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Wednesday, September 08, 2010

EARLY MORNIN' RAIN


La Stoccolma di fine estate indossa un abito milanese da autunno inoltrato. M'incammino per le viuzze di Gamla Stan e faccio fatica ad immaginare come fosse nell'antico medioevo, infestata com'é, adesso, da negozi di anticaglie e souvenirs. Ogni tanto mi fermo un po', guardo lo stesso le vetrine, mi tuffo nei vicoli, a caccia di imprevisti e di agguati usciti dritti come da indimenticabili film di Ingmar Bergman. Una chitarra, le cui note giungono da lontano, mi attira inesorabilmente a sé ed é una Knockin' On Heaven's Door di strada che merita le poche corone che tengo ancora in tasca. Qui i negozi di dischi ci sono ancora, zeppi di buona musica e sfrontati nel mettere in vetrina pure i vinili. Lo scaffale di The Tallest Man On Earth é desolatamente vuoto, ma "it's not sold out", mi dice con sobrietà ed eleganza l'enorme uomo barbuto che si aggira dentro qui, tirando fuori il dischetto da un angolo remoto del negozio, mentre le note di sottofondo di un Bob Dylan d'annata ci avvolgono dolcemente, facendo sembrare questo posto un angolo del Greenwich Village dei sessanta. Christian Kjellvander, invece, sold out lo é per davvero, ma sarebbe stata troppa grazia riuscire a procurarsi pure quello. Me ne vado prendendo su con me anche l'Eddie Vedder di Into The Wild ed un Wilco doc, ad andare a riempire due piccoli spazi scandalosamente ancora vuoti su di un altro scaffale, quello dei dischi che sta laggiù a casa mia.


Un esercito di cardiologi ha invaso la città, per il più importante congresso europeo dell'anno. Una full immersion nello stato dell'arte della disciplina e nelle hot lines più interessanti degli ultimi mesi. La domenica pomeriggio, però, mi ero allontanato per qualche ora da quella convention di migliaia di specialisti, a caccia di una chiesa cattolica in questa capitale del nord. Dopo chilometri a piedi, su e giù per il quartiere di Sodermalm, avevo deciso che sarebbe diventato affar Suo rendere reale il desiderio del cuore di trovarla. Poi quel desiderio si era fatto carne, attraverso la gentilezza di un pastore protestante: "Do you know where is the catholic church, please?", "Yes, come with me, I'll show you on the map", aveva risposto con un sorriso.
Certo che trovarla così é più bello, tutta un'altra cosa rispetto alle indicazioni che potrebbe darti il guidatore di un tassì; in questo modo il desiderio passa attraverso il dialogo, si trasforma in tensione all'unità, in quel già e non ancora che esprime bene quello che hai dentro, anche negli anfratti più nascosti ed in mezzo alle quotidiani ed onnipresenti tue contraddizioni. Sarà per quello, poi, che la messa domenicale in svedese riesce a scaldarti il cuore anche se non riesci a comprendere neppure una parola. Sarà perché il desiderio del cuore esiste, il motivo per cui riesce a travalicare anche la Babele dei linguaggi e riempie di significato ogni tua attesa.

Ogni tanto il sole fa capolino anche quaggiù e allora é un piacere scoprire colori pastello sconosciuti ai climi caldi cui siamo abituati qui da noi. Due ore di battello, tra le chiuse che separano il mar Baltico dal lago Malaren, rendono finalmente giustizia ad una città che in realtà é un arcipelago di miriadi di isole e isolette. C'é finalmente spazio, poco prima di riprendere la strada che porta verso casa, per far percorrere alla mente pensieri più distesi, mentre si scivola su percorsi d'acqua che tra pochi mesi potranno essere soltanto lunghe distese da percorrere per lo più a piedi o, per i più giovani e vivaci, pattinando; bianco per terra e grigio all'orizzonte, a disperdere in un'amalgama opaco quegli stessi colori che in questi momenti si fanno capaci di scaldare i muscoli e l'anima.

Una fine pioggerellina, frequente compagna dell'estate di Svezia, farà capolino anche in un inizio di settembre milanese, altrettanto grigio ed insolente, forse solo con la linea del termometro spostata un po' più in alto. Allora bisognerà tendere un agguato a quello stesso mattino, coglierlo di sorpresa prima che la città si metta a correre e ad urlare e farsi accompagnare, ancora una volta, dalla buona musica, perché sappia colorarlo come si conviene. Sarà la polvere della voce roca di Ryan Bingham, con quel Junky Star così tanto acustico, così tanto T-Bone Burnett, così Blood On The Tracks del 2010. O sarà forse Mister Everett, che con Tomorrow Morning ha finalmente svelato i suoi misteri, giungendo ad un punto d'arrivo che sa finalmente di sollievo. Il sollievo del mattino - al mattino / quando gli uccelli stanno ancora dormendo / avverti il mattino / nessuna automobile per le strade - il sollievo che ogni nuovo giorno porta con sé, dovunque e chiunque tu sia, regalandoti - ancora una volta - una chance per ricominciare.

Monday, August 09, 2010

CRONACHE DALL'ARCIPELAGO

"Sei proprio come questo mare: immenso ed arcano, che sempre lo senti dire un suo misterioso profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate; questo mare che ora è calmo ed a stento lo odi ora ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante e appassionato, e non sai il perchè... ma calmo o agitato, silenzioso o irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza: il senso travolgente di una immane aspirazione all'infinito, al mistero infinito".
(Luigi Giussani)


Oggi il vento ha spazzato in lungo e in largo tutto l'arcipelago. Ha increspato il mare, reso inquieti i naviganti, trasportato le nuvole da un capo all'altro del cielo. Il sole ha fatto capolino qua e là, timido ed incostante, come la ragione che cerca d'insinuarsi tra le preoccupazioni ed i pensieri, senza riuscire a mutarne il fluire incessante. Così é stato il vento stesso a provare a farsi carico di soffiare prepotentemente tra solchi e valli della mente, entrando negli anfratti più riparati e nascosti, per portare via i pensieri più cupi, l'ansia dei dolori lasciati irrisolti a casa.
Quando il vento cessa di soffiare, i colori tornano ad essere accesi. Il mar dei Caraibi é qui, una manciata di ore di navigazione dal porto di Genova. Spargi, Budelli, La Maddalena e Caprera. Il mare si tinge di verde e di turchese e il cielo non potrebbe essere più azzurro di così. I pesci non sono variopinti come i loro fratelli dei mari tropicali, ma si sentono più liberi di nuotare tra i piedi dei bagnanti, salvo sfuggire, quando é l'ora del tramonto, ai gabbiani, che svolazzano dolcemente a ridosso della spiaggia, incuranti della gente ancora oziosamente distesa sulla battigia a caccia dei raggi dell'ultimo sole del giorno. La trasparenza dell'acqua é cristallina come quella dei pensieri, finalmente liberi da tutto ciò che li ha annebbiati, dentro il ricordo dello stress di una città divenuta ormai troppo disumana. Immerse in squarci di vero e proprio paradiso, le preoccupazioni riescono a farsi anche preghiera, nella contemplazione della meraviglia del creato. Sofferenze morali e corporali di persone amate, cucite addosso come vestiti stretti e portate sino a qui, riescono alla fine a ricoprirsi di una fiducia che é consapevolezza che anche il più piccolo dei capelli del capo é contato.
Si dovrà lasciare inaspettatamente presto questo luogo di sogno e di realtà: la partenza é dolorosamente anticipata perché i dolori reclamano anzitempo a sé una presenza. Ma la certezza di un Amore che riveste ogni circostanza accarezza la pelle come la sabbia e il vento ed entra nel profondo, a diluire di serenità il sangue oscuro che scorre nelle vene. Ed é questa presenza che mi accompagna lungo la strada che porta verso casa.




Sono stato a Bonifacio. Un piccolo gioiello di storia e architettura, casette arroccate su una rupe in un golfo da sogno immerso dentro un mare cristallino. Ho girovagato per le viuzze medievali, mi sono immerso ancora una volta per un po' nella mia adorata Francia, un'isola in mezzo al Tirreno che diventa luogo dove far approdare, per un giorno, aneliti e tristezze, dove far girovagare senza meta e senza tempo la mia mente. Lì, in quel luogo di bellezza, serenità e vacanza, il solito ignoto ha rubato il portafoglio ad uno dei miei figli. Al più sensibile ed al più dolce di loro. Al più indifeso dei tre pezzi del mio cuore. Ho accarezzato le sue lacrime, asciugato il suo viso, fatto mio il suo dolore; la sua sensibilità ferita a scorticare senza pietà la mia, il desiderio maldestramente dichiarato di ridargli indietro non tanto il denaro o chissà cos'altro, ma la felicità di un cuore prima che fosse leso da quella piccola ma dolorosissima ferita.
Poi, nel silenzio di un abbraccio, più consistente di mille inutili parole, mentre, mano nella mano, abbiamo percorso insieme la strada verso il traghetto che portava verso casa, ho ripensato a quei momenti in cui ho visto i miei figli danzare allegramente in mezzo al mare.

Li avevo guardati a lungo, mentre i riflessi del sole sull'acqua creavano una meravigliosa costellazione di diamanti sfolgoranti di luce. In mezzo a quei riflessi avevo percepito il bene provato per loro crescere a poco a poco, sino a raggiungere un'insostenibile intensità. Ed era stato solo a quel punto che era affiorata alla mente la fatidica domanda: quel "che ne sarà di loro?" così colmo d'amore, che solo certi momenti sono in grado di generare come dal nulla. Ed avevo desiderato, in quegli istanti, che nella vita potesse venire risparmiato a loro ogni dolore, sapendo perfettamente come ciò non fosse possibile in alcun modo. Solo allora la percezione chiara, netta, della mia inesorabile impotenza aveva reso vero e possibile affidarli a un Altro, un Padre capace di amarli di un amore che io non ho, Uno che ha a cuore il loro destino più di quanto io stesso abbia a cuore il mio.
Ed ho pregato, sullo sfondo di un mare color turchese e di un cielo immensamente blu, ho pregato come solo raramente mi fosse riuscito sino ad allora. Pregato che nella vita non fosse loro tolta la tristezza od il dolore, ma che sapessero solo e soltanto rivestirsi di quello stesso Amore che li aveva generati un giorno e che non smetteva mai di occuparsi di loro nelle circostanze della loro esistenza.

Poi, dopo un po', é ritornata anche lei. Quella frase scritta su una maglietta e che continua a girovagarmi nella mente da un bel pezzo, quasi non voglia lasciarmi proprio più. E' ricomparsa sulla schiena di quello stesso figlio le cui lacrime avevano straziato per un giorno un pezzo del mio cuore. Una frase sullo sfondo di quello stesso mare e di quello stesso cielo, entrambi azzurri come la speranza: "quello che il tuo cuore desidera, esiste".
Qualunque cosa accada al mondo, qualsiasi cosa accada a me.
E qualunque cosa accada a voi, cari, dolci e amati figli miei.

Sunday, January 04, 2009

LA POLVERE NELLE SCARPE

"L'Africa non ha futuro"
(V. Naipaul)

"Se l'Africa non ha futuro, neanche noi l'abbiamo"
(Paul Theroux)

(dal blog di Riccardo Barlaam)


I lettori di questo blog saranno forse incappati, attraverso i link, nel blog di Riccardo Barlaam, giornalista del Sole24Ore - insignito, nel corso del 2008, del premio Baldoni da parte della provincia di Milano - che svolge, attraverso il suo sito, un importante servizio d'informazione sul continente africano.
In questi giorni Riccardo é in Cameroun, precisamente a Fontem, per un interessante progetto di giornalismo e per dare il via ad AfricaTimesNews, un luogo web di notizie in tempo reale dall'Africa, in inglese.
Il suo diario di viaggio é, in questi giorni, sul suo blog.  
Se avete un po' di tempo, provate a seguirlo: non ve ne pentirete. 

Friday, December 05, 2008

CRONACHE DAL PARAGUAY


Mi giunge oggi questa lettera di un amico: padre Aldo Trento, da Asuncion, Paraguay.
Commentarla significa sciuparla: preferisco posarla qui e lasciare che possa allargare il cuore ad altri - di passaggio da questo blog - così come é accaduto a me.
La metto a fianco d'immagini, un video che narra di un luogo che sa di paradiso, la parrocchia San Rafael, la "cittadella dell'amore in Paraguay".



Cari amici,
Siamo convinti o no che esiste la Provvidenza e che il principio dell'economia è il Santissimo Sacramento e l´Adorazione?
Questa mattina presto stavo con gioia, come tutte le mattine, davanti al Santissimo esposto, in adorazione, quando suona il cellulare: “Pronto sono padre Aldo”.
“Padre sono la deputata Olga Ferreira… desidero comunicarti che il parlamento ha votato all'unanimitá di portare il finanziamento ordinario della Clinica da 1.270.000.000 a 1.400.000.000. La tua amica ed “ex alunna” senatrice Zulma Gomez, presidente della commissione “salute” del Senato, ha vinto.  Padre sono felice e anche se é ancora notte, volevo comunicarti la mia gioia. Un abbraccio e buona giornata”

Chi ha orecchi intenda. Sono tornato davanti al Santissimo commosso, con le lacrime. Una volta ancora Lui ha risolto tutto, sì perché Lui e solo Lui è il Parrocco, l'economo, il direttore sanitario, il capo.
E pensare che la senatrice Zulma Gomez, quando era nostra alunna alla facoltá di medicina di Villarrica, per mangiare cercava nei rifiuti delle immondizie qualche pezzo di carne. Che grande storia ho vissuto con lei, povera ragazza con 4 figli a 25 anni sola, e adesso é quello che é.
E per di piú se avessimo chiesto 2000 milloni invece di 1.300 lei li avrebbe ottenuti tutti. Mi ha detto: “il prossimo anno, padre Aldo, mi arrangio io a fare le domande al Parlamento e chiederó 2000 milloni. Significa 400.000 dollari”
"Con questa somma copriamo il 60% delle spese ordinarie della Clinica.  Mentre la nuova Clinica ci costa 1.300.000 dollari, che la Provvidenza certamente anche attraverso di te ci fará avere”.
Ieri sera c´è stato qui con noi il vicepresidente della Repubblica, Dr. Franco. Ha partecipato alla Messa, letto la lettura, ha vissuto con allegria l'atto conclusivo della scuola e ha mangiato con i miei bambini.
Ha detto “ma Padre, qui si vede cosa vuol dire educazione…non ho mai visto una cosa simile”.
Davvero Giussani é vivo e il rischio educativo é palpabile, presente… prenderlo sul serio cambia tutto e tutti.
Grazie Gesú e Madonnina cara per questi regali.
Peró senza dolore, senza adorazione continua tutto ció sarebbe impossibile. 
E´Lui, solo Lui che fa….CHIARO!
L´universitá serve ma solo dentro questa posizione, questa certezza.
Con affetto.

Padre Aldo


Saturday, October 25, 2008

HO SOLO LE HAWAII




Maui, Hawaii, the Westin Maui Hotel


Questo libro di Riro Maniscalco, mi ha appassionato subito, fin dal titolo - Mi mancano solo le Hawaii - perché io, invece, ho solo le Hawaii. Anche un pezzetto di Los Angeles, per la verità - una giornata su e giù per gli Universal Studios e per Hollywood Boulevard (ma Julia Roberts non l'ho mai incontrata) - ed un un po' più lungo - tre giorni - di San Francisco, una splendida città, che mi rimarrà sempre nel cuore.
Accadde nell'ottobre 1995, un'avventura vissuta con mia moglie (ai tempi in attesa della nostra prima figlia!) e che entrambi non dimenticheremo mai.
Ma dell'America, ahimé, mi manca tutto il resto. Sogni coltivati sin da ragazzo, ascoltando Bob Dylan e tutta la musica rock americana che trovai, sogni fatti di Route 66 mai percorsa, di paesaggi alla Paris Texas, di indiani che non salteranno mai fuori dagli speroni rocciosi della Monument Valley.
Dreams on the road, su highway che corrono dritte fino all'infinito, con la polizia che ti corre dietro quando vai troppo forte, invece di fregarti a casa con la foto dell'autovelox; di autoradio che se l'accendi salta fuori Hank Williams e Johnny Cash e non Radio Deejay.
Insomma tutti sogni che resteranno tali, perché dove vai oggi se hai famiglia e tre figli e fai già fatica a tirare fine mese? Ma tant'é, in fondo se anche riuscissi un giorno o l'altro a guidare una bella Chevrolet - la Chevy, come la chiama Riro - forse scoprirei che era tutto diverso da come me l'ero immaginato.


Hollywood Boulevard, LA: "Dany, parcheggia tu la macchina, che io scendo a prendere il pane e il giornale..."


Maui, la spiaggia dell'Hotel Westin Maui. "Ma se ci siamo stati l'altro giorno, come mai qui non ho la pancia e i capelli sono tutti neri??"


E allora, insomma, questo libro lo dovevo leggere per forza.
Perché é un libro sul viaggiare ed il viaggiare é ancora uno di quei sogni del cassetto.
"
Andiamo. Non so dove, ma l'importante é andare", scriveva Jack Kerouac nel suo On The Road e così Jackson Browne, un'altra delle colonne sonore della mia esistenza, che canta "Non so dove stia correndo, sto solo correndo": é in Running On Empty, la title track di un disco che mi porterei sulla classica isola deserta.
Ma il mito di Kerouac e la lettura del suo libro mi hanno sempre messo una profonda tristezza, perché correre per correre o andare per andare non possono rimanere tali, così senza uno scopo. Altrimenti l'euforia é giocoforza l'anticamera della disperazione. Così avevo bisogno di un altro libro, di un'altra storia. E meno male che é arrivato il libro di Riro.
Riro Maniscalco l'ho visto quest'estate al Meeting di Rimini, sul palco insieme a John Waters, Walter Gatti ed agli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, a presentare "
Help! Il Grido del Rock", un altro di quei libri che non si dovrebbe perdere nessuno. E' un italiano trapiantato in America, lo dice lui nel sottotitolo del libro e "Mi mancano solo le Hawaii" sono i suoi appunti di viaggio in lungo e in largo per gli USA.
Un libro bello, appassionante, estremamente divertente. Così gradevole che, ad un certo punto della lettura, ho dovuto cominciare a rallentare; anche a tavola faccio così quando ho davanti qualcosa di gustoso: non mi piace l'idea che una cosa bella e buona passi troppo in fretta. Così sono andato un po' più piano, per andare dietro al viaggio, per farlo anche un po' più mio, per entrare di più dentro un'esperienza di vita.
Tornando a Kerouac, ricordo che invece, quando lessi
On the Road, feci fatica ad arrivare in fondo. Perché proprio di fatica era pieno il racconto, pur conservando un fascino tutto particolare. Quel viaggiare fine a se stesso alla fine era proprio questo: solo una gran fatica. E la disperazione é ciò che rimane se il tuo andare non possiede il desiderio del bello; disperazione da cui, oltre tutto, non ti liberi più se alla fine essa stessa si autoalimenta nel sottile compiacimento di sé.

In questo libro, invece, si recupera la gioia del viaggiare, forse perdendo qualcosa del mito, ma guadagnando quel sottofondo che é amicizia, un modo d'intendere l'esistenza che ha il sapore di famiglia, una compagnia che sottende ad ogni avvenimento od avventura.
In fondo anche la bellezza della natura, così prorompente negli scenari americani, perde significato se vista come qualcosa a sé, senza legame con il resto: "
la felicità non é reale se non é condivisa" scrive nel suo diario Chris McCandless - il personaggio di cui narra lo splendido film Into The Wild di Sean Penn - immerso nella bellezza di una natura cercata a lungo, ma prigioniero allo stesso tempo di una solitudine che lo porterà all'autodistruzione.


San Francisco, downtown. "Fausto, fai una foto da qui, che secondo me viene bene!".
"(...) ma perché le mogli hanno sempre ragione? (beh, quasi sempre....)"


Allora datemi retta, mettetevi a leggere questo libro anche voi.
Vi avventurerete così in mille posti, come, ad esempio, ad East New York ed immaginerete la faccia di quel poliziotto, mentre dice "
this is East New York. You don't want to be here", o quella della cameriera di Mancos, Colorado, dopo che hai fatto l'errore di ordinare una birra...
O ancora penserete d'essere lì anche voi, immersi in stupendi paesaggi texani, o a bordo di motoslitte nel parco di Yellowstone, oppure ancora a far due passi fuori dalla casa degli amici ad Anchorage, Alaska:
"(...) però se vedi l'alce o il grizzly, stattene immobile e aspetta che se ne vada..."
Arriverete in fondo al libro in un baleno, ve l'ho già detto, e vi dispiacerà.
Ma quando avrete chiuso l'ultima pagina del libro, una cosa rimarrà lì con voi, senza fretta d'andar via, ed é lo spirito che pervade tutto il vivere di cui si é letto. Dice Riro:
"(...) "qualche tempo fa ho "cambiato natura". Sono un "naturalizzato americano", con tanto di doppia cittadinanaza e doppio passaporto. Ho fatto bene o male? L'ho fatto. L'ho fatto perché questa é oggi la mia vita e ho sempre pensato che l'unico modo per vivere quel che può durare anche solo un attimo é di viverlo come se fosse per sempre. Bisogna fare così anche quando si viaggia".
Vivere ogni attimo come se fosse per sempre é quel che mi fa sentire vicino ad uno come Riro.
E come a Riro anche a tanti altri amici, alcuni anche comuni ad entrambi.
Forse il fascino del libro, alla fine, sta tutto qui: in quella frase della Dichiarazione d'Indipendenza citata nel racconto: "
vita, libertà e ricerca della felicità". Questo, dice Riro, é qualcosa che gli corrisponde, che sente come suo.
Ecco perché mi piace come scrive: tutto questo corrisponde anche a me.



Post Scriptum
C'é un'altra cosa che mi ha fatto ripiombare di schianto nei miei sogni di ragazzo targati USA ed é il nuovo disco di
Bob Dylan, Tell Tale Signs. Lasciatemelo ascoltare ancora per un po' - erano anni che non ascoltavo musica bella così - e poi ci scrivo sopra qualcosa...

Thursday, June 26, 2008

CAMBOGIA - seconda parte


Bangkok, inverno 1990, Wat Phra Keo.
Sono all'interno di uno dei templi più belli della città. Decido di tornarci una seconda volta dopo la mia prima visita, da solo, entrando poco prima dell'orario di chiusura, in modo che la folla di turisti se ne vada, a poco a poco.
Rischio forse di rimanerci chiuso dentro, ma ne vale la pena, perchè, sparita la frenesia dei visitatori, rimango come d'incanto in mezzo a riflessi di luce esaltati dal tramonto e tintinnii di campanelli mossi dal vento sulla cima delle pagode.
E' un fascino particolare quello che mi avvolge, di quiete interiore e di preghiera che si fa strada, in un luogo senza tempo dove buddsimo e fede cristiana non appaiono in contrasto tra di loro.
Trovo ad un certo punto un modellino in pietra di Angkor Wat, la straordinaria città dei templi cambogiana, nella zona di Siem Reap.
Mi fermo ad osservarla e sogno di poterla vedere un giorno o l'altro dal vero. Negli anni a venire non avrò questa fortuna ed è difficile che ciò possa capitare in fututo, ma ricordo bene quei momenti, come sensazioni di grandezza e di splendore, miste a qualcosa d'inquietante.


"questi templi rappresentano la memoria gloriosa dei Khmer. Al tempo della loro costruzione, fra il IX e il XII secolo, l'impero khmer occupava gran parte del Vietnam e della Thailandia attuali. Da allora, Angkor ha servito il fantasma politico di tutti i regimi che si sono succeduti in Cambogia. Anche il regime khmer rosso non ha rinunciato all'abitudine ancestrale di invocare quel passato per giustificare il presente. Ogni corso politico dell'epoca dei khmer rossi iniziava o terminava con il seguente slogan, che invoca quella nostalgica gloria: "Lavoriamo notte e giorno / Lavoriamo fino allo sfinimento / E' imminente la nostra ricompensa / La Kampuchea democratica ritroverà subito la gloria di Angkor"
(Claire Ly)

Fantasmi, di Tiziano Terzani, termina con un articolo su Angkor: "la direzione in cui andavano i suoi pensieri", dice al riguardo la moglie Angela Staude.
Tiziano porta lì i suoi figli, in quello che a lui pare possa essere unico gesto davvero educativo: "Seminare dei ricordi. Nel mio ruolo di padre non ho fatto altro. Ai figli non ho mai pensato di poter insegnare granché, ma fin dall'inizio della loro presenza in casa ho sentito che attraverso alcune esperienze indimenticabili potevo mettere nella loro memoria i semi di una grandezza con la cui misura vorrei che vivessero". La grandezza che vede ancora intatta ad Angkor, "pur in rovina" e semi dai quali "in qualche modo, da qualche altra parte, continuerà a germogliare una vita che aspira al "grande".


Anche Claire Ly torna ad Angkor.
Un passato in Cambogia da alta borghesia, laurea in diritto e filosofia, poi l'insegnamento e infine l'inferno, deportata dai khmer rossi in un campo di lavoro. Marito e padre uccisi, poi la strada dei profughi, l'arrivo in Francia e l'inizio di una nuova vita. La conversione cristiana, di nuovo l'insegnamento, la sua testimonianza in un libro - "Tornata dall'inferno" - ed infine il ritorno in Cambogia visto come un "cammino di libertà".
C'è da vincere l'incubo del genocidio, la paura di rivedere quei luoghi, qualcosa che sembra quasi impossibile a priori.
Anche lei, ad un certo punto, passa da Angkor col figlio e sembra ritrovare un'armonia: "la moltitudine di quei volti di pietra mi fa prendere coscienza che la mia storia personale su quella terra khmer non è composta solo da volti del passato, felici o infelici; è fatta anche dai volti attuali di quel popolo ferito. Volti di uomini e donne incontrati nel corso di questo terzo viaggio, volti molto diversi, a volte molto vicini e altre volte molto lontani, ma tutti convergenti verso uno stesso punto d'incontro: quello in cui si ricostruisce la mia identità e da cui nasce la mia ricerca. Come i raggi del sole conferiscono forma alle torri dai quattro volti di Bayon, così la quotidianità degli abitanti del regno khmer consolida la mia identità spezzata. Ora so che, pur essendo diventata altra, discendo sempre da questo popolo. Sulla terrazza del Bodhisattva della compassione, alcuni frammenti della vita delle persone ordinarie assumono per me un volto".
Quella di Claire Ly è faticosa esperienza di serenità che si è fatta strada poco a poco; la cristiana convertita che è diventata accoglie ora la buddista che era : "la vita nuova che ho ricevuto per grazia è una vita ospitale che permette di accogliere in me la buddista così com'è. Non cerco assolutamente di convertirla. Le lascio semplicemente uno spazio di parola. E, paradosso!, la parola autentica della buddista permette alla cristiana di essere sempre più discepola di Cristo. Sì, oggi so chi sono: una discepola cristiana cattolica venuta dal buddismo. Non lo avrei mai veramente saputo se non fossi tornata verso l' "inferno" e se non avessi avuto il coraggio di incontrare i miei fratelli khmer straziati, sia buddisti che cristiani."


Il racconto straordinario di Claire Ly è quello della speranza che va oltre le più brutte evidenze della storia: "ecco la buona novella del cristianesimo che amplifica ulteriormente la grandezza dell'uomo percepita dai buddisti. Ma questa grandezza, l'uomo non la trae da se stesso. E' dono della Vita di Dio..."
Ed è speranza che ha radici nella domanda: in quella che Don Giussani chiamò un giorno "mendicanza":
"(...) il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".

Questa mendicanza è il trionfo della reciprocità tra l'uomo e Dio, che rispetta la sua libertà.
Questa è la vera speranza dell'uomo nuovo, dell'alba di un nuovo giorno.
E del sogno folle di un Dio: "Che tutti siano uno!" (Gv 11, 27)

Cambogia, letture:
Molyda Szymusiak - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - Einaudi
Antonio Soda - Testimonianze dalla Cambogia - ed. San Lorenzo
Tiziano Terzani - Fantasmi - Longanesi
Claire Ly - Tornata dall'inferno - Paoline editoriale libri
Claire Ly - Ritorno in Cambogia - Paoline editoriale libri


PS: Grazie a Marco (http://www.marcoecristina.it/) per avermi permesso di pubblicare una sua foto di Angkor Wat

Monday, June 23, 2008

CAMBOGIA - prima parte


Bangkok, inverno 1990. Mi aggiro tra gli scaffali di Asia Books, libreria del centro della città. Sono alla ricerca di qualcosa su questo bellissimo paese, la Thailandia, ma m'imbatto per caso in un libro che parla di Cambogia.
The Stones Cry Out è il racconto di Molyda Szymusiak, vissuta da ragazzina sotto l'atroce regime dei khmer rossi, prima di riuscire a giungere da profuga in Francia, negli anni a venire, dopo aver perso tutti i familiari nel proprio paese.
Comincio a sfogliare le pagine e m'imbatto in una tragedia che non conosco. Acquisto il libro, inizio a leggerlo subito. Rimango sempre più attonito e, mano a mano che entro nelle vicende della storia, mi vergogno della mia ignoranza su quel paese. Imparerò col tempo, però, anche di come quell'ignoranza sia inscritta dentro un alone di omertà e, in un certo senso, quasi di corresponsabilità dell'occidente, che ha spesso taciuto sulla tragedia di questo popolo sotto il regime comunista di Pol Pot.
Tornato in Italia trovo la traduzione italiana del libro - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - e compro anche quella.
Continuo la lettura, anzi la ricomincio da principio, finisco il libro tutto d'un fiato.
E arrivato in fondo, continuo a non capire.
Non capisco le ragioni profonde del dramma, e ancora di più il motivo del suo isolamento, il fatto che accada che non tutti gli "sfortunati" debbano essere uguali e ricordati allo stesso modo dalla storia. L'olocausto cambogiano non ha avuto la stessa risonanza di altri, come, ad esempio, quello ebreo da parte dei nazisti. Perché ?


Il 17 aprile 1975 i khmer rossi entrano a Phnom Penh, rovesciando definitivamente il governo del generale Lon Nol, sostenuto dagli Stati Uniti e che, a sua volta, aveva spodestato la monarchia del re Norodom Sihanouk. Inizia uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità intera. Le città vengono svuotate e la popolazione deportata per intero nelle campagne. Sono abolite le scuole, la proprietà privata, la moneta, chiusi gli ospedali. Il progetto è quello aberrante di un comunismo rurale, che riporta il paese indietro di secoli, in condizioni di vita quasi preistoriche. Vengono sistematicamente eliminati non solo gli oppositori al regime, ma anche insegnanti, artisti, monaci, medici, chiunque avesse un titolo di studio o conoscesse una lingua.
Per essere uccisi bastava essere scoperti con una penna in mano, ma anche molto meno: un litigio, rubare pochi chicchi di riso per fame, lamentarsi della propria sofferenza in mezzo alle malattie ed alla carestia che ben presto erano dilagate nel paese; e la condanna a morte precedeva un'esecuzione spesso eseguita a bastonate, perchè bisognava risparmiare anche sulle pallottole.
Nel 1975 avevo tredici anni e portavo gli occhiali: sarebbe bastato questo particolare per farmi perdere la vita se fossi nato e cresciuto in Cambogia.


Il 22 dicembre 1978 il Vietnam lancia la sua offensiva ed invade il territorio cambogiano. Il regime di Hanoi, sulla carta fratello d'ideali comunisti del regime dei khmer rossi, ma mai in realtà in buoni rapporti, prende rapidamente il possesso del paese, instaurando un governo fantoccio sotto la guida di Heng Samrin, ex khmer rosso della zona orientale. Quella del Vietnam non è guerra di liberazione, ma serve ai cambogiani per scacciare dal potere un regime che, in poco tempo, è riuscito a mettere in atto un genocidio che ha portato alla morte circa due milioni di persone in un paese che ne contava inizialmente circa sette.
Gli anni a venire non liberano il paese da povertà, sofferenza e dall'assenza di vera giustizia e democrazia. Anche la missione dell'ONU - l'UNTAC - che prova a governare dal 1991 al 1993, col compito di traghettare il popolo verso libere elezioni, si rivela enormemente dispendiosa di denaro e vite umane, ma non ottiene, in fondo, l'obiettivo sperato. La Cambogia giunge ai giorni d'oggi con un'alternanza di governi di coalizione, intervallati anche, nel 1997, da un colpo di stato di Hun Sen, altro ex leader khmer rosso, già capo di stato nel 1985, il tutto espressione dell'incapacità di eleggere un vero governo rappresentante del popolo. La strana miscela di gruppi politici perennemente avversi tra di loro, inizialmente persino compresiva degli organismi dirigenti degli stessi khmer rossi - mai processati per i loro crimini - sembra l'unica alternativa alla persistenza di una guerra civile senza fine.


Aprile 2008, vede la luce Fantasmi, un libro che racchiude tutti gli scritti sulla Cambogia del compianto Tiziano Terzani. Aspetto un libro del genere da tempo: il suo Holocaust in Kambodscha, ormai irreperibile, era stato pubblicato ai tempi solo in tedesco.
E' un'appassionante carrellata di articoli, raccolti in ordine cronologico, dove Terzani racconta la sua esperienza in questo paese a partire dal 1973 sino al 1996, momento in cui si sparge la voce che Pol Pot sia morto. Quello sarà il suo ultimo articolo sulla Cambogia, anche se la notizia si rivelerà successivamente falsa: lo spietato dittatore morirà davvero nell'aprile 1998, senza aver mai scontato alcuna delle proprie colpe. Ma nel 1998, come dice la moglie di Tiziano, lui "si era ormai ritirato nell'Himalaya e i "fatti" non lo interessavano più".
Il libro è anche un viaggio dentro l'anima dello srittore, che mostra inizialmente tutto l'entusiasmo per il fallimento della guerra americana e l'avvento al potere dei governi comunisti, quello di Saigon e quello "nuovo" dei guerriglieri cambogiani.
Ma piano piano la verità viene in superficie, l'orrore diviene visibile e si fanno strada prima l'incredulità, poi la coscienza e l'orrore ed infine la delusione e lo scoraggiamento.
Il sentiero che questo straordinario scrittore percorre, nell'acquisire coscienza della precarietà dell'ideologia, sembra non giungere alla fine ad affacciarsi su una strada che possa portare alla conquista di una vera libertà. Rimarrà in lui disillusione e poca fiducia nell'agire umano e nella storia, pur rimanendo intatti una passione ed un rispetto dell'uomo che trovano pochi eguali nel panorama giornalistico mondiale.
Angela Staude, nel saggio introduttivo di Fantasmi, scrive del marito: "se fino ad allora non aveva creduto alle informazioni degli americani a meno che non le avesse personalmente verificate e si era invece fidato della sinistra, ora non si fida più di nessuno". E ancora: "negli anni novanta dentro di sè voltò le spalle al giornalismo: non si era dimostrato l'arma con cui da giovane aveva sperato di poter agire sui politici per cambiare le sorti del mondo. Presto partì per nuove mete, per quel viaggio che dalla Thailandia lo portò in India, da lì all'Himalaya e infine a Orsigna, dove si conclude il suo "viaggiare per il mondo alla ricerca della verità".


E' la stessa tristezza che traspare quando la Staude, in un altro passo del saggio, parla del popolo cambogiano concludendo che "quello dell'improvvisa ferocia è uno dei lati oscuri della razza khmer". Mi viene in mente il volto spesso sorridente dei thailandesi: forse è per questo che la "ferocia" sembra fare ancora più contrasto, divenendo "lato oscuro". Claire Ly, cambogiana, ci aiuta però a capire: "gli occidentali difficilmente capiscono che il sorriso asiatico è in realtà una porta chiusa, una facciata esposta ad ogni vento, e che l'essenziale è altrove. Noi asiatici ci disegniamo il sorriso sul volto così come si dà una tinta sulle pareti di casa per proteggerle. E' bello. Ed è isolante. (...) Allora beato te quando un'asiatica ti parla senza sorridere, con un volto quasi chiuso. Occidentale: sei stato adottato, fai parte della cerchia degli amici, una cerchia molto difficile da penetrare nel mondo orientale".

Ma se di lato oscuro si tratta, bisogna guardarlo fino in fondo, senza errori che rischino di non comprenderlo e relegarlo in un angolo, quasi fosse una strana e scomoda anomalia. Avere il coraggio di accettarlo come possibilità vuol dire capire di più la possibilità di deriva dell'uomo e allora non importa se sia un khmer rosso del passato o un novello naziskin: la ferocia è ciò che affiora, il destino che lo attende, quando l'uomo è drammaticamente lasciato solo a se stesso.
Giovanni Lindo Ferretti, nel suo libro "Reduce", in cui il guardare indietro alla storia s'intreccia di continuo con una profonda esperienza personale e spirituale, sembra avere un'altra lucidità di giudizio e di pensiero:
"E' passato il secolo ventesimo, quello veloce e breve, dal '19 all'89. Doveva decretare nei fatti come da idee che l'hanno prodotto l'alba della libertà, a seguire il sol dell'Avvenire, l'uomo nuovo, la nuova umanità. Eccolo: mattatoio abominevole in dimensione industriale, milioni e milioni a decine, di uomini e donne, vecchi e bambini, ridotti a fumo cremoso, fanghiglia viscida escrematizia e putrida. Tolto il soffio divino a questo si riduce l'uomo. Macello d'ogni speranza, illusione d'umana presupponenza. Su questo costruisce chi s'affida, contro Dio, all'uomo. Nelle due dimensioni in dote alla modernità: il nazifascismo e il comunismo. Alla post modernità: lo scientismo tecnologico genetico".

(fine della prima parte)

Sunday, July 22, 2007

CHIANG MAI


Mi affacciai dalla terrazza di quel meraviglioso tempio.
Dall'alto della collina la città e la natura circostante apparivano serene e discrete nella loro bellezza.
Il Wat Phrathat Doi Suthep era il tempio più bello di Chiang Mai, con la sua piattaforma dominata al centro dal chedi dorato, così simile per grandezza e splendore ai templi birmani. Per arrivare fino a lì avevo fatto una lunga strada e poi una ripida scalinata, quasi trecento gradini, proprio come i pellegrini di un tempo, per giungere fino in cima alla collina, Doi Suthep, mille metri d'altitudine a dominare la città.
La leggenda vuole che questo luogo fosse stato scelto da un elefante bianco che, incaricato dal re Kuena, nel XIV secolo, di scegliere un luogo propizio dove seppellire una reliquia del Buddha, si fermò a Doi Suthep e qui crollò a terra morto, come a dire che quello era il luogo giusto. E così venne eretto il chedi, la pagoda centrale, poi abbellito dai re di Chiang Mai negli anni successivi.


Il tranquillo passeggiare dei monaci e dei pellegrini, mescolati a silenziosi e rispettosi turisti, rende ancor più sacra l'atmosfera del luogo.
Eppure non lontano da qui c'é il triangolo d'oro, e allora come fanno a non venire in mente le contraddizioni di questo paese, disposto a convivere col traffico di droga ed il turismo sessuale ? Ad un occhio superficiale da turista occidentale appare strana e incomprensibile la tolleranza e la connivenza dei governi locali, ma in fondo é solo ipocrisia e senso di superiorità : anche l'Europa, culla di democrazia, é ricca d'incoerenza. E talvolta, nella sua "pretesa" di giustizia, il vecchio continente diviene di fatto incapace di muovere nella giusta direzione coscienze ed energie umane, mentre qui se non la giustizia, almeno percepisci la pazienza, una virtù coltivata e custodita a lungo dal popolo thailandese.

Un po' di anni fa un monaco buddista thailandese capitò col suo maestro a Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari nei pressi di Incisa Valdarno, vicino a Firenze.
L'amicizia con alcuni membri del movimento era sbocciata in una visita alla comunità ed i due monaci si fermarono per un po' di giorni.
Alla sera erano soliti lasciare le scarpe fuori dalla loro stanza ed al mattino le trovavano sempre pulite per bene. Un gesto semplice, ma che colpì profondamente quei due nuovi amici. Il loro animo, profondo conoscitore della compassione, aveva scoperto la carità. E cristianesimo e buddismo, in una quotidiantità apparentemente semplice e banale, si erano incontrati divenendo esperienza di dialogo ed amore reciproco.
Thongrattana sviluppò un rapporto profondo, dopo quei giorni, con Chiara Lubich e le chiese un nome nuovo. Lei, ben felice, glielo diede. E da quel giorno, per tutti, il nuovo amico fu "Luce ardente".


Passeggio ancora a lungo all'interno di questo tempio.
Mi sembra lontana la frenesia di Bangkok, città che pure mi aveva così affascinato, complice forse l'aver rappresentato per me una sorta di battesimo con l'Asia. Ma c'era già qualcosa che stonava in quella città e che qui a Chiang Mai mi sembra di notare molto meno. Come una patina di modernità, una corsa a inseguire modelli consumistici insensati e tesa alla fine ad offuscare inevitabilmente il fascino di quest'antica città.
Scriverà Tiziano Terzani, qualche anno dopo:
"Con la Thailandia io avevo chiuso anni prima e, non fossi andato a vivere in India, dove le forze dello spirito sembrano ancora fare quadrato contro quelle della materia, anch'io sarei arrivato alla conclusione che in Asia non c'é più niente da imparare, niente di cui nutrirsi.
Bangkok era mutata tantissimo nel suo aspetto fisico e di conseguenza anche nell'anima. Il suo fascino era finito. Da una città assolata, percorsa da canali, era diventata un agglomerato di cemento, rabbuiato dalle tante strade sopraelevate costruite su quelle con cui erano state ricoperte le vie d'acqua. La modernità aveva eroso la tradizionale serenità della gente e accelerato i suoi, un tempo solenni, ritmi di vita". (1)


Nel 1995 Chiara Lubich giunge a Chiang Mai, nel corso di un suo viaggio in Asia.
Viene invitata al campus universitario Mahachulalongkorn dei monaci. L'abate del tempio la presenta alla sala, gremitissima di giovani; molti sono in collegamento audio-video in altre sale. Le si rivolge semplicemente col suo nome: per tutti, anche per i monaci, é semplicemente "Chiara". "E' un momento storico per questo tempio e per questa università - dice - Chiara é una persona-mondo: tutti riconoscono ciò che lei ha fatto e fa per la pace universale" E poi le chiede di raccontare la sua esperienza, affinché possa essere "oggetto di approfondimento nell'università". Piero Coda racconta bene alcuni di quei momenti:
"Chiara non legge il testo che ha preparato. Racconta invece - per rispondere all'invito che le é stato rivolto - la sua esperienza di vita. Quella che nel Movimento dei Focolari é conosciuta come la "storia dell'ideale", il racconto cioé dei primi tempi della vicenda spirituale di Chiara e delle sue compagne, suona qui tutta nuova: per l'uditorio che l'accoglie e per la sensibilità dialogica con cui é raccontata.
Nell'odio della seconda guerra mondiale e nel crollo di tutti gli ideali umani, la legge evangelica della "compassione" diventa per Chiara il segreto di una nuova vita. Il "chiedete e otterrete" delle Sacre Scritture cristiane é sperimentato come una realtà tangibile per quell'andare in soccorso dei poveri in cui s'impegnano Chiara e le sue prime giovani compagne.
Scoppia così una "rivoluzione della compassione", per realizzare la quale ragazzi e ragazze si consacrano con Chiara nella verginità.
Quest'ideale di vita si estende dall'Italia all'Europa, dalla Chiesa cattolica alle altre Chiese, e infine anche fuori dall'Europa nel contatto con le diverse religioni, con le quali si é scoperto di poter condividere la "regola d'oro" : "fà agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".
L'amore - spiega Chiara, quasi sintetizzando l'insegnamento raccolto da quest'esperienza di vita e illuminato dai "libri sacri" della fede cristiana - richiede quattro cose: amare tutti, amare per primi, farsi uno (piangere con chi piange, gioire con chi gioisce), amare l'altro come sé.
Segue un dialogo bellissimo, moderato da Luce Ardente.
Alla fine c'é un scambio di doni. Conclude il gran maestro, dopo un invito a un minuto di silenzio e di concentrazione. Chiara ringrazia e dice ai giovani, vedendoli attenti e illuminati: "puntate in alto, siete giovani, non accontentatevi della mediocrità". E loro, tutti in coro, le rispondono all'unisono con una tipica esclamazione di gioia e di ringraziamento." (2)


Chiang Mai significa "città nuova" e Città Nuova é anche il nome della rivista quindicinale edita dal Movimento dei Focolari. Curioso che proprio sull'ultimo numero il bravo Michele Zanzucchi pubblichi un reportage su una sua visita in quel luogo (3).
Gli echi di quel viaggio di Chiara sono ancora presenti: in questa città il dialogo tra cristiani e buddisti é andato avanti, ma non solo tra di loro.
All'università di Chiang Mai sono quasi in mille tra monaci ed aspiranti ed é un insegnamento moderno che nulla toglie, comunque, alla ricchezza della tradizione buddhista Theravada. E il dialogo coi cristiani ? "Siamo come due matite di colore diverso - spiega il rettore a Zanzucchi - che si avvicinano per la punta: a volte fedeli di religioni diverse sono più vicini tra loro di quanto non avvenga con persone della propria religione. Lo sperimento con alcuni cristiani di Chiang Mai, in particolare coi focolarini". Le parole più incoraggianti sono però quelle dell'imam locale, Ajhan Soleh: "In varie occasioni abbiamo potuto dialogare a fondo con buddhisti e cristiani. Ci unisce soprattutto una parola: pace. Quando vedo dei buddhisti che accendono le loro candele al tempio, mi metto a pregare Allah per loro. Alcuni nella comunità sono rimasti sconcertati quando ho invitato dei monaci buddhisti alla moschea. Ma ora ci sono abituati."
Il vescovo cattolico di Chiang Mai, Joseph Sangval Surasang, appare felice, e parla di testimonianza. Sembra proprio che qui nessuno accenni al proselitismo, ma solo ad esperienza che rende felice l'uomo. E dovrebbe essere proprio così, in fondo, per chiunque e dappertutto: se hai incontrato Qualcosa che rende la tua vita valevole d'essere vissuta, cos'altro vorresti fare se non dirlo ai tuoi amici ? "Il turismo cresce a ritmi vertiginosi - dice il vescovo - e così i danni provocati dalla droga, dal sesso sfrenato, dai soldi sperperati. ma tanti occidentali atei ritrovano il loro rapporto con Dio, grazie alla testimonianza dei cattolici locali, di cui non sospettano neppure l'esistenza".

Strano posto, Chiang Mai, incontri personaggi curiosi, gente che parla ancora di dialogo e che, soprattutto, ne fa esperienza: il famoso sorriso thailandese - "Thai smile" - qui sembra più autentico.
Chissà che da lassù ora non sorrida anche Tiziano Terzani.
Credo che sarebbe anche disposto a tornare in Asia, per nutrirsi ancora di qualcosa.
Anzi, penso proprio che sarei pronto a scommetterci.


Note:

(1) Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi & C.
(2) Piero Coda - Viaggio in Asia - Con Chiara Lubich in Thailandia e Filippine - Città Nuova editrice.
(3) Michele Zanzucchi - Elefanti albini, monaci zafferano - Città Nuova, n° 14, 25 luglio 2007

Sunday, July 01, 2007

RUSSIA

Ogni tanto in pronto soccorso ne capitava qualcuno.
Erano vecchi ormai e avevano un sacco di buoni motivi per presentarsi lì.
Ma succedeva sempre la stessa cosa: riconducevano ogni sintomo, anche il più disparato a quella terribile e pregressa avventura.
"Sa dottore - mi dicevano - io ho fatto la campagna di Russia".
Io sorridevo e spesso tagliavo corto : qualunque sintomo e qualsiasi patologia avessero in quel momento, cosa c'entrava una cosa così lontana ?
E così cercavo di sbrigarmi a capire invece cos'avessero, ma poi incrociavo tutte le volte quegli occhi dolci e rassegnati - ora sì che me li ricordo -, come se chi avevo di fronte mi dicesse "no, dottore, forse lei non ha capito".
Ma ero un po' più giovane allora. Credevo di sapere tante cose.


Quando gli alpini giunsero a Nikolajewka, l'accerchiamento dei soldati russi era ormai completo.
Avevano già marciato per giorni, gli italiani, nella neve ed al gelo, da quel maledetto giorno, il 16 dicembre 1942, in cui i russi avevano lanciato la loro grande offensiva lungo il fronte italo-tedesco ed era partito l'ordine di ripiegamento dal Don.
Ed ora si trovavano in pieno nella sacca e la situazione appariva ancor più difficile.
Non erano bastati i quarantacinque gradi sotto zero, senza abbigliamento adatto, lasciando indietro autocarri senza più benzina e viveri sempre più razionati. E poi feriti e congelati a centinaia ogni giorno, difficili da assistere e da trasportare e quei russi che attaccavano ogni giorno, molto più addestrati ed esperti a casa loro.
Ogni tanto, durante la lunga marcia, erano passati anche gli alleati, i tedeschi, meglio equipaggiati e con più automezzi e carri armati. Allora gli italiani cercavano di saltarci su, almeno coi feriti che non erano più in grado di camminare. Ma trovavano solo rabbia e cattiveria e calci e baionette a rimandarli giù, così che ad un certo punto avevano smesso anche di provarci e li guardavano passare con quegli occhi vuoti che assistevano impotenti all'inferno.


E' il tramonto e sulla strada non c'é quasi nessuno.
L'auto scorre via veloce ed il sole, rosso fuoco sulla linea dell'orizzonte, dà un strano senso di calore. Dal lettore cd le note fuoriescono struggenti, un brivido non può fare a meno di percorrere la pelle. La voce di Massimo Priviero accompagna le note della canzone, così azzeccate per quel pezzo, "la strada del Davai":

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"

Dicevano così i soldati russi a quei prigionieri, italiani e tedeschi, che si trovavano a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano fatto prima, alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, i poveretti che ancora riuscivano a camminare, che quei loro compagni di sventura avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.


"E' mostruoso - diceva poco dopo in quell'unica isba che raccoglieva ormai tutta la ventisei, il colonnello Verdotti, che portava i segni dell'aspra sofferenza divisa con i soldati; - la Julia venendo in Russia aveva circa ventimila uomini. Sapete in quanti siamo usciti dalla sacca ? In quanti siamo rimasti ?
- Compresi gli uomini mandati agli ospedali ? - chiese Serri.
- Compresi quelli.
- Diecimila... - azzardò Bartolan.
- Duemila trecento - rispose il colonnello.
La ritirata nella sacca ci pareva un disastro - proseguì il colonnello - invece é stata una tragedia senza nome. Anche le altre divisioni sono giunte svuotate, nella disgrazia noi non siamo stati neppure tra i più sfortunati. Non avete ancora idea di quello che é successo durante le marce, vedevamo ciò che accadeva intorno a noi, ma spesso non ci accorgevamo di quanto avveniva a chilometri da noi, nella notte, nella tormenta, nei paesi durante le soste: la colonna era lunga molte decine di chilometri, spesso discontinua, i reparti russi attaccavano la coda composta dagli uomini sbandati e più stanchi, li isolavano e li catturavano; nel corpo della colonna battaglioni distanziati, reggimenti interi hanno perduto i contatti, hanno sbagliato strada e sono caduti in blocco nelle mani dei russi. I morti in combattimento sappiamo chi sono, gli assiderati caduti sulla neve li abbiamo visti, in tutto rappresentano una cifra minima al confronto del numero degli assenti: mancano generali, colonnelli, molte decine di migliaia di soldati, reparti al completo che sono rimasti prigionieri. Una tragedia che non poteva essere più grave e dolorosa, figlioli."
(Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio)


Dicono che Bob Dylan non canti più come una volta, una voce andata in malora, scalette troppo simili l'una all'altra nei concerti del suo Never Ending Tour ed una band sottotono.
Può darsi anche che sia vero, ma l'altra sera, ascoltando la registrazione di uno dei suoi utimi show dell'attuale tour, nel Nord America, quella "Masters of War" - "Padroni della guerra" - mi é sembrata intatta nella sua forza e rabbia di sempre.

"Come Giuda al tempo antico
voi mentite, voi ingannate,
mi volete far sicuro
che una guerra mondiale la vincete.
Ma io vi vedo negli occhi,
io vi vedo fin dentro il pensiero,
come vedo nell'acqua
che mi scende nello scolo

Vi farò una domanda,
quanto vi vale il denaro,
ve lo compra il perdono,
ci credete davvero ?
Io credo che invece scoprirete,
quando la morte vorrà il suo pedaggio,
che con tutto il denaro che avete
la vostra anima non la ricomprerete"

"Mai più la guerra !" e l'aveva detto anche Giovanni Paolo II, ma a guardarsi in giro, anche al giorno d'oggi, sembra davvero che l'uomo non voglia imparare mai.


Qualcuno é riuscito a raccontare quegli avvenimenti, una volta tornato a casa.
Giulio Bedeschi, Nuto Revelli, Eugenio Corti.
Quando lessi le pagine di Corti - I più non ritornano, Il cavallo rosso - ringraziai il cielo che qualcuno avesse avuto la forza di non dimenticare.
C'é un passaggio del resoconto di Corti in cui tanta tragedia sembra divenire alla fine sorta di castigo all'intera umanità. Ma c'é anche qualcosa che questo grandissimo scrittore ed ex ufficiale scrive in nota, sotto forma di lettera ad un amico :
"(...) prima di chiudere io dovrei introdurre qui un'altra componente molto ma molto importante del quadro (forse la più importante di tutte). Come cioé Dio recuperi la sofferenza degli uomini, soprattutto degli innocenti - crocifissi al pari di Cristo innocente - la quale sofferenza pertanto non va affatto sprecata. Dunque quei morti non sono morti per niente: ti rendi conto di quanto ciò sia importante ? "

Sono passati gli anni ormai ed i superstiti della Russia non li vedi più, ormai sono morti quasi tutti.
Vorrei tanto tornare indietro ed incontrarli di nuovo, in qualche pronto soccorso.
Allora questa volta sì che mi fermerei, per farmi raccontare tutto.
E forse, alla fine, gli direi che se "ghe manca el fia' " é davvero colpa di quella maledetta guerra.
Qualche tempo fa, però, li ho incontrati di nuovo.
Ho girato la testa, per caso, e su quella lapide di marmo c'era il nome di tutte le loro compagnie. La Cuneense, la Tridentina, la Julia, tutte insieme in mezzo ai personaggi celebri, al cimitero Monumentale di Milano.
Allora mi sono domandato quale fosse il significato della parola speranza.
Forse gli occhi di una madre. La madre é l'unica che non la perde mai, anche quando le circostanze sembrano sostenere il contrario.
Mi volto indietro. Di fronte c'é la tomba di Don Giussani.
C'é sempre qualcuno che viene a trovarlo: in qualunque ora del giorno non lo trovi mai da solo.
Vado a salutarlo anch'io. Sulla lapide una sola frase: "Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza".

Sunday, February 25, 2007

IL PAESE DEL SORRISO


Ripensare Bangkok quasi vent'anni dopo é immergersi con la mente in un viaggio d'altri tempi. Quando arrivai lì la globalizzazione era un termine ignoto e il web riguardava solo un ristretto gruppo di informatici americani. Allora per raccogliere informazioni su un paese lontano andavi in libreria, oppure da quell'amico fortunato che aveva girato il mondo ed era sempre pronto a farti vedere le diapositive dei suoi viaggi.
Oggi é tutto diverso ed un viaggio virtuale, fatto di siti internet o dvd guardati su schermi giganti con home theatre ed effetti surround, può dare piacevoli sensazioni anche senza salire fisicamente su un aereo e recarsi di persona in terre lontane.
Certo, rispetto ad un viaggio vero, non é la stessa cosa neppure ora, ma forse una volta arrivare in un paese straniero così distante aveva un po' più di fascino e mistero di quanto ne possa avere adesso.

Scesi dall'aereo, a novembre inoltrato, e la prima sensazione fu quella di un caldo strano, improvviso ed avvolgente, ma non sgradito, primo elemento di novità qual'era; così via la giacca ed il maglione, a dispetto dell'orario serale e poi fuori, a recuperare i bagagli e a superare la prima fila di tassisti, chiassosi e sorridenti, a gara per acchiapparti e portarti chissà dove.
"Taxi !", "Taxi, sir?". "No, thank you", via di corsa, a raggiungere quelli un po' più in là e più tranquilli, perché poi di un taxi avevo pur bisogno per uscire da lì.
E poco dopo eccomi in auto, sulla prima freeway che porta verso il centro, a guardar fuori da un finestrino un mondo sconosciuto, pieno di luci e di scritte incomprensibili.
La prima impressione di Bangkok é quella - affascinante - dello sbarco in un luogo ignoto, allegro e rumoroso, ma tanto bizzarro ed inconsueto quanto quello degli scenari esterni di Blade Runner.
"Hotel Asia, please" - mi rivolgo così al tassista di turno - e dire l'indirizzo é inutile: quelli di Bangkok non conoscono le strade e non sanno neppure leggere le cartine; oggi mi viene da pensare che non siano neppure in grado di gestire un navigatore; però allora sapevano a memoria l'ubicazione di ogni albergo e forse anche adesso sono rimasti uguali.
Così imparai subito la prima regola per girare da queste parti, dove affittare un auto e guidarla da soli é esercizio difficile quanto pericoloso: quando devi andare in un posto ti conviene chiamare un taxi, guardare il nome dell'albergo più vicino e farti portare lì.

Arrivo davanti al mio hotel e la seconda sensazione che subito mi assale sono gli odori.
Strani, dolciastri, talvolta sgradevoli, ma altre volte incredibilmente affascinanti, al punto da attrarre in qualche modo gli altri sensi, quasi che la vista e l'udito e tutto l'immaginario che li accompagna possano andare dietro all'olfatto, un senso che fino a quel momento avevo associato nella mia mente solo agli animali. Negli anni a venire quegli odori rimarranno impressi, anche più di alcune immagini. Immagini però che, pur sopite negli abissi della memoria, riaffiorano all'improvviso, insieme agli attimi di vita che le hanno accompagnate, quando quegli stessi odori fanno capolino di nuovo, magari passeggiando nella chinatown della mia città.
Non é una novità : ci aveva già pensato Proust a descrivere la magia di momenti così, nel suo "Du coté de chez Swann", ma sperimentare di persona qualcosa che prima consideravi solo una bella intuizione letteraria porta con sé un piacevole stupore.

Dopo alcuni istanti sono in albergo. L'ambiente é bellissimo, pieno di comfort, sembra fatto apposta per stupire d'efficienza gli occidentali, ma non c'entra niente con la città e allora in un attimo sono già fuori, a mescolarmi con la vita nelle strade, in una pretesa d'anonimato che qui non può sussistere perché i tratti del mio volto, diversi da quelli di tutti gli altri, m'impediscono di osservare tutto di nascosto. Così mi fermano spesso, continuamente - qui cercano di venderti tutto in qualsiasi momento - ma non importa perché c'é sempre il sorriso dei thailandesi, e allora nulla é fastidioso, anzi, basta rispondere con semplicità e stare al gioco.

La sera Bangkok, già così piena di vita di giorno, si trasforma ancor di più.
Molti si accomodano per terra e cenano tranquilli; compaiono ristoranti improvvisati, fatti di un carretto con sopra stoviglie e fornelli in quantità. C'é tanta povertà ma é anche un modo di vivere la strada e di stare assieme. Passeggio tra la gente e continuo a guardarmi intorno: l'insieme mi colpisce, ma l'occhio prefererisce soffermarsi sui particolari e, ogni volta, appagato, sembra quasi non volersi distaccare più da quel qualcosa di nuovo che per l'ennesima volta lo ha attirato. E' un volto,un gesto inconsueto, frasi e toni di voce sconosciuti; oppure oggetti che sulle prime non riesco ad identificare, immagini da scoprire, da interpretare.

Mi soffermo su uno strano carretto, con una sorta di rete appoggiata sopra in verticale; piccole sagome scure in fila vi sono appese sopra e la luce serale, che filtra attraverso gli spazi liberi, crea una strana sorta di effetto speciale. Sono solo pochi attimi ed il mistero é svelato, quando qualche passante si ferma a comperare quel che non é altro che pesce grigliato pronto per la cena.
Mi sembra abbastanza per questa sera e credo di aver bisogno di un pasto un po' più "normale", così rientro in albergo.
Il flashback successivo della mia memoria é quello di un tempio, il Wat Phra Keo, attiguo al palazzo reale.
L'ho già visitato nei giorni precedenti e tutto quell'insieme d'oro, pietre preziose, statue raffiguranti personaggi strani in pose danzanti, budda dai tratti sereni ed austeri, ha già colpito la mia mente, abituata a scenari occidentali completamente differenti.
Decido però di dedicare ancora un po' di tempo a questo luogo e vi torno nel tardo pomeriggio, acquistando uno degli ultimi biglietti d'ingresso prima della chiusura serale.
Così mi ritrovo quasi da solo, senza più folle di turisti intruppati intorno a guide locali, circondato solo da qualche fedele assorto in preghiera. E' in questi momenti che la prorompente bellezza del tempio passa d'improvviso in secondo piano, lasciando affiorare suoni che il frastuono della gente prima soffocava. Sono i tintinnii dei campanelli appesi lassù, in cima ad ogni stupa e punta di pagoda. Mi fermo quasi incantato e improvvisamente mi sento meno estraneo, più partecipe di quel mondo che non mi appartiene e percepisco il fascino di una serenità talvolta sconosciuta a noi occidentali. Suggestione, ma anche esigenza di spiritualità: molti negli anni settanta giungevano in India o sino a qui alla ricerca di qualcosa di nuovo. Io però non percepisco il contrasto, riesco in qualche modo a pregare anch'io e non sento soluzione di continuità tra la mia fede e l'animo religioso di questi luoghi e di questo popolo.


Un'altra immagine riaffiora ed é quella di un fast food, vicino a un grande albergo, enorme e con stand che offrono cibo di ogni tipo, quasi fosse un'improvvisata fiera alimentare.
Dalla pizza agli involtini primavera, dai menu thailandesi a vere e proprie stranezze, come le bistecche di cobra che però nessuno, evidentemente, si azzarda a comperare.
Ai tavoli c'é gente di ogni tipo, compresi, anche qui, i lavoratori in pausa pranzo.
Il ricordo più curioso però é poco dopo la cassa, dove ognuno prende le posate. Io, dovendo scegliere, non ho dubbi nel prendere la forchetta, ma poi devo capitolare di fronte ad un tedesco che, capelli biondi ed occhi azzurri, mangia davanti a me maneggiando impeccabilmente un paio di bacchette cinesi...

Ultimo ricordo e sono da Asia Book, una delle librerie più grandi della città.
Mi soffermo su uno scaffale con numerose pubblicazioni riguardanti il cosiddetto "cultural shock". Non so di cosa si tratti, ma sembra che molti occidentali lo subiscano quando si trovano a dover stare a lungo da queste parti. Mi tornano in mente le prime immagini della città, su quel taxi filante verso il centro, e mi sembra di capire di cosa si tratti, ma certo é molto di più: un altro modo di pensare, di comunicare, altre radici culturali.
Sfoglio altri libri, mi capita in mano "The stones cry out", di Molyda Szymusiak.
Narra della Cambogia, un paese sfortunato, di cui si parla poco nel mio paese.
Eppure i fatti tragici che lo riguardano non sono poi così lontani.
L'agire di un criminale, Pol Pot, e le conseguenze del suo modello di comunismo rurale, che nella seconda metà dei settanta produssero un genocidio spaventoso, colpendo in toto la popolazione del paese e cancellando completamente tutta la classe dirigente e chiunque avesse un briciolo di cultura. Non so nulla, allora, di quel popolo ed acquisto quel libro, testimonianza drammatica di una sopravvissuta.
Mi capiterà in seguito di trovare anche l'edizione italiana, tradotta da Natalia Ginzburg (1); lo rileggerò e non sarà esercizio inutile : col tempo ho imparato a conoscere meglio la storia, fuori dagli schemi di certa cultura, che giunge a ritenere alcuni fatti tragici più importanti - e quindi sempre degni di maggior rilievo - rispetto ad altri.


La rivista Città Nuova pubblica in questi giorni un bell'articolo di Michele Zanzucchi (2), che fotografa l'attuale situazione del paese. In fondo, penso, non é poi così cambiata e, soprattutto, la globalizzazione non ha aiutato questa nazione ad uscire fuori dai propri limiti.
Limiti fatti di contraddizioni.
Come la voglia di democrazia unita però a continui colpi di stato dei militari, che intervengono ogni volta che il tranquillo regime di pacifica corruzione comincia a tagliarli troppo fuori.
Desiderio di spiritualità, che cogli nel monaco buddista che incroci per strada al mattino, sempre nutrito dalla popolazione, unito alla disinvoltura con cui il paese continua ad accettare prostituzione e traffico di droga come importanti componenti del bilancio economico.
Ricchezza ostentata negli alberghi, a disposizione di turisti occidentali sempre meno critici, a fianco della presenza di vasti strati della popolazione ancora vegetanti negli slums della periferia e con poche speranze di elevarsi ad un rango di maggiore dignità.
Fondamentalmente un paese povero, ma con una dolcezza tutta particolare, che forse noi tracotanti ed esuberanti occidentali dovremmo imparare a conoscere e ad usare, almeno qualche volta.
E' un po' quella che descrive Khru Prateep, ex senatrice, quando conclude il suo incontro con Zanzucchi e parla della povertà del suo paese : "Penso che si debba ridefinire la categoria di poveri. Non basta più il solo criterio della ricchezza, dei beni posseduti. Nella povertà é la sofferenza che conta, i pericoli che si corrono, la tranquillità, l'infelicità insomma". E alla domanda, ma allora qual é la qualità principale dei thailandesi, risponde: "La pazienza. Senza di essa sarebbe saltato tutto per aria da parecchio tempo".



Note:
(1) Molyda Szymusiak - Il racconto di Peuw bambina cambogiana - ed. Einaudi
(2) Michele Zanzucchi - Chiaroscuri, più chiari che scuri - reportage dalla Thailandia - Città Nuova, n° 3/2007