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Sunday, December 19, 2010

BUON NATALE DAL PARAGUAY


lettera di Aldo Trento

"Cari amici, buon Natale, in particolare ai moltissimi amici che con le loro e-mail mi hanno confidato i loro dolori, difficoltá, le loro sofferenze e spesso la loro non voglia di vivere. Per me è stata una grazia perchè chiunque soffre lo sento parte con me e con il mare di dolore che mi circonda, del dolore di Cristo, di ciò che manca alla passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa. Vi ringrazio di cuore perchè le vostre ferite non solo mi impediscono di essere un borghese, cioè un uomo senza domanda, senza drammaticità, bensi di vivere dentro le circostanze della vita con gli occhi fissi sul Mistero. È come se il vostro, il nostro dolore mi rendesse sempre più cosciente di cosa significa essere sospeso su un pieno, su una certezza.
Vi confesso che, tutte le sere, quando a tarda notte vado a dormire dopo aver visitato le diverse opere della parrocchia, dove vedo e sento solo il dolore dei miei figli, dai piccoli appena nati e abbandonati, delle bambine vittime della violenza, agli ammalati terminali e anziani raccolti nelle strade, riconosco come il Mistero domina la mia vita riempendola di pace. Che bello essere presi, dominati da quel "TU" ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, perchè sono Suo, come ci ricorda il profeta Isaia. Come vorrei che le tante persone depresse, stanche di vivere, vittime di mille fantasie e di cui conosco personalmente cosa significa, riconoscessero, anche quando l'angoscia sembra soffocarle che, comunque, il Mistero è un Fatto presente, è un abbraccio che non permettera mai che ci perdiamo. Il problema non è il dolore, la depressione, la malattia ma la libertà di riconoscere in quel "Tu che mi fai" la propria consistenza. Ci sono dei momenti in cui non vedo niente, ma il giudizio è chiaro e me lo ripeto continuamente: "Tu, o Cristo mio" e sempre ritrovo l'energia per camminare.

Vi chiedo, mentre lo chiedo a me, di non mettere dei "se", dei "ma", dei "però", fra noi e Cristo, perché questo sarebbe la unica grande fregatura e ci perderemmo la festa della vita. Il Mistero ama chi rischia, chi non ha paure della realtà, e spesso si diverte permettendoci di arrivare fino al bordo dell'abisso, ma poi, come d'improvviso, quando tutto sembra perduto, ci salva prendendoci per i capelli. Da vent'anni sperimento questo fatto, anche a livello economico. Pensate alle centinaia di migliaia di Euro di cui hanno bisogno queste opere! Eppure arriva l'ultimo giorno del mese e la Provvidenza arriva. All'inizio chi lavorava con me si spaventava, l'amministrazione andava in crisi, mentre per me era tutto semplice e lo è tutt'ora: "Signora (all'amministratrice) mancano ancora due giorni per pagare il salario ai 180 dipendenti del Mistero, unico padrone di questa opere, per cui di che si preoccupa?". E il giorno seguente la Provvidenza arrivava con i soldi necessari, nè uno in più, nè uno in meno. Anche su questo il Mistero mi tiene sempre sospeso e quindi sempre mendicando. Non so come pagherò lo stipendio di Gennaio alle 180 persone, cioè famiglie, ma per questo non perdo il sonno perchè ho la certezza assoluta che il Padrone, quel "Tu che mi fai", al momento giusto sará lì per pagare. Che razza di libertà mi dona stare davanti, davanti a quel Tu che mi domina, abbracciandomi.

Ieri mi ha donato due nuovi figlioletti. Guardateli nella foto. Sono gemelli, sono stati abbandonati dalla mamma e per via del maltrattamento sofferto a motivo della "mamma" hanno ambedue una paralisi cerebrale, per cui, ancora di più, mi lacerano il cuore nel tenerli in braccio. Hanno un anno ed otto mesi e pesano ognuno 6 kg. La loro storia è di una sofferenza terribile. Eppure il Mistero si è occupato di loro e me li ha donati. La prima notte hanno pianto tutta la notte, ma questa sera erano già più tranquilli fra le mie braccia.
In fondo se il nostro abbraccio è il frutto delle esperienza del "Tu che mi fai" si trasmette per osmosi anche a loro, la cui innocenza è stato lacerata delle violenza di tutti noi quando ci dimentichiamo di essere relazione con il Mistero.
Guardandoli, penso a quella povera donna che, certamente, sarà stata vittima anche lei di altra violenza. Li affido alle vostre preghiere, como affido la terza casetta di Betlemme e la nuova casa per le bambine violentate e incinte, che inauguriamo alla vigilia di Natale. Come vedete, Gesù me ne fa di regali regali, che sono anche per voi. È proprio bello essere bruciati dall'amore per Cristo, perchè il proprio cuore brucia di amore per l'uomo.

Buon Natale

P. Aldo


Thursday, February 11, 2010

I FEEL A CHANGE COMIN' ON


Di questioni sociali e politiche, qualcosa doveva pure importare a quel ragazzo, sbarcato a New York City dal freddo Minnesota. Se non altro perché al Village, alla sera, o il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti intorno ad un vecchio e malandato Woddy Guthrie, di quelle questioni erano permeati i discorsi e le canzoni.
Non era difficile, perciò, che emozioni e sentimenti si coagulassero in un senso di speranza, desiderio e percezione di tempi che stessero cambiando, sorta di antesignano "Yes We Can", bandiera di una generazione con tanta voglia di percorrere un sogno d'amore e di giustizia.
Di quel sogno aveva parlato con accenti e tinte forti Martin Luther King, quel giorno a Washington, davanti a migliaia e migliaia di persone in marcia. Ed il ragazzo era lì anche quella volta, tramutando in note le stesse aspirazioni, che non potevano non far parte anche del paesaggio della sua strada. Eppure era la strada stessa ad interessarlo di più, quella alla ricerca di un destino, sorta di percorso di resistenza esistenziale, sotto forma di poesie ricamate sulle corde di una chitarra e di un'armonica a tratti anche sgraziata. Bob Dylan che, nel corso di una vita, di strade ne percorse poi mille ancora, cantando negli stadi e nei teatri, da solo e con altri, davanti a gente comune e presidenti, persino davanti al papa. Dylan che ora canta pure alla casa bianca, di fronte a Obama, a dire che sì, i tempi stanno cambiando anche adesso; ma quel Dylan é anche lo stesso che ammonisce sul political world in cui viviamo, un mondo di saggezza sbattuta in galera, tradita, ingannata, a marcire in una cella, senza nessuno che ne raccolga una traccia (1)
E allora, forse, sono le facce di una stessa persona, Dylan che parla e guarda in faccia al suo destino, e che dice a se stesso (ed a chi voglia ascoltarlo per davvero), che sono i tempi dell'anima che possono non smettere di cambiare, giorno dopo giorno, i cancelli aperti sulla soglia della speranza, so honey, just allow me one more chance.

Ho pensato a quel vecchietto, ancora in giro con la sua chitarra, che ha riempito di dischi la mia casa e coperto di note le canzoni che percorrono i miei pensieri.
Ho pensato ai presidenti, ai sogni e alle speranze della gente comune come me.
Ed ho ripreso in mano l'ultima lettera di padre Aldo Trento, in mezzo ai suoi malati terminali, agli orfani ed ai derelitti del Paraguay. E ad un vicepresidente, quello di quel paese, che tutte le mattine va a trovarlo alle cinque e mezza, per recitar le lodi assieme a lui, perché "pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose" e poi, se no, come si fa "a sopportare la faccia del presidente e dei ministri" ? (2)
Ho pensato a tutto questo ed ho ritrovato la speranza, anche dentro le mie miserie di ogni giorno. E' una strana forza quella che si fa strada e mi fa dire che ce la posso fare anch'io, un'altra volta anche domattina, perché the times they are a-changin' e sì, I feel a change is comin' on. E' una forza che si manifesta sempre nella debolezza, perché si affida alla mano di un Altro, a poco a poco sempre più visibile dentro quella strada.
Quella é la battaglia che infuria là fuori, che scuoterà le finestre e farà tremare i muri. (3)
Ma non mi fa paura: é qualcosa che fa rima con speranza.




Note:
(1) We live in a political world / Wisdom is thrown into jail / It rots in a cell, is misguided as hell / Leaving no one to pick up a trail (Political World, Bob Dylan, 1989)
(2) UN UOMO VERO - lettera di padre Aldo Trento, 9/2/2010
Cari amici,
Dio ci dona sempre qualcuno a cui guardare. A volte è un mendicante che ti chiede e tu lo guardi vedendo in lui la faccia di Cristo, o un bambino abbandonato che si affeziona e a chi gli domanda il suo nome e cognome risponde: Trento Gabriele. A volte è il vicepresidente della Repubblica che era in vacanza in Brasile quando l’ex vescovo presidente lo chiama di urgenza perché deve andare ad incontrare i suoi amici Chavez, Morales e Correa e ovviamente il vice deve assumere la presidenza ad interim. Così Federico, il vice, parte e con la macchina, guidando lui, torna a casa ieri, domenica. Erano le 21 ed era appena entrato in territorio Paraguayo quando mi chiamò: “ Padre Aldo, domani mattina sono lì alle 5 e 30 per recitare Lodi, aspettami.” Rimasi commosso, un uomo, un politico che si preoccupa di avvisarmi che sarà qui alle 5 e 30 per recitare Lodi. Amici, capite? Chi di noi e dei nostri politici si preoccupa di vivere un gesto come questo delle Lodi? Lunedì mattina alle 5 mi alzo, per preparare la colazione, come ogni lunedì per il Presidente in esercizio, perché alle 5 e 30 puntuale arriva. Però questa volta alle 5 e 30 arriva il suo segretario e mi dice: “Padre, Federico ti ha chiamato ieri sera alle 22 per dirti che sarebbe arrivato a casa all’1 della mattina e per chiederti se era possibile dire Lodi alle 7.” Che attenzione, ma che coscienza del Mistero! Alle 7 arriva e dico: “Presidente a quest’ora c’è la processione con il Santissimo nella clinica e l’adorazione”. “Padre, vamos (andiamo)”. E così in compagnia di Gesù abbiamo visitato infermo per infermo, ha fatto anche lui la comunione in ginocchio sul pavimento, ha ascoltato il vangelo del giorno con il commento e poi abbiamo fatto colazione assieme. “Padre, non posso incominciare la settimana senza questo gesto con voi, padri, perché come potrei affrontare gli impegni, le incomprensioni quotidiane? Per me pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose.” Normalmente viene sempre alle 5 e 30 del mattino perché alle 6 questo presidente convoca il consiglio dei ministri, che, essendo un problema, se non guarda prima in faccia Gesù, gli sarebbe impossibile sopportare la faccia del presidente e di certi ministri. C’è davvero tanto da imparare. Ciao, P. Aldo
(3) There's a battle outside and it's ragin' / It'll soon shake your windows and rattle your walls (The Times They Are A-Changin', Bob Dylan, 1964)


(padre Aldo con il vicepresidente del Paraguay)

Monday, June 22, 2009

REALTA', SORRISO DI DIO


lettera di padre Aldo Trento, 
22 giugno 2009

Carissimi,
Il pensiero piú risoluto, piú scientifico non é nulla di fronte a ció che accadde, la pazzia consiste nel credere eventi i semplici pensieri”.
Questa affermazione di Pavese descrive bene la mia storia ed anche il lavoro quotidiano di cui parla Carron, che sono chiamato a fare su me stesso. Un lavoro sostenuto in modo davvero eccezionale dal dolore che mi circonda e che é dentro di me durante le 24 ore del giorno. Sembrerá per molti un assurdo, peró trovo molto bella una frase che oggi mi ha detto un amico, commentando la frase di Pavese: “il rimedio alla pazzia é dato dal dolore, che ci fa mettere i piedi per terra”.
Mettere i piedi per terra é la grande battaglia da 20 anni ad oggi, che compio 38 anni di sacerdozio. E che cosa mi permette questo miracolo, che é quello di amare la veritá dei “piedi per terra”, della realtá, per cui vivo comosso, in pace anche quando, come in questi giorni, le circostanze sembrano (il dramma dei pensieri o pensieri cattivi, che sono ció che distraggono dalla veritá, dalla realtá) negative, mentre sono positive?
La grazia, mendicata attimo per attimo, anche fisicamente, ripetendo sempre “Io sono Tu che mi fai” o “anche i capelli del vostro capo sono contati”. Oggi, 38 anni fa, ero ordinato sacerdote. Il vangelo del giorno é quello di Matteo 6,24-34, dove Gesú pone ai suoi discepoli tante domande che hanno come fondo quanto Carron ci ripete spesso: “anche i capelli del vostro capo sono contati”.
Ma allora capite che davvero il primo lavoro da fare é chiedere che questo capitolo 6,24-34 di Matteo diventi carne? Umilmente, peró veramente guardando me stesso, la mia storia, ció che accade qui, é letteralmente quanto scrive San Matteo. Ma pensate se la mia vita non fosse cosi, se tutte queste opere non fossero cosí: ma che senso avrebbero?
Nessuno. Sì, per uscire dalla “pazzia”, cioé dalle immaginazioni, dai progetti, dai pensieri é neccessario che le parole di Matteo diventino carne.
Cari amici, mentre vi scrivo queste cose, sono qui davanti ai miei piccoli crocifissi: Victor, Aldo e Cristina. Per cui potete capire cosa vuol dire per me la parola “dolore”. Nella stanza a fianco, Marziana di 20 anni é sempre piú grave. Al suo fianco Claudia, di 35 anni, evangelica, mi ha detto: “sono alla fine, voglio confessarmi, la comunione, tornare alla Chiesa cattolica”. In due giorni, poi, due morti, fra cui una giovane mamma, morta dopo aver cantato: “Ti adoriam ostia divina...” e dicendo “adesso ho cantato tutto”.
Adessso sono arrivati i miei bambini della casetta di Betlemme, quelli piú grandicelli. Con me faranno la processione con il Santissimo. Staranno a fianco di ogni ammalato grave e anche moribondo. Loro sono educati a guardare in faccia la veritá della realtà. La realtà non fa mai paura perchè grida la sua presenza.
Guardateli nella foto, appena fatta, con Attilio, anche lui alla fine. Guardate le loro faccie e quello di Attilio. “Dov'é o morte il tuo pungiglione?”
Attilio e i miei bambini guardano in faccia alla morte, come guardano la vita. Osservo e capisco la bellezza della frase di Pavese. Giasmina, quella con la faccina fra le mani, vedendo Marziana mi dice: “che bella, sembra la mia mamma quand´era viva qui in clinica”. Ogni sabato vogliono venire qui a vedere il letto, la camera dov'é morta la loro mamma. Come vedete la realtá é stupendamente amica, come ogni circostanza, che per noi é il sorriso di Dio. 
È proprio bello la vita.
Buone vacanze, peró vissute cosí...

P. Aldo



Sunday, April 26, 2009

DOV'E', O MORTE, LA TUA VITTORIA ?



A volte mi domando quali possano essere le ragioni per tenere aperto ed aggiornato un blog.
Potrebbe essere l'argomento di un nuovo post.
Ma intanto sono felice che questo possa essere anche un luogo dove veicolare la straordinaria esperienza di padre Aldo Trento, sacerdote ad Asunciòn, in Paraguay.
Non sono l'unico a farlo, per fortuna - altri blog amici pubblicano le lettere che lui manda - ma non credo che la ridondanza, in questo caso, faccia male.
Ecco la sua ultima mail:

Cari amici,
“P.Aldo, credi tu questo?” mi sento chiedere in questo momento da Gesù, mentre ho il cuore spezzato guardando il cadavere di mia figlia Alice, appena morta, a 22 anni e mentre stringo al mio petto la piccola Yasmina, la più grande dei suoi tre figli.  Yasmina vive con me, insieme ad altri 20 bambini della casetta di Betlemme. Ha 8 anni. Ho raccolto Alice dalla strada,  distrutta dall’AIDS. Sola al mondo, usata e abusata da tutti. Entrava e usciva dalla nostra clinica. L’amore per lei è sempre stato grande, ma la sua libertà ha spesso chiuso gli occhi e come il figlio della parabola alla fine seguiva i suoi pensieri. Però sapeva sempre che il mio cuore era con lei. E così dopo mesi è ritornata, ma per morire. Era molto bella e adesso che la vedo qui al mio fianco morta, è ancora più bella . La morte, quando la misericordia di Dio entra nella libertà umana, trasfigura anche il corpo, mostrando il “già” della risurrezione. Yasmina è qui con me e la mamma adottiva Cristina, la mamma dei 20 bambini. Le ho chiesto, mentre stretta a me mi fissava con i suoi bellissimi occhi neri: “dov’è la mamma?” e lei: “in cielo”. Abbiamo recitato assieme il rosario e poi l’ho mandata coi suoi 20 fratellini della casetta di Betlemme. Non una lacrima lei, a differenza di me. Ma conoscendola so che il suo piccolo cuore ha conosciuto solo il dolore da quando è stata concepita. Che dolore per me!! Sì, perché la verginità rende l’uomo padre come nessuna altra vocazione al mondo. Sento fisicamente il dolore, per cui mi viene da chiedere a Gesù come a Marta: “se tu fossi stato qui…”. Ma Lui mi risponde: “Padre Aldo, Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in Me non conoscerà la morte. CREDI TU QUESTO?” “Si, Signore, credo, come credo che non c’è niente al mondo che impedisca questa certezza: né la depressione, né il cancro, né l’AIDS. A fianco di Alice giace morta per un cancro Carmen, di 53 anni, mentre nella camera a fianco dell’obitorio sta morendo Susanna, una signora rimasta sola al mondo dopo un incidente aereo, che cadendo sulla sua casa le ha ucciso i suoi 5 giovani figli, il marito e tutti i parenti. Quanto dolore! Eppure vedo in me come la familiarità con Cristo, perché questo è il problema, pur nel grande dolore - perché quanto più sei cosciente di essere tutto di Cristo, senti tuo ogni dolore dell’uomo - vivo la certezza della positività del reale. Alice grazie all’AIDS ha lasciato la strada, è venuta qui e qui ha incontrato Gesù. Quando avevo letto il suo diario personale ero rimasto sconvolto di tutte le violenze di cui era stata oggetto dalla nascita. Eppure Dio che non dimentica nessuno dei suoi figli, l’ha condotta qui, dove ha visto il Suo volto e guardando il volto di Dio è morta. Cari amici, ho davvero una grande grazia, la grazia della speranza che è già visibile in me e nei miei moribondi del Paradiso, del compiersi della mia e tua umanità. L’altro giorno nella scuola di comunità con gli ammalati terminali ancora “abili”, Marziana, una bella ragazza di 20 anni, già verso la fine, ha detto “ringrazio Dio di essere qui, in questo luogo, perché vedo che la speranza è un fatto presente, è l’aria che respiro. Sono contenta e offro tutto a Gesù”.

Amici, per me la scuola di comunità sulla speranza la tocco con mano. E’ come se la morte quotidiana dei miei moribondi mi facesse toccare fisicamente ogni parola di Giussani e di Carron. Allora, anche le notti insonni, il malumore, la fatica, le difficoltà, la drammatica situazione del paese con il caos del Presidente-vescovo (ex-vescovo) che come e peggio del terremoto sta sconquassando la Chiesa e la società, tutto diventa possibilità di dire: “…ma Cristo è risorto”. Risorto a tal punto che domenica una delle nostre infermiere ha voluto sposarsi dopo 10 anni di concubinato qui nella clinica, circondata da noi che portiamo i segni della morte negli occhi. E l’ha voluto perché qui - parole sue - ha incontrato la fede, la speranza e la carità.

Con affetto

P.Aldo

Amici, pregate per me perché veramente come dice S.Gregorio “… se non fossimo Tuoi saremmo creature finite” e sfinite.
Guardate la foto della mia Alice un mese fa quando é arrivata per morire:
“Dov’é o morte la tua vottoria?!"
Alice adesso é davvero la mia Alice


Saturday, January 31, 2009

A LEZIONE DI REALTA'




Ancora padre Aldo Trento. 
Chi segue questo blog lo conosce già. Ma anche chi lo conosce non smette di stupirsi. E di meditare le sue parole, che vanno dritte al cuore.
Una lunga lettera, che va letta poco a poco, finché rimane dentro di sé per non uscire più.
Lezioni di realtà, né più ne meno, ma é lo sguardo che fa la differenza.
Di fronte a molto di ciò che lui racconta, molti di noi scapperebbero. Padre Aldo, invece, prende tutto su di sé. Per scoprire, poi, che é un Altro che conduce le cose, mentre a noi chiede solo di dare una mano.
Ed in cambio dona la felicità.

"(...) La realtá é la realtá e si impone per ció che é attraverso le diverse circostanze della vita: il nascere, il crescere, lo studiare, il mangiare, l’andare al bagno, pulirsi, tenere in ordine l’armadio, innamorarsi, sposarsi, fare dei figli, essere prete o consacrato, soffrire e infine morire.

La realtá é un’unitá che si esprime in modo meraviglioso a 360 gradi. Allora, o uno la vive o non la vive. Ma viverla significa vedere in lei la poderosa voce dell’Eterno “Ex uno omnia, et omnia locuntur unum”.

Immaginatevi cosa sarebbe per me la vita quotidiana senza questa prospettiva: una paralisi. Sarei come un bimbo davanti ad una vetrina piena di giochi e non saprebbe quale prendere, o,  per dirla con Giussani, come un bimbo davanti al meccano. Per me dentro tutti i casini di cui è fatta la realtá è chiaro quell’UNO, per cui non esiste condizione della realtá che non sia positiva, che non generi ammirazione, commozione. Cosa diversa dallo “spettacolo”, ecc. o cose di questo genere.


Facciamo degli esempi.

Ieri mattina il Vicepresidente, oggi Presidente in esercizio per l’assenza di Lugo che è in Brasile alla internazionale socialista, è venuto a trovarci per invitare padre Paolino e me all’inaugurazione del museo del calcio, con la sua presenza, quella di Platter, presidente della FIFA, di Hevalange, ex della FIFA, Leoz della confederazione Sudamericana a altri “divi” del calcio come Cafu, Higueta ecc...

Una sera splendida, con la “mafia” mondiale del calcio. Un’ora prima di partire, nella clinica muoiono due persone. Le assisto, sto con loro, dò ai loro corpi freddi un bacio e poi con Paolino alla festa del calcio. Torniamo a notte fonda, dopo essere passati in un buon ristorante a mangiare  e quindi vado alla clinica per l’ultimo saluto. Finalmente a dormire, ma dormiró solo 3 ore. Alle 7 di questa mattina viene a colazione il Vicepresidente con due industriali vicentini: Rino di Arzignano il re del cuoio, un altro impresario, sempre veneto e un paraguayo. Una buona colazione. Si parla di tutto...si parla perfino con il capo della segreteria di Galan, con Bepi Saretta, ex deputato D.C., con un viceministro del governo Berlusconi. Si vedono possibilitá di aiuto...di finanziamenti fra i due governi. Paolino ed io, due cretini qualsiasi, il cuore di tutto. Terminata la colazione il vicepresidente se ne va e i due industriali veneti a contemplare tutto. Lascio a voi immaginare la loro faccia. Se ne vanno anche loro...ma il pranzo sará ancora con loro, il Vicepresidente della Repubblica ecc.. Quindi vado alla clinica, sto con i due morti, celebro la Messa, do loro il bacio finale sulla fronte...e via al cimitero. Gli ammalati che si possono muovere assistono. Ricordo loro che il turno è per tutti e prossimo. Ogni faccia è lieta.

Le due bare passano fra i bambini che giocano, si fermano, pregano e poi riprendono a giocare. Cosí gli adulti del café letterario, cosí gli operai.

Quindi facciamo il consiglio di amministrazione, mentre ci dicono che è arrivata una persona malata terminale con un cancro alla faccia grande come una zucca e perde sangue a dirotto. Corrono i medici, gli infermieri. La vita é la vita. La realtá é la realtá. Nessuno spavento, nessun trauma, nessuno spettacolo. Qui è una festa perchè la vita é cosí ed é cosí anche quando fra poco inizia la scuola e i nostri bambini di tre anni fino ai 12 andranno alla clinica a visitare Victor, Cristina, Celeste, a pregare per chi muore, toccare il corpo e farsi il segno della croce.

Ma non solo tutti i giorni a pranzo la nostra comunitá religiosa, P. Paolino, Ferdinando ed io, é composta di diverse persone, normali, depressi, con problemi... C’é chi parla, chi no, chi troppo, chi mai. É un circo ma che bello... Niente borghesismo o i frati che se la contano. Anzi... immaginatevi quanto grande deve essere la tensione ideale, la familiaritá con Cristo. Dico loro: ma io sono stato abbracciato cosi da Giussani, da Carron, dalla fraternità S. Carlo, é la vita. La comunitá fa i conti con la realta: certo tutto potrebbe essere piú comodo... ma la realta si impone.

Cosa vuol dire prendere sul serio quanto Carron ci dice, quando ci parla della realtà, della familiaritá con Cristo? Per Me, questo.


Amici, capite dov’è il problema?

È se siamo ancora capaci di guardare la realtá come segno della Presenza, se la realtá ci è familiare, se le circostanze, qualsiasi, come la crisi economica che vi spaventa, sono per voi come per me la modalitá con cui il Mistero si relaziona con voi, con me. O sono gli aspetti brutti della realtà? Per caritá. Per me sono gli aspetti belli, anche se drammatici. Perchè non essere riuscito a dormire non è certo facile per me, però anche questa fatica è bella perchè mi fa chiedere di piú. Quando non dormo bene tutto mi è terribilmente piú difficile, sudo il doppio e il sudare mi rende nervosissimo. Peró che grazia, per chiedere il dono della pazienza! Poi con gli “ultimi”, che vorrebbero mangiarmi se potessero! Ogni attimo uno che ha bisogno, che chiede. I miei nervi non sono facilmente controllabili. Però si possono semplicemente trasformare in preghiera. E cosí accade.


Per terminare, amici, la vita è la vita e se, per un equivoco, vi e stata fatta vedere in uno dei suoi aspetti piú drammatici e affascinanti, sappiate che per noi, per me, è un’altra cosa, è la realtá, è la vita nel suo bellissimo aspetto finale quando finalmente tutto si compie nella pienezza della vita. Quando la realtá appare in tutto il suo splendore come dice S.Paolo: “la realtá è il corpo di Cristo”.

Auguro una sola cosa: siate realisti. E allora anche la crisi economica si trasformerá in creativitá, in una possibilitá nuova di scoprire ció che siete, ció che siamo, riscoprendo il destino per cui siamo fatti.

Benedetta crisi, per chi ama la realtá. Un’occasione unica per convertirci e credere nella Provvidenza in modo concreto

In fondo non possiamo non seguire quanto Carron ci indica continuamente: “guardare la realtá, la familiaritá con Cristo”. Cosi tutto diventa missione cioé movimento, come anche nel pranzo di oggi con un gruppo di industriali decisi a camminare con noi. Il movimento é tutto questo camminare dell’io dall’inizio alla eternitá passando per la morte."


Con affetto

P.Aldo



Sunday, December 21, 2008

NOTTE SPLENDIDA

Nebbia lungo la strada ed un velo di tristezza nella mente.
La città si allontana, mentre l'auto scorre via veloce ed il buio é interrotto solo ogni tanto da qualche luce ed addobbo natalizio, appeso a balconi di case intraviste da lontano.
Non ho voglia di andar via, ma il mio posto, anche questa notte, è altrove.
Sconosciuti e sofferenti, anch’essi lontani da dove volevano restare. Ci si ritrova tutti là, in mezzo a mura di pronto soccorso o di stanze di reparto d’ospedale.
Mentre percorro la strada, c’è Claudio con me, a farmi compagnia.
La sua voce, forte e sicura, esce dalle casse dell’auto, insieme alle note di una chitarra, compagna sublime della malinconia che sprigionano le sue canzoni.
Ma quella di Chieffo é una malinconia speciale, distante mille miglia da quella stupida ed insulsa di cui sono impregnate mille canzoni, ascoltate in altri tempi ed altri luoghi.
La sua è immersa dentro un desiderio struggente, nella nostalgia di momenti vissuti nel vero, dove il sostegno alla tua esistenza é quello che hai sentito giungere da un Altro, Colui che ti dice che è bella la strada.
Non riesco a fare a meno di una musica così. Diventa colonna sonora dei miei pensieri, mi aiuta a ritrovare le orme di un cammino che mi pare d'avere talvolta perduto.
Una musica così, spesso, diviene anche preghiera.

Otto del mattino, i pensieri ancora ingarbugliati nei sogni, mentre, distrattamente, accendo il mio computer in casa.
Nella posta in arrivo, la lettera di padre Aldo é già lì che mi aspetta: sembra quasi sapere che ho bisogno di lei, come primo pensiero del giorno.
Mi sento un po' stanco, ma Aldo lo é di più; eppure va avanti e non molla, non smette mai di fare i conti con la realtà, compresa la sua depressione, quella che lui chiama "quella bestia sullo stomaco" : “la realtá é amica e amica sempre”. Non mi stancheró mai di ripeterlo, neanche oggi, quando il mio stato d´animo é nero come il carbone e un peso – cosa che conosco e con cui convivo da 20 anni - mi opprime lo stomaco, facendomi sudare il doppio del normale. Il caldo é a 48º, la vita esige, gli ammalati, i bambini, i vecchi, la colonia estiva, le catechesi nei diversi settori, la costruzione del nuovo ospedale, le risposte alle email che sono per me una gioia, tutti i momenti contati....tutto dentro un deserto interiore e per di piú quella bestia sullo stomaco che é da 20 anni di casa....ma tutto questo non solo non mi determina, ma mi spinge a ripetere all´infinito “Io sono Tu che mi fai”, a guardare in ogni istante a Cristo"
Come potrei fare a meno di un amico così ? Uno che ti dice che "obbedire alla realtá é questa cosa semplice: fare i conti con la vita e riconoscere che é un Altro che ti conduce".
Non potevo trovare un modo migliore per cominciare anch'io la mia giornata.


I ragazzi delle elementari della Zolla avanzano ordinati in processione, per le vie del quartiere, un freddo quartiere della zona fiera di Milano.
In testa gli attori; poi i lettori, gli insegnanti e il coro; e infine i genitori. Uno spettacolo di armonia ed incredibile intensità: é la sacra rappresentazione della natività di Gesù.
Mentre passiamo di fianco all'adiacente scuola pubblica elementare, scorgo volti alle finestre e vedo bidelle corse fuori, là in cortile: chissà - penso - forse, se potessero, vorrebbero essere anche loro lì con noi.
Un vigile in moto ci segue e ferma il traffico dove c'è bisogno. Anche lui sembra avere uno sguardo un po' speciale; anche lui sembra scorgere qualcosa di diverso, che entra all'improvviso nella routine del suo lavoro, ogni giorno in mezzo alle strade.
Non riesco a rimanere indifferente davanti a uno spettacolo così. Nulla di ostentato: é solo Bellezza quella che procede ordinata, a poco a poco. Lacrime di commozione che solcano il tuo viso mentre vedi tuo figlio e gli altri bambini. Cuore che finalmente si riscalda, dentro la percezione che Colui che sta per nascere é germe di vita nuova. Preludio, alba di un nuovo giorno, il Verbo di Dio che si fa carne e giunge ad impastarsi ancora una volta con i sentieri grigi delle esistenze di uomini troppo spesso ciechi, sordi e dal cuore inaridito.


Ecco, ora sono arrivato al lavoro e Claudio ha finito la sua ultima canzone.
La fatica é sparita prima ancora d'iniziare, perché é una notte splendida quella che mi attende.
L'attesa non é stata vana, ancora pochi giorni e Lui verrà.
E' "notte di miracoli, di grazia e di stupore": perché perdere ancora tempo in ciò che appesantisce il cuore?
Scendo dall'auto, é buio ed il freddo mi avvolge. Campi coperti di brina, sembra incredibile che un giorno qualcosa possa germogliare quaggiù.
Ma é così, davvero così: Dio si é curvato su di noi ed ora é tempo di gioia.
Non ve ne accorgete?

"... la vita di una grande quercia é data da un elemento talmente piccolo da sembrare insignificante: la gemma.
La Vita di Dio si é manifestata, in tutta la Sua grandezza, attraverso la gemma di un bambino piccolo: Gesù.
Quella stessa Vita, adesso, continua a far fiorire la nostra vita..."

(dall'introduzione all'Avvento di padre Angelo, ai bambini della Zolla)



Friday, December 12, 2008

E.R. - MEDICI (E AMICI) IN PRIMA LINEA


lettera di padre Aldo Trento,
Asuncion, Paraguay, 7 dicembre 2008

Cari amici,

ho appena celebrato la Messa nel corridoi del blocco B dell’ospedale davanti alle porte aperte delle camere per ammalati terminali di cancro. In una ci sono due giovani e bellissime ragazze madri. Nell’altra due uomini molto più giovani di me. Con me un piccolo gruppo di fedeli: infermiere, medici, parenti e alcuni ammalati di AIDS, che lentamente, dopo essere stati portati qui per morire e avere un posto nel cimitero, grazie all’amore, alla tenerezza, senza togliere nulla agli antiretrovirali ecc.., si stanno recuperando. Non dimenticherò mai quanto mi disse un giovane paziente, morto di AIDS: “padre, il 90% me lo dona l’amore, la tenerezza, il 10% le medicine, la scienza”.

(padre Aldo celebra il matrimonio di Dionisio, malato terminale)

Comincio la Messa e vedo il primario, dottor Mazzotti, e il fisiatra, dottor Solente, avvicinarsi a un ammalato, uno dei due uomini, piuttosto grave, anzi, direi in condizioni gravissime. Si chiama Giovanni. Gli alzano la testa, gli danno da bere, lo guardano con tenerezza. Mi commuovono. Per di più il Vangelo del giorno parla di Gesù che dopo aver curato molte persone ha pietà della folla che da tre giorni non mangia e ha paura che tornando a casa svengano per il cammino (che tenerezza, che coccole, che uomo il mio Gesù…e che pugno nello stomaco per il mio borghesismo) e, quindi, decide di compiere la famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Giovanni un povero uomo con un gravissimo cancro alla gola e che ormai gli ha totalmente mangiato la bocca e il naso. È arrivato da noi in uno stato di putrefazione. Dalla sua bocca vengono estratti centinaia di vermi bianchi che gli escono anche dal naso. Sono le larve depositate dalle mosche quando stava nell’immondezzaio dove viveva. Gli infermieri ogni giorno lo puliscono, gli tolgono questi vermi, con un amore che mi aiuta a capire il Vangelo del giorno. Così come il primario e il fisiatra in quel momento mi rimandano alla scena del Vangelo. Solo dove Cristo è un fatto è possibile questa dolcezza, questo sorriso perfino nel togliere i vermi dalla gola, dalla bocca, dal naso di un povero Cristo- perché Giovanni è Gesù in putrefazione, è Gesù, capite- facendogli sentire che lui non coincide coi vermi, che lui non dipende dal cancro, né dal marcio della sua gola, ma è relazione con il Mistero, è “io sono Tu che mi fai” o “anche i capelli del mio capo sono contati”. Terminata la Messa, con gli occhi rossi mi avvicino e gli do un bacio con grande tenerezza e gli dico: “Giovanni, sai che Dio ti ha creato per la felicità e che non c’è nulla, neanche la tua condizione che impedisca la verità di quanto ti dico…allora preghiamo”. E piano, piano i suoi occhi si illuminano e seguono la mia bocca, ancora sana e che scandisce la preghiere.

Alla sera ho la "scuola di comunità": “l’obbedienza è ad una amicizia”. Giussani parla del rapporto fra Gesù e il Padre, lì nel calvario. Mi diventa drammaticamente semplice leggere e spiegare quel testo…tutti i giorni lo vedo nei fatti che accadono nella clinica, in me. “Amici posso dirvi una cosa? Sapete che i miei ammalati quando neanche la morfina conta, è sufficiente che mi metta al loro fianco e dica con loro una preghiera o “Io sono Tu che mi fai” e il gemito o il lamento si trasforma in supplica e il loro viso si illumina?”

(scuola di comunità: padre Aldo ed i suoi amici ammalati)


Bisogna credere nel miracolo “anche i capelli del capo sono contati”. Guardate Celeste…e non ha capelli ed i medici ce l’avevano mandata per seppellirla…ma avete visto nella foto che vi ho mandato che a fianco ha il santino di Giussani? Ebbene domenica farà la prima comunione. Quell’uomo che aveva rischiato tutto in questo povero depresso, oggi nella clinica continua rischiando tutto ancora su di me, mostrandomi la potenza della sua presenza, della sua santità. Non avrei mai pensato che lui avesse voluto questa opera che a me neanche per la testa mi era passata l’ipotesi e l’ha voluta perché la compagnia che mi aveva fatto continuasse attraverso di me a quanti per il mondo sono “immondezza”. Questo ospedale è per me la verifica quotidiana di quella compagnia, di quella corrispondenza al mio, e dei miei ammalati, bisogno di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza. Bisogno che le centinaia di mail che ricevo mi ricordano ogni giorno. “E di fronte a Gioele è evidente per me che è un Mistero, perché non è nelle nostre mani, ma mi chiedo perché tanta sofferenza? Perché Dio che ci fa lo permette? Come non viverlo solo come un’ingiustizia? Come può la vita avere senso anche così? Come si può stare di fronte a I….. ? E per lui cos’è il centuplo? Mi viene in mente l’apostolo Pietro che disse “Tu solo hai parole di vita eterna, se andiamo via da Te, dove andremo?” Ma a volte non mi basta, mi sembra una consolazione, cosa l’ aiuta e le permette di vivere tutto ciò diversamente? Cosa vuol dire quando dice che in loro vede la Presenza del Mistero che per lui sono Gesù che è il Paradiso qui in terra?”

(il miracolo di Celeste continua : ora, dopo tante sofferenze, sorride al fotografo mentre gioca)

Sono le domande drammatiche di una mamma davanti al bambino che soffre incessantemente…e sono mille le domande simili che mi fanno ogni giorno per mail da ogni parte del mondo.

E non potrei rispondere senza partire dalla mia vita, dal mio nesso con la realtà che tutti i giorni mi interroga, mi rimanda al Mistero di cui consiste, tutto consiste. Ma sarebbe astratto tutto questo se non partissi dal Crocifisso che mi guarda nella mia scrivania, che abbraccia l’intero ospedale con le sue enormi dimensioni. La parete della clinica che da sulla palestra sostiene un enorme crocifisso lì fuori per ricordare a tutti la Sua Presenza reale nelle 27 persone che occupano le camere nell’attesa di morire.

Il Crocifisso, il Risorto, la Chiesa, la comunione dei santi, il corpo mistico di Cristo sono il contenuto di ogni dolore, di ogni gemito, per cui quando il piccolo Victor geme tutto il corpo di Cristo, io, te, vibra di quel dolore redentore, quando Celeste sorride tutti noi sorridiamo. Guardare l’ammalato attraverso l’Ostia che porto tre volte al giorno in processione è scoprire, vedere, toccare con mano il sacrificio Pasquale, che si rinnova continuamente nella nostra vita. Il perché, i mille perché entrano nel cuore dell’io, che coincide con il suo desiderio di felicità, di cui il dolore, sembra una contraddizione, è la condizione per raggiungerla. Certo se non partissimo dall’incontro con Cristo, visibile nel Primario, nel medico, nell’infermiera, ecc.. dal modo con cui guardiamo l’uomo che soffre, dire queste cose è impossibile. Non si può vivere il morire senza essere afferrati dal Suo sguardo. Però, anche stamattina, quando dopo aver terminato la processione mi hanno urlato “Edith è morto”, gli occhi di tutti si sono arrossati, ma la certezza che lei era già di fronte a Cristo, alla Sua Misericordia, ci ha riempito di letizia. L’avevo appena benedetta con l’ostensorio e i suoi rantoli si mescolavano con il “T’adoriamo Ostia Divina, t’adoriamo Ostia d’amor”. Muore subito…ed era giovane, “mangiata” dal cancro, però non un gemito, non una espressione di disperazione. Se n’è andata mentre i figli, piangendo, la guardavano già nell’abbraccio di Gesù.

Vivere il morire: ecco questo è il punto. E solo la realtà, che come dice S. Paolo è Cristo, lo permette e allora tutte le nostre domande incontrano nel Crocifisso, nel Mistero Pasquale, la sola risposta. Mistero a cui Cristo, la compagnia, ci educa continuamente, facendoci vivere la memoria attraverso i sacramenti, la liturgia, la compagnia.

Con affetto
P.Aldo

Sunday, December 07, 2008

AMICI CIOE' TESTIMONI

(padre Aldo Trento, coi suoi bambini della parrocchia San Rafael di Asunciòn, durante il grest estivo)


Un commento dell'amico Alessandro, sul suo bellissimo blog "Amici di Simone", alla lettera di padre Aldo pubblicata anche sul mio, mi offre spunto per una riflessione personale.
Qual é il rischio di fronte a testimonianze così forti, come queste che ci arrivano dal Paraguay ?
Il primo é l'indifferenza, né più ne meno ciò che fanno i nostri media occidentali, censurando ostinatamente la cronaca bianca, ritenendola non interessante, incapace di fare notizia, o, peggio, persino fastidiosa nella propria intrinseca e contagiosa positività.
Ma un rischio ancora più grande é che chi é in grado di riconoscere il bene possa sentirlo lontano da sé, non applicabile alla propria vita.
Scrive Alessandro, riferendosi al "miracolo" dell'opera di padre Aldo: "Veramente un miracolo! Più miracoloso è il fatto che uno come me possa dire "anch'io voglio vivere così, con questa tensione e questo sguardo al Mistero" e non dire solo "pero' che bravo sto Padre Aldo...".
Ecco, proprio questo é il punto, l'unica cosa davvero importante.
Il fatto, cioé, che un avvenimento così riguardi seriamente la mia vita di ogni giorno.
Scrivo queste righe all'indomani di una delusione personale, vissuta sul mondo del lavoro e fatta d'incomprensione sul mio operato, cioè di piccola ma sensibile persecuzione.
Il rischio che un fatterello così aumenti l'ira, scoraggi, distolga l'attenzione da ciò che conta, insomma, abbassi la "tensione" e "lo sguardo al Mistero", é un pericolo troppo grande perché possa essere preso sottogamba.
Ma é ancora padre Aldo a tracciare la strada, ad esempio quando parla del suo incontro con Don Giussani: "Lui mi ha abbracciato dicendomi: "la tua vocazione ti ha portato dentro una storia grande!". E mentre io volevo raccontargli tutti i miei problemi e i miei dubbi, lui mi ha detto una cosa importantissima: "Dio ti abbraccia non nonostante ciò che ti succede e nonostante il tuo limite, ma dentro ciò che ti succede, ti afferra dentro il tuo limite". Quella di don Giussani é una posizione sconvolgente, se penso a tutto il moralismo di tanti tra noi sacerdoti. Così lui mi accolse e mi prese con sé, dandomi sempre paternità, giudizio e amicizia" (1).


Quella paternità é ciò che a volte cerco affannosamente, specie quando le cose vanno storte (proprio come il fatterello di questi giorni!) e si dispongono nella vita come io non vorrei. Ancora, qualche giorno fa, ripassare davanti alla tomba del don Gius, al Monumentale, era questo tipo di ricerca, unendo ad essa la preghiera intensa capace di colmare la difficoltà di non poter unire quel gesto al pellegrinaggio da Chiara Lubich, colei che mi é madre, ma che fisicamente si trova a Rocca di Papa e quindi non raggiungibile come lo é il don Gius, magari al mattino presto, all'indomani di una notte di guardia in ospedale.
Ma a questi gesti, sempre capaci di donare pace e significato alla mia esistenza, oggi si é aggiunta una consapevolezza in più.
Ed é quella che incontrare testimoni, cioé amici, implica la certezza che di quella testimonianza e di quell'appartenenza fai inderogabilmente parte anche tu, con tutto il tuo vivere, senza che nulla di ciò che ti accade debba esser censurato.
Questa responsabilità e questo sentirmi implicato é il nuovo vigore della mia giornata.
Non perché oggi mi senta migliore di ieri, ma perché la nuova consapevolezza é, come diceva il don Gius, che "la mia responsabilità é per l'unità, fino alla valorizzazione della minima cosa buona che c'é nell'altro".
E' una misura d'amore quella che mi contraddistingue, Amore per la mia persona innanzitutto - appartengo a Cristo! - ma che si riverbera verso la Sua presenza in ogni fratello che mi si para innanzi.
Ma tutto (com'é importante questo!) dentro quel limite, "dentro ciò che ti succede", perché Lui "ti afferra" dentro lì.
In questo il mio quotidiano viene salvato anche oggi, anzi oggi più di ieri.
L'avere intorno amici, cioè testimoni, come padre Aldo, come Alessandro, come tanti altri ancora, non fa che tenere costantemente desto questo desiderio.
Cosa potrei desiderare di più?


Note:
(1) tratto da "Cronache dal nuovo mondo - Paraguay, la missione di padre Aldo Trento", di Roberto Fontolan, ed. San Paolo.

Friday, December 05, 2008

CRONACHE DAL PARAGUAY


Mi giunge oggi questa lettera di un amico: padre Aldo Trento, da Asuncion, Paraguay.
Commentarla significa sciuparla: preferisco posarla qui e lasciare che possa allargare il cuore ad altri - di passaggio da questo blog - così come é accaduto a me.
La metto a fianco d'immagini, un video che narra di un luogo che sa di paradiso, la parrocchia San Rafael, la "cittadella dell'amore in Paraguay".



Cari amici,
Siamo convinti o no che esiste la Provvidenza e che il principio dell'economia è il Santissimo Sacramento e l´Adorazione?
Questa mattina presto stavo con gioia, come tutte le mattine, davanti al Santissimo esposto, in adorazione, quando suona il cellulare: “Pronto sono padre Aldo”.
“Padre sono la deputata Olga Ferreira… desidero comunicarti che il parlamento ha votato all'unanimitá di portare il finanziamento ordinario della Clinica da 1.270.000.000 a 1.400.000.000. La tua amica ed “ex alunna” senatrice Zulma Gomez, presidente della commissione “salute” del Senato, ha vinto.  Padre sono felice e anche se é ancora notte, volevo comunicarti la mia gioia. Un abbraccio e buona giornata”

Chi ha orecchi intenda. Sono tornato davanti al Santissimo commosso, con le lacrime. Una volta ancora Lui ha risolto tutto, sì perché Lui e solo Lui è il Parrocco, l'economo, il direttore sanitario, il capo.
E pensare che la senatrice Zulma Gomez, quando era nostra alunna alla facoltá di medicina di Villarrica, per mangiare cercava nei rifiuti delle immondizie qualche pezzo di carne. Che grande storia ho vissuto con lei, povera ragazza con 4 figli a 25 anni sola, e adesso é quello che é.
E per di piú se avessimo chiesto 2000 milloni invece di 1.300 lei li avrebbe ottenuti tutti. Mi ha detto: “il prossimo anno, padre Aldo, mi arrangio io a fare le domande al Parlamento e chiederó 2000 milloni. Significa 400.000 dollari”
"Con questa somma copriamo il 60% delle spese ordinarie della Clinica.  Mentre la nuova Clinica ci costa 1.300.000 dollari, che la Provvidenza certamente anche attraverso di te ci fará avere”.
Ieri sera c´è stato qui con noi il vicepresidente della Repubblica, Dr. Franco. Ha partecipato alla Messa, letto la lettura, ha vissuto con allegria l'atto conclusivo della scuola e ha mangiato con i miei bambini.
Ha detto “ma Padre, qui si vede cosa vuol dire educazione…non ho mai visto una cosa simile”.
Davvero Giussani é vivo e il rischio educativo é palpabile, presente… prenderlo sul serio cambia tutto e tutti.
Grazie Gesú e Madonnina cara per questi regali.
Peró senza dolore, senza adorazione continua tutto ció sarebbe impossibile. 
E´Lui, solo Lui che fa….CHIARO!
L´universitá serve ma solo dentro questa posizione, questa certezza.
Con affetto.

Padre Aldo


Saturday, November 01, 2008

TO BE A SAINT IN THE CITY



"(...) Victor non è riconducibile alla sua dolorosissima malattia, perché è Cristo. E allora se è Cristo, capite che è il Paradiso qui in terra. Io non posso stare senza contemplarlo, perché è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili. Certamente senza prendere sul serio la vita, come ci ricorda Giussani nel Senso Religioso citando quel pezzo di un dialogo fra Richard e la vecchina nonna Henry, è impossibile riconoscere in questi fatti la grande Presenza, il Mistero che da senso e bellezza a tutto…  Quando lo si riconosce come mi ha detto l’altro giorno Cristina, la giovane mamma di una delle casette di Betlemme, con 14 bambini da 0 a 11 anni: “padre, da quando Dio mi ha tolto le mie uniche due figlie del mio matrimonio. Nageli di 6 anni e Natali di 9, e mi ha chiamato ad essere madre di tutti questi bimbi ho capito che per me essere madre significa non possedere mai i miei figli. Ogni attimo li guardo, li amo immensamente, ma so che non saranno mai miei e che prima o poi se ne andranno. Ma questa è la mia vocazione. Mi tortura il cuore, però se Gesù vuole questo è anche vero che mi ha regalato un vero cuore di mamma: farli crescere e poi lasciarli andare seguendo il disegno buono di Dio... ed io rimanere ogni volta a ricominciare e pregare”.  Questa è la santità."

(dalla lettera di padre Aldo Trento del 22 ottobre 2008)


Post Scriptum
grazie all'amico Renzo Cozzani, che oggi, giorno di Ognissanti, mi ha mandato questo video del Boss...

Tuesday, October 14, 2008

SCUOLA DI MEDICINA


Nel luogo dove io lavoro - in ospedale - si svolgono spesso riunioni.
E lì si parla di casi clinici e di organizzazione, di carichi di lavoro e di costi.
Peccato che non si parli mai di ciò che conta veramente, perché darebbe molto più senso alla mia giornata, spesso complessa e faticosa.
Ma, per fortuna, in questi giorni c'é padre Aldo Trento, che di mestiere fa il sacerdote in Paraguay, ma che si occupa così bene di ospedali che vorrei fosse il mio direttore generale.
Anche se, forse, non accetterebbe mai un ruolo del genere, perché - come ci spiega bene nella sua ultima lettera - lui il direttore generale ha già capito da un pezzo che é un Altro.

Già, le lettere di padre Aldo.
Ne arrivano parecchie in questi giorni e così noi, suoi amici, non possiamo che farcene felici.
L'ultima, poi, ha tutta l'aria d'essere una di quelle lezioni che all'università non mi hanno mai fatto.
Peccato, perché, quando studiavo, avevo tanta voglia d'incontrare gente così e invece non mi é mai capitato. Ma ad imparare c'é sempre tempo ed a me, nonostante i capelli grigi, la voglia di andare a lezione non é ancora passata.
E allora grazie padre Aldo, per tutto ciò che vivi e ci comunichi.
Ecco qui qualcosa del suo ultimo scritto:

"(...) nella mia clinica il direttore generale é il Santissimo Sacramento. Dio mio se tutti, o alcuni per lo meno, capissero che gli ospedali rischiano di essere dei frigoriferi solo perché non si mette il Santissimo Sacramento ben visibile come direttore generale. Mi chiedo: perché perdere un sacco di tempo a parlare di riforme sanitarie senza capire che l'unico problema delle riforme é che Cristo rioccupi il posto che gli compete? Siamo testardi come gli economisti che in generale non capiscono mai che il principio dell'economia si chiama "Provvidenza Divina". Ma perché é fallita quella banca americana che ha messo in tilt l'economia? Perché la Divina Provvidenza non esiste più nelle coscienze, neanche come sostantivo. (...)
A un ammalato che può interessare un ospedale in cui non accade ciò che accade nel mio ospedale, che é un'ipotesi altamente positiva per affrontare tutto?
Capite che quando si parte da un'ipotesi positiva é conseguente che nasca un'ospedale come questo, perché qui ciò che accade non é l'esperienza della morte, ma del destino, del Mistero che fa tutte le cose. Qui il Mistero é chiarissimo. Io lo vedo guardando gli ultimi sospiri del moribondo, affannosi fintanto che il Mistero lo prende per mano e se lo porta con sé, lasciandomi vedere nel volto bello del morto, pieno di pace, il segno della Sua Presenza.
Insomma termino, perché altrimenti vi stancherei, mentre io vibro, raccontando queste cose.
Un abbraccio,
padre Aldo"


(la parrocchia San Rafael, ad Asuncion, Paraguay, al cui interno si trova una clinica per malati terminali, un asilo, un centro di distribuzione di beni per i poveri, un centro culturale, ed altro ancora)

Monday, October 06, 2008

VINCOLI DI GIOIA




"Il giorno per me incomincia alle 5 del mattino e termina alle 23. Sono un po' stanco, lo ammetto, ma Gesù é con me tutto il giorno, tutti i giorni, così che tutto é più semplice e bello"
(padre Aldo Trento)

Basterebbe una frase così, l'incipit della lettera di padre Aldo Trento, pubblicata da Avvenire il 1 ottobre (leggi il resto dell'articolo qui o sul bellissimo blog degli Amici di Simone) per vivere bene la propria giornata, dovunque ci si trovi.
Ma conviene andare più in là e fare propria una storia, la sua, che sembra di ordinaria follia.
Sembra, perché invece, quella di questo sacerdote - che vive in Paraguay da 19 anni, dirige una clinica per malati terminali e si occupa di famiglie e di educazione - é storia ordinaria, perché lui é la persona più normale che ci si possa immaginare.
Così normale che, quando tutto ebbe inizio, il primo a non credere in se stesso era proprio lui, schiacciato dalla depressione, una malattia sempre più frequente e così atroce perché toglie la speranza.  Una speranza che pareva svanita, ma che rifiorì in un abbraccio, quello con Don Giussani. E quando il don Gius, dopo averlo amato fino in fondo, gli dice vai, sei pronto, lui si fida e parte per il Paraguay, dentro quell'abbraccio e sicuro di Colui che fa nuove tutte le cose. L'uomo spogliatosi di tutto, rinasce nuovo e l'annuncio - un seme marcito nella terra - ora dà frutto cento volte tanto. 

Mi sento indegno a parlare di padre Aldo sul mio blog, ma non posso farne a meno.
Perché sono giorni che leggo e rileggo le sue lettere, dopo aver ascoltato la sua splendida testimonianza al Meeting e mille pensieri affollano la mia mente, nel vedere spunti continui per la mia vita, la mia povera vita di ogni giorno.
E ce n'é uno, in particolare, che mi affascina più di tutti gli altri: quello dell'adesione alla realtà.
Basta un po' di coraggio, anche quando ti sembra che ti manchino le forze, ma lo sforzo di un'obbedienza così, tutti i momenti, é quello che rende la vita valevole d'essere vissuta. Proprio come dice lui in quella lettera : "(...) mi piace pensare che tutto questo bel "casino" che la Provvidenza ha messo in piedi ad Asuncion non esisterebbe se non avessi cercato in tutti i modi di obbedire alla realtà".
Non sembra avere altro modo Dio, di affascinarci al Suo disegno, di rendere partecipe la nostra libertà, se non questo: metterci davanti a qualcosa ed a qualcuno, metterci di fronte la realtà.
Come quella di questi giorni, una crisi che pare aver messo in ginocchio l'occidente, crisi del capitalismo, ma che lascia intravedere, sullo sfondo, una crisi ben più profonda di valori.
L'hanno già preso in giro in molti, ma oggi Benedetto XVI ha detto la cosa più saggia che abbia sentito da molti giorni a questa parte e cioé che il denaro passa e solo la parola di Dio resta.
Ma tant'é, la gente é strana e spesso s'infastidisce a sentirsi dire cose vere.
Anche i miei figli a volte fanno così, quando li sgridi e in cuor loro sanno che hai ragione, ma non lo vogliono ammettere.
Il fatto é che siamo tutti uguali, tutti recalcitranti, sempre pronti a sfuggire la fatica, credendo sempre di saperla più lunga. Ma basta poco, in fondo ed é lo spazio di un istante: ti accorgi che alla fine c'é Uno che é sempre lì, pronto ad aspettarti; Uno - come dice padre Aldo - che ti fa dire che "tutto é più semplice e più bello".


Questa sera, quando l'esame di coscienza della mia giornata s'avvicina, guardare in faccia la realtà e desiderare l'obbedienza al Vero rimane la sfida più affascinante che ci sia.
Obbedire alla realtà, nel condividere gioie e dolori degli amici e di chi ti passa accanto.
Nel dire sì alla circostanza scomoda e inattesa.
Nell'aderire ai successi ottenuti - e magari attesi! - ma solo nel momento in cui ti sei fatto capace di metterli nelle mani di un Altro, perché non sono tuoi: é a Lui che appartengono davvero.
Un sì che é sentir te stesso servo inutile, ma strumento prezioso alla Sua opera.
Un sì nel sentirti - lo volesse il cielo! - stanco alla sera per aver troppo amato...
Un sì, alla fine del giorno, che si fa povero di ogni cosa e si addormenta - felice finalmente - nel sentirsi legato a mille vincoli di gioia, come in quella frase di Tagore che l'amico Factum ha messo in cima al suo blog:

la mia liberazione non é nella rinuncia, 
sento l'abbraccio della libertà in mille vincoli di gioia