Wednesday, November 16, 2011

TOGETHER THROUGH LIFE

Cosa sta accadendo ora, Mr. Jones? In questo lunedì sera, in un palazzetto dello sport prestato al rock e gremito in ogni ordine di posti da migliaia di altri mister Jones, ognuno con la propria storia dentro, da vivere e raccontare. Ciascuno alle prese col proprio lunedì, col giorno più bello della settimana - come diceva quel tale tempo fa - perché lunedì é il giorno in cui tutto reinizia ed ogni cosa riaccade.
Quando scendo dall'auto, ho in mente la copertina di un disco. Non c'é la neve e non ci sono le auto del Greenwich Village di New York, anzi c'é solo la grigia ed umida nebbia di Milano, che rischia di raggelare il cuore. Ma chi mi stringe sottobraccio e scende dalla macchina con me, quella metà del mio cuore che ha già scaldato da un pezzo l'altra, e continua a farlo in ogni istante, rende il parcheggio del forum di Assago il luogo più caldo ed assolato al mondo. Le due metà di un cuore, insieme ad un altro concerto di Dylan. Together Through Life.

E pensare che questa sera non dovevo neppure essere qua. Due biglietti cercati troppo tardi, amici sguinzagliati alla ricerca di ciò che non c'é più. Desiderio che diviene rabbia per l'occasione perduta e poi, piano piano, lascia spazio ad uno sguardo verso le circostanze che ti dice che non sei tu ad organizzare la vita, perché quella stessa vita non si lascia organizzare da te. Ed é solo allora, quando lo sguardo si muta in amore anche verso ciò che é scomodo e stretto, che il miracolo accade. Bisogna saper perdere tutto per ritrovare ciò che vale. E allora anche i biglietti del concerto di Bob Dylan e Mark Knopfler saltano fuori. Yes, I believe in magic e il sogno si tramuta in realtà: la magia di due sedie in tribuna d'onore e di un posto auto dentro al forum. E quando, col telefono, ringrazio ancora un'altra volta l'amico grazie al quale siamo qui, la sua risposta é un disarmante "grazie a te per la tua amicizia". Together Through Life - appunto - anche qui.

Ricordo quando, nel 1979, uscì Slow Train Coming, il disco di Dylan della "conversione" alla fede cristiana, il disco fatto assieme a quel pezzo di storia del rock che porta il nome di Dire Straits. Decine di penne scrissero fiumi di parole, molte - come spesso accade - anche inutili. Io, che avevo solo orecchie per sentire, mi feci felice di quel lavorare assieme di Bob & Mark e, perché no, di partecipare di quel che Dylan aveva da dire e da dare, dentro quell'ennesimo pezzo di esistenza che aveva voglia di raccontare attraverso le sue canzoni.
L'amore per Dylan e per Knopfler ha continuato a camminare in tutti questi anni, due passioni a braccetto tra di loro, la gioia di poterli vedere sul palco ancora adesso, le rughe sul volto, i capelli di Mark che non ci sono più, andati via come la voce di Dylan, ma entrambi con la stessa voglia di rischiare la vita ancora là sul palco; loro due come ciascuno di noi, che rispetto a quel palco stiamo lì sotto, ma tutti uguali nel condividere l'avventura di una storia. Quando parte "Brothers in arms" non é nostalgia dei Dire Straits che si fa strada, ma solo un brivido che scorre sotto la pelle e che ti dice che in fondo é propro questo che siamo, tutti quanti: fratelli d'arme, nonostante tutto. Lo scrivo ad un amico, un sms sulle note della canzone, lui é appena un po' più avanti di me, lo posso vedere laggiù nel parterre. Non mi risponde subito, aspetta la canzone successiva a farlo: "On a speedway to Nazareth", mi scrive. Together Through Life, one more time.

Sul concerto di Dylan ho già letto e sentito tanto. Tutto e il contrario di tutto. Che Dylan ha ancora una bellissima voce, una nuova voce, un'altra di tutte le sue voci. O che di voce, invece non ne ha più. Che la band gira a mille, che Charlie Sexton l'ha rivitalizzata. O che invece questa degli Stu Kimball e dei Tony Garnier é ancora la stessa band di zombies che girava sino a poco tempo fa. Che il Dylan che suona la chitarra monoaccordo, l'armonica monofonica, le tastiere plinky plonk é inascoltabile. E che invece no, é Jerry Lee Lewis, é Robert Johnson, é - semplicemente - sempre e soltanto Bob Dylan. Che il suono di questa band é inascoltabile e che no, che diamine, é una fucina che sprigiona energia e passione.
Di tutto questo, al fondo, non m'importa nulla. Ho sentito i brividi lungo una Tangled Up in Blue dove l'uomo, inquieto, vagava per il palco convinto che a quel Mister jones stesse finalmente per accadere qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse. E mi sono accasciato sulla sedia davanti all'anticlimax di Spirit On The Water. L'ho guardato mentre cercava di ridar vita per l'ennesima volta ad una furiosa Highway 61 o ad una sempiterna Like A Rolling Stone. L'ho guardato, con tenerezza, quando ha alzato le braccia, neanche fosse, la sua, una recita del Pater Noster, alla fine dello show.
Non m'importa nulla, perché quel che mi sta a cuore veramente sono pezzi di strada percorsi assieme. Anche stasera ero qui, con Dylan, con Mark e qualche migliaio di altra gente. Pezzi di vita, cuori mescolati assieme, frammenti di reciprocità. Non c'é da scriverci sopra e neppure c'é bisogno di parlare. Solo di camminare insieme, lungo la strada che porta verso casa. Ain't talkin', just walkin'. Together Through Life.





3 comments:

Blackswan said...

Bellismo post,che ci restituisce l'essenza di certa musica che,a prescindere,non possiamo fare a meno di amare.

laura said...

perché, alla fine, è solo rischiare la vita che le dà senso. grazie

Fausto Leali said...

Grazie a Blackswan e Laura per i vostri commenti, ed anche ai numerosi che sono passati da qui per la condivisione dei miei pensieri.
Together through life.