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Wednesday, September 05, 2012

QUELLA FERITA DEI SIGUR ROS


Nuvole basse, l’umido grigio di un autunno arrivato troppo presto. Le mura imponenti del Castello Scaligero circondano zolle di terreno instabile e fangoso, insidioso come quello di una baia tormentata ogni giorno da incessanti maree. Sembra un angolo di terre del nord, questa sera, Villafranca di Verona, e l’Islanda non appare poi così distante, nonostante il suo linguaggio astruso. Sigur Ros, chi sono costoro? Un gruppo post-rock, capace di attirare l’attenzione degli addetti ai lavori o dei pochi e soliti affezionati fans? No, non è solo per pochi il concerto di oggi, ed il colpo d’occhio sulla gente accorsa sino a qui è impressionante, a testimonianza della fama di un gruppo che é cresciuta poco a poco anche in Italia.(.....)




Friday, December 02, 2011

INNI


"Quand Sigur Ros joue, les volcans islandais font silence"


Sigur Ros é il nome dato ad un gruppo post-rock, recita l'onnipresente ed onniscente Wikipedia, Treccani degli studenti di oggi, ragazzi abituati a gestire l'enorme flusso d'informazioni presente oggi nella rete, spesso senza aver acquisito né il senso critico per valutarle, né una conseguente capacità di analisi e di concentrazione su qualcosa che duri più di un paio di minuti. Problema che riguarda anche gli adulti, d'altra parte. Si scorre tutto velocemente ed anche un blog diventa valido solo se si aggiorna quotidianamente, se acquista lettori in base al flusso, neanche si trattasse di FTSE Mib o Dow Jones invece che di narrativa. Il figlio di un mio amico, ottimo scrittore, ha un blog, dove pubblica un post al mese. Uno solo e non di più, perché - dice - altrimenti non riesce più ad applicarsi seriamente alla lettura ed alla propria scrittura, lui che scrive come minimo tre o quattro ore al giorno, perché scrivere é un lavoro come un altro e quindi bisogna continuare a praticarlo con impegno e serietà, ogni giorno. Un post al mese, che viene voglia di leggere più di una volta al mese. C'é da imparare da gente così.


Post-rock, dunque. E cosa vuol dire? Che il rock é morto? Già lo sapevamo. Epoche della musica come quelle della storia, moderna e post-moderna? Mah, argomenti di poco interesse, tutto sommato. Quel che conta é che la musica sia buona e basta. E l'ultimo disco del gruppo islandese, primo vero lavoro dal vivo della band, é cosa bella e giusta.
Dice il sito ufficiale che quello di Inni é una sorta di percorso a ritroso, una strada di ritorno dopo essere partiti ed arrivati a Heima, che sposta l'attenzione sui singoli musicisti e sul prodotto del loro stare insieme - la musica - dipinto con le sole tinte del bianco e nero.
E' davvero così. Se Heima ci aveva affascinato con il magico accostamento delle sonorità di Jonsi & soci ai colori suggestivi dei paesaggi delle terre del nord, allo stesso modo é il bianco e nero che serve ora a camminare lentamente, ma con intensità, lungo questo nuovo percorso così introspettivo. A corredo del doppio cd, un dvd con immagini dal vivo, anch'esse prevalentemente in bianco e nero e filmate con una tecnica di ripresa che intensifica le emozioni attraverso tagli ed inquadrature bizzarre o messe a fuoco inusuali. Si é costretti a concentrarsi sulla musica, lasciando perdere tutti gli orpelli che non servono a penetrarne i recessi più nascosti per raggiungerne il senso più profondo. E si finisce per identificare quella stessa musica con il musicista e il suo strumento, si tratti dello xilofono o della bowed guitar (la chitarra suonata con l'archetto) oppure della stessa voce, quando utilizza ad esempio il vonleska (hopelandic, nella lingua inglese), efficacissimo metodo - accentuato dall' eterea voce in falsetto di Jonsi - che perde di vista il testo per trasformare le parole stesse in suoni da accoppiare alle melodie degli strumenti stessi.

In fondo mi sento un po' post-rock anch'io. Non m'interessano più gli stereotipi, le enciclopedie od infinite recensioni storico-biblio-musico-saccentografiche sparpagliate ormai un po' dappertutto. Mi appassiona sempre più ciò che riguarda la vita, musica che sia in grado di farmi aggrappare alla realtà, circostanze abbracciate e capaci di muovere l'anima ed il cuore, cuore attaccato dove deve stare, sul disegno del Volto buono del Mistero che ha a cuore sempre e soltanto il nostro bene.
Poco importa poi che questo accada mentre le note della musica fuoriescono dallo stereo dell'auto, riuscendo a trapassare anche la nebbia più fitta che la circonda al mattino, oppure nel profondo della notte, quando tutto ormai si é addormentato intorno a te ed al tuo sonno mancano ormai solamente le preghiere e l'ultimo esame di coscienza del giorno.
Un inno é qualcosa che nasce da quello che ti é maturato dentro e che ha fatto uscire gratitudine e gioia, desiderio e speranza che poggia su ciò che non muore. Musica come questa ci riesce, che poi si tratti di rock o post-rock é solo un dettaglio.
E' di anima che si tratta. E questo mi basta.

Monday, February 22, 2010

AQUILONI


C'é un film, un po' concerto e un po' documentario, insomma quelle cose che piacciono a noi, fatte di tanta musica, immagini e pensieri, che negli ultimi tempi mi capita di rimettere spesso e volentieri nel lettore dvd di casa. Capita soprattutto in certi momenti, quelli che si coniugano con la malinconia, perché di questa é intriso questo film fino al midollo, dentro i suoni ed i paesaggi di cui é composto. Malinconia, però, capace di condurre altrettanto bene verso la bellezza, attraverso quegli stessi paesaggi ed i tempi straordinariamente morbidi di narrazione.
La band é quella degli islandesi Sigur Ros ed il film, Heima, narra la storia della loro strada verso casa, quella fatta di una serie di concerti svoltisi nella loro terra d'origine, alla fine di un tour mondiale che li aveva portati un po' dappertutto. E' un racconto affascinante, che viene mostrato attraverso splendide riprese, che mostrano i luoghi dove il gruppo si é trovato a suonare; gruppo talvolta solo, dentro le rovine di una fabbrica o fuori sotto un freddo cielo grigio-azzurro del nord, magari vicino ad una casa abbandonata; altre volte in mezzo a pochi spettatori, quasi fosse un tranquillo cantare tra amici intorno al fuoco alla sera, mentre ci si passa la bottiglia del vino e si mangia assieme qualcosa che sia capace di scaldare l'anima oltre ai muscoli ed al cuore. Altre volte ancora il concerto raccoglie molte più persone, ma sempre c'é una natura a fare da sfondo a questi suoni, che li avvolge, ma allo stesso tempo li fa nascere, perché é solo guardando questo film che, forse, si capisce sino in fondo una proposta musicale troppo spesso spacciata frettolosamente per triste e faticosa e quindi altrettanto facilmente allontanata da sé senza provare ad entrarvi sino al profondo.


C'é un passaggio del film in cui anche lo spettatore giunge al concerto a poco a poco, accompagnando a piedi tutti coloro che vede nello schermo e camminando lentamente lungo lo spettacolare altopiano che sovrasta i canyons di Asbyrgi; spettatore che, arrivato infine sul luogo del concerto, si trova assieme a famiglie e bambini, quasi fosse una festa di paese; bambini, tanti, di cui tutto il film é costellato, presenza gioiosamente disposta tra una canzone e l'altra, momenti di gioco spensierati, talora persino in mezzo all'acqua che, a prima vista, sembrerebbe troppo fredda persino per loro, inossidabile gente del nord. Bimbi che, spesso e volentieri, arrivano anche vicino ai musicisti, toccano le loro gambe e gli strumenti, giocano letteralmente con essi. Bambini e ragazzi che, prima del concerto, giocano con decine e decine di aquiloni, magari dopo aver cenato liberi sul prato; aquiloni liberi di volare su nel cielo, sostenuti da fragili ma felici mani.

Ho sognato d'essere libero come un'aquilone anch'io, di staccarmi dalla mia tristezza e dalla malinconia, quando mi assalgono in maniera troppo forte perché io riesca a sopportarla.
Ho pensato al grido di bisogno tutto intorno, quando é troppo forte per essere sufficientemente sostenuto dall'umano dentro me. Grido come bisogno di tornare sulla strada che porta verso casa, un sentiero di certezze e sicurezze che sia più grande del mio stesso camminare, fattosi semplice incedere barcollante, paurosamente incerto sulla consistenza della meta, troppo lontana per essere intravista durante il viaggio.



Un giorno di qualche anno fa uno dei miei figli tornò a casa dalla scuola materna con una richiesta un po' strana: quella di posare il palmo della mia mano su una bacinella piena di colore, per farne poi un'impronta su un foglio tutto bianco. Dopo un po' di tempo, il giorno di San Giuseppe, ritornò a casa col risultato finale, la mia mano intrecciata con la sua e sotto una scritta: "cammino sicuro nel mondo tenendo la mano del mio papà".
Capii quel giorno che un bambino non mette mai in discussione il fatto che il proprio papà o la propria mamma siano capaci di volergli sempre bene, qualunque cosa accada. E' per questo che un bimbo cammina sicuro per il mondo, anche quando sembra che compia gesti inadeguati; il fatto é che lui non mette mai in discussione un amore più grande che lo sostiene in ogni circostanza. Come un aquilone che vola libero nel vento, il bimbo é sicuro di una mano più grande di lui, che lo lascia libero ma sempre lo guida e lo sostiene e, per nessuna ragione, lo abbandonerebbe mai.
E' per questo che il cuore di noi adulti, divenuti troppo grandi e troppo insani, troppe volte vacilla e s'incupisce nella malinconia e nella tristezza più profonda: ha semplicemente smesso di guardare alla mano di un Padre più grande, Uno che non smette mai di camminare insieme a lui, anche nelle circostanze più avverse e misteriose.
Basterebbe ricordarsi di questo, in fondo, per tornare a volare liberi nel cielo.
Come quel gruppo di aquiloni spensierati, sopra un cielo azzurro d'Islanda.