



"IN THE FURY OF THE MOMENT I CAN SEE THE MASTER'S HAND, IN EVERY LEAF THAT TREMBLES, IN EVERY GRAIN OF SAND" (BOB DYLAN)










Questo libro di Riro Maniscalco, mi ha appassionato subito, fin dal titolo - Mi mancano solo le Hawaii - perché io, invece, ho solo le Hawaii. Anche un pezzetto di Los Angeles, per la verità - una giornata su e giù per gli Universal Studios e per Hollywood Boulevard (ma Julia Roberts non l'ho mai incontrata) - ed un un po' più lungo - tre giorni - di San Francisco, una splendida città, che mi rimarrà sempre nel cuore.
Accadde nell'ottobre 1995, un'avventura vissuta con mia moglie (ai tempi in attesa della nostra prima figlia!) e che entrambi non dimenticheremo mai.
Ma dell'America, ahimé, mi manca tutto il resto. Sogni coltivati sin da ragazzo, ascoltando Bob Dylan e tutta la musica rock americana che trovai, sogni fatti di Route 66 mai percorsa, di paesaggi alla Paris Texas, di indiani che non salteranno mai fuori dagli speroni rocciosi della Monument Valley.
Dreams on the road, su highway che corrono dritte fino all'infinito, con la polizia che ti corre dietro quando vai troppo forte, invece di fregarti a casa con la foto dell'autovelox; di autoradio che se l'accendi salta fuori Hank Williams e Johnny Cash e non Radio Deejay.
Insomma tutti sogni che resteranno tali, perché dove vai oggi se hai famiglia e tre figli e fai già fatica a tirare fine mese? Ma tant'é, in fondo se anche riuscissi un giorno o l'altro a guidare una bella Chevrolet - la Chevy, come la chiama Riro - forse scoprirei che era tutto diverso da come me l'ero immaginato.


E allora, insomma, questo libro lo dovevo leggere per forza.
Perché é un libro sul viaggiare ed il viaggiare é ancora uno di quei sogni del cassetto.
"Andiamo. Non so dove, ma l'importante é andare", scriveva Jack Kerouac nel suo On The Road e così Jackson Browne, un'altra delle colonne sonore della mia esistenza, che canta "Non so dove stia correndo, sto solo correndo": é in Running On Empty, la title track di un disco che mi porterei sulla classica isola deserta.
Ma il mito di Kerouac e la lettura del suo libro mi hanno sempre messo una profonda tristezza, perché correre per correre o andare per andare non possono rimanere tali, così senza uno scopo. Altrimenti l'euforia é giocoforza l'anticamera della disperazione. Così avevo bisogno di un altro libro, di un'altra storia. E meno male che é arrivato il libro di Riro.
Riro Maniscalco l'ho visto quest'estate al Meeting di Rimini, sul palco insieme a John Waters, Walter Gatti ed agli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, a presentare "Help! Il Grido del Rock", un altro di quei libri che non si dovrebbe perdere nessuno. E' un italiano trapiantato in America, lo dice lui nel sottotitolo del libro e "Mi mancano solo le Hawaii" sono i suoi appunti di viaggio in lungo e in largo per gli USA.
Un libro bello, appassionante, estremamente divertente. Così gradevole che, ad un certo punto della lettura, ho dovuto cominciare a rallentare; anche a tavola faccio così quando ho davanti qualcosa di gustoso: non mi piace l'idea che una cosa bella e buona passi troppo in fretta. Così sono andato un po' più piano, per andare dietro al viaggio, per farlo anche un po' più mio, per entrare di più dentro un'esperienza di vita.
Tornando a Kerouac, ricordo che invece, quando lessi On the Road, feci fatica ad arrivare in fondo. Perché proprio di fatica era pieno il racconto, pur conservando un fascino tutto particolare. Quel viaggiare fine a se stesso alla fine era proprio questo: solo una gran fatica. E la disperazione é ciò che rimane se il tuo andare non possiede il desiderio del bello; disperazione da cui, oltre tutto, non ti liberi più se alla fine essa stessa si autoalimenta nel sottile compiacimento di sé.
In questo libro, invece, si recupera la gioia del viaggiare, forse perdendo qualcosa del mito, ma guadagnando quel sottofondo che é amicizia, un modo d'intendere l'esistenza che ha il sapore di famiglia, una compagnia che sottende ad ogni avvenimento od avventura.
In fondo anche la bellezza della natura, così prorompente negli scenari americani, perde significato se vista come qualcosa a sé, senza legame con il resto: "la felicità non é reale se non é condivisa" scrive nel suo diario Chris McCandless - il personaggio di cui narra lo splendido film Into The Wild di Sean Penn - immerso nella bellezza di una natura cercata a lungo, ma prigioniero allo stesso tempo di una solitudine che lo porterà all'autodistruzione.

Allora datemi retta, mettetevi a leggere questo libro anche voi.
Vi avventurerete così in mille posti, come, ad esempio, ad East New York ed immaginerete la faccia di quel poliziotto, mentre dice "this is East New York. You don't want to be here", o quella della cameriera di Mancos, Colorado, dopo che hai fatto l'errore di ordinare una birra...
O ancora penserete d'essere lì anche voi, immersi in stupendi paesaggi texani, o a bordo di motoslitte nel parco di Yellowstone, oppure ancora a far due passi fuori dalla casa degli amici ad Anchorage, Alaska: "(...) però se vedi l'alce o il grizzly, stattene immobile e aspetta che se ne vada..."
Arriverete in fondo al libro in un baleno, ve l'ho già detto, e vi dispiacerà.
Ma quando avrete chiuso l'ultima pagina del libro, una cosa rimarrà lì con voi, senza fretta d'andar via, ed é lo spirito che pervade tutto il vivere di cui si é letto. Dice Riro:
"(...) "qualche tempo fa ho "cambiato natura". Sono un "naturalizzato americano", con tanto di doppia cittadinanaza e doppio passaporto. Ho fatto bene o male? L'ho fatto. L'ho fatto perché questa é oggi la mia vita e ho sempre pensato che l'unico modo per vivere quel che può durare anche solo un attimo é di viverlo come se fosse per sempre. Bisogna fare così anche quando si viaggia".
Vivere ogni attimo come se fosse per sempre é quel che mi fa sentire vicino ad uno come Riro.
E come a Riro anche a tanti altri amici, alcuni anche comuni ad entrambi.
Forse il fascino del libro, alla fine, sta tutto qui: in quella frase della Dichiarazione d'Indipendenza citata nel racconto: "vita, libertà e ricerca della felicità". Questo, dice Riro, é qualcosa che gli corrisponde, che sente come suo.
Ecco perché mi piace come scrive: tutto questo corrisponde anche a me.
Post Scriptum
C'é un'altra cosa che mi ha fatto ripiombare di schianto nei miei sogni di ragazzo targati USA ed é il nuovo disco di Bob Dylan, Tell Tale Signs. Lasciatemelo ascoltare ancora per un po' - erano anni che non ascoltavo musica bella così - e poi ci scrivo sopra qualcosa...










Il tranquillo passeggiare dei monaci e dei pellegrini, mescolati a silenziosi e rispettosi turisti, rende ancor più sacra l'atmosfera del luogo.
Eppure non lontano da qui c'é il triangolo d'oro, e allora come fanno a non venire in mente le contraddizioni di questo paese, disposto a convivere col traffico di droga ed il turismo sessuale ? Ad un occhio superficiale da turista occidentale appare strana e incomprensibile la tolleranza e la connivenza dei governi locali, ma in fondo é solo ipocrisia e senso di superiorità : anche l'Europa, culla di democrazia, é ricca d'incoerenza. E talvolta, nella sua "pretesa" di giustizia, il vecchio continente diviene di fatto incapace di muovere nella giusta direzione coscienze ed energie umane, mentre qui se non la giustizia, almeno percepisci la pazienza, una virtù coltivata e custodita a lungo dal popolo thailandese.




Note:
(1) Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi & C.




Qualcuno é riuscito a raccontare quegli avvenimenti, una volta tornato a casa.
Giulio Bedeschi, Nuto Revelli, Eugenio Corti.
Quando lessi le pagine di Corti - I più non ritornano, Il cavallo rosso - ringraziai il cielo che qualcuno avesse avuto la forza di non dimenticare.
C'é un passaggio del resoconto di Corti in cui tanta tragedia sembra divenire alla fine sorta di castigo all'intera umanità. Ma c'é anche qualcosa che questo grandissimo scrittore ed ex ufficiale scrive in nota, sotto forma di lettera ad un amico :
"(...) prima di chiudere io dovrei introdurre qui un'altra componente molto ma molto importante del quadro (forse la più importante di tutte). Come cioé Dio recuperi la sofferenza degli uomini, soprattutto degli innocenti - crocifissi al pari di Cristo innocente - la quale sofferenza pertanto non va affatto sprecata. Dunque quei morti non sono morti per niente: ti rendi conto di quanto ciò sia importante ? "
Sono passati gli anni ormai ed i superstiti della Russia non li vedi più, ormai sono morti quasi tutti.
Vorrei tanto tornare indietro ed incontrarli di nuovo, in qualche pronto soccorso.
Allora questa volta sì che mi fermerei, per farmi raccontare tutto.
E forse, alla fine, gli direi che se "ghe manca el fia' " é davvero colpa di quella maledetta guerra.
Qualche tempo fa, però, li ho incontrati di nuovo.
Ho girato la testa, per caso, e su quella lapide di marmo c'era il nome di tutte le loro compagnie. La Cuneense, la Tridentina, la Julia, tutte insieme in mezzo ai personaggi celebri, al cimitero Monumentale di Milano.
Allora mi sono domandato quale fosse il significato della parola speranza.
Forse gli occhi di una madre. La madre é l'unica che non la perde mai, anche quando le circostanze sembrano sostenere il contrario.
Mi volto indietro. Di fronte c'é la tomba di Don Giussani.
C'é sempre qualcuno che viene a trovarlo: in qualunque ora del giorno non lo trovi mai da solo.
Vado a salutarlo anch'io. Sulla lapide una sola frase: "Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza".

Arrivo davanti al mio hotel e la seconda sensazione che subito mi assale sono gli odori.
Strani, dolciastri, talvolta sgradevoli, ma altre volte incredibilmente affascinanti, al punto da attrarre in qualche modo gli altri sensi, quasi che la vista e l'udito e tutto l'immaginario che li accompagna possano andare dietro all'olfatto, un senso che fino a quel momento avevo associato nella mia mente solo agli animali. Negli anni a venire quegli odori rimarranno impressi, anche più di alcune immagini. Immagini però che, pur sopite negli abissi della memoria, riaffiorano all'improvviso, insieme agli attimi di vita che le hanno accompagnate, quando quegli stessi odori fanno capolino di nuovo, magari passeggiando nella chinatown della mia città.
Non é una novità : ci aveva già pensato Proust a descrivere la magia di momenti così, nel suo "Du coté de chez Swann", ma sperimentare di persona qualcosa che prima consideravi solo una bella intuizione letteraria porta con sé un piacevole stupore.
La sera Bangkok, già così piena di vita di giorno, si trasforma ancor di più.
Molti si accomodano per terra e cenano tranquilli; compaiono ristoranti improvvisati, fatti di un carretto con sopra stoviglie e fornelli in quantità. C'é tanta povertà ma é anche un modo di vivere la strada e di stare assieme. Passeggio tra la gente e continuo a guardarmi intorno: l'insieme mi colpisce, ma l'occhio prefererisce soffermarsi sui particolari e, ogni volta, appagato, sembra quasi non volersi distaccare più da quel qualcosa di nuovo che per l'ennesima volta lo ha attirato. E' un volto,un gesto inconsueto, frasi e toni di voce sconosciuti; oppure oggetti che sulle prime non riesco ad identificare, immagini da scoprire, da interpretare.
Il flashback successivo della mia memoria é quello di un tempio, il Wat Phra Keo, attiguo al palazzo reale.

