Showing posts with label Wilco. Show all posts
Showing posts with label Wilco. Show all posts

Saturday, March 10, 2012

OUR LOVE IS ALL WE HAVE

L'hanno fatto di nuovo. Mettere a ferro e fuoco un'arena a colpi di mitragliatrici Fender o Rickenbacker. Come fanno da anni, peraltro, quei folletti di nome Wilco, che imperversano, indisturbati, nelle praterie del rock'n'roll. Questa volta si chiama Alcatraz, la prigione dalla quale stanno cercando di uscire, ma non c'é verso, nessuno uscirà vivo da qui, miei cari, perché il pubblico italiano - é l'introverso Jeff Tweedy che lo dice, non Bruce Springsteen il piacione - é il migliore del mondo. E noi lo sappiamo bene, noi che abbiamo reso sold out questo locale già da un sacco di mesi. Lo so bene anch'io, che da quando li vidi per la prima volta al conservatorio due anni fa, deicisi di non perdermi più un loro concerto per nessuna ragione al mondo. Lo comprende anche il mio amico Marco, che non li aveva mai visti suonare dal vivo. Il mio amico Marco che non si é ancora stufato d'insegnarmi a suonare la chitarra, una pazienza infinita con me che tanto non imparerò mai. Questa la facciamo sabato, mi dice dopo un assolo devastante di Nels Cline, la cui anima sembra voler fare di tutto per uscire da un corpo perennemente in pena, passando da riff ed infinite strade inesplorate che percorrono ogni tipo di suono. E come no, amico mio, la facciamo quando vuoi questa canzone. Chiamami anche stanotte, io sono già pronto.

E comunque meno male che siamo all'Alcatraz stasera. Che il conservatorio avrà pure tutta un'altra acustica, ma come si fa a starsene seduti tranquilli quando lassù, sul palco, sta accadendo di tutto? E dice anche questo, Jeff, a un certo punto, che é bello essere qui, davanti ad un pubblico in piedi che balla e canta con loro, conosce a memoria quasi tutte le loro canzoni.
E' per questo, forse, che a un certo punto comincia anche a sorridere. Un sorriso all'inizio un po' sornione, sguardi d'intesa lanciati ai membri della band, ma che, a poco a poco, si fanno sempre più larghi e distesi, rivolti verso quella gente sotto il palco pronta a condividere la festa. Ci sono tutte le canzoni dei Wilco, questa sera: tante dal nuovo album - The Whole Love - ma almeno una anche di tutti gli altri. E i sorrisi le attraversano tutte, sempre più. Fino a quella Jesus, etc. in cui la furia delle note sembra fermarsi all'improvviso e dilatarsi in una dimensione finalmente senza spazio e senza tempo. Tweedy lascia il microfono, vuole cantarla insieme al pubblico e ci riesce. Allarga le braccia: "Our love is all we have", canta. Possiamo fermarci qui, Jeff. O almeno il mio concerto, quello potrebbe fermarsi anche qui. Our love, tutto quel che abbiamo. Non abbiamo biosgno d'altro per andare avanti in questo mondo. La certezza di un Amore più grande sopra di me e di te. Un amore elargito gratuitamente, gratuitamente da redistribuire tra di noi.
Jeff non si ferma, però, e non si fermano i suoi; rimettono in moto il motore, lo lanciano all'impazzata fino alla fine: Hoodoo Voodoo é l'apoteosi finale, energia ed allegria senza fine. Anche un tecnico del suono impazzisce e salta sul palco, balla e batte il tempo, la faccia di Frank Zappa e a torso nudo come Iggy Pop. Due ore e passa di concerto, sorridono tutti alla fine, anche Cline che finalmente si é quietato.
"See you next time", ci dicono mentre vanno via.
Stanne certo, Jeff, noi ci saremo.
With our love. It's all we have.




Sunday, November 15, 2009

BEING THERE


"I'm trying to break your heart", canta Jeff Tweedy e la platea milanese ha un sussulto, il primo vero sussulto della serata. Una platea che ha gremito ogni ordine di posti per il ritorno in Italia degli Wilco, uno show sold out da mesi, atteso ormai da troppo tempo. Il cuore, Tweedy e soci, nuovi heartbreakers del terzo millennio, lo spezzeranno in realtà di lì a poco, con un'appassionata versione di California Stars di Woody Guthrie. Il cuore pulsante dell'America delle radici e delle tradizioni é già tutto lì, contenuto in quella canzone e nell'alchimia di voce e suoni che trasformano d'incanto via del Conservatorio in Mermaid Avenue.
Per quanto mi riguarda, potrebbe bastare già così, ma per fortuna questo é un concerto degli Wilco e c'é molto, ma molto di più.
Paolo Vites definisce cosmic music il prodotto musicale della band e non si potrebbe trovare definizione migliore. Come descrivere altrimenti il piacevole smarrimento generato dall'impatto sonoro complessivo, quando i musicisti si muovono sui terreni inesplorati della distorsione di chitarre e tastiere, svolti sul tappeto ritmico incessante e martellante generato da quel folletto al basso di John Stirratt e da quel gigante di virtusosismo e muscoli alla batteria che corrisponde al nome di Glenn Kotche? Sono i momenti in cui l'eclettico e geniale Nels Cline sfodera dalle sue chitarre i suoni più improbabili, muovendosi sul palco come fosse stato morso da una tarantola; ma sono anche i momenti in cui l'acustica di Tweedy e la sua voce riemergono improvvisamente, facendo insperatamente e magicamente ripiombare l'ascoltatore in atmosfere intime ed intense raramente sperimentate altrove.
Due ore e mezza di grande musica, in cui puoi trovare tutto ciò che hai sempre desiderato. E' Bob Dylan, é Woody Guthrie, sono i Pink Floyd, oppure gli Stones. No, sono gli Wilco invece, unici e inimitabili, la più grande rock band americana che ci sia in circolazione.
Mi porto a casa immagini e suoni. L'etereo assolo di chitarra di Cline su Impossible Germany, la magia di Via Chicago, il crescendo di wall of sound su Handshake Drugs. E poi Jeff Tweedy, gambe larghe, la cassa della chitarra acustica abbracciata, il manico un po' in giù, ma sì, dai, proprio come faceva lui: Bob Dylan nei sessanta.
Dovessi rubare il lavoro agli amici dell'Armadillo Bar, metterei uno champagne in abbinamento a questo show. Marca e annata? Fate voi. Basta che sia di quello buono. Quale sia il futuro del rock'n'roll, io davvero non lo so. Ma ho voglia di brindare al presente. E il presente si chiama Wilco.


Monday, June 29, 2009

FRUITS OF AN AMERICAN FLAG



Non sono ceneri di una luminosa bandiera americana, quelle rimaste dopo la fine dei gloriosi Uncle Tupelo. Sono semi, invece, rimasti a marcire nella terra e che hanno dato vita ad alberi capaci di produrre frutti maturi .
I Wilco ed i Son Volt sono splendide realtà dell'odierna scena musicale americana e rendono un po' meno dolorosa la nostalgia, quella cartella della mia memoria dove avevo riposto i files delle gesta della band originale di Jeff Tweedy e Jay Farrar, a fare compagnia a quelle di quei Green On Red di cui non ho mai digerito troppo bene la fine.
Luoghi della mente accuratamente riposti e da non disturbare, per non accentuare il dolore della perdita; una forma di rispetto che non avevano certo avuto Dan Stuart & soci, per esempio, che con il loro patetico ritorno alle scene di tre anni fa non avevano fatto altro che rendere ancor più doloroso il senso del rimpianto.

Ma a rendere felici le sere d'estate, ecco innanzitutto il dvd Ashes Of American Flag, splendido documento dal vivo per godersi le gesta dei Wilco, la cui musica sembra sempre più il motore di una fantastica fuoriserie, capace di straordinarie accelerate e frenate, testacoda ed inversione ad U, passando attraverso tratti di viaggio forte, sicuro ed inebriante.
La musica dei Wilco é bella come é bella la vita, quella tutta intera; quella che non censura nulla e non privilegia i giorni di tempesta piuttosto che quelli di sole e di bonaccia.
Passare da canzoni come Bull Black Nova e You And I é come trovarsi alla fine della giornata, quando la luce del sole del tramonto scalda dall'orizzonte un campo verde e rigoglioso, cresciuto anche grazie al freddo della brina ed ai momenti di vento e pioggia sferzante.
La più grande rock band sulla faccia della terra non mi delude mai e questa volta riesce ad accarezzare radici sonore capaci di farmi percorrere i tratti autostradali più quieti della mente, fatti di sensibilità ed emozioni dalle quali amo spesso farmi cullare.
Ma non c'é solo l'ultimo capitolo della saga della band di Jeff Tweedy a rallegrare il mio cuore. Quasi fosse una sorta di duello virtuoso tra forze del bene, i Son Volt di Jay Farrar se ne escono contemporaneamente ai loro fratelli d'arme, con un disco, American Central Dust, che riesce ad esaltare la vena alternative country che non ha mai smesso di portare sangue al mio cuore, costantemente nel bisogno d'essere ossigenato.
Il nuovo lavoro del gruppo di Jay Farrar sarà pur meno fantasioso e talentuoso di quello di Tweedy & soci, ma é quel tipo di compagnia che rallegra miglia e miglia dei percorsi delle mie giornate. Passare dai Son Volt ai Wilco è un magnifico viaggiare e a questo punto non importa dove si va, l'importante é andare.



Jay Farrar, recentemente intervistato, ha dichiarato che la propria musica é uno stile di vita, che fa quel che fa perché non riuscirebbe a pensare a qualcosa di diverso. Mestiere? No, accidenti, questa é vocazione e l'ultimo che mi ricordo avesse parlato così era quello là , quello che é partito con la chitarra in mano dal freddo Minnesota, un sacco di anni fa.  "Devi sapere che stai facendo ciò che stai facendo" - aveva detto - "Devi avere un credo. Devi avere uno scopo. Devi credere di poter passare attraverso i muri", aveva aggiunto (1) e come é vera per tutti questa cosa, la passione che ci metti in ciò che fai, sia che tu faccia il dottore piuttosto che il cantante rock.  Jeff Tweedy, uscito dal tunnel nero dell'alcool e di quant'altro non parla in fondo di cose differenti, quando racconta del suo feeling col pubblico che si reca ai suoi concerti. Come a dire che il talento ci vuole, ma senza quella posizione di verità di fronte a ciò che fai e chi hai di fronte, non si produrrà mai l'alchimia capace di far fuoriuscire qualcosa degno di restare lì anche quando tu te ne sarai andato.

Insomma questi sono dischi che sarà difficile tornino troppo presto dentro lo scaffale, anche perché, come dice il mio amico Ragman, ho il difetto che i dischi che mi piacciono devo ascoltarli almeno 800 volte.
Dischi, beninteso e nulla più, perché non si parla mica d'infinito: hey guys, this is only rock'n'roll.
Ma é pur sempre un bel dolce naufragare, il mio, in questo mare.




Note:
(1) Bob Dylan, A Candid Conversation, Playboy vol. 25, n. 3, marzo 1978