"Oh, can't you see that you were born to stand by my side
And I was born to be with you, you were born to be my bride"
(Wedding Song, Bob Dylan)
La prestigiosa rivista Circulation, edita dall’American
Heart Association, ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio
condotto su oltre 15.000 persone dal 1992 al 2010, dal quale emerge come il
divorzio rappresenti un fattore di rischio significativo per l’infarto
miocardico acuto. Nella popolazione studiata il rischio è apparso più elevato
nel sesso femminile, con una probabilità di evento coronarico superiore del 24%
nei soggetti con un divorzio alle spalle e addirittura del 77% per le donne
pluridivorziate. Negli uomini l’aumento del rischio appare minore, con un
incremento del 10% in caso di un solo divorzio e del 30% in quello di più
divorzi. Linda K. George, uno degli sperimentatori, afferma che tale rischio appare
paragonabile a quello provocato dall’ipertensione arteriosa e dal diabete
mellito ed appare ridotto solo marginalmente in caso di nuovo matrimonio delle
donne, mentre si annulla nel sesso maschile. (....)
Ogni tanto ti succedeva anche questo. Che, in quella vita da mediano a fare compagnia al Mistero, ti ritrovassi anche in panchina. E che, vista da quell'osservatorio, la partita non sembrasse neppure più la stessa. La prospettiva cambiava del tutto. Vedevi le retrovie e il gioco di squadra, sentivi al tuo fianco la sofferenza dell'allenatore, condividevi attese e speranze con gli altri giocatori seduti accanto a te. Non era stato per nulla facile, all'inizio. A nessuno piace stare fermo mentre gli altri rincorrono la vita in gioco. Tuo malgrado, ti toccava subire la decisione altrui. Stare lì e fare il tifo per la squadra, mettendoci la stessa passione di sempre. In campo con gli altri, fuori dal campo.
Era stato così che, talvolta, tolto il camice, ti accadeva di sederti al fianco di chi amavi. "Potete accomodarvi fuori, per favore?", e tu ti accomodavi, mentre i tuoi colleghi facevano il giro visita degli ammalati o l'impiegata dell'impresa di pulizie passava a pulire la camera. La stessa tensione di tutti per avere notizie su un esame; l'attesa interminabile di uno sguardo, l'attenzione su un particolare, mentre la cartella clinica stava riposta lì, inaccessibile, dentro un carrello non tuo, non del tuo reparto, non del tuo ospedale.
Più ti faceva male tutto questo, più incominciavi a capire. Il bisogno di una spiegazione o di un minuto in più, rubato da altri al tuo frenetico lavoro. Quelle richieste dei pazienti e dei loro familiari, che hanno sempre, dietro e dentro sé, un bisogno di significato. Perché questa malattia, perché proprio a me e non ad un altro; perché siamo qui, tutti assieme in squadra, a fare da compagnia al misterioso disegno che prende in mano la nostra vita e la conduce.
Ogni volta tornavi a casa un po' più ricco di prima, quel passaggio in panchina ti faceva sempre bene. Non che non avessi voglia di giocare, ma cominciavi ormai ad essere un po' stanco. Che poi, da quella panchina, talvolta, capitava pure di veder giocare dei mediani che erano peggio di te. Ma quella prospettiva, quando eri in campo, non riuscivi mai a coglierla così bene, anche quando la palla te la passava Messi. Avevi bisogno, di tanto in tanto, di startene un po' seduto lì. Era lo sguardo dell'Allenatore, quello che ti serviva. Solo ascoltando Lui, una volta rigettato nella mischia, capivi quale posizione in campo fosse stato giusto tenere.
Fu così che una voglia nuova di giocare ti tornò, proprio quando, i capelli grigi e i muscoli ormai stanchi, ti sembrava la stessi perdendo a poco a poco. E magari avresti avuto pure qualcosa da insegnare ai più giovani, cavalli imbizzarriti che desideravano solo correre e stare sempre là davanti. Dargli di gomito, qualche volta, e dirgli "guarda!", come si fa coi vecchi amici. Laggiù in fondo, verso la panchina, dove quel mago di un Allenatore sapeva ridare gioia e motivazioni a tutti quelli che fossero passati da lì. Quella panchina dove, chissà perché, non aveva mai voglia di andare nessuno.
Tre del mattino, é sempre un bell'orario. Potresti essere davanti alla solita macchinetta del caffé, per esempio. O in giro per la città, dopo il concerto a San Siro del Boss, quello che ti sei perso per l'ennesima volta. E invece hai appena finito di compilare una cartella clinica.
Il cuore di Frankie ha finalmente smesso di ballare, una sorta di Twist & Shout, ripasso di tutte le aritmie del pentagramma, dalla fibrillazione ventricolare a quella atriale. Ora il ritmo é quello sinusale e batte regolare come una vecchia ballata folk. Rianimato e ripreso, quel cuore é tornato a fare compagnia ad un'anima, tormentata da anni dalla pioggia e dagli uragani improvvisi di una schizofrenia paranoide che sempre l'accompagna. Lo guardi respirare tranquillo, mentre gli infermieri hanno già altre cose da fare. Rimani lì davanti a lui, da solo. Il tutore non risponde al telefono, l'unico parente ancora in circolazione dice che va bene così, di tenerlo pure in terapia intensiva, che prima o poi, quando avrà tempo passerà a fare un giro pure lui.
Ti domandi il senso del tuo stare lì. Ti chiedi perchè eri lì solo tu. E perché tutto questo é accaduto qui ed ora. Troppe domande, in quella vita da mediano che ti sembra di correre ogni giorno, a centrocampo coi capelli che diventano sempre più grigi a poco a poco.
Poi, lungo la strada che porta verso casa, capisci finalmente che non eri solo ma che lì, in piedi accanto a quel letto d'ospedale c'era il Mistero che fa tutte le cose e che ha sempre e soltanto a cuore il nostro bene. Tu, in fondo, non hai fatto altro che dargli una mano. Mentre il mondo là fuori continua a correre e ad urlare, sotto la pioggia in compagnia di quegli impostori che chiamano successi e fallimenti, ti accorgi d'essere felice.
Una vita da mediano, a fare compagnia al Mistero.
Che non é mica una brutta cosa, giocare al fianco di Messi tutti i giorni.
Quella notte, l'antivigilia di Natale, si soffermò a pensare alla bambagia in cui era solito immergersi, soprattutto quando fuori c'era freddo e dentro il gioco si faceva duro. Non serviva mai a nulla, tutto quel bagaglio d'idoli e false sicurezze che sapeva creare così bene nella propria mente. Soprattutto lo rendeva impotente, di fronte alla rabbia che lo assaliva alla prima cosa storta che gli capitava durante la giornata. Ma ora che la notte si era impossessata della terra, aveva più tempo per provare a scostarla un po' da sé. Affrontare la realtà con sguardo sincero.
Si avvicinò alla macchinetta del caffé: erano le tre del mattino, il suo orario preferito. Pensò a tutti quei volti, poco distanti da lì, ognuno disteso nel suo letto d'ospedale. L'uomo dallo sguardo triste, alle prese col tamponamento del suo cuore, sospeso tra la vita e la morte. L'edema polmonare, risolto, che ora respirava tranquillo e guardava un soffitto che pareva tappezzato di stelle del cielo. L'uomo giovane con l'infarto, tremante di freddo e di paura, tornato dalla sala d'emodinamica con una coronaria aperta ed il sorriso riconsegnato al suo viso. Pensò alla giovane donna, una vita di dispiaceri affogata nell'alcool ed un delirium tremens più devastante della sua cardiopatia. E all'uomo depresso, che voleva farla finita in Pronto Soccorso, ma poi, alla fine, lo aveva ringraziato per essere stato lì. Quella notte, la notte dell'antivigilia, aveva provato a bussare alle porte di tutto quel dolore, ma le chiavi d'accesso erano indecifrabili e nascoste.
Poi, il giorno della vigilia, tutto gli apparve come trasfigurato. Se ne andò per la sua strada, le mani ancora sporche di sangue, ma pezzi di strada condivisi. Portò con sé quei volti, compagni di viaggio con imbarchi e rotte diverse, ma un unico approdo per lo stesso destino. Di lì a poco una Madre li avrebbe raccolti per deporli nella mangiatoia del Suo unico Figlio. Perché potessero diventare tutti assieme figli suoi. Quella Madre li avrebbe sempre protetti, come aveva sempre protetto anche il suo cammino e il suo sorriso. Era Natale, dal suo cuore uscivano lacrime di sudore ed era felice. Infilò le chiavi nella serratura, entrò in casa, appese il cappotto e si sedette al tavolo, con la penna e i suoi poveri pezzi di carta in mano. Ed iniziò a scrivere la storia successiva.
E' agitato e fatica a stare fermo sul lettino. Il battito accelera, a tratti in modo vorticoso, a fare compagnia alla sua voce. Poche parole, solo un "brum, brum" che mima il rombo di un motore. "Stai tranquillo", gli dico, mentre sua madre mi racconta che la Ferrari é sempre stata la sua grande passione. "Guardo solo il tuo cuore. Ci metto poco e non ti faccio male".
Gianni ha più di quarant'anni ed i farmaci per controllare la sua psicosi sono più numerosi di quelli che servono a tenere a bada la pressione. Un'ecografia inutile, chiesta inutilmente dal suo medico di base. Un'ecografia che non gli cambierà la vita né le cure. Ma un'ecografia che oggi può cambiare la mia giornata.
Mi avvicino piano, il tono calmo e sottovoce. "Mettigli su la sonda due secondi - mi ero sentito dire da qualcuno - e poi eventualmente scrivi che l'esame non é fattibile per la scarsa collaborazione del paziente". E invece Gianni collabora eccome. Il suo cuore rallenta e la sua mente si tranquillizza sempre più, circondati entrambi dall'amore dei genitori e dalla gentilezza della mia infermiera. Non ci metto due secondi, né due minuti, ma di più, molto di più, anche se il cuore di Gianni, per fortuna, non ha niente che non funzioni a dovere. Ma il tempo, mano a mano che trascorre, serve ad affezionarmi ad uno sguardo, quello che sento crescere su di me sin dal primo istante. Lo sguardo con cui mi sono avvicinato a lui , così apparentemente umile ed indifeso. E che, a poco a poco, ha cominciato a scaldare il mio, di cuore. Un cuore scontroso e vanitoso, talvolta insensibile ed irato, a cui troppo spesso sfugge la grandezza del dolore che gli passa accanto. Quel cuore, accanto a quello di Gianni, sembra recuperare come d'incanto la pienezza d'ogni istante, il senso di un agire che é vocazione prima che mestiere. E' per quello che quasi non si vuol staccare più. Accanto ad una fiamma che gli ridona speranza ed energia. Educato all'Amore vero.
Alla fine, quando Gianni se ne va, lo saluto col sorriso, anche se lui sembra non accorgersene neppure. "Grazie!" mi dicono la sua mamma e il suo papà. "Grazie a voi", rispondo io. Grazie davvero. Al cuore di un uomo, piccolo ed umile, che oggi ha incrociato il mio ed é diventato il cuore di un Altro. Ce n'era bisogno per tirar sera e superare la notte che verrà. Il cuore di Gianni per dire buongiorno ad un nuovo mattino.
"una frase, una sola giudicherà la nostra condotta, la parola stessa di Gesù: "ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me"
(Jérome Lejeune, 1926-1994, professore di genetica dell'Università di Parigi)
L'hanno fatto di nuovo. Mi hanno spostato un'altra volta la macchinetta del caffé. E stavolta l'hanno messa laggiù in fondo, in un angolo, incastrata tra tavoli e sedie ricoperti da teli impolverati, arredi di un salone d'ospedale che qualcuno sta aggiustando. Lavoro di operai, sincronizzato con quello di medici e infermieri, tecnici di laboratorio e portantini, umanità che corre, sbuffa, piange, ride, si abbraccia e si scontra in questo luogo senza spazio e senza tempo, dove si prova a rabberciare le ferite dei corpi, senza occuparsi mai abbastanza di quelle dell'anima.
Perché lo facciano - spostare in continuazione quella benedetta macchinetta del caffé - ancora non l'ho capito. Forse é per confondermi le idee, distogliere la mia attenzione su ciò che vale veramente, quello che mi tiene in piedi, alle tre del mattino come a mezzogiorno. Il panorama e le luci della città, però, sono sempre al loro posto. Quelle non sono riusciti a toglierle, non ce l'hanno fatta con loro. E così sono finite a fare da sfondo a una finestra lunga, disposta davanti ad uno spazio enorme, tutto nuovo. Disposizioni anti-incendio, hanno spiegato. Già, come se bastasse. Creare un po' di spazio intorno alle ferite che bruciano per mettere tutto a posto, spegnere ogni tipo di fuoco. Le ferite di chi sta qui dentro e le altre, di tutti quelli che sono ancora fuori.
Ci sono un sacco di ferite in giro, se ne sente parlare in continuazione, anche adesso che é Natale, questo Natale che tanta gente dice di non sentire più. A dire il vero, non so se l'abbiano mai sentito prima. Ho una gran paura di no. Forse erano troppo presi a pensare a molte cose che non c'entravano nulla e così, adesso che cominciano a scarseggiare anche quelle, sentono tremare il terreno sotto i loro piedi. Qualche giorno fa ne ho letta una veramente bella. Parlava del sogno di una giovane donna, sogno terribile. Lei si sveglia al mattino e corre dal marito. E' fragile e talvolta un po' insicura, come tutte le donne che aspettano un bambino. E dice che non riesce a capire quel sogno, ma crede che riguardi il figlio che sta per arrivare. Solo che quel figlio non lo nomina nessuno, anche se tutti corrono in giro da settimane a preparare quella che sembra una gigantesca festa di compleanno per lui. Lui però non c'é, non compare, non viene mai neppure nominato. "Sai Giuseppe? - gli confida tra le lacrime - Tutto era così bello e la gente così contenta, ma io avevo una gran voglia di piangere perché nostro figlio era completamente ignorato, non desiderato nella sua festa...".
Desiderio. Strana parola. Una di quelle che la gente oggi ignora. O che forse, invece, in qualche modo conosce ancora, ma ne ha perso di vista il vero significato. Cosa desiderare oggi? Di uscire dalla crisi? Di avere un futuro dall'orizzonte meno incerto? Di soffrire di meno e godere e divertirsi di più? Certo, a nessuno piace soffrire, ma il desiderio é qualcosa che ha a che fare coi bisogni e con il cuore, e che trascende il fatto che la vita debba passare a volte anche da una porta stretta.
Se il desiderio ha a che fare col bisogno, mi viene da pensare ad Uno che partiva sempre da quello per muovere ogni suo passo. Uno vissuto tanti anni fa, e che era nato proprio a Natale. Uno che partiva dal bisogno per poi condividere tutto l'umano con uno stile di vita proprio, che gli derivava da un rapporto d'amore: quello che viveva all'interno della Trinità. Perciò, alla fine, la domanda di pienezza e di felicità, costitutiva del cuore dell'uomo, finiva per avere un reale compimento. Ecco perché c'é un sacco di gente - me compreso - che rischia di non sentire più né questo né tutti gli altri Natali che verranno. Perché se non si parte da qui - il vero bisogno del nostro cuore - tutto si svuota di consistenza.
Ho preso il mio caffé, laggiù alla macchinetta, e me lo sono portato fino a qua, quella finestra lunga davanti alle luci della città. Toh, non me ne ero accorto prima, ma adesso ci hanno aggiunto davanti qualcosa. Un tavolino del soggiorno, ricoperto da un telo, e sopra le casette, la grotta ed i pastori. E' davvero tutta un'altra cosa adesso. Ora sì che il panorama mozzafiato di quassù comincia a rispondere ad un bisogno. E' un piccolo frammento di gioia, quello che si fa strada, mentre il mio sguardo si sposta dalla città per soffermarsi su quel Bambino, piccolo e indifeso, ma capace di riscattare tutta l'umanità. Ed é come se, a poco a poco, anche i mille occhi che stanno laggiù, dentro tutte le case illuminate della città, convergessero il loro sguardo fino a qui, una piccola capanna, un frammento d'universo. Ma in quel frammento c'é il Tutto ed io non ho bisogno d'altro per sentire che adesso davvero ogni cosa mi appartiene: "Tutto é vostro - diceva San Paolo - ma voi siete di Cristo e Cristo é di Dio". Che bella avventura, l'attimo presente della vita.
Accecato dalla notte, a colpi di luce mortale. Eblouiée par la nuit é la canzone di Zaz che mi accompagna sin dalle luci dell'alba. C'è un non so che di sinistro in quella voce così acuta, giocata su registri impossibili ed allo stesso tempo capaci di comporre una melodia struggente, di quelle dal lasciare in repeat nel lettore cd e nella mente. Poi, a mezzogiorno, tutto accade. Un infermiere si getta dagli ultimi piani dell'ospedale, troppo stanco per sopportare il proprio male di vivere, a dispetto del sorriso e della dispinibilità mostrati a chiunque lo incontrasse ogni giorno. La luce di mezzogiorno é il colpo di luce mortale che si fa strada sui volti di ciascuno. Dopo, il resto della giornata ospedaliera é un trascinarsi stanco, dove i gesti di tutti sono rallentati, le parole, inutili, ridotte al minimo indispensabile, mentre i malati continuano a richiamare a sé una presenza, la risposta alle proprie ferite. "E' così che funziona allora": é questa la frase che mi rimbalza da un capo all'altro della mente, una frase già scritta, già letta, e che ha senso anche in questa circostanza. E' così che funziona, dunque: un giorno siamo lì, incazzati e di corsa come sempre, e il giorno dopo non ci siamo più. Perché quella a cui rischiamo di correre dietro é la nostra ansia ed insoddisfazione. Quando non diventa vera e propria depressione - la malattia del secolo, l'ha definita qualcuno - come nel caso di quel povero ragazzo il cui volto, adesso, rimane stampato nella mente di ciascuno.
Mando un veloce sms a mia moglie, poco prima di uscire. Tra poco me ne andrò, per essere, domani, a Dio piacendo, ancora una volta in questo posto, luogo di pianto e stridore di denti, punto di partenza, a volte, per la strada che porta verso casa. "Signore, cosa é l'uomo perché te ne curi?", le scrivo. Eppure l'hai fatto poco meno di te. "E' come una foglia trasportata dal vento", mi risponde.
La risposta a ciò che sembra senza speranza é riscoprire un Amore ed una Misericordia che sappiano accogliere tutte le durezze del nostro cuore. Un cuore fragile come una foglia sbattuta dal vento, ma fatto per desiderare cose grandi. La via d'uscita, quella che il falsario cerca di nasconderti ad ogni costo, é metterlo tra le braccia di Colui a cui appartiene. Per riscoprire che ciò che il tuo cuore desidera esiste. E che quel qualcosa si chiama Bellezza. A dispetto di ogni croce ed ogni dolore.
"Eternità?" chiese Frankie Lee, con voce fredda come il ghiaccio
"Già" disse Judas Priest, "Eternità", o magari vuoi chiamarla Paradiso.
"Io non la chiamo proprio niente" ribatté Frankie Lee con un sorriso
"Come vuoi" disse Judas Priest, "ci vediamo fra un po' "
Quella volta non ce l'aveva fatta. A guardare in faccia Frankie Lee. "Hey, doctor, come è andato l'esame?", gli aveva chiesto lui. "Tutto bene, niente di particolare", gli aveva risposto, pure un po' scocciato ed annoiato. "Meno male, almeno un esame che va bene", aveva aggiunto Frankie. Rispondono sempre tutti così, aveva pensato, mentre si avviava a scrivere il referto sul computer; sempre la stessa storia, gli dici che va tutto bene e si lamentano comunque di qualcosa. Poi l'infermiera l'aveva preso per un braccio, nascosto dietro il paravento, dove Frankie non vedeva. "Oggi gli hanno fatto diagnosi di un cancro; è già pieno di metastasi", gli aveva detto lei. Una sberla in pieno viso, a risvegliarlo da tutto il suo maleducato torpore. Era a quel punto che il dottore non era più riuscito a guardare in faccia Frankie, anche se adesso era diventato facile essere un po' più gentile ed educato. Quella ferita dell'altro, incontrata tutti i giorni, così difficile da abbracciare ogni maledetta volta.
Poi Frankie era uscito dall'ambulatorio, per fortuna qualcuno se l'era portato via anche in fretta. E lui, allora, si era messo sotto a lavorare, di buona lena, impegno e sudore, senza risparmiarsi fino alla fine del giorno. E senza farsi troppe domande.
Poi, arrivato a sera, lei gli aveva raccontato di Judas Priest. Pochi giorni di vita, la stessa malattia di Frankie, solo piazzata in un posto diverso. Ma come diavolo si fa a lavorare in oncologia, aveva pensato lui, molto meglio avere a che fare con le ferite del cuore, c'è molta più soddisfazione. Che poi, quelle ferite, lui che le curava tutti i giorni, gli sembravano sempre più cose di cui fosse difficile prendersi cura. Invocava la stanchezza e lo stress, pure la vecchiaia a volte. ma la verità era che quel suo vecchio cuore stava diventando giorno dopo giorno solo più indurito.
Judas aveva lottato otto anni con la bestia ed ora sembrava davvero giunto alla fine. Judas non aveva fede, solo un amico - un compagno - a percorrere con lui anche l'ultimo tratto di strada. Judas aveva al collo la catena di un rosario, rosario di Lourdes. Regalato da amici, a lui che diceva di non credere. Ma non riusciva più a staccarsene, te lo diceva con un gran sorriso: "non potrei mai più togliermelo di dosso", aveva detto a lei.
Lui, the doctor, era sempre più spesso troppo confuso ed impotente. La morte e la sofferenza, compagni di strada sempre più stretti, apparivano giorno dopo giorno sempre più ingombranti. Ma non ne provava fastidio, in fondo, solo un senso d'inadeguatezza sempre più grande di fronte a ciò che sapeva sempre più di sacro. La morte e la sofferenza restavano un mistero. Come quello di un Dio che sulla croce grida l'assurdo dell'abbandono dal Padre. La redenzione - invece - quella appariva sempre più una una certezza. Sperimentata ogni volta nel volto di ciascuno.
Si mise a pregare, quella sera, più intensamente di quanto avesse fatto tante altre volte. Ed era felice di trovarsi, all'indomani, ancora una volta laggiù in trincea.
Non aveva nulla da donare, se non la pochezza di sé. Ma la voglia di farsi compagno di strada, insieme all'Uomo dei dolori, quella si era fatta prepotentemente strada nel suo cuore. Ci avrebbe provato un'altra volta, all'indomani. A fare ciò di cui gli sembrava di non esser mai capace. Prendersi cura di ciò che gli sarebbe passato accanto. E dei Frankie e dei Judas che avrebbe incontrato di nuovo. In fondo, pensò - sceso finalmente da tutta la propria supponenza - non era chiamato a fare altro se non questo.
Una colonna interminabile di auto sotto la pioggia battente. Luci rosse e bianche e, ogni tanto, un lampo nel buio. Ma non basta a schiarire il grigio dell'asfalto e del cielo. Il lampo è l'illusione di un istante, attimo di luce che precede tuono e tremore, oscurità che ritorna, istante di un cammino che si fa di nuovo paurosamente incerto.
La strada surreale che porta verso casa, quella di un giugno già iniziato che vorrebbe assomigliare al più buio degli inverni, assomiglia maledettamente all'animo pigro di un mattino e di una giornata proseguita lungo pericolose rotte di frenesia e tempesta. Troppo spesso la realtà s'impone come una burrasca, pronta ad infrangere il litorale dell'apparente tranquillità di un animo non predisposto ad accogliere l'imprevisto della via.
Anche stamani il rischio è stato questo. Quello di non vedere la ferita dell'altro. Che ti viene sempre incontro sotto forma di mare in tempesta, di tuono che segue il lampo di luce.
Pazienti ovunque, in ambulatorio e in pronto soccorso, in reparto e lungo i corridoi dell'ospedale. Realtà posta innanzi alla tua vita, in una misura colma, piena, quasi insostenibile. Quantità in eccesso che richiede qualità abbondante. La ferita dell'altro che interpella la tua. La tua pochezza ed incapacità, le tue miserie, che chiedono soltanto misericordia ad un Altro più grande di tutto ciò che incontri.
Ho provato ad amare il prossimo che ho incrociato ad ogni istante. A metterci dentro tutto l'impegno e la professionalità che mi rimane. I muscoli e la mente, impiegati senza risparmiarsi, finché non fossero resi stanchi e madidi di sudore. Puoi arrivare a tanto, non in ogni istante forse, ma ce la puoi fare. Eppure non basta. Non basta perché nulla cambia, finché l'io non si pone consapevolmente davanti a un tu.
E' stato così che, tornando a casa, tutti i volti incontrati lungo la giornata, li ho come visti ripassare quando quello stesso giorno volgeva ormai alla fine. Ogni volto è un Destino ed è solo la passione per quel Destino che può cambiare il mio modo d'amare.
Il destino di chi ho accanto, innanzitutto, quello della moglie, dei figli, degli amici con cui si condivide da sempre il cammino. E per i quali senti di provare una tenerezza immensa. E' un volto che puoi porre sullo stesso piano di quello del paziente incontrato su una barella con l'infarto, o in ambulatorio, il passo incerto mentre entrava. O di quello dell'insegnante, del genitore del compagno di classe del figlio, incontrato di corsa davanti a scuola. Persino di quell'uomo sempre là, allo stesso posto, sotto la pioggia o sotto il sole, fermo ad un semaforo a chiedere la carità.
Questo é voler bene per davvero, attaccarsi con tenacia e tenerezza al Destino di ciascuno, farsi uno con lui. Solo così la realtà non ti ricatta più e la tua libertà é rigiocata davvero nell'Amore.
E allora ricomincerò la mia giornata, amando tutti in questo modo, con questo sguardo di passione. E se troverò qualcuno, lungo la mia strada, disposto a patteggiare unità sul nulla d'amore dei nostri singoli cuori, allora saprò che quel legame nulla e nessuno lo potrà mai più spezzare.
Il paesaggio, in fondo, non doveva essere molto diverso, neanche allora. Strade sterrate al posto di quelle asfaltate, ma per il resto le stesse distese di campi, il marrone intenso della terra arata, l'azzurro del cielo ed il sole del mese d'aprile, già così deliziosamente caldo.
Poche case lontane, in quelle lingue di territorio da Rosate a Gaggiano, o lungo la strada che da Abbiategrasso porta sin giù a Motta Visconti, i confini della campagna milanese con quella di Pavia, a lambire quella splendida cornice che é l'abbazia di Morimondo. Lungo quelle strade, Riccardo Pampuri, medico condotto da quel di Trivolzio ai primi del secolo scorso, aveva iniziato a farsi rapire dal fascino di una vita santamente vissuta, aderendo a un Disegno che all'inizio della sua vita lo portò a visitare ammalati da una cascina all'altra, immerso in paesaggi di campagna simili a questi.
Ho visitato una donna a casa sua. Un'anziana signora, nello stesso luogo dove, pochi anni prima, avevo accompagnato un pezzo di vita del marito. Di lui ricordo il dolcissimo sorriso, la mitezza e i movimenti lenti, un estate serena prima che il Signore se lo portasse via, a pochi giorni dal Natale, il cuore ormai infranto dalle conseguenze di un infarto troppo esteso. Quando sono arrivato a casa, lei era distesa a letto, sorridente, nello stesso lato occupato un tempo dal marito. Un grande letto matrimoniale, ma lo stesso posto occupato da tutti e due. Ci sono tanti modi di mostrare agli altri quanto si possa essere legati, ma ve ne sono alcuni forse un po' più speciali.
E' stato in quella casa che, indegnamente, mi é tornato in mente san Riccardo, le sue uscite d'inverno, gli inverni di una volta, quelli freddi per davvero, su un povere calesse, a visitare di giorno e di notte chiunque avesse bisogno di lui, senza mai un lamento e senza tener nulla per sé, tanto era il suo zelo nel donare tutto ciò che aveva ai poveri.
Tornando a casa, la luce del tramonto si é rimescolata a quei paesaggi, alle sensazioni forti cucite addosso più strette di un abito sotto misura ed alla musica, che sempre mi accompagna. Josh T. Pearson va ascoltato in momenti così, fuori dalla frenesia del traffico e della mente, lontano dalle vie troppo strette della città e dei propri pensieri. Sulle note di quel disco - l'ultimo dei gentlemen di campagna - ho ripensato a corpi e ad anime, a corpi che vedo troppo spesso martoriati e ad anime che vedo, al fondo, sempre inesorabilmente belle; quelle anime a cui teneva tanto san Pampuri, quando ne curava i corpi coi mezzi che aveva a disposizione nel suo tempo.
Se c'é un disco che, di questi giorni, mi fa pensare al corpo e all'anima come alle due cose di cui siamo fatti - indissolubilmente legate tra di loro - é forse questo. Legate come lo sono tra loro la voce e la chitarra di Josh con il violino di Warren Ellis. Come le liriche e le armonie delle canzoni, solo apparentemente tristi e difficili, in realtà dolcissime e piene di speranza al di là del dolore. Come la via crucis di una settimana santa, capace di portarti, alla fine, alla Resurrezione, perché é questa la verità più bella e più forte della fede.
Poi, quando sono arrivato in città, mi sono fermato nel mio negozio di dischi preferito e mi sono comprato il cd, dando corpo all'anima di canzoni, troppo freddamente uscite sotto forma di files da un iPod, ma entrate già prepotentemente nel mio cuore.
Vivere in questo brulichio di case e di palazzi grigi, in fondo - ho pensato tra me e me - lontano dal verde dei prati e dall'azzurro del cielo, dovrà pur servire a qualcosa, una volta tanto.
Strana notte, questa. Notte di sogni, di speranze talvolta disattese. Notte di realtà, di vita dura e di dolore. Una notte come tante altre, una notte come sempre. In questo posto dove ogni ora é uguale all'altra, dove il giorno é uguale alla notte e la domenica assomiglia al lunedì.
Notte d'ospedale. Con la macchinetta del caffé sempre al solito posto, così ci torno, anche stavolta, tre del mattino e questo é il mio posto preferito, dove riposa tutta l'incertezza del mio cuore e dei miei pensieri.
Cinquanta centesimi, le monete cascano giù, ad una ad una, rimbombando nel silenzio di un luogo che, a quest'ora, cerca di far dormire anche il dolore.
Il mio non dorme, però, non stasera, almeno.
Le luci della città sono sempre là, spesso sono loro che mi aiutano a capire. Quando la sofferenza ti passa accanto troppo veloce, anch'essa presa da quell'assurda frenesia che sembra possedere sempre qualsiasi istante, allora hai bisogno di un'ora in mezzo alla notte per capire il senso di quel che accade.
Qualche giorno fa una sentenza della Cassazione ha annullato l'assoluzione di un collega. Un cardiologo ospedaliero, il mio stesso lavoro, l'identico mare in tempesta in cui naviga anche la mia barca, giorno o notte che sia. Un'assoluzione ribadita su tre gradi di giudizio e ribaltata da una sentenza assurda, figlia di un sistema giudiziario capace di ridiscutere più volte le stesse cose e dare poi un parere diverso, senza che siano emersi nel frattempo elementi nuovi. Linee guida, preziosi strumenti del nostro agire quotidiano, frutto dell'esperienza accumulata da centinaia di trials ed elaborate dall'American Heart Association e dall'American College of Cardiologyo dalla European Society of Cardiology (le massime autorità mondiali in campo cardiologico) definite dai magistrati come argomenti di dubbia scientificità (1). Un medico trattato alla stessa stegua di qualsiasi criminale, da giudici che ci si domanda se siano degni di questo nome. I giudici italiani. Un collega, un dottore come me e come tanti altri, abituato a lottare ogni giorno col dolore e con la malattia. Che ha studiato e imparato con sudore, lavorato e vissuto per curare la gente. Che, come tanti, si é fatto compagno delle ferite che ha incontrato. Medico come colui che é sempre presente sul campo anche quando arriva la morte, morte che giunge quando deve giungere, perché inscritta dentro un Disegno di cui fa parte e che si chiama Vita. Sorella morte, parte, anch'essa, della Bellezza che ci é stata data un giorno e che é sempre nelle mani di un Amore più grande di noi e delle nostre miserie.
Ricordo un giorno in cui fui interrogato dalla polizia giudiziaria. Un uomo e una donna. Lui sembrava Serpico; lei giovane e avvenente, tacchi a spillo e una minigonna da urlo. E poi pensi che certe cose accadano solo nei film. Furono comunque estremamente gentili e rispettosi, entrambi squisitamente professionali. Si trattava della vicenda di un ultranovantenne, ammalato di un tumore allo stadio terminale, arrivato in pronto soccorso a seguito di un arresto cardiaco extraospedaliero. Quando arrivò in ospedale ci fu ben poco da fare: il Signore aveva deciso di chiamarlo a sé. Le figlie, avvocato, sporsero denuncia. Ma la vicenda finì in nulla, per fortuna. Perché non c'era reato, evidentemente: it's life and life only, avrebbe cantato Dylan, se avesse voluto narrare di quel fatto. E allora perché denunciare dei medici e a che scopo? Per denaro, forse? Qual é il confine tra il dolore e la menzogna, tra l'affrontare con realtà e responsabilità la durezza della vita ed il manipolarla invece a nostro piacimento?
Ci sono momenti in cui non ce la faccio davvero più.
Perché é sempre più difficile andare avanti a fare con passione ed onestà questo mestiere. Un lavoro che non rimane mai lasciato lì, in ufficio al venerdì, come un mucchio di carte appoggiate sulla scrivania e che, se ci sarà tempo, verranno forse evase al lunedì. No, questo vivere sono notti di guardia che ti porti dentro, che arrivano fino a casa anche al mattino, gli occhi strapazzati dalla stanchezza e dalla sofferenza che ti é passata accanto. Che ti svegliano quando ti addormenti sul divano, che t'interrogano mentre guardi il sole tramontare lungo una strada trafficata, mentre il solito cretino suona il clacson dietro alla tua auto mentre stanco te ne torni a casa, cretino alle prese con un'assurda frenesia che non ha ancora imparato a conoscere i tempi del proprio traguardo.
Cosa ne sanno costoro, quelli che credono di sapere sempre tutto, quelli che scrivono sui giornali o parlano in televisione di malasanità? Cosa conoscono dell'impegno e della concentrazione che metti dentro con fatica tutti i giorni? Cosa comprendono di quel che vuol dire tener duro, sempre e ad ogni costo? E cosa ne sanno quelli che mandano quelle pubblicità alla radio, al mattino mentre te ne torni un'altra volta in ospedale: "Chi di voi non é parte lesa? Apri un'agenzia in franchising!"? Cosa ne sanno di quelle ferite che fanno male anche lontano, lungo la strada che porta verso casa?
Ma non riusciranno a vincere. Non arrivaranno a togliermi la voglia di lottare, a levarmi di dosso la convinzione che quella ferita che incontro é benedetta perché é la mia stessa ferita. Che la domanda di significato che incontro nella sofferenza é la mia domanda, quella che interoga la mia carne e la mia intelligenza, quella che, tormento e delizia insieme, mi dà la possibilità di giocare la mia libertà fino in fondo. E che, alla fine del viaggio, rafforza la mia fede, i miei gesti, le parole, le opere e persino le miserie, poste in grembo ogni giorno alla Misericordia che sempre più sostiene ogni mio agire.
E certo che poi é anche una vita rock'n'roll, questa. Anche se loro, i rockers di mestiere, forse sono trattati meglio e più benvoluti di quei poveretti che fanno i medici in ospedale. Ma non importa, é questo il palcoscenico che ho scelto un giorno e sono ancora felice di suonare le date del mio neverending tour.
Perché é in notti come queste che benedico ancora una volta il mio mestiere.
Un'altra notte d'ospedale per sentirmi vivo.
Note: (1) Nell'era della cosiddetta "Evidence Based Medicine" le linee guida costituiscono un indispensabile strumento per ogni medico, per operare al meglio ai fini di una corretta diagnosi e terapia nei confronti di ciascun paziente. Frutto dell'esperienza di migliaia di trials scientifici ed elaborate dai massimi organismi delle singole discipline, rappresentano di fatto lo "stato dell'arte" medica. La sentenza della Cassazione riporta queste stupefacenti parole sull'argomento: "(...) nulla si conosce dei contenuti di tali linee guida, né dell'autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse s'intende perseguire"....
Fuori la pioggia sembra non cessare mai. Il cielo é grigio, poco fa era nero, solo qualche rara insegna luminosa sullo sfondo.
Notte di guardia, guardia dura. Notte di un Natale che anche oggi se ne va.
Ho visto la vita rinascere, quando sembrava nulla potesse più salvarla.
Ed ho visto giungere la morte, quando nulla l'ha potuta più fermare.
Ho visto cose che parrebbero aliene ed invece sono ciò che di più umano c'é in questa vita, fatta troppo spesso di apparenze ed inutilità. Dentro quelle strane galassie, ho sperimentato tutta la mia fragilità ed impotenza, il passo si é fatto incerto, le mani tremanti, il pensiero confuso e smarrito. Ci voleva che Tu prendessi le mie mani e le cambiassi con le Tue, perché io riuscissi a penetrare lo spazio più profondo. Che Tu indossassi il camice di un amico e ti mettessi a lavorare al mio fianco, come si fa in una vera squadra, quella capace di giocare con il cuore.
Ci voleva che, ancora una volta, mi mostrassi che "io sono Tu che mi fai".
In una notte in cui il Natale se ne va, al mattino rinasce la speranza, a fianco di un Dio che non ha paura di sporcarsi le mani per camminare dentro la nostra fragile, titubante, desiderosa e grandiosa umanità.
Hai scelto d'essere qui, in mezzo a noi.
E il tempo della nostra vita non rimarrà come lacrime nella pioggia.
Di cos'altro potremmo aver bisogno lungo la nostra notte oscura?
"Oggi un uomo é morto in rianimazione ed ha donato gli organi. Stanotte altri uomini rinasceranno, proprio nella notte in cui é nato il figlio di Dio. Ti rendi conto che lavoro meraviglioso é il nostro? Gestire ed aiutare il dono della vita: cosa c'é di più affascinante?"
"Papi, qual é la cosa più bella del tuo lavoro?". Ancora una volta mia figlia mi spiazza. E no, che non si fa così, che diamine. Non si fanno queste domande a tavola alla sera, coi miei due figli più piccoli che, invece di mangiare, fanno il solito casino. Ed io, in questo momento, mica sono di guardia in unità coronarica, magari alle prese con un turno di quelli che sembra che sia arrivata l'apocalisse là fuori, oppure alle tre del mattino davanti alla macchinetta del caffé, quella che ha per sfondo le luci della città e le montagne tutte intorno all'orizzonte. No, non si fa così, cara figlia mia, che poi dopo cena al lavoro ci devo andare per davvero e se fai in questa maniera, finisce che mi tocca mettermi a pensare al modo in cui ci vado e così mi vengono in mente sia gli entusiasmi e le passioni, che le infedeltà e i fallimenti. Insomma quel misto di vittorie ed insuccessi, i soliti maledetti impostori, che non c'é una volta che siano serviti a tenermi veramente in piedi. "Sai qual é la cosa più bella? - le rispondo dopo averci pensato per un po' - E' che non c'é nessun lavoro come questo che ti metta così tanto di fronte al reale. Perché sia colui che soffre che quello che se ne prende cura, si trovano davanti alla domanda più profonda di significato del proprio cuore. Ed hanno la possibilità di condividere questo pezzo di strada insieme".
Non sono più a cena coi miei figli e con mia moglie, adesso: sono arrivato dove dovevo andare, lungo le torri di guardia di un'altra notte in ospedale. Ma per questa volta il sasso é stato lanciato ed io sono stato ben felice d'essermi chinato per raccoglierlo. Magari per ricordarmi che quel pezzo di strada, per fortuna, non é condiviso solo da me e da chi mi troverò davanti anche stasera.
Ma anche e soprattutto dall'Amor che move il sole e l'altre stelle.
Continuo a vedere cuori, ogni giorno. Tra ieri ed oggi ne ho contati ventotto, più o meno contrattili, dietro a quelle meravigliose immagini che gli ultrasuoni sono capaci di creare.
Continuo a pensare ai cuori, ogni giorno. Muscoli solo in apparenza, in realtà anime che cantano per un perché. "Dottore, é il rumore del mio cuore, quello?": la parte doppler di un'ecocardiografia, quella che genera suoni, suscita sempre nei pazienti pensieri curiosi, o, più spesso, preoccupati; più delle sole immagini in movimento, che, tuttavia, appaiono anch'esse ai miei occhi di una bellezza travolgente.
"No, non é proprio il rumore del suo cuore, sa é la macchina...", ma perché invece non rispondere qualche volta in altro modo: "certo che sì, ma non é un rumore, é la musica del suo cuore", perché il cuore più che perdere tempo a parlare, spesso si fa capace di cantare.
Forse sarà per quello che faccio questa razza di mestiere. Perché amo la musica come amo il cuore. E sarà per quello che non riesco mai a fare a meno di coniugare tutto, pensieri, parole, opere, e, perché no, omissioni, ma anche preghiere, lungo una colonna sonora senza fine.
No, davvero, senza tutto questo, penso che la mia anima non riuscirebbe proprio a stare.
Eppure ciò che mi ronza di più in testa, in questi giorni, é ancora, sempre e soltanto quella scritta stampata in mezzo a una maglietta: "ciò che il tuo cuore desidera, esiste".
Una risposta di felicità reale, concreta, che nulla censura e tutto accoglie.
"Va bene, il suo cuore, stia tranquillo..." rispondo all'ultimo paziente. Il suo sorriso che accoglie il mio é l'abbraccio di un Amore più grande che sostiene tutti e due.
Rieccomi un'altra volta qui. Di notte. In ospedale. Un'altra notte qui. E meno male che almeno c'é l'aria condizionata che come si fa a vivere là fuori, trenta e passa gradi già alle otto e mezza del mattino, che te ne andresti solo e soltanto al mare.
E invece questa notte sono di nuovo in ospedale, che poi é quel luogo dove tutti gli altri non vogliono mai entrare e dal quale, una volta dentro, non vedono l'ora di uscire. E questo cavolo di posto, sapessi quante volte sta stretto pure a me. Come quella volta che, parlando di lavoro, quel mio amico avvocato, ridendo, mi aveva detto : "sai, ho un amico che gestisce un circolo sportivo: i suoi clienti, quando entrano da lui sono sempre felici e sorridenti. I miei, invece, quando vengono da me sono sempre arrabbiati ed alla prese con un sacco di guai". Già, un sacco di guai, appunto. Esattamente come qua, in unità coronarica, o in pronto soccorso, qualche piano più sotto, che é uno di quei posti da dove non fanno altro che chiamarmi.
E allora vabbé, che davvero va bene lo stesso e poi c'é anche la macchinetta del caffé e lì davanti, alle tre del mattino, talvolta si fanno incontri strani ed intriganti, quelle robe che sanno di mistero e d'infinito e ti fanno sentire maledettamente vivo.
Questa notte, però, ho in mente altri pensieri. Ricordi di momenti in cui mi sono trovato dall'altra parte anch'io. Non é mica facile, per noi medici, provare a trovarci di là, dalla parte in cui si soffre. Non ci siamo abituati, noi sempre al di qua, alle prese con diagnosi, decisioni e terapia. Non che non sia dura, chissà se qualcuno riuscirà mai a capirlo, in mezzo a tutta quella gente che sta fuori, compresi alcuni che scrivono sui giornali e parlano di errori medici e quant'altro, trattando noi altri come se fossimo criminali. Ma sì, che invece tanti lo capiscono. Che è dura eccome fare questo mestiere con passione, superare le difficoltà, fare i conti con un continuo senso di pressione ed inadeguatezza. E che ci sono dei giorni che non ce la fai davvero più. Ma poi basta un sorriso, di un paziente o di un parente, per ritrovare l'Abbraccio di un Amore più grande, quello di Colui che non ti abbandona mai. Però essere dall'altra parte é davvero un'altra cosa. E quando ti ci trovi, quella dis-grazia diventa grazia e cominci a capire un po' di più lo strano lavoro che ti é capitato di fare.
Così, dicevo, ho ripensato a quei momenti, passati tutto il giorno in ospedale accanto ad una persona amata. Un ospedale non mio, una stanza d'ospedale dalla quale uscire ogni volta che entrava qualcuno - "può accomodarsi fuori per favore?" - fosse anche solo la donna delle pulizie, io che invece, quando entro in quelle stanze - quelle del mio, di ospedale - sono quello che fa uscire tutti gli altri, perché permesso, mi scusi, entra il dottore che deve visitare gli ammalati. E così, invece, eccomi lì, in quei momenti, stranamente solo ed indifeso, normale ed impotente come tutti, dentro quel mistero che si chiama malattia, una strana bestia che continuamente incontro e che ogni giorno mi fa diventare misteriosamente più uomo, perché mi fa capire che non ci siamo fatti da soli e che il nostro compito é solo dare una mano al Volto buono del Mistero.
Questa notte ho ripensato a quegli istanti, quando tornavo a casa solo alla sera, stanco, debole ed affranto, dopo tutte quelle ore passate accanto ad una sofferenza nella quale non ero, questa volta, protagonista a modo mio. Sofferenza da vivere sino in fondo, a cui partecipare in pieno. Sofferenza da offrire. Sofferenza per cui pregare. Sulla strada che portava a casa, immerso nel traffico dentro la mia auto, attraversando la città, potevo finalmente arrestare il correre del cuore e allora la musica di Tom Petty e degli Spezzacuori accompagnava dolcemente i miei pensieri. Quattro dischi dal vivo, una manciata di canzoni una più bella dell'altra, una Live Anthology che diventava quell'oretta in cui riprendere fiato, respirare, rimeditare tutto quanto nel profondo. E adesso, in questi giorni, quel disgraziato di rocker americano, il cuore ha ripreso a spezzarmelo un'altra volta, che Mojo é troppo bello per essere vero e dal lettore cd di quella benedetta macchina, proprio di uscire non ne vuole più sapere.
Ed ora, questa notte, sono di nuovo qui, a lavorare in ospedale, che poi, grazie a Dio, tra un malato e l'altro c'é sempre quella benedetta macchinetta del caffè. Questa volta, però, mi sono portato dietro pure il Mac, che, sempre tra un paziente e l'altro, voglio provare a fare qualche bella playlist su iTunes. Le devo fare perché così quelle liste le passo poi a mia moglie, che lei, che lavora in oncologia, domani le porta con sé in ospedale. Già perché là, in quella sala zeppa di poltrone dove gli ammalati fanno tutti insieme la chemioterapia, hanno messo pure l'impianto stereo ma - piccolo particolare - non ci hanno messo le canzoni. E allora ditelo pure a me, ci penso io, che ce n'ho un sacco di quelle canzoni, pronte a spezzare qualche altro cuore oltre al mio.
Dannazione, c'é il telefono che squilla, devo piantarla lì un'altra volta, come si dice in questi casi: è il dovere che chiama, non é vero? Ma poi ritorno, mica vado via. Sempre di corsa, che chi si ferma é perduto, tutti presi come siamo ad andare dietro ai sogni e alla realtà.
Ma io non ho paura di correre, sto imparando a volare, ho appena cominciato: é una folle e strana vita, questa, che ci troviamo a vivere con sempre più grande e affascinante intensità.
Dov'é che ero rimasto? Ah, sì, ecco, qui: "ladies and gentlemen, please welcome Tom Petty and The Heartbreakers": I'm learnin' to fly....
Che voglia di scappare da tutto, che ti aveva assalito all'improvviso.
Fuggire da pazienti ed elettrocardiogrammi, via lontano, da tutto il male, quello intorno, con la sua richiesta incessante che ci fosse qualcuno che se ne prendesse cura e quello dentro sé, sempre troppo difficile da sostenere.
Ti era venuta voglia di scappare via, in caduta libera e correre libero, dentro un prato pieno di fiori, sbocciati su piante nate da semi marciti tra le lacrime e cresciute dentro una terra ricoperta solo da brina e notti senza stelle. Correre fino a non sentire più le gambe dal dolore e poi arrivare giù, giù, fino al mare, per sedersi un po', affaticato e oppresso, finché non fosse tramontato il sole, finché la tristezza non se ne fosse andata via tutta per davvero, imbarcata per sempre per lidi lontani, sulla prima barca giunta all'alba del nuovo giorno.
Eppure ti ricordavi che era già successo. Ricordavi che ce l'avevi fatta.
Tirar su quelle povere ossa al mattino e non sentirti già così stanco da far sembrare impossibile il tirar sera. Le disunità e le lacerazioni dell'anima possono anche far questo: distruggere il corpo come se avesse lavorato tutto il giorno in un cantiere. La fatica e l'ira, gli scatti d'impazienza, la risposta infedele al Volto buono che ti viene incontro dentro l'imprevisto dell'attimo presente, tutto ti aveva disteso a terra, stordito, reso confuso e dolorante. Ma gli incidenti di percorso, le asperità del cammino, tutto ciò, lo sapevi, non poteva definirti appieno. Anche se ti aveva ridotto così, sanguinante, mentre continuavi a ripeterti "non é nulla, it's life and life only", la vita soltanto, in fondo. Ma il giorno prima, sulle scogliere aguzze del tuo io, avevi provato a ricostruire tutto quanto. Anzi, non avevi fatto nulla, in fondo, ti eri messo solo da parte, lasciando che un Altro rimettesse su casa dalle macerie frutto dell'agire del tuo io sulle circostanze. Era stato così, ti eri messo sotto, di buzzo buono, a ricostruire ogni rapporto, libero finalmente dall'orgoglio della stima di te stesso; libero cioé vuoto e quindi pronto a lasciarti riempire da qualcosa o da qualcuno: volti e braccia, sguardi e pensieri, idee e desiderio d'ascolto di chi ti si parava innanzi di volta in volta. Era pure arrivato l'sms di quell'amica, piombato addosso come un macigno quasi inopportuno, ma liberatorio, invece, proprio davanti a quel paziente, in quell'ambulatorio, nel momento della fatica e del cedimento: "il mio prossimo paziente, una fatica immensa.. mi viene in mente padre Aldo: mi inginocchio davanti ai miei malati perché sono Cristo. Veni Sancte Spiritus. E' tutto quello che posso offrire nella mia poca umanità! Che grazia oggi averlo sperimentato!".
Per quello al mattino di quel giorno ce l'avevi fatta. Per quello ti eri alzato finalmente riposato. Caduta l'ideologia di te stesso - quella falsa stima basata sui successi, ma così rapida a crollare sempre, inesorabile, davanti ai fallimenti - era rimasta in piedi solo la persona dentro la sua libertà. Già, la libertà, che bella che era, ora che cominciavi a provarne il gusto. Libertà dal giudizio su di te e sugli altri, libertà nel saperti mettere finalmente nelle mani di un Altro più grande di tutto il tuo agire. Era stato necessario che diventassi nudo, invisibile, una pietra rotolante, dura roccia divenuta finalmente fango, capace di farsi spalmare, di diventare quella scultura che l'Artista aveva in mente sin da principio, sin da quando contemplava assorto la massa informe di marmo grezzo, pronto ad essere colpito dallo scalpello.
Allora, alla fine della corsa, adesso potevi anche tornare.
Non eri un angelo caduto, in fondo, perché quella caduta libera ti aveva reso libero per davvero. Potevi ricominciare un'altra volta, in quella vita insostenibilmente rock'n'roll. E riprendere su di te il nuovo dolore e la nuova tristezza del giorno che sarebbe venuto. Ma pronto e preparato, questa volta, perché reso capace da Qualcuno di prendertene finalmente cura, l'alba di un nuovo giorno in cui Quel dolore l'avevi riconosciuto uguale al tuo.
Ti era tornata voglia di rischiare, di smettere di difenderti, perché era vero, come si era sentito rispondere Enzo quella volta, che ti stavi comportando come se tutto dipendesse dalle tue mani e che stavi andando avanti cercando quello che meno ti feriva, che ti mettesse a posto senza rischiare (1).
No, non poteva durare all'infinito, l'alba del giorno nuovo adesso era arrivata, quella che un Altro aveva già preso su di sé.
Lui, l'Abbandonato, l'Uomo dei dolori, Colui che aveva già sciolto in sé anche tutti i nostri, una volta per sempre, alle ore tre di un giorno di tanti anni fa.
Note:
(1) Enzo é Enzo Piccinini e la questione del difendersi, del rischiare e della libertà la raccontò magistralmente un giorno : "(...) ero lì in corridoio, Giussani si avvicina e dice: «Come va?». Io dico: «Non c’è male». Lui si ferma: «Come, non c’è male? Cosa c’è?». Dico: «No, stupidaggini. Dopo quello che abbiamo detto prima lì all’incontro, queste sono stupidaggini. Dai, andiamo, non importa». Lui si è fermato di colpo, era stanchissimo, si è fermato di colpo (in corridoio - eh! - passava la gente): «Ma scusami, Enzo, con tutte le stupidaggini che ci diciamo, quando c’è una cosa che conta davvero non ne parliamo?». Io rimango inchiodato e dico: «Scusami, guarda, non volevo, ma m’è successo questo e mi do un po’ di colpe, insomma, non riesco più a dormire. Cioè, dormo un’ora, poi mi viene in mente questa cosa. E anche mia moglie è preoccupata, perché dopo un’ora che dormo mi alzo su, e va un po’ avanti così». Lui mi guarda e mi dà una risposta che era la più impensata in assoluto, non potevo neanche immaginarla. Mi guarda e mi fa: «Ma Enzo, proprio tu», ma con una faccia delusa: «Proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse?! È come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più». Poi fa: «Comunque, in ogni caso, io ne voglio riparlare. Puoi venire appena puoi?». Figurati! Due giorni dopo ero su. Così, ci vediamo a pranzo e dice: «Allora, racconta di nuovo». Allora ho accennato, però gli ho detto: «Senti, Giussani, guarda io non voglio rubarti del tempo, perché poi adesso ho capito. Guarda, da me c’è una cappellina e adesso io prima di andare in sala operatoria vado lì e dico una preghiera e le cose si rimettono insieme. Sono più tranquillo». Lui scatta: «Enzo, ma che pregare e pregare! Il problema non è pregare, è che tu non sai offrire. Il tuo problema è che non sai offrire, e offrire significa che la realtà non è una cosa che hai in mano tu, non è tua, e che tutto quel che si fa è come se avesse dentro la domanda che il Signore, padrone di questa realtà, si riveli, perché è così che si vive, e tu, guarda - te l’ho detto, ma te lo ridico un’altra volta - smetterai di fare quel che fai e avrai paura di rischiare»
Un minuto a mezzanotte, squilla il telefono. Sto aspettando che mia moglie torni a casa, ma non é lei che sta chiamando. Sul display del cellulare compare "UTIC", unità coronarica: c'é da tornare in ospedale. Dodici ore appena passate là dentro e non é ancora abbastanza. C'é un moto di stizza, ma é la reazione di un istante, qualcosa che per fortuna dura poco. Mi vesto di corsa e dopo poco sono di nuovo fuori sulla strada. "E' una vita rock'n'roll!" dico al collega appena arrivo, il mio sguardo decisamente più assonnato del suo. Ma é un volto che si veste di sorrisi, il nostro, mentre lui é già pronto a partire, per andare ad aprire quella coronaria che si é chiusa, quella che ha portato quella donna fino a qui.
Mentre lui sarà al lavoro in sala di emodinamica, io continuo il mio in ospedale, che qui tempo per fermarsi sembra che non ce ne sia proprio mai. Tornerà dopo un paio d'ore, un lavoro ben riuscito, lo sguardo soddisfatto; é tutto calmo ora, posso tornare indietro anch'io.
Le note di Low Rising sono la colonna sonora ideale, lungo la strada deserta che porta verso casa, una fine nebbiolina umida che bagna di tanto in tanto il parabrezza. Nello stesso istante il collega rimasto in ospedale sta bevendo un té alla macchinetta, quella che entrambi conosciamo bene, quella che ha come sfondo la costellazione delle luci della città. Quattro del mattino e siamo in pista tutti e due, facendoci felici di ciò che accade e dell'essere strumento nelle mani di un Altro, perché un disegno più grande di noi si compia anche dentro la misteriosa circostanza di un dolore.
Ci scambiamo qualche sms: sono cose che vanno condivise queste.
"The road was our school... a goddam impossible way of life", c'é scritto all'interno del vinile di "The Last Waltz", il concerto d'addio di The Band, per il sottoscritto il più grande show di tutti i tempi. Cos'altro é anche questa mia strada, se non questa sfida, la stessa divina e impossibile avventura dell'abbraccio alla realtà, tutta da vivere, passo dopo passo, fino alla fine del viaggio? "Se Dio esiste - scrive un amico francese, diciassette anni come responsabile del dipartimento d'emergenza dell'ospedale di Blois - abita là, nel cuore di quell'uomo". Un paziente "scomodo", di cui lui era stato capace di prendersi cura a dispetto di tutto e di tutti. "E Dio é amore!", aggiunge.
E' tutto dentro qui, niente di più, niente di meno. Si può desiderare di più?
Tre del mattino, fermo davanti alla macchinetta del caffé. Guardo le luci della città, sembra una gigantesca costellazione. La vista da quassù é fantastica. Il decimo piano dell'ospedale é un osservatorio in mezzo alla pianura: ci sono delle volte, di giorno, che vedi tutte le montagne, dalla Marmolada fino al Monviso. Ma a quest'ora é ancora più stupendo e suggestivo.
Il paziente che ho messo a letto, più di un'ora fa, ora sembra stare meglio. Il dolore é passato ed il respiro, sotto quella mascherina, non é più affannoso come prima. Tutto sembra più tranquillo, anche qua come là fuori, qui dentro dove il giorno é uguale alla notte, la domenica uguale al lunedì, la sofferenza che bussa alla porta ogni momento, che interroga incessantemente il cuore di chi é malato e di chi assiste, se solo quel cuore lasci che lo interroghi qualcosa.
Certo che é davvero una vita rock'n'roll, questa. Tre del mattino e ti prendi un caffé mentre continui a guardare fuori. Peccato che la macchinetta non distribuisca una birretta, ci starebbe proprio bene. Ma no, che dici, sto scherzando, che in servizio non si può; la birretta me la faccio domani sera a casa, se riesco a non crollare prima sul divano, che come si fa, a quasi cinquant'anni, a continuare a fare una vita così.
E invece sì che si può, continui a pensare mentre guardi fuori, uno sguardo anche al cicalino che tra un pò si rimetterà a suonare, perché quando mai ti lasciano tranquillo un tempo che sia sufficientemente lungo in questo posto. Si può perché é una sfida e a me le sfide mi fanno sentir vivo, a dispetto di una fragilità sempre più sperimentata, apparentemente più intensa giorno dopo giorno.
Vivo nella misura in cui, davanti al prossimo paziente che mi arriverà innanzi, avrò il coraggio di chiedermi una volta ancora "chi sono io", un desiderio mai sopito di educarmi al bene, perché solo così, se sono capace di rompere le palle senza tregua all'uomo vecchio dentro me (1), posso provare a rispondere alla sua domanda, il "se vuoi mi puoi curare" che oggi l'ha portato fino a qui.
E' ancora notte, notte fonda, ma l'alba si farà strada a poco a poco, l'alba del primo giorno di novembre, il giorno di Ognissanti. Qui dentro di santi se ne incontrano parecchi, da uno a tre per ogni stanza, l'ultimo é quello che ho messo a letto poco fa. Santi perché stanno passando dentro sofferenza e redenzione, anche se a quella, la redenzione, non ci credono come tanta altra gente là fuori, quella che sta bene. Eppure ne hanno bisogno, come ne ho bisogno anch'io, pure adesso che, mentre li curo - volesse il cielo, invece, che fossi capace di prendermene cura, che é tutta un'altra cosa - non faccio altro che fare compagnia alla loro strada.
Stamattina, quando smonto da questa notte lungo le torri di guardia, me ne torno a casa e, con la famiglia, faccio il giro dei cimiteri. Perché il giorno di Ognissanti, guarda un po', é attaccato a quello dei defunti e se ci pensi bene non é un caso, é un filo rosso che lega le cose tra di loro e che ha a che fare col Destino, un Destino buono che sa di eternità.
Vado con mia moglie e con i figli, é una cosa che, tutto sommato, piace ancora anche a loro. Perché non é mica una faccenda triste, questa, c'entra con il bene che prosegue, con l'amore che non muore.
Amore che non muore, amore che sa di carità: "Nessuno é perduto di quelli che entrano in Dio: ché, se qualcosa vale realmente nel fratello che ora ha "la vita mutata, ma non tolta", questa é la carità. Sì, perché tutto passa. Passano persino, con la scena di questo mondo, la fede e la speranza. La carità resta" (Chiara Lubich).
Quel cicalino che non sta mai zitto, ha ripreso a suonare di nuovo. In altri momenti mi avrebbe dato fastidio, ma questa notte no. Certe notti cogli meglio il senso delle cose, non perché tu le capisca meglio, ma perché c'é Qualcuno sempre pronto a dare le risposte a chi non smette mai di domandare, anche quando la voglia di farlo non ce l'ha.
La domanda del "chi sono io?" troverà forse risposta di fronte al prossimo paziente che verrà, quello che ha fatto scattare ancora questo benedetto cicalino.
Vado a vedere, sono curioso: non é mica una notte qualunque, questa.
Note
(1) "Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti." (San Paolo, lettera ai Colossesi)
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti é assolutamente voluto e non casuale.
Per non perdere l'allegria e il buonumore....
L'importante é capirsi
"Buongiorno, come va il respiro oggi?"
"Il respiro va bene, é il fiato che manca...."
Ad un paziente appena ricoverato per infarto:
"Ha ancora dolore?"
"Dolore? No, dolore no... é che sento come una mano che mi schiaccia il petto e mi sembra che si debba spezzare in due..."
"Ah, ha portato gli esami del sangue: mi faccia vedere".
" Ecco sciur dutùr, varda lee come va la diabete e il polistirolo..."
Le so tutte!
Un paziente cardiopatico durante un'ecocardiografia (ecografia con cui si guarda in maniera specifica il cuore):
"Dottore, ma con questo esame riesce anche a guardare la spalla destra? Perché sa, l'altro giorno sono caduto e mi fa male..."
"Come no? Olio e filtri, tutto a posto?"
Un altro paziente, prima ancora d'iniziare l'esame: "Dottore, é grave?"
"caspita, so addirittura prevedere il risultato di un esame... quando esco da qui vado anche a giocare il superenalotto..."
Non mi scompongo mai
Il dottor A. é stato e resterà sempre il mio più grande maestro. Le sue capacità cliniche, tuttavia, non si coniugavano sempre con una grande dimestichezza nel relazionarsi coi pazienti. Diciamo che, in un certo senso, viveva in un mondo tutto suo.
Un giorno stava eseguendo un'ecocardiografia ad una paziente ultraottantenne; le funzioni cognitive della signora non erano propriamente delle più brillanti, già da un bel po' di tempo e per di più si esprimeva solo in dialetto stretto della bassa padana.
Come se non bastasse, quel giorno aveva deciso che non aveva nessuna voglia di stare ferma sul lettino troppo a lungo. La cosa dava piuttosto fastidio al dottor A., il quale, spazientito, ad un certo punto, sbottò, con la sua impeccabile erre moscia, in un: "per cortesia, signora, detenda la muscolatura dell'addome!". La signora rispose con un grugnito e tentò pure di mordere un dito al collega.
Io e l'infermiera, corsi fuori dall'ambulatorio, siamo lì ancora adesso a ridere....
Ogni tanto ci si fa male sul lavoro e quel giorno il dottor A. si era ferito ad un dito (no, non era stata la paziente di prima...).
"G., per cortesia, potrebbe aiutarmi in una medicazione? Mi sono procurato una soffusione ecchimotica del letto ungueale del secondo dito della mano sinistra..."
"Sì, dottore, adesso vado a prenderle un cerotto...."
Il paziente entra in ambulatorio: "prego, si accomodi. Si prepari pure a torace scoperto ed appenda i vestiti all'appendiabiti".
Il paziente si spoglia e si "appende" letteralmente all'appendiabiti.
Io e l'infermiera ci ritroviamo un'altra volta fuori dall'ambulatorio....
Mentre accompagno mia figlia a scuola, il pensiero corre ancora a quella maledetta sera prima, quella in cui ci hanno detto che Eluana non é più tra noi.
L'auto percorre la strada, l'ultima svolta prima della scuola e loro sono tutti lì. Due autolettighe del 118, vigili ovunque e quegli uomini per terra, intenti a rianimare una persona.
La tristezza non riesce a svanire, odore di morte dappertutto, come una cappa che avvolge ogni cosa. Quando, più tardi, ritorno dalla mia giornata di lavoro in ospedale, lungo la strada del ritorno ci si ferma di nuovo, tutti in colonna. Dopo poco lo intravedo laggiù, l'elisoccorso del 118 e tutta l'altra gente, un'altra volta ancora.
E' una lotta insostenibile, quella che vedo accadere intorno a me. E che sembra non finire mai.
Un gigantesco perché, di fronte al dolore che incontro per strada, al male causato dagli altri, al male dentro di me.
E' così che ripenso a quell'uomo, incontrato un giorno in pronto soccorso, e che il Destino ha voluto far morire davanti a me.
Scrissi una lettera, allora, a tanti amici, e tanti risposero, così che pensai a corde dell'anima che vibravano tutte assieme. Fu allora, che come poche altre volte, le mie lacrime divennero di gioia, quella gioia che ritrovi quando percepisci il senso per cui vale la pena di combattere ogni giorno, di conservare la fede.
Oggi, quella lettera, ho pensato di metterla anche qui.
Non so se ha un senso, forse no. Ma il Senso che ha per me, e che ho percepito in quei momenti come in tanti altri, é ciò che mi tiene in piedi ogni giorno.
Anche oggi, che la mia preghiera continua ad accompagnare Eluana e il suo papà, davanti a quel gigantesco perché.
20 ottobre 2008
Amiche ed amici carissimi,
perdonate questo scritto, il racconto di un'esperienza, ma é qualcosa d'importante.
Ed io non voglio dimenticare, lasciar passare questa giornata invano, per cui - forse - scrivo a voi per parlare a me ed al Gesù che sempre vorrei vivesse in me.
Sabato mattina, in ospedale, é partito per il cielo davanti ai miei occhi un uomo di 43 anni, per un infarto.
A nulla sono valsi l'impegno di chi ha provato a rianimarlo, prima fuori dall'ospedale (il personale, bravissimo, del 118), sia di chi, come me, se l'é trovato lì, in Pronto Soccorso.
Ho ancora davanti agli occhi lo strazio della moglie inconsolabile, con dei bambini piccoli che d'ora in poi tirerà grandi da sola.
E mi rivedo lì, incapace di parole, solo di tenerle stretta la mano, in una posizione davanti al reale che é solo quella di Maria, il suo stabat davanti alla croce di Gesù. Il Mistero di un Dio che si fa abbandono - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - ancora una volta chiave di lettura di tutto, del dolore inconsolabile, di ciò che non capisci, di un lavoro (il mio) a tratti insostenibile, di ogni riga storta di qualsiasi esistenza.
Ho scritto sul blog, di getto, quel mattino: Stabat é la parola, Stabat racchiude tutto, anche le lacrime che ho dovuto asciugare, prima di scrivere la mia relazione per il Pronto Soccorso.
Mentre la giornata in ospedale andava avanti, tra lavoro e mille pensieri, pensavo ai miei amici del Movimento, riuniti in un incontro a Frontignano.
Mi sembrava finalmente di cominciare a capire cosa sia l'Unità a distanza, quella che stringi coi fratelli mentre non li vedi, mentre combatti lì sul campo, a fare i conti con quello che Dio vuole da te in quel momento.
Ma che é Unità vera, se Gli chiedi di farti capace di vivere così, legame saldo, indissolubile.
Presenza di Lui in mezzo a noi.
Perfetta letizia.
Alla sera, tornando a casa in auto, il rosario recitato per quell'uomo, per la moglie, per i figli, aveva un sapore speciale.
Mi son fatto felice di quel pregare così: moneta pagata per abbassare il prezzo di chi non mi conosce, qualcuno che non incontrerò mai più, forse, se non nell'aldilà, cosicché qui sulla terra non mi può neppure ringraziare.
Preghiera come amore gratuito, io che la gratuità - nella mia vita - la devo ancora imparare veramente.
Stamani, smontando da un'altra notte di guardia avevo Bob Dylan in macchina, nel lettore cd.
'Cross The Green Mountain é una bellissima canzone, che parla della guerra civile americana.
Le note struggenti, quella voce di Dylan, si può arrivare a piangere per una canzone.
Al semaforo un vecchietto: mi fermo, abbasso il finestrino, frugo nel borsellino per dargli qualcosa.
Ho provato a guardarlo negli occhi con la stessa intensità con cui ho stretto la mano di quella donna inconsolabile, giunta al fianco del marito partito per il cielo. Lui mi ha guardato con uno sguardo che é entrato dritto in me.
Stessa intensità, stesse lacrime: davanti alla morte, davanti ad un povero, ascoltando una canzone.
Tutto é Bellezza perché tutto é Destino, disegno di un Altro.
Sono grato a Cristo, per il dono di questa vita.
Poi, quando saremo di là, tutto finalmente si riconfigurerà nel Suo Amore, tra di noi, in Lui, nella Trinità.