Thursday, July 16, 2009

AUGURI EMMAUS



Oggi, 16 luglio, é il compleanno di Maria Emmaus Voce, attuale presidente del Movimento dei Focolari. Mi piace ricordare, in questo giorno, questo scritto di Chiara Lubich del 25 dicembre 1973, divenuto vero e proprio suo testamento.
Auguri Emmaus !

“Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia”.
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali ?
Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola e con l’esempio.
Non lasciate mancar loro, anzi crescete attorno a loro il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente ?
Siano i fratelli prediletti. Patite con loro, cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori.
Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica, affinché sappiano che essi, più di altri, vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono ?
Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante.
C’é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo ?
Godete con lui perché la sua consolazione non sia contristata e l’anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. 
C’é qualcuno che parte ?
Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale – quindi neanche le preghiere o la Messa – né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete.
E dove andate per portare l’Ideale di Cristo, per estendere l’immensa famiglia dell’Opera di Maria, niente farete di meglio che cercare di creare, con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia.
Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia, é la carità vera, completa.
Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “.

(Chiara Lubich)

Tuesday, July 14, 2009

14 LUGLIO


"Qual é la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto? L'uomo sputò un grumo di catarro e sangue sulla strada. Alzarmi stamattina, disse. Davvero? No. Non starmi a sentire. Forza, andiamo".
(Cormac McCarthy, La Strada)


Festa nazionale, per i cittadini d'oltralpe, che in questi giorni soffrono pure un po' , perché vedere un italiano in maglia gialla non gli é mai garbato, fin dai tempi di Gino Bartali.
Comunque sia, oggi la grandeur francese non si risparmierà in festeggiamenti, anche se, a ben pensare, ciò che si ricorda, accaduto ducentoventi anni fa, non fu certo un'allegra passeggiata verso la libertà.  Morte e tristezza come in ogni rivoluzione, eccessi e follie in nome di una ragione ben lontana dall'essere tale, se capace persino di trasformare un gioiello dell'arte come la cattedrale di Notre-Dame di Parigi in un deposito di vini. 
Tuttavia quel famoso motto - liberté, égalité, fraternité - ha resistito sino ad oggi come sintesi di ciò che l'uomo moderno ritiene assomigli il più possibile all'idea di civiltà.
Non fosse però che, mentre di libertà ed uguaglianza si é parlato a dismisura, della fraternità sembra non si sia mai occupato quasi nessuno.

La fraternità come il principio disatteso, in realtà unico motore capace di produrre vera libertà ed uguaglianza, perché contenente in sé amore e gratuità.  Una fraternità che nasce dal dono di sé é quanto di più lontano ci sia dal buonismo, peccato della  modernità quasi più dannoso del male che l'uomo é talvolta inconsapevolmente capace di produrre col proprio agire.  Dono di sé che é essenza della vera libertà, perchè si fa capace di amare la circostanza davanti a sé, indipendentemente dai meriti di essa e senza attendere d'essere corrisposto.  
Ci vuole coraggio a vivere così, perché significa sputare sangue per terra e sbattersi per qualcosa che vale la pena d'essere vissuto.  E può apparire senza dubbio anche impossibile, perché é facile sperimentare la resa, nel momento in cui la consapevolezza del limite fa apparire le energie insufficienti a raggiungere lo scopo. 
 
A meno che quel limite sia qualcosa di differente, perché dentro di esso ci si possa sentire afferrati da chi una strada l'ha già tracciata - in modo rivoluzionario - più di duemila anni fa.
Un gancio in mezzo al cielo, quando la via sembra smarrita. 
Uno più grande di quel limite perché l'Unico che l'abbia già preso su di sé.
Allora attaccarsi a quel gancio, magari nel preciso momento del tuo giorno più nero, del tuo fallimento realmente sperimentato, é divenire strumento, cioé testimone, di quella speranza che corrisponde al nome di fraternità.
E allora magari ti accade pure di dare gomito all'amico che ti sta di fianco, per rivolgere insieme lo sguardo verso Ciò che sta davanti.
Portatore di speranza, proprio nel momento più nero della tua giornata.

Monday, July 06, 2009

IO SONO TU CHE MI FAI


"Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio", questa frase di Paolo indica forse l'unica condizione che rende qualsiasi tentativo umano, non violento né artificioso, ma fruttuoso di conoscenza e di bene.
Tutto può essere misteriosamente positivo quando ci si accosta all'uomo, quando ci accostiamo ad un altro, ricordandoci del desiderio d'infinito che costituisce la natura più profonda ed intangibile del nostro io"

(Felice Achilli)



Conservo nella mente pochi istanti, come una breve serie di fotogrammi messi assieme. Ed un rumore, quello dell'urto.
Una domenica sera d'agosto, di qualche anno fa. Sto uscendo da McDonalds con la mia famiglia; di lì a breve, dopo averla accompagnata a casa, me ne andrò a far la notte in ospedale. Prima di cena ci eravamo fermati tutti insieme in chiesa, davanti all'altare della Madonna, dopo la messa nella nostra parrocchia. Un luogo caro a tutti noi, dove riporre le ansie, le brevi gioie, dove affidare la nostra vita insieme.
Pochi attimi, in cui non fai neppure in tempo a renderti conto di ciò che sta per accadere. Mio figlio Marco attraversa la strada, vedo una macchina arrivare ed io non faccio in tempo a fermarlo. Non lo vedo più e sento solo un rumore, il suono dell'urto di un corpo contro un'auto. In quell'istante, rimasto fisso per sempre nella mia memoria, vedo mio figlio già in un altro luogo, oppure ancora tra noi, ma come un pesce rosso, attaccato a mille tubi in un reparto di rianimazione.
Un istante lungo, interminabile, quasi eterno, rotto come d'incanto, ad un certo punto, da un pianto, il pianto di mio figlio.
Mi precipito in mezzo alla strada: Marco sta bene. Andremo in pronto soccorso, ma dopo poche ore saremo tutti insieme a casa: se l'é cavata solo con pochi graffi.
Quel momento della vita si stampa in eterno nella mia mente e diviene cemento tra di noi, specie quando ci fermiamo ancora a riporre i pensieri del nostro cuore davanti all'altare di quella Madonna, spesso - ora come allora - tutti insieme, alla fine della messa domenicale. 
Ma, soprattutto, ciò che si fissa per sempre nel mio cuore da quel giorno é la certezza che i tuoi figli, cioé ciò a cui tieni di più nella vita, coloro per i quali saresti disposto a dare la vita senza pensarci su neppure per un attimo, non sono tuoi.  Cioé sono tuoi e non sono tuoi, perché sono dentro il disegno di un Altro capace di un amore infinitamente più grande del tuo.
Li hai generati tu, ma non li hai fatti tu: "Io sono Tu che mi fai", ci ripete spesso padre Aldo.


Qualche giorno fa un camion investe in pieno un bambino, Andrea Achilli, 12 anni e se lo porta via. Il quarto, l'ultimo dei quattro figli di Felice Achilli, primario cardiologo all'ospedale di Lecco. I soccorsi tempestivi, la corsa all'ospedale, l'intervento chirurgico d'urgenza, ma Andrea non ce la fa. Andrea parte per il cielo. Marco invece é ancora qui con me.  Destini diversi, per motivi sconosciuti e misteriosi. Conosco il dottor Achilli come collega, come presidente per molti anni dell'associazione Medicina e Persona e ne ho sempre apprezzato la capacità di saper trasmettere a tanti altri una modalità nuova, diversa, di far fronte ad una professione così impegnativa come quella di noi medici.
Felice ha scritto una lettera al giornale di Lecco, per ringraziare chi gli é stato vicino e per dare testimonianza di ciò che gli é accaduto.
La trascrivo qui, con una gratitudine in cuore senza limiti davanti a maestri così.
Nella consolazione dello sperimentare sempre di più, ogni giorno, un cammino in cordata. 
E nella certezza che nulla accade per caso, dentro quell' io sono tu come mi fai.  

Egr. direttore,
La ringrazio per l’opportunità che offre a me e alla mia famiglia di ringraziare tutti coloro che ci hanno testimoniato umana vicinanza, in questo momento di dolore indicibile e ineliminabile, per la separazione dal nostro amatissimo ultimo figlio Andrea. E’ infatti per noi impossibile raggiungere ognuno personalmente, come desidereremmo. In questi giorni, misteriosamente segnati per noi non solo dal dolore, ma anche da un’infinita dolcezza, non siamo mai stati soli: né di giorno né di notte, in ospedale prima, a casa poi. Abbiamo percepito di appartenere a un popolo, che vive nel nostro Paese, che ancora riconosce il Mistero di cui è fatta la vita di ogni persona, che “sente” irragionevole considerare la morte come la fine di tutto e percepisce la decisività per la vita della presenza di Dio.
È stato così più facile, per noi, credere alle parole che don Julian Carron ci ha detto nell’omelia: “Non guarderemmo adesso veramente Andrea, se non guardassimo alla totalità della sua vita. E qual è la totalità della sua vita? Non c’è un Andrea che non sia Andrea battezzato e cresimato cioè, un Andrea che è stato legato, per sempre, a Cristo! Non c’è, non c’è un’altra modalità, non c’è un’altra realtà, non c’è un’altra storia, non c’è un altro mondo, non c’è un’altra cosa che può far fuori il fatto che Cristo è risorto. Possiamo sentirlo vicino o lontano, possiamo far prevalere adesso il dolore e lo sconforto, ma la nostra fede non è un sentimento, la nostra fede è una conoscenza nuova”.
In questi giorni stiamo scoprendo un Andrea sconosciuto, con un desiderio infinito, una passione per le cose e le persone, sorprendenti per un bambino della sua età. Sono arrivate persone che lo avevano conosciuto, magari per poche ore o giorni.
Così anche noi abbiamo dovuto riconoscere (ri-conoscere) il fatto: Cristo l’ha afferrato per compiere il desiderio più segreto, più nascosto del suo cuore, il misterioso cuore del nostro amatissimo Andrea, che certamente riabbracceremo, anche se non sappiamo quando. 
Non è vero che “Dio dà e Dio toglie”, Dio ci ha donato Andrea e ha poi compiuto il suo desiderio più vero, ciò che abbiamo visto e udito in questi giorni ce lo dimostra.
Per questo vogliamo ringraziare tutti.

Felice e Daniela, Federica, Chiara e Pietro Achilli


Thursday, July 02, 2009

TONIGHT I'LL BE STAYING HERE WITH YOU


Aveva trascinato con sé sul palco quella cosa nera sera dopo sera, poi, finalmente, vi si era avvicinato.
Una luce fioca ad illuminarla, le prime note che fuoriuscivano da essa e dopo pochi istanti si era capito. "My God, it's a piano", aveva pure esclamato qualcuno. No quello non era un piano e quella non era la sua prima performance in quel modo, in ventiquattro anni di esibizioni in Inghilterra. Era un'altra cosa, molto di più, un viaggio in un universo surreale, forse. La rivincita di Giuda, l'ennesima maschera di quell'uomo, troppo abituato a tirare dritto per la sua strada, solo contro tutti, fiero nella sua corsa dietro al desiderio del destino di se stesso.
Poche note, un inizio quasi timido, poi le mani sempre più veloci lungo la tastiera; la voce inizialmente incerta, poi più sicura, sempre più fiera. Il pubblico non grida più "Giuda!", questa volta é impazzito, cerca di corrergli dietro felice, ma non ce la fa, non ce la può fare, lui corre più veloce, troppo veloce questa volta.
E' partito seduto, poi si aggiusta lo sgabello, le mani via via sempre più impazzite, poi non ce la fa più e si alza in piedi.
Una chitarra, quella meravigliosa di G.E., a stargli dietro, e lui sempre più pazzo, un po' Charlie Chaplin, un po' Jerry Lee Lewis.
Disease Of Conceit, questa sera, é la più grande canzone rock di tutti i tempi, più grande ancora di Like A Rolling Stone.



Poco prima li aveva già condotti tutti per mano fino al paradiso.
"The crowd went bananas", aveva detto quel tale, che poi si era arreso anche lui alla follia,  quando aveva visto il piano. Si era arreso come tutti gli altri, fatti una cosa sola col cantante, lassù sul palco.
I Want You, quella sera, era la canzone del desiderio del cuore corrisposto. Smorfie, sorrisi e poi sempre più allegria, le dita a scorrere matte sulla tastiera della chitarra, le ginocchia piegate come solo a modo suo, le labbra sull'armonica, per terminare una canzone che non riusciva e non doveva mai finire.  
Il pubblico finalmente é con sé, questa sera sì, questa sera che era la musica a suonare attraverso lui, l'incantesimo riuscito, l'alchimia compiuta; ci si trova tutti lassù, dentro territori inesplorati, possiamo gettare le maschere e le difese, finalmente. Siamo tutti un cuore e un'anima sola.



Ed ora, un sacco di tempo dopo, eccoti ancora lì, dietro una pianola che ora sembra non attirare più nessuno, sempre in corsa sul treno sbuffante dei tuoi desideri.
Nessuno freme e trepida adesso, come quella sera all'Hammersmith di Londra, in quel freddo inverno del 1990.
Eppure siamo ancora lì, sbuffanti anche noi, arrabbiati e scontrosi perché tu ci hai abituati così, con la tua assurda abitudine a desiderare sempre qualcosa di troppo grande rispetto a ciò che da soli siamo capaci di ottenere.
Difficilmente la première di Jolene, ieri sera nel Wisconsin, sarà stata anche solo minimamente paragonabile alla Disease Of Conceit di quella sera.
Ma noi, in un modo o nell'altro, finiremo per essere sempre lì con te.
Desiderosi di cogliere l'ultimo  sbuffo d'assoluto sullo slow train di Bob Dylan.
Ancora per una sera, 
questa volta ancora.

Note:
Post liberamente ispirato alla nostalgia,
alla recensione di Clinton Heylen, del concerto di Bob Dylan all'Hammersmith Odeon di Londra, l'8 febbraio di un ormai lontano 1990,
ed al mio inguaribile e neverending love per Bob.

Monday, June 29, 2009

FRUITS OF AN AMERICAN FLAG



Non sono ceneri di una luminosa bandiera americana, quelle rimaste dopo la fine dei gloriosi Uncle Tupelo. Sono semi, invece, rimasti a marcire nella terra e che hanno dato vita ad alberi capaci di produrre frutti maturi .
I Wilco ed i Son Volt sono splendide realtà dell'odierna scena musicale americana e rendono un po' meno dolorosa la nostalgia, quella cartella della mia memoria dove avevo riposto i files delle gesta della band originale di Jeff Tweedy e Jay Farrar, a fare compagnia a quelle di quei Green On Red di cui non ho mai digerito troppo bene la fine.
Luoghi della mente accuratamente riposti e da non disturbare, per non accentuare il dolore della perdita; una forma di rispetto che non avevano certo avuto Dan Stuart & soci, per esempio, che con il loro patetico ritorno alle scene di tre anni fa non avevano fatto altro che rendere ancor più doloroso il senso del rimpianto.

Ma a rendere felici le sere d'estate, ecco innanzitutto il dvd Ashes Of American Flag, splendido documento dal vivo per godersi le gesta dei Wilco, la cui musica sembra sempre più il motore di una fantastica fuoriserie, capace di straordinarie accelerate e frenate, testacoda ed inversione ad U, passando attraverso tratti di viaggio forte, sicuro ed inebriante.
La musica dei Wilco é bella come é bella la vita, quella tutta intera; quella che non censura nulla e non privilegia i giorni di tempesta piuttosto che quelli di sole e di bonaccia.
Passare da canzoni come Bull Black Nova e You And I é come trovarsi alla fine della giornata, quando la luce del sole del tramonto scalda dall'orizzonte un campo verde e rigoglioso, cresciuto anche grazie al freddo della brina ed ai momenti di vento e pioggia sferzante.
La più grande rock band sulla faccia della terra non mi delude mai e questa volta riesce ad accarezzare radici sonore capaci di farmi percorrere i tratti autostradali più quieti della mente, fatti di sensibilità ed emozioni dalle quali amo spesso farmi cullare.
Ma non c'é solo l'ultimo capitolo della saga della band di Jeff Tweedy a rallegrare il mio cuore. Quasi fosse una sorta di duello virtuoso tra forze del bene, i Son Volt di Jay Farrar se ne escono contemporaneamente ai loro fratelli d'arme, con un disco, American Central Dust, che riesce ad esaltare la vena alternative country che non ha mai smesso di portare sangue al mio cuore, costantemente nel bisogno d'essere ossigenato.
Il nuovo lavoro del gruppo di Jay Farrar sarà pur meno fantasioso e talentuoso di quello di Tweedy & soci, ma é quel tipo di compagnia che rallegra miglia e miglia dei percorsi delle mie giornate. Passare dai Son Volt ai Wilco è un magnifico viaggiare e a questo punto non importa dove si va, l'importante é andare.





Jay Farrar, recentemente intervistato, ha dichiarato che la propria musica é uno stile di vita, che fa quel che fa perché non riuscirebbe a pensare a qualcosa di diverso. Mestiere? No, accidenti, questa é vocazione e l'ultimo che mi ricordo avesse parlato così era quello là , quello che é partito con la chitarra in mano dal freddo Minnesota, un sacco di anni fa.  "Devi sapere che stai facendo ciò che stai facendo" - aveva detto - "Devi avere un credo. Devi avere uno scopo. Devi credere di poter passare attraverso i muri", aveva aggiunto (1) e come é vera per tutti questa cosa, la passione che ci metti in ciò che fai, sia che tu faccia il dottore piuttosto che il cantante rock.  Jeff Tweedy, uscito dal tunnel nero dell'alcool e di quant'altro non parla in fondo di cose differenti, quando racconta del suo feeling col pubblico che si reca ai suoi concerti. Come a dire che il talento ci vuole, ma senza quella posizione di verità di fronte a ciò che fai e chi hai di fronte, non si produrrà mai l'alchimia capace di far fuoriuscire qualcosa degno di restare lì anche quando tu te ne sarai andato.

Insomma questi sono dischi che sarà difficile tornino troppo presto dentro lo scaffale, anche perché, come dice il mio amico Ragman, ho il difetto che i dischi che mi piacciono devo ascoltarli almeno 800 volte.
Dischi, beninteso e nulla più, perché non si parla mica d'infinito: hey guys, this is only rock'n'roll.
Ma é pur sempre un bel dolce naufragare, il mio, in questo mare.




Note:
(1) Bob Dylan, A Candid Conversation, Playboy vol. 25, n. 3, marzo 1978

Wednesday, June 24, 2009

LUCE


"Non ci trovo niente da ridere".
"Meno male che dici così, professore. Perché non ci trovo niente da ridere manco io.
E' solo che ogni minuto che passa mi meraviglio di più. Ma possibile che non ti vedi, zuccherino? Sei trasparente come il vetro. Vedo le rotelline che ti girano dentro la testa. Gli ingranaggi. E vedo anche una luce. Una luce buona. Una luce vera. Tu non la vedi?"

(Cormac McCarthy, Sunset Limited)



E' un periodo che non riesco a scrivere un granché.
Per carità, non che la cosa sia della massima importanza, anzi.
Oltre tutto é l'occasione per lasciar spazio a qualcosa di meglio, come le lettere di padre Aldo, per esempio.
Tra l'altro, scrivere di meno potrebbe anche essere un fatto positivo, così mia moglie ed i miei figli potrebbero smettere di dirmi che passo troppo tempo davanti al computer. Se non fosse però che anche questa cosa la sto scrivendo proprio qua sopra, quindi mi sa che é un vizio che faccio proprio fatica a togliermi.
Tant'é, sta di fatto che io non riesco a scrivere se non mi accade qualcosa, se un fatto o qualcuno non trapassa la circostanza della mia giornata, riempendola del significato che deve avere.
Non riesco a scrivere su comando, insomma, come fanno gli scrittori di mestiere.
Che poi son convinto che non riescono a farlo bene neppure loro, perché se non gli accade qualcosa di che diavolo dovrebbero mai raccontare?

E allora magari mi prendo una pausa e non scrivo per un po', in attesa che mi riaccada qualcosa.
O magari no, che c'é sempre la musica che mi gira intorno e poi c'é il nuovo cd dei Wilco e dei Son Volt e mica posso stare zitto davanti a dischi così.
Comunque intanto mi rimetto a vivere, quello sì.
Magari provo pure ad amare quello che mi capita di fronte.
Dicono che la Luce, spesso, si riaccenda così.

Monday, June 22, 2009

REALTA', SORRISO DI DIO


lettera di padre Aldo Trento, 
22 giugno 2009

Carissimi,
Il pensiero piú risoluto, piú scientifico non é nulla di fronte a ció che accadde, la pazzia consiste nel credere eventi i semplici pensieri”.
Questa affermazione di Pavese descrive bene la mia storia ed anche il lavoro quotidiano di cui parla Carron, che sono chiamato a fare su me stesso. Un lavoro sostenuto in modo davvero eccezionale dal dolore che mi circonda e che é dentro di me durante le 24 ore del giorno. Sembrerá per molti un assurdo, peró trovo molto bella una frase che oggi mi ha detto un amico, commentando la frase di Pavese: “il rimedio alla pazzia é dato dal dolore, che ci fa mettere i piedi per terra”.
Mettere i piedi per terra é la grande battaglia da 20 anni ad oggi, che compio 38 anni di sacerdozio. E che cosa mi permette questo miracolo, che é quello di amare la veritá dei “piedi per terra”, della realtá, per cui vivo comosso, in pace anche quando, come in questi giorni, le circostanze sembrano (il dramma dei pensieri o pensieri cattivi, che sono ció che distraggono dalla veritá, dalla realtá) negative, mentre sono positive?
La grazia, mendicata attimo per attimo, anche fisicamente, ripetendo sempre “Io sono Tu che mi fai” o “anche i capelli del vostro capo sono contati”. Oggi, 38 anni fa, ero ordinato sacerdote. Il vangelo del giorno é quello di Matteo 6,24-34, dove Gesú pone ai suoi discepoli tante domande che hanno come fondo quanto Carron ci ripete spesso: “anche i capelli del vostro capo sono contati”.
Ma allora capite che davvero il primo lavoro da fare é chiedere che questo capitolo 6,24-34 di Matteo diventi carne? Umilmente, peró veramente guardando me stesso, la mia storia, ció che accade qui, é letteralmente quanto scrive San Matteo. Ma pensate se la mia vita non fosse cosi, se tutte queste opere non fossero cosí: ma che senso avrebbero?
Nessuno. Sì, per uscire dalla “pazzia”, cioé dalle immaginazioni, dai progetti, dai pensieri é neccessario che le parole di Matteo diventino carne.
Cari amici, mentre vi scrivo queste cose, sono qui davanti ai miei piccoli crocifissi: Victor, Aldo e Cristina. Per cui potete capire cosa vuol dire per me la parola “dolore”. Nella stanza a fianco, Marziana di 20 anni é sempre piú grave. Al suo fianco Claudia, di 35 anni, evangelica, mi ha detto: “sono alla fine, voglio confessarmi, la comunione, tornare alla Chiesa cattolica”. In due giorni, poi, due morti, fra cui una giovane mamma, morta dopo aver cantato: “Ti adoriam ostia divina...” e dicendo “adesso ho cantato tutto”.
Adessso sono arrivati i miei bambini della casetta di Betlemme, quelli piú grandicelli. Con me faranno la processione con il Santissimo. Staranno a fianco di ogni ammalato grave e anche moribondo. Loro sono educati a guardare in faccia la veritá della realtà. La realtà non fa mai paura perchè grida la sua presenza.
Guardateli nella foto, appena fatta, con Attilio, anche lui alla fine. Guardate le loro faccie e quello di Attilio. “Dov'é o morte il tuo pungiglione?”
Attilio e i miei bambini guardano in faccia alla morte, come guardano la vita. Osservo e capisco la bellezza della frase di Pavese. Giasmina, quella con la faccina fra le mani, vedendo Marziana mi dice: “che bella, sembra la mia mamma quand´era viva qui in clinica”. Ogni sabato vogliono venire qui a vedere il letto, la camera dov'é morta la loro mamma. Come vedete la realtá é stupendamente amica, come ogni circostanza, che per noi é il sorriso di Dio. 
È proprio bello la vita.
Buone vacanze, peró vissute cosí...

P. Aldo



Thursday, June 18, 2009

RAGGI DI SOLE

"La canzone che vi sto per cantare parla sicuramente di nuvole che ogni tanto offuscano tutto quello che stiamo per pensare.
Ma parla anche della speranza che c'é dietro un raggio di sole, capace di prendere a pugni le nuvole più scure, 
come quelle di New Orleans"
(Davide Van De Sfroos, concerto al Datchforum di Milano, 
19 aprile 2008) 




Pensare al mio blog, a ciò che penso e a ciò che scrivo,
come a quel raggio di sole che irrompe inesorabilmente ogni giorno,
punto di fuga dalla malvagità e da ogni mia inutile vanità.
Punto d'arrivo e testimone, invece, 
di Ciò che scaccia le nuvole dall'orizzonte troppo nero.

Frammenti di reciprocità, punti di luce,
Sguardo teso all'orizzonte di volti di fragili uomini, 
ma che oggi han riscoperto braccia forti e robuste,
perché, tese in cordata, si son fatte disposte a camminare insieme.

"Innalza gli scritti con la tua vita,
innalza la vita con gli scritti
(Igino Giordani)


Sunday, June 14, 2009

GEOMETRIE DI UN POETA

"Regalami un'altra onda,
e non importa per che motivo.
Bagna il mio piede che non fugge dalla riva;
ricorda ai sassi che diventeranno un pianoforte
per la nuova mano d'acqua che arriva"

(Davide Van De Sfroos)



Diciamolo francamente: alla fine quella del dialetto, la saga del laagh de Comm, é una scusa bella e buona.
Altrimenti non si spiegherebbe il successo di Davide Van De Sfroos anche al di fuori della ristretta cerchia di chi gli vuol bene come il sublime cantastorie della propria terra.  Se ai concerti di quest'artista arriva gente fin da Avellino, allora vuol dire che l'alchimia si é compiuta, la poesia ha travalicato i confini della lingua ed é pronta a raggiungere ogni dove.
Il cofanetto che il Corriere della Sera sta pubblicando in queste settimane mi accompagna giorno su giorno, nei miei percorsi autostradali così come negli spazi dell'anima creati da una musica ascoltata in cuffia, quando ormai tutto il resto é andato finalmente a dormire, smettendo di correre e di urlare.
Momenti d'altissima intensità e corde dell'anima che vibrano all'impazzata, pronti ad essere scalzati dopo pochi istanti da quella straordinaria allegria che solo la vera musica popolare é capace di creare.

Davide Van De Sfroos sa essere poeta e quindi cantore delle emozioni, dei desideri e dell'esperienza di vita di ciascuno di noi come solo gli artisti veri sono capaci di fare.
Poesia che sa coniugare l'anima di un popolo insieme a tutta la cultura che quel popolo é stato capace di costruire, con l'intelligenza ed i talenti che gli sono stati dati, col sudore della fronte e col sangue che é stato capace di versare.
E' per questo che non riesco a fare a meno di un pezzetto delle sue storie ogni volta che posso.
Storie che poi - alla fine - mi richiamano sempre a Qualcosa ed a Qualcuno di più grande, che quelle storie le sorregge, dando significato alla circostanza del momento presente della vita.

Ed é per questo che anche le storie di Van De Sfroos mi fanno sentire parte di un tutto, una comunità in cammino, che vive delle stesse gioie e degli stessi disperati bisogni. 
Gente capace di fermarsi, alla fine del viaggio, davanti ad una Madona del Rusari, 
perché semm tucc lampaden del stess lampadari....

Varda, varda, varda giò
Madona del Rusari
Sèmm tucc lampaden
del stess lampadari

Varda, varda, varda, varda giò
Madona del Rusari
Sèmm tucc padreterni,
sèmm tucc ciulandari




Thursday, June 04, 2009

I CAN GET RELIEF


"No reason to get excited", the thief, he kindly spoke.
"There are many here among us who feel life is but a joke,
But you and I, we've been through that, anf this is not our fate.
So let us not talk falsely now, the hour is getting late.

"Cosa ti agiti a fare?" disse il ladro con voce educata.
"Sono in molti tra noi a esser convinti che la vita sia tutta una pretesa,
ma tu ed io ci siamo già passati, e il nostro destino non é questo.
Piuttosto non parliamo falsamente, che l'ora si fa tarda.


(Bob Dylan, All Along The Watchtower, traduz. italiana di A. Carrera)



Mettere giù i piedi dal letto al mattino ed avere già richieste, da fare alla vita ed alle circostanze, é ciò che mi capita più spesso.
Fare un programma di ciò che accadrà, sperare che le mie capacità ed il mio entusiasmo sappiano rendere tutto terribilmente affascinante. Ed allo stesso tempo fuggire la noia e la stanchezza; scappare dal malumore, da difficoltà ed antipatie e da tutto ciò che é troppo difficile da sostenere. Perché la giornata non diventi all'improvviso grigia, quando non addirittura nera, come il buio di un tunnel del quale non vedi la via d'uscita.
Ma il mio destino non é questo, perché non accada che tutto sia pretesa, perché tutto non conduca, presto o tardi, all'incontro coi due più grandi impostori della vita: la vittoria e la sconfitta.

Se invece, fin dal primo sguardo del mattino, prima ancora di ragionare e prevedere, metto il mio agire e l'accadere nelle mani di Chi li possiede veramente, allora vedrò spalancarsi cieli e terre nuovi.
Solo così qualcosa di più grande mi farà capace di speranza quando l'orizzonte del mio cuore sarà vuoto, di credere alla vita quando avrò la morte dentro me, di amare chi mi si para innanzi nell'attimo presente quando non son più capace neppure di voler bene a me stesso.
Sembrerà di recitare una commedia, ma se lo é davvero, sarà una commedia divina.

Se farò così, giorno su giorno, momento per momento, piangere con chi piange, ridere con chi ride, tanta polvere si accumulerà su me lungo la strada.
E forse giungerò persino a non vederTi più, arrivando anch'io fin laggiù, dove arrivasti un giorno tu, quel luogo dove giungesti a provare l'abbandono - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34)
Ma tu ed io ci siamo già passati e il nostro destino non é questo.
So che Ti troverò, alla fine della mia giornata.

"(...) E... strana cosa - strana all'intelligenza umana - siamo andati ai fratelli tutto il giorno e, a sera, abbiamo trovato il Signore, che ogni orma, ogni ricordo di creatura ha dileguato.
Sembra non occorra la fede in quegli istanti, la fede nella sua esistenza.
Egli, compenetrando dolcissimamente la casa nostra, divenuto nostra porzione e solo retaggio, Egli stesso dice a noi la sua esistenza"

(Chiara Lubich)


Sunday, May 31, 2009

UN GIORNO A SAN SIRO


Dopo i primi istanti, in cui avevi maledetto quella circostanza, ti eri reso conto che anche un guasto poteva non essere in fondo soltanto un guaio.
Perché cosa sarebbe la vita senza l'imprevisto, il contingente con cui la realtà ti parla, ti costringe a cambiare programmi, fa bruscamente entrare un disegno differente da quella porta stretta e angusta che é la tua volontà di non rischiare, davanti alla giornata che verrà?
A volte (spesso?) Dio fa così, per entrare nella tua testardaggine e nel tuo sguardo miope, per permetterti d'incontrare bellezza ed emozioni nuove che, altrimenti, non avresti neppure intravisto da lontano.
Anche il guasto di uno scooter, allora, poteva essere quell'evenienza da abbracciare tutta intera, per vedere dove ciò che giungeva inatteso ti avrebbe potuto portare questa volta.
Così eccoti lì, tre chilometri a piedi, dal meccanico a casa, i programmi saltati tutti, la fretta delle cose da fare a farsi benedire, perché, bene o male, per arrivare a casa ci avresti messo il tuo tempo e il massimo che potevi fare era una telefonata per avvisare del ritardo.
Senza neppure correre, poi, perché con quel caldo africano dove volevi andare? Molto meglio lasciar perdere tutto lo stress e mettersi a passeggiare con tranquillità.
E' lì, dentro l'imprevisto accettato prima con rabbia e poi sempre più con gioia, ti eri ritrovato a scoprire la bellezza di territori inesplorati.
La mente che cominciava a viaggiare, tempo per ricordare ciò che accade, gli amici, le situazioni e le persone che hai a cuore, un pensiero per raccomandarle a Qualcuno che sta lassù.
Poi, poco a poco, la vista delle vie dei tuoi quartieri, quelli dove avevi passato infanzia e gioventù, colorata di ricordi e sensazioni spuntate all'improvviso da luoghi della memoria che pensavi d'aver smarrito per sempre. Punti di vista e prospettive diverse, emozioni sconosciute ai percorsi veloci fatti in auto tutti i giorni. Perfino gli odori, a scoprire cose inattese: passeggiare a San Siro a Milano vuol dire allontanarsi per un po' anche dallo smog della città e raggiungere finanche l'odore di cavalli ed il profumo del fieno appena tagliato. Certo, allontanarsi dal traffico non é facile neanche qui, ma se allunghi un po' il cammino, ecco che ti trovi sotto casa di vecchi compagni di scuola e le immagini della strada si fanno capaci di far riaffiorare gioie e delusioni, rabbie e speranze di tempi ormai irrimediabilmente dietro alle tue spalle, ma rivitalizzati dalla memoria, quando pensavi fossero ormai sepolti sotto strati troppo spessi di polvere e fatica.

Poi, quando ti eri ritrovato lungo il vialone dello stadio, ti era venuto in mente anche lui: la prima volta di Dylan a San Siro, più o meno un milione di anni fa.
Eri uscito di casa, quel giorno, incredibilmente emozionato: stavi andando - guarda un po', a piedi anche quella volta - a vedere finalmente Bob, dopo averlo ascoltato su bootleg e vinili consumati o nastri rari insopportabilmente fruscianti, ma pieni di una poesia che non avevi mai trovato altrove. Sarebbe stata un'emozione forte, la prima volta con Dylan mescolata con la tua più grande attesa. Enorme, smisurata. E irripetibile. Perché l'avresti visto mille volte ancora, ma a riprodurre quell'emozione non ci saresti riuscito più.
Ed ora quei quattro passi, alla faccia di tutta la tua fretta addosso ed irrimediabilmente in contrasto con i tuoi vent'anni di allora, sembravano in grado di far rinascere come d'incanto un po' di quell'emozione lontana.
Allora avevi benedetto l'imprevisto - questa volta capitato per donarti un po' di sana nostalgia - lo scooter rotto, perfino il portafoglio che si stava per svuotare. Era valsa la pena, eccome, di perdere un po' di tempo della tua giornata per vedere il ricordo riaffiorare in superficie.

Poi, quando finalmente eri tornato a casa, avevi pure provato a metter su un cd - Together Through Life é un gran bel disco in fondo - ma dopo poco te ne eri accorto, dannazione, che nulla avrebbe potuto più riprodurre la magia di allora.
La magia di un giorno lontano, quello della tua prima volta di Bob Dylan a San Siro.





Saturday, May 23, 2009

IL GUSTO DELLA VITA

"il Mistero che fa tutte le cose, che é la consistenza di tutto, é morto per te sopravvalutandoti.
L'unica modalità con cui ciascuno di noi può voler bene é morire.
Morire vuol dire aderire ad un Altro, vuol dire rompere la propria misura.
E' questa la modalità che normalmente deve decidere dei rapporti di tutti i giorni"

(Enzo Piccinini, 5 giugno 1951 - 26 maggio 1999)




Qualche volta era capitato anche a me.
Ero tornato a casa tardi la sera, oppure, come mi succede sempre, ero stato l'ultimo ad andare a dormire.
E allora ero entrato nella loro camera, piano, con le luci del corridoio soffuse, ad illuminare solo fioche ed immobili ombre.
E li avevo visti lì, quei "gomitoli sul letto", come li aveva chiamati Enzo: i miei figli addormentati, la casa finalmente calma e silenziosa, il tempo per fermarti a pensare a tutta la tenerezza, tutto ciò che di più intenso hai dentro te, il senso più profondo dell'amore che provi per loro.  E per un attimo ti eri sentito a posto, ti sembrava che bastassero queste sensazioni e così, come Enzo, avevi concluso: "insomma, mi sembra di volergli bene".
Enzo, quel giorno in macchina, mentre riaccompagnava l'amico Don Giussani a casa, aveva raccontato cose del genere, di fronte alla domanda "Ma senti, tu vuoi bene alla tua famiglia?".
Ma quella non era la risposta, neppure per Enzo, un uomo infinitamente migliore di tanti altri, colui che era stato incontro decisivo per la vita di tante persone.
"Non é mica così che si vuol bene", gli aveva risposto Don Giussani.
E di fronte allo sguardo stupito di Enzo, gli aveva svelato un modo nuovo di guardare alle cose:
"Guarda - gli aveva detto - il modo vero di voler bene é che proprio quando questa tenerezza é intensa, vera e trascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: "Che ne sarà di loro?".  Perché voler bene - aveva proseguito - é capire che hanno un destino e che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che é proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no".
Era qualcosa che aveva spalancato la vita di Enzo ad una realtà nuova, una volta per tutte e per sempre ed é una cosa che ora cerco di non dimenticare più neanch'io.
Ed é lo sguardo che vorrei avere non solo sui miei figli, ma sugli amici più cari, su qualsiasi persona che incontro ogni momento.  Nelle situazioni più "umanamente trascinanti", così come nei momenti in cui il dolore mi schiaccia, mi distrugge e non mi fa capire.
Guardare l'altro che ho di fronte e chiedermi "cosa ne sarà di lui?".
Questo é l'Amore capace di dar la vita per l'altro, quello che vede Gesù nel fratello.


E' qualcosa d'immenso la vita, quando ti scopri a pensare di essa nella misura di qualcosa che porta in sé tutto il desiderio di bellezza e pienezza che le é costitutivo, che le appartiene proprio perché tale, perché si chiama vita.
Così accade che l'umanità che incontri, ogni giorno che passa, viene coperta da uno sguardo sempre meno superficiale e sempre più profondo su ciò accade, sulle vicende che attraversano o accompagnano il tuo cammino.  Se ti domandi cosa ne sarà di chi hai di fronte, ti trovi a che fare con sguardi sempre più compenetrati nella tua stessa esistenza, divieni disposto al rischio, ti comprometti;  si fa strada, al posto di una difesa di te, una passione per la vita che ha sempre più senso mano a mano che i capelli sul tuo capo si fanno più grigi.
Sguardi che accompagnano una vita di relazione perché di questo e solo di questo - relazione! - siamo fatti veramente - together through life - e quindi uomini, incontrati per attimi e poi mai più, oppure amici che accompagnano sempre la tua vita, in maniera talvolta definitiva.

Enzo non l'ho mai conosciuto di persona e se ne é andato da questa terra proprio dieci anni fa; se ti fermi un istante appare quasi un'eternità, ma allo stesso tempo ti sembra pure ieri.
Non l'ho conosciuto, ma é strano, lo sento amico come pochi altri; o, meglio, proprio come quei pochi che sono già in una dimensione differente - la comunione dei santi - e quindi in grado di comunicare con te attraverso un'amicizia ormai in grado di rompere i vincoli dei limiti terreni, quei limiti con cui spesso siamo capaci di rovinare le cose belle della vita, la possibilità che ci é stata data di amare, di fare cose grandi aderendo a quel Disegno speciale e irripetibile, pensato da sempre per ciascuno di noi da Uno più grande che ha a cuore ogni cosa ed ogni uomo.

La vita di Enzo esce raccontata in maniera esemplare dall'ultimo libro di Emilio Bonicelli - Enzo, l'avventura di un'amicizia, ed. Marietti - uscito nei giorni scorsi e vale la pena di leggerla lì, se si lascia strada alla possibilità che qualcosa possa provocarci e muovere un'esistenza troppo spesso stretta in confini angusti in cui il contingente ci schiaccia e fa sì che non siamo in grado di cogliere la pienezza di significato che invece contiene già in sé.
Da Enzo ho imparato tante cose, ma una di quelle più belle é quando, a modo suo, mi ha insegnato anche lui a liberarmi dall'esito delle vicende della vita ed a guardare solo ad una modalità di sguardo, perché nella vita l'importante é amare - come diceva Chiara - e poi a quell'esito non ci devi pensare tu.
Quella cosa bella di Enzo aveva a che fare con il gusto - quello della vita - e questa faccenda del gusto su di me ha sempre esercitato una straordinaria attrazione:
"il gusto della vita - aveva detto - non é negato a chi sbaglia, ma a chi non ha un senso dell'infinito, del destino, dell'ideale, del Mistero presente.  Perché allora - aveva aggiunto - il problema non é sbagliare o non sbagliare. Il gusto della vita non é negato a chi sbaglia: é negato a chi non ha un nesso con il Destino che fa le cose, con il Mistero presente. Per cui tutto é un'ipotesi positiva, il tempo che per tutti é sinonimo di decadenza, lavora in positivo. Se guardo la vita, che razza di roba é successa! Dico sempre: se é successo così fino adesso, immaginiamoci cosa succederà nel futuro! Ne vedremo delle belle. E' interessante, no ? E' un avventura".
Grazie Enzo, per richiamarmi anche oggi, a dieci anni dalla tua partenza da quaggiù, al senso più grande di questa straordinaria avventura.
L'irripetibile ed affascinante possibilità di vivere la Sua volontà nell'attimo presente della vita.




Note:
I dialoghi tra Enzo Piccinini e Don Luigi Giussani sono raccontati da Enzo nella sua testimonianza "Tu sol, pensando, o Ideal sei vero", il cui testo integrale si può trovare qui

Sunday, May 17, 2009

MEDICI E PAZIENTI

Post poco serio di un medico "scoppiato".
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti é assolutamente voluto e non casuale.

Per non perdere l'allegria e il buonumore....


L'importante é capirsi

"Buongiorno, come va il respiro oggi?"
"Il respiro va bene, é il fiato che manca...."

Ad un paziente appena ricoverato per infarto:
"Ha ancora dolore?"
"Dolore? No, dolore no... é che sento come una mano che mi schiaccia il petto e mi sembra che si debba spezzare in due..."

"Ah, ha portato gli esami del sangue: mi faccia vedere".
" Ecco sciur dutùr, varda lee come va la diabete e il polistirolo..."

Le so tutte!

Un paziente cardiopatico durante un'ecocardiografia (ecografia con cui si guarda in maniera specifica il cuore):
"Dottore, ma con questo esame riesce anche a guardare la spalla destra? Perché sa, l'altro giorno sono caduto e mi fa male..."
"Come no? Olio e filtri, tutto a posto?"

Un altro paziente, prima ancora d'iniziare l'esame:  "Dottore, é grave?"
"caspita, so addirittura prevedere il risultato di un esame... quando esco da qui vado anche a giocare il superenalotto..."

Non mi scompongo mai

Il dottor A. é stato e resterà sempre il mio più grande maestro. Le sue capacità cliniche, tuttavia, non si coniugavano sempre con una grande dimestichezza nel relazionarsi coi pazienti. Diciamo che, in un certo senso, viveva in un mondo tutto suo.
Un giorno stava eseguendo un'ecocardiografia ad una paziente ultraottantenne; le funzioni cognitive della signora non erano propriamente delle più brillanti, già da un bel po' di tempo e per di più si esprimeva solo in dialetto stretto della bassa padana.
Come se non bastasse, quel giorno aveva deciso che non aveva nessuna voglia di stare ferma sul lettino troppo a lungo.  La cosa dava piuttosto fastidio al dottor A., il quale, spazientito, ad un certo punto, sbottò, con la sua impeccabile erre moscia, in un: "per cortesia, signora, detenda la muscolatura dell'addome!".  La signora rispose con un grugnito e tentò pure di mordere un dito al collega.
Io e l'infermiera, corsi fuori dall'ambulatorio, siamo lì ancora adesso a ridere....

Ogni tanto ci si fa male sul lavoro e quel giorno il dottor A. si era ferito ad un dito (no, non era stata la paziente di prima...).
"G., per cortesia, potrebbe aiutarmi in una medicazione? Mi sono procurato una soffusione ecchimotica del letto ungueale del secondo dito della mano sinistra..."
"Sì, dottore, adesso vado a prenderle un cerotto...."

Il paziente entra in ambulatorio: "prego, si accomodi. Si prepari pure a torace scoperto ed appenda i vestiti all'appendiabiti".
Il paziente si spoglia e si "appende" letteralmente all'appendiabiti.
Io e l'infermiera ci ritroviamo un'altra volta fuori dall'ambulatorio....

Saturday, May 09, 2009

WE'VE GOT FRIENDS


"Sotto ogni fatto, ogni circostanza, ogni dovere, c'é la volontà di Uno che ama senza inganno e tutto conduce al bene"
(Chiara Lubich)


"Ricordatevi però una cosa: che qualsiasi scelta farete non sarà sbagliata, perché la vita é più grande della scuola, apre continuamente nuove porte in maniera inaspettata". Aveva detto più o meno così il preside della scuola media di mia figlia, in una riunione tenuta assieme ai genitori per aiutarli nel cammino verso la scelta delle scuole superiori.
Eppure, in tutti i momenti precedenti, ci aveva condotto per mano attraverso un percorso di straordinaria serietà e passione, affinché tutti ci rendessimo conto di quanto tutto poteva essere infinitamente meglio vissuto, se preso per mano attraverso una compagnia - genitori, insegnanti e figli - che aveva la possibilità d'essere vera compagnia al Destino, desiderio che un disegno di bellezza si potesse compiere, anche attraverso la scelta di una scuola.
Quella frasetta messa lì sembrava il compendio di quanto ci aveva detto sino a quell'istante, solo in apparente contraddizione con tutto ciò che l'aveva preceduta. Ed io mi ci ero fermato sopra per un bel po', quasi a dire e pensare: ecco é proprio questo il punto, questa é l'esperienza che sto facendo in questo tempo, che meglio definisce mille circostanze, il filo d'oro che le lega assieme in una maniera tutta speciale.

Quel filo d'oro che teneva le cose insieme mi appariva affascinante ed  irresistibile.
Pensavo a tutti i nuovi amici incontrati all'Armadillo Meeting, sguardi intensi forse nutriti in precedenza da una conoscenza passata attraverso questo blog, ma figli di qualcosa di più grande e indefinibile, perché non riesci a definire gli abbracci con le misure umane.
Ma allo stesso modo pensavo a momenti intensi, ora di scontro e di dolore, altre volte di speranza e indomita lotta, figli di un quotidiano in ospedale fatto di pazienti, colleghi ed infermieri; una drammaticità dove tutto si gioca sul terreno della sofferenza, che non smette d'interrogarti senza pietà, perché sposta gli interessi e le emozioni sul piano di ciò che conta davvero - il significato della tua esistenza - facendo cadere ciò che ha da cadere e lasciando in piedi solo la verità.
Pensavo infine a mia moglie, ai miei figli, agli amici con cui si condivide il cammino più profondo, quello dove tutto viene vissuto e messo in comune in un vivere che é scorgere il disegno di un Altro, sempre all'opera in tutto e in tutti, alla luce di una presenza, la Sua, divenuta fatto tangibile tra coloro che danno la vita, in ogni momento, per essere uniti nel Suo nome.

Mentre pensavo a tutto questo, scorgevo una felicità che si fa strada, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, indipendentemente dall'esito delle vicende, del fatto che sia positivo o negativo, che si tratti cioé di gioia o di dolore. Come a dire che tutto ti é dato, tutto é dono e non c'entra neppure il tuo senso d'adeguatezza, il tuo sentirti cioé sufficientemente bravo nell'affrontare la circostanza che ti é data, oppure - ahimé, molto più spesso - terribilmente incapace.

Non é insostenibile schizofrenia tutto ciò, ma la percezione che c'é un Altro che sostiene tutto ciò e chiede a me di non preoccuparmi di come vanno a finire le cose, ma di stare semplicemente al gioco, impegnarmi a fondo coi talenti che mi sono stati dati,  mentre compio l'atto di mettere l'esito delle vicende nelle mani di Colui a cui appartengono davvero.
Il centuplo che ne viene, in ricambio dell'impegno profuso, é un'inattesa passione e felicità per ciò che accade; senso di pienezza, corrispondenza al desiderio del cuore più profondo.
Gioia nel vedere sotto i miei occhi il vivere della cosa più grande che Dio abbia creato.
Una cosa che si chiama Umanità, così bella che ha voluto entrarvi anch'Egli, donandoci la vita del Suo Figlio.

Monday, May 04, 2009

ARMADILLI IN FESTA



"Questa si chiama 'Trains' ed é il mezzo di trasporto con cui sarebbe meglio che tornassimo tutti a casa questa sera...". Sono parole di Paolo Bonfanti, di fronte ad un pubblico ad alto tasso etilico, poco prima di attaccare con un blues degno del delta del Mississippi. Paolo e l'ottimo Stefano Barotti ci stanno splendidamente accompagnando, con il loro set acustico, improvvisato in chalet, alla conclusione del 1° Armadillo Meeting, svoltosi domenica 3 maggio.
Le strade centripete del vino e della buona musica portano gli amici al quartier generale degli armadilli, che non sarà deep in the heart of Texas, ma é sempre una gran bella Courmayeur, proprio ai piedi del Dente del Gigante.
Ottimo menu, curato dallo chef valdostano Agostino Buillas e vini favolosi, dallo champagne gustato con gli antipasti, sino a pregiatissime bottiglie di Barolo dei 60s, passando per il Costa Baltea del vignaiolo Giulio Moriondo, che a metà pranzo si fa capace di trasmettere la bellezza del suo lavoro, nel corso di una breve presentazione.


Condivido il viaggio d'avvicinamento al meeting con una squadra di tutto rispetto: Paolo "magic" gamblin-ramblin, Massimo "Repiz" ed addirittura il Cicciuxs in persona. Per lui (e forse per altri, da oggi in poi) sono "cardioman" ed oggi la partita del cardiologo, in mezzo a vino, fumo e rock'n'roll, é persa, ma, hey, oggi sono in ferie anch'io ed ho stimbrato il cartellino!
La giornata parte con una foto d'obbligo davanti alla Harley di Diego, nuova e scintillante (peccato che dopo me ne perdo una sulla Triumph del Tatix) e prosegue in allegria. E' bello incontrare, oltre a Tatix, il grande Pratelli, Hazel e tanti altri nuovi amici.
Le cose belle però durano sempre troppo poco e così tutto passa in un baleno.
Sulla strada verso casa la musica del Cicciuxs pompa a mille dallo stereo dell'auto; molti artisti a me sconosciuti, ma é un bel sentire e d'altra parte sono in macchina con giornalisti e produttori discografici e scusate se é poco.
C'é perfino uno svedese dal nome impronunciabile (Christian Kjellvander), ma che canta meglio di molti nativi USA a denominazione d'origine controllata.





Scrivevo poco tempo fa che a volte mi chiedo le ragioni per le quali valga la pena di tenere aperto ed aggiornato un blog.
Ripenso alla giornata trascorsa, agli sguardi ed alle strette di mano, ad amicizie rafforzate ed a relazioni nuove appena nate, tutti frammenti di reciprocità, affacciatisi all'improvviso nella mia esistenza quotidiana.
E ripenso all'abbraccio finale di Tatix - forte - ed a quel suo "grazie d'essere venuto", fuoriuscito dalla bocca, ma trasmesso con occhi sorridenti e speciali e mi dico che sì, valeva davvero la pena d'essere stato qui.
E di continuare a tenere aperto un blog.
A bientot, les amis!

Friday, May 01, 2009

ON THE ROAD


Eravamo arrivati di sera, in cima alla salita di Rocca di Papa, non senza fatica.
Mario, amico più vecchio di me, che aveva vissuto tante battaglie, aveva un passo invidiabile: non ero letteralmente riuscito a stargli dietro. Giunti lassù avevamo guardato in silenzio il panorama mozzafiato, le mille luci scintillanti di Roma.  "Sembra Los Angeles - mi aveva detto dopo un po' - sai, come quello del libro di Kerouac, che guarda la città da lontano... Cos'é che diceva ? L'importante non é dove si va, l'importante é andare..."


Bob é un autostoppista americano, ma non é giovane, é pure già nonno da un bel pezzo.
Sbarca il lunario qua e là, si sposta in continuazione e per andare a trovare i nipotini fa l'autostop, perché non ha i soldi per pagarsi il biglietto dell'autobus.
Quella volta che i parenti avevano deciso di andare da lui aveva perfino affittato per qualche giorno un appartamento ammobiliato, perché si vergognava della sua condizione di homeless.
Eppure ha una positività di sguardo davvero sorprendente, pensa che tutte le sue difficoltà, in fondo, non siano "niente di grave"; dice di essere ottimista, sta attento a quel che gli accade, pare che abbia smesso di arrabbiarsi da un pezzo.
Bob é uno dei tanti personaggi che Mike Bryan incontra nei suoi viaggi lungo le superstrade americane, raccontate nel suo libro Uneasy Rider.
Mike riporta l'idea di John Brinckerhoff Jackson, che "suggerisce che le superstrade che collegano i vari stati dell'Unione sono essenzialmente centrifughe, trasferiscono idee, energie e persone lontano dal centro, sono indifferenti alle comunità e ai dialetti locali, mentre le strade secondarie e i vicoli ciechi sono essenzialmente centripeti, visto che trascinano la loro cultura all'interno della comunità"
Mica male come idea. Bryan la cavalca alla grande, la associa a quel senso di frontiera tutto americano, allo sfuggire ostinatamente le radici, al coltivare un senso di desiderio e di speranza che si coniuga col movimento, con l'incapacità di stare fermi in qualche posto.
Ma, nello stesso tempo, giunge a disprezzare il senso stesso di comunità, sembra fuggire la conseguenza di relazioni che siano veramente tali, il rischio della ferita dell'altro. Un certo grado di solitudine é ciò in cui sembra compiacersi : "la maggior parte di noi ha un rapporto d'amicizia con poche persone; i rapporti veramente stretti sono ancora di meno; credo che ci vada bene così. Salve. Lieto di conoscerla. Addio. Il resto é solo cortesia, buona educazione, giacché il problema della comunità ruota intorno ad una domanda: una comunità, d'accordo, ma con chi?"


Ecco, é proprio questo, a mio parere,  il punto. Bryan mette in discussione il principio stesso di comunità, ma poi é affannosamente alla ricerca di un popolo che lui identifica in tutti coloro che incontra sulle superstrade, in quel suo continuo vagabondare che ha fatto sì che fossero figli di una "interstate syndrome", come la chiama lui e di quella "generica insoddisfazione, così tipicamente americana, con un vago desiderio", per cui non si é mai fermato, lui e la moglie, nello stesso posto per più di tre anni.
Conosco europei che vivono così, ma anche persone che vivono così stando nello stesso posto tutta la vita.  Io stesso sono così, rischio quella generica insoddisfazione mille volte al giorno, quando faccio finta di non sapere che non mi sono fatto da solo e che quel vago desiderio é desiderio di pienezza e di bellezza e non ha luogo di esistere e di realizzarsi se non all'interno di ciò che é relazione.
Relazione con l'altro, il prossimo che mi capita di fronte nell'attimo presente, é ciò che rompe i miei poveri piani, che mi scombussola e mi scardina, ma che mi apre a nuove prospettive dove da solo non sarei mai arrivato. 
E' ciò che permette ad un Altro di entrare nella mia vita col Suo disegno, infinitamente migliore del mio, perché pensato per il mio bene, a differenza del mio misero progetto del mattino sulla giornata che verrà.
E' ciò che permette a Lui, se riconosciuto, di dimorare in mezzo a noi: "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io in mezzo a loro" (Mt, 18, 20)
 

Sunday, April 26, 2009

DOV'E', O MORTE, LA TUA VITTORIA ?



A volte mi domando quali possano essere le ragioni per tenere aperto ed aggiornato un blog.
Potrebbe essere l'argomento di un nuovo post.
Ma intanto sono felice che questo possa essere anche un luogo dove veicolare la straordinaria esperienza di padre Aldo Trento, sacerdote ad Asunciòn, in Paraguay.
Non sono l'unico a farlo, per fortuna - altri blog amici pubblicano le lettere che lui manda - ma non credo che la ridondanza, in questo caso, faccia male.
Ecco la sua ultima mail:

Cari amici,
“P.Aldo, credi tu questo?” mi sento chiedere in questo momento da Gesù, mentre ho il cuore spezzato guardando il cadavere di mia figlia Alice, appena morta, a 22 anni e mentre stringo al mio petto la piccola Yasmina, la più grande dei suoi tre figli.  Yasmina vive con me, insieme ad altri 20 bambini della casetta di Betlemme. Ha 8 anni. Ho raccolto Alice dalla strada,  distrutta dall’AIDS. Sola al mondo, usata e abusata da tutti. Entrava e usciva dalla nostra clinica. L’amore per lei è sempre stato grande, ma la sua libertà ha spesso chiuso gli occhi e come il figlio della parabola alla fine seguiva i suoi pensieri. Però sapeva sempre che il mio cuore era con lei. E così dopo mesi è ritornata, ma per morire. Era molto bella e adesso che la vedo qui al mio fianco morta, è ancora più bella . La morte, quando la misericordia di Dio entra nella libertà umana, trasfigura anche il corpo, mostrando il “già” della risurrezione. Yasmina è qui con me e la mamma adottiva Cristina, la mamma dei 20 bambini. Le ho chiesto, mentre stretta a me mi fissava con i suoi bellissimi occhi neri: “dov’è la mamma?” e lei: “in cielo”. Abbiamo recitato assieme il rosario e poi l’ho mandata coi suoi 20 fratellini della casetta di Betlemme. Non una lacrima lei, a differenza di me. Ma conoscendola so che il suo piccolo cuore ha conosciuto solo il dolore da quando è stata concepita. Che dolore per me!! Sì, perché la verginità rende l’uomo padre come nessuna altra vocazione al mondo. Sento fisicamente il dolore, per cui mi viene da chiedere a Gesù come a Marta: “se tu fossi stato qui…”. Ma Lui mi risponde: “Padre Aldo, Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in Me non conoscerà la morte. CREDI TU QUESTO?” “Si, Signore, credo, come credo che non c’è niente al mondo che impedisca questa certezza: né la depressione, né il cancro, né l’AIDS. A fianco di Alice giace morta per un cancro Carmen, di 53 anni, mentre nella camera a fianco dell’obitorio sta morendo Susanna, una signora rimasta sola al mondo dopo un incidente aereo, che cadendo sulla sua casa le ha ucciso i suoi 5 giovani figli, il marito e tutti i parenti. Quanto dolore! Eppure vedo in me come la familiarità con Cristo, perché questo è il problema, pur nel grande dolore - perché quanto più sei cosciente di essere tutto di Cristo, senti tuo ogni dolore dell’uomo - vivo la certezza della positività del reale. Alice grazie all’AIDS ha lasciato la strada, è venuta qui e qui ha incontrato Gesù. Quando avevo letto il suo diario personale ero rimasto sconvolto di tutte le violenze di cui era stata oggetto dalla nascita. Eppure Dio che non dimentica nessuno dei suoi figli, l’ha condotta qui, dove ha visto il Suo volto e guardando il volto di Dio è morta. Cari amici, ho davvero una grande grazia, la grazia della speranza che è già visibile in me e nei miei moribondi del Paradiso, del compiersi della mia e tua umanità. L’altro giorno nella scuola di comunità con gli ammalati terminali ancora “abili”, Marziana, una bella ragazza di 20 anni, già verso la fine, ha detto “ringrazio Dio di essere qui, in questo luogo, perché vedo che la speranza è un fatto presente, è l’aria che respiro. Sono contenta e offro tutto a Gesù”.

Amici, per me la scuola di comunità sulla speranza la tocco con mano. E’ come se la morte quotidiana dei miei moribondi mi facesse toccare fisicamente ogni parola di Giussani e di Carron. Allora, anche le notti insonni, il malumore, la fatica, le difficoltà, la drammatica situazione del paese con il caos del Presidente-vescovo (ex-vescovo) che come e peggio del terremoto sta sconquassando la Chiesa e la società, tutto diventa possibilità di dire: “…ma Cristo è risorto”. Risorto a tal punto che domenica una delle nostre infermiere ha voluto sposarsi dopo 10 anni di concubinato qui nella clinica, circondata da noi che portiamo i segni della morte negli occhi. E l’ha voluto perché qui - parole sue - ha incontrato la fede, la speranza e la carità.

Con affetto

P.Aldo

Amici, pregate per me perché veramente come dice S.Gregorio “… se non fossimo Tuoi saremmo creature finite” e sfinite.
Guardate la foto della mia Alice un mese fa quando é arrivata per morire:
“Dov’é o morte la tua vottoria?!"
Alice adesso é davvero la mia Alice


Monday, April 20, 2009

IN LINE WITH MY HORIZON


In line with my horizon
emozioni di viaggio,
lungo l'ascolto dell'ultimo disco degli U2


L'inizio di Unknown Caller é ipnotico. Note magiche ed avvolgenti, come le prime luci dell'alba. Accompagnano il torpore del tuo io, ancora troppo in balia delle emozioni, per poi scuoterlo con forza e richiamarlo alla realtà, ancor prima che sia il sole a farlo, quando, ormai alto, divenga efficace nel risvegliare il desiderio più profondo del tuo cuore.
Tutto l'impatto emotivo musicale con questo disco é un su e giù, un'altalena di sentimenti ora di speranza e frenesia, ora d'intimo ripiegamento su dubbi, ma anche su ciò che conservi di più prezioso. Pennellate di colore potenti - non certo tenui acquarelli - ma tinte di pittori fiamminghi, che ti trapassano attraverso i colpi di plettro della chitarra di The Edge, o passaggi epici che rimandano alla mente echi di Pink Floyd.

Fin dalle prime note del disco ti eri sentito afferrato così.
Una sorta di urto violento, un muro di suono - wall of sound tutto targato U2 - che ti era venuto innanzi senza sconti, solo addolcito, forse, da bassorilievi quali la chitarra di Edge - ancora lei - o le pieghe affascinanti della voce e dei sospiri di Bono.
Quel muro, incisivo ed improvviso, aveva rotto la crosta del tuo io, troppo ripiegato su di sé per vedere al di là del proprio naso.
E così una sorta di solennità ti aveva preso a poco a poco, costretto ad entrare tra le note, a riascoltarle con attenzione, sino a scoprirne le pieghe più nascoste e, con esse, quelle del tuo presente che tentavi in qualche modo di allontanare.
Era così che "No line in the horizon" era divenuto richiamo netto all'infinito, dentro l'orizzonte apparentemente limitato del tuo vivere quotidiano.

Ed era così che l'urto aveva prodotto - a poco a poco anch'esso - una resa.
Perché di resa si era trattato - sorprendentemente dolce e priva di dolore, peraltro - quand'eri giunto a Moment Of Surrender. La canzone più lunga di sempre degli U2, quella che secondo Brian Eno sarebbe la migliore mai incisa con lui dalla band, doveva pur significare qualcosa. Resa di fronte al dolore che l'uomo é capace di procurarsi da sé, stazioni di via crucis capaci d'interrogarti nel profondo: "I was speeding on the subway / through the stations of the cross". Racconta Bono, a proposito di questa canzone: "Conosco molte persone, non ultimo il bassista della mia band che hanno dovuto affrontare i loro demoni. Forse c’è una parte di me che pensa: “Wow, ci sono andato vicino!” Ho anch’io la mia vena selvaggia, e so perfettamente con quanta facilità io perda le staffe. Sai: se vado in chiesa non è solo perché mi piace l’architettura religiosa…".
Ma quella resa ti si era resa ancor più evidente quand'eri arrivato quasi alla fine, sull'unica vera "resa sonora" del disco, quella White As Snow così dolce ed avvolgente, ma allo stesso tempo così simile ad un disperato grido di bisogno: la consapevolezza di non farcela da soli: "Un tempo sapevo che vi era un amore divino / Poi venne il tempo in cui pensai che non mi avesse conosciuto / Chi può perdonare il perdono quando perdono non é / Solo l'agnello bianco come la neve" (White As Snow).


Solo arrivato a quel punto ti era parso di sentirti finalmente liberato, perché avevi scorto un amore più grande, capace di guarire le ferite più profonde e persino le cicatrici: "God is love / And love is evolution's very best day" (Stand Up Comedy), "Only love can leave such a mark, only love can heal such a scar" (Magnificent). Ed era di questa prospettiva che scoprivi d'aver bisogno perché il sole potesse spuntare nuovamente all'orizzonte; occhiali che sapessero vedere la realtà per ciò che é, un disegno d'Amore al di là della sofferenza contingente, una moneta già pagata da Qualcuno più grande di te e della tua storia, ma che ha a cuore entrambe e la tua capacità di cogliere il significato di ciò che accade. E' una "vision over visibility" quella che si fa strada un po' alla volta, quella che sembra stare a cuore a Bono e compagni: "Non sono tipo da tatuaggi, ma se ne avessi uno, sarebbe quello. Elvis aveva "Take care of business", io avrei "Vision over visibility".

Sono appunti di un viaggio felice, questi, presi navigando sulle note dell'ultimo lavoro degli U2. Una musicalità che mi attrae, forse un po' sovraprodotta dal lavoro di Brian Eno e Daniel Lanois, ma incisiva ed efficace nell'impatto sonoro complessivo. La voce di Bono ancora in forma smagliante, ma soprattutto il fatto che abbia ancora qualcosa da dire e da cantare a squarciagola.
Qualcosa che oggi ha fatto irruzione nella mia giornata, facendole rammentare che é sempre sostenuta da un Amore più grande.
La grazia di una Misericordia, oggi é passata attraverso luci e suoni:
"Walk out, into the sunburst street / Sing your heart out, sing my heart out / I’ve found grace inside a sound / I found grace, it’s all that I found / And I can breathe / Breathe now"
"Esci fuori, nella strada bruciata dal sole / canta il tuo cuore, canta il mio cuore / Ho trovato grazia dentro un suono / Ho trovato grazia, é tutto quel che ho trovato / E posso respirare / Posso respirare ora" (Breathe)




Note e ringraziamenti
:
Nel corso del mio viaggio mi sono avvalso di alcune utilissime note tratte da questo sito:
http://digilander.libero.it/u2anchetu/index.html


Friday, April 17, 2009

SACRIFICI


Mi é ricapitata tra le mani, ingiallita dal tempo, questa vecchia lettera d'auguri, inviata dall'amministrazione comunale ai miei genitori, quand'ero in procinto d'iniziare la scuola elementare.
Un linguaggio d'altri tempi, sembra quasi di sentire il doppiaggio di certi vecchi film di Hollywood che piacciono tanto a mia madre e qualche volta perfino a mia moglie (come facciano a guardare "Via col vento", non l'ho mai capito...).
Però in quelle poche righe non ci sono mica fregnacce.
"questo primo passo nella vita ti costerà piccoli sacrifici" e se "li accetterai e sarai diligente", "ti preparerai bene alla vita".
Come dire: mica é uno scherzo questo, la vita é una cosa seria.
E come fai a pensare di viverla, cioé di cavartela, se fai fuori il concetto di fatica, sacrificio e - mi verrebbe da aggiungere - quello di gratuità ?

Peccato che certe lettere, di questi tempi, non le scriva più nessuno.
Perché quando incontri qualcuno che invece ti aiuta a dare un volto al sacrificio, a donare senso a ciò che fa male e non capisci - senso che, spesso, non é comprensione "intellettuale" - e ti affianca in un agire che é un caricarsi di quell'oscurità senza opporle un rifiuto, di solito scopri che questo qualcuno ti é vero amico ed attraverso quel passaggio ti ha fatto scoprire qualcosa che altrimenti non avresti mai vissuto.
Quel qualcosa, spesso e volentieri, é luce in fondo al tunnel, é centuplo d'amore dove pensavi di trovare solo odio, é misericordia che prende il posto del rancore.
Insomma, in una parola, risurrezione.
Come quella a cui é giunto Colui che la moneta del dolore l'ha già pagata per il mondo intero.

Friday, April 10, 2009

OGGI COME ALLORA

Guardo i fatti d'Abruzzo, con l'anima straziata, e non riesco a non pensare ai tempi di guerra ed all'esperienza di Chiara Lubich e delle sue prime compagne.
Stessa distruzione, stessa morte ovunque, ma la certezza che c'é un Ideale che non potrà crollare, e che "omnia vincit amor", tutto vince l'amore.
Ecco, dalle parole di Igino Giordani, il racconto di alcuni di quei momenti:

"(...) Il 13 maggio si scatenò a Trento il secondo grande bombardamento. Fra le tante, una casa accanto all'abitazione di Chiara restò distrutta e l'abitazione stessa di Chiara fu lesionata, con mura e vetri in frantumi. Inabitabili risultarono pure le case di Dori e Natalia (1) e altre. L'ospedale, dove lavorava il fratello di Chiara come assistente medico, in gran parte schiantato, con morti e feriti.
Quel giorno stesso lei incontrò Dori e si abbracciarono: erano entrambe senza casa.
Andò all'ospedale e contemplò la strage; e allora Gino, il fratello medico, constatò: "Vanità delle vanità; tutto passa".
La notte ella dormì all'aperto, nel giardino di Gocciadoro (2), verso la collina, coi genitori, i quali passarono quelle ore a meditare sul modo come sfollare. Chiara ricordò che, nel fare il voto di castità, aveva promesso al padre spirituale di non abbandonare la città di Trento: donde la sofferenza al pensiero dell'imminente seprazione. E pianse dirottamente. I genitori, non sapendo, cercavano di consolarla. Si consolò ricordando il motto virgiliano: "Omnia vincit amor!". E pregando tutta la notte con gli occhi alle stelle vide passare il carro dell'Orsa. E poco prima dell'alba, quando i genitori obbligati a sfollare presero a raccogliere le poche cose salvabili nella casa, ella dichiarò al padre di non poter partire per la promessa fatta: s'inginocchiò davanti a lui, e lo guardò. E il padre la benedisse, assentendo. Ella ripeté il gesto con la mamma, la quale però oppose resistenza.
E i genitori, con sacchi sulle spalle, s'avviarono per la campagna; lei, senza niente in mano, con l'anima straziata, piangendo s'avviò per la città distrutta. Ad un dato punto incontrò una signora. Sembrava impazzita dal dolore e le disse: "Quattro me ne sono morti!". Chiara la consolò e pensò di dimenticare il suo dolore per pensare a quello dell'umanità..."


(tratto da "Erano i tempi di guerra", Città Nuova editrice)
Note:
(1) Dori e Natalia furono le prime due compagne di Chiara Lubich
(2) il giardino di Gocciadoro si trovava alla periferia di Trento


E' l'inizio della storia di Chiara e del nascente Movimento dei Focolari. Un inizio sotto i bombardamenti che fanno crollare ogni cosa - come il terremoto - ma dentro una certezza: l'incontro con Dio Amore, l'Unico che non crolla. Una scoperta definita da Chiara "folgorante", "più forte delle bombe che colpivano Trento", subito comunicata e condivisa con le sue prime compagne.
Una vita che cambia e, con la loro, quella di tantissime altre persone negli anni a venire, che hanno seguito quella scintilla ispiratrice e quella strada.
Il passaggio dal venerdì santo alla Pasqua, dall'abbraccio di Gesù crocifisso e Abbandonato a quello di Gesù Risorto.


Tuesday, April 07, 2009

HOLY MOTHER


"Sono entrata in chiesa un giorno
e con il cuore pieno di confidenza Gli chiesi:
"Perché volesti rimanere sulla terra,
su tutti i punti della terra,
nella dolcissima Eucaristia,
e non hai trovato,
Tu che sei Dio, 
una forma per portarvi e lasciarvi anche Maria,
la Mamma di tutti noi che viaggiamo?"
Nel silenzio sembrava rispondesse:
"Non l'ho portata perché la voglio rivedere in te.
Anche se non siete immacolati,
il mio amore vi verginizzerà
e tu, voi,
aprirete braccia e cuori di madri all'umanità,
che, come allora, ha sete del suo Dio
e della Madre di Lui.
A voi ora
lenire i dolori, le piaghe,
asciugare le lacrime.
Canta le litanie
e cerca di rispecchiarti in quelle"

(Chiara Lubich, 1957)




Come riuscire a dormire questa sera, come prendere sonno di nuovo, davanti a notti che portano distruzione?
Guardo mia moglie ed i miei figli, già addormentati e vorrei vegliare accanto a loro, proteggerli dai mali del mondo, per l'eternità. Così rimango sul bordo del letto, uno alla volta, uno dopo l'altro, finché la stanchezza non prenderà il sopravvento anche su di me.
Finché l'amore di una Madre non giungerà a placare le ansie del cuore, del mio come di quello martoriato di chi ha perso tutto, di chi non ha più nulla, neppure le proprie lacrime da versare.

La mia mente, questa sera, vola sulle dolci note di una canzone che é preghiera.
La mia mano, questa notte, stringe il rosario tra le dita.




“Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./ non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”/Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia.

PS: grazie al blog degli amici di Simone, che ha già pubblicato in precedenza questo video ed il testo di questa canzone.

Monday, April 06, 2009

NEW MORNING


"Gesù, tu, il mattino di Pasqua, appari alla Maddalena e la chiami per nome. Tu hai tutto dimenticato di lei: i suoi peccati, il suo passato.
La chiami.
Dunque, così é anche di ciascuno di noi?
Se abbiamo deciso di amarti, tu non ricordi più nulla e ci chiami?
Come allora conturbarci spesso sui nostri falli, sul nostro passato, sui nostri peccati?
Non sei ora il Gesù di allora?
"

(Chiara Lubich)

fonte: http://www.centrochiaralubich.org/

Sunday, March 29, 2009

SULLA STRADA, DENTRO UN ABBRACCIO

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro, credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.  Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.  E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."
(Massimo Priviero)



Un tramonto rosso fuoco all'orizzonte e la mia auto che procede via veloce, sulla strada che porta verso casa.
Nel lettore cd un disco scoperto quasi per caso e le note struggenti di una canzone, a rendere quasi surreale l'atmosfera che mi circonda.
La strada del Davai racconta di freddo e neve, di alpini morti lungo una dolorosa ritirata e di prigionieri barbaramente fatti avanzare nel gelo dai soldati russi. E' primavera fuori, mentre quella canzone mi avvolge ed il pallido sole sembra riuscire a scaldare in qualche modo anche il mio freddo cuore, raggiunto dal brivido che é entrato prepotentemente nelle mie vene con la voce di Massimo Priviero.
L'auto d'improvviso rallenta, mentre segue le note ed i ritmi dell'anima, misteriosamente in risonanza con pagine scritte da Bedeschi e da Corti, che in quell'anima erano entrate un giorno,  per non uscirvi più.
E' il mio primo incontro con Priviero, attraverso uno dei suoi migliori lavori, Dolce Resistenza, uscito nel 2006. Anche quel disco entra quel giorno nel mio cuore, senza riuscire più a scapparne via. Incontrato sulla strada e, per quelle strane alchimie che la musica rock é talvolta capace di compiere, fattosi capace d'intrecciarsi con le righe dritte e storte di una giornata qualsiasi di un uomo qualunque, come me.



"La Strada Del Davai" - live al premio Tenco, 2007

A quel primo incontro in musica, col tempo, ne fanno seguito altri, attraverso il paziente ascolto del suo repertorio e la fortuna di una conoscenza personale; spezzoni di vita talvolta raccontati dietro una birra al pub, che colorano di affezione ciò che già avevi percepito come profondo e sincero.
Tratti di esistenze, che s'incrociano ancora una volta sulla strada, là dove tutto sembra partire ed arrivare, attraverso un mutarsi incessante qual é quel continuo divenire che é la storia di ciascuno.
Finché si arriva al concerto di ieri sera al Rolling Stone di Milano, vera e propria festa per celebrare i vent'anni di carriera di Priviero, in contemporanea all'uscita del nuovo disco, che, non a caso s'intitola proprio Sulla strada.
Come il disco, anche il concerto cui abbiamo assistito é stato una straordinaria cavalcata attraverso le migliori canzoni del nostro, da Dolce Resistenza a Nessuna Resa Mai, passando per Fragole A Milano e la nuova Bellitalia. Momenti di rock potente, essenziale ed altrettanto espressivo, alternati a spazi intimi come La Strada Del Davai e Nikolajevka, suonate naturalmente affiancate l'una all'altra ed abbellite dallo splendido lavoro del violinista extraordinaire Michele Gazich.
La voce di Priviero alterna fasi d'intensità struggente ad altre, numerose, in cui la forza ed il colore non sembrano aver subito l'usura della carriera ventennale, anzi appaiono averne decisamente guadagnato. C'è spazio anche per una Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, e per una We Shall Overcome finale da brivido.
La band, rodata da tempo, appare sempre all'altezza della situazione, arricchita oltre che dall'ottimo Gazich, anche da un paio di amici saliti per l'occasione sul palco, che portano, con mandolino, flauto e cornamusa elettrica, arricchimenti sonori imprevisti e piacevolmente sorprendenti.


Ritrovo Massimo nel camerino, alla fine del concerto.
Uno sguardo intenso si trasforma in un istante in un abbraccio e dentro quel gesto mi sembra di scorgere il senso più profondo di ciò che abbiamo vissuto questa sera. 
Priviero é sulla strada da sempre, ma il suo faticoso cammino ha forse ora un desiderio più grande dentro sé: quello di trovare un Significato e di poterlo rendere condiviso.
E' per questo che alla sua domanda se é andata bene, rispondo che sì - senza dubbio - é andata bene davvero, perché quello che é passato sul palco é molto di più di una performance rock ben riuscita.
E' qualcosa che ha a che fare con un cuore, quello di un uomo che ci ha fatto "salire sulla sua chitarra" per "arrivare dentro la sua voce" e "suonare e scrivere insieme a lui".
Cuori ed anime che questa sera, ancora una volta, si sono incontrati sulla strada, ma si sono risolti dentro un abbraccio.
"Se il Cielo ci dà forza, faremo una gran bella cosa", mi aveva detto Massimo pochi giorni prima del concerto. Il Cielo é quell'Abbraccio, che ha a cuore la tua storia e la tua strada.
E' per questo che sono tornato a casa felice questa sera, con la certezza di trovarmi fra le mani qualcosa di bello e di vero: quello che stasera é stato costruito insieme.




Nota (mica troppo) a pié di pagina:
menzione d'onore per il bravissimo Francesco D'Acri (il "futuro del rock'n'roll" come lo chiama il mio buon amico Paolo!), che ha fatto da opener al concerto di Priviero. Belle canzoni e splendida performance, con un unico rammarico: é durata troppo poco.
In bocca al lupo, Frank!
http://www.myspace.com/frankdacri

Saturday, March 21, 2009

LET'S STICK TOGETHER

"il paradosso della condizione umana é che l'individualità si realizza solo nella relazione e che il soggetto non esiste al di fuori del riconoscimento reciproco con l'altro da sé"
(Ezio Aceti, psicologo)



Avevi fatto fatica, una stramaledetta fatica ad arrivare quasi in fondo a quella giornata. Ti si leggeva pure in faccia, perché tu sei fatto così, non riesci mai a nascondere nulla e se ne erano accorti tutti, ma proprio tutti, o per lo meno quelli dai quali non eri riuscito a sfuggire.
Ed ora avevi bisogno solo di una cosa: percorrere la strada che portava verso casa.
Così, appena possibile, ti eri scaraventato fuori, eri salito sull'auto ed avevi pigiato il piede sull'acceleratore; fino ad arrivare lì, dove la strada tortuosa s'infilava in mezzo a campi arati e file di pioppi ordinati.
Era allora che avevi finalmente rallentato, fino a fermare la macchina, accostarla lungo la strada sterrata e spegnere il motore. Eri sceso e ti eri messo a camminare, finché le scarpe ed i vestiti ti si erano impolverati, sino a quando il silenzio della campagna, fuori e dentro te, aveva preso il sopravvento, placando finalmente ira e frenesia.
Ti eri messo a guardare gli alberi, come se fossero una cosa nuova, tutti diritti in fila, i rami gli uni vicino agli altri, quasi a tenersi per mano. E un orizzonte in fondo, là dove non vedevi la fine, terso, luminoso, quasi a dare significato al loro stare insieme.
Sulle prime non l'avevi visto, ma poi avevi notato anche quello: l'albero caduto, posto di traverso, disteso proprio in mezzo a tutti gli altri, eppure non escluso da quella strana sensazione d'armonia, che si stava facendo strada a poco a poco nel tuo animo.
Chissà cos'era che l'aveva fatto cadere così; un colpo di vento, una grandinata del mattino, fino a ridurlo in quel modo, coi rami coricati nel canale, quasi ad accarezzare i fusti degli altri alberi, tutti ancora fieramente in piedi, le radici più solide, ben piantate nel terreno.


Lo scontro era stato duro, senza esclusione di colpi.
Posizioni inconciliabili: capivi perfettamente che non sembrava esservi possibilità di una via d'uscita condivisa. Eppure c'erano state quelle parole strane, quegli sguardi e tu capivi che non potevi censurare la realtà, deformarla a tuo piacimento per compiacerti dentro le tue ragioni. Non questa volta, almeno.
Dentro quel litigio - furibondo - lui ti aveva ringraziato per avergli parlato, per essere tornato indietro da lui. Ed alla fine ti aveva pure stretto la mano, in un gesto che ti aveva sorpreso e preso contropiede. Aveva persino avuto parole di stima per la tua fede e per la tua famiglia, eppure tu non gliene avevi mai parlato.
Strane sensazioni crescevano sempre più, inesorabilmente, mentre tu proseguivi a camminare, le scarpe sempre più sporche di terra, il silenzio della campagna sempre più disposto a lasciare spazio al grido dell'anima.


Lo strano titolo di quel disco, poi - chissà perché - continuava a fare capolino di tanto in tanto nella tua mente. Together Through Life - insieme attraverso la vita - che bella frase che aveva pensato Bob Dylan per il suo nuovo disco, in uscita di lì ad un mese; il più bel titolo di sempre - pensavi - mentre ti rendevi conto che quell'uomo ti aveva sorpreso ancora una volta, quando meno te l'aspettavi.
E così, nei tuoi pensieri, ecco di nuovo la tua donna - non che non l'avessi avuta sempre in mente - ma poi quella frase si rimescolava misteriosamente ai pensieri di prima, a quel litigio così strano, al fatto che - accidenti - siamo davvero benedettamente fatti di relazione.
Ed era stato lì che l'animo si era finalmente disteso, che ti sembrava di aver compreso che la relazione non é una modalità di vita, ma l'essenza stessa dell'uomo, ciò che lo definisce più pienamente di qualsiasi altra cosa. Non ci siamo fatti da soli e non siamo stati fatti per essere soli.


Allora e solo allora ti eri deciso ed eri finalmente tornato indietro sui tuoi passi.
Ora sì che c'era un po' di spazio per uno sguardo diverso, dentro e fuori di te.
Una Misericordia più grande, che sempre ti guardava anche quando tu non la vedevi, stava provando a liberarti dall'esito delle vicende della vita. Stava cercando di spiegarti che relazione non é attendere la soddisfazione di ciò che é andato bene, ma credere al senso dell'altro che ti sta davanti, anche dentro il contrasto e l'incomprensione.
Era allora che ti eri ricordato anche di lui, che ti era parso di vedere quell'amico così caro, con gli occhi dell'anima - certo - perché lui non era più tra noi da tanto tempo. Ma la sua lezione tu l'avevi imparata ed oggi era riuscito di nuovo a rivestirti di quell'abito di speranza che ti era stato sempre così a cuore.
Ti aveva insegnato un giorno cos'era relazione e cos'era davvero essere uomo: oggi era una di quelle volte in cui ti pareva d'averlo compreso.
Ripercorrendo a ritroso il cammino verso la tua auto, ti ricordavi - come fosse ieri - le sue parole e le sentivi entrare dentro te, percorrere con un brivido tutte le tue vene.
Ora potevi davvero tornare: avevi ritrovato la strada che porta verso casa.

"la nostra vocazione, cioé il nostro essere figli di Chiara (Chiara Lubich, nda), comporta che noi costruiamo rapporti d'amore, che significa amare colui che mi sta di fronte nell'attimo presente. Questo amore, questo uscire da me stesso, questo farmi uno, questo amare per primo, questo amare senza giudicare, questo amore, comporta una risposta che può essere un rifiuto o un'accettazione. Se é un rifiuto, é la nascita di Gesù Abbandonato, e l'abbraccio di Gesù abbandonato é sempre un Gesù riconosciuto e perché riconosciuto, quel Gesù emana il suo spirito, cioé emana lo Spirito Santo, che raggiunge anche quella persona che rifiuta il nostro amore e lo raggiunge in un modo misterioso che noi non sappiamo, ma lo raggiunge, come raggiunge noi. Se c'é invece un gesto d'accettazione, indipendentemente dal fatto che lui sia o no cristiano, che lui sia o non un credente, indipendentemente da questo fatto, per il semplice fatto che c'è un sorriso o c'è una manifestazione di reciprocità, nasce Gesù perché anche lui ha abbracciato Gesù abbandonato. Cioé in un certo senso anche lui é uscito da se stesso ed é una cellula, é un seme. Se noi questo rapporto lo portiamo avanti, vediamo che genera delle cose meravigliose"

(Domenico Mangano, 1 dicembre 2001)

Tuesday, March 17, 2009

LA COSA PIU' BELLA

Sono nella navicella,
guardo una stella,
ma non è quella,
la cosa più bella.

E’ interessante,
come una fiamma ardente,
illumina il terreno circostante.
Ma ha qualcosa che non va,
non si capisce cosa non ha.

Non c’è vita,
come qui sulla terra,
che è la cosa più bella.

(di Marco Leali, 10 anni)

Tuesday, March 10, 2009

GRAZIE CHIARA




Quando Dio dona un carisma alla sua Chiesa ed all'umanità, fa in modo che esso giunga sino agli estremi confini della terra.
Così il torrente d'amore della vita di Chiara ha riempito rivoli e ruscelli, fino a giungere anche all'arida terra dell'anima mia.
L'ha innaffiata e continua a farlo senza sosta, ogni giorno, perché l'Amore ha fiducia anche nel seme che non vede, quello che d'inverno giace in un campo ricoperto di brina, ma che saprà far germogliare qualcosa, quando finalmente verrà primavera.

Mi sono sentito a lungo inadeguato, pur fedele alla sequela di Chiara e così mi sento anche oggi, nonostante il pezzo di cammino già percorso. Ma proprio Chiara m'insegnò un giorno che l'Unità che Gesù promise ai suoi non era tra coloro che si fossero dimostrati adeguati, ma tra chi si fosse semplicemente unito nel Suo nome.
E' per questo che vado avanti, forte e sicuro dentro l'abbraccio di un popolo che continuamente mi accompagna, certo che la fatica ed il fallimento sono un prezzo già pagato dall'Uomo dei dolori, Colui che - pazzo d'amore per i suoi - é giunto a sentirsi Abbandonato dal Padre.

Così, anche questa sera, nell'incertezza del niente che sono e nella certezza del Tutto che mi sostiene, voglio continuare a seguire senza paura colei che mi ha generato a nuova vita, appassionato d'amore anch'io ad un Dio che ha saputo amarci così.
Finché un giorno - il mio giorno - arriverò al mio incontro col Padre.
E incontrerò di nuovo Chiara e tutti i miei, 
col mio pezzetto di mondo tra le braccia.

"E quale il mio ultimo desiderio ora e per ora? Vorrei che l'Opera di Maria, alla fine dei tempi, quando, compatta, sarà in attesa di apparire davanti a Gesù Abbandonato-risorto, possa ripetergli - facendo sue le parole che sempre mi commuovono del teologo belga Jacques Leclercq: "... il tuo giorno, mio Dio, io verrò verso di Te... Verrò verso di Te, mio Dio ... e con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia". "Padre, che tutti siano uno!"
(Chiara Lubich)


Chiara Lubich
(Trento, 22 gennaio 1920 - Rocca di Papa, 14 marzo 2008)




14 marzo 2009, diretta internet:
Con Chiara - Un dialogo che continua - ore 16-19.30
Al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, con la partecipazione di personalità di varie Chiese e del mondo civile, rappresentanti di diverse religioni e delegazioni dai 5 continenti.
Diretta internet a questo link:  HTTP://LIVE.FOCOLARE.ORG/

Monday, March 02, 2009

ME AND MY BROTHER FRANKIE


Ricordo che quando quel mio amico attaccava a suonare e a cantare, l'ammirazione si mescolava inevitabilmente con un po' d'invidia.
Perché il tocco di chitarra era davvero bello e con quella voce, accidenti, sembrava proprio lui, il Boss in persona. E così, in un attimo, era capace di scodellarti lì una Highway Patrolman da brivido, cantata tutta fino in fondo, in un inglese fluido, senza la minima incertezza, quasi che quella canzone l'avesse scritta lui.
E poi, inutile dirlo, tutte le ragazze erano ai suoi piedi cosicché l'invidia si tramutava pure in un po' di rabbia bella e buona.
Ma tant'é, io il Boss dal vivo non l'avevo ancora visto e allora era bello ascoltarlo anche così e non solo dai dischi o da fruscianti e mal registrati bootlegs da strapazzo.

La storia narrata in questa canzone di Springsteen é semplice e naive, vicenda di due fratelli, figli di un'America rurale, lontana da Wall Street e dalla globalizzazione. Stesso sangue ma vite diverse, che, per quegli strani scherzi del destino, fanno sì che uno si trovi dalla parte giusta della strada e l'altro perennemente da quella sbagliata.
Joe che tira dritto tutti i giorni, moglie, figli ed un lavoro onesto, pochi fronzoli e sogni zero; Frankie, invece, sempre nei guai.
La storia la racconta bene Bruce, basta leggere il testo.
Sentirgliela cantare, poi, é meglio ancora:

Il mio nome é Joe Roberts, lavoro per lo stato
Faccio il sergente, fuori Perrineville, palazzine numero 8
Ho sempre fatto un lavoro onesto, il più onesto che ho potuto.
Ho un fratello di nome Frankie e Frankie non é un tipo giusto
da quando si era ragazzi, sempre la stessa storia
La radio chiama, Frankie é nei guai giù in città
Se fosse stato un altro uomo, lo avrei sbattuto dentro
Ma quando é tuo fratello, qualche volta ti giri dall'altra parte

Io e Frankie si rideva e si beveva
Non c'é niente di meglio che essere fratelli di sangue
Facevamo a turno a ballare con Maria
mentre la band cantava "Night Of The Johnstown Flood".
L'ho catturato ogni volta che si é perduto, come ogni fratello deve fare
Un uomo che volta le spalle alla sua famiglia non é uno per bene.

Beh, Frankie si arruolò nel 1965
Io restai a curare la fattoria e sposai Maria
Ma il prezzo del grano cominciò a crollare e sembrava di essere derubati
Frankie tornò a casa nel '68 ed io mi presi questo posto.

Una notte come tante altre, arriva una chiamata ad un quarto alle nove
C'é casino in una roadhouse, sul confine del Michigan
C'è un ragazzo steso per terra, ha un brutto aspetto, perde sangue dalla testa
C'é una ragazza che grida a un tavolo, dicono sia stato Frank.
Beh, l'ho inseguito attraverso le strade della contea
Fino a un cartello: "5 miglia al confine col Canada", diceva
Ho parcheggiato lungo la statale
ed ho guardato le sue luci posteriori sparire




Ermanno Labianca, nel suo "Talk About A Dream", scrive che nella prima strofa di questa canzone c'é già tutto ed in effetti é proprio così, il resto é solo bellezza e pennellate che perfezionano in musica un'opera ed un senso già intuiti.
Ogni volta che sento cantare questa storia, penso a Joe e Frankie come alla stessa persona, nulla di così diverso che li distingua davvero, non certo il ruolo che gli viene assegnato nella vicenda.
E qualche volta penso che siamo Joe e Frankie anche noi, quando facciamo buoni propositi e cadiamo un attimo dopo nelle nostre peggiori contraddizioni.
Quando amiamo gratuitamente e sappiamo poi ferire chi invece ci vuol bene.
Quando ci alziamo già troppo stanchi al mattino, per poi scoprirci stupiti a ritrovare la speranza, dentro qualsiasi piccolo ed inatteso avvenimento della nostra vita.
Noi, dentro la nostra ira e gli scatti d'impazienza, lo sconforto ed il senso d'inadeguatezza; ma anche la voglia e l'entusiasmo di donare la vita - tutta intera - quando scopriamo qualcosa per la quale essa é degna d'essere vissuta.

Perché c'é sempre qualcosa per cui val la pena di ricominciare, sino all'ultima, ennesima volta.
Qualcosa o Qualcuno, laggiù in fondo alla strada, più in là di quel cartello che ti indica il confine.
E' per questo che lo lasci andare, tuo fratello Frankie, e lasci anche a te stesso quell'ultima possibilità.
Di trovare laggiù in fondo Uno più grande di te, pronto ad accoglierti per quello che sei e con il niente che sei riuscito a costruire.
Uno che é Misericordia e che é Perdono
Uno che oggi aspettava proprio te.

Friday, February 27, 2009

TORNANDO A CASA


Ancora Runrig, il concerto d'addio di Donnie Munro, castello di Stirling, Scozia, estate 1997.
Going Home é una bella canzone, dove malinconia non é sinonimo di tristezza, ma desiderio struggente di significato.

Così, chiunque passasse da qui, provi a fermarsi ed a lasciarsi portare.
E non importa dove stai viaggiando ora e neppure ciò che sei, sicuro sulla strada di un destino già tracciato o perduto nella nebbia di tristezze troppo difficili da sostenere.
Afferra il tuo desiderio, trattienilo stretto e non perderlo di vista mai.
Fidati di lui e lasciati guidare: l'Amore, quello vero, saprà condurti fino a casa. 


Wednesday, February 25, 2009

LOCH LOMOND


Back to the music, one more time.
Un auto che viaggia al tramonto, sulla strada verso casa, ancora una volta é una porta che spalanca sogni e desideri.
Musica di fredde lande islandesi - meravigliosi Sigur Ròs - mi ha fatto viaggiare all'infinito con la mente, per giorni e giorni. E cosi sono tornato anche da loro, i Runrig, fieri paladini delle terre di Scozia, alfieri di una musica che sa coniugare rock e tradizione, note su spettacoli di bandiere che sventolano ai concerti, ma che non hanno nulla di sciovinista ed irreale: solo genuinità, entusiasmo ed orgoglio per le proprie radici.
Una canzone come Loch Lomond  é capace di catapultarti chissà dove, anche se le note fuoriescono dal triste lettore cd di un'auto qualsiasi, sperduta nell'insulso piattume della pianura padana.
Ma tant'é, con la fantasia sei già lassù, sulle rive di laghi e paesaggi di cristallo e di castelli, ed i tuoi sogni possono volare liberi, senza che la fretta di chi percorre la strada davanti e dietro a te - anime sensibili solo ad insensata frenesia - possa minimamente scalfirti.
E' così che canti con loro, a squarciagola, mentre brividi salgono sulla tua pelle a poco a poco, man mano che ti fai compagnia di quella musica, che racconta con epica e struggente tristezza di una guerra che ha portato via con sé amori e desideri.
E' la fantasia che ti fa salire sul palco con loro, fratello d'arme della voce di Donnie Munro - senza di lui la band non sarà mai più la stessa - della poesia che Malcolm Jones sa infilare dentro una chitarra, allo stesso modo che in una cornamusa, del magico ritmo dei fratelli MacDonald, dietro ad ogni struttura melodica della band.
E poi la voce di Rory MacDonald, l'unica in grado di tener testa a Donnie, e che importa se quando canta in gaelico avresti bisogno della traduzione simultanea accanto a te; se la bellezza é capace di passare attraverso suoni ed emozioni, scavalcando impassibile parole incomprensibili, vuol dire che ha raggiunto il suo scopo: fare vibrare qualcosa in te.

E' così che ti accorgi che basta così poco a renderti felice, a scacciar via la noia e la stanchezza, persino le ferite più profonde del tuo cuore. Ma quel poco, se ci pensi bene, in realtà é il molto, perché in quegli istanti, forse, hai colto la relazione tra le cose.
Una relazione che é Armonia. Armonia tra le note di una bella canzone ed il tramonto che ti senti addosso; tra la tua fantasia e la realtà di ciò che vivi e vedi.  Armonia che senti in te - nonostante tutto - e che percepisci nelle cose tra di loro.
Gioisci e ti stupisci, allora, mentre ti accorgi che non l'hai creata tu e neppure le cose cui l'hai sentita correlata.
Quell'armonia, lo capisci infine, é frutto dell'Amore che ha dato forma e sostanza al tutto e che oggi, per una magia che la musica é stata in grado di elargirti ancora, ti ha fatto percepire.
L'averlo sentito vivo su di te - l'Amore che tutto  sostiene - ti ha fatto  sentire come nuovo.  
E' per quello che ti ha sorpreso felice, a cantare a squarciagola.


Sunday, February 22, 2009

SI PUO' VIVERE COSI'



"Alla sera non misurare, domanda: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà", "Vieni, Signore Gesù", che é il grido con cui termina tutta la Bibbia. Tutta la Bibbia termina con questo grido, e non deve terminare la mia giornata con questo grido? Uno che fa così tutte le sere é vivo (non é come noi troppe volte), é uno cambiato; se fai così tutte le sere, sei cambiato, e devi farlo con forza e senza pretese, perché tu non sai quando il Figlio dell'uomo verrà dentro la tua vita, ti prenderà per il collo e ti cambierà, ti costringerà a cambiarti o ti darà lo charme irresistibile per cambiarti.
Se non é per questo sguardo più profondo, questa speranza affascinante, per che cosa vivi?" (1)

(don Luigi Giussani,
15 ottobre 1922-22 febbraio 2005)

Note:
(1) tratto da: Luigi Giussani - Si può vivere così - BUR