Sunday, December 30, 2007

HOPE FOR A NEW YEAR


Quando ero ragazzo, a volte, mi capitava di cantare insieme agli amici una canzone del Gen Rosso che cominciava così : "E' un nuovo giorno, una nuova speranza, posso ricominciare".
Quella canzone mi é tornata in mente in questi giorni di fine dicembre, in una fase del tempo - le soglie di un anno nuovo - in cui si é alle prese con un nuovo inizio.
E in momenti in cui gli auguri cominciano a giungere da ogni parte, a dispetto di un mondo che invece sembra davvero non volerne sapere di diventare migliore, mi é capitato di rimettere nel lettore cd Streetlight, colonna sonora del musical omonimo, che il gruppo continua a rappresentare sui palcoscenici di tutto il mondo.


E' il racconto di una storia vera, quella di Charles Moates, che vive nella fossa - The Hole - un quartiere malfamato della Chicago dei sixties. Charles ed alcuni suoi amici formano la Streeetlight band ; si trovano spesso in un garage per le prove e stanno preparando un concerto da tenere in Malcolm X Boulevard. Quel gruppo di amici é speciale: sono ragazzi che impegnano le proprie forze per la costruzione di un mondo unito e lo fanno anche attraverso la musica.
Jordan é amico di Charles e fa parte di una banda locale - The Gang - che si é imposta nel controllo del quartiere. La banda rivale - The Devil G - nel corso di un'irruzione improvvisa a cui fa seguito una sparatoria, provoca la morte di Lisa, fidanzata di Jordan e sorella di Tray, capo di The Gang.
L'omicidio scatena la vendetta di The Gang, ma Charles, pur appartenenedo alla fossa, non accetterà di rispondere alla violenza con la violenza.
Anche l'amicizia di Charles con Jordan verrà messa a dura prova dalla spirale di questa violenza, e Charles stesso pagherà alla fine con la vita la propria coerenza.
Per Jordan la domanda di significato di fronte al mistero dell'esistenza sorgerà come un grido acutissimo al termine di questa storia, ma la vita e l'esperienza di Charles e dei suoi amici rimarrà "stella vera, che non si spegne più".

La speranza di un mondo nuovo nasce dal dolore abbracciato per amore.
Qualche anno fa a Chicago, così come ogni giorno qui e ovunque, adesso ancora, alle soglie di un anno nuovo.
Per il sogno di un Dio che si rinnova : "Padre, che tutti siano uno" (Gv, 17,21)


"Vedremo le terre, leggeremo la storia,
ameremo la patria l'uno dell'altro.

Al di là delle lingue, al di là delle razze,
ameremo la fede l'uno dell'altro.

Vivremo speranze, porteremo dolori,
ameremo il cammino l'uno dell'altro.

Al di là del passato, di ferite lontane,
costruiremo il futuro
l'uno dell'altro.

Io ci sto !
Tu ci stai ?
Tu ci stai !
Io ci sto:
a giocarmi tutto,
a dare la vita per te.

Io ci sto !
Tu ci stai ?
Tu ci stai !
a dare la mia vita
perché sia così !

L'uno dell'altro."

(L'uno dell'altro - Streetlight, the musical - Gen Rosso)

Tuesday, December 18, 2007

NATALE

"Gesù non é un mito, é un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia. Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che Egli ha percorso. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le sue parole. Egli é morto ed é risorto... e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio é divenuto realtà."

(Benedetto XVI)


William Congdon, Natività, 1960


Chissà se certe sensazioni le prova anche chi non é nato qui.
Scoprire il fascino di una città, che sembra fare di tutto per apparire brutta.
Eppure Milano, al mattino presto, ti trasmette qualcosa di sé che non puoi trovare altrove.
Mi viene sempre in mente Fabio Concato, con quella sua canzone e allora provo anch'io a camminare e gioire nel "vederla sonnecchiare" e accorgermi "che é bella, prima che cominci a correre e ad urlare".

Ma queste mattine, nell'aria, c'é qualcosa in più.
Come una magia, che riesce a incidere la crosta del freddo e - soprattutto - delle tristezze del cuore, che, se non stai attento, può assalirti fin dai primi istanti del giorno, appena metti giù i piedi dal letto.
In queste mattine esco prima dell'alba, coi miei due figli più grandi e ci incamminiamo verso la chiesa, prima che qualunque altra attività abbia inizio.
Sono i giorni della novena di Natale e forse qualcosa di diverso nell'aria lo percepisci già per questo.
Ma poi il paesaggio dell'anima si arricchisce di luoghi e di persone.
In quelle vie, così deliziosamente ancora deserte, man mano che ci si avvicina, vedi pian piano spuntare le persone, prima ad una ad una, poi a piccoli gruppetti, come rivoli di ruscelli che alla fine riempono il letto di un fiume più grande, vuoto fino ad un attimo prima, come in attesa di qualcosa.
Quando arrivi in chiesa ti accorgi che c'é dentro una folla, quasi spropositata per quell'ora del giorno e allora cerchi un posto a sedere e ti guardi intorno; dopo, a poco a poco, volgi lo sguardo verso Colui che sei venuto a trovare di prima mattina.
Poi, alla fine, ti alzi dai banchi e allora ti accorgi dei tanti volti amici.
Quelli di sempre, con cui si condivide il cammino, poi gli amici dei tuoi figli; ma anche i conoscenti, il vicino di casa, persino il vecchio compagno del liceo.
E allora saluti tutti - buona giornata ! - ma poi ti muovi, perché é già ora di correre: a scuola, al lavoro e chissà dove, in questa frenetica, impossibile, adorabile città.

Ma quando alla sera, la mente ripercorre ciò che ti é accaduto, capisci finalmente cos'é quella magia che semplici emozioni ti avevano fatto in qualche modo percepire.
E' la realtà di un popolo, che ti sostiene e, piano piano, ti educa e ti cambia, giorno dopo giorno.
E' la realtà di un Dio, Emmanuele - Dio con noi - che ancora una volta, in questi giorni di fine d'anno, si é reso visibile in mezzo agli uomini che Egli ama.
Allora ti addormenti sereno, perché - ora sì - hai finalmente trovato un luogo in cui far riposare la durezza del tuo cuore.
Domani - a Dio piacendo - sarà di nuovo un nuovo giorno.
Tutto da vivere.

Che sia un buon Natale,
anche per tutti coloro che passeranno da qui

Wednesday, December 12, 2007

UNA ROSA NEL DESERTO

UNA ROSA NEL DESERTO
Schizzi ed emozioni suscitati dall'ascolto di un album mai dimenticato




La rivista musicale Jam pubblica questo mese uno splendido e dettagliatissimo articolo su un disco pubblicato esattamente vent'anni fa.
Una lunga ed affascinante cover story, che affonda la propria analisi mettendo in relazione la musica e gli spazi del deserto.
Anche la celebrazione di un vecchio album, però, quasi come a dire: beh, mettetevi il cuore in pace, meglio guardare a quanto di bello ci ha fornito il passato, perché lavori così ormai non li fa quasi più nessuno.
Chissà, potrebbe essere davvero così, o forse lo sguardo critico di tutti noi, che stiamo invecchiando col rock, diviene sempre più nostalgico ed incapace di cogliere le novità.
Certo però che di uscite recenti, ascoltate anche con piacere, ma troppo precocemente finite a far la polvere sugli scaffali, in giro ce ne sono davvero parecchie.
Ma questo disco invece no.
A distanza di vent'anni, The Joshua Tree degli U2 é ancora capace di rinascere a vita nuova ad ogni ascolto.

La musica ti colpisce fin dalle prime note, quelle di un organo che introduce la prima canzone - Where The Streets Have No Name - lasciando subito spazio alla chitarra di The Edge.
Ed il suono che esce da quell'amplificatore ti rapisce subito, per non lasciarti più fino alla fine del disco; un martello incalzante ed inebriante - come in Trip Through Yor Wires o In God's County, ad esempio -, tanto che vorresti non finisse mai di colpire; lo senti duellare ovunque, col basso pulsante di Adam Clayton, con l'armonica e la voce - la splendida voce - di Bono, con le atmosfere di tutto l'album, ora desertiche e rarefatte ora letteralmente devastanti come uragani, in una battaglia che, alla fine, non conosce vinti ma solo vincitori.

Il disco si apre con un trittico da leggenda: Where The Streets Have No Name, I Still Haven't Found What I'm Looking For e With Or Without You.
Se é vero che "nei loro momenti più alti, le canzoni rock danno voce alla ferita dell'uomo che cerca di afferrare il mistero" (1), qui si parte dalle strade drammaticamente senza nome, per dare volto a qualcosa che riempa di significato una ricerca disperata:


Io credo nel regno che verrà,
Allora tutti i colori verranno versati in uno solo.
Sì sto ancora correndo,
Tu hai rotto i vincoli,
Sciogliesti le catene,
Portasti la croce
del mio peccato,
del mio peccato.
Lo sai che credo,
Ma non ho ancora trovato ciò che sto cercando (2)



Bullet The Blue Sky é il suono che ti circonda, quando sopra di te il cielo é una plumbea minaccia che sembra voler inghiottire il deserto. Questa canzone é uno dei centri nevralgici di tutto il disco e, di fatto, accade anche che il primo lavoro che palesa l'amore per l'America di questi ragazzi irlandesi sia un atto d'accusa contro certo imperialismo stelle e strisce:

Attraverso i muri sentiamo gemere la città,
fuori c'é l'America,
fuori c'é l'America.
Attraverso il campo vedi il cielo squarciato,
vedi la pioggia attraverso una ferita aperta,
battere sulle donne e i bambini,
che corrono,
tra le braccia
dell'America


Dolore vissuto e presagio di minaccia ancora, che sembra dissolversi d'incanto quando la chitarra distorta lascia spazio alla bottleneck di Running To Stand Still. La disperazione é ancora vicina ("lei patirà il gelo dell'ago, sta correndo per restare ferma"), ma nella musica il bianco e nero del cielo sembrano lasciare spazio a squarci improvvisi di sereno, che ti conducono ad un tramonto intenso ed inatteso, dolce e struggente almeno quanto l'armonica di sottofondo, alla fine della canzone.

A questo punto, quando la musica era di vinile, avresti girato il disco ed era come l'alba di un nuovo giorno.

Red Hill Mining Town ti accoglie così, ma stavolta non c'é respiro fin dal mattino, in un nuovo quotidiano che, appena iniziato, vede già arrivare senza gioia le luci della notte: "il nostro amore ha visto giorni migliori / sto tenendo duro / sei tutto ciò che é rimasto a cui aggrapparsi / guarda le luci spegnersi su Red Hill".

La tristezza é un grido acutissimo, ma non può, non deve morire su se stessa e finire in un vicolo cieco.   Alcuni anni dopo Bono arriverà a dirci: "(...) tutti hanno questo vuoto. Alcuni più nero e più vasto di altri. Esso corre dritto nella tristezza. E' questo che ti fa gridare a Dio". (3)
La tentazione é forte, fortissima, come in Exit, o nella finale Mothers Of The Disappeared, ma il paese di Dio - God's County - sembra davvero lì ad un passo : "abbiamo bisogno di nuovi sogni stanotte / rosa del deserto".

The Joshua Tree non ti lascia tranquillo.
E' un disco musicalmente splendido: ci sono gli U2 in forma come non mai e c'é l'ottimo lavoro di produzione di Brian Eno e Daniel Lanois.
Ma, soprattutto, é un corpo con un'anima.
Per questo non smette di stupire ed é capace ancora di rivelare nuovi spiragli di luce ad ogni nuovo ascolto.
Oggi come allora.
E ancora per almeno altri vent'anni.



Post scriptum:E' uscita nei negozi l' anniversary edition del disco: una confezione deluxe comprendente due cd, comprensivi delle canzoni originali, delle b-side dei singoli e di cinque inediti,  unitamente ad un ricco libretto e ad un dvd con un concerto del gruppo, tenutosi a Parigi il 4 luglio 1987.
Un'occasione in più per riscoprire uno dei capolavori della discografia degli U2.

Note:
(1) Leonardo Eva, Walter Muto, Paolo Vites - Good Rockin' Tonight - Itaca edizioni
(2) "I Still Haven't Found What I'm Looking For"
(3) ibid. (1)

Friday, December 07, 2007

REALTA'

Alla fine sembrava la scena di un film.
Di quelli con Bud Spencer e Terence Hill, che se uno comincia a dare uno spintone, tutti si prendono a cazzotti non si sa bene perché.
Un ufficio postale qualunque; tanta gente, come spesso accade; tutti nervosi, come quasi sempre succede.
Un signore che ha perso il turno, ma vuole passare ugualmente davanti a tutti.
Anziani pensionati che si arrabbiano, forse già stanchi della vita e per di più irrisi da quel signore con un: "voi cos'avete da fare tutto il giorno ? Io sono uno che lavora".
Spunta fuori il direttore dell'ufficio, tenta di riportare le persone alla realtà, ma alla fine é aggredito anche lui.
"Chiamate il 113" - dice alle sue impiegate - "ora ci scappa anche una querela".
E' davvero troppo, mi monta un senso di tristezza insopportabile; butto il mio numeretto nel cestino e me ne vado fuori: la raccomandata la spedirò domani.

Salto su in macchina, ho ancora così tante cose da fare e il traffico che c'é in giro non fa presagire nulla di buono.
La musica dentro il lettore cd. Accidenti, le vie di Milano non assomigliano per niente a quelle di Nashville, ma con un po' di fantasia posso immaginarmi anche là, basta lasciarsi trasportare da un'armonica o da una steel guitar.
Qualche giorno fa ho letto il brano di un'intervista ad un giornalista musicale (1).
Parlava di emozioni, proprio quelle di cui sento di aver maledettamente bisogno ora:
"La mappa resta aperta se la musica é una sola, per chi suona e per chi ascolta. Se chi suona va verso chi ascolta. Se chi ascolta va verso chi suona. Queste sono le direzioni, perché é proprio così: chi ascolta reinventa la musica ed é almeno la metà di un processo e il rock'n'roll é stato ed é magnifico in questo. Non hai bisogno della Scala. Non ti serve un'orchestra. E nemmeno lo smoking. Ti basta una chitarra, o ancora meno un disco, una canzone alla radio, per sentirti una rock'n'roll star o magari per sentirti meno solo, o meglio ancora, parte di qualcosa. Magari é solo un'emozione, una sensazione, ma basta e avanza a cambiarti la vita".

Mi sembra vero tutto questo.
Sono già dentro quel dannato traffico - sempre lui - ma De Gregori attacca "compagni di viaggio" ed io non mi sento più così tanto solo.


Certi momenti forti della vita, chissà perché, si accompagnano spesso ad una buona tavola ed al buon vino.
Lo sapeva anche Gesù, che quando il gioco si faceva duro provava ad incontrare le persone anche lì. Come quel giorno, che aveva visto Zaccheo sull'albero e gli aveva detto di sbrigarsi ad andar via di là: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" (2).
O come quell'ultima volta, l'ultima cena, quando provò a spiegare loro la dimensione ed il significato ultimo di un incontro, capace di divenire dimora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui" (3)

Una cena tra amici - colleghi nella vita - qualche giorno fa mi ha ridato speranza.
Le parole di un amico speciale, meditate insieme, davanti a una zuppa di pesce e ad un bicchiere di vino.
La premessa di una realtà complessa, quella del nostro lavoro di medici, sempre più difficile da vivere. E la tristezza, spesso, di vedere cose che non cambiano mai: "Aiutaci a capire in quale situazione siamo, che cosa sta acacdendo intorno e che cosa sta accadendo in noi, in modo da chiarire le ragioni di una diffusa stanchezza, quella che fa dire ad alcuni tra noi: "non ce la faccio più. Ditemi la ragione per cui valga la pena di andare avanti a fare questo mestiere dopo 10, 20, 30 anni. Non cambia niente..."
Parole dure ? Certamente, ma chi non può dire di passare momenti di stanchezza così, qualunque "mestiere" si faccia ?
Ma poi parlando ad uno ad uno, la speranza si riaffaccia, ed é legata alla presenza di Uno più grande tra noi, che ci costringe a guardare in faccia alla realtà in un modo nuovo: "E' successo qualcosa che ha ridestato l'interesse, che ci ha rimesso in moto: sì, l'incontro: qualcosa che si é insediato in noi e che ha ridestato tutte le nostre esigenze".

Uscendo da lì, quella sera, la realtà non mi faceva più così paura.
E' un abbraccio diverso, quello che si fa strada nel cuore, che non guarda più al particolare.
Neanche quello del mio limite, di fronte a circostanze spesso più grosse di me, che mi fanno sentire solo col pallone in mano, davanti al dischetto del rigore.
E - in fondo - é quello che cantava anche De Gregori, quando, risalito in macchina, ho rimesso su la musica, a farmi compagnia lungo la strada:

"Mino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non é da questi particolari che si giudica un giocatore.
Un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall'altruismo, dalla fantasia
".

Il coraggio che si é dato un gruppo di amici.
E che mi ha fatto, ancora una volta, ricominciare.


Note:
(1) "Il Rock'n'roll di Marco Denti" - intervista di Luca Miele a Marco Denti
http://www.bombacarta.com/?p=562#more-562

(2) Vangelo di Luca, 19, 1-10
(3) Vangelo di Giovanni, 6, 56, 14-20

Saturday, December 01, 2007

UN MEDICO PERFETTO ?

"A volte con questa stampella mi scambiano per un paziente. - Allora metti il camice come tutti noi. - No, altrimenti mi scambiano per un medico"
(Doctor House)


Quella volta era accaduto qualcosa di speciale.
Il collega, per una volta, si era confidato; aveva aperto uno spiraglio del proprio cuore in un ambiente, quello di lavoro, che di solito non concede spazi a debolezze, stati d'animo, desideri e aspettative.
Tutti i luoghi di lavoro, d'altra parte, appaiono ormai drammaticamente simili: conta solo la velocità e la quantità; il valore della persona solo raramente viene messo in rilievo e la qualità sembra non interessare più a nessuno.

Lui, invece, si era sfogato e mi aveva detto che era stanco di stare in ospedale.
Stanco perché non riusciva più ad appendere il camice e tornarsene a casa, lasciandosi il lavoro alle spalle. La sofferenza che incontrava ogni giorno cominciava a farsi strada in maniera troppo prepotente e lui, a sua volta, non sopportava la propria invadenza nel conoscere il destino degli altri.
Ricordo che in qualche modo rimasi male; era uno dei colleghi professionalmente più validi che avessi mai incontrato: ora che provava anche questo, sarebbe stato davvero un peccato se avesse mollato tutto così.

Ci rimasi male, anche perché quel desiderio di umanità che i pazienti hanno sempre nei confronti dei medici, io lo riconoscevo come un bisogno e quel giorno mi parve, nello sguardo del collega, desiderio ingiustamente disatteso.
Eppure quante volte, prima d'allora, mi ero ribellato a quella pretesa di mestiere inteso come missione, schiacciato invece dalla pericolosità e dal rischio, dalla pressione e dalla responsabilità di un quotidiano che talvolta sembra impossibile da vivere ?

Ma qual é il ruolo del medico ?
La questione se la pone anche il British Medical Journal, in un recente editoriale. (1)
E, nel farlo, inizia col citare una serie di attributi.
Come quello dell'imperturbabilità, ad esempio, quella di cui parlava William Osler rivolgendosi ai suoi studenti di medicina: "due qualità possono far decollare o affondare le vostre vite. La prima qualità: imperturbabilità. Il medico deve apparire calmo in mezzo alla tempesta e mostrare lucidità nei momenti di grande rischio: "E' essenziale infondere sicurezza nei pazienti impressionabili o impauriti".
E la seconda qualità, prosegue poi Osler é l'equanimità: tolleranza ed attitudine a non giudicare mai il prossimo.
Ma poi l'articolo menziona altre caratteristiche: altruismo, modestia, diligenza, desiderio di fare sempre la cosa giusta.
E ancora: destrezza nel gestire situazioni incerte, nel raccogliere informazioni in fretta, nel prendere decisioni giuste anche sotto pressione; capacità di mostrare empatia ed ascolto.

Insomma, i medici parrebbero persone davvero speciali: gente proprio fuori dal comune.
Ma l'articolo va oltre tutto ciò.
Vuole prendere giustamente in considerazione anche l'aspettativa del paziente: é un altro marcatore di qualità.
Ed é facile immaginare quale possa essere la soddisfazione di quest'ultimo: il paziente prende in grandissimo rilievo l'umanità del medico; tuttavia, allo stesso tempo, non é disposto a fare a meno di un'ineccepibile competenza, sin nei più minimi particolari.

Allora viene da pensare che forse tutto questo sia un po' troppo quasi per chiunque.
Anche per i medici, persone che hanno percorso un sentiero un po' particolare, quando hanno scelto questo mestiere - verrebbe da dire vocazionale - ma uomini, anche loro, come tutti gli altri.

Un'altra citazione, me la si perdoni, ma uno cerca di attingere saggezza ovunque sia possibile.
E' tratta da una mostra - "Che cosa posso fare per te" - nata dall'esperienza di Medicina e Persona. (2)
L'introduzione della mostra comincia con un pensiero di John Updike : "confidiamo nei medici e negli infermieri. Per necessità li veneriamo; immaginiamo che la loro istruzione, competenza professionale e pia dedizione li abbia spogliati da ogni incertezza e agitazione, dalla repulsione che noi, nei loro panni, sperimenteremmo al vedere quello che loro vedono ed al doverlo curare. Il sangue, il pus e il vomito non fa venir loro il mal di stomaco; la senilità e la demenza non li spaventa (...) la carne e le sue malattie sono oggetto di diagnosi infallibili e cure efficaci".
E quell'introduzione prosegue così: "niente é più lontano dalla verità. Noi operatori sanitari soffriamo intensamente il contraccolpo della realtà nella quale lavoriamo: malattie, dolore, morte. Questo accade perché ci dedichiamo a esseri che non solo soffrono, ma cercano il senso della propria sofferenza. L'educazione che riceviamo non ci prepara ad affrontare questi temi in modo che non feriscano i nostri cuori".

Questo sì, é maledettamente vicino alla verità.
L'università non é mai stata maestra in tal senso e potrebbe non esserlo mai, se non accoglie un rischio educativo, nel desiderio di cambiare se stessa.
E quella ricerca del senso della sofferenza é, nella mia personale esperienza, sempre più il valore aggiunto di ciò che incontro costantemente e continuamente ogni mattina, subito pochi istanti dopo aver timbrato il cartellino all'ingresso del mio ospedale.

La sofferenza che interroga il paziente, costretto a fare i conti con la sua malattia, é la stessa sofferenza che, in forme diverse, irrompe nella mia vita di ogni giorno, portando con sé l'analoga richiesta di scovarne un significato.
Ed il desiderio di felicità, che alberga nel cuore di ciascuno, offuscato da quella stessa sofferenza, irrompente e inopportuna, invasiva e destruente, é quello che sia il paziente che il medico cercano, ma non perché coinvolti nei rispettivi ruoli alla ricerca di una soluzione che renda soddisfatti entrambi (la guarigione della malattia), ma semplicemente perché é un qualcosa che cercano comunque in quanto uomini.

La fede mi ha sempre aiutato, non a comprendere le ragioni del dolore, che resta Mistero inspiegabile nella vita dell'uomo, ma a rendermi capace di mutare uno sguardo, ossia di provare a guardare la stessa realtà con occhi differenti.
Una personalità carismatica del nostro tempo, Chiara Lubich, parlò un giorno proprio di sguardo, quello di un Dio morto misteriosamente in croce; e poiché di sguardo si tratta, citò le pupille di Occhi attraverso i quali Dio guarda l'umanità:
"Gesù é Gesù Abbandonato (3). Perché Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull'Umanità il Divino, attraverso la Ferita dell'Abbandono, che é la pupilla dell'Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell'umanità attraverso la quale si vede Dio". (4)


E' condivisibile tutto ciò, nel quotidiano agire con pazienti, colleghi e gli altri operatori sanitari ?
Mi auguro davvero di sì, ma mi rendo conto che ha a che fare con la ricerca di ciascuno - me compreso - della Verità.
Credo però che tutto non si possa solo condurre ad un percorso individuale, quasi fosse una sorta di ascesi personale, "religiosa" o "laica" che sia.
Credo invece che, proprio perché siamo uomini, si debba cercare un terreno di condivisione, ossia di cammino insieme.
Mi ha sempre colpito una frase di Giancarlo Cesana, docente di Medicina del Lavoro all'Università degli Studi di Milano-Bicocca:
"L'errore formativo più grande é quello di ritenere che la coscienza individuale possa reggere indefinitamente grazie a una coerenza ferrea a principi che, una volta acquisiti, mai sono messi in discussione.
Non si può essere veramente amici degli uomini se non si vive di amicizia.
E l'amicizia non é altro che una correzione (che letteralmente significa "reggere insieme") del cammino ideale e morale di ciascuno verso il compimento del proprio destino" (5).


Si può vivere così ?
Certamente sì, per lo meno si può tendere a questo.
Allora diventa vero quel pensiero che é la conclusione della sopracitata mostra "Che cosa posso fare per te" : "Il bene si comunica in modo tale che unisce. Se in un ospedale c'é un'infermiera con senso di responsabilità, che mette il cuore in quello che fa ed é atea, e nello stesso posto ce n'é un'altra conosciuta per la sua religiosità cattolica, con la stessa passione e che mette il cuore in quello che fa, é impossibile che queste due non stiano insieme. Questo permetterà loro di creare una nuova vita all'interno delle strutture lavorative. Senza tendere a questo il cristiano non é cristiano - e l'uomo non é uomo". (6)

Proprio così: insieme.
Alla faccia del dottor House, che comunque rappresenta sempre una bella provocazione...

Note:
(1) Fiona Godlee - The role of the doctor - BMJ 2007; 335 (17 november)
(2) "Che cosa posso fare per te? Medico e paziente di fronte al dolore" - Medicina e Persona
(3) "Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Eloì, eloì, lemà sabactani ?", che significa : "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" (Mc, 15-34)
(4) Chiara Lubich - Il grido - Città Nuova editrice

(5) Giancarlo Cesana - Il "ministero" della salute - Studio editoriale fiorentino
(6) ibid. (2)

Friday, November 23, 2007

DEDICATO A CLAUDIO / 2

Tratto da YouTube, con un grazie a chi ha messo in rete queste immagini

Tuesday, November 20, 2007

DEDICATO A CLAUDIO

Non é sempre brutta la malinconia.
Sarà perché lui adesso non é più qui, su questa terra - anche se la sua presenza ora é più forte che mai - ma quando entro in casa e le note di “Come la rosa” mi avvolgono all'improvviso, non riesco proprio a spazzarla via, e in qualche modo vorrei che non finisse mai.
Poso la borsa, vado a cambiarmi, torno in soggiorno e incontro mia moglie: “sai – le dico – secondo me questo ...” Non mi lascia finire la frase: “.. é il disco più bello di Chieffo”.
Abbiamo pensato la stessa cosa, nello stesso istante.


Come La Rosa
é un disco straordinario.
Pieno di struggente malinconia, in cui la forza di Chieffo, la potenza della sua voce e delle sue parole, si colora, in modo assolutamente unico, di una dolcezza e di una tristezza tutte particolari.
E' il disco che Claudio incise con il pianista David Horovitz, che forse comprese il suo animo più di molti altri.
Il clima in studio, durante la registrazione, dovette essere davvero qualcosa di speciale. Racconta Horowitz stesso: “Lavoro ormai da anni con alcuni dei maggiori musicisti professionisti, che di solito vengono nel mio studio a registrare il loro pezzo e poi, finita la session, ripongono i loro strumenti e se ne vanno. Quelli che hanno suonato nel suo cd, invece, volevano ascoltare altre sue canzoni, suonare ancora. E non era solo per le sue canzoni, era anche per Claudio: erano così presi dalla sua persona, dal suo entusiasmo, dalla sua sincerità...”

Il violino di Charles Libove, ne La Canzone Del Destino, ti entra sotto la pelle e sembra non voler uscire più, lasciandoti addosso solo brividi. E’ una canzone dedicata ai figli e quando Claudio lo sentì suonare, esclamò: “Questo é uno tra i suoni di violino più belli che io abbia mai sentito”.
Era uno Stradivari quel violino. Racconta ancora Horowitz: “Sapevo che ne possedeva uno, ma ci conosciamo da trent’anni e non lo avevo mai visto. Tra altri venti violini che usa aveva scelto quello, che non gli avevo mai sentito suonare. “Oggi ho portato lo Stradivari, perché so che a questo disco tieni in modo particolare”, ha spiegato. E quella é stata l’unica volta, da quando conosco Claudio, in cui non é riuscito a dire una sola parola.”

L’aviatore ha una chitarra che ti fa volare, proprio alla fine del brano, sempre più su, dopo aver “sfidato” le “nuvole della menzogna”, “giocato” con esse, puntando “dritto contro il sole”, respirando forte e cominciando a salire, finché “sull’aereo d’argento abbiamo vinto le nuvole e grazie a Dio, questo é il cielo e non vogliamo guardare indietro, non possiamo tornare indietro, non vogliamo tornare..."

Ho sempre amato la notte.
Ma non quel buio che circonda il fascino della trasgressione.
Quel luogo, invece, dove la frenesia lascia spazio alla memoria, allo sguardo su ciò che ti é accaduto: dove Lo hai visto oggi, dove Lo hai incontrato ?
Quante volte, nelle mie notti di guardia in ospedale, mi sono affacciato, tra un'urgenza e l'altra, a guardar fuori le luci della città; momenti d'improvvisa calma, in cui quegli occhi che prima avevano affrontato il dolore, sembravano poter abbracciare tutta l'umanità.
Anche a casa, spesso, sono l'ultimo ad andare a dormire.
E allora passo a guardare i miei figli e a volte mi fermo sul bordo del loro letto.
Penso alla vita che avranno, ai dolori e dispiaceri che vorrei potessero evitare.
La canzone di Chieffo dedicata a un suo figlio - Canzone di Benedetto - mi fa pensare ad un amore più grande del mio:

Dormi, dormi, dormi, io ti guardo,
accarezzo i tuoi piccoli pensieri:
ti darò l'orizzonte che non muore,
oggi, domani e ieri...

Il grande Muratore ha costruito una casa per te,
l'ha fabbricata sulla roccia
e la notte
si sente il mare
e neanche il vento che soffia forte
la farà crollare...

Come La Rosa finisce spesso, in questi giorni, nel lettore cd della mia auto.
Quante volte la strada ha mescolato fantasia e realtà, sogni ed inventari di giornate intere.
Bilanci rivestiti di un'esistenza condivisa: pensiero di amici che ti richiamano ad un Altro.
E allora preghi, spesso e volentieri, ma lo puoi fare anche con una canzone, Canzone di Maggio:

Gli amici, o quanti amici quella sera,
i canti, i canti come una preghiera

Vive i giorni nella gioia chi mi ha dato prigioniero il cuore:
l'Amico non l'abbandona nella sera,
il canto, il canto come una preghiera


Quando ascolti un disco così, vorresti che lo conoscessero tutti.
Vorresti che il bello si facesse strada, molta più strada di tutta quella che fa spesso il male.
Ma non é questo il punto, in fondo: il Bello si fa strada da solo, noi - a voler vedere bene davvero - siamo solo strumenti.
Come quel giorno di quel concerto, un concerto che Chieffo fece davanti a diecimila persone.
Il giorno dopo, sui giornali, neanche una riga, come se non fosse successo niente.
Ma aveva suonato con lui Mark Harris, pianista ed arrangiatore americano, che gli disse: “Vedi: il successo non é il successo, il successo é che é successo: per quelle diecimila persone e per noi, ieri sera, é successo, é successo qualcosa”. E Chieffo aggiunse: “E lui mi ha aiutato a capire che il successo non é quando c’é un riscontro, ma quando accade qualcosa”.

Io a quel concerto non c'ero, ma oggi é accaduto qualcosa anche a me.
Mi é bastato ascoltare un disco.
Mi é bastato spalancare il cuore.

Post Scriptum:
Ho visto due volte Claudio Chieffo in concerto.
La prima volta al meeting di Rimini, qualche anno fa e la seconda in un’intima chiesetta di Abbiatgrasso.
Sono rimasti ricordi incancellabili. Ma quello che me lo ha fatto scoprire sul serio é il racconto della sua vita nel libro di Paola Scaglione “La mia voce e le tue parole” (ediz. Ares). Da questo libro, che ha anche prefazioni di Jesus Carrascosa, di mons. Luigi Negri, e del mio buon amico Paolo Vites, sono tratte molte delle citazioni di questo post.
A dire il vero, Chieffo lo avevo incontrato anche molto tempo prima, più o meno a diciott’anni, durante un servizio d’ordine ad un Congresso Eucaristico Nazionale, a Monza, sotto il diluvio universale.
Doveva cantare insieme a molti altri e non volevano farlo passare perchè non l’avevano riconosciuto: quella volta lui si era arrabbiato un po’....

Sunday, November 11, 2007

RIEDUCATO DAL DOLORE

"Gesù che grida a gran voce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34) (...) Non é simile a lui forse l'angosciato, il solo, l'arido, il deluso, il fallito, il debole ? Non é immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli, tra Chiese, tra brani di umanità con ideologie contrastanti ? Non é figura di Gesù che perde, per così dire, il senso di Dio, che s'é fatto "peccato" per noi - come dice Paolo (2Cor 5,21) - il mondo ateizzante, laicista, decaduto in ogni aberrazione ? (...)
Infinito mistero, dolore abissale che Gesù ha provato come uomo e che dà la misura del suo amore per gli uomini, in quanto ha voluto prendere su di sé la separazione che li teneva lontani dal Padre, colmandola. E così ci ha redenti" . (1)
(Chiara Lubich)

In una sua recente intervista, Massimo Priviero manifesta chiaramente il suo pensiero sulla musica italiana: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Gran parte dei cantautori italiani poi non ha voce ed i suoni sono sempre quelli. Ai cantautori non é mai stato chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante"
Credo che Massimo, uno dei pochi veri rocker italiani, abbia fondamentalmente ragione.
Forse é per questo che la musica italiana non mi é mai piaciuta granché.
Perché, come dice sempre lui, se ti senti "figlio del rock, del blues, del rock'n'roll", la musica che ascolti é quella americana." (2)
Qualche eccezione però, per quel che mi riguarda, c'é sempre stata, soprattutto quando mi pareva di scorgere, anche in qualcosa di nostrano, quel grido dell'anima che della musica rock ha sempre rappresentato il catalizzatore della mia attenzione.
Così l'ultima uscita discografica, dopo qualche anno di silenzio, di Roberto Vecchioni - Di Rabbia E Di Stelle - non ha potuto lasciarmi indifferente.
Perché dentro questo lavoro c'é tutto quello che potresti trovare in un vecchio blues d'autore.
Ed in concomitanza con l'arrivo del disco, Avvenire pubblica un'intervista (3), che inaspettatamente svela il "rischio educativo" a cui lui non ha voluto sfuggire, rileggendo alcuni passaggi particolarmente dolorosi della sua vita recente.

"Vecchioni, dov'era finito...Vecchioni?"
"Con l'età diventa difficile dare filo conduttore alla vita. E spesso mi sono sentito disarmato, da un sistema che spaccia per verità l'esibizionismo di gente che se soffrisse davvero non lo andrebbe a dire in tv. Anche l'amore mi é parso a tratti non più raggiungibile. Negli ultimi anni insomma ho passato momenti duri e sicuramente nei dischi si sentiva. Ma il peggio sono stati gli ultimi due anni, con la sofferenza per i problemi che ha avuto mio figlio".
"Eppure proprio ora lei sembra rinato. E si sente bene proprio nella canzone per suo figlio".
"Già. La più drammatica della mia vita, scritta in uno stanzino buio in due ore. Una preghiera, forse una "bestemmia", non so. Un patto impossibile con Dio. Non ti offro la mia vita, é già tua; ti dò quanto ho vissuto se tu dai a mio figlio le tue rose blu. Però é vero, questa canzone mi ha rieducato. In fondo ho sempre tratto la speranza dal dolore: ho ripreso a farlo. Forse anche con più misura e sincerità di un tempo. "
"Ma fra le sue 'stelle' Dio c'é davvero ?""In questi ultimi due anni mi sono avvicinato molto a Dio. La mia fede é cresciuta anche per i dolori che ho vissuto in questo tempo: ci deve essere una forza credibile che va oltre la mediocrità terrena. Spesso prego. Dico l'Ave Maria, il Credo, il Pater Noster. Il bello é che con Dio si può parlare ovunque, in chiesa come per strada. "


Non riesco a non pensare a Vecchioni - milanese come me - sulla cattedra in mezzo ai suoi studenti del liceo. E penso anche a quei due anni di giovane docenza, assistente di "storia delle religioni" all'Università Cattolica di Milano.
Chissà se, anche solo per un attimo, ha mai incontrato Don Giussani, quell'uomo che un giorno decise di gettare tutto se stesso in mezzo a tanti giovani, mollando l'ordinarietà di un tranquillo insegnamento in seminario.
Forse no, ma mi piace credere che quello Sguardo, di cui il "Don Giuss" si é fatto sempre tramite, perché molti riuscissero a scorgerlo, oggi abbia colpito anche il professor Vecchioni.
Da quel che dice e quel che ci regala nel suo ultimo disco, sembrerebbe proprio di sì.
Note:
(1) Chiara Lubich - Gesù Abbandonato e la notte collettiva e culturale - Gen's, maggio-agosto 2007.
(2) L'intervista a Massimo Priviero é pubblicata dal Buscadero n.295. E' uscito da poco l'ultimo cd dell'artista- Rocks And Poems - splendido album di covers, da Bob Dylan a Bruce Springsteen, da Paul Simon a Tom Waits, tributo a maestri di fronte ai quali l' allievo non sfigura affatto. Ci sono anche le versioni in lingua inglese di due tra le più belle canzoni di Priviero, Dolce Resistenza e La Marcia Del Davai. Da ascoltare assolutamente.
(3) Andrea Perinelli - "Il dolore per mio figlio mi ha avvicinato a Dio" - Avvenire, 10/11/2007

Saturday, November 10, 2007

ROCK'N'ROLL CAN NEVER DIE


John Fogerty al David Letterman Show, 2 october 2007

"I was so much older than, I'm younger than that now"...

Sunday, November 04, 2007

UN POMERIGGIO A COMETA


Per favore non ditegli mai che sono bravi.
Tra tutte, sembra che questa sia l'unica frase che dia loro fastidio.
Eppure verrebbe voglia di dirglielo, che bravi lo sono sul serio, perché la storia di Erasmo ed Innocente Figini appare davvero speciale.
Una storia che comincia con un bambino in affido, che Erasmo accetta nella sua famiglia e che continua con la richiesta d'aiuto al fratello, per compiere questo gesto insieme.
L'amicizia con Don Giussani, che dice ai due fratelli di "andare a vivere insieme" e poi un'apertura che cresce, affido dopo affido.

Erasmo racconta l'origine di tutto: "Vent'anni fa suona il telefono, alzo la cornetta. E' don Aldo Fortunato che mi dice: "Erasmo, tu conosci tanta gente a Como; mi daresti una mano a collocare un bambino presso una famiglia ? Non può stare nella mia struttura, é un bambino sieropositivo. In quel momento lì, io e Serena, mia moglie - Serena era vicino a me al telefono - immediatamente gli abbiamo detto sì, lo prendiamo noi, che famiglia vuoi cercare ?".
"L'arrivo di questo estraneo - continua Serena - che poi é diventato, invece, parte del tuo cuore, ha permesso di scoprire che la paternità e la maternità, dentro la nostra vita, era un seme che non era germogliato neppure con l'arrivo dei nostri due figli naturali. Perché questo bambino, bisognoso di tutto, ha permesso di conoscere la bellezza del cuore di ciascuno di noi".
Erasmo prosegue il racconto delle origini: "Subito dopo i nostri genitori, i nostri amici erano contrari. Serena lavorava ancora a tempo pieno e anch'io. L'appartamento era piccolo. Il buon senso ti avrebbe fatto dire : no, é impossibile. E se avessimo detto no, probabilmente Cometa non sarebbe neanche venuta fuori, perché il coinvolgimento che io ho chiesto a mio fratello di darci una mano sulla sieropositività, la sua risposta non é stata solo un coinvolgimento da medico, é stato un coinvolgimento totale, suo e di sua moglie. E poi da lì é partito tutto".


Tutto dunque parte da qui, dall'accoglienza di un bimbo in affido, e dal fidarsi di due fratelli, Erasmo ed Innocente, che danno retta al loro amico, don Giussani, che dice loro, cogliendo il desiderio di comunione che c'era nei loro cuori: "andate a vivere insieme".
Ora Cometa é un'associazione, ricca e variegata, ma prima di tutto é un luogo dove questa comunione si é allargata, al punto da essere sperimentabile da chiunque passi da qui anche solo per una semplice visita.
Oggi in quella casa nella periferia di Como ci sono quattro famiglie, ognuna mediamente con dieci figli a testa, tra quelli naturali e quelli in affido.
Ma la casa, allargatasi, é divenuta una "città nella città".
60 bambini che, dopo la scuola, trovano una proposta educativa attraverso l'aiuto allo studio e le attività espressive e ricreative; un'Associazione Sportiva, che coinvolge stabilmente più di 115 ragazzi; una fondazione - Cometa Fondazione - che dà un'opportunità concreta a ragazzi che hanno abbandonato la scuola senza alcuna propsettiva lavorativa; 100 ragazzi coinvolti nel Liceo del Lavoro, in cui "l'esperienza affascinante del valore educativo del lavoro dà motivazione per l'apprendimento, voglia di costruire, possibilità di divenire grandi, diventando proposta anche per gli adulti".
Il progetto futuro é ampliare il piccolo borgo con alcune piazzette, una scuola, botteghe di artigiani, un micro nido e nuove case per l'accoglienza, "per far spazio ad un'esperienza che cresce ogni giorno, perché la proposta di bene incontrata possa raggiungere tutti".



Quando arrivo lì in visita, con la mia famiglia ed un nutrito gruppo di amici, la prima cosa che mi colpisce é la bellezza e l'armonia di quel luogo.
Innocente - qui per tutti é "il Cente" - ci spiega poi che non é così strano, perché la bellezza é la "cosa che assomiglia di più alla Verità".
Giriamo la casa, vediamo gli uffici, le aule di scuola, la casetta, dal di fuori, di un gruppo di "Memores Domini", consacrati laici a vita comune, che sono venuti a vivere anche loro qui.
La sala da pranzo é uno spettacolo: le dimensioni sono quelle delle sale dei conventi di una volta, con un bel tavolo lungo a ferro di cavallo ed un fiore davanti ad ogni posto a tavola.
Sembra un luogo dove sia difficile mantenere l'ordine (in quanti mangiano alla volta ?), ma invece scopri che é un luogo privilegiato d'incontro: molti hanno scoperto Cometa semplicemente cominciando con lo stare a tavola insieme.



Ci si ritrova tutti in giardino, per una merenda insieme, ma anche per una chiacchierata con il Cente, che racconta ancora una volta l'esperienza vissuta in questi anni.
C'é spazio anche per le domande, innocenti e forse un po' scontate, ma preludio a risposte sempre illuminanti.
Come quando qualcuno domanda come fanno ad andare avanti, visto che a noi, con due o tre figli, a volte sembra già difficile. Lui rimbalza la domanda e dice "non so come fate voi ad andare avanti; se siete soli, al giorno d'oggi, non ce la potete fare, io quando qui ho bisogno, chiedo una mano". E allora capisci che é un cammino di popolo quello che ti sostiene: se hai scoperto qualcosa per cui vale la pena di vivere, per cui il tuo desiderio di felicità diviene realtà tangibile per te stesso, allora lo comunichi ad altri e tutto questo diventa credibile e genera al tempo stesso comunione. Ed é quella comunione che ti fa andare avanti, non senza fatiche magari, ma non ti chiedi più se ce la fai: ti accorgi invece che del gusto di una vita fatta così non puoi proprio più fare a meno.



Tornato a casa, alla sera, la cena con mia moglie e i miei figli, mi appare inaspettatamente nuova. Ripenso agli amici, con cui faticosamente cerco di percorrere il mio cammino di condivisione, nelle piccole ed ordinarie cose della realtà di tutti i giorni, ma quando credo e mi affido al disegno di un Altro, non meno denso di quella pienezza che ho incontrato in quella casa, a pochi chilometri dalla mia.
E mi tornano in mente, con gratitudine, quelle parole di Erasmo che ho udito oggi: "Io non riesco mai a capire - rispondo sempre a tutti - come si potrebbe vivere in un modo diverso. Io senza un luogo come questo, che mi obbligasse a stare sulla realtà in modo così stringente, non so proprio come potrei vivere."
Allora finalmente capisco ciò che mi ha reso nuovo questa sera.
Non é stato il vedere l'eroico divenuto quotidiano, ma é stata la dimensione di un incontro.
Mi chiedo tante volte cosa voglia dire incontrare Gesù nella mia vita di ogni giorno e troppo spesso mi dimentico di quelle Sue parole: "chi incontra voi, che siete miei discepoli, incontra me".
Ecco cosa ha reso davvero felice il mio cuore questa sera, l'incontro con Lui e il desiderio di continuare un cammino di comunione.
E' il dono più grande che mi sono portato a casa da Cometa.


per conoscere Cometa:
Associazione Cometa
Via Madruzza 36, 22100 Como
tel. 031520717
www.puntocometa.org
associazione.cometa@puntocometa.org

Wednesday, October 31, 2007

COMPLEANNO


E' bello vivere perché vivere é cominciare,
sempre, ad ogni istante
(Cesare Pavese)

Un grazie a tutti coloro che sono passati da qui.
E' il compleanno del blog e sento che il ringraziare é sia un dovere che una necessità.
Non ho mai inteso questo spazio come un luogo dove parlarmi addosso: c'é già tanta gente in giro che lo fa e nessuno sente il bisogno che si aggiunga qualcun'altro.
Ma questo é uno strumento che rende possibile comunicare ad altri lo stupore che rende continuamente nuova ogni mia giornata.
E allora l'ho usato e lo userò ancora volentieri.
Per descriverlo, questo stupore, ma anche per raccontare dell'abbraccio di una realtà che costantemente s'impone al mio sguardo, rendendo visibile il disegno d'amore d'un Dio che si é fatto carne per condividere la nostra stessa vita.

Spero che chiunque passi da qui possa sempre sentirsi libero di dialogare con me attraverso i propri commenti e, soprattutto, trovare un luogo dove incontrare tutto ciò e dove magari sia possibile deporre ciò che rischia, talvolta, d'indurire il cuore.

Perché quel che mi muove - ancora una volta ed ogni giorno come se fosse il primo - é quel che disse un giorno Chiara Lubich: "ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati tra tutti, uomo accanto a uomo".

Con un abbraccio,
a tutti ed a ciascuno,

Fausto

Wednesday, October 24, 2007

MAN ON THE STREET

Vabbé, visto che qualcuno ha già cominciato a prendermi in giro, lo metto qui.
Che cosa ? Ma Lo spot di Dylan per il nuovo SUV della Cadillac, ovviamente (ed anche per il suo programma radiofonico, dove continua imperterrito a fare il deejay più atipico che ci sia al mondo...).
Comunque non é niente male: paesaggi da Paris Texas e poi la scena del fuoristrada che supera il truck, come in "Duel" di Steven Spielberg; ma la macchina di Bob non si lascia mica raggiungere dal camion...

Thursday, October 18, 2007

GUADAGNO

E’ una cosa alla quale non ti abitui mai. E dopo un’ora che ci sei dentro, in auto, non ce la fai quasi più. Per quanto tu possa amare la tua città, questa è davvero una cosa di cui faresti volentieri a meno: il quotidiano, onnipresente, traffico cittadino.
Allora i casi sono due: o ti arrabbi anche tu, oppure provi a sfruttare quel tempo “perso” in maniera differente.
E così provi a fermare la mente, l’unica che lì in mezzo continua a correre e ad urlare e ti metti a guardare fuori dal finestrino, per vedere se ti sai fare ancora capace di cogliere lo stupore di un quotidiano, solo in apparenza frenetico ed inconsistente.

Davanti a me passa un autobus, tappezzato di pubblicità.
Quella di oggi recita “Và dove ti porta il guadagno” e in un colpo d’occhio stigmatizza un programma dal nome anch’esso emblematico : ACCUMULATOR.
Vabbé, c’é di peggio in giro - e chi lo batte in cattivo gusto Oliviero Toscani ? - ma questo motto, così brutto, mi ha fatto lo stesso pensare.
Guadagnare cosa ? E per accumulare che ?
E, per analogia, mi é venuto in mente San Paolo, che in una delle sue lettere ai Corinti descrive qual é il guadagno al quale non fa che correre dietro tutto il giorno: “mi sono fatto debole con i deboli, mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 19-20.22).
Mica male come programma per la giornata: appena scendo dalla macchina voglio provarci anch’io.

Cosa c’entra questo video con tutto questo ?
Beh, é una canzone di Dylan ed ha un titolo un po’ crepuscolare, ma niente male, specie per chi ha troppa fretta : “Death is not the end”. Qui però non la canta lui: é la versione di Nick Cave, in duetto con Kylie Minogue.
Ah, e nel video c’é anche un certo Shane MacGowan dei Pogues, un po’ “bevuto” forse, ma va bene lo stesso...

Friday, October 12, 2007

COLUI CHE HO ATTESO

"Gesù, la morte non é,
Tu sei.
Di qua desiderato.
In Purgatorio agognato.
In Cielo raggiunto"

(Chiara Lubich)

Ciao nonna
24 giugno 1910 - 10 ottobre 2007

Sunday, October 07, 2007

WAITING AT THE GATES OF EDEN

WAITING AT THE GATES OF EDEN
Libero ascolto e liberi pensieri su tre canzoni

Ricordo ancora quello sguardo.
Prima spasmodicamente teso a cogliere ogni impercettibile cenno di quel volto, spesso impenetrabile. Poi, un attimo dopo, rilassato e soddisfatto.
Ai tempi - era il 1989 - G.E. Smith capitanava con maestria non solo chitarristica la piccola band che accompagnava Bob Dylan in un tour che poi si sarebbe rivelato infinito - il Neverending tour - e risultava ottimo interprete dell'estro di un artista che allora appariva un po' più imprevedibile sul palco di quanto appaia ai giorni nostri.
Quello sguardo soddisfatto seguiva il riuscito missaggio, improvvisato dal vivo, tra l'intimissima ma sferzante "In The Garden" e quel fiume in piena di lava che corrisponde al nome di "Like A Rolling Stone".


"In The Garden" é una bella canzone, con un crescendo musicale adatto alla drammaticità del testo.
Uscì su Saved, uno dei tre dischi del periodo della conversione cristiana dell'artista e forse per questo non piacque granché ai fans, allora come adesso.
Ma Dylan sembra amare parecchio questa sua canzone, tant'é vero che per tutti gli anni anni 80 la suona spessissimo in concerto e va avanti un bel po' anche nei '90.
E nei concerti del tour australiano del 1986, fa qualcosa che di solito non fa davvero mai: si rivolge al pubblico e ne spiega il significato, smontando qualche falso mito e parlando di veri eroi:
"Prima di andarmene voglio cantarvi una canzone. Una canzone che parla di un mio eroe. Ognuno ha i propri eroi, non é vero ? Per qualcuno Mohammed Alì é un eroe. Ed Albert Einstein, lui era un eroe di sicuro. Credo possiate dire che anche Clark Gable lo fosse. Michael Jackson, é un eroe. E Bruce Springsteen. Ma a me non importa nulla di tutti questi. Nessuno di loro rappresenta un eroe per me, non significano nulla per me. Mi spiace, ma é la verità. Voglio cantarvi una canzone che parla del mio eroe - I wanna sing a song about my hero".

E, detto questo, attacca con quella canzone, la sua canzone sull' Uomo del Getsemani:

Gridarono contro di Lui, osarono tanto ?
La folla voleva fare di Lui il re,
porre una corona sul suo capo.
Perché Lui se ne andò invece in un posto tranquillo ?
Gridarono contro di Lui, osarono tanto ?

Quando Lui risuscitò dai morti, credettero ?
Lui disse: "A me é dato tutto il potere in cielo come in terra".
Compresero allora fino in fondo quanto valeva quel potere ?
Quando Lui risuscitò dai morti, credettero ?



Van Morrison é un artista che non piace a tutti.
Colto, ma anche introverso e scontroso, quasi troppo difficile per il rock; e in più una carriera discografica che, pur avendo prodotto alcuni veri e propri capolavori, viene tacciata talvolta d'essere ripetitiva.
Ma rimane il fatto che é un autore straordinario, dotato di una voce potente e con una capacità espressiva musicale sempre di qualità elevata.
Quando No guru, no method, no teacher esce nei negozi di dischi é il 1986, più o meno lo stesso periodo in cui Dylan va in giro a parlare e cantare di eroi.
E' un lavoro intenso, ricco di atmosfere celtiche ed oniriche e, soprattutto, di spiritualità.
C'é un momento del disco, in cui Van "the man" sembra raggiungere un'intimità esclusiva, sottolineata da una musica che passa quasi in secondo piano ed una voce che, in un passaggio della canzone, esce pressoché in sordina, quasi che per entrare in possesso di quel momento anche l'ascoltatore sia in un certo senso costretto a fare il vuoto attorno a sé, a mettersi in qualche modo in comunione con l'artista, perché quel che lui ha da passare all'altro sia colto nel suo significato più vero e profondo.
"In the garden" é un brano importante del disco, tanto che ai tempi lo stesso Van Morrison ci tenne a spiegarne il significato:
"C'é una canzone sull'album chiamata 'In The Garden' dove in realtà io ti porto attraverso un programma di meditazione, da circa metà della canzone sino al termine (...) se la ascolti attentamente, dovresti aver raggiunto una forma di tranquillità prima di essere alla fine. Accade quando dico "E mi rivolsi a te e dissi: nessun guru, nessun metodo, nessun maestro. Solo tu ed io e la natura, ed il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo". Solo la frase intera conserva tutto il senso. E volevamo metterla così come titolo dell'album. Ma abbiamo capito che sarebbe stata troppo lunga".
Il disco, invece, non é affatto lungo.
Dopo anni di ascolti é ancora uno di quelli che continua a finire sul mio lettore cd.


Bisogna stare attenti con la musica.
O per lo meno devono stare attenti coloro che la considerano una cosa seria.
Quelli che non la pensano puro divertissement, ma espressione d'arte capace di fare da colonna sonora al nostro vivere e fare compagnia ad emozioni, stati d'animo, passaggi della propria esistenza.
E quella di Nick Cave non é propriamente musichetta allegra per tirarsi un po' su.
Capita che ascolti un suo disco, No More Shall We Part, in un giorno qualunque, ma più triste di altri, per quelle circostanze che a volte rendono la vita un po' più dura.
E che la vita, intesa come percorso esistenziale, sia stata davvero dura e intensa per questo musicista, lo si percepisce anche in un disco pieno di significato come questo. L'aspetto tenebroso, romantico per eccellenza, quasi da novello poeta maledetto del rock e che spesso lo ha portato ad eccessi e derive pericolose, si coglie anche in questo lavoro, che é, invece - finalmente - piena espressione di spiritualità e di un desiderio di felicità nello scoprire un Dio sempre più vicino.
Mi lascio avvolgere dalle note, dai ricami pianistici che richiamano alla mente Tom Waits e fumosi bar, ma anche da melodie talvolta spigolose e sofferte, pronte però ad aprirsi all'improvviso, in squarci di luminosa e seducente bellezza. Come nella title track, in God is in the house, "Darker with the day", o in quella Gates To The Garden , messa quasi alla fine del disco :
"God is in this hand that I hold, as we open up the gates of the garden"


I cancelli di un giardino, nel quale ciascuno di noi vuole in qualche modo entrare.
Cancelli di un paradiso - gates of eden - al quale, tra mille affanni, non facciamo altro che bussare.
Sembra difficile a volte, ma lo é solo per la nostra poca fede.
Lo dice anche Cave, in "(Are you) The One I've Been Waiting For ?":

"C'era un uomo che raccontava meraviglie,
anche se non l'ho mai conosciuto
Diceva "chi cerca trova"
E "a chi bussa sarà aperto".

In fondo basta solo crederci un po' di più.

Wednesday, October 03, 2007

THE MAN IN ME


" Oggi c'é una pillola per ogni difficoltà.
Ma é così bella la difficoltà, beata...
E' una benedizione del cielo non sapere come fare,
perché lì diventi uomo e scopri il mondo.
Spesso mi chiedono se sono cristiano e io rispondo:
e che devo essere ? "


(Roberto Benigni)

Thursday, September 27, 2007

A BLOWIN' ANSWER

"I'll know my song well, before I'm start singin'"
(Bob Dylan - A hard rain's a-gonna fall)


Posata la chitarra, l'uomo iniziò ad avvicinarsi al palco.
L'andatura esitante e perfino un po' buffa, come gli capitava spesso, specie nelle grandi occasioni.
E qualcuno, ogni tanto, l'aveva perfino paragonato a Charlie Chaplin.
Quell'uomo cammina e non sa dove tenere le mani: una sopra l'altra, una attorno all'altra, le rigira nervosamente su se stesse. Poi, quando arriva agli scalini, inciampa e quasi per miracolo non cade. E intanto si rende conto che sarebbe bene togliersi il cappello, niente male finché si esibisce nella sua cowboy band, ma certamente fuori luogo adesso.
E così lo sfila via, proprio all'ultimo momento.


Emozione, senza dubbio, ma perché ?
Forse perché quella persona in cima al palco é davvero importante, anche se ha sempre fatto di tutto per spostare l'attenzione da sé ad un Altro.
Ma anche quell'uomo che si é avvicinato é famoso.
E, in un certo senso, anche lui ha sempre spostato i riflettori da se stesso.
E' l'incontro tra Giovanni Paolo II e Bob Dylan.

Dylan che canta davanti al Papa.
Accade a Bologna, al Congresso Eucaristico Nazionale, esattamente dieci anni fa, il 27 settembre 1997.
Quando arriva davanti al Santo Padre, ha appena finito di cantare "Knockin' On Heaven's Door" e "A Hard Rain's A-Gonna Fall".
E' un momento intenso, il Papa si alza, parla con lui, stringe le sue mani, quelle mani che poco prima Dylan non sapeva dove mettere.
Pochi istanti, poche parole e uno sguardo intenso tra i due.


"A volte nelle canzoni si dicono certe cose anche se c'é solo una piccola probabilità che siano vere. A volte si dicono cose che non hanno niente a che fare con la verità di quello che si vuol dire, e altre volte si dicono cose che tutti sanno essere vere. O magari si finisce per credere che l'unica verità esistente al mondo é che sul mondo non c'é nessuna verità."
(Bob Dylan - "Chronicles") (1).

Bob torna al suo posto, non ha finito di cantare, ma Giovanni Paolo II riprende la parola.
Il fisico non lo sorregge più e deve andare via, ma si rivolge ancora a tutti per un ultimo saluto; parla di eucaristia, di mistero della croce e di resurrezione e per un attimo il sorriso ricompare su quel volto menomato dal morbo di Parkinson: "grazie per questo incontro".
Poco prima che Dylan arrivasse, il discorso aveva mosso i propri passi da "Blowin' In The Wind" ed il Papa aveva parlato di risposte.
Catechesi su una canzone ? Dylan non lo farebbe, non si prenderebbe mai così sul serio.
Ma il Papa non é insensibile alla portata di quei versi e di quel linguaggio.
E non fu opportunismo, come alcuni dissero in seguito; furono invece la ragione ed il cuore, capaci di meditare sulla realtà, in cui il Mistero s'impone rendendosi presente.

"The answer, my friend, is blowin' in the wind, the answer is blowin' in the wind
".
"Un vostro rappresentante ha detto che la risposta sta soffiando nel vento. E' vero, non nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che é soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni".
"How many roads must a man walk down, before you can call him a man".
"Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare uomo? Vi rispondo: una. Una sola é la strada dell'uomo e questa é Cristo. Questa é Cristo che ha detto "Io sono la Vita", la via della vita
". (2)

Riascoltando oggi queste parole non posso fare a meno di ripensare a quell'ultimo straordinario concerto di Chieffo, già citato in questo blog, ed alla sua risposta, quel significato che pervase sempre la sua vita e le sue canzoni : "....pensate che a quei tempi c'era il più grande cantautore e pirata della storia, Bob Dylan, che cantava che la risposta non c'era. Cosa dovevo fare io se lui aveva un'ammiraglia pirata ed io una barchetta a remi ? Io l'avevo incontrata questa risposta, lo dovevo dire. E feci queste canzoni: "la ballata della società", "la ballata dell'uomo vecchio", che erano il segno di quella risposta che avevo incontrato io, che era Cristo. Guardate che non si può tacere solo perché si pensa di non avere i mezzi adeguati. E queste canzoni, a quanto mi risulta, sono cantate tuttora, esattamente come le canzoni del grande Bob, dopo quarant'anni".


Dopo l'uscita di scena di Giovanni Paolo II, Dylan proseguì con un'altra canzone, Forever Young. Poi pose fine alla sua esibizione. "Il Papa se ne stava andando - spiegò - e ho sentito che mi ero scaricato, che si era interrotto il feeling con il pubblico. Ho preferito smettere" (3).
Così se ne andò anche lui, senza una parola e con quei passi piccoli e impacciati, come sempre. (4)

Negli anni a venire Dylan non parlò mai di ciò che accadde quella sera.
Qualcosa di dimenticato troppo presto ?
Nessuno lo sa, ma a me piace pensare che non sia così, che semplicemente conservi nel cuore momenti giudicati preziosi.

Io, per parte mia, ricordo degli sguardi.
Quelli di un Papa, che parlò coi giovani quella sera, tanti giovani, quelli coi quali aveva un rapporto così speciale.
E quelli di un cantante - il più grande di tutti - che, spettinato e senza cappello, guarda verso il palco allontanarsi quell'uomo che gli ha stretto le mani poco prima, mentre canta la sua ultima canzone, Forever Young :
"Che Dio ti benedica e ti custodisca sempre,
possa la tua canzone essere sempre cantata,
possa tu restare per sempre giovane"


Note:
(1) "Chronicles - vol.1" é il titolo dello splendido primo volume dell'autobiografia di Dylan, edito in Italia da Feltrinelli, con traduzione di Alessandro Carrera.
(2) il discorso integrale di Giovanni Paolo II é disponibile a quest'indirizzo:
(3) "E anche Bob Dylan alla fine ha pianto" - Costantino Muscau - Corriere della Sera, 28/9/1997.
(4) Nell'intevista di Jonathan Lethem, per Rolling Stone, del settembre 2006, Dylan ha dichiarato: "Dicono 'Dylan non parla mai'. Che accidenti c'é da dire ? Non é quella la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente" - Le parole sembrano insolenti ma il tono é quasi supplicante - "un artista ha uno scopo differente. Io non voglio essere insensibile e dire che non me ne importa niente. Ti importa, ti importa molto altrimenti non saresti lì. Ma c'é un diverso tipo di connessione. Non é una cosa leggera. E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta".

Friday, September 14, 2007

RISCHIO EDUCATIVO

Tardo pomeriggio, quasi ora di cena: la fine della giornata si avvicina ed é stata intensa.
Carico l'ascensore di sacchetti della spesa. Poco più in là, sul pianerottolo, i bambini giocano e ridono, nell'attesa di salire in casa.
Incontro la signora del piano di sopra, quella sempre arrabbiata, frettolosa e che non ride mai - ma proprio mai - che ti verrebbe voglia di provare a fargli il solletico qualche volta, per vedere se ne é ancora capace.
"Un attimo di pazienza signora, porto su la spesa e le libero subito l'ascensore..."
"Certo che deve essere dura con tre figli vero ? Non so come fate. Comunque gridare con uno o con tre in fondo é la stessa cosa..."
Rimango lì, accenno un sorriso, ma non so cosa rispondere.
Forse mi ha sentito qualche volta, chissà.
Ma io so solo che, anche se sono stanco e preferirei starmene in poltrona col giornale in mano, in questo momento non ho nessuna intenzione di gridare con i miei figli.
Mi vengono incontro tutti e tre quando torno giù con l'ascensore vuoto ed io mi faccio felice della loro presenza.


Ma cosa vuol dire educare i propri figli ?
E' questo che s'intende oggi: un'autorità - non certo autorevolezza - che si esprime con il "gridare" ?
Certo che la domanda é difficile.
Qualche giorno fa li guardavo mentre eravamo tutti a tavola: uno di quei rari momenti in cui la confusione ed il frastuono lasciano miracolosamente posto a prolungati istanti di sguardi e gesti rallentati, dolci ed intensi insieme. Istanti in cui il tempo sembra fermarsi e percepisci solo uno sguardo largo, sgombro di fatiche e difficoltà, pieno solo d'amore.

Ma é sufficiente l'affetto che provi per loro a educarli ? Oppure occorre un "amore educativo" ?
Quell'amore che "sa penetrare come sguardo spirituale" e che fa sì che "solo a questo livello di relazione-comprensione l'educatore provi la commozione profonda per la grandezza di questo essere" (1) .

Allora la questione é seria. E in un mondo in cui qualsiasi attività é sempre più complessa, certificata, raggiungibile dopo adeguati corsi di preparazione professionale, questo rimane un mestiere che nessuno t'insegna a scuola. Eppure é quello a cui tieni di più, per cui valgono l'impegno e la fatica quotidiani, l'amore donato gratuitamente, la sofferenza patita senza lamento.
In questo lavoro ti impegni senza sosta. E quando le circostanze ti chiedono di più non protesti come se te l'avesse chiesto il capo e non vai dai sindacati a contestare il lavoro straordinario non pagato.
In più, come se non bastasse, non ti senti neppure troppo bravo.
Capita invece che ti colgano alla sprovvista.
E' come se t'interrogassero su un argomento che non avevi studiato.
Ti sentivi pronto, pensavi davvero di farcela e invece no, i tuoi figli ti spiazzano.
E poi ci si mette anche il tuo limite, l'essere talvolta fuori posto, preso nel momento sbagliato: "adesso non ho tempo, sono stanco, dopo ne parliamo, dopo vediamo..."
E così, in fondo, capita di sentirti anche un po' indifeso.
Ma poi l'entusiasmo ritorna e con esso il desiderio di dare tutto te stesso, la ferma volontà e nel medesimo tempo la certezza di farti sempre capace di ricominciare, in ogni momento.

E allora come fare ? Si sentirebbe il bisogno di un metodo semplice e sicuro, che magari non dia tutte le risposte, ma che ti faccia sentire sufficientemente a posto, sulla strada giusta quasi in ogni circostanza.
A volte mi aiuta il pensiero che educare sia fondamentalmente un'esperienza di condivisione.
Mettere in comune, cioé, con i propri figli, quell'esperienza di misericordia che io e mia moglie vediamo compiersi quotidianamente in ogni momento; e quella di farli partecipi di quell'avventura che é la nostra vita continuamente rigiocata in una compagnia di persone amiche in Cristo.
Compagnia, cioé, che é capace di rimettersi in discussione, nel verificare le proprie scelte, piccole o grandi che siano, alla luce di una Presenza che diviene luce che rischiara notti oscure fatte di mille dubbi e tentennamenti.


Ma perché ciò accada veramente - e che cioé i figli siano davvero partecipi di tutto questo - occorre che essi non rimangano spettatori, ma, essendo amati gratuitamente, divengano attori di quest'avvenimento.
Uno sguardo così su di loro é solo quello che non ha pretese, che si fa nulla spostando ogni ambizione, che li considera primi prossimi ed é disposto a morire a se stesso pur di "farsi uno".
Uno sguardo, alla fine, che é amore per la libertà.
Libertà di rispondere affermativamente ad una proposta, che é significato per la vita.
Una scommessa, forse, ma sulla quale vale la pena di puntare tutto, come spiega Franco Nembrini, in un suo recente intervento:

"(...) tutto il segreto dell'educazione mi pare sia questo: i tuoi figli ti guardano; quando giocano non giocano mai soltanto, qualsiasi cosa facciano in realtà con la coda dell'occhio ti guardano sempre, e che ti vedano lieto e forte davanti alla realtà é l'unico modo che hai di educarli.
Lieto e forte non perché sei perfetto (tanto non lo crederanno mai, e come é patetico e triste il genitore che cerca di nascondere ai figli il proprio male), ma perché sei tu il primo a chiedere e ad ottenere ogni giorno di essere perdonato. (...) Questa solidità, questa certezza che hai tu e che vivi tu, con i tuoi amici, con tua moglie, é l'unica cosa di cui hanno bisogno i figli per essere educati, é l'unica cosa che anche senza saperlo ci chiedono, e su questa testimonianza poggia la loro speranza. Si tratta di scommettere tutto sulla loro libertà
". (2)


Note:
"Il rischio educativo" é naturalmente il titolo dello splendido libro di Luigi Giussani, del quale ho, con impertinenza, sfruttato il titolo.
(1) M. De Beni - "Il coraggio di essere educatori oggi" - Nuova Umanità, XXIX (2007/2) 170, pp. 241-251
(2) Il testo integrale del contributo di Franco Nembrini ("Gesù é il Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza") al Convegno ecclesiale diocesano del giugno 2007 presso la basilica di S.Giovanni in Laterano, é disponibile a questo indirizzo: