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Wednesday, May 06, 2015

CANZONI ROCK SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE

"667 Ne so una più del diavolo" é il titolo del nuovo libro di Fabrizio Barabesi e dell'amico Maurizio Pratelli, da poco disponibile in tutte le librerie ed edito da Arcana. 

Quella che segue é la postfazione che ho scritto per il libro. Il volume é acquistabile a questo link
Buona lettura 

 Rock'n'roll can never die 
"Bologna, 27 settembre 1997, Congresso Eucaristico nazionale. Bob Dylan posa la sua chitarra e si avvicina lentamente al palco, dove è seduto Giovanni Paolo II. Ha appena finito di cantare Knockin’ On Heaven’s Doors e Hard Rain’s A-Gonna Fall ed ora sta andando a salutare il Papa. Cammina di un’andatura incerta, gira e rigira le mani tra di loro. Inciampa lungo i gradini, manca poco che vi cada. Istanti che sembrano infiniti, finché l’uno giunge di fronte all’altro, sino a quando quelle mani, che non sapevano dove stare, vengono strette da un altro. Parole e frasi sconosciute, una serie di sguardi, intensi, poi Dylan torna al suo posto. Giovanni Paolo si risiede, riprende il testo di una delle canzoni più note dell’artista americano – Blowin’ In The Wind – e parla di domande e di strade da seguire: “la risposta non soffia nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni”. E’ un uomo anziano, vitale nell’anima, ma ormai stanco nel corpo: si rivolge ai presenti, saluta, sorride e se ne va. Bob Dylan riprende chitarra e microfono, canta la sua Forever Young. Poi se ne va pure lui, ognuno di nuovo a percorrere il proprio cammino. Negli anni a seguire, di fronte alle numerose domande, Dylan non rivelerà mai nulla delle emozioni legate a quegli istanti, ad eccezione di un particolare, forse il più importante. E cioè che quello era stato, “semplicemente”, il momento più alto di tutta la sua carriera. Cosa accadde allora, quella sera? Cosa rappresentò quel momento? Un semplice aneddoto? Un episodio da ascrivere come poco rilevante, nella rotolante e variegata storia del rock’n’roll? Forse è davvero così. O forse no.
Se c’è una cosa, che questa strana forma d’arte moderna chiamata rock non ha mai sottovalutato, è il proprio rapporto con la realtà. Nessun artista che abbia preso la propria musica sul serio si è mai sognato di trascurare ciò che la vita gli poneva innanzi e soprattutto di manifestare ad essa un grido, talora confuso e disperato, ma sempre maledettamente sincero: il desiderio profondo della propria felicità. Sino al punto, magari, di pagare il prezzo più alto – la propria vita – se questo si fosse rivelato disatteso. Perché questo bisogno stringente è severo e, allo stesso tempo, anche impaziente: l’urlo amaro dell’ultima canzone di Hank Williams – “I'll Never Get Out of This World Alive" –, edita appena pochi giorni dopo la sua morte, sembra fare eco a quel “vieni come sei, fai in fretta, non fare tardi” di un Kurt Cobain che muore suicida sulla stessa strada di un cuore che non è disposto a fare sconti a niente e nessuno. La stessa canzone d’amore, se in grado di manifestare davvero se stessa, non è mai – come disse una volta Nick Cave – “semplicemente felice”. Essa “deve innanzitutto abbracciare il potenziale per il dolore”. E se le canzoni che parlano d’amore – aggiunge – non hanno dentro “un malessere o un sospiro”, esse “non sono del tutto canzoni d’amore, ma piuttosto canzoni d’odio mascherate da canzoni d’amore e non bisogna credere loro”.
Ecco, allora, qual è il punto. Se una canzone rock giunge alla pretesa di contenere il mondo, allora quel mondo deve avere quella misura d’amore come misura di verità. Perché solo allora è in grado di abbracciare la ferita dell’uomo e, esprimendola, coglierla come una benedizione, senza avere paura di percorrere anche territori bui ed inesplorati, ma che soli possono essere preludio alla possibilità di giungere ad una vita esistenzialmente più sincera, la vera vita buona. Per questo la musica rock non stanca e non stancherà mai chi saprà farsi capace di andare oltre a quei tre minuti e tre accordi che, così spesso, hanno costruito le grandi canzoni. E che, nella sfrontata esibizione della propria esigenza di bellezza, hanno interpellato in qualche modo Dio. “Tutte le canzoni – scrive ancora Nick Cave – si rivolgono a Dio, perché è la casa stregata dal desiderio nella quale abita la vera Canzone d’Amore”.
Allora, per chi scrive, ripensare a quell’incontro tra Bob Dylan e san Giovanni Paolo II, non può essere, certamente, un semplice guardare ad un episodio aneddotico della storia della musica rock, ma ad un vertice di incontro, dentro quel desiderio così profondo del cuore dell’uomo. “Basta poca fede per fare tanta strada – disse Bob Dylan, poco tempo fa, al suo interlocutore di turno, giornalista di Rolling Stone – ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla”. Perciò, la domanda dell’uomo, scritta dentro la musica rock più sincera, difficilmente cesserà di suonare la sua canzone. Ed il rock’n’roll, per dirla con Neil Young, non potrà certamente morire. Mai". 
(Fausto Leali)

Wednesday, October 10, 2012

NON ODIERO'

Quando un incontro ti scalda il cuore, il tepore puoi continuare a sentirlo anche lungo gli inevitabili giorni di pioggia di un autunno che tarda ad arrivare. Il racconto di chi mi é sempre compagna di strada. Ed un libro. Da tenere ancora sul comodino.


Non odierò
di Daniela Leali

Meeting dell’amicizia tra i popoli: arriviamo giovedì pomeriggio e ci precipitiamo nella sala A3, convinti di partecipare alla  testimonianza di una neonatologa di cui abbiamo sentito parlare. Variazione di programma: al suo posto ci sarà un medico palestinese. Io e mio marito ci guardiamo e decidiamo di fermarci: più volte abbiamo sperimentato che il Mistero ci mostra il Suo amore proprio attraverso un imprevisto.
Dopo una presentazione rapida, ma carica di commozione, il dott. Izzeldin Abuelaish inizia a raccontare la storia della sua vita. Nasce a Jabalia, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza, nel 1955. Maggiore di sei fratelli e tre sorelle, fin da piccolo capisce che l’istruzione è un privilegio, qualcosa di sacro che potrebbe  dare accesso a molte possibilità. Così, grazie a un duro lavoro, continui sforzi e grandissimi sacrifici da parte di tutta la famiglia, riesce a diventare medico. Nel 1997 comincia un internato in ostetricia e ginecologia all’ospedale Soroka di Israele: sarà il primo medico palestinese nello staff di un ospedale israeliano. Nascono rapporti con gli ebrei: si rende conto  che il cuore è lo stesso. Dice: “E’ sorprendente rendersi conto di quanto siano simili i nostri due popoli, nel modo in cui alleviamo i nostri figli, nell’importanza che attribuiamo alla famiglia…le nostre lingue e le nostre religioni sono semitiche. Abbiamo più somiglianze che differenze, eppure per sessant’anni non siamo stati capaci di superare la linea che ci divide. Come possiamo considerare più preziosa una vita di un’altra? Guardate i neonati nelle sale parto:sono bambini innocenti …e noi li riempiamo di racconti che promuovono l’odio e la paura. Ogni vita umana è preziosa, ed è facile distruggerla con i proiettili o con le bombe. L’odio consuma l’anima: è come un veleno”. Decide di dedicare la sua vita ad abbattere i muri e a costruire ponti di pace, iniziando dalla condivisione di questo ideale con la moglie ed i suoi otto figli. Purtroppo i leaders dei due popoli non la pensano allo stesso modo. Dicembre 2008: Hamas lancia razzi su Israele, l’esercito israeliano risponde demolendo le case dei palestinesi, uccidendo uomini, donne e bambini ed ogni essere vivente che vi si trova davanti. Il 16 gennaio tocca a loro. Racconta: “Eravamo tutti in casa, io stavo giocando con Abdullah, quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze. Spero che nessun altro debba mai vedere la scena che si presentò ai miei occhi: hanno ucciso le mie tre figlie e mia nipote. Ma nonostante il dolore, la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò”.
Ho le lacrime agli occhi: ma come è possibile? Guardo il suo volto: è una maschera di dolore, ma i suoi occhi esprimono una serenità per me impossibile. Appare sullo schermo la copertina del libro con la foto di tre ragazze sedute sulla spiaggia in riva al mare: sono Bessan, la più grande, Mayar “chiaro di luna”, e la piccola Aya. Voglio leggerlo subito, desidero conoscere meglio questa vicenda. Come ho potuto rimanerne indifferente per tanti anni, scadendo nei luoghi comuni?
Rientrata a Milano, ripenso a quest’incontro, mi domando perché il mio cuore si commuove così tanto per quell’umanità ferocemente ferita, ma così lontana dal mio mondo, dal mio modo borghese di vivere e di pensare. Scendo in strada e vedo un uomo che lavora ad un Kebap: si accorge del mio sguardo, mi sorride e mi saluta. Sono imbarazzata, non ho mai mai fissato così un arabo: non ho mai considerato la possibilità di rapporto con un musulmano al di fuori del luogo di lavoro, sto cominciando a sorprendermi nel constatare che abbiamo più cose che ci accomunano rispetto a quelle che ci dividono, nonostante il Potere faccia di tutto per farmi credere l’opposto. Non mi resta che  ringraziare di cuore il Mistero, che ancora una volta mi ha mostrato il Suo volto d’amore, attraverso la grazia di un incontro imprevisto.

 

Wednesday, June 15, 2011

UN LIBRO PER L'ESTATE

Due bambini, vicini di casa, che giocano assieme a soldatini, a basket o a calcetto. Poi i due amici crescono e percorrono strade sempre più diverse: uno, attivista della Fgci, impegnato politicamente, l’altro che entra in seminario. Non si sentono più per anni, poi, all’improvviso, lui, con una mail, ricontatta l’amico prete: “Ti ricordi di me? Giochi ancora a basket?”. Comincia così il dialogo tra don Paolo Zago e “Nic”, il suo amico ateo. Dalle mail si passa rapidamente ad una serie d’incontri, a volte dietro ad una pizza o un boccale di birra. I loro discorsi vertono su tutto, anche su argomenti scabrosi: la fede, i soldi della Chiesa, la vicenda della pedofilia; l’amico vuol sapere - “cosa fa un prete tutto il giorno?” -, entrare nell’intimo dell’esperienza dell’altro, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze. Il prete ci sta, si mette a nudo, in un rapporto che, via via, diviene sempre più profondo e finisce per mettere in luce anche l’animo dell’altro. Eppure non è chiaro perché Nic l’abbia ricontattato, dopo tutto quel tempo: cosa c’è dietro a quegli interrogativi?
Il libro di Paolo Zago - Prete in comunità - edito da Città Nuova per la collana Passaparola, si legge d’un fiato ed è un affascinante e profondissimo excursus dentro l’esperienza di vita dell’autore. “Ma cosa vuol dire fare il prete oggi?”, chiede l’amico a don Paolo, ad un certo punto. “Significa essere dentro una comunità - gli viene risposto - Il prete è espressione della comunità e nello stesso tempo ciò che fa è per creare comunione. Un tempo l’idea di una parrocchia era quella dei laici che danno una mano al prete; oggi è quella di un prete che si mette a servizio dei laici”. Questa comunità, quella degli amici di don Paolo, si affaccia anche alla finestra che l’amico ha spalancato, con tutto il suo desiderio di capire. Tra quegli amici, una sera, c’è anche don Carlo, un perenne, splendido sorriso, che talvolta accompagna anche uno straordinario talento di pianista; Nic vuole che suoni per lui qualcosa e, mentre la musica di Liszt si fa strada tra di loro, don Paolo si accorge che una sorta di miracolo è già compiuto: “quando l’umanità si racconta, pur con tutte le sue diversità, trova terreno in cui attecchire in ogni cuore aperto al vero e al bello”. Il segreto del libro e dell’avventura dei due amici è forse tutto qui, in quel terreno reso fertile dal dialogo d’amore tra due persone, terreno in, cui, poi, sarà un Altro a seminare ciò che il cuore desidera nel suo intimo più profondo. Rimane solo un dubbio: cosa ha spinto Nic a contattare quel suo amico prete, dopo tutti quegli anni trascorsi altrove? E’ la felice sorpresa che si scopre alla fine del libro.

Thursday, May 06, 2010

FRIENDS


Andai a cercarlo un freddo mattino d'inverno. Nuvole grigie e pioggia, alba senza sole dopo una notte buia e senza stelle, passata lungo le torri di un'infinita guardia d'ospedale. In tasca un indirizzo sicuro, ma, arrivato lì, non lo trovai: lui, al cimitero di Bruzzano non c'era più. Trasferito altrove, mi disse poi un amico, sul lago, forse in una cappella di famiglia, certamente in un posto molto più bello di quello.
Mi spiacque, e molto, perché Antonio era entrato dritto negli anfratti più profondi del mio cuore ed ora io avevo bisogno in qualche modo d'incontrarlo. Ma fu il dispiacere di un istante, una tristezza subito fugata via dalla certezza che potevo continuare a vederlo con gli occhi dell'anima e del cuore. E questo mi bastava.
Antonio Rodari era un medico, padre di tre figli, l'ultimo dei quali affetto da sindrome di Down; lavorava all'Istituto dei Tumori di Milano e per parecchi anni aveva svolto parallelamente anche la professione di medico di famiglia. Si era ammalato di un tumore al rene, un giorno d'estate del 1979. L'intervento chirurgico, la convalescenza e poi il ritorno a casa, la ripresa del lavoro, la vita in famiglia e con gli amici, più bella e più intensa di prima. Chiede, con insistenza, solo una grazia: quella di poter vivere altri dieci anni, il tempo d'accompagnare il figlio più grande sino ai vent'anni. E il Signore gliela concede, prendendolo con sé un altro giorno d'estate, nel 1990: "In fondo una guarigione del corpo, che comunque il Signore potrebbe accordare a me come a chiunque, sarebbe pur sempre una guarigione provvisoria - aveva detto un giorno - invece il ritornare e l'essere accolti nella sua casa é un abbraccio definitivo, per l'eternità, per la vita".
Comincia a scrivere il suo diario nel periodo dell'intervento, poi prosegue ad annotare tutta la sua vita, sin quasi alla fine. Scrive del lavoro, della famiglia, della comunità di amici che sempre lo sostiene ed é giudizio sulla sua esistenza. Parla della malattia che lui non chiamò mai "disgrazia": preferendo lasciare solo quel "grazia" finale e vivere la questione così. Il diario diventa, dopo la sua morte, un libro: "La camomilla ha sconfitto il male". Già, perché un giorno, il significato più profondo della vita e del dolore, lui l'aveva compreso fissando lo sguardo dentro un campo di fiori: "sembrerà incredibile, ma ciò che in questo momento mi costringe a conservare la speranza, mi lega quasi inesorabilmente ad una fede che le circostanze di per sé non giustificherebbero minimamente é un banalissimo giardino pieno di camomilla, di camomilla intesa come pianticella recante all'apice una miriade di piccoli fiori dalla corolla giallo-oro, circondata da una linea di piccoli petali bianchi. E' la memoria di quest'incontro che ho fatto da bambino, che ha generato in me una gioia indimenticabile, che giustifica ora la mia speranza in Cristo".

* * * * *

Quella stretta di mano, forte, te la ricordavi ancora.
Eppure lo scontro era stato duro, senza esclusione di colpi. Posizioni inconciliabili, apparentemente senza possibilità di una via d'uscita condivisa. Ma alla fine c'erano state quelle parole strane, quegli sguardi così nuovi e tu capivi che non potevi censurare la realtà, deformarla a tuo piacimento per compiacerti dentro le tue ragioni. Non quella volta, almeno.
Dentro quel litigio - furibondo - lui ti aveva ringraziato per avergli parlato, per essere tornato indietro da lui. Ed alla fine aveva pure stretto la tua mano, in un gesto che ti aveva sorpreso e colpito letteralmente in contropiede. Aveva persino avuto parole di stima per la tua fede e per la tua famiglia, eppure tu non gliene avevi mai parlato sino ad allora.
Era così che ti era tornato in mente Domenico, quell'amico così caro. La sua lezione, tu non l'avevi mai dimenticata. T'aveva aiutato a diventare uomo, e tu, grazie a lui, grazie al suo cammino in compagnia col tuo, avevi afferrato la presenza di una Misericordia più grande, che sempre ti guardava anche quando tu non la vedevi, pronta a liberarti dall'esito delle vicende della vita. Avevi compreso - finalmente - che relazione non é attendere la soddisfazione di ciò che é andato bene, ma credere al senso dell'altro che ti sta davanti, anche dentro il contrasto e l'incomprensione.
Domenico Mangano, alla fine, s'era ammalato di tumore. Ed anche lui, come Antonio, non smetteva mai di ringraziare. Anche quel giorno, in cui aveva appreso la notizia che, nonostante undici cicli di chemioterapia, la metastasi al polmone s'era ingrandita; lì per lì aveva fatto fatica ad accettare quell'urto violento, che aveva fatto di nuovo irruzione dentro la sua vita, ma poi era accaduto qualcosa: "(...) Il giorno dopo, di buon mattino, durante la mia quotidiana, lunga passeggiata, ho chiesto a Gesù e a Maria perché non vivessi la stessa gioia dell’anno scorso, all’apparire del tumore, dopo l’operazione, nei cicli di chemio… E ho sentito forte una voce che mi diceva: “Non fermarti al particolare, a questo pezzo di vita che stai vivendo; guarda l’insieme, il traguardo: la santità, il Paradiso. E’ necessaria una sterzata per non sbagliare strada! E una gioia immensa ha invaso il mio animo, una gioia ancora più grande della precedente."
Poi, quel giorno, poco tempo prima di morire, aveva parlato davanti a tutta quella gente, s'era messo a raccontare a tutti dove stava il segreto di quel gusto per la vita, come rivestirsi di un abito di speranza che non si sporca mai . E tu, quelle parole, non le avresti lasciate mai più, te le saresti portate addosso per sempre: "la nostra vocazione, cioé il nostro essere figli di Chiara (Chiara Lubich, nda), comporta che noi costruiamo rapporti d'amore, che significa amare colui che mi sta di fronte nell'attimo presente. Questo amore, questo uscire da me stesso, questo farmi uno, questo amare per primo, questo amare senza giudicare, questo amore, comporta una risposta che può essere un rifiuto o un'accettazione. Se é un rifiuto, é la nascita di Gesù Abbandonato, e l'abbraccio di Gesù abbandonato é sempre un Gesù riconosciuto e perché riconosciuto, quel Gesù emana il suo spirito, cioé emana lo Spirito Santo, che raggiunge anche quella persona che rifiuta il nostro amore e lo raggiunge in un modo misterioso che noi non sappiamo, ma lo raggiunge, come raggiunge noi. Se c'é invece un gesto d'accettazione, indipendentemente dal fatto che lui sia o no cristiano, che lui sia o non un credente, indipendentemente da questo fatto, per il semplice fatto che c'è un sorriso o c'è una manifestazione di reciprocità, nasce Gesù perché anche lui ha abbracciato Gesù abbandonato. Cioé in un certo senso anche lui é uscito da se stesso ed é una cellula, é un seme. Se noi questo rapporto lo portiamo avanti, vediamo che genera delle cose meravigliose".

* * * * *

E poi, alla fine, era arrivato pure Enzo, che una volta per tutte ti aveva spiegato cosa significasse voler bene. Aveva preso l'esempio più calzante, una di quelle cose vissute anche da te, non una ma dieci, cento volte. Tornare a casa tardi, alla sera, il fisico e la mente quasi consumati dall'intensità di una giornata vissuta con pienezza sino in fondo. E, laggiù nelle loro stanze, rischiarati dalla luce soffusa di una lampadina accesa da lontano, quei "gomitoli" nel letto, i tuoi figli addormentati e tu a prenderteli su, ad accarezzarli e baciarli, a dire a te stesso più che a loro, ma sì, mi sembra proprio di volergli bene. "Non é mica così che si vuol bene!" gli aveva risposto invece di getto Don Giussani. E poi aveva aggiunto: Guarda, il modo vero di voler bene è che proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e rascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: “Che ne sarà di loro?”, perché voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no».
Anche Enzo Piccinini era diventato uno di quegli amici di cui non avresti più potuto fare a meno. Ma anche Enzo, il Signore se l'era portato via con sé. Ma che razza di amministratore é - aveva esclamato quell'amica - il propreitario di un'azienda che lascia andare via i suoi uomini migliori? Un mistero difficile da spiegare, eppure Enzo é ancora lì, insieme a Domenico e ad Antonio, a prendere per mano ogni istante della mia vita insieme a quella di tanti altri amici.

* * * * *

Le vite di questi uomini sono diventate un libro, uno per ciascuno e c'é dentro tutto questo e anche di più. Così, se avete un po' di tempo, voi amici miei, voi viandanti che passate da questo blog, spegnete la musica, le voci, le luci della città e mettetevi a leggere per un po'. Procuratevi questi libri ed entrate dentro la storia di Antonio, di Domenico e di Enzo. E quando, voltata l'ultima pagina, vi ritroverete un'altra volta dentro la vostra strada, piena di quelle luci, di quella musica e di quelle voci, scoprirete che il Bello e il Vero che vi pareva d'aver perso erano sempre stati lì.
E che la vita, come diceva Enzo,"è un’ipotesi positiva" e che il tempo "che per tutti è sinonimo di decadenza, lavora in positivo". "Se guardo la mia vita - diceva Enzo - che razza di roba è successa! Dico sempre: se è successo così fino adesso, immaginiamoci cosa succederà nel futuro! Ne vedremo delle belle. È interessante, no? È un’avventura".
Proprio così, un'avventura, da vivere sino in fondo, ma soprattutto da non vivere da soli, perché non siamo stati fatti per camminare da soli.
E con gratitudine, come diceva ancora lui, che alla fine aggiungeva riguardo alla vita: "perciò non ho paura di darla tutta".

Antonio Rodari - La camomilla ha sconfitto il male - BUR
Paolo Crepaz - Frammenti di reciprocità. La vita di Domenico mangano - Città Nuova
Emilio Bonicelli - Enzo. Un'avventura di amicizia - Marietti 1820

Saturday, May 23, 2009

IL GUSTO DELLA VITA

"il Mistero che fa tutte le cose, che é la consistenza di tutto, é morto per te sopravvalutandoti.
L'unica modalità con cui ciascuno di noi può voler bene é morire.
Morire vuol dire aderire ad un Altro, vuol dire rompere la propria misura.
E' questa la modalità che normalmente deve decidere dei rapporti di tutti i giorni"

(Enzo Piccinini, 5 giugno 1951 - 26 maggio 1999)




Qualche volta era capitato anche a me.
Ero tornato a casa tardi la sera, oppure, come mi succede sempre, ero stato l'ultimo ad andare a dormire.
E allora ero entrato nella loro camera, piano, con le luci del corridoio soffuse, ad illuminare solo fioche ed immobili ombre.
E li avevo visti lì, quei "gomitoli sul letto", come li aveva chiamati Enzo: i miei figli addormentati, la casa finalmente calma e silenziosa, il tempo per fermarti a pensare a tutta la tenerezza, tutto ciò che di più intenso hai dentro te, il senso più profondo dell'amore che provi per loro.  E per un attimo ti eri sentito a posto, ti sembrava che bastassero queste sensazioni e così, come Enzo, avevi concluso: "insomma, mi sembra di volergli bene".
Enzo, quel giorno in macchina, mentre riaccompagnava l'amico Don Giussani a casa, aveva raccontato cose del genere, di fronte alla domanda "Ma senti, tu vuoi bene alla tua famiglia?".
Ma quella non era la risposta, neppure per Enzo, un uomo infinitamente migliore di tanti altri, colui che era stato incontro decisivo per la vita di tante persone.
"Non é mica così che si vuol bene", gli aveva risposto Don Giussani.
E di fronte allo sguardo stupito di Enzo, gli aveva svelato un modo nuovo di guardare alle cose:
"Guarda - gli aveva detto - il modo vero di voler bene é che proprio quando questa tenerezza é intensa, vera e trascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: "Che ne sarà di loro?".  Perché voler bene - aveva proseguito - é capire che hanno un destino e che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che é proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no".
Era qualcosa che aveva spalancato la vita di Enzo ad una realtà nuova, una volta per tutte e per sempre ed é una cosa che ora cerco di non dimenticare più neanch'io.
Ed é lo sguardo che vorrei avere non solo sui miei figli, ma sugli amici più cari, su qualsiasi persona che incontro ogni momento.  Nelle situazioni più "umanamente trascinanti", così come nei momenti in cui il dolore mi schiaccia, mi distrugge e non mi fa capire.
Guardare l'altro che ho di fronte e chiedermi "cosa ne sarà di lui?".
Questo é l'Amore capace di dar la vita per l'altro, quello che vede Gesù nel fratello.


E' qualcosa d'immenso la vita, quando ti scopri a pensare di essa nella misura di qualcosa che porta in sé tutto il desiderio di bellezza e pienezza che le é costitutivo, che le appartiene proprio perché tale, perché si chiama vita.
Così accade che l'umanità che incontri, ogni giorno che passa, viene coperta da uno sguardo sempre meno superficiale e sempre più profondo su ciò accade, sulle vicende che attraversano o accompagnano il tuo cammino.  Se ti domandi cosa ne sarà di chi hai di fronte, ti trovi a che fare con sguardi sempre più compenetrati nella tua stessa esistenza, divieni disposto al rischio, ti comprometti;  si fa strada, al posto di una difesa di te, una passione per la vita che ha sempre più senso mano a mano che i capelli sul tuo capo si fanno più grigi.
Sguardi che accompagnano una vita di relazione perché di questo e solo di questo - relazione! - siamo fatti veramente - together through life - e quindi uomini, incontrati per attimi e poi mai più, oppure amici che accompagnano sempre la tua vita, in maniera talvolta definitiva.

Enzo non l'ho mai conosciuto di persona e se ne é andato da questa terra proprio dieci anni fa; se ti fermi un istante appare quasi un'eternità, ma allo stesso tempo ti sembra pure ieri.
Non l'ho conosciuto, ma é strano, lo sento amico come pochi altri; o, meglio, proprio come quei pochi che sono già in una dimensione differente - la comunione dei santi - e quindi in grado di comunicare con te attraverso un'amicizia ormai in grado di rompere i vincoli dei limiti terreni, quei limiti con cui spesso siamo capaci di rovinare le cose belle della vita, la possibilità che ci é stata data di amare, di fare cose grandi aderendo a quel Disegno speciale e irripetibile, pensato da sempre per ciascuno di noi da Uno più grande che ha a cuore ogni cosa ed ogni uomo.

La vita di Enzo esce raccontata in maniera esemplare dall'ultimo libro di Emilio Bonicelli - Enzo, l'avventura di un'amicizia, ed. Marietti - uscito nei giorni scorsi e vale la pena di leggerla lì, se si lascia strada alla possibilità che qualcosa possa provocarci e muovere un'esistenza troppo spesso stretta in confini angusti in cui il contingente ci schiaccia e fa sì che non siamo in grado di cogliere la pienezza di significato che invece contiene già in sé.
Da Enzo ho imparato tante cose, ma una di quelle più belle é quando, a modo suo, mi ha insegnato anche lui a liberarmi dall'esito delle vicende della vita ed a guardare solo ad una modalità di sguardo, perché nella vita l'importante é amare - come diceva Chiara - e poi a quell'esito non ci devi pensare tu.
Quella cosa bella di Enzo aveva a che fare con il gusto - quello della vita - e questa faccenda del gusto su di me ha sempre esercitato una straordinaria attrazione:
"il gusto della vita - aveva detto - non é negato a chi sbaglia, ma a chi non ha un senso dell'infinito, del destino, dell'ideale, del Mistero presente.  Perché allora - aveva aggiunto - il problema non é sbagliare o non sbagliare. Il gusto della vita non é negato a chi sbaglia: é negato a chi non ha un nesso con il Destino che fa le cose, con il Mistero presente. Per cui tutto é un'ipotesi positiva, il tempo che per tutti é sinonimo di decadenza, lavora in positivo. Se guardo la vita, che razza di roba é successa! Dico sempre: se é successo così fino adesso, immaginiamoci cosa succederà nel futuro! Ne vedremo delle belle. E' interessante, no ? E' un avventura".
Grazie Enzo, per richiamarmi anche oggi, a dieci anni dalla tua partenza da quaggiù, al senso più grande di questa straordinaria avventura.
L'irripetibile ed affascinante possibilità di vivere la Sua volontà nell'attimo presente della vita.




Note:
I dialoghi tra Enzo Piccinini e Don Luigi Giussani sono raccontati da Enzo nella sua testimonianza "Tu sol, pensando, o Ideal sei vero", il cui testo integrale si può trovare qui

Saturday, October 25, 2008

HO SOLO LE HAWAII




Maui, Hawaii, the Westin Maui Hotel


Questo libro di Riro Maniscalco, mi ha appassionato subito, fin dal titolo - Mi mancano solo le Hawaii - perché io, invece, ho solo le Hawaii. Anche un pezzetto di Los Angeles, per la verità - una giornata su e giù per gli Universal Studios e per Hollywood Boulevard (ma Julia Roberts non l'ho mai incontrata) - ed un un po' più lungo - tre giorni - di San Francisco, una splendida città, che mi rimarrà sempre nel cuore.
Accadde nell'ottobre 1995, un'avventura vissuta con mia moglie (ai tempi in attesa della nostra prima figlia!) e che entrambi non dimenticheremo mai.
Ma dell'America, ahimé, mi manca tutto il resto. Sogni coltivati sin da ragazzo, ascoltando Bob Dylan e tutta la musica rock americana che trovai, sogni fatti di Route 66 mai percorsa, di paesaggi alla Paris Texas, di indiani che non salteranno mai fuori dagli speroni rocciosi della Monument Valley.
Dreams on the road, su highway che corrono dritte fino all'infinito, con la polizia che ti corre dietro quando vai troppo forte, invece di fregarti a casa con la foto dell'autovelox; di autoradio che se l'accendi salta fuori Hank Williams e Johnny Cash e non Radio Deejay.
Insomma tutti sogni che resteranno tali, perché dove vai oggi se hai famiglia e tre figli e fai già fatica a tirare fine mese? Ma tant'é, in fondo se anche riuscissi un giorno o l'altro a guidare una bella Chevrolet - la Chevy, come la chiama Riro - forse scoprirei che era tutto diverso da come me l'ero immaginato.


Hollywood Boulevard, LA: "Dany, parcheggia tu la macchina, che io scendo a prendere il pane e il giornale..."


Maui, la spiaggia dell'Hotel Westin Maui. "Ma se ci siamo stati l'altro giorno, come mai qui non ho la pancia e i capelli sono tutti neri??"


E allora, insomma, questo libro lo dovevo leggere per forza.
Perché é un libro sul viaggiare ed il viaggiare é ancora uno di quei sogni del cassetto.
"
Andiamo. Non so dove, ma l'importante é andare", scriveva Jack Kerouac nel suo On The Road e così Jackson Browne, un'altra delle colonne sonore della mia esistenza, che canta "Non so dove stia correndo, sto solo correndo": é in Running On Empty, la title track di un disco che mi porterei sulla classica isola deserta.
Ma il mito di Kerouac e la lettura del suo libro mi hanno sempre messo una profonda tristezza, perché correre per correre o andare per andare non possono rimanere tali, così senza uno scopo. Altrimenti l'euforia é giocoforza l'anticamera della disperazione. Così avevo bisogno di un altro libro, di un'altra storia. E meno male che é arrivato il libro di Riro.
Riro Maniscalco l'ho visto quest'estate al Meeting di Rimini, sul palco insieme a John Waters, Walter Gatti ed agli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, a presentare "
Help! Il Grido del Rock", un altro di quei libri che non si dovrebbe perdere nessuno. E' un italiano trapiantato in America, lo dice lui nel sottotitolo del libro e "Mi mancano solo le Hawaii" sono i suoi appunti di viaggio in lungo e in largo per gli USA.
Un libro bello, appassionante, estremamente divertente. Così gradevole che, ad un certo punto della lettura, ho dovuto cominciare a rallentare; anche a tavola faccio così quando ho davanti qualcosa di gustoso: non mi piace l'idea che una cosa bella e buona passi troppo in fretta. Così sono andato un po' più piano, per andare dietro al viaggio, per farlo anche un po' più mio, per entrare di più dentro un'esperienza di vita.
Tornando a Kerouac, ricordo che invece, quando lessi
On the Road, feci fatica ad arrivare in fondo. Perché proprio di fatica era pieno il racconto, pur conservando un fascino tutto particolare. Quel viaggiare fine a se stesso alla fine era proprio questo: solo una gran fatica. E la disperazione é ciò che rimane se il tuo andare non possiede il desiderio del bello; disperazione da cui, oltre tutto, non ti liberi più se alla fine essa stessa si autoalimenta nel sottile compiacimento di sé.

In questo libro, invece, si recupera la gioia del viaggiare, forse perdendo qualcosa del mito, ma guadagnando quel sottofondo che é amicizia, un modo d'intendere l'esistenza che ha il sapore di famiglia, una compagnia che sottende ad ogni avvenimento od avventura.
In fondo anche la bellezza della natura, così prorompente negli scenari americani, perde significato se vista come qualcosa a sé, senza legame con il resto: "
la felicità non é reale se non é condivisa" scrive nel suo diario Chris McCandless - il personaggio di cui narra lo splendido film Into The Wild di Sean Penn - immerso nella bellezza di una natura cercata a lungo, ma prigioniero allo stesso tempo di una solitudine che lo porterà all'autodistruzione.


San Francisco, downtown. "Fausto, fai una foto da qui, che secondo me viene bene!".
"(...) ma perché le mogli hanno sempre ragione? (beh, quasi sempre....)"


Allora datemi retta, mettetevi a leggere questo libro anche voi.
Vi avventurerete così in mille posti, come, ad esempio, ad East New York ed immaginerete la faccia di quel poliziotto, mentre dice "
this is East New York. You don't want to be here", o quella della cameriera di Mancos, Colorado, dopo che hai fatto l'errore di ordinare una birra...
O ancora penserete d'essere lì anche voi, immersi in stupendi paesaggi texani, o a bordo di motoslitte nel parco di Yellowstone, oppure ancora a far due passi fuori dalla casa degli amici ad Anchorage, Alaska:
"(...) però se vedi l'alce o il grizzly, stattene immobile e aspetta che se ne vada..."
Arriverete in fondo al libro in un baleno, ve l'ho già detto, e vi dispiacerà.
Ma quando avrete chiuso l'ultima pagina del libro, una cosa rimarrà lì con voi, senza fretta d'andar via, ed é lo spirito che pervade tutto il vivere di cui si é letto. Dice Riro:
"(...) "qualche tempo fa ho "cambiato natura". Sono un "naturalizzato americano", con tanto di doppia cittadinanaza e doppio passaporto. Ho fatto bene o male? L'ho fatto. L'ho fatto perché questa é oggi la mia vita e ho sempre pensato che l'unico modo per vivere quel che può durare anche solo un attimo é di viverlo come se fosse per sempre. Bisogna fare così anche quando si viaggia".
Vivere ogni attimo come se fosse per sempre é quel che mi fa sentire vicino ad uno come Riro.
E come a Riro anche a tanti altri amici, alcuni anche comuni ad entrambi.
Forse il fascino del libro, alla fine, sta tutto qui: in quella frase della Dichiarazione d'Indipendenza citata nel racconto: "
vita, libertà e ricerca della felicità". Questo, dice Riro, é qualcosa che gli corrisponde, che sente come suo.
Ecco perché mi piace come scrive: tutto questo corrisponde anche a me.



Post Scriptum
C'é un'altra cosa che mi ha fatto ripiombare di schianto nei miei sogni di ragazzo targati USA ed é il nuovo disco di
Bob Dylan, Tell Tale Signs. Lasciatemelo ascoltare ancora per un po' - erano anni che non ascoltavo musica bella così - e poi ci scrivo sopra qualcosa...

Friday, September 26, 2008

FERITE






Le ferite degli altri non fanno altro che interrogarmi, in continuazione.
Come questo video - Everybody Hurts, dei REM - dove i pensieri di ogni singolo protagonista inquadrato sembrano squarci su esistenze intrise di dubbio e di dolore.
Ma sono soprattutto le ferite che incontro dalla mattina alla sera, in ospedale, in questo mestiere che non fa altro che metterti continuamente di fronte al limite. Quello del paziente e della sua malattia, ma anche il tuo, nel ritrovarti lì, insieme a lui, in quella terra di frontiera - terra desertica e bruciata - dove ognuno desidera trovare risposte che risolvano la propria domanda di felicità.

Il video dei REM fornisce immagini dove ti sembra di trovare via d'uscita, attraverso quell'incedere progressivo e nella sua soluzione finale, con quegli uomini e donne che si ritrovano tutti insieme, quasi a condividere un cammino.
E' già un traguardo, ma rischia di non bastare, c'é bisogno di più. E' necessario che quella ferita cessi d'essere fastidio, di apparire scomoda, di suscitare desiderio di fuga e misconoscimento della realtà.
Solo nel momento in cui essa diviene benedizione dentro la tua vita, qualcosa può finalmente cominciare a girare per il verso giusto.
Sembra uno scandalo voler definire il dolore così, eppure, a fronte di un mondo che invece lo censura, ti accorgi sempre più che rappresenta parte di un percorso vitale, che risponde cioé realmente al tuo desiderio più profondo di felicità.

Gli amici aiutano sempre quando sei alla ricerca di soluzioni ed anche la canzone dei REM si muove nella stessa direzione, con lo stesso desiderio. Ma gli amici veri non sono quelli che ti tolgono di mezzo i guai: sono quelli, invece, che ti aiutano a scoprire il vero significato di ciò che ti accade.
Quello di questo libro é uno di quegli amici e da lui sto imparando molte cose.
A vedere, per esempio, con occhi nuovi proprio quella scomoda, inattesa, inesplicabile ferita: la ferita dell'altro.

"(...) prima o poi ogni persona fa un'esperienza che segna l'inizio della sua maturità: capisce nella propria carne e intelligenza che, se vuole sperimentare la benedizione legata al rapporto con l'altro, deve accettarne la ferita.
Comprende cioé che non c'é vita buona senza passare attraverso il territorio buio e pericoloso dell'altro e che qualunque via di fuga da questo combattimento e da questa agonia conduce inevitabilmente ad una vita umana senza gioia"

(Luigino Bruni)



Luigino Bruni - La Ferita dell'altro - editrice Il Margine

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Friday, July 11, 2008

UNA COMPAGNIA IN CAMMINO


"Addio!" disse Gandalf a Thorin. "E addio a voi tutti, addio! Adesso la vostra strada va diritta attraverso la foresta. Non allontanatevi dalla pista! Se lo fate, c'é una possibilità su mille che la ritroviate di nuovo e usciate da Bosco Atro; e allora non credo che io, o nessun altro, possa mai riverdervi".
"Ma dobbiamo proprio attraversarlo?" si lagnò lo hobbit.
"Certo che sì" disse lo stregone "se volete arrivare dall'altra parte. O lo attraversate o abbandonate la vostra ricerca. E non ti permetterò di fare marcia indietro proprio adesso, signor Baggins. Mi vergogno di te se lo pensi. Devi badare a tutti questi nani in vece mia! egli rise.
"Ma no, ma no!" disse Bilbo. "Non volevo dire questo. Volevo dire, non c'é una strada che passi intorno al bosco?"...
"Arrivederci, allora, e arrivederci sul serio!" disse Gandalf, e girato il cavallo si allontanò al galoppo verso occidente. Ma non poté resistere alla tentazione di avere l'ultima parola. Poco prima di essere troppo lontano, si girò e facendosi portavoce colle mani li chiamò. Essi udirono le sue parole arrivare loro fioche: "Arrivederci! Fate i bravi, abbiatevi cura, e non lasciate il sentiero!"

(J.R.R Tokien - Lo Hobbit)

Quanta resistenza fa Bilbo!
Perché rischiare, proseguire in un cammino difficile e incerto - "...non c'é una strada che passi intorno al bosco?" - e tener conto degli altri, affidandosi a loro e, nello stesso tempo, portando i pesi l'uno dell'altro, condividendo gioie e dolori, lasciandosi conquistare da uno sguardo sulle cose capace di perdere tutto di sé per lasciar spazio ad un Altro?
Ogni giorno di più, questo mi appare l'unico sguardo vero sulla vita, denso di vera comprensione sulla realtà ed altrettanto affascinante e sicuro.
Un modo nuovo di guardare, che, col tempo, diventa passione e si fa capace di superare il limite - non si spaventa più! - mentre, allo stesso tempo, é incapace d'inorgoglirsi dei successi, impostori come la sconfitta.
Un cammino, infine, che segue con attenzione un sentiero, l'unico che possa giungere un giorno al tesoro, magari scoperto - come accade a Bilbo - nel momento meno atteso:

"e alla fine, inaspettatamente, trovarono quello che andavano cercando..."

Saturday, May 17, 2008

BRINGING IT ALL BACK HOME

"Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte, c'era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un'anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnanti"

(Giovanni Lindo Ferretti)


Non sono mai riuscito ad imparare a suonare la chitarra.
Il che, per uno che porta il mio nome e che non perde occasione per interessarsi di musica, non è davvero il massimo.
Comunque quand'ero giovane ci avevo provato, almeno per un po' di tempo.
Ricordo che allora - erano appena iniziati gli anni ottanta - mi ero comprato in edicola una rivista-manuale per autodidatti, edita da una certa "Lato side". Arrivato a casa la aprii e - fantastico! - c'era davvero tutto: gli accordi, il metodo e pure due piccoli dischi di plastica, quei 45 giri così leggeri che se li prendevi in mano si piegavano letteralmente in due... Poi cominciai a guardare le canzoni da imparare man mano che si progrediva nell'apprendimento, ma il mio entusiasmo si affievolì. Cercavo Dylan e Neil Young, ma lì trovai dell'altro. C'era Bandiera Rossa ed altre canzoni più o meno dello stesso repertorio.
Tra tutte, anche una di un gruppo che non avevo mai sentito, dal nome per lo meno curioso: "CCCP fedeli alla linea". Perbacco, già allora il nome CCCP suscitava in me immagini cupe e da incubi notturni, che partivano dalle purghe staliniane per arrivare al KGB... E allora fedeli a che cosa? Ad un regime del terrore? Ma tant'è, erano tempi strani e questo gruppo di cantanti strano lo era davvero. Oltre tutto erano pure punk. Come i Sex Pistols, insomma, o i Clash. Già, che poi i Clash non erano mica un gruppo punk, ma questo è l'inizio di un'altra storia...
Così, alla fine, misi la rivista in un angolo e finii per non toccarla più, non mi pareva il manuale più idoneo per appropriarmi della tecnica chitarristica. E dopo un po' , purtroppo, misi da parte anche la chitarra, andando avanti solo ad ascoltare dischi.


Sono passati parecchi anni, i capelli cominciano a diventare grigi e c'è anche chi di capelli non ne ha proprio più. Accendo la tv, un giorno quasi per caso - lo faccio di rado, ormai, ne vale sempre meno la pena - e chi rivedo, all'improvviso? Ma sì, è proprio lui, Giovanni Lindo Ferretti, il leader e cantante degli ormai sciolti CCCP! Ed è riconoscibilissimo, stesso sguardo penetrante, ma che ora pare molto più dolce. E stesso tono di voce, come quando cantava Punk Islam: un po' più calmo forse, ma sempre netto e deciso.
Solo che adesso racconta di cose diverse, per esempio del libro che ha scritto e che narra della sua vita e di tante altre cose.



Il libro è uscito già da un paio d'anni, ma io l'ho letto da poco.
L'ho trovato qualche tempo fa, nella sezione "musica" di una famosa libreria milanese, ma in fondo con la musica c'entra davvero poco o nulla.
Reduce non è un libro di facile lettura.
Prima di tutto perchè il linguaggio di Ferretti non è facilmente assimilabile, così di primo acchito. E' prosa, ma rasenta la poesia. E allora va centellinato, letto e riletto, fatto proprio a poco a poco, perchè ogni capitolo del libro possa svelare la profondità che vi è dentro.  
Poi perchè il contenuto - autobiografia sui generis - è la storia di un percorso, che è sì autocritica, ma soprattutto fede ritrovata, non solo nel senso più pieno del termine, ma anche nella riscoperta delle proprie origini e tradizioni, la riconquista di un patrimonio che è faticosa esperienza di vita di coloro che ti hanno preceduto, donato la vita e cresciuto, spesso senza fronzoli e con tanti sacrifici.
E infatti lui si definisce un "reduce", uno che ritorna da una guerra, ma non quelle dei nonni, che magari da quelle vere, combattute con le armi, non erano neppure tornati; bensì da una guerra "dello spirito", come la definisce lui, peraltro non meno spietata e terribile delle altre.
Certo non tutto il contenuto del libro è condivisibile, ma il punto non è questo.  
La positività è dentro il desiderio, la risposta ad un bisogno, la scomparsa della paura di affrontare la realtà dopo la caduta dei pregiudizi.
Ed anche tanta umiltà e lucidità :

"E' l'Infinito, l'Indefinibile, che ci salva. Ci obbliga ad interrogarci su vanità, arroganza, potenza e prepotenza. Misericordia, compassione, carità, amore. Cos'è la verità?
E' l'Infinito, l'Indefinibile e il rapporto che noi instauriamo con Lui a permetterci la meraviglia, la commozione della bellezza, l'altro da noi esseri finiti.
E' la tensione ad aprire nel proprio quotidiano squarci traverso cui un po' di Infinito possa trapelare fino a noi a rendere la vita degna di ogni benedizione.
Dono infinibile che nessuno riuscirà mai a finire ma ognuno può vanificare per proprio libero arbitrio"


Alla fine, comunque, lo sguardo ribelle del punk, Ferretti lo conserva ancora ed in fondo è giusto che sia così.
All'intervistatore della RAI che gli chiede se la definizione di "punk cattolico" possa andargli bene, lui risponde sorridendo che le due cose possono andare tranquillamente d'accordo.
Ma lo sguardo sulla realtà del Ferretti di oggi è molto più maturo del giovane punk filosovietico che capeggiava le fila dei CCCP fedeli alla linea.
Ed è uno sguardo dal quale credo che chiunque possa imparare.
Già imparare... un giorno o l'altro, comunque, voglio provare a riprenderla in mano la chitarra.
In fondo, se c'è una regola che mi piace nella vita, è che non è mai troppo tardi.