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Tuesday, March 19, 2013

IL SEGRETO DELLA SPERANZA

"Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza" 
(Papa Francesco)

Spegni la televisione ed inizi a meditare quelle parole nel tuo cuore.
Custode di bontà e di tenerezza. Inizi ad esserlo lavando i piatti lasciati in cucina ancora sporchi. E prosegui mentre rifai il letto e passi l'aspirapolvere in casa. Continuerai ad esserlo oggi, quando di guardia, incontrerai come sempre i tuoi ammalati in ospedale. Custode di bontà e di tenerezza con le cose da fare come con ogni prossimo che ti passa accanto.
Quel filo rosso che lega gli avvenimenti più recenti, l'umiltà di papa Benedetto che passa la mano a quella di papa Francesco, é lo stesso che lega gli avvenimenti della tua vita, giorno dopo giorno. E che ti dice che tutto é misericordia di un Altro. Per questo la Chiesa risorge ogni giorno, a differenza di altre vicende umane, prime tra tutte la politica di questo nostro povero paese. Perché si affida sempre a Chi non smette di guardare l'uomo con lo sguardo di un Padre che tutto perdona. Siamo noi che, troppo spesso ci stanchiamo di chiedere perdono: l'ha detto subito questo nuovo Papa che é già entrato nel cuore di tutti. 

Il segreto della speranza é tutto lì. Ed é solo da lì che può ricominciare anche la tua giornata.
Che passa con gioia dal piatto sporco in un lavabo allo sguardo di un ammalato dentro al suo letto d'ospedale. 

Thursday, March 14, 2013

LA CULTURA DELLA FIDUCIA


"E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza."
(Papa Francesco)

Fiducia tra noi. E preghiera. Per Benedetto XVI. L'uno per l'altro. E infine per lui.
In un mondo sempre più chiassoso e irascibile, perennemente a caccia di un colpevole per ogni situazione, ha detto di più quel minuto di silenzio davanti al Papa a capo chino di qualsiasi altra parola: "facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me". 
E' bella la chiesa ed é bella la strada per chi cammina.
Perché é veramente grande questa nostra vita.

Thursday, February 14, 2013

UN FORTE E LUNGO ABBRACCIO


"E dice Signore lo vedi / il panorama di Betlemme / 
Questo cielo senza riparo / questo sipario di fiamme"
(Francesco De Gregori) 

Se nei prossimi giorni le capitasse di trovarsi a tu per tu con il Santo Padre, che cosa gli direbbe?”. Georges Coittier, teologo emerito della Casa Pontificia non ha dubbi: “Niente parole - risponde – Soltanto un abbraccio, un grande lungo abbraccio".

Ecco. Forse ciascuno di noi potrebbe rispondere la stessa cosa. Di fronte alla commozione, allo sgomento, al timore del futuro, nessun pensiero e nessuna parola. Solo un forte e largo abbraccio.
Del resto è così che si manifesta la gratitudine. Gratitudine per questo Papa, per ciò che ha saputo dire ad ogni uomo, non solo di fede, ma anche di semplice buona volontà. Il Papa che ha affrontato i temi della modernità, che è sbarcato su Twitter, che ha parlato a partire da un cuore afferrato da Cristo.
Di tutti i personali ricordi che in questi giorni affiorano impetuosi nella mia mente, ce n’è uno, più forte di tutti gli altri. Quello vissuto nella spianata del campo volo di Bresso, lo scorso 3 giugno, durante l’Incontro Mondiale delle famiglie. L’uomo che scende faticosamente dall’auto poggia il proprio passo su un bastone. Non è il bagno di folla a dargli la forza che gli anni sembrano inesorabilmente volergli sottrarre, ma un bastone, un bastone a forma di croce. La Chiesa è di Cristo, ha detto Benedetto XVI alla sua prima udienza all’indomani dell’annuncio-shock delle sue dimissioni. E Cristo, ha aggiunto, non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. L’applauso incessante dei fedeli in sala Nervi, che quasi impedisce al Papa di proseguire il suo discorso, altro non è che quel grande e lungo abbraccio che ciascuno di noi vorrebbe dargli. Soprattutto adesso, che il successore di Pietro ha fatto sue le parole imperiture di Paolo: “Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie  infermità... quando sono debole, è allora che sono forte »  (2 Cor 12, 9-10).
Grazie Santo Padre, per tutto quanto ha saputo darci con il dono della sua vita. Come scrive Marina Corradi, in un editoriale di Avvenire, é il cuore che ci aiuta a capire meglio la sua scelta e dirle con fiducia e speranza un nuovo grazie. Il Signore, come lei ha detto a ciascuno di noi, ci guiderà.

Wednesday, October 10, 2012

NON ODIERO'

Quando un incontro ti scalda il cuore, il tepore puoi continuare a sentirlo anche lungo gli inevitabili giorni di pioggia di un autunno che tarda ad arrivare. Il racconto di chi mi é sempre compagna di strada. Ed un libro. Da tenere ancora sul comodino.


Non odierò
di Daniela Leali

Meeting dell’amicizia tra i popoli: arriviamo giovedì pomeriggio e ci precipitiamo nella sala A3, convinti di partecipare alla  testimonianza di una neonatologa di cui abbiamo sentito parlare. Variazione di programma: al suo posto ci sarà un medico palestinese. Io e mio marito ci guardiamo e decidiamo di fermarci: più volte abbiamo sperimentato che il Mistero ci mostra il Suo amore proprio attraverso un imprevisto.
Dopo una presentazione rapida, ma carica di commozione, il dott. Izzeldin Abuelaish inizia a raccontare la storia della sua vita. Nasce a Jabalia, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza, nel 1955. Maggiore di sei fratelli e tre sorelle, fin da piccolo capisce che l’istruzione è un privilegio, qualcosa di sacro che potrebbe  dare accesso a molte possibilità. Così, grazie a un duro lavoro, continui sforzi e grandissimi sacrifici da parte di tutta la famiglia, riesce a diventare medico. Nel 1997 comincia un internato in ostetricia e ginecologia all’ospedale Soroka di Israele: sarà il primo medico palestinese nello staff di un ospedale israeliano. Nascono rapporti con gli ebrei: si rende conto  che il cuore è lo stesso. Dice: “E’ sorprendente rendersi conto di quanto siano simili i nostri due popoli, nel modo in cui alleviamo i nostri figli, nell’importanza che attribuiamo alla famiglia…le nostre lingue e le nostre religioni sono semitiche. Abbiamo più somiglianze che differenze, eppure per sessant’anni non siamo stati capaci di superare la linea che ci divide. Come possiamo considerare più preziosa una vita di un’altra? Guardate i neonati nelle sale parto:sono bambini innocenti …e noi li riempiamo di racconti che promuovono l’odio e la paura. Ogni vita umana è preziosa, ed è facile distruggerla con i proiettili o con le bombe. L’odio consuma l’anima: è come un veleno”. Decide di dedicare la sua vita ad abbattere i muri e a costruire ponti di pace, iniziando dalla condivisione di questo ideale con la moglie ed i suoi otto figli. Purtroppo i leaders dei due popoli non la pensano allo stesso modo. Dicembre 2008: Hamas lancia razzi su Israele, l’esercito israeliano risponde demolendo le case dei palestinesi, uccidendo uomini, donne e bambini ed ogni essere vivente che vi si trova davanti. Il 16 gennaio tocca a loro. Racconta: “Eravamo tutti in casa, io stavo giocando con Abdullah, quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze. Spero che nessun altro debba mai vedere la scena che si presentò ai miei occhi: hanno ucciso le mie tre figlie e mia nipote. Ma nonostante il dolore, la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò”.
Ho le lacrime agli occhi: ma come è possibile? Guardo il suo volto: è una maschera di dolore, ma i suoi occhi esprimono una serenità per me impossibile. Appare sullo schermo la copertina del libro con la foto di tre ragazze sedute sulla spiaggia in riva al mare: sono Bessan, la più grande, Mayar “chiaro di luna”, e la piccola Aya. Voglio leggerlo subito, desidero conoscere meglio questa vicenda. Come ho potuto rimanerne indifferente per tanti anni, scadendo nei luoghi comuni?
Rientrata a Milano, ripenso a quest’incontro, mi domando perché il mio cuore si commuove così tanto per quell’umanità ferocemente ferita, ma così lontana dal mio mondo, dal mio modo borghese di vivere e di pensare. Scendo in strada e vedo un uomo che lavora ad un Kebap: si accorge del mio sguardo, mi sorride e mi saluta. Sono imbarazzata, non ho mai mai fissato così un arabo: non ho mai considerato la possibilità di rapporto con un musulmano al di fuori del luogo di lavoro, sto cominciando a sorprendermi nel constatare che abbiamo più cose che ci accomunano rispetto a quelle che ci dividono, nonostante il Potere faccia di tutto per farmi credere l’opposto. Non mi resta che  ringraziare di cuore il Mistero, che ancora una volta mi ha mostrato il Suo volto d’amore, attraverso la grazia di un incontro imprevisto.

 

Tuesday, August 14, 2012

IL PARADISO DIETRO UNA STRETTOIA



La strada che, dal mare di Albisola, sale al paesino di Sassello é per lo più stretta e tortuosa. Guido piano e dolcemente, affrontando ogni curva senza bruschi strappi del motore. Anche l'ultimo dei miei figli é ormai grande, ma l'effetto di un'andatura più brillante potrebbe avere effetti devastanti sull'abitacolo della mia vettura. "Sei emozionato?", mi chiede mia moglie. Già, dovrei esserlo, dico a me stesso, io che non sono mai stato a visitare i luoghi di Chiara Luce. Le rispondo di no e mi pare d'essere sincero, ma, sotto sotto, misconosco semplicemente le mie emozioni. Forse é perché ho appreso la vicenda di Chiara così bene che mi sembra d'essere già stato qui. E forse il fatto che la sua storia sia un po' parte della mia, entrambi dietro al carisma che Chiara Lubich ha donato al mondo, rende tutto un po' più familiare. Ma dovrei esserlo, almeno un po', sinceramente emozionato. Mantenere anche oggi lo sguardo di un bambino e sapermi stupire di fronte a ciò che sa di bello e di vero, la santità e l'eccezionalità dentro l'ordinarietà. E probabilmente, emozionato lo sono per davvero.

Oggi é un giorno particolare a Sassello. Ci sono settanta vescovi, amici del Movimento dei Focolari, venuti quassù dai cinque continenti per conoscere meglio la storia di Chiara e per incontrare i suoi genitori. Li vedo entrare in chiesa, Maria Teresa e Ruggero, semplici e sorridenti come sempre. Ruggero cammina lentamente appoggiandosi a due stampelle. Mi colpisce sempre la figura del papà di Chiara, schivo, di poche parole, quasi a fare da sfondo al fulgore smagliante di mamma Maria Teresa. Entrambi sempre belli a vedersi, sorta di Maria e Giuseppe dei giorni nostri. La loro casa sempre aperta, pronti a parlare con chiunque passi da qui, a voltare verso il prossimo quello sguardo così carico d'amore che hanno sempre tra di loro. Mi scopro a pensare che spesso dietro alla storia di un santo straordinario c'é la santità quotidiana di due genitori.
Prima di venire in chiesa passo con la mia famiglia dal cimitero. Sulla tomba di Chiara c'é tempo e modo di lasciar scorrere libera la mente e la preghiera. Chiedo grazie per tanti amici. Non ricordo cosa chiedo per me. Ma mi lascio avvolgere dalla sua luce, dallo sguardo luminoso dei suoi occhi, una bella fotografia appoggiata sul pavimento della cappella di famiglia. Con noi c'é un'anziana suora, maestra d'asilo di tanti anni fa. Racconta ai quattro bambini di una famiglia di Torino dei piccoli atti d'amore di Chiara verso i compagni di scuola materna. Mi commuove la familiarità che nasce spontanea tra gente che non si é mai incontrata prima. Ecco, forse é questo il primo momento della giornata in cui mi scopro davvero emozionato. Come allora, Chiara Luce genera anche oggi la reciprocità dell'amore. Quando gli amici uscivano dalla sua stanzetta dove giaceva ammalata usavano ripetere spesso:"vicino a lei non si sentiva mai, neanche per un attimo, il peso della malattia, del dolore, delle limitazioni. Stando accanto al suo letto ero io ad avere la netta percezione di essere la malata, l'invalida. Sentivo di doverle chiedere una mano, ma poi, in verità, non occorreva chiedere nulla, bastava guardarla per imparare ad amare sempre e a ripetere con lei: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io. Sei tu, Signore, l'unico mio bene". Rientrando a casa avevo anch'io la certezza di aver vissuto un momento di paradiso". Chiara continua a compiere questo miracolo in chi le si accosta. Creare una fraternità. Luogo di presenza di Gesù, generata dalla reciprocità dell'amore.

La messa é semplice e solenne allo stesso tempo. Il mio sguardo continua ad andare verso l'altare di destra, lungo la navata: non riesco a distogliere lo sguardo da quella fotografia. Ancora quella foto di Chiara, ancora quegli occhi pieni di luce. Anche vescovi e cardinali, oggi, sembrano essere in un certo senso a scuola. Dirà più tardi Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, anch'essa presente oggi a questa festa: "La sento come una sorella per il carisma dell’unità che ci lega: una sorella minore perché figlia del Movimento dei Focolari che ora presiedo; una sorella maggiore perché, correndo come gli atleti alle Olimpiadi, mi ha preceduta nella santità". 
Al termine della celebrazione c'é tempo per incontrare un po' di amici, venuti da ogni dove. Ad un tratto scorgo Franco, lo vedo da lontano dirigersi verso di me. Un amico argentino, che ha letteralmente illuminato tratti di esistenza della mia incerta gioventù. Non lo incontro da anni, mi si fa incontro, lo stesso sguardo e sorriso di sempre, uno dei più luminosi che abbia mai conosciuto. Lo abbraccio, questa volta mi commuovo e mi emoziono per davvero. E' ancora Chiara a generare tutto questo, lo sento. La reciprocità dell'amore. Valeva la pena di arrivare fino a qui anche solo per quest'abbraccio. Lungo una strada tutta curve. Il paradiso dietro a una strettoia.



Di tutti i libri su Chiara Luce che ho letto, quello di Franz Coriasco - "Dai tetti in giù" - mi é sempre parso il più bello. Coriasco é autore radiotelevisivo, musicale, teatrale; scrittore e critico musicale: sono anni che leggo le sue recensioni di musica rock su Città Nuova e tengo in cuore la speranza di poterlo prima  o poi incontrare di persona. Si definisce agnostico, ma il suo sguardo sulla realtà é quello che, da credente, mi piacerebbe spesso avere, io che mi sento così spesso schiavo dei miei pregiudizi. "Oggi, molto più di vent'anni fa - scrive Franz - Chiara mi dà sollievo, ogni volta che la penso: non illumina, ma riscalda la mia oscurità. E' come se contribuisse a tenere aperto lo spiraglio di una porta, così da non cedere alla tentazione di un'esistenza claustrofobica o meramente autoreferenziale. Soprattutto m'invita quotidianamente a cercare compiutezza e perfezione nelle piccole cose di ogni giorno, anche se ahimé, ci riesco di rado".
Penso a queste parole lungo le strettoie che da Sassello riportano giù verso il mare. La strada verso casa é lastricata di un misto di emozioni - quelle della giornata appena trascorsa - e d'intenzioni, quelle di puntare a rendere Bellezza tutte le piccole cose che attendono d'incrociare il mio cammino. Il rischio è di fermarsi al desiderio, ma in fondo basta saper volere, proprio in quelle piccole cose di ogni giorno: "Bisogna saper morire a colpi di spillo per saper morire di spada", diceva spesso Chiara. E pensare a Chiara serve anche a me a tenere aperto quel piccolo spiraglio, attraverso il muro della mia oscurità e del mio peccato. Ma non esiste muro così spesso che non abbia crepe. Dovrei saperlo, ormai, che é da quelle che passa la luce.

Monday, May 02, 2011

SI DOVEVA ANDARE

Perché si doveva andare a Roma il 1° maggio lo scrive il mio amico Paolo, con parole capaci di raccontare il mio cuore meglio di quanto avrei potuto fare io.
E' stato bello essere là.
Insieme ad un milione e mezzo di cuori così.

Si doveva andare! Si doveva andare, per un debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II per la sua paternità e per quello che ciascuno di noi ha ricevuto dalla forza della sua testimonianza e dalla sua passione missionaria.
È stato un grande evento, che ha reso memorabile la giornata riempiendola di un’intensità di vita palpabile, penetrante, coinvolgente.
Di questa intensità fa parte la fatica, compagna abituale della gioia in questa vita: la tensione delle prime ore, ancora nel buio della notte, poi alle prime luci dell’alba, premuti in una folla traboccante, astrattamente irrazionale, ma concretamente fatta di volti, non sempre simpatici, eppure ognuno con i segni di una storia personale, intima, che conduceva lì, carica di attesa, alla ricerca di una risposta a una domanda forse non chiara ma insopprimibile, come una promessa non ancora compiuta.
Anch’io, parte di questo popolo, ero lì per vedere di nuovo la potenza di Cristo all’opera, per riconoscere la Sua presenza, che la Chiesa ci indica attraverso la vita di un uomo, di un testimone della fede, ma che si manifesta nella Chiesa stessa, anche in quel luogo, in quel momento, in quella liturgia.
Giovanni Paolo II è stato servitore e guida di questa Chiesa, santo perché innamorato di Cristo, uomo vero perché tutto determinato dalla fede, dalla speranza e dall’amore cristiani.
Di questa conferma ho bisogno, perché anche per me è possibile vivere così, come per tutti, ciascuno rispondendo alla chiamata di Cristo nelle circostanze in cui è posto.
Perciò l’applauso dopo la proclamazione che il Servo di Dio Giovanni Paolo II è Beato è stato l’espressione della speranza, una speranza certa perché fondata su quello che ho visto. È stato il rinnovarsi dell’invito a non avere paura di Cristo, un richiamo di cui ho sempre bisogno.
Sì, dovevo proprio esserci, lì a Roma!
(Paolo Rivera)

Sunday, March 13, 2011

IL SEGRETO DI CHIARA


Chiara Lubich (22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)

Ho visto una sola volta Chiara da vicino. Ricordo che mi ero precipitato giù, lungo la scala che lei avrebbe disceso, per arrivare tra i primi vicino alla sua macchina. Era venuta ad un incontro a cui partecipavo anch'io, più di un migliaio di persone, sapete quelle cose che chiamano ritiri e che, volta dopo volta, cambiano un pezzo del tuo cuore anche quando sembra troppo duro. Che poi certi passaggi forti di quei momenti - i ritiri, appunto - io me li ricordo anche nei luoghi più improbabili. Come quando ti trovi in cucina, ad esempio, a mettere in una gigantesca lavastoviglie i piatti di quelle centinaia di persone che hanno appena finito di cenare. E magari a farti spiegare come si fa da una focolarina giovane e sorridente con un inconfondibile accento del Sud America o di un paese africano che non ti ricordi neanche dove si trova. Ho sempre pensato che la strana felicità provata in quegli istanti - che alla fine del lavoro sei puro unto fino alle orecchie, stanco morto e sogni una birra fresca anche in gennaio - avesse in sé qualcosa di profondamente soprannaturale.
Tant'é, comunque, quel giorno mi trovai davvero vicino a Chiara, solo che ero dalla parte sbagliata della macchina, opposta a quella dalla quale sarebbe poi salita. Così non riuscii a salutarla ed a stringerle la mano. Ma ero comunque ad un passo da lei. E mi ricordo il silenzio intorno e certi sguardi come una delle cose più sacre della mia vita. C'erano decine di persone vicino a quell'auto ed ogni mezzo metro c'era una mano che stringeva quella di Chiara. Lei avanzava lentamente, qualche istante per ciascuna di quelle mani e di quei volti che volevano salutarla, dirle che le volevano bene, farle capire quanto era stata madre per ciascuno. Lo sguardo di Chiara era impressionante. Profondo, sorridente e penetrante. Una penetranza d'amore, come se quella persona che lei aveva davanti a sé, fosse stata l'unica presente in quel momento e nella sua vita. La stessa intensità distribuita ad ognuno, prima di salire in macchina e salutare poi tutti insieme con la mano dal finestrino. Uno sguardo che ho portato dentro per anni e che mi trovo addosso ancora adesso, perché ha fatto scuola nel mio cuore.
Mi ha fatto capire cosa significhi amare la persona che la circostanza della vita ti mette davanti nell'attimo presente. Quello che hai di fronte, in quell'istante. E in quell'istante solo lui. Sia tua moglie o tuo figlio, il collega o il tuo capo. O il passante che incrocia la tua strada. Stessa intensità per ciascuno. Stessa dose d'amore.

* * *

Rocca di Papa é un delizioso paesino dei Castelli Romani, adagiato sulle alte sponde del lago di Albano. Ci fanno dell'ottimo vino, da quelle parti e si mangia pure bene, non solo porchetta e scottadito. Rocca di Papa é anche il cuore pulsante del Movimento dei Focolari. Lì c'é la casa di Chiara e la sua tomba, posta in una cappella all'interno del Centro Mariapoli. Chi si trovasse da quelle parti, non avrà difficoltà a passare dentro per un saluto o una preghiera: la porta del Centro é sempre aperta per chiunque. L'ho fatto un po' di volte anch'io, a volte senza sapere neppure cosa chiedere o cosa dire, ma solo per mettere il mio cuore davanti al suo e lasciare che sul nulla d'amore di entrambi quei cuori potesse nascere qualcosa di nuovo e di grande. Quest'inverno, poi, sono stato anche a visitare la sua casa. Anche da lì passano ogni anno migliaia e migliaia di persone, ma non é un museo, quello che vi si trova. Dentro, ad accogliere ciascuno, ci sono le focolarine che stavano con Chiara e che sono ancora lì, vivendo la normalità della quotidianità e dei loro incarichi di ogni giorno. Ho attraversato, insieme a decine e decine di altri amici, il salottino e lo studio dove ogni giorno lavorava, la cappellina che comunicava direttamente con lo studio, centro della casa, la stanza da letto dove é morta alle due del mattino del 14 marzo, dopo aver salutato e stretto le mani, l'ultimo giorno della sua vita terrena, delle centinaia di persone giunte a porgerle l'ultimo saluto.
Non mi ricordo cosa mi sia passato per la mente, passando da una stanza all'altra, scambiando qualche parole con le compagne di Chiara, facendomi raccontare di quell'aria di paradiso che si é respirata per anni in quella casa. Ma ricordo una sensazione di bellezza, una volta uscito da lì, bellezza come unica cosa capace ancora di rapire il mio cuore, ferito tropo spesso dalla sua stessa durezza.

* * *

Se dovessi portare via con me una sola cosa come la più preziosa di Chiara, quella che più me la fa sentir madre ogni giorno, forse prenderei una frase ed uno sguardo. La frase é la risposta che lei diede all'ultima domanda di un'intervista che Flaminia Morandi le fece nel 1997 per l'emittente Sat2000. Lo sguardo é quell'istante di silenzio, che precedette la risposta, come a dire, sì, questa é davvero la chiave che apre ogni porta.
"C'è un segreto, un segreto che lei pensa che sia alla base di tutto questo?", le aveva chiesto la Morandi. "Amare", aveva risposto Chiara. E poi, dopo una pausa lunga ed intensa come di chi sta per darti in mano la cosa più importante che possiede: "Dio é amore. Amare é tutto".

(L'intervista con Flaminia Morandi, sulla rete, non l'ho trovata. Ma anche questa con Sandra Hoggett non é niente male....)


Friday, February 11, 2011

UNA SCIA DI LUCE


Milano, basilica di Sant'Ambrogio, 10 febbraio 2010. Una delle chiese più affascinanti della città, cariche di storia e di vita di santi, é gremita. Ma non é una messa, quella che si celebra questa sera. Seduti davanti ad un elegante tavolino rosso ci sono Maria Teresa e Ruggero Badano, i genitori di Chiara "Luce", la giovane ragazza di Sassello dichiarata dalla Chiesa beata lo scorso 25 settembre. Di fronte a loro gente di ogni età, ma i giovani sono davvero tanti. Ed é giusto che sia così, perché quando la giovane Badano é morta aveva solo diciott'anni. E "quando in cielo arriva una ragazza di diciott'anni si fa festa", aveva detto lei un giorno.

Questo blog ha già parlato di Chiara (http://talkin-walkin.blogspot.com/2010/09/chiara-luce-badano-life-love-light.html), non ne ripeterà dunque, in queste poche righe, la storia. Quella storia, comunque, da me ben conosciuta e raccontata da Maria Teresa e Ruggero, ha fatto scendere, sul volto di chi vi scrive e non solo, più di una lacrima anche ieri sera. Perché la santità attrae ancora, se il tuo cuore, anche se ferito, si fa capace di non chiudere la porta al desiderio. E quel cuore, quando trova un luogo capace di farvi riposare le sue durezze, si commuove eccome.
Mentre tornavo a casa con mia moglie, rimeditavo nel profondo di quel cuore tutto ciò che avevo visto e sentito. Ed é soprattutto uno sguardo quello che ancora adesso mi é rimasto dentro. Lo sguardo di Ruggero negli occhi di Maria Teresa mentre parlava. Profondo, dolcissimo, straordinariamente intenso. E quello di lei quando parlava lui. Uguale, ma diverso allo stesso tempo, altrettanto carico d'amore. E' quell'amore che sa farsi uno, che fa il vuoto per accogliere il tutto dell'altro. Ed é lo sguardo di chi, da genitore, si é scoperto misteriosamente figlio di chi ha generato, perché ciascuno ha accolto l'Amore più grande, che ha consentito ad ognuno di rinascere nuovo in Dio.
Se dovessi lasciare tutto e trattenere una cosa sola, ecco cosa stringerei forte a me: quello sguardo, capace di creare una scia di luce.
Lo sguardo di due genitori, che desideravano tanto una figlia, arrivata dopo undici anni d'attesa e che l'hanno ridonata a Dio dopo altri diciotto. Per poi ridonarla alla Chiesa. E per ridarla adesso - ieri sera come ogni volta che raccontano di lei e di loro - ovunque vengano chiamati perché diano testimonianza di ciò che é accaduto.
Perché Chiara, adesso, é davvero di tutti.

Tuesday, November 02, 2010

STELLE DEL CAMMINO


Lo ricordo ancora bene, quel mattino di un giorno di ottobre. Un pallido sole riscaldava appena l'aria di un autunno inoltrato milanese. La stanchezza di una notte di guardia passata in ospedale faceva da contrasto col moto incessante e frenetico della città. Ma intorno al Famedio e lungo i tranquilli viali del Cimitero Monumentale, tutto sembrava ricomporsi in una dimensione del tempo e dello spazio più sensata.
Lì dentro i soliti turisti giapponesi, poi qualche distinta ed isolata persona, un mazzo di fiori in mano, il ricordo del proprio caro dipinto sul volto disteso. Poi, lungo il percorso che dall'ingresso porta alla cripta, anche uno strano viavai di persone comuni. Giovani studenti, col casco della moto, lavoratori con la borsa in mano, persino mamme alle prese con le proprie carrozzine. Anche loro qui, per lo stesso motivo per cui quel giorno ero giunto anch'io. Erano venuti a trovare don Giussani. Mi fermo ad osservarli, lungo quel percorso e poi davanti alla sua tomba e, quella che mi avvolge, é una strana sensazione. Qualcosa che scaccia il senso lugubre di morte che ricopre gli splendidi monumenti di questo luogo d'arte di Milano. Che ha a che fare con la gioia, invece, col viaggio di singole persone che vivono, percorrono la gioia ed il dolore, passano di qua. E sanno affidarsi in ogni istante.
Mentre sono davanti alla lapide del don Giuss, penso a quel fiore, gettato da mia moglie prima che la lastra di marmo chiudesse definitivamente allo sguardo il corpo di quel prete brianzolo, che amava le sigarette ed il buon vino, ma che più di tutto aveva amato il Volto ed il Destino di tanta gente incontrata giorno dopo giorno, persone che poi non avevano più cessato di seguirlo. Che privilegio aveva avuto, mia moglie, ad essere presente in quel momento, a tradurre in un gesto tutta la sostanza del suo cuore. Era per quello che dietro a quella lapide c'era un pezzo anche del mio. Ed era per quello che quel mattino mi trovavo lì.
"Chi é don Luici Ciussani?", mi aveva chiesto quel signore là davanti, l'accento simpaticamente inglese. "E' il fondatore di Comunione e Liberazione", avevo risposto un po' sorpreso, quasi incapace di esprimere sul serio l'entusiasmo del mio cuore. "Oh, beautiful!", mi aveva risposto lui, sottolineando tutto con uno splendido sorriso, quasi a dirmi: si capisce che questo é un luogo vivo, vivo per davvero.

Altre volte ero tornato laggiù, spesso di ritorno da quelle mie notti lungo le torri di guardia.
Quel mattino faceva freddo, sembrava autunno, invece che aprile: "smonto dalla guardia in ospedale. E' stata dura questa notte, c'é stato da combattere laggiù. Il freddo mi avvolge. Il gelo dell'aria, quello della sofferenza che ho incontrato, quello - soprattutto - delle miserie di me stesso, che a volte mi attanagliano senza pietà". Ero tornato da Giussani, ora che avevano traslato il suo corpo dalla cripta sotto al Famedio ad una bella cappellina, proprio al centro del viale principale. Chiara Lubich era appena partita e, dopo la sua nascita al cielo, avevo un irrefrenabile bisogno di venire ancora qui.
Un calore s'era fatto strada a poco a poco, ora che la figliolanza era divenuta, finalmente, completa. E dentro di essa si era fatta strada anche quella pace che troppo spesso non ho. Stavo imparando a riconoscerLo sempre più, ad andare al di là della piaga, dentro quel grido misterioso emesso in croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", che aveva spalancato l'umanità all'Amore infinito.
Non c'era più gelo in quel mattino: "sto imparando ad abbandonare in Te tutto quel freddo, per incontraTi in ogni fratello che mi si para innanzi, in quell'avventura sempre nuova e affascinante che é l'attimo presente della vita".

Ma quella figliolanza aveva ancora una tensione. Bisogno di un segno tangibile, un luogo fisico, visibilità di una memoria. Oggi il Comune di Milano ce l'ha messo. Ha ricordato Chiara, sua cittadina onoraria, trascrivendone il nome al Famedio, aggiungendolo a quello di tanti altri illustri. In un giorno di pioggia, tanti volti si ritrovano qui, volti a tratti solenni ed a tratti incuriositi ed anche un po' intirizziti, ma con un senso di affezione che si fa strada lungo l'ascolto delle parole del sindaco Moratti. La cittadinanza a Chiara era stata votata all'unanimità in quel consiglio comunale del 30 ottobre 2003, con una motivazione che ne sottolineava il suo impegno a coltivare ovunque i semi del bene. E Chiara, nel corso del conferimento solenne del 20 marzo 2004, aveva esortato la città tutta "a divenire una stella che indichi il cammino a tanti: una profezia di che cosa potrebbe essere il mondo se tutti gli uomini la imitassero".
Mentre ascolto, di tanto in tanto mi guardo intorno, ho già salutato qualche amico e qualche sorriso fa in tempo ancora ad incrociarsi. Poi il mio sguardo, quasi d'istinto, si rivolge lassù in alto. Il cielo é stellato per davvero, un blu intenso, dipinto per esteso lungo le volte del Pantheon. Stelle che indichino il cammino, uomini vivi, uomini veri, che abbiano a cuore la fraternità. E' questo che aveva a cuore Chiara. Ed é per questo che sono qui. Non per ascoltare parole, seppur belle ed accorate. Ma per posare uno sguardo lassù, terreno fertile dove farne crescere le radici, perché possa poi diventar capace d'amare la circostanza che si fa carne, volto di ogni prossimo che incontro.


Capiterà ancora, di tanto in tanto, che io mi ritrovi qui. E' un luogo, questo pezzo di Milano, che dà sicurezza al mio passo incerto e mi piace ritornarvi per far memoria di ciò che mi sostiene. Mi fermo un po', prego, mi riaffido. Poi torno là fuori e riprendo a camminare, nell'attimo presente della vita. Chi mi é padre e madre mi accompagna sempre, insieme ai santi ed agli amici che mi hanno preceduto.
E' un gusto del vivere che si fa strada, momento su momento.
Ed io, trafitto da un raggio di sole, non mi sono mai sentito solo.


Assisi 2000, Comunione tra carismi from Thomas Klann on Vimeo.

Sunday, September 26, 2010

UNA LUCE PER TUTTI


Questi sono stati giorni specialissimi, ma quello che voglio dire adesso è che stando con Chiara abbiamo vissuto momenti eccezionali. Vivevamo in un’atmosfera che non si può spiegare. Questi due anni son stati i più belli della nostra vita, i più benedetti da Dio, perché Gesù ci faceva vivere in una dimensione soprannaturale che ci sollevava da terra. Come quando si sale sull’aereo, e dal finestrino si vede la terra, le nuvole. Tutti i nostri dolori e quelli di Chiara che erano ancora più grandi, li vedevamo laggiù, non ci toccavano. E’ stato il frutto dell’amore di tante persone che hanno pregato e ci hanno sostenuto.

(Ruggero Badano, papà di Chiara, 25 settembre 2010)




Links:
ringraziamento finale di Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, alla S, Messa di beatificazione di Chiara Badano , sabato 25 settembre
Comunicato stampa al termine della santa messa di beatificazione , sabato 25 settembre
Comunicato stampa serata di festa, sala Nervi, città del Vaticano , sabato 25 settembre
Il messaggio di Benedetto XVI all'Angelus , domenica 26 settembre

Friday, September 17, 2010

CHIARA LUCE BADANO. LIFE, LOVE, LIGHT



Chiara ha "definitivamente rifiutato la morfina", perché - dice - "toglie la lucidità ed io posso offrire solo il dolore a Gesù". E' ciò che si legge nell'ultima parte della biografia di Chiara Badano (1), quando inizia il racconto della fase decisiva della sua vita, rappresentato dalla malattia e della sua scalata verso la vetta della santità.
Ma come é possibile rifiutare la morfina alle prese con un sarcoma osseo, uno dei tumori più dolorosi in assoluto? Eppure Chiara - diciott'anni al momento della diagnosi - non é una persona diversa dalle altre, un'eroina, oppure un'esaltata: é una ragazza come tante, che ama la vita ed ha ancora una sana voglia di volare, dentro le circostanze della propria esistenza.

Sta giocando a tennis, Chiara, quel giorno. Chissà quand'é che sente il primo dolore lancinante: durante una prima palla di servizio, o un dritto potente, sferrato da fondo campo. E' un dolore alla spalla, forte, strano, mai provato, che le fa cadere a terra la racchetta. Si riprende, ma ha una faccia strana. Da qualche tempo non si sente bene ed é per questo che cominciano i primi accertamenti. La diagnosi di osteosarcoma arriva in fretta. Quando torna a casa, quel giorno, la mamma la vede arrivare "camminando lentamente, come se volesse temporeggiare a dare la notizia che aveva scoperto. Era molto cupa in volto, guardava per terra". Chiara entra in casa, non una parola, fila dritta in camera sua. Venticinque minuti di lotta e di silenzio, in cui neanche mamma Maria Teresa e papà Ruggero possono entrare in alcun modo. Poi, finalmente, esce da quella stanza e va loro incontro decisa: "sai mamma, ho parlato con Gesù. Gli ho detto: se lo vuoi tu, lo voglio anch'io".
L'aveva scrutata, sua madre, dentro quella camera, impotente ed inquieta, in quegli interminabili venticinque minuti; lo racconta oggi dopo tanti anni: "... vedevo dall'espressione del suo volto tutta la sofferenza di quel momento, la lotta che Chiara faceva interiormente per poter dire questo sì a Gesù, ma non ci riusciva. Poi Chiara esce da quella stanza e dichiara il suo sì". Racconta ancora, sua madre, che "la vita di Chiara, da quel momento, cambia in un modo radicale, in un modo meraviglioso. Mi meravigliai di questa cosa e dentro di me parlavo a Gesù e gli dicevo: ora Chiara ti ha detto il suo sì, ma quante volte lo dovrà ripetere? Quante volte cadrà? E invece Chiara non si é più voltata indietro ed ha cominciato il suo calvario nella piena gioia, nella volontà di Dio" (2).


Chiara Badano nasce il 29 ottobre 1971, a Sassello, un piccolo paese nei pressi di Savona. E' proprio un bel tipo, sportiva, gioiosa, volitiva; una gioventù fatta di successi, ma anche di sconfitte, come tanti: c'é spazio anche per una bocciatura in IV ginnasio, subita come ingiustizia. Conosce i gen, i giovani del Movimento dei Focolari e raccoglie la sfida lanciata un giorno da Chiara Lubich ad alcuni di loro: "per fare città nuove ed un mondo nuovo non bastano tecnici, scienziati e politici, occorrono sapienti, occorrono santi". E non ha timore a confidare loro un segreto: Gesù nel momento culmine del dolore e dell'amore, quando giunge, sulla croce, a gridare l'abbandono del Padre per riunirci a Lui e tra noi. Invita loro a riconoscere il Suo volto e ad amarlo con predilezione in ogni dolore piccolo e grande. E' questa la chiave per trasformare il dolore in amore e non restare ripiegati su se stessi, ma proiettati fuori nell'amore. "Non abbiate paura! - aveva detto loro - lasciate fare a Lui il ricompensarvi d'amore. Vi farà felici in questa vita e per l'eternità". Quando Chiara Badano ascolta queste parole é il 1983. Ne sarà l'incarnazione viva.


Che Chiara non si fosse più voltata indietro, nei venti mesi che avrebbe vissuto dal giorno della diagnosi a quello della sua dipartita terrena, attraverso giorni e giorni d'ospedale e di sofferenze fisiche terribili, lo dimostrano innumerevoli testimonianze. Ed hanno dell'incredibile. Perché Chiara "Luce" - il nome "nuovo" che le aveva dato Chiara Lubich un giorno - illumina col suo costante sorriso chiunque le si stringa intorno. Gente che giunge sino a lei per essere di sostegno ed esce da stanze d'ospedale o dalla cameretta della sua casa, rigenerata quando non letteralmente convertita. Racconta Paola, un'amica: "vicino a lei non si sentiva mai, neanche per un attimo, il peso della malattia, del dolore, delle limitazioni. Stando accanto al suo letto ero io ad avere la netta percezione di essere la malata, l'invalida. Io che avevo davvero tutto e non donavo. Vedevo Chiara già in cima alla vetta, una più grande di me, anche se coetanea, che concludeva il suo "santo viaggio". Sentivo di doverle chiedere una mano, il segreto per riuscirci anch'io un po' di più; ma poi, in verità, non occorreva chiedere nulla, bastava guardarla per imparare ad amare sempre e a ripetere con lei: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io. Sei tu, Signore, l'unico mio bene". Rientrando a casa avevo anch'io la certezza di aver vissuto un momento di paradiso". (3)


L'adesione di Chiara alla volontà di Dio, vissuta momento per momento, produce la santità della sua vita, ma soprattutto permette, a coloro che vogliono condividere con lei pezzi di questo percorso, di vivere una profonda esperienza di unità, quella percezione della presenza di Cristo in mezzo a noi, quando siamo uniti nel suo nome. E' per questo che il cammino di questa ragazza diventa percorso di conversione per tutti: genitori e amici, medici ed operatori sanitari, semplici conoscenti o persone del Movimento particolarmente vicine a Chiara. "Dio ti ama immensamente - le scrive Chiara Lubich un giorno - e vuole penetrare nell'intimo della tua anima e farti sperimentare gocce di cielo". Le dona anche un nome "nuovo", che lei aveva chiesto: "Chiara Luce é il nome che ho pensato per te; ti piace? E' la luce dell'Ideale che vince il mondo. Te lo mando con tutto il mio affetto, ti abbraccio e ti sono unitissima nel Risorto".
Chiara "Luce" Badano non chiede altro che non sia questa presenza di Cristo: "Io ho tutto", ripete spesso e non é un modo di dire, poiché spesso dona ai poveri quello che riceve.
Scrive così, un giorno, a Chiara Lubich: "...Nessun risultato, nessun miglioramento. La medicina ha così deposto le armi. Solo Dio può. Interrompendo le cure, i dolori alla schiena dovuti ai due interventi e all'immobilità a letto sono aumentati e non riesco quasi più a girarmi sui fianchi.. Stasera ho il cuore colmo di gioia. Mi sento così piccola e la strada da compiere é così ardua; spesso mi sento sopraffatta dal dolore. Ma é lo Sposo che viene a trovarmi, vero? Sì, anch'io ripeto con te: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io. Sono certa che insieme a lui vinceremo il mondo! "Uno" in Gesù crocifisso e abbandonato, tua Chiara". (4)

E' sempre più dura, alla fine. Ma la scalata verso la vetta non cessa. E Chiara non smette di offrire le sue sofferenze: "Non chiedo più a Gesù di portarmi in paradiso, altrimenti sembra che io non voglia più soffrire". O ancora: "E' un desiderio così grande, che mi sembra di essere "attaccata". Allora mi sto chiedendo, ma non sarà un modo per scappare da questi dolori, dalla volontà di Dio?". E' una santità, un eroismo che ha dell'incredibile. Ma tutto é sempre nelle Sue mani: "Lo sa Gesù quando devo partire".
Nulla é lasciato al caso, Chiara sceglie le letture e i canti per il suo funerale, vuole che sia una festa. Chiede d'essere vestita di un abito bianco: é la sposa che va incontro allo Sposo. Chiede alla mamma di non piangere, perché "quando in cielo arriva una ragazza di diciott'anni, si fa festa", anzi di cantare: "quando entrerò in chiesa, tu devi cantare, perché io canterò con te".
"Mamma, ciao. Sii felice perché io lo sono", sono le sue ultime parole: Chiara nasce al cielo alle 4 e 10 del mattino del 7 ottobre 1990, festa della Beata Vergine Maria del Rosario. E il funerale, una festa, lo sarà per davvero. Il giorno 11 giugno 1999 viene avviata l'inchiesta diocesana per il processo di beatificazione. Durante la GMG del 2000 i gen canteranno davanti a migliaia di giovani una canzone dedicata a lei. E il prossimo 25 settembre 2010, la Chiesa proclamerà beata Chiara "Luce" Badano.



Sono giorni che medito l'esperienza di Chiara nel mio cuore. Giorni in cui cerco di far tacere il chiasso che c'é fuori e dentro me, che provo ad andare alla scuola dei miei ammalati in ospedale. La risposta della sua vita incrocia la domanda di significato della sofferenza che incontro quotidianamente. La loro presenza davanti a me, la loro quotidiana offerta e ciò che viene condiviso assieme, s'intrecciano misteriosamente con l'evidenza della gioia che Chiara ha mostrato, lungo tutto il percorso della sua santa esistenza.
Ma, soprattutto, mentre scrivo e sistemo queste righe sul blog, domando a me stesso quale significato abbia la parola santità nella mia vita. Guardo le mie infedeltà e contraddizioni, ma, allo stesso tempo, anche la tensione e il desiderio. Capisco come tutto si giochi dentro il quotidiano, momento su momento, goccia dopo goccia, come aveva fatto Chiara. Solo ciò che é vissuto bene in questo modo diventa tassello di un mosaico, che alla fine compone il Disegno di un'intera esistenza. Allora tutto é importante, anche quando tutto sembra così diverso. Ad una sola condizione: che non si tratti di una questione di tenacia o di obbedienza - destinate ad infrangersi più o meno in fretta, ma inesorabilmente - ma una faccenda d'amore. E l'amore é quella cosa che sta in mezzo tra il dire e il fare, come ho sentito dire da un amico, proprio in questi giorni. L'amore con la A maiuscola, quello di Dio, l'Amore a cui affidare il nostro, manifestato in ogni gesto, dal più piccolo ed insignificante, al più eroico.
E' una faccenda d'amore, quella che riunisce il pensare, il dire e l'agire, che racconta della storia di Chiara Luce Badano, come potrebbe raccontare della mia e di quella di ciascuno. "La storia tra Chiara e Dio - conclude il libro di Mariagrazia Marini - é una storia d'amore; un grande e appassionato amore reciproco. Amore infuocato dal desiderio ardente di poterlo condividere. "Siate fuoco!" ha gridato il Santo Padre alla GMG del 2000 ai giovani di tutto il mondo. Chiara Luce attesta che, oggi some sempre, la risposta é possibile".
Perché santi per vocazione, se solo lo desideriamo, lo siamo tutti.
Nessuno escluso.






Note e links:
(1) tratto da Mariagrazia Magrini - Di luce in luce - ed. San Paolo
(2) l'intervista a Maria Teresa e Ruggero Badano a questi link: http://www.youtube.com/watch?v=dIWOkiOmSJ8
(3) tratto da Mariagrazia Magrini - Di luce in luce - ed. San Paolo
(4) ibid.
Oltre al libro di Mariagrazia Marini, la biografia di Chiara Badano é narrata nel libro di Michele Zanzucchi, "Io ho tutto", ed i nquello di Franz Coriasco, "Dai tetti in giù", entrambi editi da Città Nuova.
Molte notizie su Chiara e sulla sua prossima beatificazione anche a questo link:

TRASMISSIONI TV
RAI 2 – Programma “Le vie di Damasco” – Sabato 25.9 dalle ore 10,15 alle 11,15
l’intera trasmissione sarà dedicata a Chiara Luce con intervista in studio, con la vice-postulatrice Maria Grazia Magrini, e servizi in cui saranno inseriti: un brano di Chiara Lubich, interviste ai genitori, a Chicca e Franz Coriasco e ai gen.
RAI 1 – Programma “A sua Immagine” – Domenica 26.9 dalle ore 10,30 alle 12,20 circa.
Alle 12 si collegano con l’Angelus del Papa che parlerà di Chiara Luce ( Il programma è in costruzione).

Thursday, May 06, 2010

FRIENDS


Andai a cercarlo un freddo mattino d'inverno. Nuvole grigie e pioggia, alba senza sole dopo una notte buia e senza stelle, passata lungo le torri di un'infinita guardia d'ospedale. In tasca un indirizzo sicuro, ma, arrivato lì, non lo trovai: lui, al cimitero di Bruzzano non c'era più. Trasferito altrove, mi disse poi un amico, sul lago, forse in una cappella di famiglia, certamente in un posto molto più bello di quello.
Mi spiacque, e molto, perché Antonio era entrato dritto negli anfratti più profondi del mio cuore ed ora io avevo bisogno in qualche modo d'incontrarlo. Ma fu il dispiacere di un istante, una tristezza subito fugata via dalla certezza che potevo continuare a vederlo con gli occhi dell'anima e del cuore. E questo mi bastava.
Antonio Rodari era un medico, padre di tre figli, l'ultimo dei quali affetto da sindrome di Down; lavorava all'Istituto dei Tumori di Milano e per parecchi anni aveva svolto parallelamente anche la professione di medico di famiglia. Si era ammalato di un tumore al rene, un giorno d'estate del 1979. L'intervento chirurgico, la convalescenza e poi il ritorno a casa, la ripresa del lavoro, la vita in famiglia e con gli amici, più bella e più intensa di prima. Chiede, con insistenza, solo una grazia: quella di poter vivere altri dieci anni, il tempo d'accompagnare il figlio più grande sino ai vent'anni. E il Signore gliela concede, prendendolo con sé un altro giorno d'estate, nel 1990: "In fondo una guarigione del corpo, che comunque il Signore potrebbe accordare a me come a chiunque, sarebbe pur sempre una guarigione provvisoria - aveva detto un giorno - invece il ritornare e l'essere accolti nella sua casa é un abbraccio definitivo, per l'eternità, per la vita".
Comincia a scrivere il suo diario nel periodo dell'intervento, poi prosegue ad annotare tutta la sua vita, sin quasi alla fine. Scrive del lavoro, della famiglia, della comunità di amici che sempre lo sostiene ed é giudizio sulla sua esistenza. Parla della malattia che lui non chiamò mai "disgrazia": preferendo lasciare solo quel "grazia" finale e vivere la questione così. Il diario diventa, dopo la sua morte, un libro: "La camomilla ha sconfitto il male". Già, perché un giorno, il significato più profondo della vita e del dolore, lui l'aveva compreso fissando lo sguardo dentro un campo di fiori: "sembrerà incredibile, ma ciò che in questo momento mi costringe a conservare la speranza, mi lega quasi inesorabilmente ad una fede che le circostanze di per sé non giustificherebbero minimamente é un banalissimo giardino pieno di camomilla, di camomilla intesa come pianticella recante all'apice una miriade di piccoli fiori dalla corolla giallo-oro, circondata da una linea di piccoli petali bianchi. E' la memoria di quest'incontro che ho fatto da bambino, che ha generato in me una gioia indimenticabile, che giustifica ora la mia speranza in Cristo".

* * * * *

Quella stretta di mano, forte, te la ricordavi ancora.
Eppure lo scontro era stato duro, senza esclusione di colpi. Posizioni inconciliabili, apparentemente senza possibilità di una via d'uscita condivisa. Ma alla fine c'erano state quelle parole strane, quegli sguardi così nuovi e tu capivi che non potevi censurare la realtà, deformarla a tuo piacimento per compiacerti dentro le tue ragioni. Non quella volta, almeno.
Dentro quel litigio - furibondo - lui ti aveva ringraziato per avergli parlato, per essere tornato indietro da lui. Ed alla fine aveva pure stretto la tua mano, in un gesto che ti aveva sorpreso e colpito letteralmente in contropiede. Aveva persino avuto parole di stima per la tua fede e per la tua famiglia, eppure tu non gliene avevi mai parlato sino ad allora.
Era così che ti era tornato in mente Domenico, quell'amico così caro. La sua lezione, tu non l'avevi mai dimenticata. T'aveva aiutato a diventare uomo, e tu, grazie a lui, grazie al suo cammino in compagnia col tuo, avevi afferrato la presenza di una Misericordia più grande, che sempre ti guardava anche quando tu non la vedevi, pronta a liberarti dall'esito delle vicende della vita. Avevi compreso - finalmente - che relazione non é attendere la soddisfazione di ciò che é andato bene, ma credere al senso dell'altro che ti sta davanti, anche dentro il contrasto e l'incomprensione.
Domenico Mangano, alla fine, s'era ammalato di tumore. Ed anche lui, come Antonio, non smetteva mai di ringraziare. Anche quel giorno, in cui aveva appreso la notizia che, nonostante undici cicli di chemioterapia, la metastasi al polmone s'era ingrandita; lì per lì aveva fatto fatica ad accettare quell'urto violento, che aveva fatto di nuovo irruzione dentro la sua vita, ma poi era accaduto qualcosa: "(...) Il giorno dopo, di buon mattino, durante la mia quotidiana, lunga passeggiata, ho chiesto a Gesù e a Maria perché non vivessi la stessa gioia dell’anno scorso, all’apparire del tumore, dopo l’operazione, nei cicli di chemio… E ho sentito forte una voce che mi diceva: “Non fermarti al particolare, a questo pezzo di vita che stai vivendo; guarda l’insieme, il traguardo: la santità, il Paradiso. E’ necessaria una sterzata per non sbagliare strada! E una gioia immensa ha invaso il mio animo, una gioia ancora più grande della precedente."
Poi, quel giorno, poco tempo prima di morire, aveva parlato davanti a tutta quella gente, s'era messo a raccontare a tutti dove stava il segreto di quel gusto per la vita, come rivestirsi di un abito di speranza che non si sporca mai . E tu, quelle parole, non le avresti lasciate mai più, te le saresti portate addosso per sempre: "la nostra vocazione, cioé il nostro essere figli di Chiara (Chiara Lubich, nda), comporta che noi costruiamo rapporti d'amore, che significa amare colui che mi sta di fronte nell'attimo presente. Questo amore, questo uscire da me stesso, questo farmi uno, questo amare per primo, questo amare senza giudicare, questo amore, comporta una risposta che può essere un rifiuto o un'accettazione. Se é un rifiuto, é la nascita di Gesù Abbandonato, e l'abbraccio di Gesù abbandonato é sempre un Gesù riconosciuto e perché riconosciuto, quel Gesù emana il suo spirito, cioé emana lo Spirito Santo, che raggiunge anche quella persona che rifiuta il nostro amore e lo raggiunge in un modo misterioso che noi non sappiamo, ma lo raggiunge, come raggiunge noi. Se c'é invece un gesto d'accettazione, indipendentemente dal fatto che lui sia o no cristiano, che lui sia o non un credente, indipendentemente da questo fatto, per il semplice fatto che c'è un sorriso o c'è una manifestazione di reciprocità, nasce Gesù perché anche lui ha abbracciato Gesù abbandonato. Cioé in un certo senso anche lui é uscito da se stesso ed é una cellula, é un seme. Se noi questo rapporto lo portiamo avanti, vediamo che genera delle cose meravigliose".

* * * * *

E poi, alla fine, era arrivato pure Enzo, che una volta per tutte ti aveva spiegato cosa significasse voler bene. Aveva preso l'esempio più calzante, una di quelle cose vissute anche da te, non una ma dieci, cento volte. Tornare a casa tardi, alla sera, il fisico e la mente quasi consumati dall'intensità di una giornata vissuta con pienezza sino in fondo. E, laggiù nelle loro stanze, rischiarati dalla luce soffusa di una lampadina accesa da lontano, quei "gomitoli" nel letto, i tuoi figli addormentati e tu a prenderteli su, ad accarezzarli e baciarli, a dire a te stesso più che a loro, ma sì, mi sembra proprio di volergli bene. "Non é mica così che si vuol bene!" gli aveva risposto invece di getto Don Giussani. E poi aveva aggiunto: Guarda, il modo vero di voler bene è che proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e rascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: “Che ne sarà di loro?”, perché voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no».
Anche Enzo Piccinini era diventato uno di quegli amici di cui non avresti più potuto fare a meno. Ma anche Enzo, il Signore se l'era portato via con sé. Ma che razza di amministratore é - aveva esclamato quell'amica - il propreitario di un'azienda che lascia andare via i suoi uomini migliori? Un mistero difficile da spiegare, eppure Enzo é ancora lì, insieme a Domenico e ad Antonio, a prendere per mano ogni istante della mia vita insieme a quella di tanti altri amici.

* * * * *

Le vite di questi uomini sono diventate un libro, uno per ciascuno e c'é dentro tutto questo e anche di più. Così, se avete un po' di tempo, voi amici miei, voi viandanti che passate da questo blog, spegnete la musica, le voci, le luci della città e mettetevi a leggere per un po'. Procuratevi questi libri ed entrate dentro la storia di Antonio, di Domenico e di Enzo. E quando, voltata l'ultima pagina, vi ritroverete un'altra volta dentro la vostra strada, piena di quelle luci, di quella musica e di quelle voci, scoprirete che il Bello e il Vero che vi pareva d'aver perso erano sempre stati lì.
E che la vita, come diceva Enzo,"è un’ipotesi positiva" e che il tempo "che per tutti è sinonimo di decadenza, lavora in positivo". "Se guardo la mia vita - diceva Enzo - che razza di roba è successa! Dico sempre: se è successo così fino adesso, immaginiamoci cosa succederà nel futuro! Ne vedremo delle belle. È interessante, no? È un’avventura".
Proprio così, un'avventura, da vivere sino in fondo, ma soprattutto da non vivere da soli, perché non siamo stati fatti per camminare da soli.
E con gratitudine, come diceva ancora lui, che alla fine aggiungeva riguardo alla vita: "perciò non ho paura di darla tutta".

Antonio Rodari - La camomilla ha sconfitto il male - BUR
Paolo Crepaz - Frammenti di reciprocità. La vita di Domenico mangano - Città Nuova
Emilio Bonicelli - Enzo. Un'avventura di amicizia - Marietti 1820

Sunday, March 14, 2010

UNA SOLA EREDITA'

"Che tutti siano uno (Gv 17,21)
Per quelle parole siamo nati, per l'unità,
per concorrere a realizzarla nel mondo"

Chiara Lubich
(22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)



"Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi - sicura d'esser capita nel senso più esatto - : "Siate una famiglia".
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro.Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all'ultimo istante.
C'é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l'anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.
C'é qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete.
E dove andate per portare l'ideale di Cristo... niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... é, insomma, la carità vera, completa.
Insomma, se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: "Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno".

Chiara

Friday, February 05, 2010

E NOI ABBIAMO CREDUTO ALL'AMORE


Se mai scriverò un libro, mi piacerebbe intitolarlo così: "E noi abbiamo creduto all'amore".
E' una frase di Chiara Lubich tratta da un brano, che ho messo in fondo al blog.
In fondo al blog, cioé quel posto dove anche i lettori più fedeli difficilmente vanno a guardare, ma dove invece, magari, vai a mettere proprio le cose a cui tieni di più, quello zoccolo duro a cui vuoi rimanere attaccato ad ogni costo.
E' un brano di Chiara, che mi sostiene in questo periodo più di ogni altra cosa, che mi fa superare ogni difficoltà ed ogni tristezza, ogni dolore che vedo negli altri e dentro me. E che, allo stesso tempo, non mi permette di volare su facili entusiasmi, ma mi consente di consegnare la mia gioia - attimi presenti vissuti come frammenti di luce e di reciprocità - nelle mani di Colui che me l'ha donata.
E allora lo metto anche qui, in cima al blog.
Per potermelo rileggere e riascoltare, come quelle canzoni di cui senti di non poter mai fare a meno.
E per farlo leggere anche a chiunque passasse di qua e volesse fermarsi un poco qui con me.
Come si fa con quelle canzoni che si vorrrebbero ascoltare sempre insieme.

"Un fatto. Facevo ancora scuola. Un sacerdote di passaggio bussa alla porta della classe. Mi domanda di offrire un' ora della mia giornata per le sue intenzioni. Rispondo: "Perché non tutta la giornata?". Colpito da questa generositá giovanile, mi fa inginocchiare, mi benedice e mi dice: "Si ricordi che Dio la ama immensamente". È la folgore. "Dio mi ama immensamente". Lo dico, lo ripeto alle mie compagne: Dio ti ama immensamente. Dio ci ama immensamente. Da quel momento scorgo Dio presente dappertutto col suo amore: nelle mie giornate, nelle mie notti, nei miei slanci, nei miei propositi, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi, scabrose, difficili. C’è sempre, c’è in ogni luogo e mi spiega. Che cosa mi spiega? Che tutto è amore: ciò che sono e ciò che mi succede; ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che sono figlia sua e Lui mi è Padre; che nulla sfugge al suo amore, nemmeno gli sbagli che commetto perché Egli li permette; che il suo amore avvolge i cristiani come me, la Chiesa, il mondo, l’universo. La conversione è avvenuta. ‘La novità’ è balenata dinanzi alla mia mente: so chi è Dio. Dio è Amore. E’ questa la nostra grande, grandissima scoperta. Noi crediamo all’amore. Questa è la nostra nuova vita. Per questo manifestiamo il desiderio d’essere sepolte - qualora fossimo morte per la guerra - in una sola tomba con sopra scritto come nostro nome, perché quello era il nostro ‘essere’: ‘E noi abbiamo creduto all’amore’(cf 1 Gv 4,16)”

(Chiara Lubich)

Thursday, July 16, 2009

AUGURI EMMAUS



Oggi, 16 luglio, é il compleanno di Maria Emmaus Voce, attuale presidente del Movimento dei Focolari. Mi piace ricordare, in questo giorno, questo scritto di Chiara Lubich del 25 dicembre 1973, divenuto vero e proprio suo testamento.
Auguri Emmaus !

“Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia”.
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali ?
Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola e con l’esempio.
Non lasciate mancar loro, anzi crescete attorno a loro il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente ?
Siano i fratelli prediletti. Patite con loro, cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori.
Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica, affinché sappiano che essi, più di altri, vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono ?
Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante.
C’é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo ?
Godete con lui perché la sua consolazione non sia contristata e l’anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. 
C’é qualcuno che parte ?
Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale – quindi neanche le preghiere o la Messa – né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete.
E dove andate per portare l’Ideale di Cristo, per estendere l’immensa famiglia dell’Opera di Maria, niente farete di meglio che cercare di creare, con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia.
Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia, é la carità vera, completa.
Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “.

(Chiara Lubich)