Thursday, July 01, 2010

LEARNIN' TO FLY


Rieccomi un'altra volta qui. Di notte. In ospedale. Un'altra notte qui. E meno male che almeno c'é l'aria condizionata che come si fa a vivere là fuori, trenta e passa gradi già alle otto e mezza del mattino, che te ne andresti solo e soltanto al mare.
E invece questa notte sono di nuovo in ospedale, che poi é quel luogo dove tutti gli altri non vogliono mai entrare e dal quale, una volta dentro, non vedono l'ora di uscire. E questo cavolo di posto, sapessi quante volte sta stretto pure a me. Come quella volta che, parlando di lavoro, quel mio amico avvocato, ridendo, mi aveva detto : "sai, ho un amico che gestisce un circolo sportivo: i suoi clienti, quando entrano da lui sono sempre felici e sorridenti. I miei, invece, quando vengono da me sono sempre arrabbiati ed alla prese con un sacco di guai". Già, un sacco di guai, appunto. Esattamente come qua, in unità coronarica, o in pronto soccorso, qualche piano più sotto, che é uno di quei posti da dove non fanno altro che chiamarmi.
E allora vabbé, che davvero va bene lo stesso e poi c'é anche la macchinetta del caffé e lì davanti, alle tre del mattino, talvolta si fanno incontri strani ed intriganti, quelle robe che sanno di mistero e d'infinito e ti fanno sentire maledettamente vivo.


Questa notte, però, ho in mente altri pensieri. Ricordi di momenti in cui mi sono trovato dall'altra parte anch'io. Non é mica facile, per noi medici, provare a trovarci di là, dalla parte in cui si soffre. Non ci siamo abituati, noi sempre al di qua, alle prese con diagnosi, decisioni e terapia. Non che non sia dura, chissà se qualcuno riuscirà mai a capirlo, in mezzo a tutta quella gente che sta fuori, compresi alcuni che scrivono sui giornali e parlano di errori medici e quant'altro, trattando noi altri come se fossimo criminali. Ma sì, che invece tanti lo capiscono. Che è dura eccome fare questo mestiere con passione, superare le difficoltà, fare i conti con un continuo senso di pressione ed inadeguatezza. E che ci sono dei giorni che non ce la fai davvero più. Ma poi basta un sorriso, di un paziente o di un parente, per ritrovare l'Abbraccio di un Amore più grande, quello di Colui che non ti abbandona mai. Però essere dall'altra parte é davvero un'altra cosa. E quando ti ci trovi, quella dis-grazia diventa grazia e cominci a capire un po' di più lo strano lavoro che ti é capitato di fare.
Così, dicevo, ho ripensato a quei momenti, passati tutto il giorno in ospedale accanto ad una persona amata. Un ospedale non mio, una stanza d'ospedale dalla quale uscire ogni volta che entrava qualcuno - "può accomodarsi fuori per favore?" - fosse anche solo la donna delle pulizie, io che invece, quando entro in quelle stanze - quelle del mio, di ospedale - sono quello che fa uscire tutti gli altri, perché permesso, mi scusi, entra il dottore che deve visitare gli ammalati. E così, invece, eccomi lì, in quei momenti, stranamente solo ed indifeso, normale ed impotente come tutti, dentro quel mistero che si chiama malattia, una strana bestia che continuamente incontro e che ogni giorno mi fa diventare misteriosamente più uomo, perché mi fa capire che non ci siamo fatti da soli e che il nostro compito é solo dare una mano al Volto buono del Mistero.


Questa notte ho ripensato a quegli istanti, quando tornavo a casa solo alla sera, stanco, debole ed affranto, dopo tutte quelle ore passate accanto ad una sofferenza nella quale non ero, questa volta, protagonista a modo mio. Sofferenza da vivere sino in fondo, a cui partecipare in pieno. Sofferenza da offrire. Sofferenza per cui pregare. Sulla strada che portava a casa, immerso nel traffico dentro la mia auto, attraversando la città, potevo finalmente arrestare il correre del cuore e allora la musica di Tom Petty e degli Spezzacuori accompagnava dolcemente i miei pensieri. Quattro dischi dal vivo, una manciata di canzoni una più bella dell'altra, una Live Anthology che diventava quell'oretta in cui riprendere fiato, respirare, rimeditare tutto quanto nel profondo. E adesso, in questi giorni, quel disgraziato di rocker americano, il cuore ha ripreso a spezzarmelo un'altra volta, che Mojo é troppo bello per essere vero e dal lettore cd di quella benedetta macchina, proprio di uscire non ne vuole più sapere.

Ed ora, questa notte, sono di nuovo qui, a lavorare in ospedale, che poi, grazie a Dio, tra un malato e l'altro c'é sempre quella benedetta macchinetta del caffè. Questa volta, però, mi sono portato dietro pure il Mac, che, sempre tra un paziente e l'altro, voglio provare a fare qualche bella playlist su iTunes. Le devo fare perché così quelle liste le passo poi a mia moglie, che lei, che lavora in oncologia, domani le porta con sé in ospedale. Già perché là, in quella sala zeppa di poltrone dove gli ammalati fanno tutti insieme la chemioterapia, hanno messo pure l'impianto stereo ma - piccolo particolare - non ci hanno messo le canzoni. E allora ditelo pure a me, ci penso io, che ce n'ho un sacco di quelle canzoni, pronte a spezzare qualche altro cuore oltre al mio.

Dannazione, c'é il telefono che squilla, devo piantarla lì un'altra volta, come si dice in questi casi: è il dovere che chiama, non é vero? Ma poi ritorno, mica vado via. Sempre di corsa, che chi si ferma é perduto, tutti presi come siamo ad andare dietro ai sogni e alla realtà.
Ma io non ho paura di correre, sto imparando a volare, ho appena cominciato: é una folle e strana vita, questa, che ci troviamo a vivere con sempre più grande e affascinante intensità.
Dov'é che ero rimasto? Ah, sì, ecco, qui: "ladies and gentlemen, please welcome Tom Petty and The Heartbreakers": I'm learnin' to fly....

5 comments:

Paolo Vites said...

paura

Fiordicactus said...

Eh, sì, l'Ospedale, dall'altra parte, non è comodo per niente, vorresti rendere quel pezzo di camera più tuo, più umano, ma non si può . . . vorresti l'attenzione del medico per te e per i tuoi cari, qualche parola di più, anche, a volte, detta più gentilmente . . . ma non c'è tempo . . . vorresti, sì, andare via da lì, ma che tutto fosse a posto, come "prima", ma anche questa resta un sogno . . .
E le notti, per chi è malato o per chi assiste, sono talmente lunghe, che accogli con gioia il rumore del carrello delle pulizie, un sorriso, una carezza e pensi che davvero le cose importanti, non sono quelle che ti vogliono far credere "fuori"!

Bello il tuo pensiero "musicale" per gli ammalati . . . se posso un cosiglio, metti anche canzoni in italiano ( o magari in dialetto, come quelle di quel Davide Van De Sfroos), fallo per quelle come me, a cui piace capire quello che sentono, ma non hanno mai studiato l'inglese! ;-)

Ciao, R

Fausto Leali said...

Bentrovata Fiore, grazie del commento.
Italiani? Vabbé vada per Van De Sfroos.
Ma ci metto anche Priviero :-)

Maurizio Pratelli said...

e c'è chi li aggiusta i cuori, non solo in ospedale.

Fausto Leali said...

:-))