del disco che sembra andare bene, dei prossimi concerti: “non molti – il volto si schiude in un sorriso che la barba non riesce a smorzare - perché tra poco divento babbo e allora devo stare fermo per forza per un po’…”. 



 

Monday, June 01, 2015

LOVE NEEDS A HEART



C’è un uomo sul palco, la chitarra a tracolla, i capelli ingrigiti dal tempo e una mano sul cuore. Ha voglia di dire thank you, e grazie, mille grazie. In questa splendida cornice che stasera è il teatro di Como. In questa, che, per una volta, non è “just another town along the road”, ma una “città per cantare”. Non può conoscerli, quell’uomo, i mille cuori che stanno davanti a lui. Con le loro mille storie, le loro ferite e il desiderio di felicità che le accomuna. Non può conoscerle, ma le attraversa con le sue canzoni. E stringe mani, saluta quelli che può. Le storie che sono arrivate fin sotto il palco, alla fine dello show, che proprio seduti non si può continuare a restare.
Lassù in cima, un altro ragazzo lo osserva. Si è fatto grande, ormai. E’ diventato uomo ed è invecchiato, i capelli si sono ingrigiti anche a lui. Ha cantato, col suo cuore, tutte le canzoni, per tutta la sera. Quel ragazzo, che aveva conosciuto l’uomo sul palco così tanto tempo fa. Diciott’anni o poco più, un disco che arriva a casa con un amico, che ha il suo regalo di Natale da donare. Tony, che ogni volta che veniva con un disco nuovo era un orizzonte infinito che si spalancava. Quell’anno era arrivato con “For Everyman” e il ragazzo aveva scoperto Jackson Browne per non lasciarlo più. Poi Tony si era ammalato, sindrome da immunodeficienza acquisita, l’avevano chiamata. AIDS, una malattia tutta da scoprire, un cammino verso il calvario ancora da percorrere per la medicina. E così, di lì a poco, Tony se ne era andato via, la sua vita spezzata come quella di tanti altri. Lasciando la sua storia e i suoi dischi a quel vecchio ragazzo, che ora ha i capelli grigi ma il cuore ancora tutto intero. (...)

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Wednesday, May 13, 2015

PASTORE DI NUVOLE

Lasciate che vi racconti della mia vita attraverso un pugno di canzoni, sembra voler dire Luigi Grechi, che da qualche anno si é riappropriato del suo vero cognome, De Gregori (Grechi era quello della madre), in scena al Nidaba Theatre di Milano qualche sera fa. Da solo, con la sua chitarra acustica, trasforma il piccolo pub milanese nel Folkstudio, lo storico locale di Roma che negli anni sessanta voleva tanto assomigliare ad un pezzo del Greenwich Village di New York. Che poi non è neanche così banale, provare a raccontare di sé, con sincerità e passione come ha fatto questo cantautore, fratello del più celebre Francesco De Gregori, ma, per quelle strane ed imperscrutabili vie del destino, immeritatamente meno celebre. Non è scontato perché molti, di fatto, non lo fanno; lasciano che le canzoni siano talvolta la maschera da indossare sul palco, per camuffare la vita o, tutt’al più, nasconderla, proteggerla dalle troppe ferite e da ogni tentativo d’intrusione. E se è anche vero che le canzoni camminano da sole, capaci, come ogni opera d’arte, di suggerire al tuo cuore il percorso e le strade dove esso ha bisogno d’andare, è altrettanto bello, quando ci è concesso, poter entrare anche nelle pieghe dell’esistenza di chi le ha create, carpire qualche segreto di come siano state costruite, toccare qualche nodo di quella rete di sensazioni e fatti di vita che hanno fatto sì che esse vedessero la luce. (...)

Wednesday, May 06, 2015

CANZONI ROCK SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE

"667 Ne so una più del diavolo" é il titolo del nuovo libro di Fabrizio Barabesi e dell'amico Maurizio Pratelli, da poco disponibile in tutte le librerie ed edito da Arcana. 

Quella che segue é la postfazione che ho scritto per il libro. Il volume é acquistabile a questo link
Buona lettura 

 Rock'n'roll can never die 
"Bologna, 27 settembre 1997, Congresso Eucaristico nazionale. Bob Dylan posa la sua chitarra e si avvicina lentamente al palco, dove è seduto Giovanni Paolo II. Ha appena finito di cantare Knockin’ On Heaven’s Doors e Hard Rain’s A-Gonna Fall ed ora sta andando a salutare il Papa. Cammina di un’andatura incerta, gira e rigira le mani tra di loro. Inciampa lungo i gradini, manca poco che vi cada. Istanti che sembrano infiniti, finché l’uno giunge di fronte all’altro, sino a quando quelle mani, che non sapevano dove stare, vengono strette da un altro. Parole e frasi sconosciute, una serie di sguardi, intensi, poi Dylan torna al suo posto. Giovanni Paolo si risiede, riprende il testo di una delle canzoni più note dell’artista americano – Blowin’ In The Wind – e parla di domande e di strade da seguire: “la risposta non soffia nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni”. E’ un uomo anziano, vitale nell’anima, ma ormai stanco nel corpo: si rivolge ai presenti, saluta, sorride e se ne va. Bob Dylan riprende chitarra e microfono, canta la sua Forever Young. Poi se ne va pure lui, ognuno di nuovo a percorrere il proprio cammino. Negli anni a seguire, di fronte alle numerose domande, Dylan non rivelerà mai nulla delle emozioni legate a quegli istanti, ad eccezione di un particolare, forse il più importante. E cioè che quello era stato, “semplicemente”, il momento più alto di tutta la sua carriera. Cosa accadde allora, quella sera? Cosa rappresentò quel momento? Un semplice aneddoto? Un episodio da ascrivere come poco rilevante, nella rotolante e variegata storia del rock’n’roll? Forse è davvero così. O forse no.
Se c’è una cosa, che questa strana forma d’arte moderna chiamata rock non ha mai sottovalutato, è il proprio rapporto con la realtà. Nessun artista che abbia preso la propria musica sul serio si è mai sognato di trascurare ciò che la vita gli poneva innanzi e soprattutto di manifestare ad essa un grido, talora confuso e disperato, ma sempre maledettamente sincero: il desiderio profondo della propria felicità. Sino al punto, magari, di pagare il prezzo più alto – la propria vita – se questo si fosse rivelato disatteso. Perché questo bisogno stringente è severo e, allo stesso tempo, anche impaziente: l’urlo amaro dell’ultima canzone di Hank Williams – “I'll Never Get Out of This World Alive" –, edita appena pochi giorni dopo la sua morte, sembra fare eco a quel “vieni come sei, fai in fretta, non fare tardi” di un Kurt Cobain che muore suicida sulla stessa strada di un cuore che non è disposto a fare sconti a niente e nessuno. La stessa canzone d’amore, se in grado di manifestare davvero se stessa, non è mai – come disse una volta Nick Cave – “semplicemente felice”. Essa “deve innanzitutto abbracciare il potenziale per il dolore”. E se le canzoni che parlano d’amore – aggiunge – non hanno dentro “un malessere o un sospiro”, esse “non sono del tutto canzoni d’amore, ma piuttosto canzoni d’odio mascherate da canzoni d’amore e non bisogna credere loro”.
Ecco, allora, qual è il punto. Se una canzone rock giunge alla pretesa di contenere il mondo, allora quel mondo deve avere quella misura d’amore come misura di verità. Perché solo allora è in grado di abbracciare la ferita dell’uomo e, esprimendola, coglierla come una benedizione, senza avere paura di percorrere anche territori bui ed inesplorati, ma che soli possono essere preludio alla possibilità di giungere ad una vita esistenzialmente più sincera, la vera vita buona. Per questo la musica rock non stanca e non stancherà mai chi saprà farsi capace di andare oltre a quei tre minuti e tre accordi che, così spesso, hanno costruito le grandi canzoni. E che, nella sfrontata esibizione della propria esigenza di bellezza, hanno interpellato in qualche modo Dio. “Tutte le canzoni – scrive ancora Nick Cave – si rivolgono a Dio, perché è la casa stregata dal desiderio nella quale abita la vera Canzone d’Amore”.
Allora, per chi scrive, ripensare a quell’incontro tra Bob Dylan e san Giovanni Paolo II, non può essere, certamente, un semplice guardare ad un episodio aneddotico della storia della musica rock, ma ad un vertice di incontro, dentro quel desiderio così profondo del cuore dell’uomo. “Basta poca fede per fare tanta strada – disse Bob Dylan, poco tempo fa, al suo interlocutore di turno, giornalista di Rolling Stone – ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla”. Perciò, la domanda dell’uomo, scritta dentro la musica rock più sincera, difficilmente cesserà di suonare la sua canzone. Ed il rock’n’roll, per dirla con Neil Young, non potrà certamente morire. Mai". 
(Fausto Leali)