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Friday, September 27, 2013

LIBERA TERRA


"So che ci cercherai dentro l'anima", mi aveva scritto Massimo. Ed aveva aggiunto: "la troverai". Eccola qui, allora, una manciata di nuove canzoni dentro le quali andare a caccia di un cuore. Un compito non banale, anche se la dichiarazione d'intenti dell'autore é già scritta sulla copertina del cd: "queste canzoni rappresentano il percorso di un sogno individuale, condiviso, spezzato, cercato o reinventato nello scorrere del tempo". Ali di Libertà, il primo disco d'inediti di Priviero dal 2006 mostra che i binari della ferrovia sui quali l'autore si é incamminato molto tempo fa sono sempre gli stessi. Su quel percorso ci si é inoltrati nel deserto ed impolverati, si é salito colline, ma il senso di quel viaggiare non é cambiato. Perché non é molto vero, in fondo, che l'importante non sia dove si va, ma andare: é necessaria una meta, anche quando incerta, per essere pellegrini e non turisti spettatori della vita.
La miscela musicale è quella infarcita, come sempre, di echi springsteeniani e di Dylan, un tessuto sonoro collaudato, frutto dell'eccellente lavoro dei soliti Gazich, Laviola, Cambise e soci, questa volta impreziosito da suggestioni d'irlanda o tex-mex, quando le cornamuse o la fisarmonica fanno capolino qua e là. Sì, c'è ancora qualche "Scialala" di troppo, forse, ma la voce di Massimo é ancora una di quelle capaci di scuotere qualcosa dentro dal profondo, a patto di mettere il volume dell'autoradio al massimo sulle strade statali che portano verso casa.
Alla caccia dell'anima e del cuore, dunque. Non parrebbe impresa difficile, se si fanno scorrere le canzoni del disco una dopo l'altra, dentro un album autobiografico come non mai. C'è l'orgoglio e lo struggimento che viaggia sul ricordo delle proprie radici ("La Casa di Mio Padre"), la dolcezza d'amori mai sopiti ("Il Mare"), un desiderio d'eredità da lasciare a un figlio, che é molto più del trovarsi a suonare insieme od elaborare un testo prima che giunga l'alba di un nuovo mattino (Tommy Priviero collabora in "Occhi di Bambino" e "In Verità"); c'è l'ostinata intenzione di mettere sempre davanti la fierezza di chi ha fatto del titolo di una propria canzone - Nessuna Resa Mai - l'obiettivo del proprio tirar sera. E c'è, soprattutto, il racconto delle periferie dell'esistenza degli umili e dei vinti, incrociati incessantemente lungo la strada.
Il percorso artistico che Priviero ha disegnato sulla propria storia, dopo un effimero successo iniziale che pochi purtroppo ricordano ancora, si é delineato sempre più dentro solchi di costanza e volontà, che hanno disegnato a poco a apoco una figura di cantautorato rock che più che al Boss assomiglia a forme d'umana resistenza come quelle di uno Steve Earle o di un Chris Knight. Se il rock in Italia esistesse davvero, inteso come qualcosa capace di rendere fertile un terreno dell'anima troppo spesso insidioso e inospitale, allora la musica di Massimo potrebbe essere davvero buon seme da spargere qua e là perché, dopo il lungo inverno, fiori e frutti si facciano vedere nelle prime giornate di sole.

Eppure, dopo un ripetuto ascolto di questo nuovo disco, mi accorgo che a furia di cercare davvero l'anima di Priviero, non é su canzoni come "Ali di Libertà" che finisco per soffermarmi di più. Nelle note di copertina c'è un passaggio, appena accennato, che parla di quegli impostori che la vita chiama successi e fallimenti e che sembrano solo introduzione a tutto quanto Massimo sembra aver voglia di continuare a raccontarci ed a gridare dentro le sue canzoni. Ma se é davvero la ricerca della verità lo scopo di tutto, ciò che si vuol lasciare di sé a chi accompagna il nostro cammino, allora é proprio la consapevolezza del limite quella che si deve fare strada sempre più. Per questo "Madre proteggi" sembra proprio il cuore del disco e non per caso - forse - é canzone che é stata lanciata in rete già mesi fa, molto prima che uscisse questo nuovo lavoro. La consapevolezza della fragilità di un cuore, che lo attraversa sempre anche quando la vita l'ha inesorabilmente irrobustito, é la sola in grado di condurre finalmente ad una meta quell'uomo che continua a camminare sui binari d'una ferrovia, la chitarra a tracolla dietro la schiena e l'orizzonte sfumato, come appare sul retro della copertina del disco. Interpretazioni personali? Certamente. Come ha da accadere - sempre - se la musica non rimane puro intrattenimento ma serve a far bruciare la legna del cuore di chi ascolta. E allora chissà se, nel mio caso, l'ho davvero trovata, l'anima del nuovo disco di Massimo, un invito lasciato in un sms, buttato dentro all'improvviso nel mio telefono cellulare. Ma mi piacerebbe - questo sì - poter avere davvero centrato l'obiettivo, che quell'anima avesse un filo rosso tracciato dai versi di quella canzone: "Madre apri i tuoi occhi, in questa notte mia / guarda tuo figlio, Madre mia".
Gli ultimi due brani del disco (i migliori?), allora - Libera Terra/Il Sogno, Bacio d'Addio - per me possono nascere e crescere solo da qui, da un'intensità di preghiera. L'amore di una Madre, con la "M" maiuscola come é scritto nel testo della canzone. Una promessa d'eternità per ciascuno di quei fragili cuori. La linea dell'orizzonte di una nuova terra, che si scorge e si stempera sulle note dell'armonica e della chitarra acustica dell'ultima canzone.  


"Questa terra é un campo, buono per lavorare
E' una casa in pezzi, che é da ricostruire
Questa terra é un un padre, che torna a casa sua
Questa terra é tua, questa terra é mia"
(Libera Terra - il sogno)

Monday, December 24, 2012

VIGILIA

Quella notte, l'antivigilia di Natale, si soffermò a pensare alla bambagia in cui era solito immergersi, soprattutto quando fuori c'era freddo e dentro il gioco si faceva duro. Non serviva mai a nulla, tutto quel bagaglio d'idoli e false sicurezze che sapeva creare così bene nella propria mente. Soprattutto lo rendeva impotente, di fronte alla rabbia che lo assaliva alla prima cosa storta che gli capitava durante la giornata. Ma ora che la notte si era impossessata della terra, aveva più tempo per provare a scostarla un po' da sé. Affrontare la realtà con sguardo sincero.

Si avvicinò alla macchinetta del caffé: erano le tre del mattino, il suo orario preferito. Pensò a tutti quei volti, poco distanti da lì, ognuno disteso nel suo letto d'ospedale. L'uomo dallo sguardo triste, alle prese col tamponamento del suo cuore, sospeso tra la vita e la morte. L'edema polmonare, risolto, che ora respirava tranquillo e guardava un soffitto che pareva tappezzato di stelle del cielo. L'uomo giovane con l'infarto, tremante di freddo e di paura, tornato dalla sala d'emodinamica con una coronaria aperta ed il sorriso riconsegnato al suo viso. Pensò alla giovane donna, una vita di dispiaceri affogata nell'alcool ed un delirium tremens più devastante della sua cardiopatia. E all'uomo depresso, che voleva farla finita in Pronto Soccorso, ma poi, alla fine, lo aveva ringraziato per essere stato lì. Quella notte, la notte dell'antivigilia, aveva provato a bussare alle porte di tutto quel dolore, ma le chiavi d'accesso erano indecifrabili e nascoste.

Poi, il giorno della vigilia, tutto gli apparve come trasfigurato. Se ne andò per la sua strada, le mani ancora sporche di sangue, ma pezzi di strada condivisi. Portò con sé quei volti, compagni di viaggio con imbarchi e rotte diverse, ma un unico approdo per lo stesso destino. Di lì a poco una Madre li avrebbe raccolti per deporli nella mangiatoia del Suo unico Figlio. Perché potessero diventare tutti assieme figli suoi. Quella Madre li avrebbe sempre protetti, come aveva sempre protetto anche il suo cammino e il suo sorriso. Era Natale, dal suo cuore uscivano lacrime di sudore ed era felice. Infilò le chiavi nella serratura, entrò in casa, appese il cappotto e si sedette al tavolo, con la penna e i suoi poveri pezzi di carta in mano. Ed iniziò a scrivere la storia successiva.


 

Tuesday, April 27, 2010

DALL'ADIGE AL DON



Occhi grandi e spalancati. Forse ancora spaventati. Me li ricordo ancora oggi come fosse allora. Occhi dentro fisici asciutti, malandati, consumati dalla vecchiaia e dalle malattie. E dalla tanta, troppa sofferenza. Me li ricordo, i reduci ormai anziani della guerra, con quel loro gentile e sommesso "sa, dottore, io ho fatto la campagna di Russia". Ed io lì a non capire, a dire va bene ma che c'entra con quello che lei ha adesso, son passati così tanti anni...
Ma ero troppo giovane e troppo stupido per capire. Così come lo sono adesso, d'altra parte, più vecchio e stanco, ma sempre inadeguato. Incapace nel capire sino in fondo che quel "tu" davanti a me non é solo un malato, ma "la" domanda di un significato, il Senso della propria sofferenza, bisogno d'essere curato ma soprattutto esigenza di un cammino in compagnia, dentro quella stessa sofferenza e dentro tutto il male.


* * * * *



La foto in bianco e nero di un tenente alpino, appoggiata giù per terra, vicino ad un leggio. Poi la voce narrante, splendida, di Federica Toti, il volto illuminato dalle luci soffuse del palco, le mani da una piccola abat-jour posta su di un tavolino. Inizia così "Dall'Adige al Don", musica e letteratura a rappresentare insieme il dramma dei soldati e degli alpini: "Durante la seconda guerra mondiale tra il luglio del 1941 e l'autunno del 1942, furono inviati in Russia circa 230.000 soldati italiani. Costituivano lo CSIR, il Corpo di Spedizione Italiana in Russia, successivamente denominato ARMIR, Armata Italiana in Russia. (...) La spedizione ebbe invece un esito finale disastroso per le potenze dell'asse, costituito da Italia, Germania, Finlandia, Romania, Ungheria, una divisione di volontari spagnoli e piccole unità slovacche e croate e si concluse con la perdita di un numero enorme di soldati...".
E' l'inizio di un urto violento e insieme una carezza, racconto di un'ora e mezza che ti rapisce la mente e il cuore, lasciando le tue membra incollate alla sedia, un'intensità che, a tratti, ti costringe quasi a trattenere il respiro. Sono racconti ora del soldato, ora della sposa o fidanzata che é rimasta a casa, ora del padre rimasto senza il figlio, ora della vedova o della madre che il figlio lo ritrova, ma non si può far capace di raccontare la sua gioia davanti agli occhi disperati di chi ha perso il proprio caro. Testi meravigliosi, scritti da Roberto Curatolo, l'autore stesso impegnato con Federica Toti nella passione del racconto.

E, in mezzo, le canzoni di Massimo Priviero. Splendide canzoni: La Strada Del Davai, Nikolajevka, Pane Giustizia e Libertà, classici alpini rivisitati con una rabbia rock che riesce a rimetterli su strada in una maniera nuova. Musica che si fa poesia e canzoni che diventano racconto, in un incredibile crescendo d'intensità anche nei toni della voce, per uno spettacolo che non vorresti avesse fine.
E' così e solo così che forse riesci anche tu ad entrare dentro gli ultimi istanti della vita di quel giovane tenente, quello che amava così tanto i suoi alpini, occhi girati indietro, la vita passata davanti come un film, l'amore disatteso e un "tornerò" ricacciato in gola sotto i colpi delle granate più fredde della neve: "(...) gli occhi, ruotando verso il cielo livido, non incontrarono l'immagine funeraria di mia madre, né il volto apprensivo e severo di mio padre, ma sbiadirono, nella luce calda dello sguardo innamorato di Alina..."



Fatica, Priviero, a star seduto mentre canta, ma, lui ed i suoi musicisti (tra gli altri, un Michele Gazich spettacolare al violino) riescono a farlo mentre i testi di quel dramma scorrono uno dopo l'altro, uno più feroce e più tenero dell'altro, la stessa solennità capace di rapire tutti. Rispetto e solennità di fronte al dramma della guerra, che a poco a poco sanno farsi tenerezza, sinché giungono ad essere comunione. Perché é questo ciò che accade quando il racconto di quei protagonisti si fa strada tra attori, musicisti e spettatori: ciò che si realizza é una magica alchimia che, in modo misterioso, fa diventare tutti una cosa sola.
Finché, alla fine, riusciamo anche ad alzarci tutti, per un applauso che più che tributo diventa in qualche modo una condivisione, coscienza d'essere entrati dentro la storia tutti insieme.
Ed é solo alla fine, allora, che ci si può alzare per cantare per davvero, cantare tutti insieme quel Nessuna Resa Mai, sorta di manifesto di umana resistenza, perché, prima della fine, si possa ripartire da qui nuovi per davvero.



* * * * *

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"
(M. Priviero, La Strada Del Davai)

"Davai!", "avanti!", urlavano i soldati russi ai prigionieri, italiani e tedeschi, quelli che non erano morti sotto le granate o congelati, costretti a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano provato a fare prima, disperata ritirata alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, quei poveretti che ancora riuscivano a camminare, che i loro compagni di sventura già morti sul campo di battaglia avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.

Ma qualcuno, a tornare a casa, alla fine ce l'aveva fatta. E loro, i sopravvissuti della guerra, avanti nella vita, in qualche modo, c'erano andati. Finché, vecchi e stanchi, erano arrivati sino a qui, davanti a me, con quel loro "sa, dottore...". Ogni acciacco, ogni pianto, ogni incertezza, buttati dentro quello sguardo indietro, l'inferno di un inverno del '43.
Ed ora, potessi tornare indietro, me li abbraccerei tutti, ad uno ad uno.
Adesso sì che lo farei, ora che non li incontro quasi più, perché poco a poco stanno morendo ormai; loro, gli ultimi, destinati a raggiungere tutti gli altri , l'ARMIR che si riforma in un altro luogo, dove deporre finalmente le armi, lassù dove trovare di nuovo la strada che porta verso casa.

Non li abbracciai allora, ma non é un rimpianto. Loro, ne sono certo, avevano già capito. Compreso che nessuno, in fondo, potesse intuire veramente ciò che avevano vissuto, la sofferenza da portare dentro di sé, ogni maledetta alba di ogni nuovo giorno.
Eppure, poco a poco, qualcosa può iniziare a entrare nell'anima anche adesso, dentro le pieghe di una fredda mente e di un arido cuore.
Aiutandosi con chi ha fatto memoria di quegli avvenimenti - certamente - ma facendo anche in modo che mente e cuore siano capaci di farsi compagnia, andare a braccetto tutti e due, sostenendosi l'un altro nel cammino, alla ricerca dell'Amore al quale alla fine, siamo tutti destinati.

E, fatto questo, andare avanti, una strada del davai dentro le incertezze della nostra stessa vita, cercando di non sfuggire più la sofferenza che il nostro passo incrocia ogni momento.

Come Maria, che non chiedeva, ma stabat, ai piedi della croce.
Maria, sicurezza della nostra speranza, madre della nostra povera, stanca, incerta umanità,
figlia di un Amore che si é fatto inchiodare per noi ed é risorto.



Note: le foto sono tratte dal sito di Massimo Priviero (www.priviero.com)

Tuesday, April 06, 2010

NESSUNA RESA MAI


"L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque". Basterebbe questa frase di Enzo Jannacci a dare il colpo d'ala a tutta una giornata, costringerla a rialzare lo sguardo da una noia accovacciata, fatta di un oscuro ed egoista ripiegamento su se stessi. E se non bastasse quella frase, sarebbe allora sufficiente il colpo di frusta successivo, quel "ci vorrebbe una carezza del Nazareno", che é apertura d'occhi sul bisogno più intimo e profondo, ciò che davvero risponda al desiderio d'amare e d'essere amati, l'unica cosa che definisca appieno l'essere dell'uomo, sino alle pieghe più nascoste e profonde dell'anima.

Oggi quella carezza arriva sotto forma di una mail mandata da un amico - Massimo Priviero - che inoltra ed invita a trasmettere la lettera di un testimone del disastro del terremoto d'Abruzzo.
Un racconto "chiaro e forte", come lui lo definisce, ma - soprattutto - una carezza, perché "é quel che ci leggerete dentro che forse accarezzerà anche voi", aggiunge alla fine della sua mail ed é davvero così.
Allora grazie Massimo e grazie a te, amico sconosciuto: la tua carezza questa sera é stata in realtà uno scossone, ma di quelli che fanno solo bene. Spintoni che non ti fanno cadere, ma, piuttosto, sono capaci di rimetterti in piedi, dentro la certezza che Cristo é ancora una volta risorto in mezzo a noi.


"Ciao Massimo,
è quasi mezzanotte, non riesco a prendere sonno, e credo che non riuscirò a dormire stanotte; non è una notte come le altre, questa, è la notte del ricordo della tragedia, che un anno fa, colpì la mia città, con la forza devastante del terremoto. E’ passato un anno, ma il ricordo, il dolore, sono ancora vivi, radicati in me, e non credo che potrò mai dimenticare; non sarà mai più possibile essere sereni come prima, nella vita precedente, dopo aver vissuto una simile tragedia.
Stasera, in città, ci saranno molte iniziative per ricordare quella notte, ma io non parteciperò; preferisco rimanere solo, con il mio dolore, per pregare e ricordare gli amici scomparsi, e per scriverti, come feci un anno fa, perché ti considero un amico, una persona speciale; ed è con gli amici che voglio condividere il ricordo, il dolore, la speranza della rinascita. Mio figlio ora ha un anno, è in camera, con la mamma che dorme sereno, e per questo ringrazio il Signore che mi ha dato questa immensa gioia e mi ha evitato il dolore, che invece qualche altro mio concittadino prova ormai già da tempo. E’ passato un anno; molto è stato fatto, ma ancora siamo lontani dal poter dire che si è tornati alla normalità; per quello credo ci vorranno altri venti anni, se tutto va bene.
Ti scrivo dalla mia nuova abitazione; ho trovato una casa in affitto, a circa 20km dall’Aquila, visto che la mia casa è ancora inagibile e che i lavori per la sua riparazione ancora non iniziano, ma non mi lamento; c’è chi ancora si trova in una stanza d’albergo o dentro una caserma, quindi va bene così. E’ dura andare avanti, ma quando il mio piccolo angelo sorride, mi dà una forza, una carica incredibile, per non mollare. E poi ci sono le tue meravigliose canzoni che sembrano scritte per noi aquilani: siamo nati per volare, per cadere prima o poi, non fermarti, non fermarti mai!!!! Io volavo, noi volavamo, siamo caduti, ci rialzeremo, non ci fermeremo mai!!!! E poi Nessuna Resa Mai, che è diventata la canzone simbolo della nostra città; ho un amico che fa il dj per Radio L’Aquila 1, la radio più seguita a L’Aquila, e a furia di rompergli le palle, sono riuscito a fargli trasmettere il pezzo tutti i giorni, fino a farlo diventare la canzone ufficiale del post terremoto. Ho saputo inoltre che anche l’associazione L’Aquila per la vita, che si occupa dell’assistenza a domicilio dei malati di tumore, ha adottato la tua canzone Nessuna Resa Mai, come inno ufficiale, e la cosa mi riempie di gioia; spero di poterti vedere presto in concerto tra le macerie del centro storico; sarebbe memorabile. Grazie, Massimo, grazie come un anno fa, quando la tua musica, le tue parole, la tua poesia, mi hanno aiutato ad andare avanti, con la speranza nel cuore, per un futuro migliore. E, aspetto con ansia, l’uscita del tuo nuovo lavoro, che sarà, come sempre, un capolavoro.
Grazie amico mio e un saluto a tutto il tuo staff che tanto caro fu lo scorso anno."

Adolfo





Note:
foto di Eddy Waldameri, Massimo Priviero live al Rolling Stone di MIlano, 28 marzo 2009

Sunday, March 29, 2009

SULLA STRADA, DENTRO UN ABBRACCIO

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro, credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.  Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.  E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)




Un tramonto rosso fuoco all'orizzonte e la mia auto che procede via veloce, sulla strada che porta verso casa.
Nel lettore cd un disco scoperto quasi per caso e le note struggenti di una canzone, a rendere quasi surreale l'atmosfera che mi circonda.
La strada del Davai racconta di freddo e neve, di alpini morti lungo una dolorosa ritirata e di prigionieri barbaramente fatti avanzare nel gelo dai soldati russi. E' primavera fuori, mentre quella canzone mi avvolge ed il pallido sole sembra riuscire a scaldare in qualche modo anche il mio freddo cuore, raggiunto dal brivido che é entrato prepotentemente nelle mie vene con la voce di Massimo Priviero.
L'auto d'improvviso rallenta, mentre segue le note ed i ritmi dell'anima, misteriosamente in risonanza con pagine scritte da Bedeschi e da Corti, che in quell'anima erano entrate un giorno,  per non uscirvi più.
E' il mio primo incontro con Priviero, attraverso uno dei suoi migliori lavori, Dolce Resistenza, uscito nel 2006. Anche quel disco entra quel giorno nel mio cuore, senza riuscire più a scapparne via. Incontrato sulla strada e, per quelle strane alchimie che la musica rock é talvolta capace di compiere, fattosi capace d'intrecciarsi con le righe dritte e storte di una giornata qualsiasi di un uomo qualunque, come me.



"La Strada Del Davai" - live al premio Tenco, 2007
A quel primo incontro in musica, col tempo, ne fanno seguito altri, attraverso il paziente ascolto del suo repertorio e la fortuna di una conoscenza personale; spezzoni di vita talvolta raccontati dietro una birra al pub, che colorano di affezione ciò che già avevi percepito come profondo e sincero.
Tratti di esistenze, che s'incrociano ancora una volta sulla strada, là dove tutto sembra partire ed arrivare, attraverso un mutarsi incessante qual é quel continuo divenire che é la storia di ciascuno.
Finché si arriva al concerto di ieri sera al Rolling Stone di Milano, vera e propria festa per celebrare i vent'anni di carriera di Priviero, in contemporanea all'uscita del nuovo disco, che, non a caso s'intitola proprio Sulla strada.
Come il disco, anche il concerto cui abbiamo assistito é stato una straordinaria cavalcata attraverso le migliori canzoni del nostro, da Dolce Resistenza a Nessuna Resa Mai, passando per Fragole A Milano e la nuova Bellitalia. Momenti di rock potente, essenziale ed altrettanto espressivo, alternati a spazi intimi come La Strada Del Davai e Nikolajevka, suonate naturalmente affiancate l'una all'altra ed abbellite dallo splendido lavoro del violinista extraordinaire Michele Gazich.
La voce di Priviero alterna fasi d'intensità struggente ad altre, numerose, in cui la forza ed il colore non sembrano aver subito l'usura della carriera ventennale, anzi appaiono averne decisamente guadagnato. C'è spazio anche per una Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, e per una We Shall Overcome finale da brivido.
La band, rodata da tempo, appare sempre all'altezza della situazione, arricchita oltre che dall'ottimo Gazich, anche da un paio di amici saliti per l'occasione sul palco, che portano, con mandolino, flauto e cornamusa elettrica, arricchimenti sonori imprevisti e piacevolmente sorprendenti.



Ritrovo Massimo nel camerino, alla fine del concerto.
Uno sguardo intenso si trasforma in un istante in un abbraccio e dentro quel gesto mi sembra di scorgere il senso più profondo di ciò che abbiamo vissuto questa sera. 
Priviero é sulla strada da sempre, ma il suo faticoso cammino ha forse ora un desiderio più grande dentro sé: quello di trovare un Significato e di poterlo rendere condiviso.
E' per questo che alla sua domanda se é andata bene, rispondo che sì - senza dubbio - é andata bene davvero, perché quello che é passato sul palco é molto di più di una performance rock ben riuscita.
E' qualcosa che ha a che fare con un cuore, quello di un uomo che ci ha fatto "salire sulla sua chitarra" per "arrivare dentro la sua voce" e "suonare e scrivere insieme a lui".
Cuori ed anime che questa sera, ancora una volta, si sono incontrati sulla strada, ma si sono risolti dentro un abbraccio.
"Se il Cielo ci dà forza, faremo una gran bella cosa", mi aveva detto Massimo pochi giorni prima del concerto. Il Cielo é quell'Abbraccio, che ha a cuore la tua storia e la tua strada.
E' per questo che sono tornato a casa felice questa sera, con la certezza di trovarmi fra le mani qualcosa di bello e di vero: quello che stasera é stato costruito insieme.




Nota (mica troppo) a pié di pagina:
menzione d'onore per il bravissimo Francesco D'Acri (il "futuro del rock'n'roll" come lo chiama il mio buon amico Paolo!), che ha fatto da opener al concerto di Priviero. Belle canzoni e splendida performance, con un unico rammarico: é durata troppo poco.
In bocca al lupo, Frank!
http://www.myspace.com/frankdacri

Thursday, May 22, 2008

DOLCE RESISTENZA

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro,
credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.
Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.
E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)
DOLCE RESISTENZA
Riascolto del disco di un amico,
dentro le righe dritte e storte della mia esistenza


Massimo Priviero è l'unico vero rocker italiano.
Ce ne si convince non solo ascoltandolo nei suoi dischi e dal vivo, ma anche sentendolo parlare. In un'intervista di un po' di tempo fa diceva: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Ai cantautori non è stato mai chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante. Mentre per me la differenza la fa la voce (...)" E poi aggiunge, parlando sempre dei "cantautori": "(...) ed i suoni sono sempre quelli".
E invece a Massimo non manca nulla: la voce, i suoni, quello che cerca chi ama il rock, quello vero. Comprese l'anima e il cuore, però, senza le quali anche il rock, come tante altre cose della vita, diventa la caricatura di se stesso.
Poesia insomma, per dirla in una parola sola.
Quella che nasce da chi è capace di prendere le persone e farle diventare amici, trascinarle dentro a una chitarra, e trasformarle in musica con lei.
Dolce Resistenza è uno dei dischi più belli di Massimo.
L'ho ascoltato a lungo e piano piano è entrato nelle mie vene e nei miei percorsi autostradali.
E' diventato la colonna sonora dei miei ultimi pensieri.
Così è stato inevitabile che s'infilasse anche tra le righe dritte e storte di tante giornate, fatte di tutto e di niente, di un quotidiano sul quale un Altro riesce sempre, mio malgrado, a scrivere il Suo spartito.
Il risultato è questo qua: canzoni messe di fianco a vita e sensazioni.
Provate a leggerle se vi va, è roba senza pretese: "Io sono io", canta Massimo e le mie righe sono quel che sono.
Ma la segreta speranza è che vi venga voglia di ascoltare il disco: vi assicuro che ne vale davvero la pena.
E chissà che non accada qualcosa anche a voi.

Cammino solo nel mio tempo e guardo il sole mentre scende giù
E chiamo ancora sai il tuo nome nel silenzio
Ma ogni passo ha la sua storia e ora tu non ci sei più
Lo sai Tommy il tempo viene il tempo va
Ci rivediamo sai un po' più in là
Mi manchi molto sai, chissà come ti va
(Tommy Eden)


Quanti amici hai perso di vista nella vita?
Compagni di strada dei sentieri grigi, spicchi di sole o nubi di pioggia comparse all'improvviso.
Hai dentro rimorsi per averli smarriti, talora anche rancori; ma fai uno sbaglio, perchè la vita è così: apre e chiude strade di continuo.
Spesso mi domando dove siate finiti. Ora che ho percorso tante vie, che vorrei raccontarvi le battaglie, i ponti attraversati, i fiumi guadati in qualche modo. Ora che vorrei sentirmi dire delle guerre che avete visto voi.
Ancora la vita, se Dio vorrà, riaprirà nuove strade e c'incontreremo di nuovo : "ci rivediamo un po' più in là. Mi manchi molto, sai, chissà come ti va"...


Quante volte abbiamo scalato montagne,
Per sparare al cielo e cercare dei sogni.
Quanti giorni malati e non puoi farne senza,
Quanto ancora mi chiedi dolce mia resistenza.
Siamo solo soldati che marciano stanchi,
In cerca di passi che portano avanti.
E sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora,
Con l'ultimo fiato che è rimasto in gola.
Siamo vivi, siamo in piedi,
Siamo tutto quel che sai,
Non fermarti, non fermarti mai.
Siamo nati per volare,
E per cadere prima o poi,
Non fermarti, non fermarti mai.

(Dolce resistenza)
Ogni volta che cado, è uno sparo nel cielo.
Solo allora Ti chiamo e mi ricordo di Te.
Sono ribelle e fallito, sono triste e tradito.
E continuo a domandarmi il perchè.
Poi mi alzo, pian piano e vedo più chiaro.
Ma poi cado di nuovo: è solo apparenza la certezza di me.
Ho bisogno di aiuto : "sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora, con l'ultimo fiato che è rimasto in gola".
E quando, alla fine, sparisce l'orgoglio, allora capisco qualcosa di più.
Ora sì che ho imparato, a chiamarTi per nome.
Il Fallito e il Tradito, sei Tu; l'Abbandonato e lo Stanco, sei solo e ancora Tu.
Se son nato per volare, è perchè da tutto questo sei già passato Tu.



Siamo volti lontani delle stesse città,
Siamo Cristi traditi, siamo luce di Allah.
Siamo ponti nel vuoto, siamo vite ai mercati,
Siamo lampi nel sole, siamo spari nel cielo.
Siamo fiumi assetati, siamo lacrime spente,
Siamo mappe perdute, siamo troppo di niente.
Siamo occhi malati, siamo inferni infiniti,
Siamo fiori di sale, siamo spari nel cielo.

(Spari nel cielo)


"Ecco la grande attrattiva del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossima
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie (...)"
(Chiara Lubich - L'attrattiva del tempo moderno)

Fermarsi nella folla ed osservarla.
Guardare tutti, ad uno ad uno.
Tanto più quanto più hai fretta, tanto più quanto ti sembra di essere rigettato.
E scorgere in ogni volto di chi ti passa accanto quella storia unica e irripetibile, degna d'essere vissuta, bella quanto basta per essere amata.
Ci ho provato mille volte. Dal finestrino dell'auto, dentro il traffico di quest'impossibile città. In chi mi urta nella folla e in ascensore, nell'essere stretti in metropolitana. In chi è medico e in chi è ammalato, dentro la sofferenza e l'impazienza, nelle loro e nelle mie infedeltà.
Ma quell'attrattiva, ogni volta l'ho sentita.
E mi sono accorto che è vera.
Allora e solo allora lo sguardo si è fermato, dentro una corsa apparentemente senza senso e, penetrato nella più alta contemplazione, mi sono sentito inzuppato anch'io.
Come quel frusto di pane nel vino.


Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai

(La strada del davai)

Annina, Annina, un giorno sarò scrittore
Per non spegnere gli occhi e per non scordare
Annina, Annina, io sarò la voce
Di chi non ha niente che non sia una croce
E girerò per le mie valli
Finchè la forza reggerà
E lo farò finchè non ci sarà
Pane giustizia e libertà, pane giustizia e libertà...
Il ragazzo camminava, dove le Langhe sono un fiore
Il sole tramontava piano
Per il soldato e lo scrittore
(Pane giustizia e libertà)

Priviero l'ho conosciuto così, dentro la bellezza di queste due canzoni.
Non avevo mai trovato nessuno che avesse messo in musica - e lo avesse fatto così bene - tutto quel che avevo letto sugli italiani in Russia della seconda guerra mondiale e che non uscirà mai più dalla mia memoria.
La marcia del davai è lo sguardo di quei pazienti che ho incontrato e che purtroppo ora non vedo quasi più. Pane Giustizia e Libertà è il cuore di Nuto Revelli, ma è anche l'abbracciare insieme tutti gli altri, Eugenio Corti, Giulio Bedeschi e tutti quegli uomini senza "più niente che non sia una croce".Feci mio tutto questo un po' di tempo fa e ci scrissi sopra :"Russia"
Ora non saprei aggiungere altro che non sia preghiera.





Massimo Priviero