Friday, December 30, 2011

HURT AND BLESSED, HEART OF MINE

Dolore e benedizione bussano a braccetto alla porta del mio cuore.
Ho trovato una bella canzone, Johnny Cash, ed una bella frase, Benedetto XVI.
Entrambi sanno sempre come fare a ferirlo.

Buon anno a chiunque passerà da qui.

"L'uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?
Quando, in una prima fase dell'assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l'ordine dell'esistenza umana, si ha l'impressione che le cose funzionino ancora abbastanza bene, anche senza Dio.
Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l'uomo, nell'ebbrezza del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, "perde" sempre di più la vita.
La sete di infinito é presente nell'uomo in maniera inestirpabile. L'uomo é stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui"
(Benedetto XVI)

Sunday, December 18, 2011

IN UN FRAMMENTO, IL TUTTO

L'hanno fatto di nuovo. Mi hanno spostato un'altra volta la macchinetta del caffé. E stavolta l'hanno messa laggiù in fondo, in un angolo, incastrata tra tavoli e sedie ricoperti da teli impolverati, arredi di un salone d'ospedale che qualcuno sta aggiustando. Lavoro di operai, sincronizzato con quello di medici e infermieri, tecnici di laboratorio e portantini, umanità che corre, sbuffa, piange, ride, si abbraccia e si scontra in questo luogo senza spazio e senza tempo, dove si prova a rabberciare le ferite dei corpi, senza occuparsi mai abbastanza di quelle dell'anima.
Perché lo facciano - spostare in continuazione quella benedetta macchinetta del caffé - ancora non l'ho capito. Forse é per confondermi le idee, distogliere la mia attenzione su ciò che vale veramente, quello che mi tiene in piedi, alle tre del mattino come a mezzogiorno.
Il panorama e le luci della città, però, sono sempre al loro posto. Quelle non sono riusciti a toglierle, non ce l'hanno fatta con loro. E così sono finite a fare da sfondo a una finestra lunga, disposta davanti ad uno spazio enorme, tutto nuovo. Disposizioni anti-incendio, hanno spiegato. Già, come se bastasse. Creare un po' di spazio intorno alle ferite che bruciano per mettere tutto a posto, spegnere ogni tipo di fuoco. Le ferite di chi sta qui dentro e le altre, di tutti quelli che sono ancora fuori.

Ci sono un sacco di ferite in giro, se ne sente parlare in continuazione, anche adesso che é Natale, questo Natale che tanta gente dice di non sentire più. A dire il vero, non so se l'abbiano mai sentito prima. Ho una gran paura di no. Forse erano troppo presi a pensare a molte cose che non c'entravano nulla e così, adesso che cominciano a scarseggiare anche quelle, sentono tremare il terreno sotto i loro piedi.
Qualche giorno fa ne ho letta una veramente bella. Parlava del sogno di una giovane donna, sogno terribile. Lei si sveglia al mattino e corre dal marito. E' fragile e talvolta un po' insicura, come tutte le donne che aspettano un bambino. E dice che non riesce a capire quel sogno, ma crede che riguardi il figlio che sta per arrivare. Solo che quel figlio non lo nomina nessuno, anche se tutti corrono in giro da settimane a preparare quella che sembra una gigantesca festa di compleanno per lui. Lui però non c'é, non compare, non viene mai neppure nominato. "Sai Giuseppe? - gli confida tra le lacrime - Tutto era così bello e la gente così contenta, ma io avevo una gran voglia di piangere perché nostro figlio era completamente ignorato, non desiderato nella sua festa...".

Desiderio. Strana parola. Una di quelle che la gente oggi ignora. O che forse, invece, in qualche modo conosce ancora, ma ne ha perso di vista il vero significato. Cosa desiderare oggi? Di uscire dalla crisi? Di avere un futuro dall'orizzonte meno incerto? Di soffrire di meno e godere e divertirsi di più? Certo, a nessuno piace soffrire, ma il desiderio é qualcosa che ha a che fare coi bisogni e con il cuore, e che trascende il fatto che la vita debba passare a volte anche da una porta stretta.
Se il desiderio ha a che fare col bisogno, mi viene da pensare ad Uno che partiva sempre da quello per muovere ogni suo passo. Uno vissuto tanti anni fa, e che era nato proprio a Natale. Uno che partiva dal bisogno per poi condividere tutto l'umano con uno stile di vita proprio, che gli derivava da un rapporto d'amore: quello che viveva all'interno della Trinità. Perciò, alla fine, la domanda di pienezza e di felicità, costitutiva del cuore dell'uomo, finiva per avere un reale compimento. Ecco perché c'é un sacco di gente - me compreso - che rischia di non sentire più né questo né tutti gli altri Natali che verranno. Perché se non si parte da qui - il vero bisogno del nostro cuore - tutto si svuota di consistenza.

Ho preso il mio caffé, laggiù alla macchinetta, e me lo sono portato fino a qua, quella finestra lunga davanti alle luci della città. Toh, non me ne ero accorto prima, ma adesso ci hanno aggiunto davanti qualcosa. Un tavolino del soggiorno, ricoperto da un telo, e sopra le casette, la grotta ed i pastori. E' davvero tutta un'altra cosa adesso. Ora sì che il panorama mozzafiato di quassù comincia a rispondere ad un bisogno.
E' un piccolo frammento di gioia, quello che si fa strada, mentre il mio sguardo si sposta dalla città per soffermarsi su quel Bambino, piccolo e indifeso, ma capace di riscattare tutta l'umanità. Ed é come se, a poco a poco, anche i mille occhi che stanno laggiù, dentro tutte le case illuminate della città, convergessero il loro sguardo fino a qui, una piccola capanna, un frammento d'universo.
Ma in quel frammento c'é il Tutto ed io non ho bisogno d'altro per sentire che adesso davvero ogni cosa mi appartiene: "Tutto é vostro - diceva San Paolo - ma voi siete di Cristo e Cristo é di Dio".
Che bella avventura, l'attimo presente della vita.

Sunday, December 11, 2011

SAVE IT FOR A RAINY DAY


Continuava a piovere incessantemente. Ogni goccia infradiciava di continuo il suo corpo e i suoi pensieri, senza riuscire a lavare la mente da tutte le polveri sottili che continuavano ad inquinarlo sempre più. Quanto grande era la distanza tra quel che sentiva di voler essere e la sperimentazione del suo quotidiano fallimento, quella contraddizione chiamata peccato, che la società moderna aveva tragicamente svuotato di significato, lasciando l'umanità alla deriva di se stessa e rapinandola dal desiderio più grande che essa possedeva: quello della redenzione.

Quella sera non riusciva ad addormentarsi. Ogni volta era così: un desiderio irriducibile di tornare sui suoi passi, correggere pensieri, parole, opere ed omissioni, collimarle una volta per tutte alle intenzioni, quelle di cui é lastricato quel luogo dove é sempre pianto e stridore di denti. Eppure, poco a poco, stava cominciando a capire. Da pietra che rotola, cominciava a sentirsi finalmente uomo nudo sul palcoscenico della vita. Si stava svuotando un po' alla volta del suo orgoglio ed era doloroso, certo, ma gli stava facendo sperimentare il dolcissimo gusto della libertà. L'indomani sarebbe tornato su quei passi, ma solo per chiedere scusa dell'ira dei suoi gesti e delle sue parole. Avrebbe affrontato il conflitto, scacciato l'ansia che gli creava lo starci dentro, e provato a ricreare un frammento di fraternità. La forza, che sentiva di non avere, l'avrebbe chiesta ad un Altro. E quella sera, prima d'addormentarsi, la chiese anche a tutti gli amici che erano già lassù, quelli partiti troppo presto da quaggiù, quelli che, perché viventi nell'abbraccio di un Padre, ora erano capaci d'amare d'un amore senza limiti.

Lacrime e gioia accompagnarono con stupore il suo cammino il giorno dopo. E fu sperimentare il già e non ancora: la voglia di verità e bellezza che abbiamo dentro e come essa debba tragicamente convivere con la capacità di far del male. Ma capì ugualmente che si può essere amici, cioé testimoni, anche dentro la contraddizione, perché é sempre e soltanto l'amore di un Altro che si fa strada da sé.
Le polveri sottili continuavano a sporcare gli abiti e la mente, ma ormai non gl'importava più, ora che una misericordia lo aveva abbracciato e poteva sentirne forte il suo calore.
D'ora in avanti l'avrebbe portata sempre con sé.
E avrebbe salvato ogni nuovo giorno di pioggia.


Friday, December 02, 2011

INNI


"Quand Sigur Ros joue, les volcans islandais font silence"


Sigur Ros é il nome dato ad un gruppo post-rock, recita l'onnipresente ed onniscente Wikipedia, Treccani degli studenti di oggi, ragazzi abituati a gestire l'enorme flusso d'informazioni presente oggi nella rete, spesso senza aver acquisito né il senso critico per valutarle, né una conseguente capacità di analisi e di concentrazione su qualcosa che duri più di un paio di minuti. Problema che riguarda anche gli adulti, d'altra parte. Si scorre tutto velocemente ed anche un blog diventa valido solo se si aggiorna quotidianamente, se acquista lettori in base al flusso, neanche si trattasse di FTSE Mib o Dow Jones invece che di narrativa. Il figlio di un mio amico, ottimo scrittore, ha un blog, dove pubblica un post al mese. Uno solo e non di più, perché - dice - altrimenti non riesce più ad applicarsi seriamente alla lettura ed alla propria scrittura, lui che scrive come minimo tre o quattro ore al giorno, perché scrivere é un lavoro come un altro e quindi bisogna continuare a praticarlo con impegno e serietà, ogni giorno. Un post al mese, che viene voglia di leggere più di una volta al mese. C'é da imparare da gente così.


Post-rock, dunque. E cosa vuol dire? Che il rock é morto? Già lo sapevamo. Epoche della musica come quelle della storia, moderna e post-moderna? Mah, argomenti di poco interesse, tutto sommato. Quel che conta é che la musica sia buona e basta. E l'ultimo disco del gruppo islandese, primo vero lavoro dal vivo della band, é cosa bella e giusta.
Dice il sito ufficiale che quello di Inni é una sorta di percorso a ritroso, una strada di ritorno dopo essere partiti ed arrivati a Heima, che sposta l'attenzione sui singoli musicisti e sul prodotto del loro stare insieme - la musica - dipinto con le sole tinte del bianco e nero.
E' davvero così. Se Heima ci aveva affascinato con il magico accostamento delle sonorità di Jonsi & soci ai colori suggestivi dei paesaggi delle terre del nord, allo stesso modo é il bianco e nero che serve ora a camminare lentamente, ma con intensità, lungo questo nuovo percorso così introspettivo. A corredo del doppio cd, un dvd con immagini dal vivo, anch'esse prevalentemente in bianco e nero e filmate con una tecnica di ripresa che intensifica le emozioni attraverso tagli ed inquadrature bizzarre o messe a fuoco inusuali. Si é costretti a concentrarsi sulla musica, lasciando perdere tutti gli orpelli che non servono a penetrarne i recessi più nascosti per raggiungerne il senso più profondo. E si finisce per identificare quella stessa musica con il musicista e il suo strumento, si tratti dello xilofono o della bowed guitar (la chitarra suonata con l'archetto) oppure della stessa voce, quando utilizza ad esempio il vonleska (hopelandic, nella lingua inglese), efficacissimo metodo - accentuato dall' eterea voce in falsetto di Jonsi - che perde di vista il testo per trasformare le parole stesse in suoni da accoppiare alle melodie degli strumenti stessi.

In fondo mi sento un po' post-rock anch'io. Non m'interessano più gli stereotipi, le enciclopedie od infinite recensioni storico-biblio-musico-saccentografiche sparpagliate ormai un po' dappertutto. Mi appassiona sempre più ciò che riguarda la vita, musica che sia in grado di farmi aggrappare alla realtà, circostanze abbracciate e capaci di muovere l'anima ed il cuore, cuore attaccato dove deve stare, sul disegno del Volto buono del Mistero che ha a cuore sempre e soltanto il nostro bene.
Poco importa poi che questo accada mentre le note della musica fuoriescono dallo stereo dell'auto, riuscendo a trapassare anche la nebbia più fitta che la circonda al mattino, oppure nel profondo della notte, quando tutto ormai si é addormentato intorno a te ed al tuo sonno mancano ormai solamente le preghiere e l'ultimo esame di coscienza del giorno.
Un inno é qualcosa che nasce da quello che ti é maturato dentro e che ha fatto uscire gratitudine e gioia, desiderio e speranza che poggia su ciò che non muore. Musica come questa ci riesce, che poi si tratti di rock o post-rock é solo un dettaglio.
E' di anima che si tratta. E questo mi basta.

Tuesday, November 22, 2011

SHELTER FROM THE STORM

Ecco, é solo questo, in fondo. Una canzone da far camminar da sola.
Le hai dato vita e l'hai lasciata andare, tutto qua.
Solo questo il trucco, così semplice il tuo segreto.
Un uomo nudo, lassù sul palco, senza più nulla da nascondere. Pietra che non rotola più, direzione di casa che non é più smarrita. Cercasti tutto il tempo quella strada, tu che eri nato troppo lontano dal luogo dove saresti dovuto stare. Ma ora, finalmente essa era là, rifugio dalla tempesta, attraente come donna dai bracciali d'argento ai polsi e fiori tra i capelli. "Laggiù, più avanti, uno strano mondo stava per svelarsi, un mondo tuonante, dagli spigoli taglienti come fulmini". Molti non capirono, o non vollero capire. Ma tu entrasti senza esitare, e noi con te. Thank you Bob.


Wednesday, November 16, 2011

TOGETHER THROUGH LIFE

Cosa sta accadendo ora, Mr. Jones? In questo lunedì sera, in un palazzetto dello sport prestato al rock e gremito in ogni ordine di posti da migliaia di altri mister Jones, ognuno con la propria storia dentro, da vivere e raccontare. Ciascuno alle prese col proprio lunedì, col giorno più bello della settimana - come diceva quel tale tempo fa - perché lunedì é il giorno in cui tutto reinizia ed ogni cosa riaccade.
Quando scendo dall'auto, ho in mente la copertina di un disco. Non c'é la neve e non ci sono le auto del Greenwich Village di New York, anzi c'é solo la grigia ed umida nebbia di Milano, che rischia di raggelare il cuore. Ma chi mi stringe sottobraccio e scende dalla macchina con me, quella metà del mio cuore che ha già scaldato da un pezzo l'altra, e continua a farlo in ogni istante, rende il parcheggio del forum di Assago il luogo più caldo ed assolato al mondo. Le due metà di un cuore, insieme ad un altro concerto di Dylan. Together Through Life.

E pensare che questa sera non dovevo neppure essere qua. Due biglietti cercati troppo tardi, amici sguinzagliati alla ricerca di ciò che non c'é più. Desiderio che diviene rabbia per l'occasione perduta e poi, piano piano, lascia spazio ad uno sguardo verso le circostanze che ti dice che non sei tu ad organizzare la vita, perché quella stessa vita non si lascia organizzare da te. Ed é solo allora, quando lo sguardo si muta in amore anche verso ciò che é scomodo e stretto, che il miracolo accade. Bisogna saper perdere tutto per ritrovare ciò che vale. E allora anche i biglietti del concerto di Bob Dylan e Mark Knopfler saltano fuori. Yes, I believe in magic e il sogno si tramuta in realtà: la magia di due sedie in tribuna d'onore e di un posto auto dentro al forum. E quando, col telefono, ringrazio ancora un'altra volta l'amico grazie al quale siamo qui, la sua risposta é un disarmante "grazie a te per la tua amicizia". Together Through Life - appunto - anche qui.

Ricordo quando, nel 1979, uscì Slow Train Coming, il disco di Dylan della "conversione" alla fede cristiana, il disco fatto assieme a quel pezzo di storia del rock che porta il nome di Dire Straits. Decine di penne scrissero fiumi di parole, molte - come spesso accade - anche inutili. Io, che avevo solo orecchie per sentire, mi feci felice di quel lavorare assieme di Bob & Mark e, perché no, di partecipare di quel che Dylan aveva da dire e da dare, dentro quell'ennesimo pezzo di esistenza che aveva voglia di raccontare attraverso le sue canzoni.
L'amore per Dylan e per Knopfler ha continuato a camminare in tutti questi anni, due passioni a braccetto tra di loro, la gioia di poterli vedere sul palco ancora adesso, le rughe sul volto, i capelli di Mark che non ci sono più, andati via come la voce di Dylan, ma entrambi con la stessa voglia di rischiare la vita ancora là sul palco; loro due come ciascuno di noi, che rispetto a quel palco stiamo lì sotto, ma tutti uguali nel condividere l'avventura di una storia. Quando parte "Brothers in arms" non é nostalgia dei Dire Straits che si fa strada, ma solo un brivido che scorre sotto la pelle e che ti dice che in fondo é propro questo che siamo, tutti quanti: fratelli d'arme, nonostante tutto. Lo scrivo ad un amico, un sms sulle note della canzone, lui é appena un po' più avanti di me, lo posso vedere laggiù nel parterre. Non mi risponde subito, aspetta la canzone successiva a farlo: "On a speedway to Nazareth", mi scrive. Together Through Life, one more time.

Sul concerto di Dylan ho già letto e sentito tanto. Tutto e il contrario di tutto. Che Dylan ha ancora una bellissima voce, una nuova voce, un'altra di tutte le sue voci. O che di voce, invece non ne ha più. Che la band gira a mille, che Charlie Sexton l'ha rivitalizzata. O che invece questa degli Stu Kimball e dei Tony Garnier é ancora la stessa band di zombies che girava sino a poco tempo fa. Che il Dylan che suona la chitarra monoaccordo, l'armonica monofonica, le tastiere plinky plonk é inascoltabile. E che invece no, é Jerry Lee Lewis, é Robert Johnson, é - semplicemente - sempre e soltanto Bob Dylan. Che il suono di questa band é inascoltabile e che no, che diamine, é una fucina che sprigiona energia e passione.
Di tutto questo, al fondo, non m'importa nulla. Ho sentito i brividi lungo una Tangled Up in Blue dove l'uomo, inquieto, vagava per il palco convinto che a quel Mister jones stesse finalmente per accadere qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse. E mi sono accasciato sulla sedia davanti all'anticlimax di Spirit On The Water. L'ho guardato mentre cercava di ridar vita per l'ennesima volta ad una furiosa Highway 61 o ad una sempiterna Like A Rolling Stone. L'ho guardato, con tenerezza, quando ha alzato le braccia, neanche fosse, la sua, una recita del Pater Noster, alla fine dello show.
Non m'importa nulla, perché quel che mi sta a cuore veramente sono pezzi di strada percorsi assieme. Anche stasera ero qui, con Dylan, con Mark e qualche migliaio di altra gente. Pezzi di vita, cuori mescolati assieme, frammenti di reciprocità. Non c'é da scriverci sopra e neppure c'é bisogno di parlare. Solo di camminare insieme, lungo la strada che porta verso casa. Ain't talkin', just walkin'. Together Through Life.





Friday, October 28, 2011

HAPPY BIRTHDAY



Il primo post cinque anni fa, in quel moderno Moleskine che é questo blog, taccuino su cui annotare volti, luoghi, storie che ho incontrato, spesso semplici ma struggenti storie di comunione.
Non mi sono stancato di viaggiare, anche se un rispettoso silenzio di fronte a ciò che incontro é ciò che vorrei mi potesse contraddistinguere sempre più. Ain't talkin', just walkin', mosso da qualunque cosa o persona che, lungo la mia strada, mi ricordi che ciò che il cuore desidera esiste, senza tener conto del punto in cui ci si possa trovare lungo quella strada.
Saper riconoscere il Volto buono del Mistero mi affascina ancora, in tutte le vicende della vita ed il condividere quest'Incontro é l'unica cosa che m'importa veramente. Anche dentro pagine di un blog, che possono narrare di medicina, rock'n'roll, viaggi o quant'altro, ma che, al fondo, sono sempre e soltanto tensione a tener desti domanda e desiderio. E certezza che esiste sempre una speranza che non muore.

Stay warm, my friends, il taccuino rimane in tasca, pronto a raccogliere la scrittura di nuove pagine, ogni qual volta vi sarà qualcosa che valga forse la pena di raccontare.
Per tutti, poi, ci si rivede come sempre là: le long de la route.

Friday, October 07, 2011

TRE STORIE. E UNA CANZONE.


Mi ricordavo che l'avesse cantata anche lui. Il 27 agosto 1990, a Merrilville, sperduta cittadina dell'Indiana, Bob Dylan si era cimentato con un'improbabile Moon River. Fatta a modo suo, ma bella, struggente, eseguita con quell'esaltante garage band che aveva dato inizio un paio d'anni prima a quello che poi avrebbero chiamato Never Ending Tour. Di G.E. Smith, geniale chitarrista di allora, ho ancora oggi una nostalgia immensa. Garnier, invece, é sempre là, simpatico e inossidabile, ma sotto sotto inutile - non me ne voglia il buon Tony - che, in fondo, come ebbe a dire lo stesso Bob un giorno - "I don't give a shit who plays bass in the band". Vabbé, Moon River, si diceva. Mille miglia distante, la versione di Dylan, da quella di Audrey in Colazione da Tiffany, che con quello sguardo da cerbiatta, a cavalcioni sul davanzale, avrebbe fatto innamorare anche un sasso. Distante come lo é Dylan dalla Hepburn. Ma quella canzone, quella sera aveva un cuore. Uno sguardo rivolto lassù, dove Stevie Ray Vaughan era appena andato a raggiungere la band dove suonano già da un pezzo Jimi, Elvis e tutta quell'altra gente che ancora oggi ci manca da morire.





Ieri un altro Steve ci ha lasciato, quello che ha sempre pensato differente ed io, chissà perché, continuo ad avere in mente quella canzone.
Jobs sapeva due o tre cose sul dolore: ne parlò bene a Stanford, davanti ai neolaureati qualche anno fa, lui che alla laurea non ci andò mai neppure vicino. Quel discorso ha già fatto il giro del web e di tutto i media tempo fa, figuriamoci adesso, che diventerà il suo testamento spirituale. E allora, ieri sera, me lo sono andato a risentire anch'io, perché ci sono un sacco di passaggi che meriterebbero più di un pensiero su cui soffermarsi un po'.

Tre storie, raccontò quel giorno Steve. Tre storie per un'unica esistenza.
Quella di unire i puntini, per esempio, quelle faccende della vita che sembrano non riuscire mai ad andar d'accordo tra di loro: "(...) non é possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo guradando indietro. Così dovete avere fiducia che, in qualche modo, in futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro intuito, il destino, la vita, il Karma, qualsiasi cosa. Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita"
La seconda storia, poi, parla d'amore e di perdita: "Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare. (...) Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il vostro la vostra findanzata che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi; come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi".
E la terza storia, infine, una storia di morte: "Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore."


"La morte é la migliore invenzione della vita", disse ancora Jobs in quel discorso. Sei pazzo Steve? Perché nessuno vuole morire, c'é anche questo nella chiacchierata di Stanford. Come quel "siate affamati, siate folli" che lo concluse in modo memorabile, da fissarsi nelle menti quasi quanto quello di Martin Luther King, quel giorno così lontano della Washington Rights March.
Non eri pazzo Steve ed ora che sei arrivato, forse ti sono ancora più chiare anche quelle due o tre cose sul dolore che comunque conoscevi ed hai saputo raccontare così bene. C'é un Altro, un Amore più grande, che unisce quei puntini, il disegno di un ricamo che si chiama Destino, che il Volto buono del Mistero ha già tracciato e che noi non riusciamo mai a distinguer bene perché lo vediamo sempre da sotto, dove sta il rovescio. Essere nudi davanti al Destino, andare davvero dove ci porta il cuore, significa comprendere come la nostra vita sia nelle mani di Dio e che se amore e perdita andranno misteriosamente a braccetto, sarà nel nostro sì all'attimo presente della vita quel formulare il patto tra Creatore e creatura che solo é in grado di donare significato e gioia all'esistenza.
"Siate affamati, siate folli" hai detto quel giorno, Steve. "Sappiate osare d'essere santi e ardenti", ha detto il Papa qualche giorno fa. Non é poi così diverso, in fondo.

Ti penso nell'abbraccio di un Altro, Steve, arrivato alla casa del Padre dove arrivano tutti coloro che si sono redenti nella sofferenza, storie quotidiane che ho sotto gli occhi ogni giorno, camerette d'ospedale dove si raggruppano a due o tre.
Ed io, adesso, me ne torno alla mia Moon River. Perché anche una canzone può aiutare, in fondo. A ritrovare la diritta via che era smarrita, quella che si rischia di perdere ogni giorno, ad ogni istante. Ed a rimettersi nelle braccia dell'Amor che move il sole e l'altre stelle.

Tuesday, October 04, 2011

APPARTENENZA E LIBERTA'

Ne ho già scritto, di Audrey, su questo blog e ne riscrivo.
Scarsità d'idee? Tutt'altro. E' che oggi son 50 anni che é uscito questo film ed io non mi sono ancora stancato di guardarlo.
E la questione che la libertà vada a braccetto con l'appartenenza é una profonda verità.
Buona visione a tutti i romantici come me. E non solo.



"(...)Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa"
(Paul a Holly, nella scena finale del film)

Sunday, September 25, 2011

RIPORTANDO TUTTO A CASA

Cronaca di un weekend. Sulle tracce del nuovo arcivescovo nel suo ingresso a Milano.
Riportando tutto a casa.


C’è una frase, scritta su un poster, appeso sopra il tavolo di cucina, che rincorre spesso i miei pensieri. Parole sulle quali lo sguardo assonnato del mattino si sofferma, tra una fetta biscottata e una tazza di caffé e che narrano di Giovanni e Andrea che seguirono Gesù fino a casa sua, perché o Cristo era un’esperienza del presente, o il loro io non sarebbe stato mosso né cambiato. Ecco cosa sto facendo anch’io, in fondo. Seguire. Andare dietro ad un avvenimento, che oggi ha la forma dell’ingresso di un arcivescovo a Milano, ma la cui sostanza è far diventare esperienza ciò che mi viene dato ora, perché divenga bellezza e felicità per la mia vita di ogni giorno.

Si comincia nella “sala blu” della mia parrocchia, al venerdì sera. E c’è già da incontrare un pezzo del nostro cuore. Don Piero Re, il vecchio parroco, è tornato in San Protaso, a raccontarci del suo amico Angelo Scola. Della sua vita, del suo magistero, dei suoi compagni di cammino. E’ un racconto, il suo, intenso e appassionato, fatto anche di pezzi di vita condivisa, dettagli sul cardinale che non si leggono sui giornali e che servono già a far crescere un’affezione: “impareremo a volergli bene”, ci dice subito, all’inizio, ed a noi non viene voglia di fare nient’altro se non d’intraprendere un cammino d’affetto, quello che il cardinale, un attimo dopo essere stato nominato, ha chiesto ai milanesi assieme alla preghiera. Un’ora e mezza passa in un baleno e serve a ciascuno per conoscere un po’ di più chi sta arrivando in città. Le ultime parole della serata sono quelle di alcuni giornalisti che lo hanno conosciuto: “non attendetevi un manager, ma un pastore, che desidera solo testimoniare e diffondere l’attenzione a Cristo e proporre a tutti la fede cristiana come il sale che dà il sapore e la forza alla vita dell’uomo. E’ uomo di grande intelligenza e cultura, ma sempre affabile e semplice: accoglietelo senza pregiudizi, vi sorprenderà”.

Già, perché quella del pregiudizio è un’ombra che sembra essersi già allungata: dicono che ci sia chi non gradisce l’arrivo del nuovo arcivescovo e che si stia già ostacolando il suo cammino. E’ una vecchia storia, roba già scritta nel Vangelo e nella storia della Chiesa, che sa tanto di quella persecuzione prerogativa della vita dei cristiani veri. Ma Milano, domenica pomeriggio, non sembra avere intenzione di dar retta a costoro e riserva al cardinale un bagno di folla in piazza Duomo. I maxischermi inquadrano il suo volto sorridente, mentre, dopo essere sceso dall’auto proveniente da S. Eustorgio, attraversa la piazza fermandosi a salutare tutti quelli che può, fino all’abbraccio più importante, quello con Dionigi Tettamanzi; abbraccio così forte che quasi entrano tutti e due a braccetto in chiesa ed è una tenerezza che si fa strada sotto forma di brividi che scorrono sotto la pelle. Noialtri, già dentro in cattedrale, abbiamo udito la raccomandazione di non applaudire più, dopo l’ingresso in Duomo, fine alla fine della celebrazione, ma nessuno riesce ad ubbidire e l’applauso si ripresenterà, anche durante alcuni momenti della liturgia. E’ la Milano della sequela e dell’affezione che cresce a poco a poco, mentre quella del pregiudizio imbocca tristemente a ritroso la strada dalla quale era venuta. Nell’omelia, l’arcivescovo donerà molti spunti che sarà bello riprendere e far diventare parola vissuta. Cita il cardinal Montini e Cesare Pavese (“quanta gente sembra sopraffatta dal mestiere di vivere!”). Ma ciò che rimane nel cuore è un appello a ciascuno – “Ho bisogno di voi per svolgere il mio compito nella gioia”- e l’accorato augurio finale: “metropoli di Milano, illuminata, operosa ed ospitale, non perdere di vista Dio!

Quella parola - seguire - che guidò l’agire di Giovanni e Andrea, si riaffaccia ancora una volta nella mia mente, mentre l’auto, alla sera, percorre la strada che porta al lavoro. Un’altra notte in ospedale, un’altra notte lungo le mie torri di guardia. Spazio per pensare un po’ di più a ciò che ho vissuto. Sequela ed obbedienza, quella dovuta al nuovo pastore arrivato in città, cominciano a mescolarsi inesorabilmente ad una strana forma di lertizia. “Che vale la vita se non per essere data?” - dice Anna Vercors a Pietro di Craon, ne “L’Annuncio a Maria” di Paul Claudel - “E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”, aggiunge. Eccolo, il centuplo di questo weekend, sulle tracce dell’ingresso a Milano di Angelo Scola. E’ il desiderio di fare della propria vita un dono ed è quello che porterò via con me anche domattina, lungo la strada che porta verso casa. Un pensiero dolce, che s’insinua a poco a poco e che dice che ciò che il mio cuore desidera esiste: basta saper seguire docilmente la volontà di un Altro, nell’attimo presente della vita. Ed io, questa vita, non ho più paura a darla tutta.

Sunday, September 11, 2011

NOTTE DI SETTEMBRE

Hanno spostato la macchinetta del caffé. Ed al suo posto, lungo questo corridoio d'ospedale, sono rimasti solo muri e finestre, dipinti di nuovo ed illuminati a giorno, anche nelle ore più scure della notte. Un corridoio strano, silenzioso, dove i passi rimbombano nel vuoto.
E là, dove non c'é più la macchinetta del caffé, rimane solo la finestra dove un ragazzo é volato via.

Un'altra notte lungo le torri di guardia, un'altra notte d'ospedale. Notte di undici settembre di dieci anni dopo. Altre torri, altre vite volate giù anche allora.
Paura, venti di guerra, masters of war che non muoiono mai. L'uomo che sembra non voler cambiare mai.
Sono cambiato io?

Ricordo quel che disse Chiara Lubich all'indomani di quel giorno. Che il mondo, paradossalmente, tendeva ancor di più all'unità. E che la storia dell’umanità altro non era se non un lento, eppure inarrestabile, cammino verso la fraternità universale. Frasi da visionaria, per chi aveva il cuore troppo indurito per vedere. Frasi di sapienza e verità, invece, per chi, come Chiara, continuava come e più di prima a camminare lungo le strade dell'Amore.
Amore che, un giorno, mandò il Suo Figlio a sporcarsi le mani con noi.
Ed a lasciarci un testamento, che dice "Padre, che tutti siano uno".
Non vale la pena di vivere, per meno di questo.
Anche dopo l'undici settembre.


Sunday, September 04, 2011

UNA VIA D'AMICIZIA


Il fast food del Meeting é pieno di gente, come al solito. Un tavolo conquistato con fatica, ma un tavolo, da riempire con gli amici, alla fine si trova sempre. Lo Stefanone é seduto davanti a me, pacioso e sorridente. Poco più tardi me lo ritroverò anche sullo sfondo di una bella foto, il mio figlio più piccolo sulle sue spalle e, dietro, un titolo, che parla d'esistenza che si fa capace di diventar certezza. Me lo ricordo, Stefano, quando aveva quindici anni e adesso é un simpatico ingegnere di un metro e novanta, che quando ho un problema col computer me lo risolve sempre. E che quando ho visto per la prima volta un computer, lui era appena nato e accidenti al tempo che passa così in fretta. "Ma perché uno che non é di CL deve leggere Tracce?", mi chiede. Suo padre, il mio amico Paolo, mi guarda con un sorriso. "Spiegaglielo tu", sembra volermi dire con lo sguardo. "Ne hai uno davanti - gli rispondo - che ama quella rivista e non é del Movimento". "Vabbé, ma tu non fai testo - mi dice - il Movimento ce l'hai in famiglia". Già, come se bastasse. Non é mica questo il punto. Il punto, gli dico, é che, se non si sta attenti, siamo sempre alle prese coi pregiudizi. Giudizi, cioé, dati senza avere a cuore di provare a conoscerla, una famiglia. Ecco cos'é che ci frega sempre, perché la vera conoscenza presuppone il desiderio e l'amore, amore incondizionato per ciò che hai di fronte e ti sfiora nell'istante.
Ed é solo facendo così, solo con uno sguardo largo, carico d'amore, che puoi sperare d'afferrare qualcosa della Bellezza che ti passa accanto.

Quante volte sono già stato al Meeting? Non me lo ricordo più. Tante, certamente. Così tante che questo é un posto dal quale, alla fine dell'estate, non mi riesce più di non passare. Perché qui, ogni volta, inevitabilmente, é un nuovo inizio. E si sa che l'anno nuovo comincia a settembre e non solo per quelli che vanno a scuola.
Che poi, a scuola, in fondo abbiamo bisogno di andare sempre tutti e guai a chi crede d'aver già imparato e capito tutto. Anzi, io a quasi cinquant'anni, se ho compreso qualcosa é quanto sia sempre più grande il cumulo delle mie incertezze e fallimenti. Ma anche, per fortuna (o si chiama grazia?), di quanto ci sia sempre più Chi sostiene ogni giorno il mio passo.
Vabbé, sta di fatto che questa del Meeting é davvero una gran bella scuola. Fa venir voglia di rimettersi con nuova lena sui banchi di scuola della vita.

La prima isola di buona energia, che incontro lungo la mia navigazione, si chiama rapporti. Il primo giorno, quando attraversiamo la fiera di Rimini, troviamo un amico ad ogni passo. E' un soffermarsi continuo, che allarga, un po' alla volta, questo benedetto cuore, che, se non stai attento, rischia sempre d'indurirsi. Ogni volta é così - ci diciamo con mia moglie - tutti gli anni la stessa cosa. La prima cosa che ti colpisce del Meeting quando arrivi qui. Incontrare continuamente un pezzo della tua storia, dentro al volto degli amici a cui stringere la mano, da abbracciare dopo un po' che non ci si vede, con cui raccontarsi di come va e di come ciò che stai vivendo sta di nuovo rimettendo in pista la tua strada. Amici che, allo stesso tempo, sono tali perché son testimoni. Testimoni, se non altro, dello sperimentare che l'essere uniti nel Suo nome, genera la Sua presenza. E con Cristo che cammina insieme a noi, tutto, anche i corridoi della fiera, diventa davvero un'altra cosa.

Lungo quei corridoi, a un certo punto, incrocio anche padre Aldo. Sta parlando con Stefano Alberto, ma intorno, stranamente, non c'é nessuno. Basterebbe poco, mettersi un attimo in disparte ed approfittare, appena libero, per stringergli la mano. Ma non c'é tempo e forse non é neppure il caso: mia moglie e gli amici chiamano a sé e l'attimo fuggente scappa via. Lo ritroverò, comunque, padre Aldo, l'ultimo giorno, quello dell'incontro più importante; quello che spiega a tutti noi il titolo di un libro - "Ciò che abbiamo di più caro", dialoghi di don Giussani con gli universitari - ma anche l'essenza di ciò che sta a tutti a cuore.
"Chi sei tuo o Cristo - ci racconta con incredibile trasporto - che, a distanza di 22 anni, mi fai essere qui a dire che è vero quello che Giussani testimonia? Se sono qui è per testimoniare che non c’è nulla, nemmeno la follia, che possa impedire all’uomo di dire tu a Cristo. Solo adesso, dentro un lungo, faticoso, doloroso cammino, io posso dire che Lui, il mistero fatto carne in Cristo, è ciò che di più caro possiedo, perché tocco con mano adesso (ora, altrimenti non avrebbe più senso) che io, proprio io con la mia follia, sono ciò che è più caro per lui, per il mistero, per Cristo”.
Da questa esperienza del mistero, da questo riconoscimento ‘io sono tu che mi fai’, da questa drammatica letizia è sbocciata la coscienza del mio io. A pagina 286 del libro, in una lezione tenuta a Corvara proprio dal professor Borgna, si legge: ‘Mi ha impressionato il fatto che siamo tutti folli... non facciamo fatica a capire che l’equilibrio assoluto non ce l’ha nessuno. Da questa mancanza di equilibrio, di proporzione scaturisce quella irrequietezza di cui si parlava, che può andare a finire nell’angoscia’. Questa dissociazione dell’io, questa follia appartiene a tutti perché frutto, sono parole di don Giussani, del peccato originale”.
“Cosa mi ha salvato da questa mia pazzia, cosa ha ricostituito il mio io dissociato? Un incontro, non un incontro qualsiasi ma con qualcuno con cui ho sperimentato la stessa tenerezza di Gesù con Giovanni e Andrea, Zaccheo, l’adultera, la samaritana, Matteo. Un incontro mendicato, cercato disperatamente perché senza una libertà instancabile che grida, l’io non si muove: l’incontro con don Giussani, l’abbraccio di don Giussani. Mi ricordo il giorno, era il 25 marzo 1989. Rivedo gli occhi luminosi di quell’uomo mentre mi parlava di Cristo parlando lui con Cristo. Quell’abbraccio era l’abbraccio di Dio. Dal giorno di quell’abbraccio ho sperimentato la differenza tra l’essere figli e discepoli
”.
Quello di padre Aldo, alla fine, é un grido che sa di passione: “L’esperienza dell’abbraccio è una necessità, perché la vita non si impara: è ricevuta. È trasmessa da un padre. Mi ami tu? Un abbraccio che si trasforma in amicizia, compagnia, sostegno”.

Amici, cioé testimoni, al Meeting ce n'é ad ogni angolo. Come Veronica Asaba, per esempio, giunta sino a qui dall'Uganda. Il libro che racconta la sua storia - "La ragazza che guardava il cielo", di Alberto Reggiori - risulterà il più venduto. E sentendola parlare si capisce il perché. La strada che porta alla sua conversione non passa solo dalle stazioni della malattia (la sieropositività), della morte e dell'abbandono dei familiari, ma soprattutto da quelle, numerose, degli amici. Ancora loro. Quelli di Veronica sono gente che l'accompagna davanti al padre, solo per dirgli: "Noi siamo amici di sua figlia, vogliamo che sia felice e vogliamo accompagnarla verso il battesimo". E padre che, davanti ai testimoni, finalmente capisce e dona il suo permesso. “Padre, lascia che ti dica una cosa - sono le parole di Veronica, alla fine del libro - il regalo più dolce e voltarsi indietro e poter sorridere e guardare con tenerezza il dolore passato, che non è stato inutile. Beato l’uomo e la donna che possono voltarsi indietro e sorridere a qualcuno”.

Testimoni sono Marcos Zerbini e Paul Bhatti, che ti raccontano come si possa fare politica in modo nuovo, perché l'esistenza é diventata certezza di un Incontro. Paul Bhatti é un pakistano, già medico in Italia ed ora Consigliere del Primo Ministro del Pakistan per le minoranze religiose. Paul ha preso il posto di Shahbaz, suo fratello, ucciso da estremisti islamici nel febbraio di quest'anno. Legge il suo testamento, diffuso dalla stampa in occasione della sua morte. Roba già sentita? Macché, é roba che ti fa scorrere un brivido sotto la pelle anche se te la dovessero rileggere ogni giorno. "Mi é stato chiesto di porre fine alla mia battaglia - aveva detto Shabhaz - ma io ho sempre rifiutato, perfino a rischio della mia vita stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni, parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù". Senti Shahbaz e guardi Paul. Lo stesso volto, la stessa passione. Lo stesso cuore che desidera cose grandi. Anche a costo della vita.
E poi arriva Marcos, parla poco dopo Paul. Marcos Zerbini, chi é costui? Un altro politico? Anche, certamente. Ma c'é di più. Marcos parla alla fine. Del suo impegno nel parlamento brasiliano e non solo. Con sua moglie Cleuza ha fondato l’Associaçào dos Trabalhadores Sem Terra, che nel corso di pochi anni ha aiutato 100 mila persone ad acquistare un terreno ed una casa di proprietà. Il 24 febbraio 2008, di fronte a 50 mila persone, Marcos e Cleuza consegnano il loro movimento nelle mani di Julián Carrón, responsabile di Comunione e Liberazione. Lo sappiamo già un po' tutti, ma lui non ce la fa: sente il bisogno di raccontare di nuovo la sua storia. Ed é questo, in fondo, che abbiamo bisogno di sentire anche noi.
"E' stato grazie all'incontro col carisma di don Giussani - dice Marcos - che abbiamo cominciato a capire la nostra stessa vita. Abbiamo visto davanti ai nostri occhi, in un istante, tutto il filmato della nostra vita. Eravamo "impiegati di Cristo", ma oggetto del Suo amore. E' fondamentale fare esperienza di quest'amore e di quest'abbraccio. Solo così possiamo vivere la politica in modo adeguato. Solo così possiamo vivere il lavoro in modo adeguato. Solo così possiamo vivere il matrimonio in modo adeguato. Solo così possiamo vivere la vita in modo adeguato. Cerchiamo di ascoltare sempre di più il cuore, il sentimento e la gioia, strumento che Dio ci dà per capire il Vero, ciò che veramente ci corrisponde. Come dice Carron: "una bussola che ci mostra la strada sino a Lui".
"Grazie amici - finisce Marcos - per averci aiutato a costruire questa storia, affinché io e Cleuza potessimo incontrarla. Voi, amici, avete letteralmente salvato la nostra vita, aiutandoci ad incontrare il Volto di Cristo incarnato. Per questo vogliamo riaffermare il nostro amore, la nostra fedeltà a questa storia"

La storia di Marcos, in fondo, é la mia storia. Stessa gratitudine per un abbraccio. Stessa memoria di un incontro. Quello che feci, anni fa, con colei che sarebbe divenuta mia moglie ed i suoi amici, che risvegliarono in me un desiderio ed una nostalgia. Perché senza desiderio e nostalgia di tutto ciò che sa di bellezza, pienezza e verità, é difficile tirar sera senza lacrime e rimpianti. Quando li incontrai avevo messo dietro alle spalle da tempo la volontà di seguire le orme di Cristo dentro la sequela di una vita di comunità. Ma il fascino di un'amicizia mi riconquistò. E mi rimise sulla mia strada, dentro la Chiesa e dietro al carisma di Chiara Lubich e del suo Movimento dei Focolari. E' per questo che ciò che ho di più caro, oltre a Cristo stesso, é una foto che fa bella mostra di sé al centro del salotto di casa: quella di Chiara e di don Giussani che si stringono la mano, sullo sfondo della cattedrale dedicata al primo papa della Chiesa.
Ed é per questo che, come Marcos, non posso che essere grato, finché avrò vita, dell'aver incontrato Dio dentro una via d'amicizia. Gratitudine e memoria. Felicità di un centuplo già sperimentato quaggiù. Così ogni mattina, finché, l'ultimo giorno, come disse Chiara, vorrò anch'io arrivare davanti a Lui col "mio sogno più folle": "portarti il mondo tra le mie braccia".
"Padre, che tutti siano uno!"



Tuesday, August 23, 2011

CAHIERS DE FRANCE (13) - VIANDANTI


Il mio viaggio finisce dov'era cominciato: davanti al mare. Perché tutte le strade finiscono sempre davanti al mare. Mentre scrivo queste righe - carta e penna come una volta - il sole é caldo, le onde lontane e la gente é ancora a casa a dormire. Le prime ore di uno splendido mattino su una spiaggia della riviera ligure di Ponente. Il mattino, al mare, é il momento migliore, quando i dolori ed i fantasmi della notte se ne sono andati via e la speranza si riaccende, prima che, anche qui, il mondo si rimetta a correre e ad urlare.

Alla fine ho scoperto cosa significa, in bretone, Startijenn. No, come si pronuncia, ancora non l'ho capito. Ma il significato di questa parola é energia ed io, isole di buona energia, ne ho trovate davvero tante. Eppure la cosa più bella l'ho pescata una volta giunto a casa. Ed anche questo lo sapevo. Che tutte le strade, prima o poi, riconducono a casa. La cosa più bella - dicevo - l'ho trovata leggendo una frase di Benedetto XVI al milione di giovani della spianata di Madrid: "Non siamo viandanti verso l'abisso, verso il silenzio del nulla o della morte. Siamo pellegrini verso di Lui, che é la nostra meta e la nostra origine".

E allora adesso sì, che sono pronto per ripartire di nuovo ed ancora verso il mare. Il muso dell'auto, stavolta, puntato verso sud, una Rimini dove altre centinaia di migliaia di persone stanno già scommettendo su una nuova avventura.
Quella che l'esistenza possa diventare un'immensa certezza.

(6-fine)


Monday, August 22, 2011

CAHIERS DE FRANCE (12) - PIETRE VIVE



Accadde di notte. Fosse sogno o realtà, poco importa. Una notte d’autunno di quel lontano 708, notte poco tranquilla in cui ad Aubert, vescovo di Avranches, venne negato il riposo. L’arcangelo Michele lo scosse dal sonno, ordinandogli di trasformare in santuario il monte Tombe, isolotto di granito in mezzo alla baia più infestata dalle maree di tutta Francia. Inizia così la storia di Mont Saint Michel, il luogo più visitato del paese, tappa per secoli del perocorso di pellegrini, in cammino verso Roma o Santiago. I monaci benedettini vi giungono appena i duchi di Normandia hanno la compiacenza d’andar via ed é un nuovo inizio: l’abbazia romanica che viene su; poi è fuoco d’incendio, che costringe a ricominciare un’altra volta, e tutto, merletti di pietra ed archi rampanti, è sempre più proiezione verso il cielo: nasce la Merveille ed il suo splendore, spirituale e intellettuale, rischiara tutta la comunità.
Mont Saint Michel è ultimo lembo di terra normanna, ma guide di Bretagna e Normandia ne rivendicano ciascuna appartenenza a sé. Come il gioiello più prezioso di un tesoro, si fa a gara per averne il possesso. L’ingresso al Monte, un portico che fa breccia nella possente cinta delle mura, dà accesso ad una stretta via, che, dopo la locanda della Mère Poulard, s’inerpica lentamente in alto, verso la chiesa.
Ogni ombra del fascino antico è irrimediabilmente persa per chi percorre questa via nelle comode ore del giorno; molto meglio giungervi all’imbrunire, quando il terreno è ormai sgombro dei turisti e le ombre iniziano ad allungarsi sinistre nella baia, facendo a gara con la marea montante. Il nostro ennesimo viaggio, lungo scale, cortili e stanze dell’abbazia, predilige questa volta le ore notturne, dove i giochi di luce creati dai moderni padroni della cattedrale hanno saputo creare impagabili suggestioni. Poi, arrivati lassù, nell’abside della chiesa, monaci e suore vi cantano come solo gli angeli sono capaci di fare. Sono i canti della Fraternità di Gerusalemme, nuova incarnazione del mai defunto carisma di San Benedetto. E quando, all’indomani, nel corso della liturgia domenicale, quegli stessi monaci e suore, passeranno di panca in panca per stringere col loro sorriso le mani dei fedeli, l’unione tra terra e cielo non sembrera più il già e non ancora, ma un sogno che, come d’incanto, è diventato realtà.

Altri monaci ed altre suore, della medesima comunità, ravvivano oggi il fuoco della fede anche a Vézelay. Un gioiello d’architettura, nel cuore di una Borgogna che non è solo vigne e campi di frumento, lasciato troppo a lungo in balia di occhi oscurantisti e illuministi, ma per fortuna conservato intatto sino ad ora. Dopo la guerra, nel 1946, pellegrini d’ogni nazione s’incamminarono sino a qui, desiderando di ritrovare nella fede un’ideale che nessuna bomba facesse più crollare. Ogni popolo dietro ad una croce di legno, finché anche la comunità dei prigionieri tedeschi chiese di costruirne una, per unirsi a quel nuovo cammino di speranza. Oggi tutte quelle croci fanno bella mostra di sé, lunga la navata della splendida abbazia, ma quella di Germania è la più bella: dice al mondo che il male non prevarrà, non avrà l’ultima parola sul destino delle cose.





Obiettivo della Fraternità monastica di Gerusalemme è l’essere pietre vive, testimoniando la bellezza della liturgia. E basta davvero poco per rendersi conto di come sappiano fare bene il proprio lavoro. La comunità cristiana è forse piccola a Vézelay, come lo è a Le Mont Saint Michel, ma è viva e sana. Ma anche questa storia, del seme che sembra morire in inverno per poi rinascere a primavera, è storia già scritta. Storia singolare, ma sempre attuale. “il germe sembra rinascere proprio là dove la terra sembrava inaridita” - scrive Marina Corradi su un editoriale di Avvenire dello scorso 11 agosto, dopo un viaggio a Parigi ed in Spagna - dove sembra prevalere la secolarizzazione. Ma “il seme morto rispunta, invece, ancora, ostinato; e vive e genera, duemila anni dopo”.

(5-continua)


Friday, August 19, 2011

CAHIERS DE FRANCE (11) - NOSTRA SIGNORA DI CHARTRES


Non è un lungo pellegrinaggio a piedi, quello che mi porta fino a qui, un cammino come quello che Charles Péguy fece da Parigi. Eppure il percorso che mi conduce a Chartres è, a suo modo, altrettanto intenso e affascinante. Per mesi ho studiato ogni pietra di questa cattedrale, ho cercato di entrare nel mistero della capacità di carpentieri, scultori e mastri vetrai, che in soli ventisei anni riuscirono ad innalzare quel capolavoro d’arte gotica che è la cattedrale di Notre-Dame. Ventisei anni a partire da un venerdì di giugno del 1194, in cui un furioso incendio risparmiò solo la cripta e le torri della facciata dell’edificio principale ed in cui si pensò che il Velo della Vergine, quello indossato da Maria il giorno dell’Annunciazione, fosse andato irrimediabilmente perso tra le fiamme. Fu il suo insperato ritrovamento tra le braci, invece, a fare da vera e propria testata d’angolo della costruzione di una nuova chiesa, quella – più bella – che forse la Madonna voleva per sé ed alla cui ricostruzione una comunità intera - vescovi e commercianti, umile popolo e cavalieri - volle dedicare tutta la fatica ed il proprio denaro.

Ho già percorso altre volte la strada che, dalla periferia sud-ovest di Parigi, conduce sino a qui: la campagna della Beauce, infinite distese di prati verdi e campi di granturco, dai quali, già a molti chilometri di distanza, si possono scorgere le guglie della cattedrale svettare verso il cielo. Il viaggio è più veloce di quando viaggiatori e pellegrini di un tempo lo percorrevano a piedi o a cavallo, ma le sensazioni non sono poi così diverse, per uomini che abbiano conservato intatto il desiderio del proprio cuore.
Perciò, quando giungo davanti alla facciata, mi sembra d’avere in tasca, in qualche modo misterioso, le chiavi per aprire finalmente i cancelli della Bellezza, il portone dell’infinito capace di farsi solida certezza. Nel suo discutibile libro “I misteri della cattedrale di Chartres” – discutibile perché distorce, con occhio esoterico e massone, la realtà – Louis Charpentier almeno una cosa giusta era giunto ad affermarla: “l’armonia è rimasta intatta… e nessuno può vantarsi, anche intellettualmente, di uscire dalla cattedrale di Chartres identico a quello che era prima di penetrarvi”. E' proprio così: non si può rimanere indifferenti in questo posto. Ma il possesso di quelle chiavi non é esclusivo: si tratta di qualcosa alla portata di tutti, di chiunque abbia conservato un cuore sincero, non corrotto dal tempo e dalle cose, e capace ancora di desiderare cose grandi.

Il sole, passando attraverso il blu cobalto delle vetrate, illumina magicamente anche gli angoli più remoti della cattedrale, mentre fuori la luce di un tramonto surreale – quasi le dieci di sera e dietro ad ogni individuo si staglia ancora chiara la sua ombra – incornicia uno dopo l’altro i meravigliosi portali. L’angolo nord-est, direzione del sorgere del giorno al solstizio d’estate, è il luogo dove tutto reinizia, la porta della Natività, il compimento della Nuova Alleanza. Come uomini del Medioevo, incapaci di leggere e scrivere, ma custodi ancora di quel cuore sincero, si può compiere un percorso che, passando dal portale sud, giunga infine sino al Portal Royal, l’ovest della cattedrale e rintracciare così tutte le sorgenti del sapere. Non c’è contraddizione tra scienza e fede: Dio s’è incarnato e tutta la sua vita è qui rappresentata; ma la vita dell’uomo è importante ai Suoi occhi e la continuità della creazione è scolpita negli uomini al lavoro, nei numeri, nel suo sapere. Non ci sono urla né stridore di denti per chi sia stato capace di conservare quel cuore di carne. Il giudizio universale del portale sud e la rappresentazione dell’apocalisse ad ovest, l’ingresso della cattedrale, posto là dove il sole tramonta, non sono luogo di mistero e di paura, ma di speranza per chi si dirige ad est, verso il Levante, dove apparirà, come un nuovo sole, Cristo che sconfigge tutte le nostre fatiche e il nostro dolore. Anche il labirinto, tristemente coperto dalle sedie, al centro dell’enorme navata centrale, non è luogo che quel cuore lo schiacci o lo opprima. I pellegrini che lo percorrono in ginocchio oggi non ci sono più, ma l’ultimo passo, il “salto nella gioia” si può compiere anche adesso, ché la via d’uscita è uno sguardo verso l’alto ed il mito di Crosso, il combattimento di Teseo col Minotauro, è storia del passato: non siamo fatti per luoghi di morte, ma per la vita. E percorrendo in lungo e in largo tutta la cattedrale, le necessarie soste davanti a Notre-Dame de la Belle Verrière, al Velo della Vergine, a Notre-dame du Pilier, lo sguardo non riesce a fare a meno di andare continuamente fin lassù, le volte della chiesa. Perché la magia di quest’edificio di pietra è anche questa: un luogo dove mura, colonne ed archi rampanti convergono le forze verso il basso, attira invece irresistibilmente i nostri occhi verso l’alto. Nulla è superfluo, tutto è necessario. Ma ciò che è necessità, qui si é fatto anche Bellezza.

Alla fine, quando il giorno se ne va, giunge anche per me il momento d’andar via. Anche se non si tratta di un addio: piuttosto di un arrivederci, perché prima o poi qui ci tornerò. Ma c’è un’esistenza, là fuori, che chiama a sé, esistenza destinata a diventar certezza, ancor più bella - se vissuta bene nell’attimo presente - di dieci, cento, mille cattedrali. Nell’Annuncio a Maria, di Paul Claudel, Anna Vercors dice a Pietro di Craon, costruttore di cattedrali: “Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire”. Eccola, la vita che chiama a sé, l’avventura che mi aspetta. Ed é semplice, in fondo, basta saperle obbedire. Con Amore. Nella certezza che il nostro nome, da sempre, è già stato pronunciato. Da un Altro.

(4-continua)

Tuesday, August 16, 2011

CAHIERS DE FRANCE (10) - COSMIC FOLK



Ma come diavolo si pronuncia Startijenn?
Ecco quel che ci vorrebbe adesso, penso tra me e me, mentre cammino lungo la spiaggia di Perros Guirec, al ritorno da una scorpacciata di ostriche mangiate sul muretto di Cancale; ostriche pagate al prezzo delle cozze e coi gusci rigorosamente buttati giù, lungo la riva del porto, che così fan tutti da queste parti e non c’è nessun vigile che si sogni di venire a multarti, perché questa è proprio la tradizione del paese. Ci vorrebbe una bella birra o una buona bottiglia di sidro, possibilmente con un po’ di buona musica intorno, ecco quel che ci vorrebbe. Ed accade. Avviene che, come d’incanto, la musica venga a me. Si materializza dal nulla ed io non posso fare a meno di andarle incontro. Mi avvicino, arrivo sotto al palco, è un’isola di buona energia di cui abbiamo tutti bisogno.
Sono melodie dolci e accattivanti, a tratti quasi stregate. Note forti, decise, suonate con vigore. E chi é quello, lassù sul palco, che suona il suo strumento che sembra Jimi Hendrix mentre dà fuoco alla sua chitarra? Altro che flauto: con buona pace di Ian Anderson e dei suoi Jethro Tull (mai piaciuti i Jethro Tull), quella che sta suonando quel ragazzo é una bombarda ed è davvero tutta un’altra cosa. E il tipo lì a fianco, con la cornamusa, chi è che mi ricorda? Ma sì, è Malcolm Jones dei Runrig, è altrettanto bravo e spacca, eccome se spacca, pure lui. E poi la fisarmonica, che qui la chiamano accordéon diatonique, che potenza anche quella, insomma bisogna stare attenti, perché qua è tutto letteralmente un bombardamento. Dietro a tanta manna solista, poi, ecco il basso pulsante ed un drumming preciso, che fanno da perfetto tappeto sonoro su cui far scorrere la voce del cuore, ed una chitarra ritmica, che compie egregiamente il suo dovere. Quella di questi ragazzi è musica totale, folk rock cosmico, la lezione di Alan Stivell mandata a memoria e spinta oltre, fin lassù, dove danzano i folletti, le streghe e tutti i nostri sogni rock’n’roll. E Van De Sfroos dove sei, che manchi solo tu, e stasera il bretone è come il laghée e parliamo tutti la stessa lingua.


Ma la cosa più incredibile da vedere è la gente che balla sotto il palco tutte le danze della tradizione bretone. E come è bello vedere giovani ed anziani, accomunati dalla stessa passione, gioia e desiderio di stare insieme. Ecco cos’è la vera musica popolare, quella che non rinnega le radici, coniuga il passato col presente e sa far convivere le conquiste di un tempo e le giuste ambizioni per il futuro. Scatto qualche foto, sono così stordito che mi dimentico di avere in tasca un telefonino, con cui fare un filmato della festa. Poi mi avvicino al banchetto del merchandising: “le dernier?”, mi chiede il tizio là sotto. Sì, dammi l’ultimo, amico, e peccato che non ho abbastanza soldi per comprarli tutti, i vostri dischi.
Mi tocca andar via quando il leader della band inizia a presentare i musicisti, poco prima dei bis finali. Mia moglie ed i miei figli reclamano a sé una presenza, é giusto così, ma è davvero difficile scendere giù dal pianeta su cui ero salito insieme a questi extraterrestri. Sarà per la prossima volta, ragazzi, che ora che vi ho trovato, non vi perdo più di vista per davvero. Già, ma come cavolo si pronuncia Startijenn?

(3-continua)


Saturday, August 13, 2011

CAHIERS DE FRANCE (9) - EDEN A' L'OUEST


Vi è qualcosa d’atavico e ineffabile nell’abitudine dell’uomo a dirigersi così spesso ad ovest. Popoli interi o singoli emigranti, l’attrazione a seguire il corso del sole e giungere laggiù dove tramonta appare come qualcosa d’irresistibile. Anche l’asse longitudinale delle grandi cattedrali, quello che dall’abside percorre tutta la navata per giungere sino alla facciata della chiesa, è quasi sempre costruito lungo questo percorso che da est porta ad ovest, fino al luogo che si contrappone al Levante, dove apparirà, come un nuovo sole, Cristo che sconfigge la morte. Per questo a Chartres, ma anche nelle altre numerose chiese che fiorirono nel XII secolo in Francia, è rappresentata l’Apocalisse nel portone principale. Eppure il volto di Gesù, al centro del timpano del Portal Royal, non è di quelli che incutono timore; è un viso dolce, invece, quasi che la Parusia non sia un evento di cui aver paura, ma istante in cui tutta la vita dell’uomo possa finalmente ricomporsi in un’armonia a lungo cercata, in mezzo a mille dolori ed affanni.

Sarà pur vero che quel che importa non è dove si va, ma andare, eppure l’attrazione a puntare il muso dell’auto verso quel benedetto ovest, che fa capolino anche nei più oscuri meandri della mia mente, è troppo forte per opporvi un’adeguata resistenza. Allora i 160 chilometri che separano il tranquillo golfo del Morbihan dalla fine di tutte le terre, la Pointe Du Raz, estremità ovest del Finistère, sono nulla in confronto al desiderio di giungere sino ai confini di queste terre di mezzo. La strada da percorrere, diritta e silenziosa, ha intorno a sé una cornice di sole e nuvole di pioggia che danzano tra loro, mentre il sottofondo è un affascinante tappeto sonoro, strano mélange tra tradizione celtica e rock, come solo la musica di Alan Stivell è stata, negli anni, capace di fare. Suoni e canzoni ascoltati mille volte e che sembrano riuscire finalmente a liberarsi dallo spartito che le ha tenute rinchiuse, ora che hanno ritrovato la strada che porta verso casa. E quando, come richiamati da una sorta di magica alchimia, i fratelli di Scozia dei Runrig fuoriescono prepotentemente anche loro dall’iPod, ecco finalmente, lungo le note di Loch Lomond, stagliarsi all’orizzonte le lunghe scogliere della Finis Terrae.
Alla Pointe Du Raz, però, non si arriva poco dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio ed è giusto che sia così, perché la Bellezza è qualcosa che merita d’essere conquistato con fatica e con sudore. Ci sono ancora venti minuti da fare a piedi, lungo il sentiero che s’insinua tra rocce e campi d’erica in fiore e che, poco a poco, lasciano che lo sguardo giunga a conquistare sempre di più il mare.
Mare che, però, non è mai disposto a farsi afferrare per intero. E’ lui il vero padrone della terra, con le onde che, anche oggi, giorno di bonaccia, minacciano pericolosamente i fari più lontani, laggiù dove s’intravede l’Ile de Sein e ancora più in là, ove vi è solo il colosso di Ar-Men.

Eppure non può essere inferno, tutto questo, penso mentre, seduto sul bordo della scogliera, guardo il via vai incessante delle onde. Non lo è il faro di Ar-Men, così come quello della Jument, a dispetto della paura che il mare ha sempre messo addosso ai loro guardiani. Non lo è neppure il maestoso faro di Punta Saint Mathieu, l’altro estremo occidentale del Finistère, costruito a ridosso delle rovine di quell’antica abbazia che monaci benedettini erano venuti a costruire proprio qui, perché, ancora una volta, l’ovest non è più luogo dove tutto finisce, ma dove la Bellezza è risorta perché la gioia e la speranza possano non avere più fine.


E mentre, tranquillo, guardo ancora una volta tutta quella distesa d’acqua, alle mie spalle la statua di Notre-Dame des Naufragés, ultimo baluardo sulla terraferma della Pointe Du Raz ed unico porto sicuro per noi, poveri pellegrini in balia dell’ira della tempesta, mi tornano alla mente le parole che un prete brianzolo, che tanto aveva amato il mare, pronunciò un giorno neppure così lontano: “ma calmo o agitato, silenzioso od irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza; il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito”







(2-continua)

Wednesday, August 10, 2011

CAHIERS DE FRANCE (8) - ALTA MAREA


Rigiro tra le mani un libro, lo sfoglio, lo leggo qua e là. Cosa ci faccio qui, una mostra sul Madagascar nel mezzo del cuore della Bretagna, proprio non lo so; a me che, oltretutto, gli oggetti d’arte africana non sono neppure mai piaciuti più di tanto. Ma, tant’è, avevamo promesso a quel simpatico prete tutto nero e sorridente, incontrato a messa e poi di nuovo per strada, che saremmo passati a dare un’occhiata, perciò eccoci qui. Il libro che ho in mano, però, con l’Africa non c’entra proprio niente. In copertina il primo piano di un uomo bretone di circa cinquanta, sessant’anni, un bel cappellone di paglia in testa, l’espressione di chi abbia trovato il posto dove stare, dopo tanto peregrinare nella vita. “Sul cammino di mio padre”, è il titolo, che dice già tutto della storia di quest’uomo. Un percorso, faticoso, lungo le proprie radici, sulla strada che porta verso casa. Per un attimo mi c’immedesimo anch’io, su queste strade di Bretagna che non sono quelle delle mie radici, ma che ho già percorso quasi trent’anni fa e che cerco inutilmente di riconoscere ad ogni passo, mano a mano che le percorro. Alla fine lascio giù il libro, senza sapere il perché, esco dalla mostra e m’incammino nuovamente lungo la stradina che porta giù, al porto di Saint Goustan. E’ uno sbaglio e me ne accorgerò quando sarà irrimediabilmente troppo tardi per tornare indietro a comperarlo, la possibilità mancata di entrare dentro la storia vera di un uomo di quassù, d’immedesimarmi di più in ciò che mi stupisce e m’incanta ad ogni istante in queste terre del nord. Ma posso sempre provare a scrivere la mia, di storia, quella di un’avventura colta come qualcosa che sempre ci è dato, senza che nulla sia mai tolto. Ed è questo il fascino che m'attrae, ogni giorno che passa, a dispetto di un passo che talora sembra trascinarsi stanco.

Quando torniamo all’incantevole porticciolo di Saint Goustan, la marea ha raggiunto quasi il marciapiede, lambendo i copertoni delle auto lasciate incautamente parcheggiate, nonostante un bel divieto reciti tanto di data ed orario. In ogni tratto di costa, la vita di Bretagna viene scandita dalle regole del mare. Un’andirivieni incessante e quotidiano, l'acqua che avanza e si ritira, mutando continuamente i profili del paesaggio e la possibilità di percorrere alcune strade al posto di altre. Nella baia di Mont Saint Michel, il mare compie percorsi fino a quindici chilometri e nei secoli passati più di un pellegrino si trovò sorpreso nelle morse mortali della sabbie mobili o delle onde giunte al galoppo all’improvviso. In un’istante mi ritrovo col pensiero lungo l’infinita spiaggia di Perros Guirec: il tramonto estivo, in queste terre del nord, sorprende i pensieri anche con l’orologio che scandisce quasi le dieci di sera. Laggiù in fondo, dove ora c’è quiete e spiaggia deserta, solo poche ore fa una moltitudine di gente approfittava del sole ancora caldo ed alcuni ragazzi si gettavano da un trampolino in mezzo al mare; ora che tutto tace, quello stesso trampolino appare come una sorta di piccolo faro, appoggiato sulla spiaggia a difesa di una riva che ha respinto l’assalto dell’acqua, che ora scorre lontana. Quasi ovunque, lungo tutta la costa di questa regione di Francia, sorta di baluardo a forma di sperone, affacciato ad ovest nelle acque della Manica, si possono trovare barche coricate lungo un fianco, l’albero maestro inclinato, quasi che le vele siano ormai senza vita, ma capaci invece, come d’incanto, di tornare a galleggiare di nuovo poco dopo, pronte a riaffrontare un mare che le sfida incessantemente ogni giorno.
Quella che si fa strada, nell’animo e nella mente, a poco a poco, è un’attrazione magica e irresistibile per questo gioco quotidiano del mare. Alta e bassa marea come cerchi concentrici che avvolgono di continuo il percorso dell’esistenza, rendondola mutevole e affascinante ad ogni istante.
Di fronte al piccolo molo in pietra, che unisce alla terraferma l’affascinante Saint Cado, piccolo paese posto su di un isolotto, al centro del golfo creato dalla Ria d’Ethel, c’è una serie di fotografie d’autore; in una di esse è ripreso un vecchio pescatore, abiti sdruciti, stivaloni alti, il volto consumato dalle rughe. Sotto la foto una scritta, la testimonianza della sua esistenza: “non sono mai andato via da questo posto, la mia barca, i miei pesci, il mare e la mia casa: che bisogna c’era d’andare altrove?”. Ecco tutto ciò che conta, al di là delle maree, del tempo variabile, del mare che non sai mai se sarà bonaccia o tempesta: la vita reale, vissuta con pienezza e con Bellezza. E nella certezza che ogni mattina – immancabilmente e dolcemente - viene a visitarci dall’alto un sole che sorge.


(1-continua)

Sunday, July 17, 2011

FARI, ROTTE E CERTEZZE

Li chiamavano "inferno". Il faro della Jument, al largo dell'isola di Ouessant. Quello di Ar-Men, oltre l'ultimo lembo di terra dell'Ile-de-Sein. Torri enormi in mezzo al mare, là dove non c'è più nulla, solo oceano e vento, ad ovest del Finistère. Giganti di pietra capaci di resistere all'urto di un mare furioso, costruiti con fatica e perdita di vite umane.
I guardiani, portati fin laggiù con barche incapaci di attraccare, venivano calati con le funi e poi lasciati lì; vi rimanevano settimane, anche mesi di fila, senza che nessuno riuscisse più ad avvicinarsi per dare loro il cambio, portarli in salvo. La storia dei guardiani dei fari é realtà e leggenda, parte di un passato che non tornerà più. Oggi tutti i fari di Bretagna sono automatizzati e forse é giusto che sia così, in un mondo che non ha più voglia di rischiare.
Mentre scrivo queste righe, il motore dell'auto già acceso, un percorso ed una destinazione già tracciati, ma dentro l'anima anche la consapevolezza che l'importante in fondo non é dove si va, ma il modo in cui andare, ho davanti la copertina di una rivista, un faro sullo sfondo - ma guarda un po' - e sotto una frase: "E l'esistenza diventa un'immensa certezza".
E' proprio così, a dispetto di tutto ciò che quell'esistenza rischia di schiacciarla. A dispetto dei dolori e del cinismo incrociati sulla strada. Dell'incapacità di riconoscere uno sguardo di misericordia prima di tutto su noi stessi. A dispetto di tutto, c'é la certezza di un Amore che tutto avvolge. Troppa gente spegne il motore, misconosce una Presenza, ferma l'auto e smette di percorrere la strada. Io no, non ho intenzione d'interrompere il cammino. E di perdere la chance che accadano cose che mi facciano sorprendere di Lui all'opera. Un desiderio del Bello e del Vero, incontrato dentro l'umanità che si racconterà nelle persone che mi verranno incontro.

La luce del faro che illumina la mia strada non é un bagliore a intermittenza, in balia di un dispositivo automatico e a rischio d'incepparsi sul più bello. E' un fascio di luce costante, azionato da un Guardiano che é sceso a fare compagnia a quella strada perché non sia più inferno ma paradiso, già da subito e sin quaggiù.
Si tratta solo di stare al gioco e di combattere la buona battaglia, fino alla fine.
Stay tuned and have a good time, friends. It's still a rock'n'roll life.