Saturday, November 28, 2009

SFIDE


Un minuto a mezzanotte, squilla il telefono. Sto aspettando che mia moglie torni a casa, ma non é lei che sta chiamando. Sul display del cellulare compare "UTIC", unità coronarica: c'é da tornare in ospedale. Dodici ore appena passate là dentro e non é ancora abbastanza. C'é un moto di stizza, ma é la reazione di un istante, qualcosa che per fortuna dura poco. Mi vesto di corsa e dopo poco sono di nuovo fuori sulla strada. "E' una vita rock'n'roll!" dico al collega appena arrivo, il mio sguardo decisamente più assonnato del suo. Ma é un volto che si veste di sorrisi, il nostro, mentre lui é già pronto a partire, per andare ad aprire quella coronaria che si é chiusa, quella che ha portato quella donna fino a qui.
Mentre lui sarà al lavoro in sala di emodinamica, io continuo il mio in ospedale, che qui tempo per fermarsi sembra che non ce ne sia proprio mai. Tornerà dopo un paio d'ore, un lavoro ben riuscito, lo sguardo soddisfatto; é tutto calmo ora, posso tornare indietro anch'io.

Le note di Low Rising sono la colonna sonora ideale, lungo la strada deserta che porta verso casa, una fine nebbiolina umida che bagna di tanto in tanto il parabrezza. Nello stesso istante il collega rimasto in ospedale sta bevendo un té alla macchinetta, quella che entrambi conosciamo bene, quella che ha come sfondo la costellazione delle luci della città. Quattro del mattino e siamo in pista tutti e due, facendoci felici di ciò che accade e dell'essere strumento nelle mani di un Altro, perché un disegno più grande di noi si compia anche dentro la misteriosa circostanza di un dolore.
Ci scambiamo qualche sms: sono cose che vanno condivise queste.

"The road was our school... a goddam impossible way of life", c'é scritto all'interno del vinile di "The Last Waltz", il concerto d'addio di The Band, per il sottoscritto il più grande show di tutti i tempi. Cos'altro é anche questa mia strada, se non questa sfida, la stessa divina e impossibile avventura dell'abbraccio alla realtà, tutta da vivere, passo dopo passo, fino alla fine del viaggio? "Se Dio esiste - scrive un amico francese, diciassette anni come responsabile del dipartimento d'emergenza dell'ospedale di Blois - abita là, nel cuore di quell'uomo". Un paziente "scomodo", di cui lui era stato capace di prendersi cura a dispetto di tutto e di tutti. "E Dio é amore!", aggiunge.
E' tutto dentro qui, niente di più, niente di meno. Si può desiderare di più?


Friday, November 20, 2009

THE RAIN


Una sottile e stringente malinconia continuava ad avvolgere ogni suo pensiero.
Uscì all'aperto ed iniziò a camminare, il passo deciso su quel tappeto di foglie cadute ed ingiallite che ricopriva il marciapiede ed ogni passaggio della mente. Era un autunno strano, questo, ancora caldo, eppure, allo stesso tempo, freddo e raggrinzito come era giusto dovesse essere. Era bello l'autunno, pensava, anche se spesso troppo difficile da sostenere, proprio come la malinconia.
Alzò gli occhi verso il cielo, grigio come sempre, inguaribilmente triste. Cielo scuro e nuvole tetre; nuvole feroci come quelle di cui narrava Claudio, amico di sempre - pensava - eppure mai incontrato prima. Quella sua sua canzone - L'aviatore - gli balenava ogni tanto nella mente ed ora quelle nuvole l'avevano richiamata a sé come d'incanto: "le nuvole della menzogna dicono di essere il cielo, ma sono grigie come l'asfalto e tolgono il respiro; il sole lo vedono solo loro e lo raccontano come gli pare, ma sono nere come la morte e non lasciano respirare".

Le nuvole nere dei sentimenti grigi avevano troppo spesso obnubilato i suoi pensieri, come una cappa di piombo che impediva al suo sguardo di andare poco al di là del proprio naso. Ed ora, come se non bastasse, si era messo pure a piovere, ma in fondo non gl'importava neppure così tanto. Una dolce melodia, anch'essa triste e malinconica, ma in qualche modo differente, aveva ridato all'improvviso brio all'essere del suo cuore. Era un lento risalire, qualcosa che avvertiva incedere a poco a poco, ma inesorabilmente capace di sconfiggere la durezza del suo cuore. Era per quello che la pioggerellina, sempre più fitta, non gli dava più fastidio, neppure ora che solcava ogni ruga del suo volto.
Il cuore, a poco a poco, stava tornando ad essere di carne, capace di nuovo di vedere e respirare.
Ed era solo in quegli istanti che lui era riuscito ad andare oltre la prima strofa di quella canzone. Claudio cantava ancora e mai la sua voce gli era apparsa più sicura. Ora sì che era felice per davvero, anche lui oltre, al di là di quelle nuvole che non erano mai sincere. Volato a vedere un po' più in là, se ne era finalmente compiaciuto: "ma io col mio aereo d'argento ho sfidato le nuvole e, grazie a Dio, ho visto il cielo; e non volevo guardare indietro, non potevo tornare indietro, non volevo tornare".

Era lontano ormai, ma la pioggia, il cielo cupo e il vento non gli facevano più paura.
Ed era proprio là in fondo che aveva incontrato nuovamente lei. Lei che lo aveva sempre accompagnato e sostenuto, che mai si era stancata, in ogni momento, di mostrargli il volto dell'Amore. Si guardarono negli occhi e s'incamminarono di nuovo lungo il viale, mano nella mano, lungo la strada che portava verso casa.
Lei sapeva che l'Amore era stato sempre presente dentro il suo cammino e non si stancava d'insegnarglielo ogni giorno. Lui, ogni tanto faceva finta d'ignorarlo, ma quel giorno non era stato in grado di sfuggire alla bellezza.
Bellezza che aveva incrociato i loro destini un giorno e per sempre.
Bellezza con inscritto dentro di sé un Disegno che ha le sembianze di un volto.
Il volto buono del Mistero fattosi carne per amore.

Thursday, November 19, 2009

RAINY DAY WOMAN

" ‘Cause I heard Jesus, He drank wine
And I bet we’d get along just fine
He could calm a storm and heal the blind
And I bet He’d understand a heart like mine.
Oh yes, He would"
(Miranda Lambert, Heart Like Mine)



Ancora nuvoloni, cieli grigi e giorni di pioggia un giorno sì e un giorno no in quest'affascinante terra che é la pianura padana. Datemi un po' di mare, o almeno un po' di sole per favore. E poi, accidenti, sono pure metereopatico e questo non aiuta.
Allora, almeno, datemi del country, che di quello non riesco a stare senza troppo a lungo e se é country mescolato al rock ancora meglio. Che poi, come se non bastasse, non mi sono ancora ripreso dall'ascolto dei Blue Ridge Rangers di ritorno, l'ultima "fatica" di John Fogerty, che fatica lo é stata per davvero, almeno per me, al punto che, neanche arrivato a metà disco, mi ci sono voluti due ascolti consecutivi di Grievous Angel di Gram Parsons per ritirarmi su. E no, accidenti, non si maltratta il genere così, davvero non si fa. Ma dovevo aspettarmelo da un album dove il buon John, a corto d'idee, invita pure gli Eagles Don Henley e Thimoty B. Schmidt a dividere la partita in sala d'incisione. Com'é che diceva quello là, Drugo, il tizio del Grande Lebowsky? "butta via quella m.. e metti su i Creedence!"...

I Creedence, appunto, sarebbe molto meglio. Ma nel frattempo ho bisogno d'altro, che non si può mica vivere solo di ristampe. E così ecco un dischetto nuovo nuovo, fatto da Miranda Lambert, venticinquenne di belle speranze, peraltro giunta già al terzo album in carriera. Belle come bella é la copertina, perché, lo ammetto, mi ci sono fermato per un po'. D'altra parte anche in libreria si fa così: ci si fa attrarre da titoli, colori e geometrie, ma poi ci si mette pure a leggere, sennò in libreria cosa ci sei andato a fare, allora te ne vai a una mostra di quadri o di fotografia.
Comunque Miranda sarà pure - commenteranno i più maligni - più bella che brava, ma questo disco non é mica solo Nashville, pedal steel guitar e niente testa, tant'é che, arrivato al terzo giro, mi son messo ad ascoltare le canzoni. Ballatone country ariose, mescolate a poderose virate rock'n'roll, con in mezzo pure un po' di deriva verso qualcosa che sa di punk; il tutto sufficiente, insomma, a spazzar via il maltempo dall'orizzonte della mia giornata. Le liriche? Beh, quelle sono così così, anche se Heart Like Mine mi ha fatto fermare qualche istante, non fosse altro perché richiama al fatto che un cuore, per essere ascoltato veramente, ha bisogno di rivolgere lo sguardo verso un Altrove. Questi testi, comunque, sanno di onestà, tant'é che Miranda stessa ci racconta che non tornerebbe indietro di una riga su ciò che ha scritto, perché é tutto parte di ciò che é lei. "If you're into honesty, I have the records for you", dice ridendo e allora prendiamocelo su, questo disco, che poi la ragazza ha solo 25 anni e si farà.

OK, tutto qua, lasciatemi ascoltare queste canzoni e stay tuned, se ne avete voglia.
Prossima fermata del mio country train: le forze naturali di Lyle Lovett; dicono che sia un bel disco, superiore a quello di John Fogerty e probabilmente anche a quello di Miranda. Lui, Lyle, é molto più brutto, però...


Sunday, November 15, 2009

BEING THERE


"I'm trying to break your heart", canta Jeff Tweedy e la platea milanese ha un sussulto, il primo vero sussulto della serata. Una platea che ha gremito ogni ordine di posti per il ritorno in Italia degli Wilco, uno show sold out da mesi, atteso ormai da troppo tempo. Il cuore, Tweedy e soci, nuovi heartbreakers del terzo millennio, lo spezzeranno in realtà di lì a poco, con un'appassionata versione di California Stars di Woody Guthrie. Il cuore pulsante dell'America delle radici e delle tradizioni é già tutto lì, contenuto in quella canzone e nell'alchimia di voce e suoni che trasformano d'incanto via del Conservatorio in Mermaid Avenue.
Per quanto mi riguarda, potrebbe bastare già così, ma per fortuna questo é un concerto degli Wilco e c'é molto, ma molto di più.
Paolo Vites definisce cosmic music il prodotto musicale della band e non si potrebbe trovare definizione migliore. Come descrivere altrimenti il piacevole smarrimento generato dall'impatto sonoro complessivo, quando i musicisti si muovono sui terreni inesplorati della distorsione di chitarre e tastiere, svolti sul tappeto ritmico incessante e martellante generato da quel folletto al basso di John Stirratt e da quel gigante di virtusosismo e muscoli alla batteria che corrisponde al nome di Glenn Kotche? Sono i momenti in cui l'eclettico e geniale Nels Cline sfodera dalle sue chitarre i suoni più improbabili, muovendosi sul palco come fosse stato morso da una tarantola; ma sono anche i momenti in cui l'acustica di Tweedy e la sua voce riemergono improvvisamente, facendo insperatamente e magicamente ripiombare l'ascoltatore in atmosfere intime ed intense raramente sperimentate altrove.
Due ore e mezza di grande musica, in cui puoi trovare tutto ciò che hai sempre desiderato. E' Bob Dylan, é Woody Guthrie, sono i Pink Floyd, oppure gli Stones. No, sono gli Wilco invece, unici e inimitabili, la più grande rock band americana che ci sia in circolazione.
Mi porto a casa immagini e suoni. L'etereo assolo di chitarra di Cline su Impossible Germany, la magia di Via Chicago, il crescendo di wall of sound su Handshake Drugs. E poi Jeff Tweedy, gambe larghe, la cassa della chitarra acustica abbracciata, il manico un po' in giù, ma sì, dai, proprio come faceva lui: Bob Dylan nei sessanta.
Dovessi rubare il lavoro agli amici dell'Armadillo Bar, metterei uno champagne in abbinamento a questo show. Marca e annata? Fate voi. Basta che sia di quello buono. Quale sia il futuro del rock'n'roll, io davvero non lo so. Ma ho voglia di brindare al presente. E il presente si chiama Wilco.


Friday, November 06, 2009

IT'S ALL GOOD

"I don't give a shit who plays bass"
(Bob Dylan a Kenny Aaronson, 1989)


Un giorno, quando il Never Ending Tour sarà finito, spero che scriva le sue Chronicles anche lui. L'uomo inossidabile, sempre tranquillo e sorridente al fianco di Bob Dylan da vent'anni a questa parte, da quando cioé sostituì al basso Kenny Aaronson, costretto a lasciargli il posto nella band per intraprendere la battaglia, fortunatamente vinta, con un melanoma. Tony Garnier, qualche giorno fa a Chicago, in una sera di Halloween in cui a Dylan dev'essere venuta in mente la sua performance di mille anni fa a Philadelphia (1), non se l'é sentita di stare al gioco col maestro in vena di scherzi, che ha tentato di fargli imitare Willie Nelson sul palco, dopo essere riuscito nell'intento con quella statua di sale di Stu Kimball, presentato come fosse Tom Waits e che poco c'é mancato che Tom Waits sembrasse sul serio. Stu aveva sfoderato una bella voce blues, cantando il primo verso di Jesus Gonna Be Here, prima di tornare diligentemente al suo posto, là in fondo, a fare lavoro di tappeto ritmico, con quella chitarra senza lode e senza infamia in mano. Ma Tony no, lui non se l'é sentita ed ha continuato come sempre a far da sfondo a Bob, lui che ha visto musicisti di ogni tipo girargli incontro, lui che, probabilmente, conosce Dylan meglio di chiunque altro e che proprio per questo non ne parla mai con nessuno.
Chi, invece, sa stare al suo posto, ma, allo stesso tempo, si fa capace di stuzzicare senza pari il bardo, é quel fenomeno di Charlie Sexton, che, oltre ad aver fatto finalmente comparire una chitarra nello show, sta facendo ritrovare a Dylan energie, umorismo e desiderio che sembravano assopiti per sempre, senza possibilità di recupero alcuna.


Qualche giorno fa, le note del concerto di Chicago fuoriuscivano allegramente dal mio stereo, a fronte di una giornata che allegra non sembrava essere stata proprio per nulla. Ci sono giorni in cui ti sei impegnato a fondo nel fare la tua parte: amare il prossimo, piangere con chi piange, ridere con chi ride; l'hai fatto al punto tale che, lo sguardo calato ogni momento dentro ciò che accade, giunto alla fine della giornata ti sembra d'aver perduto l'amore che hai donato e di provare solo stanchezza, quasi fosse polvere accumulata su di te, polvere che offusca la visuale, toglie il senso a ciò che hai fatto e stai facendo, appesantendoti e facendoti smarrire. Ma ci sono giorni - tanti, troppi - in cui non riesci affatto ed il tuo fare é uno sfuggire, un trascinarsi stancamente, una tristezza di fondo dalla quale sembra sia quasi impossibile uscire.
Forgetful Heart, messa lì dentro quel concerto, ti coglie e ti spiazza all'improvviso, in un momento così, al ritorno dal lavoro, in cui l'orizzonte del tuo sguardo sembra non andare più in là di quei pochi metri che separano il muso dell'auto dal pezzo di strada che riesce a intravedere là davanti. La voce di Dylan ti prende di sorpresa, intonata e appassionata come non mai, su un tappeto sonoro lento, discreto ed avvolgente, che inesorabilmente si fa spazio un po' alla volta, in mezzo a pensieri così densi che nemmeno una furibonda Highway 61, cantata di lì appresso, sarebbe riuscita in qualche modo a spazzar via.
Quella canzone, che parla di cuori perduti e smemorati ("forgetful heart / lost your power of recall / every little detail / you don't remember at all"), é la tua canzone, canta i versi del tuo cuore. Perché tutto questo é quello che sei tu, nel tuo giudicare la realtà condizionato dai fantasmi della mente, dalle emozioni che hai provato e dall'esito delle vicende che hai vissuto, successi e fallimenti che, come diceva quello là, in fondo non sono altro che maledetti impostori.
No, non é l'esito ciò che ti definisce, ma un cuore che recuperi la memoria del proprio desiderio. Un cuore appassionato, che sappia leggere, dentro le vicende del momento, l'agire di un Altro che lega le cose tra di loro con un filo rosso che sa di Destino buono.
E' in quell'istante - quando la percezione di ciò che é l'Amore riesce a farsi strada nuovamente - che quella stessa strada si allarga all'improvviso e, scossa la polvere di dosso, fa sì che lo sguardo riesca a vedere ogni cosa da vicino e da lontano. "It's all good", canta Bob Dylan, ed é tutto buono, tutto davvero, senza che nulla, ma proprio nulla, debba essere censurato dalla tua giornata.
Quando sei arrivato in fondo, ed il cammino é giunto sino a casa, ti accorgi che anche oggi un Altro si é fatto largo per misericordia dentro la tua vita, attraverso la canzone di un amico.
Vecchio disgraziato di un Bob Dylan, che ci volevi proprio tu, questa sera, a fare da strumento per ridestarmi dal mio solito e inguaribile torpore.



Note :
(1) "I have my Bob Dylan mask on, I'm masquerading," Bob Dylan, Philarmonic Hall, Philadelphia, "The Halloween Concert", 31 ottobre 1964.

Sunday, November 01, 2009

CERTE NOTTI




Tre del mattino, fermo davanti alla macchinetta del caffé. Guardo le luci della città, sembra una gigantesca costellazione. La vista da quassù é fantastica. Il decimo piano dell'ospedale é un osservatorio in mezzo alla pianura: ci sono delle volte, di giorno, che vedi tutte le montagne, dalla Marmolada fino al Monviso. Ma a quest'ora é ancora più stupendo e suggestivo.
Il paziente che ho messo a letto, più di un'ora fa, ora sembra stare meglio. Il dolore é passato ed il respiro, sotto quella mascherina, non é più affannoso come prima. Tutto sembra più tranquillo, anche qua come là fuori, qui dentro dove il giorno é uguale alla notte, la domenica uguale al lunedì, la sofferenza che bussa alla porta ogni momento, che interroga incessantemente il cuore di chi é malato e di chi assiste, se solo quel cuore lasci che lo interroghi qualcosa.
Certo che é davvero una vita rock'n'roll, questa. Tre del mattino e ti prendi un caffé mentre continui a guardare fuori. Peccato che la macchinetta non distribuisca una birretta, ci starebbe proprio bene. Ma no, che dici, sto scherzando, che in servizio non si può; la birretta me la faccio domani sera a casa, se riesco a non crollare prima sul divano, che come si fa, a quasi cinquant'anni, a continuare a fare una vita così.

E invece sì che si può, continui a pensare mentre guardi fuori, uno sguardo anche al cicalino che tra un pò si rimetterà a suonare, perché quando mai ti lasciano tranquillo un tempo che sia sufficientemente lungo in questo posto. Si può perché é una sfida e a me le sfide mi fanno sentir vivo, a dispetto di una fragilità sempre più sperimentata, apparentemente più intensa giorno dopo giorno.
Vivo nella misura in cui, davanti al prossimo paziente che mi arriverà innanzi, avrò il coraggio di chiedermi una volta ancora "chi sono io", un desiderio mai sopito di educarmi al bene, perché solo così, se sono capace di rompere le palle senza tregua all'uomo vecchio dentro me (1), posso provare a rispondere alla sua domanda, il "se vuoi mi puoi curare" che oggi l'ha portato fino a qui.
E' ancora notte, notte fonda, ma l'alba si farà strada a poco a poco, l'alba del primo giorno di novembre, il giorno di Ognissanti. Qui dentro di santi se ne incontrano parecchi, da uno a tre per ogni stanza, l'ultimo é quello che ho messo a letto poco fa. Santi perché stanno passando dentro sofferenza e redenzione, anche se a quella, la redenzione, non ci credono come tanta altra gente là fuori, quella che sta bene. Eppure ne hanno bisogno, come ne ho bisogno anch'io, pure adesso che, mentre li curo - volesse il cielo, invece, che fossi capace di prendermene cura, che é tutta un'altra cosa - non faccio altro che fare compagnia alla loro strada.

Stamattina, quando smonto da questa notte lungo le torri di guardia, me ne torno a casa e, con la famiglia, faccio il giro dei cimiteri. Perché il giorno di Ognissanti, guarda un po', é attaccato a quello dei defunti e se ci pensi bene non é un caso, é un filo rosso che lega le cose tra di loro e che ha a che fare col Destino, un Destino buono che sa di eternità.
Vado con mia moglie e con i figli, é una cosa che, tutto sommato, piace ancora anche a loro. Perché non é mica una faccenda triste, questa, c'entra con il bene che prosegue, con l'amore che non muore.
Amore che non muore, amore che sa di carità: "Nessuno é perduto di quelli che entrano in Dio: ché, se qualcosa vale realmente nel fratello che ora ha "la vita mutata, ma non tolta", questa é la carità. Sì, perché tutto passa. Passano persino, con la scena di questo mondo, la fede e la speranza. La carità resta" (Chiara Lubich).

Quel cicalino che non sta mai zitto, ha ripreso a suonare di nuovo. In altri momenti mi avrebbe dato fastidio, ma questa notte no. Certe notti cogli meglio il senso delle cose, non perché tu le capisca meglio, ma perché c'é Qualcuno sempre pronto a dare le risposte a chi non smette mai di domandare, anche quando la voglia di farlo non ce l'ha.
La domanda del "chi sono io?" troverà forse risposta di fronte al prossimo paziente che verrà, quello che ha fatto scattare ancora questo benedetto cicalino.
Vado a vedere, sono curioso: non é mica una notte qualunque, questa.

Note
(1) "Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti." (San Paolo, lettera ai Colossesi)

Thursday, October 29, 2009

SOUL MUSIC

Quando un disco ti gira e rigira nel lettore ed un tuo amico ha già scritto tutto quello che hai nell'anima, che bisogno c'é di aggiungere altro?
Strict Joy é il nuovo album dei Swell Season.
La recensione di Paolo Vites qui


Saturday, October 24, 2009

FALL IN LOVE


Autunno 1989, Bob Dylan ritorna a New York City. Quattro concerti al Beacon Theatre, dopo quelli splendidi al Radio City Music Hall dell'anno prima. Bob Dylan che ha abbandonato le arene e i grandi stadi, che non ha più dietro a sé Tom Petty e gli Heartbreakers o i Grateful Dead e che ora suona con pochi musicisti - chitarra, basso e batteria - in piccoli teatri. E' iniziato il neverending tour, ma nessuno, probabilmente neanche lui, sa ancora che quello é uno show che non ha mai fine.
Dylan che, sul palco, sembra più crepuscolare e scontroso che mai: sono scomparsi i sorrisi e le risate che regalava alle platee su e giù per gli States nell'estate del 1986. Erano momenti più felici quelli di allora? Sembrerebbe proprio di no: "Avevo fatto diciotto mesi di tournée con Tom Petty and The Heartbreakers. Sarebbe stata l'ultima. Mi sentivo tagliato fuori da ogni forma d'ispirazione. Qualunque cosa fosse stata presente all'inizio, era scomparsa o si era raggrinzita. Tom stava dando il meglio di sé ed io stavo dando il peggio. Non riuscivo a superare gli ostacoli, tutto era a pezzi. Le mie stesse canzoni mi erano divenute estranee. Non avevo la capacità di toccare i loro nervi scoperti, non riuscivo a scendere sotto la loro superficie. Il mio momento era passato. Nel mio intimo, il mio canto mi risuonava vuoto e io non vedevo l'ora di ritirarmi e piegare le tende. Adesso con Petty si trattava di arrivare alla fine del mese, dopo di che avrei detto basta. Ormai ero, come si dice, sulla china discendente. Se non ci stavo attento rischiavo di ritrovarmi a gridare al muro, pieno di furia e con la bava alla bocca. Lo specchio aveva fatto un giro su se stesso e io vedevo il futuro, un vecchio attore che rovista nei bidoni della spazzatura fuori dal teatro dove una volta aveva trionfato" (1)


Il mistero della performing art di Bob Dylan risale dunque sul palco di New York il 10 ottobre del 1989, per una serie di concerti attesi, la "promessa" di sentire dal vivo le canzoni di Oh Mercy, lo splendido nuovo disco, uno dei suoi più belli di sempre. Ma cosa é successo a Dylan? "Invece di essermi perso chissà dove alla fine di una storia, capii che in realtà ero all'inizio di una nuova. Potevo mettere da parte la mia decisione di andare in pensione. Sarebbe stato interessante ricominciare da capo, mettendo me stesso al servizio del pubblico. Sapevo che ci sarebbero voluti anni per perfezionare e rifinire questo nuovo idioma, ma grazie alla mia fama e alla mia reputazione l'opportunità si sarebbe presentata". (2)
Il Bob Dylan che sale on stage quella sera é impacciato, barcolla paurosamente, alla fine di ogni canzone non si sa mai se riuscirà a partire per quella successiva; troppe bottiglie di whiskey nel camerino, dicono, ma probabilmente non c'é solo questo; eppure il genio é intatto, l'incedere dello show magico e imprevedibile. Finché arriva Like A Rolling Stone. Essenziale, dura, precisa e senza fronzoli, fino a quell'armonica, messa lì improvvisata, proprio al termine della canzone. Soffia, aspira, succhia; cerca la fine e non riesce a trovarla, sembra un bambino che sta imparando a suonare. E' un anticlimax, é imbarazzante, ma é la musica che cerca l'espressione di se stessa. G.E. Smith lo capisce al volo: sempre un passo avanti agli altri musicisti della band, lo segue da vicino con la sua chitarra, fa da sfondo perché accada ciò che ha da accadere. Finché la canzone risale, percorre territori inesplorati, momenti sospesi in aria senza tempo, la gioia e l'eccitazione degli spettatori in sala, la canzone che canta se stessa, canzone "come un sogno che si cerca di rendere vero", canzoni "come strani paesi dove bisogna entrare" (3). Paesi in cui Bob, per fortuna, entra quella sera senza esitare.


Per qualche strano motivo Bob Dylan sembra spesso ritrovare in autunno energie nuove ed inattese. Era accaduto in quelli shows del Beacon Theatre, ma la cosa si era ripetuta in altre occasioni. Il fall tour del 1991, per esempio, aveva visto un gruppo di musicisti scalcinati trasformarsi d'incanto in una solidissima rock band, capace d'intendersi alla perfezione con un artista che sembrava aver ritrovato se stesso dopo essersi stancamente trascinato sui palcoscenici di mezzo mondo per tutto l'anno. Anche Oh Mercy aveva ridestato in autunno il desiderio compositivo di Dylan, che lui stesso pensava d'aver perduto per sempre: "Avevo fatto tutto quello che si doveva per arrivare dov'ero, lo scopo era raggiunto e non avevo più ambizioni al riguardo (...). Non ero capace di sforzarmi a scrivere, ero convinto che non avrei scritto più niente, e comunque non avevo bisogno di altre canzoni". (4)
Autunno così denso di malinconia e forse per questo così caro ad un musicista che sembra non poterne mai fare a meno. La malinconia di Oh Mercy é la malinconia di New Orleans, quella che "pende cronica dagli alberi", ma quella di cui "non ci stanca mai". C'é malinconia anche nei concerti del tour autunnale del 1999 e del 2000, tra i migliori in assoluto di sempre. Ce n'é un sacco in quelli del 2002, quando Bob regala quasi ogni sera splendide interpretazioni dei classici di Warren Zevon, che, sul viale del tramonto della vita, morirà di lì a breve per un mesotelioma, poco dopo aver pubblicato The Wind, uno dei suoi più bei dischi di sempre.


L'autunno di questo 2009 non sembra un'eccezione, dentro tutta questa avventura.
Il rimpiazzo di Danny Freeman con Charlie Sexton pare abbia ridestato l'artista da un letargo che aveva reso il Bob Dylan Show una sorta di circo che si trascinava stancamente in giro per il mondo. Ma il talento di questo straordinario chitarrista non sembra sufficiente a spiegare il desiderio e la passione che riappaiono percepibili nelle performances del Bob di questi giorni. Come G.E. Smith era capace d'interagire con lui in maniera unica, anche Sexton sembra comunque aver innescato un circolo virtuoso con la mai sopita potenzialità di performing artist di Bob Dylan, a tutto vantaggio delle sue canzoni che riusonano nuovamente dolci e potenti allo stesso tempo, a dispetto di una voce ormai roca e stanca ma sempre più colorita di quelle radici blues che la rendono affascinante come non mai.



Ma che Dylan abbia ancora qualcosa da dire lo dimostra anche il nuovo disco, Christmas In The Heart, il disco natalizio i cui proventi andranno a sostenere Feeding America, una sorta di Banco Alimentare americano. Perché non si può cantare Adeste Fideles per contratto, bisogna avere qualcosa nel cuore. Un cuore noncurante, smemorato forse - Forgetful Heart - ma in qualche modo sempre alla ricerca, pronto a riabbracciare quel Destino buono che lo avvolge dentro sé. Ed anche perché accade sempre qualcosa, anche quando ti sembra di non capire - something is happening here, but you don't know what it is - ma l'importante é che tu non perda la strada che porta verso casa. Quella strada che magari, come scrive Rosanne Cash, parafrasando T.S.Eliot nelle note di copertina del suo ultimo disco, fa sì che tu possa tornare da dove sei partito e scoprire quel luogo come se fosse la prima volta. Quella strada che Dylan non sembra smettere di percorrere, a dispetto di se stesso ed a dispetto di ciò che noi pensiamo. Ma che ci piace continuare a condividere con lui.


Note:
(1) tratto da : Bob Dylan, Chronicles vol.1, Feltrinelli ed.
(2) ibid.
(3) ibid.
(4) ibid.

Tuesday, October 13, 2009

DIPENDENZA


Un amico che ti passa un disco, dicendoti: ascoltalo, io non li conoscevo, sono davvero bravi. Ti passa un disco come ai vecchi tempi, quando internet non c'era, niente musica da scaricare, niente anteprime in streaming, solo i consigli degli amici ed i giri nei negozi di dischi alla caccia delle novità. Lo ascolti, quel disco, e ti piace, come ti piacciono sempre più i vecchi tempi.
Un duo di norvegesi, musica che viene dal nord, dolce e rilassata, anche malinconica se vuoi, ma ricca di freschezza, cangiante dal pallido al brillante, come la copertina del disco, il cui retro sembra un freddo paesaggio scandinavo che lascia subito il passo ad una front cover di sapore caraibico.

Lo metti su appena esci dal lavoro, questo Declaration Of Dependance dei Kings Of Convenience. Che bel titolo, pensi: certo che voglio dipendere da qualcosa o da qualcuno, in questo pazzo mondo dove la gente pensa sempre di farsi da sola, credendo di trovare la felicità dentro di sé. E' utile, é conveniente, é la cosa più saggia da fare: nessuno basta a se stesso.
Metti su quel disco e le armonie vocali e musicali sembrano rimetterti finalmente in pace, dopo una giornata dove mille problemi e delusioni si sono aggrovigliati al punto tale da far sfuggire la speranza dall'orizzonte della tua esistenza. Ma é l'illusione di pochi istanti e sei già tornato al punto di partenza. E' in quel momento che ti torna in mente quella frase di Chiara Lubich, quella che ti ronza sempre, ogni volta che ti senti così perso: "quando si accavallano problemi nella tua mente piglia nelle mani il problema chiave, l'Amore e sciogli tutto in esso".
Dipendere dall'Amore, ecco una bella soluzione, ma non é ancora chiaro il punto, perché tu sai che di amore sei troppo incapace, hai sperimentato mille volte la tristezza della tua infedeltà.
Allora provi a guardare tutto da un'altra prospettiva e ti viene in mente un'altra frase, sentita da un incontro sull'educazione, quella che ti ha mandato quella cara amica ed alla quale, lì per lì, non avevi fatto neppure troppo caso: "scriviti sullo specchio del bagno, dove tu ti fai la barba e tua moglie si trucca al mattino, "chi sono io?". Perché se tu sei seriamente alla ricerca della risposta a questa domanda (perché é una domanda a cui non si risponde una volta per tutte ma tutti i giorni devi ricominciare) ci saranno tante conseguenze".

Chi sono io é una cosa che davvero io non so. Ma quando non si sa una cosa, la mossa più intelligente che si possa fare non é inventarsi le risposte, ma chiedere.
E stamani, come prima cosa, dopo aver accompagnato i miei figli a scuola, sono andato a fare proprio quello: chiedere. Ho cercato il posto adatto, era pure comodo, proprio vicino a casa mia, un luogo grande, sempre aperto, con tanto spazio a disposizione ed un tabernacolo là in fondo. Sono entrato in chiesa, carico solo dei miei dubbi, ed ho chiesto di dipendere.
Dipendere da qualcosa: l'Amore. Dipendere da qualcuno: Colui che ha dato la vita perché quell'amore lo potessimo conoscere.
Quando sono uscito da lì il freddo vento del mattino aveva lasciato spazio ad un tiepido calore che sa ancora di un'estate che non vuol finire. Ed é stato a quel punto che mi é venuto in mente l'altro pezzo di quella frase di Chiara: " (...) Verrà l'intimità profonda con Gesù; le tue relazioni con Lui saranno vive e gioiose. Aspetta tutto dalla vita, però dopo che hai dato ad essa tutto te stesso".



Thursday, October 08, 2009

LA LISTA DI FAMIGLIA


It was so many years ago.
La cameretta di un adolescente e dentro una poltrona rovinata, quella del salotto vecchio di casa che non si vuole buttar via. Seduto sopra, un ragazzo con un libro in mano, un po' malinconico, con tanti sogni nel cassetto; é inverno e fuori fa freddo, il cielo grigio e tanta fantasia, così che la mente vola sin laggiù, il Greenwich Village di New York. Quel ragazzo legge la biografia di Bob Dylan, quella di Anthony Scaduto tradotta in italiano e, mentre legge, ascolta Desire, il nuovo disco appena uscito, e quelli più vecchi, quelli dei sessanta, del folksinger di protesta, che poi lui, Dylan, quando mai aveva protestato per qualcosa, che aveva sempre e soltanto camminato dritto per la sua strada. Emozioni, desideri e fantasie che, a distanza di anni, quel ragazzo divenuto uomo ricorda ancora come fosse ieri; ma che non prova più, perchè ora non riesce ad immaginare il Village fuori dalla finestra di casa. Quell'uomo, adesso, prova emozioni differenti, certamente più vere ed anche più esaltanti, perché la realtà é molto meglio della fantasia, ma non riesce più a riprodurre quella sensazione, l'impressione d'esser lì con loro, Bob e Woody, il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti sul divano cantando canzoni, mentre tracciano, inconsapevolmente, un pezzo insostituibile di storia della musica americana.
"(...) Woody chiedeva di lui in continuazione: "Viene oggi il ragazzo? Quando torna il ragazzo?" Si era stabilito un legame tra il morente, creatore della musica popolare moderna e il ragazzo che faceva la sua imitazione, che lo ammirava e che, presto, l'avrebbe superato. Quando non c'era troppa confusione parlavano tra di loro; Bob aspettava pazientemente che il malato formasse le parole che faticavano tanto a venire. Woody non poteva affrontare una conversazione con più persone: si emozionava, balbettava, perdeva il filo del discorso e non riusciva a mettere insieme le parole. Ma con Dylan accovacciato in un angolo ai piedi del suo giaciglio, parlava. Una domenica, una delle prime, Bob gli cantò sottovoce Song To Woody e tutti gli altri, presenti nella stanza, s'interruppero per ascoltarlo. Ricordano che Woody fece un gran sorriso e disse: "E' molto bella, Bob. E' dannatamente bella". Sembrava che Dylan fosse entrato nel suo cuore. Più tardi, dopo che tutti erano andati via, Woody disse ai Gleason: "Quel ragazzo ha una gran voce. Forse non andrà molto lontano con le canzoni che scrive, ma canta come nessuno" (Anthony Scaduto, Bob Dylan - la biografia, Arcana ed.)

Yesterday
In una sola cosa si era sbagliato Woody: il ragazzo, con quelle canzoni, sarebbe andato lontano davvero e quella sera, una sera d'ottobre del 1992, al Madison Square Garden di New York, erano arrivati in tanti a ringraziarlo per tutto questo. Uno stadio stracolmo di gente e sul palco tanti di quegli artisti che altro che Woodstock o Live Aid. Tutti a cantare non le loro canzoni, ma le sue, e spesso anche piuttosto bene, con quel geniaccio di G.E. Smith a fare da direttore artistico e da splendida chitarra solista dovunque ce ne fosse stato bisogno. E poi lui, Dylan, che era arrivato alla fine, in imbarazzo almeno quanto doveva esserlo stato le prime volte che aveva visto Woody, disteso in un triste letto d'ospedale del New Jersey alle prese con quella brutta malattia degenerativa, la corea di Huntington. Chitarra acustica a tracolla ed armonica al collo, passo impacciato come sempre, aveva tirato fuori ancora quella canzone, Song To Woody, il colpo da maestro, l'attenzione ancora una volta spostata da sé; perché non é una celebrazione questa, in fondo, é solo ed ancora un altro pezzo della mia strada e allora non chiedetemi di cantare Blowin' In The Wind, niente hits da classifica questa sera, non questa sera almeno.



Today
Quella sera, ad interpretare una bella versione di You Ain't Goin' Nowhere, briosamente country e con la chitarra di G.E. pronta ad accettare il duello con le loro voci, era salito sul palco un trio di belle ragazze: Shawn Colvin, Mary Chapin Carpenter e Rosanne Cash. Le aveva presentate l'uomo in nero, The man in black Johnny Cash e le telecamere non si erano lasciate sfuggire il tenero bacio del papà alla figlia, un attimo prima che l'esibizione avesse inizio.
La performance di Rosanne rassicurava sul fatto che l'eredità di Johnny fosse in buone mani, ma lui era già preoccupato da tempo per una figlia "ossessionata dai Beatles, dal rock californiano del sud e dalla pop music". E' per quello che, a 18 anni le aveva consegnato una lista con le 100 canzoni country a suo giudizio più importanti di tutti i tempi, dicendole: imparale, figlia mia, cos'altro posso lasciarti; faccio il cantante e questa é la mia vita, life and life only; questo fa parte della mia educazione.




Una faccenda di famiglia, insomma, ma una faccenda importante se Rosanne, a distanza di anni, tira fuori di nuovo quella lista e ne estrae dodici canzoni per il primo album di covers della sua carriera, con un secondo disco, a quanto pare, già pronto nel cassetto. Il risultato é assai pregevole, con qualche ospite d'eccezione a duettare con lei per l'occasione. L'onnipresente Springsteen, naturalmente, ma anche Elvis Costello, Jeff Tweedy e l'inatteso Rufus Wainwright. Le canzoni, naturalmente, sono tra le più belle in assoluto, ma la lista, si sa, l'ha fatta Johnny e sulla qualità di scelta certamente non avevamo dubbio alcuno. Ce n'é per tutti i gusti: Hank Williams, Jimmie Rodgers, The Carter Family, Merle Haggard e Patsy Cline; e non poteva mancare quella Girl From The North Country, con cui Dylan e Cash duettarono nelle memorabili sessions del 1969. Alla fine si rivela un disco estremamente piacevole, un altro album pronto a scaldare le prime sere fredde d'autunno, magari seduti intorno ad un tavolo con gli amici ed una buona bottiglia di vino o di whisky a fare compagnia.

Lunga vita dunque alla famiglia Cash, di cui, tra l'altro, Rosanne parla abbondantemente nel suo blog (http://thelist.tumblr.com/). Anche la bella figlia Chelsea, che ha appena finito di registrare il suo primo disco, pare cominci ad avventurarsi sui sentieri pericolosi della buona musica, senza peraltro lasciarsi condizionare troppo dalla madre ("preferisco starne fuori e lei desidera che io faccia così", dice Rosanne), dalla quale peraltro vorrebbe dei consigli da madre e non da musicista ("come é possibile avere una carriera di successo senza avere per forza anche una vita pubblica?" "Lo sapessi anch'io..." é la risposta...).
Tant'é, auguri di cuore anche a Chelsea, chissà che oltre alla lista non continui a tramandarsi anche il talento di nonno Johnny; per ora mamma Rosanne si accontenta di vedere la figlia indossare splendidamente e volentieri i suoi vecchi stivali da cowboy...


Friday, October 02, 2009

LUCKY OLD MARK


Ascolto Get Lucky, l'ultimo disco di Mark Knopfler e continuo a pensare a paesaggi del nord. Immerso nel traffico, incontro gente frettolosamente in viaggio verso il lavoro, altra che quel lavoro non ce l'ha o, semplicemente, percorre il tragitto che porta verso casa. Persone di ogni tipo, distratte o affaccendate, troppo spesso nervose. Mi piace fermare l'auto davanti alle strisce pedonali, raccogliere il sorriso di chi attraversa la strada, che se é una bella ragazza meglio ancora, ma godendo pure della smorfia del vecchietto incerto nel cammino. Sorriso come anatema dei clacson, quelli isterici dei cretini dietro a me, la cui vita sembra dipenda dal minuto e mezzo che avranno guadagnato, quando, correndo come pazzi, saranno arrivati finalmente in posti dove magari non li aspetta poi nessuno. 
No, non si possono ascoltare così queste canzoni, no davvero: "Prima che la gente avesse gas, tv ed automobili, ci si sedeva intorno a un fuoco, ci si passava la chitarra e si ricordavano canzoni" (Before gas and tv). C'é bisogno di spazi distesi e della luce del tramonto. Non é più il people on tv di Money For Nothing, ma gente seduta intorno a quel fuoco che si passa la bottiglia del vino, racconti di strada che si fanno tradizione: "in the tales of the road, since time out of mind" (Before gas and tv). E' per questo che anch'io, arrivato a questo punto, devo cambiare strada, allungarla, portarla in luoghi improbabili e inattesi, far entrare di nuovo il mare dentro i miei pensieri.

Vorrei invecchiare come Mark, come la sua chitarra, sempre più dolce e sicura. Non più l'assolo devastante di Sultans Of Swing, ma l'arpeggio che entra nelle vene profonde, lasciandovi dentro il brivido che non ha mai fine.  Sono colori pastello, quelli d'indimenticabili paesaggi di Normandia; magie di suoni, radici folk, country e blues malinconicamente e sapientemente intrecciate come solo questo musicista é capace di fare, il cuore che oscilla come un pendolo tra Scozia, Inghilterra del nord e delta del Mississippi. I sessant'anni di Knopfler sono diversi da quelli di Springsteen, giocati sui registri dell'introspezione che rendono lontani i Dire Straits almeno quanto la E Street Band é invece ancora vicina al cuore del Boss. Modalità espressive differenti - non per questo differentemente vere - ma che, nel caso di Mark, rispondono forse un po' di più a quell'esigenza di sintesi interiore di pezzi di vita e d'esperienza musicale che solo la maturità artistica coniugata al genio é in grado di ottenere.

Inframezzato tra il canto di Knopfler ed ogni melodia c'é un canto di popolo, forse autobiografica nostalgia, che si esprime dentro la tranquillità sonora di archi e pianoforte o l'allegria di whistle e violino; frasi luminose di una chitarra, capace di cantare come la più perfetta delle voci ed oggi sempre più in grado di venire dolcemente e magicamente in primo piano anche quando sa mettersi in disparte. 
Il songwriting di Mark Knopfler sembra avviarsi verso una semplicità espressiva solo apparentemente scanzonata ("a volte mi addormento mentre suono la chitarra", ebbe a dire una volta in un'intervista), in realtà figlia di un bagaglio espressivo sempre più colto e cosciente delle proprie radici.
Un disco dopo l'altro, le sue sonorità appaiono sempre più spesso malinconiche, ma, paradossalmente capaci in realtà di rubare la tristezza, quella che ti rende immobile ed incapace di proseguire dritto verso la strada che un Destino buono ha da sempre tracciato dentro la tua storia. La colonna sonora ideale per quest'autunno già iniziato e per mantenere intatte le speranze di un sole d'estate, capaci di scaldare anche il freddo più intenso dell'inverno che verrà. 

Monday, September 28, 2009

JOSEPHINE




Smonti da una notte di guardia in ospedale ed il torpore che ti avvolge é sufficientemente denso per allontanare da te l'insulsa frenesia di tutto il mondo attorno.
Josephine é il disco giusto da metter su, perché la tristezza e la malinconia, che insopportabilmente ti assalgono senza preavviso alcuno, si fondano allo stesso tempo in un'inesplicabile dolcezza. Dolcezza di cui senti d'aver bisogno, ora che vorresti trovarti su spiagge di un mare d'autunno, dove onde e maree cominciano a farsi minacciosamente innanzi a falesie di roccia e case di mattoni.
Non può essere come gli altri un disco che nasce sul ricordo della scomparsa di un amico. Non può essere lo stesso tappeto di chitarre, quello esaltante di Jason Molina e soci, ad accompagnarti mentre percorri la tua strada lungo queste note.
Ma stamani va bene così: é esattamente quello di cui hai bisogno adesso. Ed é per questo che la malinconia si fa dolcezza e la dolcezza si fa affido. Affido che é mettere nelle mani di un Altro il dolore che hai incontrato e quello che senti dentro te, profondamente radicato nella tue contraddizioni e nella tua sempre insostenibile incertezza.
Ma nelle mani di Uno più grande di te, il gusto della vita si ritrova e Josephine é disco troppo breve per durare sino alla fine della strada. Lascia il passo, di nuovo, a quell'allegro tappeto di chitarre, che canta nuovamente la bellezza di sapere che ogni ansia e frenesia é già risolta. La banda della Magnolia Elettrica non smette di farti compagnia e Trials & Errors - prove ed errori, ma guarda un po' - ti ridona il brio e l'energia di cui avevi bisogno, appena un attimo prima d'essere arrivato sin laggiù, alla fine della strada che porta verso casa.

Thursday, September 24, 2009

DRIVE ALL NIGHT



Happy birthday Boss, continua a guidare così..

Tuesday, September 22, 2009

CAHIERS DE FRANCE (5) - BELLEZZA


"Ricordate le valigie": la nostra guida al castello di Amboise, madrelingua italiana ma naturalizzata francese - per cui illustra le stanze del castello parlandoci con uno strano accento,  che mischia il napoletano alla lingua della sua nuova patria - ci sta spiegando della bizzarra abitudine di Francesco I di cambiare casa ogni due mesi. Beato lui che così non si annoiava mai. E beato lui che, per portarsi dietro tutti gli effetti personali, ossia l'arredamento intero, disponeva pure di diverse migliaia di uomini e cavalli al suo servizio. Per cui - ci spiega appunto la guida - se li guardiamo bene, tutti i mobili di quel tempo assomigliano in realtà a bauli, sia che si tratti di tavoli, letti o quant'altro, erano fatti cioé in modo da poter contenere di tutto al loro interno. Delle valigie, insomma, ed é da quel momento che tutti noi cominciamo a guardare gli arredi delle stanze dei castelli di Francia come all'equivalente dei tapis roulants degli arrivi di un aeroporto.
Questa mania di fare le cose in grande, comunque, sotto sotto, era un po' da parvenus; é la guida che ce lo dice e d'altra parte lei é italiana e, si sa, un po' di conflittualità coi cugini d'oltralpe ci sarà sempre; anche i miei figli, senza sapere nulla della storia, nel 2006 volevano andare in gita in Costa Azzurra indossando le magliette dell'Italia campione del mondo ed in fondo adesso mi dispiace un po' d'essere riuscito a suo tempo a convincerli a non farlo.
Comunque, Francesco I, in Italia c'era stato anche lui. A farci un po' di guerre, naturalmente, che per fortuna non gli erano andate tutte bene. Ma alla fine si era innamorato del nostro paese, al punto da convincere una ventina di artisti ad andarsene con lui in Francia, Leonardo Da Vinci compreso, che aveva scavalcato le Alpi a dorso di mulo a più di sessant'anni, poveretto; fatica peraltro ripagata dalla tranquillità degli ultimi anni di vita tra le mura del Clos Lucé, delizioso piccolo castello in quel di Amboise, a due passi dalla corte del suo re.
Un re vanitoso, con la mania di fare cose in grande, ma ferito, suo malgrado, dalla bellezza.

Abbondanza di bellezza ne troviamo in tutti i castelli che abbiamo scelto di visitare, qui nella tranquilla valle che la Loira ha modellato nel corso dei secoli.  Azay-Le-Rideau é deliziosamente appoggiato su un isolotto, come una pietra preziosa incastonata su un anello di pregevole fattura. Chenonceaux, originariamente consegnato in dono a Diana di Poitiers, favorita del re di Francia, diventa oggetto di disputa con la legittima consorte Caterina de' Medici ed il risultato é che ciascuna fa a gara con l'altra per renderlo più bello. Anche nei secoli a venire, quando i periodi di decadenza si fanno inevitabilmente incontro, spunta sempre fuori qualche donna a cercare di restituire bellezza a questo posto e le donne, si sa, di bellezza se ne intendono parecchio.  Chambord, poi, con la sua maestosità, ce lo gustiamo a lungo, pedalando nell'immenso parco che lo circonda, un tempo riserva di caccia del re. E' il luogo dove scopro che Andrea, il mio figlio più piccolo é già bravissimo ad andare in bicicletta da solo, guadagnandomi uun solenne rimprovero da parte di tutti gli altri per la mia ignoranza : "ma come, papà, non lo sapevi?".




Alla fine, nel mio viaggio in Francia, di bellezza ne ho incontrata davvero dappertutto. Anche nelle persone, ovunque gentili, accoglienti, felici del fatto che tu abbia deciso di visitare i loro luoghi. I maligni dicono che che ho incontrato gente così perché mi sono sforzato di parlare nella loro lingua: pare che rivolgendosi a loro in inglese diventino molto più nervosi.  Sarà, ma non importa, qualunque sia stata la ragione, sono contento d'essermi portato a casa abbastanza gioia.
Perché la bellezza é ciò di cui sento il bisogno ogni giorno, quella che percepisco sempre presente in ciò per cui la vita vale la pena d'essere vissuta.
Quando venne a Milano a celebrare il funerale di Luigi Giussani, l'allora cardinal Ratzinger disse che il don Giuss "era cresciuto in una casa povera di pane, ma ricca di musica, e così dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza e non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita, e così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia".
Ecco allora cosa incontrare ogni giorno, anche qui a casa. 
Perché accada che la bellezza non mi abbandoni mai.

Wednesday, September 16, 2009

CAHIERS DE FRANCE (4) - PARIS


L'ile de la Cité é un vascello, la cui prua infrange dolcemente i flutti della Senna.
Mentre i miei figli giocano sereni nei giardini lungo il fianco della cattedrale, io non riesco a smettere di ammirare Nostra Signora di Parigi. Incastonata come l'albero maestro della nave, questo gioiello di pietra ha resistito agli scempi del tempo e degli uomini, sinché qualcuno ha ricominciato a preservarla. C'é poco tempo, più tardi, per visitarla nel dettaglio, oggi c'é il vescovo della città ed é giusto che la cattedrale sia tutta per lui e per il popolo. E, d'altra parte, é per questo che é nata; perché la meraviglia dell'arco a sesto acuto fosse segno di una presenza visibile. E luogo dove dare testimonianza della bellezza di un avvenimento: quello del Verbo incarnato, sempre presente in mezzo a coloro che sono uniti nel Suo nome.
Forse il mistero che mi lega eternamente a questa città é nel cuore di questa cattedrale. E' per questo che continuo a guardarla, a girarle intorno, a scattare mille foto ai suoi portali ed ai gargouilles, fermandomi stupito sempre in modo nuovo, fino a portare a sfinimento una combriccola di moglie e figli che non possono stare all'infinito dentro i miei pensieri. 
Quindi dopo un po' si scappa via, per correre fin lassù in cima, le altezze della Torre Eiffel, dove inseguire il sogno di vivere una città à vol d'oiseau, un luogo alto dove magari assistere a quel "risveglio di campane", descritto così bene da quel Victor Hugo, che come nessun altro amò questa città immensamente: "(...) ascoltate questa piena orchestra di campanili, spandete su tutto il mormorio di mezzo milione di uomini, il lamento eterno del fiume, l'infinito spirare del vento, il quartetto grave e lontano delle quattro foreste schierate sulle colline all'orizzonte, come immensi mantici d'organo, smorzate in questo come in una tinta neutra tutto ciò che lo scampanio della città avrebbe di troppo roco o di troppo acuto, e ditemi se conoscete al mondo qualcosa che sia più ricco, più gioioso, più dorato, più splendente di questo tumulto di campane e campanelle; di questa fornace di musica; di queste diecimila voci di bronzo che cantano insieme dentro flauti di pietra alti trecento piedi; di questa città che é tutta un'orchestra; di questa sinfonia che tuona come l'uragano"  (Notre-Dame De Paris)



Se Parigi val bene una messa, la Sainte Chapelle val bene una coda, neppure, tutto sommato, troppo lunga, anche perché Andrea, il più piccolo, trova il modo per giocare anche lì.
Quando hai visto le vetrate del luogo voluto da San Luigi per custodirvi le reliquie della passione di Cristo, non riesci più a guardarne altre in nessun altro posto.  E' così che si rimane a lungo sospesi, sguardi prolungati per immagazzinare nella memoria immagini che nessun servizio fotografico riuscirà mai a registrare in modo fedele e permanente.  Non c'é nulla che possa riprodurre la luce del sole, magari quella del tramonto, mentre, passando attraverso pitture di vetro dai mille colori, arriva dritta dentro la tua mente ed il cuore delle tue emozioni.  Fremiti e sussulti, fuoriusciti dai rosoni del transetto della cattedrale di Notre-Dame, giunti magicamente fino a qui ed ora rimbalzanti senza sosta da una vetrata all'altra.
Sopravvissuta alle ingiurie del tempo e delle guerre degli uomini, la Sainte Chapelle é un altro gioiello custodito sulla plancia del vascello della Cité.



Prima di cominciare a dipingere il quadro, hanno sistemato tutti la cornice.
I pittori di Montmartre, disposti ordinatamente l'uno accanto all'altro, lungo il profilo quadrato della piazzetta, riescono a coprire la vista dall'orribile serraglio di tavoli di ristorante disposto tutto al centro. E così, nonostante gruppi di turisti spietatamente posti in posa per decine di scatti fotografici di terribile fattura, questo luogo riesce a non perdere il suo fascino.
Dopo un picnic improvvisato, consumato tranquillo in una viuzza laterale, passeggiamo senza fretta, grandi e piccini, lontani finalmente dal traffico e dallo smog, mentre, da lontano, il suono di una fisarmonica accompagna mille pensieri, liberi di correre finalmente senza freni.

Tre o quattro giorni, in una città così, son troppo pochi.
Ce ne vorrebbero dieci, cento, più di tutti quelli che vi ho già passato. Per questo Parigi non mi stanca mai, é un luogo dove non smetterei mai di tornare. Come Roma del resto. O come Assisi. Per mille motivi, simili e differenti allo stesso tempo. Ma anche per l'unico motivo che il cuore, in questi luoghi, non smette mai di battere impazzito.
Ma "una città non basta", scrisse una volta Chiara Lubich, in una sua splendida meditazione.
Non basta perché il cuore dell'uomo desidera qualcosa di ancora più grande delle bellezze di una città. Ed é a questo desiderio che, giunto a casa, decido di puntare; perché la nostalgia non prenda il posto della realtà; perché la bellezza sia contenuta nell'istante, il Mistero dentro l'attimo presente che ti capita innanzi nella vita. 
Attimo da vivere, tutto intero.

"(...) Ma con un Dio che ti visita ogni mattina, se vuoi, una città é troppo poco.
Egli é colui che ha fatto le stelle, che guida i destini dei secoli.
Accordati con Lui e mira più lontano: alla tua patria, al mondo.
Ed ogni tuo respiro sia per questo, per questo ogni tuo gesto; per questo il tuo riposo e il tuo cammino.
Arrivato là, vedrai ciò che più vale e troverai ricompensa al tuo amore.
Fà in modo di non doverti pentire in quell'ora d'aver amato troppo poco"

(Chiara Lubich, Una Città Non Basta)

Wednesday, September 09, 2009

CAHIERS DE FRANCE (3) - SPIAGGE




Alla spiaggia di Etretat si arriva cavalcando lo stupendo pont de Normandie. Bello come i grandi ponti americani e con una vista sull'estuario della Senna capace di spalancarti letteralmente il cuore. Quando arriviamo in fondo, il casellante, madrelingua francese ma padre sardo, decide di raccontarci tutto sulla sua famiglia, riempendoci poi di volantini che narrano la storia di ogni vite e bullone di questo capolavoro dell'ingegneria. Ci saluta tutto allegro e sorridente e noi proseguiamo lungo la campagna francese, ovunque bella e spaziosa e che porta dritto sin lassù, il mare della Manica.
Incontrare le falesie di Etretat, al mattino di una calda giornata di sole, vuol dire fermarsi e innamorarsi a prima vista, consapevoli che la nostalgia per questo luogo non ti lascerà mai più.
Incorniciati tra archi di roccia che si tuffano in un mare scintillante, incontriamo uomini e gabbiani, vento, barche a vela e tavole da windsurf, in un gioco di tempi e di armonie dove nulla sembra fuori posto e fuori luogo. Perfino le crepes, gustate in un ristorantino che in fondo non appare neppure troppo turistico, sembrano più buone di quel che sono, perché poi - non ditelo ai francesi - ci sono posti in Italia dove le fanno pure meglio.
Quando le prime nuvole cominciano ad apparire all'orizzonte e ci fanno comprendere che qui il tempo cambia più rapidamente dei pensieri, noi siano già in viaggio verso Honfleur, dove le scogliere lasciano il passo a coste più tranquille ed il mare s'insinua nel delizioso porto del Vieux Bassin, dove le barche sembrano ancora quelle costruite dai maestri d'ascia di secoli fa, gli stessi che costruirono anche la chiesa di santa Caterina, tutta di legno ed a doppia navata, quasi fosse anche lei una gigantesca doppia barca, pronta ad accogliere le anime erranti naufragate sin qui da luoghi lontani.
Passeggiamo senza meta, mentre la notte scende lentamente, più lentamente che altrove in questi luoghi del nord. Magicamente dipinti dentro ad un quadro impressionista, lasciamo che questo mare entri in noi come la notte, dolcemente, a poco a poco.


"Se vogliamo sbarcare, dovremo portare i nostri porti con noi". Winston Churchill non aveva dubbi, quando decise di costruire in segreto, nelle officine di Londra, il porto artificiale che avrebbe consentito lo sbarco di uomini, tonnellate di merce e migliaia di veicoli blindati sulle spiagge di Normandia.
Quando si arriva ad Arromaches, dove é allestito anche il museo dello sbarco, quello che racconta per filo e per segno quel che accadde il 6 giugno 1944, pezzi di quel vecchio porto sono ancora in vista in mezzo al mare, solo che adesso ci trovi i motoscafi che ci girano intorno o bambini che li osservano sullo sfondo mentre giocano tranquilli sulla spiaggia.
Se ti fermi qualche istante e provi a giocare con l'immaginazione o la memoria di visione di vecchi film, puoi sforzarti di vedere quell'inferno che passò da qui, ma non ci riesci, non ci puoi riuscire davvero fino in fondo.
Ti ci avvicini un po' di più, forse, quando passi dal cimitero americano di Colleville Sur Mer.
E' allora e solo allora, quando passeggi in mezzo alle diecimila croci bianche dei caduti americani, su una tranquilla collinetta posta al di sopra della famigerata spiaggia di Omaha Beach, che la follia della guerra sembra assalirti finalmente tutta intera.
Ma é anche allora che il tuo sguardo riesce a scaricarsi d'angoscia, nel momento stesso in cui si fa capace di diventare preghiera; ed é allora che riesce a guardare di nuovo verso il mare, dove laggiù, in lontananza, cogli le persone passeggiare sotto il sole ed i bambini giocare finalmente coi gabbiani.


Di ritorno da Dinan, delizioso borgo medievale in terra di Bretagna, non c’è tempo per passare da Cancale, l’unico posto dove si possano mangiare ostriche al prezzo delle cozze, permettendosi pure di gustarle sui muretti del porto buttando i gusci alle spalle senza che nessuno abbia qualcosa da ridire. Pazienza, sarà per un'altra volta, tanto più che le ostriche in famiglia pare non piacciano granché.
Ma la strada che costeggia il mare e che da Cancale porta fino alla baia del Mont Saint Michel, quella sì che rimane da godere tutta intera. Lungo il percorso, sfondi di orizzonti dai colori e dalle dimensioni senza tempo; e poi ragazzi che giocano con gli aquiloni (quanto tempo era che non vedevo più?) e strane barche a vela, che corrono su ruote e senza freni, in una spiaggia che sembra non finire più. Più in là, ecco barche ancora più bizzarre, coricate su un fianco e che appaiono quasi senza vita, ma pronte a risorgere appena la marea riempirà di nuovo d’acqua quelli che sembrano canali prosciugati.
Mentre mia moglie ed i miei figli sonnecchiano in macchina lungo la strada, anche i miei pensieri appaiono senza spazio e senza tempo, accoccolati sulle tranquille strade francesi, dove gli automobilisti guidano senza correre e senza spazientirsi mai. Mica come qui da noi, dove un’insensata frenesia, non si sa a quale scopo, sembra dominare ogni percorso.
Avessi avuto con me anche Get Lucky, il nuovo disco di Mark Knopfler, sarebbe stato la colonna sonora perfetta per questi paesaggi di Normandia, angolini d'Inghilterra trapiantati in terra di Francia e dal fascino tutto speciale. 
Vabbé, vorrà dire che me lo ascolterò adesso, mentre viaggio sconsolato, alle prese coi ricordi, lungo tristi strade milanesi senza infamia e senza lode. Una colonna sonora ideale, per un autunno quasi cominciato e per i miei inguaribili sogni ad occhi aperti.


Tuesday, September 01, 2009

CAHIERS DE FRANCE (2) - LA MARIAPOLI DELLE PERSONE




"Quanto manca ancora?""Ma come quanto manca? Il divertimento sta nel viaggio, in questo preciso momento e in quello successivo e così fino a sera. E tu pensi quanti chilometri devi ancora fare o a che ora prevedi di arrivare...".
E' mattina presto e non ho ancora fatto in tempo a mettere il muso dell'auto davanti alla strada che, precise come un orologio svizzero, arrivano le fatidiche parole di mio figlio: "quanto manca?". E' allora che fa capolino nella mia mente questa frase di Roberto Patrignani sulla bellezza del viaggiare, ma mi limito a rispondere: "porta pazienza, Marco, é un viaggio lungo questo, cerca di schiacciare un pisolino...".
D'altra parte come farei a spiegare a mio figlio che adoro viaggiare, che mi viene in mente Kerouac persino quando sono imbottigliato nel traffico e che, se non bastasse, il fatto di mettermi nuovamente in viaggio per Parigi, dopo un milione di anni dall'ultima volta, fa salire l'eccitazione ad un livello quasi insostenibile?
E allora che importa quanto manca, il bello del viaggio é viaggiare, quindi pronti via, ragazzi, e godetevi anche quel che vedrete dai finestrini.

La meta, però, quella sì che é importante, almeno quanto il viaggio.
Se non sei capace di vivere l'esperienza del viaggio, di godere di ogni istante proiettato solo nel futuro di quel che arriverà o nella nostalgia di un passato che non può più tornare, difficilmente riuscirai a stare al mondo con sufficiente dignità e soprattutto con felicità. Ma devi sapere dove stai andando e perché stai facendo quel che fai.
Noi stiamo andando a Parigi ed é già abbastanza eccitante di per sé.
Ma c'é una casa che ci aspetta laggiù, qualche chilometro a sud della periferia della città, la casa che una famiglia di amici ha messo a disposizione della mia perché loro si trovano altrove per qualche giorno; non una casa qualunque, però, da mettere a disposizione quando ce n'é bisogno: questa é davvero la loro casa, quella in cui abitano sempre per il resto dell'anno.
Noi, questi amici, non li abbiamo mai visti: ce li faremo indicare nelle foto, immortalati nei quadretti che hanno appeso in casa. Ma sono amici veri, perché non hanno esitato a mettere in comune con noi ciò che possiedono. Chantal e José sono focolarini della Francia ed in questo momento si trovano in Bretagna in Mariapoli, a vivere quel momento di vacanza e d'incontro che il Movimento dei Focolari moltiplica in tutto il mondo, spesso nel periodo estivo. Mariapoli come città di Maria, luogo in cui provare a formare un bozzetto temporaneo di società nuova fondata sul Vangelo.

Quando arriviamo ad Arny, troviamo Denise ad attenderci in giardino.
E' lì solo per questo: per aspettare il nostro arrivo; é venuta apposta da Parigi per questo e non sapeva neanche l'ora del nostro arrivo, ma non sembra per nulla scocciata, anzi accoglie gli "amici italiani" con un sorriso meraviglioso.
Ci accompagna nel nostro appartamento, che a me pare meglio della reggia di Versailles, arredato con armonia e bellezza e ricavato da alcune stanze in una splendida villa del secolo scorso. Nei giorni successivi sarà soprattutto Cécile, l'altra focolarina che ci raggiunge poco dopo, ad accoglierci sempre con squisita attenzione.
Con mia moglie ed i miei figli, avremo modo di visitare questo luogo, la cittadella del Movimento qui a Parigi che, per ora, é ancora poco sviluppata negli edifici, ma lo é già molto nei cuori di chi vi abita e di chi frequenta questo posto.
Spesso la domenica giungono qui in visita decine di persone, famiglie con bambini, semplicemente per passare un po' di tempo assieme. Prima di partire da Parigi, destinazione Normandia, lasceremo in dono a Chantal ed a José un cesto ricolmo di prodotti tipici nostrani, che avevamo preparato e portato con noi dall'Italia: sapremo dopo pochi giorni che, alla prima occasione, verrà subito condiviso con tutti gli altri.


Quando, con un pizzico di sofferenza, Cécile mi racconta delle difficoltà di espansione che hanno in questo luogo, dei veti dell'amministrazione comunale sui permessi per iniziare a costruire, colgo in lei degli occhi capaci di vedere in ogni avvenimento - sia esso un successo oppure una difficoltà - il disegno di un Altro e quindi che sanno rivestirsi sempre di uno sguardo d'amore luminoso e profondo. "Sai - mi dice - Dio per ora ha voluto così e quindi noi andiamo avanti contenti. Intanto viviamo fino in fondo questa realtà, questa "mariapoli delle persone".
Persone come Cécile e Denise, come Chantal e José, che non avevamo mai visto né incontrato, ma che ci hanno amato di un amore così gratuito e totalitario da farci sentire legati a loro come fratelli e sorelle.

Quando, al mattino della partenza per Honfleur, lascio in mano a Cécile un bigliettino di ringraziamento per i giorni trascorsi, le trasmetto nel mio scritto l'esperienza vera che abbiamo vissuto in questo breve periodo, quella dello spirito di famiglia di cui Chiara Lubich ci ha sempre parlato, divenuto ora suo vero e proprio testamento spirituale, e che non ci farà dimenticare mai più ciò che abbiamo vissuto qui:
Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia” (...) Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “ (Chiara Lubich)


Monday, August 24, 2009

CAHIERS DE FRANCE (1) - ANGELI NELLA BAIA


I riflessi della luce della luna formavano splendidi ricami d'argento sull'acqua. Il mare circondava ormai ogni cosa ed appariva inquietante e calmo allo stesso tempo. Sembrava incredibile che, solo poco tempo prima, centinaia di persone avessero attraversato a piedi la baia proprio là in mezzo. Eppure era proprio così: poche ore appena e la spiaggia sarebbe tornata ancora in superficie ed i gabbiani vi si sarebbero posati di nuovo.
Ogni giorno, più volte al giorno, quel gioco di alta e bassa marea si svolgeva incessantemente, sotto gli occhi della statua dell'arcangelo San Michele, posta lassù a dominare tranquilla quel luogo.
Luogo che potevi scorgere da lontano, molto prima di arrivare al mare, con la sagoma del monte ad ergersi perennemente all’orizzonte come qualcosa di magico ed inaccessibile.
Quanti antichi e nuovi pellegrini erano arrivati fin qui? Quando vi eri entrato anche tu, a tarda sera, era finalmente scomparso il continuo andirivieni delle orde di visitatori, che prima aveva reso quasi impraticabile la ripida via del paese, quella che saliva, lentamente curva, sino all'inizio della lunga rampa che conduceva all'abbazia. Allungando un po' il passo potevi spingerti anche lungo le mura delle torri di guardia e da là in cima lo sguardo verso l'acqua e la sua misteriosa marea si caricava di una sensazione d'incertezza ancor più sottile e penetrante, ma misteriosamente mescolato ad un'inesplicabile attrazione.


Guardavi quelle mura e desideravi che avessero potuto raccontare quello che avevano vissuto.
Allora, socchiusi gli occhi e rivolto lo sguardo verso la piccola foce dell'esile Cuesnon, anch'essa mutevole come le continue maree, ti era parso d'aver visto tutto.
Secoli e secoli scorrere l'uno dietro l'altro, come veloci fotogrammi di un film; e sotto di essi urla strazianti e sommesse preghiere, a fare da voce a quei sassi che non sapevano parlare.
Così eccoti innanzi all'umile Aubert, il vescovo di Avranches tutto intento a costruire pietra su pietra il primo santuario su quell'isolotto di granito, chiedendo ogni notte all'arcangelo Michele la forza di rimanere fedele a quel voto, forza che, a tratti, sembrava inesorabilmente venir meno. Poi altri monaci benedettini a proseguire l'opera e ancora incendi, ricostruzioni ed archi sempre più slanciati verso il cielo, perché la cattedrale é molto più di una chiesa, la cattedrale é una preghiera.
In mezzo, di continuo, la vita di ogni giorno, lo scorrere continuo dei pellegrini, a sfidare acqua e sabbie mobili. Poi di nuovo guerre e ancora mura per difendersi da un'esistenza troppo dura; fino ai centodieci gloriosi paladini, quelli vittoriosi sull'assedio dei ventimila inglesi, l'ordine leggendario dei cavalieri di Saint Michel.
Grida di giubilo, le insegne del re di Francia ancora issate e poi, ineluttabile, il declino; i monaci scacciati, il luogo della fede trasformato in invincibile prigione, la Bastiglia del mare dove far morire gli avversari ed i preti renitenti alla nuova legge, quella della Révolution.
Ma ecco anche le grida ed il terrore spegnersi di nuovo a poco a poco, finché la calma ed il silenzio tornano a regnare, fino a quando la “Merveille” ritorna al suo splendore antico. Ed allora ecco nuove voci a farsi sentire, voci di meraviglia di nuovi viaggiatori di tempi di pace, grida di fronte alle quali queste mura sembrano sorridere quasi compiaciute, loro che si sono fatte capaci di resistere fin qui.


Al mattino di quello stesso giorno eri già stato sin lassù – il cuore della cattedrale – dov’eri giunto a poco a poco, insinuandoti lentamente e faticosamente tra tutta quella gente che invece, alla sera, era sparita, insieme al sopraggiungere dell’alta marea.
Ma là in cima, il punto più alto di tutta l’abbazia, la confusione era sparita come d’incanto e non eri stato in grado di resistere al fascino di quelle voci e del suono dell’arpa e del flauto.
La messa celebrata a mezzogiorno, come San Benedetto usava fare un tempo, da monaci e trappiste che ora ne tramandavano fedelmente la tradizione.
Era così che ti eri fermato a pregare con loro e quell’angolo d’abbazia ti era parso, senza esagerare, vera e propria anticamera di paradiso. Mai, in tutta la tua vita, ti era capitato di sentire armonie di voci e suoni così; mai pregare ti era sembrato più facile di allora.
Uomini e donne ti erano parsi angeli, poi, ad un certo punto, uno di quegli angeli era pure passato tra la gente, per raccogliere le offerte; era in quell'istante che avevi incrociato con sorpresa un viso di giovane donna, volto di una suora sorridente, con occhi azzurri penetranti e affascinanti allo stesso tempo; occhi persino quasi scanzonati, come di chi sa tutto del mondo che si azzuffa fuori ogni momento.
Tra i monaci avevi scorto visi giovani ed anziani, affascinanti anch’essi, ognuno a modo suo; finché, ad un tratto, ne avevi visto uno differente, capelli e barba lunga, l'aspetto dimesso, eppure con la stessa dignità e solennità dei confratelli. Ti era sembrato qualcuno che avesse da raccontare più di tutti gli altri, come di chi avesse vagato a lungo in cerca di qualcosa, prima di arrivare finalmente sin lassù.
Uno che avesse lasciato tutto ciò che possedeva e fosse passato di casa in casa, di ponte in ponte; giorni e notti passate senza sosta in un'insolita città, dove i fiumi, invece che uno, erano due. Quell'uomo sembrava adesso aver trovato ciò che cercava; forse, soprattutto, il significato della propria mendicanza.
Poi, distolto lo sguardo, avevi guardato nuovamente verso l'abside ed il coro e, per un attimo, tra le colonne, l'avevi visto anche tu. La sagoma di un angelo, bello e sorridente e non più misteriosamente sfuggente, come troppo a lungo era stato; anche quell’angelo, forse, aveva trovato un luogo dove smettere di fuggire e di sparire: un luogo in cui far riposare finalmente il proprio desiderio.
Per un istante era parso anche a te d’aver sempre cercato quell’angelo e quel luogo ed in quell’attimo di scoperta, te ne eri dolcemente compiaciuto.
Momenti interminabili di serena compagnia insieme a quei due, la cui storia, forse, apparteneva un poco anche a te.
La storia del ricco, fattosi monaco dopo che straccione e quella di quell'angelo, l'amico dell'arcangelo Michele.
L'angelo venuto sin lassù da quella strano e lontano luogo, dove due fiumi s'intrecciano incessantemente ogni giorno; due fiumi anima di una città: il Rodano e la Saone, maschio e femmina di Lyon.


Note
Testo liberamente ispirato alla canzone di Francesco De Gregori, “L’angelo di Lyon” ed alla magia di Mont Saint Michel.

Monday, July 20, 2009

HAVE A NICE SUMMER




Nulla possono le circostanze quando gli occhi si fanno capaci di guardare in faccia alla realtà come a qualcosa capace di provocare la tua vita, al punto da farle scorgere il significato che la sostiene.
Così, mentre scorri distrattamente la posta elettronica alla sera, ti accorgi che basta poco perché si rompa quella cappa di piombo fatta della stanchezza della giornata, di tutto il caldo, della frenesia e della caduta di ogni entusiasmo che ti pareva di aver scorto da qualche parte al mattino.
Basta che la tua amica Cris ti dica che "tutto é per gridare al mondo la bellezza", che ti richiami al fatto che "qualunque sia il posto, qualunque sia la compagnia" devi avere "a cuore il destino dell'altro, la sua "funzione" tra di voi, perchè ognuno è segno, ed è scelto come segno, e va trattato come Cristo lo ha chiamato".
Il bello é che quell'amica, con quelle righe ti sta semplicemente augurando buone vacanze, cioé ti sta dicendo di prendere sul serio un momento prezioso dell'anno; prezioso perché - se ci tieni - é il momento in cui hai più tempo per pensare a te stesso, cioé ciò per cui pensi valga davvero la pena di spendere il tuo tempo mentre stai al mondo.
Poi - non fai nemmeno in tempo a pensarci troppo su - e ti cade l'occhio sull'ultima lettera di padre Aldo. E sulle ultime parole di Marciana, che - dannazione - é morta di tumore, ma sembra che invece parli proprio della gioia del paradiso:
"Al mio carissimo Padre Aldo.
Il mio viaggio e’ próssimo alla fine e non voglio andarmene senza dirle che ho passato i giorni piu’ belli della mia vita in questa clinica; ho incontrato i miei fratelli e sorelle ammalati come me ai quali ho voluto tanto bene. Mi duole sapere che ho ancora pochi giorni per stare con loro. La prego Padre per l’incarico che le do’: abbia cura di loro, perche’ so che donera’ il meglio di se’, che e’ tanto amore. Ed io da questo momento mi prendero’ cura di lei.


Non so com'é, ma negli ultimi tempi mi capita sempre di più di pensare a quella canzone di Francesco De Gregori, quella dell'angelo di Lione. E quindi di ascoltarla, anche, spesso e volentieri.  E' buffo, quando faccio così con una canzone che mi piace troppo finisce per stufarmi e quindi cerco di non farlo quasi mai, per non rovinare qualcosa di troppo prezioso. 
Ma con questa no, questa non mi stanca mai.
Forse perché parla di uno straccione fattosi libero da tutto, pur di guardare davvero in faccia la realtà, alla ricerca della perla preziosa, dell'unica cosa che conta per davvero.
Ma forse, soprattutto, perché parla di mendicanza, l'unico metodo che sento sempre più vero per tenersi in piedi nella vita.
Quest'estate me ne vado in giro un po', chissà che non lo trovi anch'io quell'angelo di cui parla la canzone. Nascosto dietro quella statua lassù sul monte e in mezzo al mare, quella dell'arcangelo San Michele; oppure in mezzo ai doccioni di una cattedrale, mentre guarda assorto dall'alto la città.
Se lo trovo, comunque, torno indietro a dirlo a tutti, pure qua sopra, se ci riesco.
Intanto metto in pausa il blog per un po': molto meglio quella mendicanza di mille delle mie inutili parole.
Stay warm, my friends, ci si vede un po' più in là.


Thursday, July 16, 2009

AUGURI EMMAUS



Oggi, 16 luglio, é il compleanno di Maria Emmaus Voce, attuale presidente del Movimento dei Focolari. Mi piace ricordare, in questo giorno, questo scritto di Chiara Lubich del 25 dicembre 1973, divenuto vero e proprio suo testamento.
Auguri Emmaus !

“Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia”.
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali ?
Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola e con l’esempio.
Non lasciate mancar loro, anzi crescete attorno a loro il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente ?
Siano i fratelli prediletti. Patite con loro, cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori.
Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica, affinché sappiano che essi, più di altri, vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono ?
Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante.
C’é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo ?
Godete con lui perché la sua consolazione non sia contristata e l’anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. 
C’é qualcuno che parte ?
Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale – quindi neanche le preghiere o la Messa – né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete.
E dove andate per portare l’Ideale di Cristo, per estendere l’immensa famiglia dell’Opera di Maria, niente farete di meglio che cercare di creare, con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia.
Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia, é la carità vera, completa.
Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “.

(Chiara Lubich)

Tuesday, July 14, 2009

14 LUGLIO


"Qual é la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto? L'uomo sputò un grumo di catarro e sangue sulla strada. Alzarmi stamattina, disse. Davvero? No. Non starmi a sentire. Forza, andiamo".
(Cormac McCarthy, La Strada)


Festa nazionale, per i cittadini d'oltralpe, che in questi giorni soffrono pure un po' , perché vedere un italiano in maglia gialla non gli é mai garbato, fin dai tempi di Gino Bartali.
Comunque sia, oggi la grandeur francese non si risparmierà in festeggiamenti, anche se, a ben pensare, ciò che si ricorda, accaduto ducentoventi anni fa, non fu certo un'allegra passeggiata verso la libertà.  Morte e tristezza come in ogni rivoluzione, eccessi e follie in nome di una ragione ben lontana dall'essere tale, se capace persino di trasformare un gioiello dell'arte come la cattedrale di Notre-Dame di Parigi in un deposito di vini. 
Tuttavia quel famoso motto - liberté, égalité, fraternité - ha resistito sino ad oggi come sintesi di ciò che l'uomo moderno ritiene assomigli il più possibile all'idea di civiltà.
Non fosse però che, mentre di libertà ed uguaglianza si é parlato a dismisura, della fraternità sembra non si sia mai occupato quasi nessuno.

La fraternità come il principio disatteso, in realtà unico motore capace di produrre vera libertà ed uguaglianza, perché contenente in sé amore e gratuità.  Una fraternità che nasce dal dono di sé é quanto di più lontano ci sia dal buonismo, peccato della  modernità quasi più dannoso del male che l'uomo é talvolta inconsapevolmente capace di produrre col proprio agire.  Dono di sé che é essenza della vera libertà, perchè si fa capace di amare la circostanza davanti a sé, indipendentemente dai meriti di essa e senza attendere d'essere corrisposto.  
Ci vuole coraggio a vivere così, perché significa sputare sangue per terra e sbattersi per qualcosa che vale la pena d'essere vissuto.  E può apparire senza dubbio anche impossibile, perché é facile sperimentare la resa, nel momento in cui la consapevolezza del limite fa apparire le energie insufficienti a raggiungere lo scopo. 
 
A meno che quel limite sia qualcosa di differente, perché dentro di esso ci si possa sentire afferrati da chi una strada l'ha già tracciata - in modo rivoluzionario - più di duemila anni fa.
Un gancio in mezzo al cielo, quando la via sembra smarrita. 
Uno più grande di quel limite perché l'Unico che l'abbia già preso su di sé.
Allora attaccarsi a quel gancio, magari nel preciso momento del tuo giorno più nero, del tuo fallimento realmente sperimentato, é divenire strumento, cioé testimone, di quella speranza che corrisponde al nome di fraternità.
E allora magari ti accade pure di dare gomito all'amico che ti sta di fianco, per rivolgere insieme lo sguardo verso Ciò che sta davanti.
Portatore di speranza, proprio nel momento più nero della tua giornata.

Monday, July 06, 2009

IO SONO TU CHE MI FAI


"Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio", questa frase di Paolo indica forse l'unica condizione che rende qualsiasi tentativo umano, non violento né artificioso, ma fruttuoso di conoscenza e di bene.
Tutto può essere misteriosamente positivo quando ci si accosta all'uomo, quando ci accostiamo ad un altro, ricordandoci del desiderio d'infinito che costituisce la natura più profonda ed intangibile del nostro io"

(Felice Achilli)



Conservo nella mente pochi istanti, come una breve serie di fotogrammi messi assieme. Ed un rumore, quello dell'urto.
Una domenica sera d'agosto, di qualche anno fa. Sto uscendo da McDonalds con la mia famiglia; di lì a breve, dopo averla accompagnata a casa, me ne andrò a far la notte in ospedale. Prima di cena ci eravamo fermati tutti insieme in chiesa, davanti all'altare della Madonna, dopo la messa nella nostra parrocchia. Un luogo caro a tutti noi, dove riporre le ansie, le brevi gioie, dove affidare la nostra vita insieme.
Pochi attimi, in cui non fai neppure in tempo a renderti conto di ciò che sta per accadere. Mio figlio Marco attraversa la strada, vedo una macchina arrivare ed io non faccio in tempo a fermarlo. Non lo vedo più e sento solo un rumore, il suono dell'urto di un corpo contro un'auto. In quell'istante, rimasto fisso per sempre nella mia memoria, vedo mio figlio già in un altro luogo, oppure ancora tra noi, ma come un pesce rosso, attaccato a mille tubi in un reparto di rianimazione.
Un istante lungo, interminabile, quasi eterno, rotto come d'incanto, ad un certo punto, da un pianto, il pianto di mio figlio.
Mi precipito in mezzo alla strada: Marco sta bene. Andremo in pronto soccorso, ma dopo poche ore saremo tutti insieme a casa: se l'é cavata solo con pochi graffi.
Quel momento della vita si stampa in eterno nella mia mente e diviene cemento tra di noi, specie quando ci fermiamo ancora a riporre i pensieri del nostro cuore davanti all'altare di quella Madonna, spesso - ora come allora - tutti insieme, alla fine della messa domenicale. 
Ma, soprattutto, ciò che si fissa per sempre nel mio cuore da quel giorno é la certezza che i tuoi figli, cioé ciò a cui tieni di più nella vita, coloro per i quali saresti disposto a dare la vita senza pensarci su neppure per un attimo, non sono tuoi.  Cioé sono tuoi e non sono tuoi, perché sono dentro il disegno di un Altro capace di un amore infinitamente più grande del tuo.
Li hai generati tu, ma non li hai fatti tu: "Io sono Tu che mi fai", ci ripete spesso padre Aldo.


Qualche giorno fa un camion investe in pieno un bambino, Andrea Achilli, 12 anni e se lo porta via. Il quarto, l'ultimo dei quattro figli di Felice Achilli, primario cardiologo all'ospedale di Lecco. I soccorsi tempestivi, la corsa all'ospedale, l'intervento chirurgico d'urgenza, ma Andrea non ce la fa. Andrea parte per il cielo. Marco invece é ancora qui con me.  Destini diversi, per motivi sconosciuti e misteriosi. Conosco il dottor Achilli come collega, come presidente per molti anni dell'associazione Medicina e Persona e ne ho sempre apprezzato la capacità di saper trasmettere a tanti altri una modalità nuova, diversa, di far fronte ad una professione così impegnativa come quella di noi medici.
Felice ha scritto una lettera al giornale di Lecco, per ringraziare chi gli é stato vicino e per dare testimonianza di ciò che gli é accaduto.
La trascrivo qui, con una gratitudine in cuore senza limiti davanti a maestri così.
Nella consolazione dello sperimentare sempre di più, ogni giorno, un cammino in cordata. 
E nella certezza che nulla accade per caso, dentro quell' io sono tu come mi fai.  

Egr. direttore,
La ringrazio per l’opportunità che offre a me e alla mia famiglia di ringraziare tutti coloro che ci hanno testimoniato umana vicinanza, in questo momento di dolore indicibile e ineliminabile, per la separazione dal nostro amatissimo ultimo figlio Andrea. E’ infatti per noi impossibile raggiungere ognuno personalmente, come desidereremmo. In questi giorni, misteriosamente segnati per noi non solo dal dolore, ma anche da un’infinita dolcezza, non siamo mai stati soli: né di giorno né di notte, in ospedale prima, a casa poi. Abbiamo percepito di appartenere a un popolo, che vive nel nostro Paese, che ancora riconosce il Mistero di cui è fatta la vita di ogni persona, che “sente” irragionevole considerare la morte come la fine di tutto e percepisce la decisività per la vita della presenza di Dio.
È stato così più facile, per noi, credere alle parole che don Julian Carron ci ha detto nell’omelia: “Non guarderemmo adesso veramente Andrea, se non guardassimo alla totalità della sua vita. E qual è la totalità della sua vita? Non c’è un Andrea che non sia Andrea battezzato e cresimato cioè, un Andrea che è stato legato, per sempre, a Cristo! Non c’è, non c’è un’altra modalità, non c’è un’altra realtà, non c’è un’altra storia, non c’è un altro mondo, non c’è un’altra cosa che può far fuori il fatto che Cristo è risorto. Possiamo sentirlo vicino o lontano, possiamo far prevalere adesso il dolore e lo sconforto, ma la nostra fede non è un sentimento, la nostra fede è una conoscenza nuova”.
In questi giorni stiamo scoprendo un Andrea sconosciuto, con un desiderio infinito, una passione per le cose e le persone, sorprendenti per un bambino della sua età. Sono arrivate persone che lo avevano conosciuto, magari per poche ore o giorni.
Così anche noi abbiamo dovuto riconoscere (ri-conoscere) il fatto: Cristo l’ha afferrato per compiere il desiderio più segreto, più nascosto del suo cuore, il misterioso cuore del nostro amatissimo Andrea, che certamente riabbracceremo, anche se non sappiamo quando. 
Non è vero che “Dio dà e Dio toglie”, Dio ci ha donato Andrea e ha poi compiuto il suo desiderio più vero, ciò che abbiamo visto e udito in questi giorni ce lo dimostra.
Per questo vogliamo ringraziare tutti.

Felice e Daniela, Federica, Chiara e Pietro Achilli


Thursday, July 02, 2009

TONIGHT I'LL BE STAYING HERE WITH YOU


Aveva trascinato con sé sul palco quella cosa nera sera dopo sera, poi, finalmente, vi si era avvicinato.
Una luce fioca ad illuminarla, le prime note che fuoriuscivano da essa e dopo pochi istanti si era capito. "My God, it's a piano", aveva pure esclamato qualcuno. No quello non era un piano e quella non era la sua prima performance in quel modo, in ventiquattro anni di esibizioni in Inghilterra. Era un'altra cosa, molto di più, un viaggio in un universo surreale, forse. La rivincita di Giuda, l'ennesima maschera di quell'uomo, troppo abituato a tirare dritto per la sua strada, solo contro tutti, fiero nella sua corsa dietro al desiderio del destino di se stesso.
Poche note, un inizio quasi timido, poi le mani sempre più veloci lungo la tastiera; la voce inizialmente incerta, poi più sicura, sempre più fiera. Il pubblico non grida più "Giuda!", questa volta é impazzito, cerca di corrergli dietro felice, ma non ce la fa, non ce la può fare, lui corre più veloce, troppo veloce questa volta.
E' partito seduto, poi si aggiusta lo sgabello, le mani via via sempre più impazzite, poi non ce la fa più e si alza in piedi.
Una chitarra, quella meravigliosa di G.E., a stargli dietro, e lui sempre più pazzo, un po' Charlie Chaplin, un po' Jerry Lee Lewis.
Disease Of Conceit, questa sera, é la più grande canzone rock di tutti i tempi, più grande ancora di Like A Rolling Stone.



Poco prima li aveva già condotti tutti per mano fino al paradiso.
"The crowd went bananas", aveva detto quel tale, che poi si era arreso anche lui alla follia,  quando aveva visto il piano. Si era arreso come tutti gli altri, fatti una cosa sola col cantante, lassù sul palco.
I Want You, quella sera, era la canzone del desiderio del cuore corrisposto. Smorfie, sorrisi e poi sempre più allegria, le dita a scorrere matte sulla tastiera della chitarra, le ginocchia piegate come solo a modo suo, le labbra sull'armonica, per terminare una canzone che non riusciva e non doveva mai finire.  
Il pubblico finalmente é con sé, questa sera sì, questa sera che era la musica a suonare attraverso lui, l'incantesimo riuscito, l'alchimia compiuta; ci si trova tutti lassù, dentro territori inesplorati, possiamo gettare le maschere e le difese, finalmente. Siamo tutti un cuore e un'anima sola.



Ed ora, un sacco di tempo dopo, eccoti ancora lì, dietro una pianola che ora sembra non attirare più nessuno, sempre in corsa sul treno sbuffante dei tuoi desideri.
Nessuno freme e trepida adesso, come quella sera all'Hammersmith di Londra, in quel freddo inverno del 1990.
Eppure siamo ancora lì, sbuffanti anche noi, arrabbiati e scontrosi perché tu ci hai abituati così, con la tua assurda abitudine a desiderare sempre qualcosa di troppo grande rispetto a ciò che da soli siamo capaci di ottenere.
Difficilmente la première di Jolene, ieri sera nel Wisconsin, sarà stata anche solo minimamente paragonabile alla Disease Of Conceit di quella sera.
Ma noi, in un modo o nell'altro, finiremo per essere sempre lì con te.
Desiderosi di cogliere l'ultimo  sbuffo d'assoluto sullo slow train di Bob Dylan.
Ancora per una sera, 
questa volta ancora.

Note:
Post liberamente ispirato alla nostalgia,
alla recensione di Clinton Heylen, del concerto di Bob Dylan all'Hammersmith Odeon di Londra, l'8 febbraio di un ormai lontano 1990,
ed al mio inguaribile e neverending love per Bob.

Monday, June 29, 2009

FRUITS OF AN AMERICAN FLAG



Non sono ceneri di una luminosa bandiera americana, quelle rimaste dopo la fine dei gloriosi Uncle Tupelo. Sono semi, invece, rimasti a marcire nella terra e che hanno dato vita ad alberi capaci di produrre frutti maturi .
I Wilco ed i Son Volt sono splendide realtà dell'odierna scena musicale americana e rendono un po' meno dolorosa la nostalgia, quella cartella della mia memoria dove avevo riposto i files delle gesta della band originale di Jeff Tweedy e Jay Farrar, a fare compagnia a quelle di quei Green On Red di cui non ho mai digerito troppo bene la fine.
Luoghi della mente accuratamente riposti e da non disturbare, per non accentuare il dolore della perdita; una forma di rispetto che non avevano certo avuto Dan Stuart & soci, per esempio, che con il loro patetico ritorno alle scene di tre anni fa non avevano fatto altro che rendere ancor più doloroso il senso del rimpianto.

Ma a rendere felici le sere d'estate, ecco innanzitutto il dvd Ashes Of American Flag, splendido documento dal vivo per godersi le gesta dei Wilco, la cui musica sembra sempre più il motore di una fantastica fuoriserie, capace di straordinarie accelerate e frenate, testacoda ed inversione ad U, passando attraverso tratti di viaggio forte, sicuro ed inebriante.
La musica dei Wilco é bella come é bella la vita, quella tutta intera; quella che non censura nulla e non privilegia i giorni di tempesta piuttosto che quelli di sole e di bonaccia.
Passare da canzoni come Bull Black Nova e You And I é come trovarsi alla fine della giornata, quando la luce del sole del tramonto scalda dall'orizzonte un campo verde e rigoglioso, cresciuto anche grazie al freddo della brina ed ai momenti di vento e pioggia sferzante.
La più grande rock band sulla faccia della terra non mi delude mai e questa volta riesce ad accarezzare radici sonore capaci di farmi percorrere i tratti autostradali più quieti della mente, fatti di sensibilità ed emozioni dalle quali amo spesso farmi cullare.
Ma non c'é solo l'ultimo capitolo della saga della band di Jeff Tweedy a rallegrare il mio cuore. Quasi fosse una sorta di duello virtuoso tra forze del bene, i Son Volt di Jay Farrar se ne escono contemporaneamente ai loro fratelli d'arme, con un disco, American Central Dust, che riesce ad esaltare la vena alternative country che non ha mai smesso di portare sangue al mio cuore, costantemente nel bisogno d'essere ossigenato.
Il nuovo lavoro del gruppo di Jay Farrar sarà pur meno fantasioso e talentuoso di quello di Tweedy & soci, ma é quel tipo di compagnia che rallegra miglia e miglia dei percorsi delle mie giornate. Passare dai Son Volt ai Wilco è un magnifico viaggiare e a questo punto non importa dove si va, l'importante é andare.





Jay Farrar, recentemente intervistato, ha dichiarato che la propria musica é uno stile di vita, che fa quel che fa perché non riuscirebbe a pensare a qualcosa di diverso. Mestiere? No, accidenti, questa é vocazione e l'ultimo che mi ricordo avesse parlato così era quello là , quello che é partito con la chitarra in mano dal freddo Minnesota, un sacco di anni fa.  "Devi sapere che stai facendo ciò che stai facendo" - aveva detto - "Devi avere un credo. Devi avere uno scopo. Devi credere di poter passare attraverso i muri", aveva aggiunto (1) e come é vera per tutti questa cosa, la passione che ci metti in ciò che fai, sia che tu faccia il dottore piuttosto che il cantante rock.  Jeff Tweedy, uscito dal tunnel nero dell'alcool e di quant'altro non parla in fondo di cose differenti, quando racconta del suo feeling col pubblico che si reca ai suoi concerti. Come a dire che il talento ci vuole, ma senza quella posizione di verità di fronte a ciò che fai e chi hai di fronte, non si produrrà mai l'alchimia capace di far fuoriuscire qualcosa degno di restare lì anche quando tu te ne sarai andato.

Insomma questi sono dischi che sarà difficile tornino troppo presto dentro lo scaffale, anche perché, come dice il mio amico Ragman, ho il difetto che i dischi che mi piacciono devo ascoltarli almeno 800 volte.
Dischi, beninteso e nulla più, perché non si parla mica d'infinito: hey guys, this is only rock'n'roll.
Ma é pur sempre un bel dolce naufragare, il mio, in questo mare.




Note:
(1) Bob Dylan, A Candid Conversation, Playboy vol. 25, n. 3, marzo 1978

Wednesday, June 24, 2009

LUCE


"Non ci trovo niente da ridere".
"Meno male che dici così, professore. Perché non ci trovo niente da ridere manco io.
E' solo che ogni minuto che passa mi meraviglio di più. Ma possibile che non ti vedi, zuccherino? Sei trasparente come il vetro. Vedo le rotelline che ti girano dentro la testa. Gli ingranaggi. E vedo anche una luce. Una luce buona. Una luce vera. Tu non la vedi?"

(Cormac McCarthy, Sunset Limited)



E' un periodo che non riesco a scrivere un granché.
Per carità, non che la cosa sia della massima importanza, anzi.
Oltre tutto é l'occasione per lasciar spazio a qualcosa di meglio, come le lettere di padre Aldo, per esempio.
Tra l'altro, scrivere di meno potrebbe anche essere un fatto positivo, così mia moglie ed i miei figli potrebbero smettere di dirmi che passo troppo tempo davanti al computer. Se non fosse però che anche questa cosa la sto scrivendo proprio qua sopra, quindi mi sa che é un vizio che faccio proprio fatica a togliermi.
Tant'é, sta di fatto che io non riesco a scrivere se non mi accade qualcosa, se un fatto o qualcuno non trapassa la circostanza della mia giornata, riempendola del significato che deve avere.
Non riesco a scrivere su comando, insomma, come fanno gli scrittori di mestiere.
Che poi son convinto che non riescono a farlo bene neppure loro, perché se non gli accade qualcosa di che diavolo dovrebbero mai raccontare?

E allora magari mi prendo una pausa e non scrivo per un po', in attesa che mi riaccada qualcosa.
O magari no, che c'é sempre la musica che mi gira intorno e poi c'é il nuovo cd dei Wilco e dei Son Volt e mica posso stare zitto davanti a dischi così.
Comunque intanto mi rimetto a vivere, quello sì.
Magari provo pure ad amare quello che mi capita di fronte.
Dicono che la Luce, spesso, si riaccenda così.

Monday, June 22, 2009

REALTA', SORRISO DI DIO


lettera di padre Aldo Trento, 
22 giugno 2009

Carissimi,
Il pensiero piú risoluto, piú scientifico non é nulla di fronte a ció che accadde, la pazzia consiste nel credere eventi i semplici pensieri”.
Questa affermazione di Pavese descrive bene la mia storia ed anche il lavoro quotidiano di cui parla Carron, che sono chiamato a fare su me stesso. Un lavoro sostenuto in modo davvero eccezionale dal dolore che mi circonda e che é dentro di me durante le 24 ore del giorno. Sembrerá per molti un assurdo, peró trovo molto bella una frase che oggi mi ha detto un amico, commentando la frase di Pavese: “il rimedio alla pazzia é dato dal dolore, che ci fa mettere i piedi per terra”.
Mettere i piedi per terra é la grande battaglia da 20 anni ad oggi, che compio 38 anni di sacerdozio. E che cosa mi permette questo miracolo, che é quello di amare la veritá dei “piedi per terra”, della realtá, per cui vivo comosso, in pace anche quando, come in questi giorni, le circostanze sembrano (il dramma dei pensieri o pensieri cattivi, che sono ció che distraggono dalla veritá, dalla realtá) negative, mentre sono positive?
La grazia, mendicata attimo per attimo, anche fisicamente, ripetendo sempre “Io sono Tu che mi fai” o “anche i capelli del vostro capo sono contati”. Oggi, 38 anni fa, ero ordinato sacerdote. Il vangelo del giorno é quello di Matteo 6,24-34, dove Gesú pone ai suoi discepoli tante domande che hanno come fondo quanto Carron ci ripete spesso: “anche i capelli del vostro capo sono contati”.
Ma allora capite che davvero il primo lavoro da fare é chiedere che questo capitolo 6,24-34 di Matteo diventi carne? Umilmente, peró veramente guardando me stesso, la mia storia, ció che accade qui, é letteralmente quanto scrive San Matteo. Ma pensate se la mia vita non fosse cosi, se tutte queste opere non fossero cosí: ma che senso avrebbero?
Nessuno. Sì, per uscire dalla “pazzia”, cioé dalle immaginazioni, dai progetti, dai pensieri é neccessario che le parole di Matteo diventino carne.
Cari amici, mentre vi scrivo queste cose, sono qui davanti ai miei piccoli crocifissi: Victor, Aldo e Cristina. Per cui potete capire cosa vuol dire per me la parola “dolore”. Nella stanza a fianco, Marziana di 20 anni é sempre piú grave. Al suo fianco Claudia, di 35 anni, evangelica, mi ha detto: “sono alla fine, voglio confessarmi, la comunione, tornare alla Chiesa cattolica”. In due giorni, poi, due morti, fra cui una giovane mamma, morta dopo aver cantato: “Ti adoriam ostia divina...” e dicendo “adesso ho cantato tutto”.
Adessso sono arrivati i miei bambini della casetta di Betlemme, quelli piú grandicelli. Con me faranno la processione con il Santissimo. Staranno a fianco di ogni ammalato grave e anche moribondo. Loro sono educati a guardare in faccia la veritá della realtà. La realtà non fa mai paura perchè grida la sua presenza.
Guardateli nella foto, appena fatta, con Attilio, anche lui alla fine. Guardate le loro faccie e quello di Attilio. “Dov'é o morte il tuo pungiglione?”
Attilio e i miei bambini guardano in faccia alla morte, come guardano la vita. Osservo e capisco la bellezza della frase di Pavese. Giasmina, quella con la faccina fra le mani, vedendo Marziana mi dice: “che bella, sembra la mia mamma quand´era viva qui in clinica”. Ogni sabato vogliono venire qui a vedere il letto, la camera dov'é morta la loro mamma. Come vedete la realtá é stupendamente amica, come ogni circostanza, che per noi é il sorriso di Dio. 
È proprio bello la vita.
Buone vacanze, peró vissute cosí...

P. Aldo



Thursday, June 18, 2009

RAGGI DI SOLE

"La canzone che vi sto per cantare parla sicuramente di nuvole che ogni tanto offuscano tutto quello che stiamo per pensare.
Ma parla anche della speranza che c'é dietro un raggio di sole, capace di prendere a pugni le nuvole più scure, 
come quelle di New Orleans"
(Davide Van De Sfroos, concerto al Datchforum di Milano, 
19 aprile 2008) 




Pensare al mio blog, a ciò che penso e a ciò che scrivo,
come a quel raggio di sole che irrompe inesorabilmente ogni giorno,
punto di fuga dalla malvagità e da ogni mia inutile vanità.
Punto d'arrivo e testimone, invece, 
di Ciò che scaccia le nuvole dall'orizzonte troppo nero.

Frammenti di reciprocità, punti di luce,
Sguardo teso all'orizzonte di volti di fragili uomini, 
ma che oggi han riscoperto braccia forti e robuste,
perché, tese in cordata, si son fatte disposte a camminare insieme.

"Innalza gli scritti con la tua vita,
innalza la vita con gli scritti
(Igino Giordani)


Sunday, June 14, 2009

GEOMETRIE DI UN POETA

"Regalami un'altra onda,
e non importa per che motivo.
Bagna il mio piede che non fugge dalla riva;
ricorda ai sassi che diventeranno un pianoforte
per la nuova mano d'acqua che arriva"

(Davide Van De Sfroos)



Diciamolo francamente: alla fine quella del dialetto, la saga del laagh de Comm, é una scusa bella e buona.
Altrimenti non si spiegherebbe il successo di Davide Van De Sfroos anche al di fuori della ristretta cerchia di chi gli vuol bene come il sublime cantastorie della propria terra.  Se ai concerti di quest'artista arriva gente fin da Avellino, allora vuol dire che l'alchimia si é compiuta, la poesia ha travalicato i confini della lingua ed é pronta a raggiungere ogni dove.
Il cofanetto che il Corriere della Sera sta pubblicando in queste settimane mi accompagna giorno su giorno, nei miei percorsi autostradali così come negli spazi dell'anima creati da una musica ascoltata in cuffia, quando ormai tutto il resto é andato finalmente a dormire, smettendo di correre e di urlare.
Momenti d'altissima intensità e corde dell'anima che vibrano all'impazzata, pronti ad essere scalzati dopo pochi istanti da quella straordinaria allegria che solo la vera musica popolare é capace di creare.

Davide Van De Sfroos sa essere poeta e quindi cantore delle emozioni, dei desideri e dell'esperienza di vita di ciascuno di noi come solo gli artisti veri sono capaci di fare.
Poesia che sa coniugare l'anima di un popolo insieme a tutta la cultura che quel popolo é stato capace di costruire, con l'intelligenza ed i talenti che gli sono stati dati, col sudore della fronte e col sangue che é stato capace di versare.
E' per questo che non riesco a fare a meno di un pezzetto delle sue storie ogni volta che posso.
Storie che poi - alla fine - mi richiamano sempre a Qualcosa ed a Qualcuno di più grande, che quelle storie le sorregge, dando significato alla circostanza del momento presente della vita.

Ed é per questo che anche le storie di Van De Sfroos mi fanno sentire parte di un tutto, una comunità in cammino, che vive delle stesse gioie e degli stessi disperati bisogni. 
Gente capace di fermarsi, alla fine del viaggio, davanti ad una Madona del Rusari, 
perché semm tucc lampaden del stess lampadari....

Varda, varda, varda giò
Madona del Rusari
Sèmm tucc lampaden
del stess lampadari

Varda, varda, varda, varda giò
Madona del Rusari
Sèmm tucc padreterni,
sèmm tucc ciulandari




Thursday, June 04, 2009

I CAN GET RELIEF


"No reason to get excited", the thief, he kindly spoke.
"There are many here among us who feel life is but a joke,
But you and I, we've been through that, anf this is not our fate.
So let us not talk falsely now, the hour is getting late.

"Cosa ti agiti a fare?" disse il ladro con voce educata.
"Sono in molti tra noi a esser convinti che la vita sia tutta una pretesa,
ma tu ed io ci siamo già passati, e il nostro destino non é questo.
Piuttosto non parliamo falsamente, che l'ora si fa tarda.


(Bob Dylan, All Along The Watchtower, traduz. italiana di A. Carrera)



Mettere giù i piedi dal letto al mattino ed avere già richieste, da fare alla vita ed alle circostanze, é ciò che mi capita più spesso.
Fare un programma di ciò che accadrà, sperare che le mie capacità ed il mio entusiasmo sappiano rendere tutto terribilmente affascinante. Ed allo stesso tempo fuggire la noia e la stanchezza; scappare dal malumore, da difficoltà ed antipatie e da tutto ciò che é troppo difficile da sostenere. Perché la giornata non diventi all'improvviso grigia, quando non addirittura nera, come il buio di un tunnel del quale non vedi la via d'uscita.
Ma il mio destino non é questo, perché non accada che tutto sia pretesa, perché tutto non conduca, presto o tardi, all'incontro coi due più grandi impostori della vita: la vittoria e la sconfitta.

Se invece, fin dal primo sguardo del mattino, prima ancora di ragionare e prevedere, metto il mio agire e l'accadere nelle mani di Chi li possiede veramente, allora vedrò spalancarsi cieli e terre nuovi.
Solo così qualcosa di più grande mi farà capace di speranza quando l'orizzonte del mio cuore sarà vuoto, di credere alla vita quando avrò la morte dentro me, di amare chi mi si para innanzi nell'attimo presente quando non son più capace neppure di voler bene a me stesso.
Sembrerà di recitare una commedia, ma se lo é davvero, sarà una commedia divina.

Se farò così, giorno su giorno, momento per momento, piangere con chi piange, ridere con chi ride, tanta polvere si accumulerà su me lungo la strada.
E forse giungerò persino a non vederTi più, arrivando anch'io fin laggiù, dove arrivasti un giorno tu, quel luogo dove giungesti a provare l'abbandono - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34)
Ma tu ed io ci siamo già passati e il nostro destino non é questo.
So che Ti troverò, alla fine della mia giornata.

"(...) E... strana cosa - strana all'intelligenza umana - siamo andati ai fratelli tutto il giorno e, a sera, abbiamo trovato il Signore, che ogni orma, ogni ricordo di creatura ha dileguato.
Sembra non occorra la fede in quegli istanti, la fede nella sua esistenza.
Egli, compenetrando dolcissimamente la casa nostra, divenuto nostra porzione e solo retaggio, Egli stesso dice a noi la sua esistenza"

(Chiara Lubich)


Sunday, May 31, 2009

UN GIORNO A SAN SIRO


Dopo i primi istanti, in cui avevi maledetto quella circostanza, ti eri reso conto che anche un guasto poteva non essere in fondo soltanto un guaio.
Perché cosa sarebbe la vita senza l'imprevisto, il contingente con cui la realtà ti parla, ti costringe a cambiare programmi, fa bruscamente entrare un disegno differente da quella porta stretta e angusta che é la tua volontà di non rischiare, davanti alla giornata che verrà?
A volte (spesso?) Dio fa così, per entrare nella tua testardaggine e nel tuo sguardo miope, per permetterti d'incontrare bellezza ed emozioni nuove che, altrimenti, non avresti neppure intravisto da lontano.
Anche il guasto di uno scooter, allora, poteva essere quell'evenienza da abbracciare tutta intera, per vedere dove ciò che giungeva inatteso ti avrebbe potuto portare questa volta.
Così eccoti lì, tre chilometri a piedi, dal meccanico a casa, i programmi saltati tutti, la fretta delle cose da fare a farsi benedire, perché, bene o male, per arrivare a casa ci avresti messo il tuo tempo e il massimo che potevi fare era una telefonata per avvisare del ritardo.
Senza neppure correre, poi, perché con quel caldo africano dove volevi andare? Molto meglio lasciar perdere tutto lo stress e mettersi a passeggiare con tranquillità.
E' lì, dentro l'imprevisto accettato prima con rabbia e poi sempre più con gioia, ti eri ritrovato a scoprire la bellezza di territori inesplorati.
La mente che cominciava a viaggiare, tempo per ricordare ciò che accade, gli amici, le situazioni e le persone che hai a cuore, un pensiero per raccomandarle a Qualcuno che sta lassù.
Poi, poco a poco, la vista delle vie dei tuoi quartieri, quelli dove avevi passato infanzia e gioventù, colorata di ricordi e sensazioni spuntate all'improvviso da luoghi della memoria che pensavi d'aver smarrito per sempre. Punti di vista e prospettive diverse, emozioni sconosciute ai percorsi veloci fatti in auto tutti i giorni. Perfino gli odori, a scoprire cose inattese: passeggiare a San Siro a Milano vuol dire allontanarsi per un po' anche dallo smog della città e raggiungere finanche l'odore di cavalli ed il profumo del fieno appena tagliato. Certo, allontanarsi dal traffico non é facile neanche qui, ma se allunghi un po' il cammino, ecco che ti trovi sotto casa di vecchi compagni di scuola e le immagini della strada si fanno capaci di far riaffiorare gioie e delusioni, rabbie e speranze di tempi ormai irrimediabilmente dietro alle tue spalle, ma rivitalizzati dalla memoria, quando pensavi fossero ormai sepolti sotto strati troppo spessi di polvere e fatica.

Poi, quando ti eri ritrovato lungo il vialone dello stadio, ti era venuto in mente anche lui: la prima volta di Dylan a San Siro, più o meno un milione di anni fa.
Eri uscito di casa, quel giorno, incredibilmente emozionato: stavi andando - guarda un po', a piedi anche quella volta - a vedere finalmente Bob, dopo averlo ascoltato su bootleg e vinili consumati o nastri rari insopportabilmente fruscianti, ma pieni di una poesia che non avevi mai trovato altrove. Sarebbe stata un'emozione forte, la prima volta con Dylan mescolata con la tua più grande attesa. Enorme, smisurata. E irripetibile. Perché l'avresti visto mille volte ancora, ma a riprodurre quell'emozione non ci saresti riuscito più.
Ed ora quei quattro passi, alla faccia di tutta la tua fretta addosso ed irrimediabilmente in contrasto con i tuoi vent'anni di allora, sembravano in grado di far rinascere come d'incanto un po' di quell'emozione lontana.
Allora avevi benedetto l'imprevisto - questa volta capitato per donarti un po' di sana nostalgia - lo scooter rotto, perfino il portafoglio che si stava per svuotare. Era valsa la pena, eccome, di perdere un po' di tempo della tua giornata per vedere il ricordo riaffiorare in superficie.

Poi, quando finalmente eri tornato a casa, avevi pure provato a metter su un cd - Together Through Life é un gran bel disco in fondo - ma dopo poco te ne eri accorto, dannazione, che nulla avrebbe potuto più riprodurre la magia di allora.
La magia di un giorno lontano, quello della tua prima volta di Bob Dylan a San Siro.