Monday, December 29, 2008

HAPPY NEW YEAR

Buon anno ai fratelli d'arme ed ai compagni di strada,
a chi ha già un posto nel mio cuore,
e a tutti quelli che l'avranno domani.
A chi, incrociando il mio cammino, 
ha condiviso gioie oppure dolori.
A chi ha deposto speranze o croci lungo il mio sentiero,
a chi, con me, ha volto lo sguardo verso il Destino.
Che sia un buon anno per tutti, nessuno escluso,
per chi mi legge, spesso e volentieri
e per chi, per sbaglio, é passato da qui.

Stay with me, 'still on the road.
And may you stay
forever young




Jackson Browne - The Load Out / Stay (live 1978)

Sunday, December 21, 2008

NOTTE SPLENDIDA

Nebbia lungo la strada ed un velo di tristezza nella mente.
La città si allontana, mentre l'auto scorre via veloce ed il buio é interrotto solo ogni tanto da qualche luce ed addobbo natalizio, appeso a balconi di case intraviste da lontano.
Non ho voglia di andar via, ma il mio posto, anche questa notte, è altrove.
Sconosciuti e sofferenti, anch’essi lontani da dove volevano restare. Ci si ritrova tutti là, in mezzo a mura di pronto soccorso o di stanze di reparto d’ospedale.
Mentre percorro la strada, c’è Claudio con me, a farmi compagnia.
La sua voce, forte e sicura, esce dalle casse dell’auto, insieme alle note di una chitarra, compagna sublime della malinconia che sprigionano le sue canzoni.
Ma quella di Chieffo é una malinconia speciale, distante mille miglia da quella stupida ed insulsa di cui sono impregnate mille canzoni, ascoltate in altri tempi ed altri luoghi.
La sua è immersa dentro un desiderio struggente, nella nostalgia di momenti vissuti nel vero, dove il sostegno alla tua esistenza é quello che hai sentito giungere da un Altro, Colui che ti dice che è bella la strada.
Non riesco a fare a meno di una musica così. Diventa colonna sonora dei miei pensieri, mi aiuta a ritrovare le orme di un cammino che mi pare d'avere talvolta perduto.
Una musica così, spesso, diviene anche preghiera.

Otto del mattino, i pensieri ancora ingarbugliati nei sogni, mentre, distrattamente, accendo il mio computer in casa.
Nella posta in arrivo, la lettera di padre Aldo é già lì che mi aspetta: sembra quasi sapere che ho bisogno di lei, come primo pensiero del giorno.
Mi sento un po' stanco, ma Aldo lo é di più; eppure va avanti e non molla, non smette mai di fare i conti con la realtà, compresa la sua depressione, quella che lui chiama "quella bestia sullo stomaco" : “la realtá é amica e amica sempre”. Non mi stancheró mai di ripeterlo, neanche oggi, quando il mio stato d´animo é nero come il carbone e un peso – cosa che conosco e con cui convivo da 20 anni - mi opprime lo stomaco, facendomi sudare il doppio del normale. Il caldo é a 48º, la vita esige, gli ammalati, i bambini, i vecchi, la colonia estiva, le catechesi nei diversi settori, la costruzione del nuovo ospedale, le risposte alle email che sono per me una gioia, tutti i momenti contati....tutto dentro un deserto interiore e per di piú quella bestia sullo stomaco che é da 20 anni di casa....ma tutto questo non solo non mi determina, ma mi spinge a ripetere all´infinito “Io sono Tu che mi fai”, a guardare in ogni istante a Cristo"
Come potrei fare a meno di un amico così ? Uno che ti dice che "obbedire alla realtá é questa cosa semplice: fare i conti con la vita e riconoscere che é un Altro che ti conduce".
Non potevo trovare un modo migliore per cominciare anch'io la mia giornata.


I ragazzi delle elementari della Zolla avanzano ordinati in processione, per le vie del quartiere, un freddo quartiere della zona fiera di Milano.
In testa gli attori; poi i lettori, gli insegnanti e il coro; e infine i genitori. Uno spettacolo di armonia ed incredibile intensità: é la sacra rappresentazione della natività di Gesù.
Mentre passiamo di fianco all'adiacente scuola pubblica elementare, scorgo volti alle finestre e vedo bidelle corse fuori, là in cortile: chissà - penso - forse, se potessero, vorrebbero essere anche loro lì con noi.
Un vigile in moto ci segue e ferma il traffico dove c'è bisogno. Anche lui sembra avere uno sguardo un po' speciale; anche lui sembra scorgere qualcosa di diverso, che entra all'improvviso nella routine del suo lavoro, ogni giorno in mezzo alle strade.
Non riesco a rimanere indifferente davanti a uno spettacolo così. Nulla di ostentato: é solo Bellezza quella che procede ordinata, a poco a poco. Lacrime di commozione che solcano il tuo viso mentre vedi tuo figlio e gli altri bambini. Cuore che finalmente si riscalda, dentro la percezione che Colui che sta per nascere é germe di vita nuova. Preludio, alba di un nuovo giorno, il Verbo di Dio che si fa carne e giunge ad impastarsi ancora una volta con i sentieri grigi delle esistenze di uomini troppo spesso ciechi, sordi e dal cuore inaridito.


Ecco, ora sono arrivato al lavoro e Claudio ha finito la sua ultima canzone.
La fatica é sparita prima ancora d'iniziare, perché é una notte splendida quella che mi attende.
L'attesa non é stata vana, ancora pochi giorni e Lui verrà.
E' "notte di miracoli, di grazia e di stupore": perché perdere ancora tempo in ciò che appesantisce il cuore?
Scendo dall'auto, é buio ed il freddo mi avvolge. Campi coperti di brina, sembra incredibile che un giorno qualcosa possa germogliare quaggiù.
Ma é così, davvero così: Dio si é curvato su di noi ed ora é tempo di gioia.
Non ve ne accorgete?

"... la vita di una grande quercia é data da un elemento talmente piccolo da sembrare insignificante: la gemma.
La Vita di Dio si é manifestata, in tutta la Sua grandezza, attraverso la gemma di un bambino piccolo: Gesù.
Quella stessa Vita, adesso, continua a far fiorire la nostra vita..."

(dall'introduzione all'Avvento di padre Angelo, ai bambini della Zolla)



Monday, December 15, 2008

BIGLIETTO D'AUGURI


People get ready
Theres a train a-coming
You dont need no baggage
You just get on board
All you need is faith
To hear the diesels humming
Dont need no ticket
You just thank the lord



Caro blog,
permetti due parole? Sai di quelle "cont el coeur in man" - col cuore in mano - come si dice da noi a Milano.
Il fatto é che questo diario - non avertene a male - é sempre stato un trucco per parlare con Lui e così lo sfrutto spesso, figurati adesso, che é quasi Natale.
L'altro giorno ero in cucina - la cucina del reparto d'ospedale in cui lavoro - e c'erano con me due colleghi.
Parlavano dei figli, del fatto che gli sembrano viziati, che le cose non sono più come una volta, insomma erano proprio insoddisfatti. "Ci vorrebbe una bella guerra - ha detto uno a un certo punto - che rimette tutte le cose a posto".
E sai una cosa, caro blog ? Quei due colleghi non erano mica gente che sta male, che fa fatica ad arrivare a fine mese, magari pure con la famiglia distrutta, dal proprio male o dalle avversità. No, tutt'altro: é gente che sta bene. Eppure si lamenta.
Che poi, la guerra, quella non ha mai fatto bene a nessuno, anzi. E di guerre "belle", francamente, tra tutte quelle che ho studiato o di cui ho sentito parlare, non me ne ricordo proprio neanche una.

E allora, caro blog, cosa vogliono dire queste cose che ti scrivo?
Che io sono diverso da quei colleghi, che sono più bravo di loro?
Macché, figurati, sono in tutto e per tutto uguale a loro, sapessi quante volte mi lamento anch'io senza motivo.
Anzi, a pensarci bene, i miei lamenti dovrebbero darti scandalo, visto e considerato tutto il bello da cui mi vedi circondato.
Perché una famiglia e tanti amici, che camminano con te in cordata, non sono mica un dettaglio nella vita. Ma, anche e soprattutto, perchè sento di appartenere a Lui e scusa se é poco tutto questo.

Così - ti dicevo - siamo quasi a Natale e parlando di Lui - Quello che é nato a Natale - dicono che anche quest'anno torni, a dispetto della crisi economica, del relativismo etico, di tutti coloro che preferirebbero che se ne stesse lì dov'è, tanto - lo affermano spesso - non hanno bisogno del suo aiuto: hanno deciso che possono arrangiarsi benissimo da soli.
E invece no, pare che arrivi un'altra volta, in quel modo, poi, così poco affascinante, da povero di quei poveri che non se li fila più nessuno, sfrattato da casa, alloggiato in una stalla.
Ma perché, mi domando, si ostina a disturbarci, a distoglierci dalla nostra vita tranquilla, fatta di pretese di successi ed infinite aridità interiori ?
Non sarebbe meglio se ci lasciasse in pace, Lui e la Sua assurda abitudine di condividere tutto con noi, di arrivare perfino a morire, con quella misura d'amore così strana, il Figlio che prova l'abbandono del Padre lassù, in cima a quell'orribile croce?

Mah, ti dirò, in certi momenti non Lo capisco proprio: in fondo noi non ci meritiamo tutto questo.
Noi che facciamo di tutto per scappare, per riempirci la testa d'altro, per censurare dalla nostra vita il dolore, il sacrificio, l'amore donato gratuitamente.
E invece no, Lui giunge di nuovo, insiste ad occuparsi di noi, come se fossimo qualcosa che Gli appartiene.
Non sarà questo, alla fine, il senso del Suo tornare?
Ce ne siamo andati per la nostra strada, come figli che, abbandonati i genitori, hanno voluto provare a fare da sé, dimenticandosi dell'amore che li ha generati.
Eppure quell'Amore non li ha mai dimenticati. E' solo andato avanti ad amarli così, nel silenzio e nel rispetto della loro libertà.
Ma non ha mai smesso di sostenerli.

E così, anche quest'anno, a Natale, Cristo viene ad abitare in mezzo a noi.
Non si é ancora stancato di farlo, a quanto pare.
So, people get ready - state pronta, gente - c'é un treno che arriva ed é meglio saltar su.
Non é difficile e non serve il bagaglio, neanche quello dei nostri peccati.
Non occorre neppure il biglietto, quel che basta é solo un po' di fede.
Ma voi non preoccupatevi troppo di trovarla, pare che anche di quella si occupi Lui in persona e che la regali a coloro che la desiderano. Dev'essere il Suo dono, questo, e d'altra parte mica é strano, Natale é proprio tempo di regali.
Comunque non pensate a ricambiare subito, verrà il tempo anche per questo.
Per ora state solo attenti ad una cosa: a salire su quel treno in arrivo, prima che se ne vada altrove.
E senza pensarci troppo su: non c'è niente di più bello che sperimentare su di sè la gratuità.
Quella del figlio di Dio, ancora una volta in mezzo a noi.

People get ready
Theres a train a-coming
You dont need no baggage
You just get on board
All you need is faith
To hear the diesels humming
Dont need no ticket
You just thank the lord

("People Get Ready", di Curtis Mayfield, 1964
nel video é cantata da Rod Stewart, con Jeff Beck)



Auguri di Buon Natale, a tutti coloro che passeranno da qui!
con un abbraccio forte,
Fausto

Friday, December 12, 2008

E.R. - MEDICI (E AMICI) IN PRIMA LINEA


lettera di padre Aldo Trento,
Asuncion, Paraguay, 7 dicembre 2008

Cari amici,

ho appena celebrato la Messa nel corridoi del blocco B dell’ospedale davanti alle porte aperte delle camere per ammalati terminali di cancro. In una ci sono due giovani e bellissime ragazze madri. Nell’altra due uomini molto più giovani di me. Con me un piccolo gruppo di fedeli: infermiere, medici, parenti e alcuni ammalati di AIDS, che lentamente, dopo essere stati portati qui per morire e avere un posto nel cimitero, grazie all’amore, alla tenerezza, senza togliere nulla agli antiretrovirali ecc.., si stanno recuperando. Non dimenticherò mai quanto mi disse un giovane paziente, morto di AIDS: “padre, il 90% me lo dona l’amore, la tenerezza, il 10% le medicine, la scienza”.

(padre Aldo celebra il matrimonio di Dionisio, malato terminale)

Comincio la Messa e vedo il primario, dottor Mazzotti, e il fisiatra, dottor Solente, avvicinarsi a un ammalato, uno dei due uomini, piuttosto grave, anzi, direi in condizioni gravissime. Si chiama Giovanni. Gli alzano la testa, gli danno da bere, lo guardano con tenerezza. Mi commuovono. Per di più il Vangelo del giorno parla di Gesù che dopo aver curato molte persone ha pietà della folla che da tre giorni non mangia e ha paura che tornando a casa svengano per il cammino (che tenerezza, che coccole, che uomo il mio Gesù…e che pugno nello stomaco per il mio borghesismo) e, quindi, decide di compiere la famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Giovanni un povero uomo con un gravissimo cancro alla gola e che ormai gli ha totalmente mangiato la bocca e il naso. È arrivato da noi in uno stato di putrefazione. Dalla sua bocca vengono estratti centinaia di vermi bianchi che gli escono anche dal naso. Sono le larve depositate dalle mosche quando stava nell’immondezzaio dove viveva. Gli infermieri ogni giorno lo puliscono, gli tolgono questi vermi, con un amore che mi aiuta a capire il Vangelo del giorno. Così come il primario e il fisiatra in quel momento mi rimandano alla scena del Vangelo. Solo dove Cristo è un fatto è possibile questa dolcezza, questo sorriso perfino nel togliere i vermi dalla gola, dalla bocca, dal naso di un povero Cristo- perché Giovanni è Gesù in putrefazione, è Gesù, capite- facendogli sentire che lui non coincide coi vermi, che lui non dipende dal cancro, né dal marcio della sua gola, ma è relazione con il Mistero, è “io sono Tu che mi fai” o “anche i capelli del mio capo sono contati”. Terminata la Messa, con gli occhi rossi mi avvicino e gli do un bacio con grande tenerezza e gli dico: “Giovanni, sai che Dio ti ha creato per la felicità e che non c’è nulla, neanche la tua condizione che impedisca la verità di quanto ti dico…allora preghiamo”. E piano, piano i suoi occhi si illuminano e seguono la mia bocca, ancora sana e che scandisce la preghiere.

Alla sera ho la "scuola di comunità": “l’obbedienza è ad una amicizia”. Giussani parla del rapporto fra Gesù e il Padre, lì nel calvario. Mi diventa drammaticamente semplice leggere e spiegare quel testo…tutti i giorni lo vedo nei fatti che accadono nella clinica, in me. “Amici posso dirvi una cosa? Sapete che i miei ammalati quando neanche la morfina conta, è sufficiente che mi metta al loro fianco e dica con loro una preghiera o “Io sono Tu che mi fai” e il gemito o il lamento si trasforma in supplica e il loro viso si illumina?”

(scuola di comunità: padre Aldo ed i suoi amici ammalati)


Bisogna credere nel miracolo “anche i capelli del capo sono contati”. Guardate Celeste…e non ha capelli ed i medici ce l’avevano mandata per seppellirla…ma avete visto nella foto che vi ho mandato che a fianco ha il santino di Giussani? Ebbene domenica farà la prima comunione. Quell’uomo che aveva rischiato tutto in questo povero depresso, oggi nella clinica continua rischiando tutto ancora su di me, mostrandomi la potenza della sua presenza, della sua santità. Non avrei mai pensato che lui avesse voluto questa opera che a me neanche per la testa mi era passata l’ipotesi e l’ha voluta perché la compagnia che mi aveva fatto continuasse attraverso di me a quanti per il mondo sono “immondezza”. Questo ospedale è per me la verifica quotidiana di quella compagnia, di quella corrispondenza al mio, e dei miei ammalati, bisogno di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza. Bisogno che le centinaia di mail che ricevo mi ricordano ogni giorno. “E di fronte a Gioele è evidente per me che è un Mistero, perché non è nelle nostre mani, ma mi chiedo perché tanta sofferenza? Perché Dio che ci fa lo permette? Come non viverlo solo come un’ingiustizia? Come può la vita avere senso anche così? Come si può stare di fronte a I….. ? E per lui cos’è il centuplo? Mi viene in mente l’apostolo Pietro che disse “Tu solo hai parole di vita eterna, se andiamo via da Te, dove andremo?” Ma a volte non mi basta, mi sembra una consolazione, cosa l’ aiuta e le permette di vivere tutto ciò diversamente? Cosa vuol dire quando dice che in loro vede la Presenza del Mistero che per lui sono Gesù che è il Paradiso qui in terra?”

(il miracolo di Celeste continua : ora, dopo tante sofferenze, sorride al fotografo mentre gioca)

Sono le domande drammatiche di una mamma davanti al bambino che soffre incessantemente…e sono mille le domande simili che mi fanno ogni giorno per mail da ogni parte del mondo.

E non potrei rispondere senza partire dalla mia vita, dal mio nesso con la realtà che tutti i giorni mi interroga, mi rimanda al Mistero di cui consiste, tutto consiste. Ma sarebbe astratto tutto questo se non partissi dal Crocifisso che mi guarda nella mia scrivania, che abbraccia l’intero ospedale con le sue enormi dimensioni. La parete della clinica che da sulla palestra sostiene un enorme crocifisso lì fuori per ricordare a tutti la Sua Presenza reale nelle 27 persone che occupano le camere nell’attesa di morire.

Il Crocifisso, il Risorto, la Chiesa, la comunione dei santi, il corpo mistico di Cristo sono il contenuto di ogni dolore, di ogni gemito, per cui quando il piccolo Victor geme tutto il corpo di Cristo, io, te, vibra di quel dolore redentore, quando Celeste sorride tutti noi sorridiamo. Guardare l’ammalato attraverso l’Ostia che porto tre volte al giorno in processione è scoprire, vedere, toccare con mano il sacrificio Pasquale, che si rinnova continuamente nella nostra vita. Il perché, i mille perché entrano nel cuore dell’io, che coincide con il suo desiderio di felicità, di cui il dolore, sembra una contraddizione, è la condizione per raggiungerla. Certo se non partissimo dall’incontro con Cristo, visibile nel Primario, nel medico, nell’infermiera, ecc.. dal modo con cui guardiamo l’uomo che soffre, dire queste cose è impossibile. Non si può vivere il morire senza essere afferrati dal Suo sguardo. Però, anche stamattina, quando dopo aver terminato la processione mi hanno urlato “Edith è morto”, gli occhi di tutti si sono arrossati, ma la certezza che lei era già di fronte a Cristo, alla Sua Misericordia, ci ha riempito di letizia. L’avevo appena benedetta con l’ostensorio e i suoi rantoli si mescolavano con il “T’adoriamo Ostia Divina, t’adoriamo Ostia d’amor”. Muore subito…ed era giovane, “mangiata” dal cancro, però non un gemito, non una espressione di disperazione. Se n’è andata mentre i figli, piangendo, la guardavano già nell’abbraccio di Gesù.

Vivere il morire: ecco questo è il punto. E solo la realtà, che come dice S. Paolo è Cristo, lo permette e allora tutte le nostre domande incontrano nel Crocifisso, nel Mistero Pasquale, la sola risposta. Mistero a cui Cristo, la compagnia, ci educa continuamente, facendoci vivere la memoria attraverso i sacramenti, la liturgia, la compagnia.

Con affetto
P.Aldo

Sunday, December 07, 2008

AMICI CIOE' TESTIMONI

(padre Aldo Trento, coi suoi bambini della parrocchia San Rafael di Asunciòn, durante il grest estivo)


Un commento dell'amico Alessandro, sul suo bellissimo blog "Amici di Simone", alla lettera di padre Aldo pubblicata anche sul mio, mi offre spunto per una riflessione personale.
Qual é il rischio di fronte a testimonianze così forti, come queste che ci arrivano dal Paraguay ?
Il primo é l'indifferenza, né più ne meno ciò che fanno i nostri media occidentali, censurando ostinatamente la cronaca bianca, ritenendola non interessante, incapace di fare notizia, o, peggio, persino fastidiosa nella propria intrinseca e contagiosa positività.
Ma un rischio ancora più grande é che chi é in grado di riconoscere il bene possa sentirlo lontano da sé, non applicabile alla propria vita.
Scrive Alessandro, riferendosi al "miracolo" dell'opera di padre Aldo: "Veramente un miracolo! Più miracoloso è il fatto che uno come me possa dire "anch'io voglio vivere così, con questa tensione e questo sguardo al Mistero" e non dire solo "pero' che bravo sto Padre Aldo...".
Ecco, proprio questo é il punto, l'unica cosa davvero importante.
Il fatto, cioé, che un avvenimento così riguardi seriamente la mia vita di ogni giorno.
Scrivo queste righe all'indomani di una delusione personale, vissuta sul mondo del lavoro e fatta d'incomprensione sul mio operato, cioè di piccola ma sensibile persecuzione.
Il rischio che un fatterello così aumenti l'ira, scoraggi, distolga l'attenzione da ciò che conta, insomma, abbassi la "tensione" e "lo sguardo al Mistero", é un pericolo troppo grande perché possa essere preso sottogamba.
Ma é ancora padre Aldo a tracciare la strada, ad esempio quando parla del suo incontro con Don Giussani: "Lui mi ha abbracciato dicendomi: "la tua vocazione ti ha portato dentro una storia grande!". E mentre io volevo raccontargli tutti i miei problemi e i miei dubbi, lui mi ha detto una cosa importantissima: "Dio ti abbraccia non nonostante ciò che ti succede e nonostante il tuo limite, ma dentro ciò che ti succede, ti afferra dentro il tuo limite". Quella di don Giussani é una posizione sconvolgente, se penso a tutto il moralismo di tanti tra noi sacerdoti. Così lui mi accolse e mi prese con sé, dandomi sempre paternità, giudizio e amicizia" (1).


Quella paternità é ciò che a volte cerco affannosamente, specie quando le cose vanno storte (proprio come il fatterello di questi giorni!) e si dispongono nella vita come io non vorrei. Ancora, qualche giorno fa, ripassare davanti alla tomba del don Gius, al Monumentale, era questo tipo di ricerca, unendo ad essa la preghiera intensa capace di colmare la difficoltà di non poter unire quel gesto al pellegrinaggio da Chiara Lubich, colei che mi é madre, ma che fisicamente si trova a Rocca di Papa e quindi non raggiungibile come lo é il don Gius, magari al mattino presto, all'indomani di una notte di guardia in ospedale.
Ma a questi gesti, sempre capaci di donare pace e significato alla mia esistenza, oggi si é aggiunta una consapevolezza in più.
Ed é quella che incontrare testimoni, cioé amici, implica la certezza che di quella testimonianza e di quell'appartenenza fai inderogabilmente parte anche tu, con tutto il tuo vivere, senza che nulla di ciò che ti accade debba esser censurato.
Questa responsabilità e questo sentirmi implicato é il nuovo vigore della mia giornata.
Non perché oggi mi senta migliore di ieri, ma perché la nuova consapevolezza é, come diceva il don Gius, che "la mia responsabilità é per l'unità, fino alla valorizzazione della minima cosa buona che c'é nell'altro".
E' una misura d'amore quella che mi contraddistingue, Amore per la mia persona innanzitutto - appartengo a Cristo! - ma che si riverbera verso la Sua presenza in ogni fratello che mi si para innanzi.
Ma tutto (com'é importante questo!) dentro quel limite, "dentro ciò che ti succede", perché Lui "ti afferra" dentro lì.
In questo il mio quotidiano viene salvato anche oggi, anzi oggi più di ieri.
L'avere intorno amici, cioè testimoni, come padre Aldo, come Alessandro, come tanti altri ancora, non fa che tenere costantemente desto questo desiderio.
Cosa potrei desiderare di più?


Note:
(1) tratto da "Cronache dal nuovo mondo - Paraguay, la missione di padre Aldo Trento", di Roberto Fontolan, ed. San Paolo.

Friday, December 05, 2008

CRONACHE DAL PARAGUAY


Mi giunge oggi questa lettera di un amico: padre Aldo Trento, da Asuncion, Paraguay.
Commentarla significa sciuparla: preferisco posarla qui e lasciare che possa allargare il cuore ad altri - di passaggio da questo blog - così come é accaduto a me.
La metto a fianco d'immagini, un video che narra di un luogo che sa di paradiso, la parrocchia San Rafael, la "cittadella dell'amore in Paraguay".



Cari amici,
Siamo convinti o no che esiste la Provvidenza e che il principio dell'economia è il Santissimo Sacramento e l´Adorazione?
Questa mattina presto stavo con gioia, come tutte le mattine, davanti al Santissimo esposto, in adorazione, quando suona il cellulare: “Pronto sono padre Aldo”.
“Padre sono la deputata Olga Ferreira… desidero comunicarti che il parlamento ha votato all'unanimitá di portare il finanziamento ordinario della Clinica da 1.270.000.000 a 1.400.000.000. La tua amica ed “ex alunna” senatrice Zulma Gomez, presidente della commissione “salute” del Senato, ha vinto.  Padre sono felice e anche se é ancora notte, volevo comunicarti la mia gioia. Un abbraccio e buona giornata”

Chi ha orecchi intenda. Sono tornato davanti al Santissimo commosso, con le lacrime. Una volta ancora Lui ha risolto tutto, sì perché Lui e solo Lui è il Parrocco, l'economo, il direttore sanitario, il capo.
E pensare che la senatrice Zulma Gomez, quando era nostra alunna alla facoltá di medicina di Villarrica, per mangiare cercava nei rifiuti delle immondizie qualche pezzo di carne. Che grande storia ho vissuto con lei, povera ragazza con 4 figli a 25 anni sola, e adesso é quello che é.
E per di piú se avessimo chiesto 2000 milloni invece di 1.300 lei li avrebbe ottenuti tutti. Mi ha detto: “il prossimo anno, padre Aldo, mi arrangio io a fare le domande al Parlamento e chiederó 2000 milloni. Significa 400.000 dollari”
"Con questa somma copriamo il 60% delle spese ordinarie della Clinica.  Mentre la nuova Clinica ci costa 1.300.000 dollari, che la Provvidenza certamente anche attraverso di te ci fará avere”.
Ieri sera c´è stato qui con noi il vicepresidente della Repubblica, Dr. Franco. Ha partecipato alla Messa, letto la lettura, ha vissuto con allegria l'atto conclusivo della scuola e ha mangiato con i miei bambini.
Ha detto “ma Padre, qui si vede cosa vuol dire educazione…non ho mai visto una cosa simile”.
Davvero Giussani é vivo e il rischio educativo é palpabile, presente… prenderlo sul serio cambia tutto e tutti.
Grazie Gesú e Madonnina cara per questi regali.
Peró senza dolore, senza adorazione continua tutto ció sarebbe impossibile. 
E´Lui, solo Lui che fa….CHIARO!
L´universitá serve ma solo dentro questa posizione, questa certezza.
Con affetto.

Padre Aldo


Tuesday, December 02, 2008

PRONTO SOCCORSO




Si stava profilando come una giornata troppo dura.
Turno di "urgenze" e chiamate conseguenti da ogni dove; telefono che squilla, cicalino che suona: c'era bisogno in pronto soccorso, nei reparti di degenza e la gente era già lì anche in ambulatorio, che aspettava da un bel po'. Insomma, mi stavano cercando dappertutto, praticamente da ogni angolo dell'ospedale. Ed ovunque era richiesta anche premura, così che cominciavo a desiderare fortemente il dono dell'ubiquità, per riuscire in qualche modo a tirare sera.
"Non ce la posso fare", mi dicevo, ed allo scoraggiamento iniziava a subentrare vera e propria ribellione alla realtà.
Quindi cominciavo pure ad arrabbiarmi.
Per giunta ci si era messo pure quel collega (per la verità un amico): neanche lui mi aveva risparmiato la chiamata. Così, quand'ero arrivato lì, in pronto soccorso, non avevo fatto nulla per nascondere il malessere e il disagio e gli avevo detto di non poterne più.
Lui non aveva fatto nulla per scrollarsi di dosso tutto il mio malumore - pare che gli amici veri facciano così - e si era fermato, guardandomi per un attimo fisso negli occhi. "Vatti a leggere la prefazione di Rose sul libro "E' mezzanotte dottor Schweitzer", mi aveva detto.
E poi, non contento, ci aveva pure piazzato un bel sorriso, lasciandomi lì come un cretino.

Così, alla sera, ero andato a leggermela, quella benedetta prefazione (la si trova a questo link) e, riaffacciatomi col mio sguardo alla finestra della realtà, avevo capito da dove poter ricominciare per vivere bene all'indomani.
Ricominciare, peraltro, non partendo dalla presunzione di essere cambiato, ma dalla nuova consapevolezza di un'appartenenza, capace di rendere nuovo il quotidiano.
Rose, infermiera a Kampala, in Uganda e che ha a che fare ogni giorno coi malati di AIDS, spiega molto bene di cosa si tratta.
Io, per quel che mi riguarda, devo solo ricordarmi che sì, si può vivere così, ed é davvero tutta un'altra cosa.
Devo anche dirlo a lui, al mio amico, quando capita e ringraziarlo per il suo richiamo.
Magari quando mi chiamerà la prossima volta.
Dal pronto soccorso.

"Solo appartenendo si risponde al bisogno"
di Rose Busingye

"Ciò che è accaduto al dottor Schweitzer accade anche a noi oggi. Era un grande uomo, ma il suo problema - che è il problema di tutti gli uomini - è che partiva da sé, mentre il punto è che l’uomo originariamente appartiene. Siamo così pieni di distrazioni che non sappiamo nemmeno cosa ci fa alzare al mattino. Le nostre azioni sono dettate o dall’istinto o da interessi politici/pratici o, come diceva don Giussani, a volte «viviamo dormendo». Proprio don Giussani una volta mi ha detto: «Vai allo specchio e guarda, guarda quella faccia tonda. Guardala e pensa: “Questa faccia me l’ha data un Altro”. (...) Nel cuore del dottor Schweitzer c’è una grande generosità, quella che abbiamo tutti, anche nel nome di Gesù. Anch’io ho vissuto così. Andavo in ospedale perché volevo guarire i pazienti che incontravo. Volevo lavorare per la presenza di Gesù nei malati, negli orfani, nei poveri... Finché le cose andavano bene dicevo: «Che bello Gesù!». Poi le cose cominciarono a non andare come volevo: i malati che cercavo di guarire morivano, i poveri non erano soddisfatti di ciò che davo loro, gli amici - cosa peggiore - erano scontenti. Non andava bene niente! Sono andata in crisi e ho pensato: me ne vado. Ho cominciato a vivere e lavorare veramente quando qualcuno mi ha detto: «Tu sei mia». In quel momento ho incominciato a intravvedere un significato per la mia vita. Una luce ha cominciato a illuminare la realtà tutta. Ho iniziato a scoprire la verità della mia stessa esistenza. Da quel momento è nata un’attrattiva, un’affezione, una tenerezza verso di me e verso gli altri.
Ho cominciato a lavorare e a vivere veramente quando ho saputo rispondere concretamente alla domanda: «Di chi sono, a chi appartengo?». Quando questa domanda si è incarnata in facce precise, con nome e cognome, paradossalmente sono diventata libera, appartenendo. Quando sei libera finalmente puoi stare di fronte alla realtà senza paura, puoi affrontare tutto perché sai di chi sei. Chi è libero non pretende più dagli altri, perché ha già tutto. (...) solo nel momento in cui ho scoperto me stessa, cioè ho riconosciuto la presenza di Cristo vivo e non l’immagine che avevo di Lui, ho smesso di correre dietro le cose. Questa verso Gesù era una corsa che a fine giornata mi lasciava estenuata e scontenta. Ora, invece, nell’appartenenza ho scoperto me stessa e ciò che posso dare agli altri è una sovrabbondanza del mio rapporto con Cristo (...) . Sono andata in crisi quando, come il dottor Schweitzer, ho pensato che tutto dipendesse da me. Se l’uomo non vive questa appartenenza, riempie il vuoto della propria esistenza con cose da fare, che alla fine sono solo un fascio di reazioni. L’attrattiva originale si riduce nella pretesa di misurare la realtà; allora tutto diventa moralismo, l’insicurezza la fa da padrona. Quello che io ho di più, rispetto al dottor Schweitzer, è questa esperienza di appartenenza a Cristo, un legame che mi definisce per sempre. È lo stesso sguardo che aveva padre Carlo, che stabilisce il contenuto e il metodo del mio lavoro: comunicare la commozione per la sconfinata grandezza dell’esistenza di ciascuno e offrire quella compagnia al Destino che ha abbracciato e abbraccia la mia vita. Ciò che è mancato al dottor Schweitzer è proprio non capire che non si può aiutare l’altro se non si appartiene.

Saturday, November 29, 2008

SECURE

Vorrei farmi certo,
che la mia sicurezza é quando le mie infedeltà mi hanno fatto incerto su di me.

Anche oggi, un'altra volta ancora, t'incontro in cima a una montagna, 
costruita coi miei tradimenti, col freddo che ho procurato in Te, in me, in tutti i fratelli che non ho saputo o voluto amare.
Mi abbracci lassù ed é quello di cui ho bisogno.

SentrirTi così mi dà gioia: é ciò che non alimenta il mio orgoglio.
La Tua forza si manifesta nella mia debolezza e posso ricominciare,
anche per oggi, un'altra volta ancora,

secure




Secure (Genrosso)

When I trust in you, you give me everything
When I trust in you, you give it to me all
When I trust in you, take away my weaknesses
'cause I am with you, my friend, secure

Wednesday, November 26, 2008

LETTERA D'AMORE

Lascia che anche stasera io sia l'ultimo a dormire.
Guardarti mentre sogni e ringraziare Dio d'averti incontrata.
Sfiorare te, e i nostri bambini, con la struggente certezza che il desiderio di felicità dimora già in mezzo a noi.
Ho bisogno di questa dolcezza prima di addormentarmi anch'io.
Ho bisogno che si faccia strada a poco a poco e prenda il posto della frenesia e del grigiore. Tutta la giornata, d'un tratto, come un volo: fotogrammi di un film ad uno ad uno.
Ed un pupilla nuova per guardarli, l'Amore versato su noi, l'occhio di un Dio che abbraccia le miserie di ogni istante.
Quel che resta di me - alla fine del giorno - scorre lungo le note di una dolce melodia.... 



Cosa Resta Di Me (Genrosso)

Cosa resta di me / quando il giorno va via
Che cosa potrò dare io / con queste mani vuote?
Cosa mai darà forza alla mia voce
Cosa mai darà fiato alla mia corsa
Se  non quel po' d'amore / nato dalle mie lacrime

Stanca nella sera / dorme la collina
Non un suono, non parole / si alzano nel vento
Come un cuore gonfio / il mondo soffre il suo lamento
Che profondità 
In quei silenzi / che possibilità

Strana prospettiva / magica alchimia
Lentamente nella vita / cambiano i valori
Il pianto brilla nelle mani / brilla più dell'oro
Che serenità
In questa sera / che se ne va

Monday, November 24, 2008

BUON LUNEDI'


Ho un amico che, con una fedeltà impressionante, mi manda ogni mattina, via SMS, un augurio di buona giornata.
Lo fa anche con altri, così che tutti si possa essere consapevoli di quanto una vita "in cordata" possa dare molto più senso ad ogni cosa. 
Spesso é un semplice "buon lunedì", altre volte é un "buona domenica con il sole", ma può essere anche "buon martedì con la pioggia". Come a dire: la Bellezza non dipende da quisquilie come il tempo o come tu ti senti dentro, la Bellezza é dentro la realtà che ti si fa incontro, il punto é se la vuoi vedere o no.

Da ingrato quale spesso sono nella vita, non gli rispondo mai o quasi mai.
L'altro giorno, però, uscendo di casa al mattino presto e col morale già sin troppo sotto i tacchi, l'ho voluto fare, per dirgli subito che il suo buongiorno era la prima cosa bella che avevo incontrato al mattino.
Lui mi ha risposto di nuovo e mi ha pure un po' sgridato, ricordandomi, in poche parole, tutto il positivo della mia vita.  E così mi ha spiazzato di nuovo, perché gli amici veri son così: non sono compiacenti e non ti lasciano mai tranquillo.
Alla fine del suo SMS, però ha anche aggiunto "andiamo avanti insieme".

"Andare avanti", allora, prima di tutto. Perché quando il limite ti opprime, invece che chiedere aiuto ad un Altro, ritieni legittimo fermarti - "oggi voglio rimanere spento" cantava Vasco - ignorando che chi non va avanti non sta fermo, ma va indietro.
E "insieme", perché quell'insieme rende il cammino non più fatica, ma gioia di una compagnia. 
Compagnia di Lui, perché "dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".

L'SMS di stamani é "buona settimana": grazie, amico mio, per avermi ricordato tutto questo anche stamattina. 
Un'altra volta ancora.

Sunday, November 16, 2008

PRENDERSI CURA?

"Ci vuole una grande umanità per capire che la cosa più difficile da sopportare é il dolore
e la cosa di cui abbiamo più bisogno é che nel dolore ci sia qualcuno con noi che condivide e ci aiuta a non essere soli.
Ci vuole solo una grande, infinita, straordinaria umanità"
(Enzo Piccinini, chirurgo)

"Una persona é più dell'individuo biologico, psicologico e sociologico che la definisce. In essa vibra un fattore che non possiamo definire, ma possiamo riconoscere. E' ciò che risponde all'idea di Mistero. Infatti anche in presenza di punteggi di qualità di vita negativi é possibile la felicità, e anche tutte le condizioni migliori non la garantiscono. E' sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Negare questa verità é un primo atto d'irragionevolezza scientifica.
La conoscenza é una finestra spalancata sul reale, non una scatola in cui rinchiuderlo."
(dal catalogo della mostra di Medicina e Persona "Misurare il desiderio infinito?)



Premessa
Più passa il tempo, nell'esercizio della professione medica, più si fanno strada in me sentimenti e sensazioni nuove.
Cresce l'esperienza, la pratica clinica e cresce la conoscenza, attraverso lo studio e la lettura di quel bagaglio sempre più ricco ed ampio costituito dalla letteratura medica.
Ma, paradossalmente, pur dentro un lavoro sempre più caratterizzato dalla possibilità di migliorare la qualità di vita e la sopravvivenza dei pazienti, affiora anche un certo senso d'incertezza e di disagio, di fronte alla complessità di questo mestiere, per cui - in un certo senso - più sai, più ti accorgi di non sapere.
Eppure, mentre compi ogni giorno gli atti della tua professione, ti accorgi sempre più che tutto quel lavoro, nella misura in cui lo compi con zelo e con passione, diviene a poco a poco condivisione e compagnia al Destino.
Allora e solo allora, se ti sforzi di farti capace di comprendere fino in fondo ciò che accade davanti a te, sei capace di accettare anche le sconfitte, che così cessano di divenire frustranti, quasi fossero un fallimento di tutto il tuo lavoro.
Ma non é semplice e scontato: é anch'esso duro lavoro - interiore questa volta - su cui sei costretto a ricominciare ogni giorno.

Flashback
Agosto 2008, Rimini, Meeting per l'amicizia tra i popoli.
Incontro la mia amica Anna pochi passi fuori dalla mostra. Lei, invece, é in fila per entrare.
Mi chiede: "sei stato alla mostra, vero? Ti é piaciuta?".
Ha un sorriso sul volto che mi provoca e costringe la mia gioia a fuoriuscire: "E' bellissima! - le rispondo - questa é la lezione che nessuno mi ha mai fatto all'università".
"L'avevo capito dal tuo sguardo...", mi risponde. Ed io mi rendo conto di quanto la Bellezza che ho incontrato si sia resa evidente: ha attraversato due volti che si sono incrociati per caso e li ha messi gioiosamente in relazione tra di loro.
Saluto Anna, un po' frettoloso: devo raggiungere mia moglie e i miei figli.
Ma, ne sono certo, la mostra piacerà anche a lei.

Misurare il desiderio infinito?
Cosa c'é di commovente e coinvolgente in una mostra?
Tante cose. Incontrare testimoni, ad esempio. Come il prof. Pierre Mertens, che, parlando della figlia, nata con la spina bifida e morta pochi anni dopo, dice: "la cosa più bella che mi é capitata nella vita é mia figlia Liesje". I medici che Pierre incontra sono spietati quando Liesje nasce: secondo loro non dovrebbe neppure vivere; ma quella figlia, nei pochi anni vissuti, li smentisce: la gioia che dispensa a chi le sta intorno riempe di significato ciò che accade ed aiuta ciascuno a vivere meglio il proprio destino. Conclude Mertens: "all'inizio della storia c'era stato un giovane dottore che quando aveva finito di rispondere alla mia ultima domanda é rimasto lì. In quel momento di silenzio ci siamo incontrati. Consolare vuol dire non fuggire, restare con qualcuno a dispetto del disagio profondo che il dolore e la sofferenza dell'altro provocano in noi. Come terapeuta, io riconosco una cosa fondamentale: i momenti più intensi non sono quelli dove io mi presto alle interpretazioni, ma quelli in cui sono il testimone della sofferenza più profonda. Quando io sperimento in me il grado d'intolleranza. Quando mi obbligo a restare. Perché per chi soffre, il fatto di sentire che non é solo, in questi momenti di disperazione, apre le porte alla speranza. Mol ed io abbiamo la coscienza che é Lies che ci aiuta a superare i momenti difficili".


Mario Melazzini, primario oncologo e docente universitario, é un altro testimone. Ammalato di SLA dal 2003 ed oggi alimentato con sondino, dopo essersi misurato con l'impotenza della medicina aveva persino considerato il suicidio assistito; oggi benedice la vita e ti dice: "avendo la fortuna di una mente lucida e consapevole, mi sono reso conto di quanto possa ancora dare e ricevere a chi mi vive accanto, alla famiglia, agli amici, ai colleghi di lavoro, al mondo esterno. L'essere conta più del fare".

Ma di cosa parla questa mostra? Di qualità della vita. Possibile? E allora cosa c'entrano personaggi così? Stiamo parlando di sofferenza estrema e allora dov'é la qualità?
"La qualità della vita" é il sottotitolo della mostra. Il titolo é "misurare il desiderio infinito?".
Allora cosa stiamo cercando di fare?
Forse stiamo provando a conoscere anche ciò che é mal misurabile, ma non per questo svuotato di significato. Allora il problema é che occorre un altro metodo ed ecco il perché dei testimoni.
Qualcuno cioé che ti racconti che, al contrario di quanti affermano che "non si può vivere così", si può provare invece ad entrare in un universo differente. E magari scoprire che anche il nostro concetto di qualità può subire variazioni. Paola Marenco, ematologa, curatrice insieme a Giorgio Bordin della mostra, dice nell'introduzione, citando il carnet de voyage di Marie Michèle Poncet, pittrice che racconta la propria malattia attraverso i quadri: "lo sguardo acuto dell'artista sulla realtà vede ciò che accade nella circostanza concreta e risalendo fino a cercarvi un significato, scopre come la malattia possa non essere ostacolo alla vita, ma vibrazione di un pezzo di vita più intensa, di un'attesa più importante". Fino al punto di affermare che "ciò che accade di nuovo attraverso la malattia" é "qualcosa che prima non c'era e che fa della vita "un'altra, più bella".

A questo punto, allora, si può capire anche Felice Achilli, primario cardiologo, che, sempre nell'introduzione alla mostra, parla di Eluana Englaro: "Eluana Englaro é nel suo letto, probabilmente una suora la sta guardando, come si guarda una figlia, le sta riassettando le lenzuola. Non ha una malattia inguaribile, non ha bisogno di farmaci, non é una malata terminale: ma ha bisogno di qualcuno che l'assista, le dia da bere e da mangiare. Ma qualcuno ha detto che non é vita, il padre ha chiesto una stanza d'ospedale in affitto, perché il suo "medico curante" possa sospenderle idratazione ed alimentazione, possa sottrarle vita. Una vita indegna, che (dicono) lei non avrebbe desiderato vivere. Una vita senza qualità adeguata".



Epilogo
Cosimo Calò é stato per anni il medico di Chiara Lubich.
E' morto tanti anni prima di lei; ora ha incontrato nuovamente la sua amata paziente lassù.
C'é un libro che racconta la sua vita, che porta come sottotitolo: "la misura dell'amore: senza misura". Scrive Silvano Cola, l'autore: "la parola del Vangelo che ha illuminato Chiara ed ha travolto nella sua scia migliaia di persone, che si consacrano all'unità per rispondere alla preghiera di Gesù: "che tutti siano uno", era diventata anche per lui l'Ideale da incarnare nella vita. Ma Cosimo é medico, il suo mondo sono i pazienti. E' qui il suo banco di prova. E una luce particolare lo investe, come una grazia ad hoc, come una scoperta: "Io in loro" (Gv, 17,22). Gesù é nei malati, negli angosciati, nei volti sfigurati da qualsivoglia sofferenza. Ecco la sua nuova deontologia medica: "Ho scoperto Lui nell'uomo".

Chi vedeva Cosimo visitare gli ammalati - si racconta nel libro - aveva talora l'impressione di vedere Maria accanto al Figlio.
Anche San Riccardo Pampuri visitava così.
Anche i medici che fanno compagnia a padre Aldo Trento nella sua clinica per malati terminali in Paraguay sono così.
Tanti colleghi che conosco provano a vivere così, nel loro semplice, banale, faticoso e stressante lavoro quotidiano di medici ospedalieri e medici di famiglia.
Oggi io voglio stare con loro e riscoprire le ragioni più profonde della mia professione.
C'é un desiderio d'infinito nel mio cuore e nulla lo potrà sconfiggere, ormai.
Non ci riusciranno i giudici, con le loro inique sentenze, né primari ed amministratori di ospedale che non l'abbiano ancora compreso.
Ma, soprattutto, c'é la compagnia di un Dio, protagonista di un amore infinito, in quel suo misterioso grido sulla croce - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - grido che ha ridato significato e speranza ad ogni dolore.
E c'è la compagnia di Maria, il suo Stabat ai piedi della croce, anche lei "sicurezza della nostra speranza", come disse un giorno Don Giussani.
E questo mi basta per andare avanti.



Fonti citate:
1) catalogo della mostra di Medicina e Persona: "Misurare il desiderio infinito? La qualità della vita", edizioni Itaca (http://www.itacaedizioni.it/) .
Per una descrizione della mostra vedasi anche questo link.
2) Silvano Cola - "Cosimo Calò. La misura dell'amore: senza misura" - Città Nuova ed.

Friday, November 14, 2008

SHAME


"Ho fatto le prove generali, siamo tutti pronti! Non ho fretta di morire, ma non ho paura, sono serena e in pace, perché io sono una donna fortunata".
Sono parole di Elena, le prime parole citate dal prete durante l'omelia del suo funerale. Elena era un'amica di famiglia, una giovane donna, medico anestesista, madre di bambini.
Elena era malata di SLA - la famigerata "sclerosi laterale amiotrofica" - non ha mai maledetto la vita ed é morta quando é giunto il suo momento, certamente in odore di santità.
Scriveva, poco tempo prima: "(...) anch'io, come Luca Coscioni, parlo con un sintetizzatore vocale e sono tetraparetica ma credo che l'omicidio di un essere umano, pur piccolo come un embrione, non può condurre a niente di buono"


Morire di fame e di sete.
Non lo augureresti al tuo peggior nemico.
Può capitare per disgrazia, per sciagura; succede al protagonista di Into The Wild, ad esempio, nel film di Sean Penn che narra di una storia realmente accaduta.
Oppure può trattarsi di condanna a morte. Come quella di Massimiliano Kolbe, perpetrata da "giudici" che indossavano l'uniforme di ufficiali nazisti.

E allora evitiamo, almeno, di farla soffrire, Eluana, non é vero? Bontà loro.
Perché finora l'abbiamo accudita, assistita, nutrita, le abbiamo fatto compagnia. E qualcuno ha chiamato tutto questo "accanimento terapeutico".
Ma adesso dovremo trovare dei medici che somministrino farmaci, perché la sospensione dell'assistenza di Eluana comporta giorni di agonia prima che giunga la fine e allora richiede sedazione.
E d'altra parte anche ai condannati a morte per iniezione letale si somministrano anestetici generali, prima d'iniettare il cloruro di potassio che gli fermerà il cuore. Cuore che si ferma di fibrillazione ventricolare, una morte molto più veloce di quella per disidratazione.

Pena capitale, allora, perché di questo stiamo parlando.
Questo é l'eutanasia, quella che i giudici della Corte d'Appello e poi di Cassazione non hanno avuto il coraggio di chiamare col suo nome.
Eutanasia, aborto, pena capitale; nomi diversi per descrivere la stessa cosa: l'arrogarsi un diritto che l'uomo - al di là di ogni convinzione religiosa - non possiede: quello di disporre della vita, propria ed altrui.
Che vergogna all'indomani di una sentenza così.
E che tristezza.


Comunicati stampa:
Medicina e Persona (http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=8717)
Scienza&Vita (http://www.scienzaevita.org/)
Comunione e Liberazione (http://www.clonline.org/articoli/ita/vol_Eluana1108.pdf)

Post Scriptum:
l'editoriale di oggi di Medicina e Persona, a cura di Clementina Isimbaldi e Felice Achilli, esprime molto meglio delle mie parole perché non si può condividere ciò che i giudici hanno sentenziato in questi giorni.
Il testo completo si trova qui: http://www.medicinaepersona.org/cm/rassegna.jhtml?param1_1=N11d9afc97f079d7ef7d&param2_1=N11d9afc97f079d7ef7d
da esso traggo solo queste poche righe: le ha scritte Giacomo Leopardi:
"questo malato é assolutamente sfidato e morrà di certo... I suoi parenti per alimentarlo, come richiede la malattia, si scomoderanno realmente nelle sostanze: essi ne soffriranno danno vero, anche dopo morto il malato... Che cosa dice la nuda e secca ragione? Sei un pazzo se l'alimenti. Che cosa dice la natura? Sei un barbaro e uno scellerato se per alimentarlo non fai e non soffri il possibile"

Wednesday, November 05, 2008

CAN'T ESCAPE FROM YOU


"Neanche questo ti piace?": mi rivolgo a mia figlia dodicenne, il volto assonnato del mattino, mentre dall'autoradio fuoriescono le note della splendida Mississippi. La sua risposta é di quelle che non lasciano scampo: "sono tutte uguali...". Niente da fare, anche stamani i Finley battono Bob Dylan uno a zero e a scuola, coi suoi compagni sarà difficile che menzioni l'ultimo album del nostro. Peccato perché Tell Tale Signs é davvero uno dei dischi più belli di Bob Dylan e comunque il migliore da più di dieci anni a questa parte, da quando uscì Time Out Of Mind, nel 1997.


"Where the fuck is 'Blind Willie McTell??? How could you leave that off the album? It's the greatest song..." Reagisce così, tempo fa, Larry "Ratso" Sloman ascoltando Infidels; e Bill Graham ha un sussulto, quasi pronto a saltar su dalla sedia: ma perché Bob Dylan ha sempre questo vizio di lasciar fuori dai dischi alcuni dei suoi pezzi migliori?
Eppure la risposta di Bob é di quelle in grado di spiazzare chiunque: "Aw, Ratso, don't get so excited. It's just an album - é solo un disco, in fondo - I've made thirty of them - ne ho già fatti altri trenta..." (1)
Impagabile Bob Dylan. C'é poca gente in giro così capace d'ironia.
Ed eccolo qui, allora, Tell Tale Signs, ottava puntata della saga delle "Bootleg Series", un doppio cd pieno zeppo di outtakes ed unreleased songs, che poi alla fine vuol dire scarti di registrazione, ma roba che la maggior parte degli altri artisti farebbe carte false per avere sui propri dischi, gente che venderebbe l'anima al diavolo come Robert Johnson, pur di farne il disco "buono" di un'intera carriera.
Ci sono altre gemme, per la verità, come una splendida Ring Them Bells (tratta dagli shows "unplugged" al Supper Club di New York, nel 1993) o la dolce ed acustica Cocaine Blues, o, ancora, le potenti High Water e Lonesome Day Blues.

Non é un caso, comunque, che molte delle canzoni di un album così bello derivino dalle sessions di Oh Mercy e di Time Out Of Mind. Dylan stesso riconosce una magia tutta particolare, presente in sala di registrazione in quei giorni, merito anche di Daniel Lanois (2): "avevo una totale ammirazione per l'operato di Lanois. Molto di quello che aveva fatto era unico e destinato a durare. Danny e io ci saremmo rivisti dieci anni dopo e avremmo lavorato insieme un 'altra volta (le sessions di Time Out Of Mind, nda) con lo stesso intenso coinvolgimento e con la stessa eccitazione. Avremmo fatto un altro disco, ripartendo da capo e ricominciando da dove avevamo smesso". Dylan, come poche altre volte nella sua carriera, aveva trovato un produttore capace di entrare in sintonia con la sua anima e la sua poesia ("eravamo spiriti fratelli") ed il risultato erano sì canzoni, ma forse anche qualcosa di più, qualcosa che riguarda ciò che sei ed il destino verso il quale ti sei messo in cammino: "le canzoni erano state scritte per la gloria dell'uomo, non per la sua sconfitta, ma anche prese tutte insieme non esauriscono di certo la mia visione della vita. A volte le cose che si amano di più e che rivestono il più grande significato non volevano dire niente la prima volta che le abbiamo viste o sentite. Vale anche per alcune di quelle canzoni" (3).
Ascoltare alcune di queste canzoni, allora, significa entrare in un universo tutto particolare, dove anche due versioni differenti dello stesso brano non sono mera ripetizione, ma diverse sfaccettature di un'esperienza a tratti anche esaltante: "si può andare avanti all'infinito a variare tempi e ritmi. Sarebbe stato bello se qualcuno avesse prestato attenzione a questo aspetto, alle combinazioni ritmiche all'interno della canzone invece che alla canzone, la quale era perfettamente in grado di prendersi cura di se stessa" (4)


Forse é proprio perché le canzoni di Dylan sono in grado di "prendersi cura di se stesse", che si rendono capaci d'intrecciarsi coi fili dell'esistenza non solo di Dylan, ma di chiunque voglia implicarsi in un ascolto disposto a lasciarsi condurre lontano.
Tell Tale Signs é pieno di canzoni così. Da Most Of The Time a Mississippi. Da Red River Shore a 'Cross The Green Mountain. Da Dreamin' Of You a Series Of Dreams. Ognuna di esse meriterebbe un capitolo a sé, un momento su cui fermarsi a pensare. Magari non per cambiare un'esistenza, perché quella ha bisogno di altro, che le dia spessore e significato. Anche Neil Young, d'altra parte, ha detto di recente, nel suo Just Singing A Song Won't Change The World: "puoi cantare del bisogno di un cambiamento, beh devi fare il tuo cambiamento personale, puoi essere quello che stai cercando di dire, ma cantare una canzone non cambia il mondo" (5). E Dylan sarebbe stato d'accordo sin dall'inizio, sin da quando, nei primi anni '60, qualcuno gli affibbiò l'etichetta di folksinger di protesta, mentre lui aveva già cominciato semplicemente a raccontare di sé a chiunque avesse voglia, allora come adesso, di fargli compagnia laggiù sotto il palco.


Ma se le canzoni, come ogni forma d'arte, hanno un merito, é anche quello di farti intravedere la Bellezza. E questa é sempre un tramite, capace di metterti in contatto con Qualcosa o Qualcuno di più grande.
Dylan ha sempre avuto la capacità di fornirmi uno di quei canali diretti, di mettere lì, a mia disposizione, pezzi di bellezza capaci di divenire richiamo. Nulla di strano, allora, che spesso e volentieri, ed in modo del tutto arbitrario ma altrettanto legittimo, continui ad esercitare su di me un fascino che ha questa sfaccettatura tutta particolare: una possibilità d'intreccio positivo con le righe dritte e storte della mia esistenza.
Come mi accade, ad esempio, sulle note di Mississippi.
Provo a percorrerla, allora, lungo le note splendide, intimiste, della sua versione acustica.
Vi riconosco il percorso di un cammino, una strada a tratti stanca e disillusa ("Every step of the way, we walk the line/Your days are numbered, so are mine/Time is piling up, we struggle and we stray/We're all boxed in, nowhere to escape"). Eppure c'é una voce, povera voce, che grida per un perché ("I need something strong to distract my mind/I'm gonna look at you 'til my eyes go blind") ed é vero che "la nave é andata in pezzi e affonda in fretta", "ma il mio cuore non é stanco, é libero e leggero/non sento che affetto per chi ha navigato con me".
Forse una Compagnia al cammino mi ha fatto scoprire Chi é misericordia e allora é quella che ridesta il desiderio e dona nuova forza all'andare avanti : "Stick with me baby, stick with me anyhow/things should start to get interesting right about now"/"sta' qui con me, sta' con me in ogni maniera/é adesso che le cose si fanno interessanti".
Una magia mi avvolge, arrivato alla fine della canzone.
Accadrà ancora, con Dreamin' Of you, ad esempio. O con Red River Shore.



(Mississippi, live in Oregon, 9 october 2001)


Chissà cos'é che, arrivato alla fine dell'album, mi fa guardare a Dylan in preda ad una nuova sensazione. La musicalità eccellente, la sua performance vocale, la qualità dei brani pubblicati, ma forse e soprattutto quell'amicizia in musica di così lunga data. E la consonanza con l'esperienza dell'anima diviene così intensa che ad un certo punto, in un esercizio soggettivo quanto avventato, mi é venuto da pensare a questo disco come ad un percorso interiore di Dylan, il racconto del suo stesso incedere verso il Destino.
Lo guardo nel video dell'ultima canzone, una splendida 'Cross The Green Mountain, quasi viaggio esistenziale illustrato da quadri che raccontano della guerra di secessione americana.
In un video che accompagna la canzone, un inedito Dylan vestito da ufficiale, guarda il viso del compagno morto - I look into my eyes of my merciful friend - chiedendosi disperatamente : is this the end?
Qual é, Bob, il tuo sguardo verso il punto d'arrivo del tuo percorso, lontano dal mito di te stesso, che per tutta la vita, peraltro, hai voluto e saputo tener lontano, e sempre più nudo, senza sconti con te stesso e chi hai di fronte - like a complete unknown - nel raccontare di te?
Quel che é certo é che io non posso fare a meno di ascoltarti e di seguirti fino in fondo, proprio come il titolo di quella canzone, scritta per un film che non é mai stato fatto.
Dopo tutto rimarrò sempre e soltanto Emotionally Yours e quel che più conta, appunto, in fondo é proprio questo: Can't Escape From You.





Note:
(1) tratto dal libretto allegato al doppio cd
(2) tratto da Bob Dylan - Chronicles - ediz. italiana a cura di Feltrinelli
(3) ibid.
(4) ibid.
(5) tratto dall'articolo di Paolo Vites "CSNY. Il prezzo della libertà", JAM n.152, ottobre 2008

Saturday, November 01, 2008

TO BE A SAINT IN THE CITY



"(...) Victor non è riconducibile alla sua dolorosissima malattia, perché è Cristo. E allora se è Cristo, capite che è il Paradiso qui in terra. Io non posso stare senza contemplarlo, perché è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili. Certamente senza prendere sul serio la vita, come ci ricorda Giussani nel Senso Religioso citando quel pezzo di un dialogo fra Richard e la vecchina nonna Henry, è impossibile riconoscere in questi fatti la grande Presenza, il Mistero che da senso e bellezza a tutto…  Quando lo si riconosce come mi ha detto l’altro giorno Cristina, la giovane mamma di una delle casette di Betlemme, con 14 bambini da 0 a 11 anni: “padre, da quando Dio mi ha tolto le mie uniche due figlie del mio matrimonio. Nageli di 6 anni e Natali di 9, e mi ha chiamato ad essere madre di tutti questi bimbi ho capito che per me essere madre significa non possedere mai i miei figli. Ogni attimo li guardo, li amo immensamente, ma so che non saranno mai miei e che prima o poi se ne andranno. Ma questa è la mia vocazione. Mi tortura il cuore, però se Gesù vuole questo è anche vero che mi ha regalato un vero cuore di mamma: farli crescere e poi lasciarli andare seguendo il disegno buono di Dio... ed io rimanere ogni volta a ricominciare e pregare”.  Questa è la santità."

(dalla lettera di padre Aldo Trento del 22 ottobre 2008)


Post Scriptum
grazie all'amico Renzo Cozzani, che oggi, giorno di Ognissanti, mi ha mandato questo video del Boss...

Saturday, October 25, 2008

HO SOLO LE HAWAII




Maui, Hawaii, the Westin Maui Hotel


Questo libro di Riro Maniscalco, mi ha appassionato subito, fin dal titolo - Mi mancano solo le Hawaii - perché io, invece, ho solo le Hawaii. Anche un pezzetto di Los Angeles, per la verità - una giornata su e giù per gli Universal Studios e per Hollywood Boulevard (ma Julia Roberts non l'ho mai incontrata) - ed un un po' più lungo - tre giorni - di San Francisco, una splendida città, che mi rimarrà sempre nel cuore.
Accadde nell'ottobre 1995, un'avventura vissuta con mia moglie (ai tempi in attesa della nostra prima figlia!) e che entrambi non dimenticheremo mai.
Ma dell'America, ahimé, mi manca tutto il resto. Sogni coltivati sin da ragazzo, ascoltando Bob Dylan e tutta la musica rock americana che trovai, sogni fatti di Route 66 mai percorsa, di paesaggi alla Paris Texas, di indiani che non salteranno mai fuori dagli speroni rocciosi della Monument Valley.
Dreams on the road, su highway che corrono dritte fino all'infinito, con la polizia che ti corre dietro quando vai troppo forte, invece di fregarti a casa con la foto dell'autovelox; di autoradio che se l'accendi salta fuori Hank Williams e Johnny Cash e non Radio Deejay.
Insomma tutti sogni che resteranno tali, perché dove vai oggi se hai famiglia e tre figli e fai già fatica a tirare fine mese? Ma tant'é, in fondo se anche riuscissi un giorno o l'altro a guidare una bella Chevrolet - la Chevy, come la chiama Riro - forse scoprirei che era tutto diverso da come me l'ero immaginato.


Hollywood Boulevard, LA: "Dany, parcheggia tu la macchina, che io scendo a prendere il pane e il giornale..."


Maui, la spiaggia dell'Hotel Westin Maui. "Ma se ci siamo stati l'altro giorno, come mai qui non ho la pancia e i capelli sono tutti neri??"


E allora, insomma, questo libro lo dovevo leggere per forza.
Perché é un libro sul viaggiare ed il viaggiare é ancora uno di quei sogni del cassetto.
"
Andiamo. Non so dove, ma l'importante é andare", scriveva Jack Kerouac nel suo On The Road e così Jackson Browne, un'altra delle colonne sonore della mia esistenza, che canta "Non so dove stia correndo, sto solo correndo": é in Running On Empty, la title track di un disco che mi porterei sulla classica isola deserta.
Ma il mito di Kerouac e la lettura del suo libro mi hanno sempre messo una profonda tristezza, perché correre per correre o andare per andare non possono rimanere tali, così senza uno scopo. Altrimenti l'euforia é giocoforza l'anticamera della disperazione. Così avevo bisogno di un altro libro, di un'altra storia. E meno male che é arrivato il libro di Riro.
Riro Maniscalco l'ho visto quest'estate al Meeting di Rimini, sul palco insieme a John Waters, Walter Gatti ed agli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, a presentare "
Help! Il Grido del Rock", un altro di quei libri che non si dovrebbe perdere nessuno. E' un italiano trapiantato in America, lo dice lui nel sottotitolo del libro e "Mi mancano solo le Hawaii" sono i suoi appunti di viaggio in lungo e in largo per gli USA.
Un libro bello, appassionante, estremamente divertente. Così gradevole che, ad un certo punto della lettura, ho dovuto cominciare a rallentare; anche a tavola faccio così quando ho davanti qualcosa di gustoso: non mi piace l'idea che una cosa bella e buona passi troppo in fretta. Così sono andato un po' più piano, per andare dietro al viaggio, per farlo anche un po' più mio, per entrare di più dentro un'esperienza di vita.
Tornando a Kerouac, ricordo che invece, quando lessi
On the Road, feci fatica ad arrivare in fondo. Perché proprio di fatica era pieno il racconto, pur conservando un fascino tutto particolare. Quel viaggiare fine a se stesso alla fine era proprio questo: solo una gran fatica. E la disperazione é ciò che rimane se il tuo andare non possiede il desiderio del bello; disperazione da cui, oltre tutto, non ti liberi più se alla fine essa stessa si autoalimenta nel sottile compiacimento di sé.

In questo libro, invece, si recupera la gioia del viaggiare, forse perdendo qualcosa del mito, ma guadagnando quel sottofondo che é amicizia, un modo d'intendere l'esistenza che ha il sapore di famiglia, una compagnia che sottende ad ogni avvenimento od avventura.
In fondo anche la bellezza della natura, così prorompente negli scenari americani, perde significato se vista come qualcosa a sé, senza legame con il resto: "
la felicità non é reale se non é condivisa" scrive nel suo diario Chris McCandless - il personaggio di cui narra lo splendido film Into The Wild di Sean Penn - immerso nella bellezza di una natura cercata a lungo, ma prigioniero allo stesso tempo di una solitudine che lo porterà all'autodistruzione.


San Francisco, downtown. "Fausto, fai una foto da qui, che secondo me viene bene!".
"(...) ma perché le mogli hanno sempre ragione? (beh, quasi sempre....)"


Allora datemi retta, mettetevi a leggere questo libro anche voi.
Vi avventurerete così in mille posti, come, ad esempio, ad East New York ed immaginerete la faccia di quel poliziotto, mentre dice "
this is East New York. You don't want to be here", o quella della cameriera di Mancos, Colorado, dopo che hai fatto l'errore di ordinare una birra...
O ancora penserete d'essere lì anche voi, immersi in stupendi paesaggi texani, o a bordo di motoslitte nel parco di Yellowstone, oppure ancora a far due passi fuori dalla casa degli amici ad Anchorage, Alaska:
"(...) però se vedi l'alce o il grizzly, stattene immobile e aspetta che se ne vada..."
Arriverete in fondo al libro in un baleno, ve l'ho già detto, e vi dispiacerà.
Ma quando avrete chiuso l'ultima pagina del libro, una cosa rimarrà lì con voi, senza fretta d'andar via, ed é lo spirito che pervade tutto il vivere di cui si é letto. Dice Riro:
"(...) "qualche tempo fa ho "cambiato natura". Sono un "naturalizzato americano", con tanto di doppia cittadinanaza e doppio passaporto. Ho fatto bene o male? L'ho fatto. L'ho fatto perché questa é oggi la mia vita e ho sempre pensato che l'unico modo per vivere quel che può durare anche solo un attimo é di viverlo come se fosse per sempre. Bisogna fare così anche quando si viaggia".
Vivere ogni attimo come se fosse per sempre é quel che mi fa sentire vicino ad uno come Riro.
E come a Riro anche a tanti altri amici, alcuni anche comuni ad entrambi.
Forse il fascino del libro, alla fine, sta tutto qui: in quella frase della Dichiarazione d'Indipendenza citata nel racconto: "
vita, libertà e ricerca della felicità". Questo, dice Riro, é qualcosa che gli corrisponde, che sente come suo.
Ecco perché mi piace come scrive: tutto questo corrisponde anche a me.



Post Scriptum
C'é un'altra cosa che mi ha fatto ripiombare di schianto nei miei sogni di ragazzo targati USA ed é il nuovo disco di
Bob Dylan, Tell Tale Signs. Lasciatemelo ascoltare ancora per un po' - erano anni che non ascoltavo musica bella così - e poi ci scrivo sopra qualcosa...