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Monday, January 10, 2011

NIGHT VISIONS



Night Visions
One year at a glance, all along the music of my dreams

Si era svegliato all'improvviso mentre sognava d'essere a New York City. Conosceva così bene quella città, anche se non vi era stato mai. Provò a trastullarsi ancora per un po', in quello strano limbo che era il dormiveglia del mattino, luogo dove realtà e fantasia si mescolavano in quel modo così sfacciato. Non aveva troppa voglia di ritornare alla realtà. Era stato un anno duro, quello, ed ogni giorno sembrava troppo difficile da vivere di nuovo. Anche se sapeva che, una volta svegliatosi ben bene, avrebbe ripreso ad intravedere il disegno buono, quello che lega come un filo rosso le cose tra di loro. Quel filo sembrava ricomporre un vestito nuovo, più bello e luminoso dell'abito di prima; ma scucire il vestito vecchio di dosso gli aveva fatto male.
Provò a tornare nel suo limbo per un po', cullandosi lungo la musica che l'aveva trafitto e attraversato, lungo quell'anno che se n'era andato via da poco. E si riaddormentò, ritrovandosi ancora per un po' nelle vie di quella metropoli misteriosa e trasparente.

Una chitarra acustica, violenta ed allo stesso tempo aggraziata; un fingerpicking deciso, a far da sottofondo ad una voce acuta e squillante, nati entrambi accovacciati in qualche posto, in mezzo ai vicoli stretti di Gamla Stan, attanagliati dal freddo e dal ghiaccio e poi volati via, fino ad altre strade, anch'esse ricoperte dalla neve, ma larghe e scaldate dalla folla e dalle auto di una città alla ricerca di un Greenwich Village che non c'era più. The Tallest Man On Earth aveva dolcemente riscaldato le sue mani ed i suoi piedi intirizziti dal freddo, The Wild Hunt l'aveva ricondotto fin lassù, un ragazzo e una ragazza abbracciati, gli stivali nella neve, i palazzi sullo sfondo, un vecchio furgoncino parcheggiato lungo la via.
Poi un'altra chitarra l'aveva bruscamente riportato via, fino ad East New York, il posto dove non dovresti mai stare. Poliziotti lungo la via, sguardi lanciati dentro la sua auto con fare minaccioso e quella chitarra che continuava a suonare così strana. Ma come cavolo faceva Neil Young a tirare fuori dei suoni fatti in questo modo? E quel titolo bizzarro, Le Noise, mezzo francese e mezzo inglese, che poi ce ne fossero in giro di rumori fatti così bene. Suonava come un ornitorinco, aveva detto qualcuno, quel ragazzotto di sessant'anni che aveva ancora voglia d'indossare la sua camicia ed i suoi jeans e di dire all'America qualcosa.
Ma se ne doveva andare in fretta da quel quartiere, così girò l'auto in qualche modo e si ritrovò indietro, lungo avenues larghe e più rassicuranti. Parcheggiò la macchina e si mise a camminare; lo fece a lungo, finché arrivò a vedere il mare. Si appoggiò alla balaustra del ponte e si mise a fissarlo. Il mare, d'inverno, gli faceva sempre un po' malinconia. I Midlake e John Grant avevano provato a raccontargliela nel profondo, ma lui non ce l'aveva fatta ad ascoltarli. Troppa tristezza e lui non era riuscito a sostenerla fino in fondo, così aveva deciso di spazzarla via. Forse ci sarebbe voluto il coraggio degli altri, ma non gliene importava troppo, in fondo, preferiva evitare di percorrere sentieri troppo pericolosi per lui. Così aveva preso con sé le dolci melodie di una donna e con quelle si era infilato di corsa nel piano bar più vicino sulla strada, pronto ad annegare i suoi pensieri in una calda tazza di caffé. Natalie Merchant, lei sì che aveva le chiavi per entrare nel suo cuore. Canzoni e poesia, musica e letteratura insieme, un disco - Leave Your Sleep - tutto da leggere ed ascoltare, anche se lui, il suo sonno ed i suoi sogni, non voleva saperne di lasciarli andare. Tant'é, se ne rimase lì al caldo per un po', poi quando si sentì di nuovo a posto, uscì fuori all'aperto. L'inverno, come d'incanto, aveva lasciato il posto al sole ed una piacevole brezza estiva sembrava avvolgere ogni cosa. Là, vicino al parco, si era radunata un bel po' di gente ed era ancora una donna che cantava. Accompagnata ora dalla sua chitarra, ora dal piano, la sua voce era sensuale e dirompente. Un nome d'altri tempi e d'altri luoghi - Terra Naomi - mentre una canzone dal titolo esaustivo - Go Quietly - dava al suo passo il ritmo giusto per andare. C'era un bel po' di gente, intorno, ad ascoltare, così aveva cercato un tavolino anche per sé e si era seduto per un po'.
Da quel posto, un bel po' di tempo fa, si potevano scorgere le Twin Towers, laggiù sullo sfondo. Ora tutto questo non c'era più. Ma si ricordò che un giorno aveva visto qualcosa capace di rompere il dolore che ora stava tutto intorno. Un gruppetto di uomini, camminare ora cantando, ora in silenzio ed in preghiera, dietro a una croce che, dal ponte di Brooklyn era arrivata fin lassù, a Ground Zero, come chiamavano adesso quel luogo di pianto e stridore di denti.
La ragazza aveva smesso di cantare ed era andata via. Anche tutta la gente sembrava essere svanita in un istante. Come al solito, la musica aveva portato troppo in là tutti i suoi pensieri. Frugò nella borsa, alla ricerca dei suoi libri o di un giornale, non aveva ancora voglia di alzarsi ed andarsene via da lì. Trovò un disco, ah già, eccoli qua, anche loro, quelli della Nazionale. Come gli erano piaciuti anche questi, lui che non li conosceva ancora. High Violet era un gran bel disco, ma lui era andato a scoprire anche gli altri, quelli che parlavano di tristi e sporchi amanti e di strani alligatori. Fortunato lui, che li aveva scoperti prima che fosse troppo tardi.
Nella borsa c'erano altri dischi e accidenti forse era per quello che pesava così tanto; mannaggia a lui che non riusciva mai a mettere tutta la sua musica nell'iPod e preferiva averla ancora in quelle strane, scomode e squadrate scatole di plastica, che sembrava non interessassero più a nessuno. Queste due, poi, erano proprio grosse. Una se la tirava dietro da un pezzo, più di un anno di sicuro. The Live Anthology, c'era scritto sopra, come dire un'enciclopedia, portatela dietro tutta, che così saprai sempre il significato d'ogni cosa. E poi, di fianco a Tom Petty anche Bob Dylan, che poi, in fondo, quei due erano sempre stati culo e camicia. Quella, poi, pesava ancor di più: The Original Mono Recordings c'era scritto. Scoppiò in una fragorosa risata, chissà se c'era in giro ancora qualcuno che sapeva cosa volesse dire quella buffa parola: mono. Ma a lui non importava nulla di quello che gli altri non sapevano, lui ne conosceva bene il significato. C'era dentro tutta la New York City che non c'era più, tutta la musica e le parole che aveva sempre conosciuto. E, in quel momento, gli sembrò di non aver bisogno di nient'altro.

Lo squillo del telefono lo risvegliò bruscamente: "dottore, ha chiamato il pronto soccorso, hanno detto se può scendere che c'é un paziente da vedere". Non era più tempo di sognare, adesso: la realtà, sotto forma di un cuore fatto di carne, l'aveva richiamato bruscamente a sé. Mise su gli zoccoli e si fiondò rapidamente in ascensore. Faceva sempre fatica a saltare all'improvviso giù dal letto, ma non era infastidito, questa volta.
Mentre scendeva dal decimo piano, pensò a tutta quella buona musica che l'aveva attraversato quell'anno, musica che gli aveva scaldato il cuore. Come la vita, d'altra parte. Anzi era quest'ultima che, lungo quella colonna sonora, glielo aveva scaldato ancor di più. Anno di Grazia 2010, così l'avrebbe chiamato. E, dietro l'angolo, un anno nuovo che stava già correndo.
Era una gratitudine, quella che si faceva strada come sentimento prepotente del suo cuore.
E lui, la sua vita, non aveva più paura di donarla tutta.






Thursday, July 01, 2010

LEARNIN' TO FLY


Rieccomi un'altra volta qui. Di notte. In ospedale. Un'altra notte qui. E meno male che almeno c'é l'aria condizionata che come si fa a vivere là fuori, trenta e passa gradi già alle otto e mezza del mattino, che te ne andresti solo e soltanto al mare.
E invece questa notte sono di nuovo in ospedale, che poi é quel luogo dove tutti gli altri non vogliono mai entrare e dal quale, una volta dentro, non vedono l'ora di uscire. E questo cavolo di posto, sapessi quante volte sta stretto pure a me. Come quella volta che, parlando di lavoro, quel mio amico avvocato, ridendo, mi aveva detto : "sai, ho un amico che gestisce un circolo sportivo: i suoi clienti, quando entrano da lui sono sempre felici e sorridenti. I miei, invece, quando vengono da me sono sempre arrabbiati ed alla prese con un sacco di guai". Già, un sacco di guai, appunto. Esattamente come qua, in unità coronarica, o in pronto soccorso, qualche piano più sotto, che é uno di quei posti da dove non fanno altro che chiamarmi.
E allora vabbé, che davvero va bene lo stesso e poi c'é anche la macchinetta del caffé e lì davanti, alle tre del mattino, talvolta si fanno incontri strani ed intriganti, quelle robe che sanno di mistero e d'infinito e ti fanno sentire maledettamente vivo.


Questa notte, però, ho in mente altri pensieri. Ricordi di momenti in cui mi sono trovato dall'altra parte anch'io. Non é mica facile, per noi medici, provare a trovarci di là, dalla parte in cui si soffre. Non ci siamo abituati, noi sempre al di qua, alle prese con diagnosi, decisioni e terapia. Non che non sia dura, chissà se qualcuno riuscirà mai a capirlo, in mezzo a tutta quella gente che sta fuori, compresi alcuni che scrivono sui giornali e parlano di errori medici e quant'altro, trattando noi altri come se fossimo criminali. Ma sì, che invece tanti lo capiscono. Che è dura eccome fare questo mestiere con passione, superare le difficoltà, fare i conti con un continuo senso di pressione ed inadeguatezza. E che ci sono dei giorni che non ce la fai davvero più. Ma poi basta un sorriso, di un paziente o di un parente, per ritrovare l'Abbraccio di un Amore più grande, quello di Colui che non ti abbandona mai. Però essere dall'altra parte é davvero un'altra cosa. E quando ti ci trovi, quella dis-grazia diventa grazia e cominci a capire un po' di più lo strano lavoro che ti é capitato di fare.
Così, dicevo, ho ripensato a quei momenti, passati tutto il giorno in ospedale accanto ad una persona amata. Un ospedale non mio, una stanza d'ospedale dalla quale uscire ogni volta che entrava qualcuno - "può accomodarsi fuori per favore?" - fosse anche solo la donna delle pulizie, io che invece, quando entro in quelle stanze - quelle del mio, di ospedale - sono quello che fa uscire tutti gli altri, perché permesso, mi scusi, entra il dottore che deve visitare gli ammalati. E così, invece, eccomi lì, in quei momenti, stranamente solo ed indifeso, normale ed impotente come tutti, dentro quel mistero che si chiama malattia, una strana bestia che continuamente incontro e che ogni giorno mi fa diventare misteriosamente più uomo, perché mi fa capire che non ci siamo fatti da soli e che il nostro compito é solo dare una mano al Volto buono del Mistero.


Questa notte ho ripensato a quegli istanti, quando tornavo a casa solo alla sera, stanco, debole ed affranto, dopo tutte quelle ore passate accanto ad una sofferenza nella quale non ero, questa volta, protagonista a modo mio. Sofferenza da vivere sino in fondo, a cui partecipare in pieno. Sofferenza da offrire. Sofferenza per cui pregare. Sulla strada che portava a casa, immerso nel traffico dentro la mia auto, attraversando la città, potevo finalmente arrestare il correre del cuore e allora la musica di Tom Petty e degli Spezzacuori accompagnava dolcemente i miei pensieri. Quattro dischi dal vivo, una manciata di canzoni una più bella dell'altra, una Live Anthology che diventava quell'oretta in cui riprendere fiato, respirare, rimeditare tutto quanto nel profondo. E adesso, in questi giorni, quel disgraziato di rocker americano, il cuore ha ripreso a spezzarmelo un'altra volta, che Mojo é troppo bello per essere vero e dal lettore cd di quella benedetta macchina, proprio di uscire non ne vuole più sapere.

Ed ora, questa notte, sono di nuovo qui, a lavorare in ospedale, che poi, grazie a Dio, tra un malato e l'altro c'é sempre quella benedetta macchinetta del caffè. Questa volta, però, mi sono portato dietro pure il Mac, che, sempre tra un paziente e l'altro, voglio provare a fare qualche bella playlist su iTunes. Le devo fare perché così quelle liste le passo poi a mia moglie, che lei, che lavora in oncologia, domani le porta con sé in ospedale. Già perché là, in quella sala zeppa di poltrone dove gli ammalati fanno tutti insieme la chemioterapia, hanno messo pure l'impianto stereo ma - piccolo particolare - non ci hanno messo le canzoni. E allora ditelo pure a me, ci penso io, che ce n'ho un sacco di quelle canzoni, pronte a spezzare qualche altro cuore oltre al mio.

Dannazione, c'é il telefono che squilla, devo piantarla lì un'altra volta, come si dice in questi casi: è il dovere che chiama, non é vero? Ma poi ritorno, mica vado via. Sempre di corsa, che chi si ferma é perduto, tutti presi come siamo ad andare dietro ai sogni e alla realtà.
Ma io non ho paura di correre, sto imparando a volare, ho appena cominciato: é una folle e strana vita, questa, che ci troviamo a vivere con sempre più grande e affascinante intensità.
Dov'é che ero rimasto? Ah, sì, ecco, qui: "ladies and gentlemen, please welcome Tom Petty and The Heartbreakers": I'm learnin' to fly....