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Tuesday, July 26, 2016

DRUNKEN ANGEL

Mentre la macchina percorre l’autostrada, in viaggio verso Pusiano per l’atteso concerto di Lucinda Williams, il suo primo arrivo in Italia, penso che in fondo è proprio giusto che sia così. Che la mente si prepari all’ascolto delle sue canzoni lungo una striscia d’asfalto. “Il viaggiare appartiene alla mia vita – ebbe a dire una volta Lucinda – ed è qualcosa che fa parte della storia della cultura degli Stati Uniti. Woody Guthrie e Kerouac, “Highway 61 Revisited”, la route 66, Car Wheels On A Gravel Road…”. Viene in mente Mike Bryan, che nel suo libro “Uneasy Rider”, descrive quel desiderio ed insoddisfazione tipicamente americane, che fanno credere che il compimento di un’esistenza si trovi sempre dietro a una curva o in fondo a un rettilineo. E’ qualcosa che noi europei, così radicati al territorio e ad una storia bimillenaria, stentiamo talvolta a capire, ma che lo scrittore americano spiega molto bene: “viaggiando in superstrada, andavo nella stessa direzione di quella cultura, la vivevo dal di dentro, alla massima velocità e con la macchina migliore che potessi permettermi. Niente roulotte coi letti a castello e stufetta a gas, per il sottoscritto. Motel e ristoranti da camionisti dall’inizio alla fine del viaggio. Fissa la bestia negli occhi. Ama il tuo vicino di casa. Porgi l’altra guancia”. 
Viaggiare lungo le strade dell’esistenza ed appassionarsi all’umano che vi si incontra. E’ di questo che è popolata la narrazione della Williams, personaggi e storie dipinte da una cantante che ha viaggiato avanti e indietro lungo la highway 20, l’interstatale che attraversa la Louisiana, sua terra d’origine, giungendo fino ad Austin, scenario, insieme a Los Angeles, dei suoi inizi di carriera. E The Ghosts Of Highway 20 è proprio il titolo del suo ultimo disco, in cui la bellezza dei testi e della voce si armonizza con le straordinarie chitarre di Bill Frisell e Greg Leisz. Accusata di narrare troppo spesso di amori non corrisposti e di vite fallite, di morte e di dolore, Lucinda si è sempre difesa. Già all’indomani dell’uscita di West, quasi dieci anni fa, affermava: “Sono passata attraverso tanti cambiamenti - la morte di mia madre ed una relazione tumultuosa finita male - perciò è logico che vi sia dolore e lotta, ma tutto approda in uno sguardo verso il futuro. Sono stanca di sentir dire dalla gente che le mie canzoni sono tristi. C'è molto di più di tutto questo. Alcuni dovrebbero leggere Flannery O'Connor e coglierne l'aspetto oscuro, ma anche quello filosofico della vita, così come quello comico a volte. Credo che nel disco ci sia tutto questo”. Adesso che la vita di Lucinda è andata avanti, ed è morto pure il padre - il celebre poeta Miller Williams - ma è nata anche una relazione stabile e felice con Tom Overby, suo manager attuale, lo sguardo è certamente più disteso, ma forse ancora più intenso. Parlando dell’ultimo album, dice: “con questo disco sono andata ancor più in profondità. Sono le storie che ho sempre raccontato, ma che, dopo tutti questi anni, si ripresentano sotto una diversa prospettiva. Il bene non arriva mai a prosciugarsi. Tutto ciò che devi fare è allungare la mano e ripescarlo di nuovo”. (...)

Wednesday, February 23, 2011

WAITING FOR LUCINDA



Diciamoci la verità: Little Honey non era poi granché. Un bell'esercizio di blues del delta, infarcito qua e là anche di belle ballatone country, ma un disco, tutto sommato, senz'anima, finito, dopo qualche ascolto neanche troppo frettoloso a prendere polvere sullo scaffale. E d'altra parte non era mica facile ripetere il miracolo di West, il lavoro che, nel 2007, aveva fatto nuovamente breccia in una moltitudine di cuori, almeno tutti quelli che avevano provato a lenire le proprie ferite lungo le note di Essence e di Car Wheels On A Gravel Road.
Ora, a distanza di due anni, quella voce ci riprova. La voce sensuale, strascicata, meravigliosamente rock di Lucinda Williams. Una voce che sembra una scopata a ritmo di rock'n'roll e attenzione che non sono io a dirlo, ma l'amico Vites, che io, si sa, sono troppo bigotto per dire certe cose.
Tant'é, sta di fatto che intorno alla voce di Lucinda é stato fatto tutto Blessed, il disco nuovo in uscita il 1 marzo in tutti i vostri negozi di dischi preferiti, ammesso che di negozi di dischi ce ne siano ancora in giro. Ah già, ma c'é iTunes e allora va bene lo stesso. Allora la voce, dicevamo. Beh, la Williams dice che Don Was ci ha costruito intorno tutto il disco: "Lucinda vocal's, the most important thing", secondo lui. E allora é già un bel partire, perché poi, nelle sessions di registrazione, pare ci sia stato pure un clima un po' speciale: "Alla fine della giornata tutti erano felici. Nessuno se ne é andato in preda a cattive sensazioni su tutto quello che abbiamo fatto".
Il resto lo fa uno sguardo diverso sulla vita di Lucinda, forse più sereno dopo il matrimonio e certamente più maturo nella capacità di scrittura: non più solo cuori feriti e strascicati, ma uno sguardo sull'umanità più profondo; c'é spazio per esempio, per meditare sulla triste dipartita di Vic Chesnutt (Seeing Black) e dell'ex manager Frank Calliari (Copenaghen). Ma al fondo, forse, c'é anche uno sguardo più felice: "Ho una diversa prospettiva adesso e spero d'essere più saggia con gli anni che passano. C'é stanchezza, ma anche una sorta di gioia, come nella canzone "Born To Be Loved". Ecco forse é questo il vero tema di tutto l'album". Già, perché in molti hanno chiesto alla Williams perché avesse intitolato proprio Blessed il proprio disco e Lucinda, finora, ha evitato accuratamente di rispondere. Anche se ha invitato però la gente a postare sul suo sito cosa volesse dire per ciascuno quella parola e qualche filmato interessante su YouTube qualcuno l'ha già messo.
Insomma, non so se il nuovo disco di Lucinda Williams sarà bello oppure no, ma, almeno per quel che mio riguarda, la sensazione é che l'attesa possa non andar delusa.


Gli anni passano per Lucinda, 58 all'anagrafe e più di trenta di carriera. C'é bisogno di ritmi più distesi, non solo dell'anima, ma anche delle corde delle proprie chitarre, luoghi dai quali scacciar via il rumore. Vale anche per me, che sono un po' più giovane di lei, ma mica poi neanche tanto. Vale per le mie scorribande personali lungo certi sentieri grigi della mente, ma anche accanto a quelli più solari, quando si scioglie la rugiada del mattino. E' questa la bellezza che deve farsi strada. Ed é per questo che ai primi di marzo, il nuovo disco di Lucinda Williams troverà il suo spazietto in mezzo agli altri dischi del mio scaffale.
Per lasciare andare un po' il mio cuore ancora a caccia di bellezza.
Bellezza come unica cosa ancora capace di ferire il cuore dell'uomo moderno.







Monday, January 12, 2009

IF I SHOULD FALL BEHIND



Utili al prossimo come un ombrello quando fuori c'é il sole, ecco i miei giudizi sui migliori dischi del 2008 e con due libri in aggiunta, sempre musicali, però.
I miei quattro o cinque lettori abbiano pazienza, perché qualcosa di bello sarà rimasto fuori; ma é inevitabile che sia così: non sono certo riuscito ad ascoltare tutto.
Poco importa, comunque: questi sono gli album che hanno accompagnato le mie serate e i miei percorsi autostradali, che mi hanno fatto compagnia nei momenti di gioia o lungo i miei sentieri grigi. E che hanno fatto vibrare le corde dell'anima. Che poi solo questo conta, in fondo: che la musica che ascolti o le cose che leggi facciano accadere qualcosa in te.
Ok, let's go:


Lucinda Williams - Little Honey
Va bene, lo confesso: questa é affezione. Perché Little Honey non é West. Però Lucinda é sempre Lucinda e a me non smette di piacere. Con la sua voce ed il suo modo di cantare, che il mio amico Paolo definisce "un'autentica scopata a ritmo di rock'n'roll"; nulla di volgare, però, si faccia attenzione:  piuttosto una struggente e sensuale modalità di rock al femminile, che rende i suoi dischi sempre affascinanti. Così anche questo lavoro, pur inferiore a quello dello scorso anno (West fu capolavoro assoluto), non mi dispiace affatto, attraverso ballatone country e blues talora torridi, altre volte sinuosi. Un disco adatto a vecchi nostalgici come me. Classico.


Nick Cave - Dig!!! lazarus Dig!!!
Dig!!! Lazarus Dig!!! prosegue sulle sonorità di Grinderman e personalmente mi attrae un po' meno rispetto agli intimistici No More Shall We Part e The Boatman's Call, già inesorabilmente datati ma sempre affascinanti. Ma un disco di Nick Cave non te lo devi perdere per nessuna ragione al mondo. Perché non c'è nessuno in giro con la stessa capacità di provocarti ed interrogarti in maniera così intrigante. Diabolico.





Jacob Dylan - Seeing Things
Ho sempre guardato con sospetto ai figli d'arte: generalmente sono delle grosse delusioni. Ma sin qui il prodotto di Jacob Dylan non é bagaglio artistico e culturale ereditato dal padre e riprodotto con abile mestiere. E' invece percorso autonomo, vissuto, sofferto e giunto a bella dignità. Questo disco e queste canzoni, poi, non sarebbero state fuori posto al Greenwich Village di NY nei sixties, ma questo vuole solo dire che il prodotto é di cristallina qualità.  Acustico.




Counting Crows - Saturday Nights & Sunday Mornings

L'inizio del disco é un urto improvviso, ritmi densi e martellanti, fatti di un rock di classe ed incisivo, per passare ad atmosfere improvvisamente calme e di ampio respiro nella seconda parte dell'album, di sapore più decisamente country e folk. Un percorso voluto, quasi concept-album, dove dalle atmosfere del sabato sera, allucinate e alla deriva, si passa a quelle della domenica mattina, in cui la sbornia smaltita lascia spazio al rimorso ed al rimpianto.
Non é disco di redenzione, quello dei Counting Crows, ma il desiderio di Significato comincia da qui.  Sferzante.


Joan Baez - Day After Tomorrow
Bentornata Joan, é un piacere rivederti e riascoltarti. Non fosse altro se non per constatare che il tempo su di te sembra non passare mai. Una voce che si arrampica ancora ed un sound arricchito dalla produzione di Steve Earle. C'é anche un brano firmato da Tom Waits e poi quella God Is God, messa lì, all'inizio del disco, quasi a dire: ho navigato a lungo, con costanza e fedeltà e non ho mai smesso di lottare, ma forse oggi c'é un'urgenza in più: "Io credo nella profezia/Alcuni vedono cose che non tutti possono vedere/e di tanto in tanto comunicano il loro segreto a te e a me/E io credo nei miracoli/(...)/Sì, io credo in Dio, e io non sono Dio". Forever Young.


Sonny Landreth - From The Reach

Chitarre. La slide, meravigliosa, di Sonny Landreth. E quella degli amichetti corsi a dargli man forte in questo album pieno zeppo di blues, rock e cajun suonati come dio comanda: Eric Clapton, Mark Knopfler, Eric Johnson, Dr. John, Jimmy Buffett, Vince Gill. 
Con un disco così potrei percorrere in estasi una strada di quattrocento miglia. 
O rimanere imbottigliato nel traffico per due ore, senza arrabbiarmi. Elettrico.




John Mellencamp - Life Death Love And Freedom
Me ne potete togliere un mucchio di torno, ma John Mellencamp me lo dovete lasciare sempre. Un'anima rock stelle&strisce ed un'energia ed intensità che si é affinata negli anni, che ormai non sono certo pochi. Ma le rughe sul volto di John oggi hanno un fascino speciale, in un disco che abbandona per un momento l'impegno politico, a favore di uno sguardo esistenziale su di sé. Life Death Love And Freedom ti conquista a poco a poco, ballata su ballata, venato di rock e superbamente prodotto da quella garanzia di perfezione che risponde al nome di T-Bone Burnett.  Notturno.


Jesse Malin - On Your Sleeve
Anima punk, ma anche lirismo e musicalità così avvolgenti da sentirtele entrare con un brivido sotto la pelle. Difficile sbagliare con un disco di Jesse Malin. Il cantautore newyorchese esce quest'anno con un live (Mercury Retrograde) e con On Your Sleeve. Quest'ultimo é album di sole cover, ma quando sono cantate così, chi ha bisogno di nuove canzoni? Revitalizzante.








Sheryl Crow - Detours
Shelby Lynne - Just A Little Lovin'
Due dischi a braccetto e a pari merito. E non solo perché loro sono bionde, affascinanti e dotate di voce deliziosa, ma per meriti decisamente artistici. Shelby Lynne si dimostra non solo country singer, nell'ottimo Just A Little Lovin', album tributo alle canzoni di Dusty Springfield, splendidamente interpretate. Dal canto suo Sheryl Crow produce un convincente lavoro, con liriche che attingono in profondità alla sua esperienza personale, non tutta rose e fiori negli ultimi tempi.  Sensuali e cristalline.




Davide Van De Sfroos - Pica!
Una volta inserito il disco, non sono più riuscito a toglierlo per un sacco di tempo. E non perché si era incastrato nel lettore cd. Davide Van De Sfroos é la sorpresa di quest'anno e non solo perché é riuscito a riempire il forum di Assago con gente che arrivava persino da Avellino. Il suo Pica! é lavoro ben riuscito di chi negli anni é divenuto vero cantastorie, uno che fa parte di quella gente di cui narra il cuore e l'anima. Con capacità, in termini di parole e talento musicale, che tanti altri non hanno e non avranno mai. E, su tutte, due canzoni veri e propri masterpieces: New Orlens e 40 Pass.  Popolare.


 Francesco De Gregori - Per Brevità Chiamato Artista
A questo disco ho girato intorno a lungo, senza saperlo mettere a fuoco. Poi, quando finalmente mi ha conquistato, ho capito il perché: era una questione di malinconia. Ma non quel sentimento fastidioso, di cui vorresti volentieri fare a meno, bensì, come disse un giorno Don Giussani, "quella verità di attesa misteriosa in cui facilmente ci riconosciamo tutti". 
Il disco di Francesco De Gregori ha questo effetto su di me, attraverso magiche canzoni come L'Angelo di Lyon o Ogni Giorno di Pioggia. Francesco, poi, con gli anni migliora sempre, proprio come il buon vino.  Struggente.


Bob Dylan - Tell Tale Signs
Alla fine non sono riuscito a farlo piacere a mia figlia tredicenne, che continua ad ascoltare Finley e Jonas Brothers. Pazienza, un giorno saprà distinguere tra ciò che dura un giorno e quello che, invece, é destinato a rimanere sempre. Ma Tell Tale Signs é veramente uno di quei dischi che val la pena di trattenere buttando via tutti gli altri. Lo sguardo di un artista puntato dritto al destino, mentre dipinge in maniera inimitabile ciò che accade intorno a sé. Con una voce ed una musicalità che si coniugano con l'eccellenza. E non un artista qualunque, ma Bob Dylan, ladies and gentlemen. Come dire: tutti gli altri si facciano pure da parte, grazie.  Mitico.


B.B. King - One Kind Favor
Il neverending tour non l'ha inventato Bob Dylan. C'era già B.B. King che da anni andava in giro a far concerti e che deve aver fatto un patto col diavolo come Robert Johnson, per decidere di morire sul palco un giorno - il più lontano possibile - mentre suona la sua Lucille.
Che possa poi anche divertirsi facendo nuovi album non é certo bizzarro, ma che questi risultino pure riusciti, alla venerabile età di 82 anni, grida semplicemente al miracolo.
Come Highlander: immortale.




Do You Believe In Magic, di Paolo Vites
Help! Il Grido Del Rock, di R.Maniscalco, S.Rizza, P.Vites, Itaca edizioni
Do You Believe In Magic? é un "viaggio nel mystery train del rock'n'roll".  Ma anche dentro l'esperienza di vita dell'autore. E se é vero che "nei suoi momenti più alti le canzoni rock danno voce alla ferita dell'uomo che cerca di afferrare il mistero", questo libro ne é la migliore testimonianza, senza nulla togliere al piacere della lettura, tant'é vero che una volta finito il libro (troppo in fretta!) lo ricominci da capo, per cominciare a leggere tra le righe.
E se a tutto ciò si vuole aggiungere un tuffo dentro le canzoni che hanno segnato la storia di questa nostra musica, attraverso una brillante chiave di lettura che le scava nel profondo, rischiando fortemente di allacciarle all'esistenza di chi legge, é sufficiente addentrarsi, anche a piccole dosi, in Help! Il Grido del Rock.
Imperdibili entrambi. Ed affascinanti.

Ho dimenticato qualcuno?
Sicuramente: i REM (Accelerate), i Fleet Foxes (Fleet Foxes), CSN&Y (Déjà Vu Live), i Clash (Live At Shea Stadium), Marianne Faithfull (Easy Come Easy Go). 
Ma che importa, l'ho già detto, l'importante é che non manchi mai roba buona da ascoltare. 
Hello guys, stay worm... and be sure: rock'n'roll can never die!

Post Scriptum
Se non ne avete ancora abbastanza di questo post, trovate mie recensioni più approfondite di qualcuno di questi album su questi altri post:
Counting Crows: qui.
Bob Dylan: qui.
Francesco De Gregori: qui.
Davide Van De Sfroos: qui.
Sheryl & Shelby: qui.

Sunday, January 13, 2008

DIECI POSSON BASTARE


E' tempo di sondaggi e classifiche sulle migliori uscite discografiche del 2007 e allora provo anch'io a prendere i miei album preferiti per rimetterli nel lettore cd.
Scelte personali, naturalmente, ma se volete un consiglio, comprateli, scaricateli, rubateli agli amici, ma perdete un po' del vostro tempo per ascoltarli.
Dieci dischi per scoprire che il rock'n'roll avrà pure i suoi begli anni, ma gode ancora di ottima salute.



RYAN BINGHAM - MESCALITO. "Ryan Bingham knows a thing or two about pain" : lo spazio dell'artista su MySpace.com inizia così nel presentare questo splendido suo primo vero lavoro. E l'esperienza di vita vissuta di Ryan trasuda da ogni angolo di queste splendide canzoni, fatte di una voce roca e potente, su una musica roots-oriented ma nel contempo estremamente giovane e nuova.
Indispensabile.


COWBOY JUNKIES - TRINITY REVISITED. Sono tornati in quella chiesetta di tanti anni fa con qualche amico in più (Ryan Adams, tra gli altri) ed hanno rifatto il loro disco d'esordio, il più bello a tutt'oggi del gruppo. Una musicalità splendida ed avvolgente, di marchio famiglia Timmins, unico ed inimitabile. E poi c'é una Sweet Jane da brivido, la versione definitiva di questa splendida canzone; ma state tranquilli, non l'ho mica detto io: é stato un certo Lou Reed.
Magico ed inebriante.


EAGLES - LONG ROAD OUT OF EVEN. Questo piace anche a mia figlia, che altrimenti ascolta Finley e High School Musical. Quando le ho detto che questi signori sono tutti sulla sessantina, mi ha guardato stranita; come a dire: ma ci sono in giro dinosauri che cantano ancora bene ? E invece le aquile sono tornate e sono più giovani che mai. Ed é un country-rock che si ascolta davvero con piacere. Quando poi attaccano Busy Being Fabulous, prima ti fregano con quella musica, che ti fa ripiombare dritto dentro Hotel California come fosse ieri; poi, come se non bastasse, giocano pure la carta dell'autoironia: "eravamo così impegnati ad essere favolosi / troppo presi per pensare a noi"; e terminata la canzone, si mettono pure a ridere.
Rivitalizzante.



MARK KNOPFLER - KILL TO GET KRIMSON. Uno ci proverebbe anche a vivere di nostalgia pensando ai Dire Straits, ma finché Mark continua a fare dischi così, non é proprio possibile. E ormai si prende pure il gusto di non fare neppure apparire troppo la sua Fender, tanto é buono il prodotto del suo lavoro. Grande, grandissimo autore, che migliora con gli anni, come un vecchio whisky delle Highlands.
Come Romeo and Juliet : romantico.




LUCINDA WILLIAMS - WEST. Lucinda che non sbaglia un colpo da anni. Ed arriva quasi a firmare il suo capolavoro, se non fosse che quel Car Wheels On A Gravel Road sembra ancora oggi troppo bello per essere vero. Ma in West c'é tutta la maturità di una donna che ha sofferto abbastanza, in una profondità d'animo che inizia a divenire ricerca di significato. Ed il suono é quello che corre dritto su un'autostrada, che inizia laggiù in Louisiana e finisce sulla West coast.

Sensuale ed elettrizzante.


ENDLESS HIGHWAY - THE MUSIC OF THE BAND. I primi a chiamarsi così - The Band, Il Gruppo - ed anche gli ultimi che l'abbiano potuto fare. Perché nessuno potrà mai più essere come loro. Questo disco di tributo al più grande gruppo rock americano di sempre, però, non é la solita compilation di artisti vari, pronta per andare frettolosamente a prendere polvere sullo scaffale. Tanti classici, rivisitati con amore e maestria, che non si smette di riascoltare con piacere.
Classico.



BRUCE SPRINGSTEEN - MAGIC. Vabbè, musicalmente e concettualmente mi era piaciuto di più Live in Dublin, ma alla fine Magic mi attira in modo superiore. Il Boss continua ad essere rocker tra i più travolgenti e non solo fra quelli della propria età; e poi - in una linea ideale che parte da The Rising e prosegue con Devils & Dust, passando per le Seeger sessions - possiede anche uno sguardo ormai maturo verso quell'America là fuori, senza smettere un attimo di lavorare sempre più dentro di sé; come nel capolavoro del disco: I'll work for your love. Inossidabile proprio come un vecchio e vero amico.
Rassicurante.




JOHN FOGERTY - REVIVAL. Alla fine, quando ti sei rotto le scatole di musica che non vale niente finisci sempre per fare una cosa: vai a rovistare tra i tuoi vecchi cd e tiri fuori i Creedence. E John, a dispetto dei suoi sessant'anni ha ancora un tale energia che al confronto Mick Jagger appare quasi un dilettante. Niente di nuovo - Revival, appunto - ma non smetteresti mai di ascoltarlo.
Elettrico.





MARY CHAPIN CARPENTER - THE CALLING.
PORTER WAGONER - WAGONMASTER.
Ero indeciso tra i due e allora li metto insieme: un re ed una regina del country. Porter che fa uno dei dischi più belli della sua carriera, ad ottant'anni suonati e solo poco tempo prima, purtroppo, di lasciarci per stages di cieli e terre nuove. Mary Chapin che fa capire che é vera cantautrice a tutto tondo. Buoni per ogni occasione, anche fuori da Nashville. E ricchi di classe da vendere.
Cristallini.

CLAUDIO CHIEFFO - E' BELLA LA STRADA. Alla fine almeno un italiano lo dovevo mettere per forza. E allora scelgo lui, anche se col rock non c'entra mica tanto. E allora perché ? Perché se si parla di Bellezza non si può non pensare a Claudio ed anche con tanta nostalgia. Ma non troppa, perché lui non é partito: é presente tra noi come e più di prima. Un disco completo, questo, vero e proprio greatest hits dell'autore, ma soprattutto inciso con l'anima, di chi é già e di chi non é ancora. Per non smettere di pensare. E di amare.



Buon ascolto, dunque: a me questi dischi piacciono tutti, ma proprio tutti.
Il migliore ? Beh, se dovessi scegliere strizzerei l'occhio a Claudio, ma lui gioca in un campionato a parte, come quello dei fuoriclasse della NBA. Comunque se proprio dovessi decidere per uno tra tutti gli altri, finirei per ascoltare lei....
Buon anno allora and have fun, it's only rock'n'roll...


Thursday, February 15, 2007

IL WEST CHE PREFERISCO


E' difficile non innamorarsi subito dell'ultimo disco di Lucinda Williams.
Ma poi, ascolto dopo ascolto, il fascino cresce sempre più.
"West" sembra il punto d'arrivo di un lungo viaggio, che comincia giù in Louisiana, la terra d'origine della cantante, ed attraversa le radici della buona musica americana.
Un viaggio che parte da lontano, dai primi dischi di Lucinda e soprattutto da quel capolavoro che é stato "Car Wheels On A Gravel Road", passando dal blues del sud e dal country sano di Nashville, da note youngiane ed echi di Dylan e di Paisley Underground.
Rock d'annata insomma, come quello dei tempi migliori.
Eppure West é qualcosa in più.
Una tappa, lucidissima, già pietra miliare nella discografia della cantante, ma anche, in un certo senso, straordinario interiore punto d'arrivo.
Il percorso sin qui é minato dalla sofferenza - l'amore deluso, la perdita della madre - ma non vi è rabbia né orgoglio, solo grande maturità, preludio - forse chissà - ad altri approdi, come capita spesso nella vita.
Lo cogli nei testi, lo senti nelle note delle canzoni del disco, per lo più ballate struggenti, ricche di un pathos fuori dal comune, complice anche quella voce, melodica quanto grintosa, strascicata quanto seducente.
Lo dice la stessa Lucinda, quando afferma: "Questo é stato probabilmente il momento più prolifico della mia vita di scrittrice. Sono passata attraverso tanti cambiamenti - la morte di mia madre ed una relazione tumultuosa finita male - perciò é logico che vi sia dolore e lotta, ma tutto approda in uno sguardo verso il futuro. Sono stanca di sentir dire dalla gente che le mie canzoni sono tristi e oscure. C'é molto di più di tutto questo. Alcuni dovrebbero leggere Flannery O'Connor e coglierne l'aspetto oscuro - e lo é, oscuro e disturbante - ma anche quello filosofico della vita, così come quello comico a volte. Credo che nel disco ci sia tutto questo. E' stato come chiudere un cerchio, essere passati attraverso una metamorfosi".

West é un grande album, imperdibile per chi ama il rock e per chi, forse, comincerà ad amarlo ora.
Sarebbe già disco dell'anno se non fosse che siamo solo a febbraio.
Ma vedremo chi sarà capace di tenergli testa...