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Tuesday, October 28, 2014

GLI OCCHI DI CATERINA E DI SIMONE

Gli occhi di Caterina corrono su e giù per l’oratorio. Sfrecciano da un angolo all’altro, inseguono ogni cosa con curiosità e stupore. Dall’alto delle spalle del papà, sanno cogliere il particolare di ogni istante, quel frammento nel quale è sempre contenuto il tutto. Gli occhi di Caterina ogni tanto incrociano quelli di Simone. Occhi diversi, eppure con lo stesso sguardo. Quello che racconta del desiderio di Amore e Bellezza scolpito da sempre nel loro cuore (...)

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Thursday, February 23, 2012

STORIE DI SEMPLICE COMUNIONE


Nel silenzio del momento dell'elevazione sembra ancor più solenne e affascinante. Il suono delle campane, le campane del duomo di Milano. E' in quel momento che lo sguardo, assorto in preghiera, si rialza e guarda un popolo che riempe la cattedrale tutta intera. Non c'é più un posto, né a sedere né in piedi, per il popolo del don Gius, nell'anniversario del suo Dies Natalis, celebrato insieme al suo arcivescovo. Ed io lì con loro, con mia moglie e la mia figlia più grande. Con tutta la mia storia ed un suo pezzo che passa anche da qui.
Ed é in quel momento che mi commuovo per la seconda volta.

La prima era stata alla fine dell'omelia, quando Scola dice a tutti che é l'Unità la strada maestra per me, per te, per tutti. Cita Pentecoste '98, dice che "comunione" é "liberazione". Ed io ripenso a quella foto, appesa nel salotto di casa: Chiara che dà la mano a Giussani davanti alla cattedrale del primo papa della Chiesa. "Siamo una cosa sola", aveva detto il don Gius quel giorno: "L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?".
Unità, oggi come allora, oggi più di allora.

La terza commozione é un sorriso. Il sorriso di Scola, quando lascia perdere il suo scritto e parte "a braccio", tira fuori quello che ha nel cuore. E' la fine della celebrazione. Ha appena parlato Carron, ha ringraziato lui, il don Gius e tutti i presenti. Una benedizione finale e si va tutti a casa. E invece no. Il cuore dell'arcivescovo torna fuori, ed ha ancora qualcosa da dire a quello di tutti noi. Parla dei sorrisi di Giussani, tutti i tipi di sorrisi di cui quell'uomo era capace. Dice che ce n'é uno speciale, quello che ti riservava quando gli chiedevi aiuto. Un sorriso meno gioioso, brioso, ma profondo e penetrante. Un sorriso che era abbraccio. "Non ti risparmiava niente, il don Gius", ci dice, "ma soprattutto non ti risparmiava il tuo bene". "Ed é così che si fa ad amare", aggiunge.

C'è bisogno di un amore così per andare avanti, un amore che ha a cuore il tuo bene. Questo é il sorriso di Dio, da dispensare al fratello che ti passa accanto. Il 14 marzo saremo di nuovo lì, col nostro arcivescovo ed il popolo focolarino in Sant'Ambrogio. Per il dies natalis di Chiara, questa volta. Per dire con la nostra vita che l'unità é possibile. Che il testamento di Gesù é l'eredità più preziosa.
E che la comunione tra gli uomini é la nostra unica e vera liberazione.


Sunday, February 12, 2012

SCUOLA DI MATEMATICA

Una bella domenica di gennaio, il freddo non ancora intenso come quello del febbraio che deve ancora venire. Un gruppo di amici, famiglie, bambini, gente di ogni età. E un prete in mezzo a loro, quello che si diverte sempre a spiazzarti. C'é il vangelo di Matteo, durante la messa, quello che parla dei pani e dei pesci. Quello che lo conoscono anche i sassi, anche quelli che a messa, tutte le domeniche, non ci vanno affatto. Nell'omelia ci chiede quale operazione abbia compiuto Gesù quella volta, quel provocatore dell'amico prete. E ci frega anche stavolta. Perché per tutti, grandi e piccini presenti, la risposta è una sola: moltiplicazione. Non é una moltiplicazione, amici, ci siete cascati ancora. E' una divisione, quella che fece Gesù quella volta, tanti anni fa. Anzi, di più: una condivisione. Ed il risultato è la sovrabbondanza: una folla intera che mangia e si sfama, migliaia di persone sedute in riva al lago. E dodici ceste piene di pezzi di pane e di pesce portate via perché avanzate alla fine. Ciò che opera la Grazia, davanti a un cuore sincero, è sempre di dare oltre la misura di cui hai bisogno.

A scuola di condivisione, in realtà, avevamo cominciato ad andare già un paio d’ore prima, ascoltando il racconto di Paolo ed Enza, una coppia della comunità Sichem di Olgiate Olona, che ci aveva raccontato la loro esperienza. Otto famiglie che hanno cercato e trovato una nuova casa, le une accanto alle altre, per condividere gioie, speranze, sofferenze, e per allargare la propria casa all’accoglienza verso altre persone e famiglie in condizioni di temporaneo bisogno. Tre cortili di una cascina ben ristrutturata, dove anche armonia e bellezza sono il segno di una fraternità vissuta. Paolo ci parla di “pregiudizio positivo”, che è lo sguardo verso il fratello che a loro piace avere in ogni circostanza, e si potesse prendere di loro anche solo una cosa da portare a casa, basterebbe già questa a cambiare lo stile della nostra giornata. E’ bello sentirli parlare di alleanza tra famiglie che si apre all’accoglienza ed è per questo che quel Vangelo di Matteo e quell’omelia trovano poi terreno fertile su cui plasmare menti che stanno provando ad andare ad una scuola di matematica nuova, dove s’insegna che la condivisione genera più dell’addizione e della moltiplicazione.

Lo si sperimenta già a tavola, per il pranzo, dove la comunione è d’anima e di beni. Si divide quel che c’è: il cibo ed il desiderio di bellezza che ciascuno ha dentro sé e che si esprime nell’allegria e nell’armonia del nostro stare insieme. Il pomeriggio, in visita alla Badia di San Gemolo é l’occasione per continuare a mettere in pratica ciò che poco a poco stiamo imparando. “Siamo pronti a perdere la testa per Dio?”, ci provoca ancora don Paolo, davanti alle reliquie del Santo e nel luogo in cui egli fu martirizzato, una cappellina distante una quindicina di minuti dalla Badia, raggiunta dopo una bella passeggiata nel bosco. Scegliere la strada della fraternità in Cristo non è, evidentemente, solo questione di convenienza. E’ desiderio di bellezza, entusiasmo del cuore che comincia a palpitare nel petto quando incontra l’Amato, desiderio, una volta trovata la perla preziosa, di vendere tutti i propri beni per acquistare solo quella.

Alla fine del giorno, è un piccolo gruppetto di amici, quello che si saluta sorridente davanti alle macchine, prima d’intraprendere la strada che porta verso casa; poche persone, forse, qualcosa d'insignificante davanti alla grandezza del mondo che c'é là fuori, con tutte le sue tristezze e i suoi dolori, ma che ha con sé la perla preziosa: Gesù tra loro perché uniti nel Suo nome. E che, a Lui piacendo e se vivrà così, può diventare sale della terra, proprio come quei pochi pani e pesci che hanno nutrito una folla intera.
Mentre l’auto corre veloce lungo la strada, l’orizzonte oltre il parabrezza è un tramonto fatto di spicchi rosso fuoco, che contendono all’azzurro gli spazi del cielo. La bellezza del creato è la cornice di un quadro, quella che una piccola comunità di persone ha dipinto nel suo essere famiglia. Cosa desiderare d’altro, se non di continuare ad essere il pennello nelle mani di un Altro?

Sunday, September 25, 2011

RIPORTANDO TUTTO A CASA

Cronaca di un weekend. Sulle tracce del nuovo arcivescovo nel suo ingresso a Milano.
Riportando tutto a casa.


C’è una frase, scritta su un poster, appeso sopra il tavolo di cucina, che rincorre spesso i miei pensieri. Parole sulle quali lo sguardo assonnato del mattino si sofferma, tra una fetta biscottata e una tazza di caffé e che narrano di Giovanni e Andrea che seguirono Gesù fino a casa sua, perché o Cristo era un’esperienza del presente, o il loro io non sarebbe stato mosso né cambiato. Ecco cosa sto facendo anch’io, in fondo. Seguire. Andare dietro ad un avvenimento, che oggi ha la forma dell’ingresso di un arcivescovo a Milano, ma la cui sostanza è far diventare esperienza ciò che mi viene dato ora, perché divenga bellezza e felicità per la mia vita di ogni giorno.

Si comincia nella “sala blu” della mia parrocchia, al venerdì sera. E c’è già da incontrare un pezzo del nostro cuore. Don Piero Re, il vecchio parroco, è tornato in San Protaso, a raccontarci del suo amico Angelo Scola. Della sua vita, del suo magistero, dei suoi compagni di cammino. E’ un racconto, il suo, intenso e appassionato, fatto anche di pezzi di vita condivisa, dettagli sul cardinale che non si leggono sui giornali e che servono già a far crescere un’affezione: “impareremo a volergli bene”, ci dice subito, all’inizio, ed a noi non viene voglia di fare nient’altro se non d’intraprendere un cammino d’affetto, quello che il cardinale, un attimo dopo essere stato nominato, ha chiesto ai milanesi assieme alla preghiera. Un’ora e mezza passa in un baleno e serve a ciascuno per conoscere un po’ di più chi sta arrivando in città. Le ultime parole della serata sono quelle di alcuni giornalisti che lo hanno conosciuto: “non attendetevi un manager, ma un pastore, che desidera solo testimoniare e diffondere l’attenzione a Cristo e proporre a tutti la fede cristiana come il sale che dà il sapore e la forza alla vita dell’uomo. E’ uomo di grande intelligenza e cultura, ma sempre affabile e semplice: accoglietelo senza pregiudizi, vi sorprenderà”.

Già, perché quella del pregiudizio è un’ombra che sembra essersi già allungata: dicono che ci sia chi non gradisce l’arrivo del nuovo arcivescovo e che si stia già ostacolando il suo cammino. E’ una vecchia storia, roba già scritta nel Vangelo e nella storia della Chiesa, che sa tanto di quella persecuzione prerogativa della vita dei cristiani veri. Ma Milano, domenica pomeriggio, non sembra avere intenzione di dar retta a costoro e riserva al cardinale un bagno di folla in piazza Duomo. I maxischermi inquadrano il suo volto sorridente, mentre, dopo essere sceso dall’auto proveniente da S. Eustorgio, attraversa la piazza fermandosi a salutare tutti quelli che può, fino all’abbraccio più importante, quello con Dionigi Tettamanzi; abbraccio così forte che quasi entrano tutti e due a braccetto in chiesa ed è una tenerezza che si fa strada sotto forma di brividi che scorrono sotto la pelle. Noialtri, già dentro in cattedrale, abbiamo udito la raccomandazione di non applaudire più, dopo l’ingresso in Duomo, fine alla fine della celebrazione, ma nessuno riesce ad ubbidire e l’applauso si ripresenterà, anche durante alcuni momenti della liturgia. E’ la Milano della sequela e dell’affezione che cresce a poco a poco, mentre quella del pregiudizio imbocca tristemente a ritroso la strada dalla quale era venuta. Nell’omelia, l’arcivescovo donerà molti spunti che sarà bello riprendere e far diventare parola vissuta. Cita il cardinal Montini e Cesare Pavese (“quanta gente sembra sopraffatta dal mestiere di vivere!”). Ma ciò che rimane nel cuore è un appello a ciascuno – “Ho bisogno di voi per svolgere il mio compito nella gioia”- e l’accorato augurio finale: “metropoli di Milano, illuminata, operosa ed ospitale, non perdere di vista Dio!

Quella parola - seguire - che guidò l’agire di Giovanni e Andrea, si riaffaccia ancora una volta nella mia mente, mentre l’auto, alla sera, percorre la strada che porta al lavoro. Un’altra notte in ospedale, un’altra notte lungo le mie torri di guardia. Spazio per pensare un po’ di più a ciò che ho vissuto. Sequela ed obbedienza, quella dovuta al nuovo pastore arrivato in città, cominciano a mescolarsi inesorabilmente ad una strana forma di lertizia. “Che vale la vita se non per essere data?” - dice Anna Vercors a Pietro di Craon, ne “L’Annuncio a Maria” di Paul Claudel - “E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”, aggiunge. Eccolo, il centuplo di questo weekend, sulle tracce dell’ingresso a Milano di Angelo Scola. E’ il desiderio di fare della propria vita un dono ed è quello che porterò via con me anche domattina, lungo la strada che porta verso casa. Un pensiero dolce, che s’insinua a poco a poco e che dice che ciò che il mio cuore desidera esiste: basta saper seguire docilmente la volontà di un Altro, nell’attimo presente della vita. Ed io, questa vita, non ho più paura a darla tutta.

Monday, July 19, 2010

STORIE


In questi giorni ho visto soffrire per il caldo pure il blog, al punto che - si vede che é proprio stanco pure lui - si é messo a fare le valigie e mi ha detto che si prende una pausa per un po'.
Io non smetto di scrivergli, però; vorrà dire che prenderò appunti su un blocknotes, visto che non riesco proprio a non mettere per iscritto qualche cosa, tutte le volte che la vita s'infila dentro strettoie di gioia o di dolore, tutto sempre e comunque degno d'essere vissuto, esperienza di quell'Amore più grande che nulla censura e tutto accoglie.

L'ultima nota di questa calda estate lombarda é una pagina rock'n'roll, sullo sfondo del Grand Canyon de noantri, quattro pareti di roccia di una cava sopra il lago di Pusiano.
Artisti noti insieme a meno noti, performances più riuscite, insieme ad altre un po' meno felici. Sul palco si susseguono in successione Lilly, la figlia di John Hiatt, con la sua band - un onesto e giovane country-rock di matrice nashvilliana - un brillante e forever young Tom Russell, un Dave Alvin che, per l'occasione, si presenta invece svaccatello anzicheno, accompagnato dalle sue Guilty Women, delle quali a me riesce di apprezzare solamente Cindy Cashdollar - vera e propria regina bionda incontrastata della steel guitar - ed infine quella costola di Uncle Tupelo che corrisponde al nome di Son Volt, e che, francamente, invece, é sempre un bel sentire e un bel vedere.
Una brezza estiva - a tratti in realtà aria gelata - da me accolta con piacere, ma capace di mettere a dura prova l'umore di mia moglie - accompagna la nostra musica tutta sera e, inizialmente, pure un'ottima salamella ed una birra fresca, da condividere al tavolo con vecchi e nuovi amici.
Quando poi, alla fine, sulla strada che porta verso casa, mi ritrovo solo, in compagnia di una feroce stanchezza e dei miei pensieri alla rinfusa, con mia moglie sdraiata sul sedile in fianco a me, ormai dolcemente accolta dalle braccia di Morfeo, mi sembra che il bilancio della serata, più che dentro lo spessore della musica, sia stato ancora una volta da cercare nelle storie che ho incontrato.
Storie ce ne sono - e tante - dentro le canzoni, narrino esse della madonna di Guadalupe o di vite alla deriva, passate dentro squallidi bar della periferia di Abilene. Ma storie, soprattutto, le ho scorte dietro agli occhi di ogni volto che ho incrociato, dentro voci roche eppure allegre, attraverso ogni stretta di mano, o bacio, o abbraccio che ho lasciato. Ed anche lui, l'abbraccio più forte di tutti, quello di un amico che questa sera non c'era suo malgrado, é volato per un po' sulle note di Nina Simone, prima di raccogliersi in preghiera per andare a raggiungere quello di tutti gli altri.

Quando l'auto raggiunge finalmente il garage di casa, le forze sono proprio finite per un'ultraquarantenne come me e sarà dura, domattina, ricominciare a lavorare. Ma il cuore non smette mai di battere per coloro che egli ama e pure per quelli che l'Amore lo devono ancora sperimentare in qualche modo. Ed é un cuore che non riesce a smettere di desiderare, quello con cui continuo ad imbattermi mio malgrado, sempre alla ricerca di storie sincere da incontrare.
Storie di musica, storie di amici.
Storie di gioia, di dolore e di passione.
Storie di semplice comunione.










foto by fausto 'cardioman' leali, copiate, incollate, fate quel che volete, ma citate la fonte :-)


Thursday, December 17, 2009

CHRISTMAS IN MY HEART


Our love is all we have
Our love
Our love is all of God's money
Everyone is a burning sun
(Wilco - Jesus, etc.)

Non date troppo retta a tutti quelli che dicono che é brutta. E' che non ci sono nati e quindi non riescono ad amarla.
Non riescono a fissare la bestia negli occhi, una Milano frenetica e caotica, nevrotica e immusonita, inesorabilmente affumicata dallo smog. Anche in questi giorni che pure si riveste di luci e di colori. E, immancabilmente, ancora più di traffico impazzito. Passavo qualche giorno fa, in mezzo a quella strana downtown che sta sorgendo vicino al Pirellone, venendo su alla velocità della luce e pensavo che in fondo é anche bella, questa pazza e impossibile città. Ci passavo in scooter, tra un'auto e l'altra, ma lentamente, perché é bello andare piano su due ruote, anche se tutti gli altri - quelli che la moto é una scusa per andare più veloci di chi é fermo in macchina - non lo capiranno mai. E, arrivato ad un certo punto, lo scooter l'ho messo pure giù e mi son messo a passeggiare, ancora più lento, in mezzo alla folla, per creare uno spazio dove i pensieri potessero finalmente entrare.
E' lì, in mezzo a queste strade della mente, che ho visto perché é bella, questa mia povera e desolata Milano.
E' bella nei volti della gente, che se ti fermi ad osservarli, invece che a schivarli, ti accorgi che ogni viso ha dentro la sua strada. E che la strada, per quanto tortuosa e impervia possa essere o apparire, ha sempre la faccia di un Destino buono, che ha a cuore il desiderio più profondo del tuo cuore, quello che fa rima con felicità.
Ma i volti talora si nascondono e allora ce la devi metter tutta per vederci dentro. Tranne quelli dei bambini, però, quelli son sempre trasparenti, il desiderio buono ce l'hanno davanti a sé e non fanno nulla, ma proprio nulla per nasconderlo. E' per quello che piacevano tanto a Lui, quand'era diventato grande, Quello ch'era nato a Natale, ch'era stato piccolo e povero anche lui e che un giorno aveva pure ringraziato il Padre perché le cose serie le aveva nascoste ai dotti ed ai sapienti, per rivelarle ai semplici ed agli umili di cuore. Quello che - attenti - si arrabbiava pure, quando qualcuno, grande e presuntuoso, quei piccoli finiva per scandalizzarli.

Quando, molte ore più tardi e di ritorno sulla strada che porta verso casa, mi ritrovo mio malgrado su quelle automobili che il mondo non te lo fanno veder mai, c'é Jeff Tweedy a farmi compagnia, che con la musica dei suoi Wilco sta provando a spezzarmi il cuore a modo suo. "I'm trying to break your heart", canta a squarciagola, e incontra ancora una volta il desiderio più profondo. Quello che il cuore si spezzi dolcemente davanti al bello e non si frantumi invece di fronte a croci che talvolta sembrano troppo difficili da portare.
Rifisso la bestia negli occhi. Questa volta non é la città, ma l'umanità. E all'improvviso non mi affascina più, ma mi provoca disagio; suscita in me il desiderio di fuggire.
Quando il tuo limite é troppo forte, ti schiaccia e t'impedisce di vedere la storia dentro il volto di ciascuno. Per quello scappo via, perché la contraddizione é forte dentro me, ma quella stessa fuga giunge a smascherare di nuovo il mio bisogno, un desiderio più profondo che sa di amore e di gratuità. Ma quella gratuità d'amore, io, noi, non siamo capaci di darcela da soli. E' dono ricevuto, dono che va chiesto a Chi gratuitamente ce lo possa dare. Accettare la ferita dell'altro come una benedizione è ritrovare attraente quella strada, rivestita del volto di chi trovo innanzi a me.

Eppure non basta la domanda. E' necessaria, ma non é affatto sufficiente. O, forse, é una domanda differente, quella che questa volta devo formulare.
Non é la domanda dell'amore e della gratuità che non ho, né mai potrò neppur lontanamente possedere. La domanda é una richiesta di presenza. E' che l'Amore si faccia strada in mezzo a noi e rivesta anche la mia di una scia luminosa, nuova e affascinante. La domanda é una Presenza che rinnova, é il Verbo di Dio che si fa carne, che giunge ad abitare in mezzo a noi.
Solo così la carità non é proposito, solo così può reggere: deve farsi storia di semplice comunione. E solo dentro a quella storia, quella carità imperfetta, negligente e traditrice si educa e cresce sempre più, abbraccia la croce, cade e si rialza, riesce a farsi strumento di Uno più grande che ha a cuore il destino buono di ciascuno.
La mia e la tua storia come rivoli che diventano ruscelli, sino a divenire fiume capace di dissetare l'arida terra della nostra umanità.
Questo é il fuoco che Lui é venuto a portare sulla terra e che desiderava rimanesse acceso. Questa é la sfida del Natale, ciò che mi spezza il cuore veramente. "Senza che Cristo sia presenza ora - ora! - io non posso amarmi ora e non posso amare te ora", diceva don Luigi Giussani. E tu, piccolo uomo, vuoi accettare questa sfida insieme a Me?


Sunday, January 25, 2009

NULLA PER CASO


«Non abbiamo mai fatto progetti a tavolino, ci siamo sempre sentiti liberi dall’esito. Liberi di chiedere a chiunque un aiuto, perché tutto concorre alla sua Gloria. Non abbiamo mai voluto capire teoricamente cosa significasse la parola comunione. Ne abbiamo fatto esperienza nell’accoglienza. La comunione è un giudizio, è verità. Nasce dall’unione dei cuori, non da temperamenti simili». (Innocente Figini)


I piedi giù dal letto, al mattino presto, svogliatamente.
Perché sono giorni che ti trascini così, in qualche modo. Piccole delusioni, fatiche sul lavoro, imprevisti quotidiani. E così hai perso di vista la realtà, la capacità di lasciarti stupire e di aderire ad essa, con baldanza, ma anche con caparbietà.
La giornata che ti si prospetta, però, ti mette dentro un fremito, come se già sapessi che potrebbe ridestare in te un desiderio. E allora provi a buttartici dentro così, senza troppe domande.
Passa poco tempo e ti ritrovi lì, in quella celebrazione eucaristica che oggi ha messo l'abito della festa. Perché proprio di festa oggi si tratta, quella della famiglia. E mentre sei ancora un po' assonnato, ecco che arriva la prima botta che non ti aspettavi. Il tuo amico Don Antonio sta dicendo a tutti che bisogna partire da ciò che c'é e non da vaghi desideri che il futuro sia migliore. Sta dicendo che l'essere santi é un già e non ancora, é dire un sì a ciò che ti vien dato ora, perché dentro quell'adesso c'é già una pienezza tutta sperimentabile sino in fondo. Lo sta dicendo a tutti, ma sembra che lo dica solo a te, perché senti che é di quello che avevi bisogno ora. Nulla per caso, dici dentro di te.

Dopo un po' ci si ritrova tutti in salone. E' il pranzo comunitario, ma tanta gente così davvero non te l'aspettavi. Bambini, adolescenti e giovani. Genitori e nonni. E quando ti siedi al tavolo, ritrovi di fianco a te pure una giovane famiglia musulmana.
Avevi sentito parlare di dialogo in questi giorni e quella certezza aveva tentennato forte in te, figlia di tante, troppe paure. Così che quasi non ci credevi più: che la presenza di Cristo tra coloro che si amano nel Suo nome potesse essere ancora il seme di ogni unità. Ed ora quei volti accanto a te, nel salone parrocchiale, sono proprio quello che ti serve. Per credere ancora che non sei tu, ma é Lui che é all'opera, dentro opere imperfette perché umane, ma così belle perché frutto di coloro che si fanno docili strumenti nelle mani dell'Artista.
Ti basta uno sguardo su quella sala e ti accorgi che quella é la seconda botta, il secondo pugno nello stomaco che non ti aspettavi. Che é arrivato oggi e non ieri. E neppure domani. Perché nulla accade per caso.

E così prosegui il pranzo, chiacchierando con l'amico (grazie Marco!) che il Suo disegno ha posto oggi a fianco a te. Un amico che ha lavorato tutta notte in ospedale, ma che ha pensato che non ci fossero buone ragioni per non essere lì. Così ti scopri a guardare con dolcezza il suo viso e quello di sua moglie e dei bambini. E mentre ti fai uno con lui, dentro il suo vissuto, dentro ciò che ha da donarti in quel momento e sullo sfondo scorgi altri volti che ti sono cari come il suo, capisci quale razza di grazia é capitata proprio a te.
Quella cioé di avere amici che sono testimoni.
Quella di non essere solo, tuo malgrado.

Ci si sposta in un altra sala. Oggi ci sono Marina e Innocente Figini, a raccontare di Cometa.
Li hai già visti, sei già stato a casa loro, in quella "città nella città" alla periferia di Como, dove l'affido di molti bambini ad alcune famiglie é divenuto una realtà che desta continuo stupore.
L'hai già visto e già vissuto, l'hai pure raccontato sul tuo blog ( http://talkin-walkin.blogspot.com/2007/11/un-pomeriggio-cometa.html ) e stavi rischiando grosso d'essertelo dimenticato. Ma dopo pochi istanti tutto riaffiora e così, un po' alla volta, ricomincia la tua educazione alla realtà.
Perché é proprio quella, la realtà, che loro ti rimettono davanti, quando dicono che l'avventura é cominciata dicendo semplicemente un sì a quello che gli capitava di avere tra le mani e tra i piedi: la richiesta di avere un bambino in affido per un po'.
Poi quella realtà diviene sempre più "stringente"- come dice Innocente - al punto che quello che ai più sembra qualcosa d'impossibile da sostenere (quattro famiglie con 12-13 figli a testa, tra quelli naturali e quelli in affido), per loro, invece, é l'unica modalità di essere uomini e donne felici. Altrimenti é troppo facile scappare, dire che non ce la si fa, che questa vita é impossibile da vivere. Ed in effetti é proprio così: anche con un figlio solo, in famiglia, non ce la puoi fare, perché solamente il risveglio del desiderio del Bello che c'é in te può ridare gusto a ciò che fai. Ma quel risveglio, poco a poco diviene desiderio di comunione ed é quella la cosa di cui hai bisogno più di qualsiasi altra.


Due ore passano in un attimo: solo l'orologio impone alla gente d'andar via. E tu, invece, vorresti rimanere lì. A sentire ancora un po' di quel calore, quello che la Sua presenza ha generato. Già lo sapevi, che Lui l'aveva garantita sempre, a coloro che si fossero uniti nel Suo nome. Ma oggi, che ancora una volta l'hai sperimentata, insieme a quegli amici testimoni, si fa capace di stupirti come se fosse nuova.
E' proprio questo che cercavi per ritrovare la gioia e la speranza questa sera.
Che ti farà aderire di nuovo alla tua strada, diversa da quella di Marina e Innocente, ma non meno vera della loro. E quella che loro, nelle ultime parole che ti hanno detto, ti hanno invitato a seguire sino in fondo, senza indugio e senza sconto alcuno.
Quella strada che anche domani, dentro le cose di ogni momento e che prima sembravano averti schiacciato, ti farà riscoprire tutto come nuovo.
Oggi avevi bisogno di Marina e Innocente per capirlo, che sono passati così vicini da casa tua.
Ma nulla - ormai lo sai - accade per caso.

Sunday, May 11, 2008

RUN, RUN, RUN


COLORIAMO LA CITTA'

Chi di noi non vorrebbe vedere la propria città,
invece che grigia per la solitudine el'indifferenza,
colorata dall'amore che avvicina le persone e costruisce la fraternità ?

Vorremo fare qualcosa, ma cosa ?
E da dove cominciare ?

Basterebbe una piccola Regola per cambiare il mondo.
C'è una parola scritta nel Vangelo che fa pensare.
Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te.
E' una legge universale, comune a tutte le religioni ed iscritta nel cuore di ogni uomo, talmente preziosa da essere chiamata
Regola d'oro.
Proviamoci fin d'ora a viverla, cominciando da chi ci sta accanto, anche in questo momento.


Chissà cosa deve aver pensato chi si è trovato a passare di lì per caso.
Me lo sono chiesto più volte ieri, ai giardini di Porta Venezia, a Milano, durante lo svolgimento della seconda edizione della RUN4UNITY, vivendo quel clima di festa e di fraternità, che vedi così di rado nelle nostre città.
Lo stesso clima che si viveva in tanti altri luoghi dei cinque continenti, unico teatro di una staffetta mondiale, promossa dai "ragazzi per l'unità" - i ragazzi del Movimento dei Focolari con tutti i loro amici - tutti a correre nei posti simbolo del pianeta, lungo le vie delle più grandi metropoli, per stendere sul mondo un arcobaleno di fraternità.

Ci sono gli Skortza, solida rock band e fratelli d'Ideale, ad infiammare con la loro musica gli animi dei giovani ed anche dei presenti più attempati. Canteranno anche "Run, run, run", vero e proprio inno della giornata. Poi le coreografie, preparate dai ragazzi. E soprattutto le testimonianze, anch'esse stralci di vita vissuta da loro, a dire ai loro amici, ma anche a noi adulti, che sì, è possibile davvero vivere così, dare la vita per chi ti passa accanto, costruire nel mondo frammenti di reciprocità.



Alle quattro parte la corsa. E' arrivato finalmente il nostro turno; i primi a correre sono stati quelli delle isole Fiji; finiranno i ragazzi di San Francisco, Vancouver, Lima e Santiago. C'è un entusiasmo nell'aria che ti pare d'essere alla maratona di New York. E c'è la gioia tipica dei ragazzi, ma anche la coscienza del passarsi un testimone che parla una sola lingua, una lingua che dice Unità. Nessuna contestazione al passaggio degli atleti e d'altra parte questa non è mica la torcia olimpica: con tutto il rispetto, qui si assiste a molto di più.

Quando mia figlia Chiara giunge all'arrivo mi dice entusiasta : "Papi, sono arrivata ottantottesima!" E la sua amica Maria, di rimando: "E io novantesima!". Sono felicissime, neanche avessero vinto il campionato del mondo. E a me sembra che il trucco sia nell'aria che stiamo respirando tutti, che sa davvero di paradiso.
Come a dire: sono cose dell'altro mondo in questo mondo, queste.



Finita la corsa, le premiazioni e poi via di nuovo a cantare, a ballare, a raccontarci di questa vita che ci ha preso. C'è anche il collegamento in diretta con Roma, in Piazza Navona: vi assistiamo sullo schermo gigante. E da là, loro ci collegano via internet con quello che sta succedendo negli altri punti del pianeta. Avevamo capito che era qualcosa di grande, ma vederlo dal vivo è davvero un'altra cosa.

Quando ce ne andiamo via, ormai quasi verso sera, penso a come definire tutto ciò che ho visto.
"Papà, è stata una giornata bellissima!", mi dice Andrea, 5 anni, il mio figlio più piccolo. Suo fratello Marco aggiunge: "così tante ore, sono passate in frettissima!".
E a me, allora, viene in mente una frase, quel testamento che Chiara Lubich ha lasciato a tutti noi prima di partire da quaggiù: "siate una sola famiglia".
Allora forse è questo ciò che ho visto e sperimentato insieme a tutti gli altri.
Ed è ora che riaffiora ciò che Chiara ci aveva promesso, seppure già malata, un po' di tempo fa: "Ci sarò come posso", aveva detto.
Difficile pensare che la sua presenza, che si è avvertita da lassù, potesse essere più forte di così.



Post Scriptum
Mentre scrivo questo post, all'indomani di una giornata straordinaria, mi vengono in mente le parole infuocate di Enzo Piccinini, un "amico" che non ho mai avuto la fortuna d'incontrare di persona. Aveva appena finito un incontro con altri giovani ed il suo maestro e professore universitario gli aveva obiettato: "Piccinini, queste sono cose da ragazzi: sono belle, sono vere, ma sono da ragazzi!". Quasi a dire, per gli adulti non potrà mai essere la stessa cosa. E lui, invece, a rispondere con passione: "la consapevolezza che mi è venuta chiara è che una cosa è riconosciuta vera perchè corrisponde e rimane per sempre così (...) ed è questa esigenza di vero, di bello, di giusto, di amare e di essere riamati, che chiamiamo cuore (...) e non è un problema di età".
Proprio così, il cuore che palpitava ieri ai giardini di Milano, come in centinaia di altri punti del pianeta.
Mi piace pensare che anche Enzo, ieri, abbia fatto famiglia con noi da lassù.

Thursday, May 08, 2008

LUCE RIFLESSA


"Ci vien da dire che la Bellezza è possibile, e ci viene voglia di gridarlo a tutti nella faccia. Perchè viviamo in un clima di lamentela costante, di telegiornali pornografici e di caccia a chi ha le mani più sporche delle mie... E pochissimi sono rimasti a partire dal buono che c'è. Il Grillo vive di luce riflessa, per dare voce a chiunque ci aiuti a guardare, prima ancora che ad agire. E di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante, thanks God.
Questo fa di noi un popolo".

(Il Grillo Cantante, n° 16, 6 maggio 2008)

Non riesco ad impedirmi di citare qui l'ultimo editoriale de "Il Grillo cantante" e non perchè, in amicizia, sono coinvolto anch'io in questo bel percorso.
E' perchè queste parole mi rigirano nella mente da qualche giorno e mi sembra esprimano bene il concetto di reciprocità, che alla fine fa rima con felicità.
L'essere popolo, poi, è la conseguenza del fatto che sì, si può vivere davvero così, considerando l'altro come un dono.
Prendere in considerazione cioé il fatto che ciò che ti capita davanti, quello che ti trovi di fronte nell'attimo presente, è sempre - in ogni caso - un bene per te e per la tua vita, anche quando l'evento appare scomodo ed inatteso.
La differenza è solo il metodo, l'approccio, e tutto questo ha a che fare con l'amore, quello vero, quello con la A maiuscola e che non ti puoi dare da solo, se non chiedi aiuto ad un Altro, anche lui - ma guarda un po' - con la A maiuscola.

Allora sì che si vive di "luce riflessa", perchè quella luce è lo stesso Amore, che ritorna su di te.
E allora sì che scopri che "di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante".
Perchè altrimenti - da solo - non te ne saresti mai accorto.

Thursday, April 24, 2008

GRATITUDINE



Metti una sera a Milano.
Una sera di pioggia, in un piccolo locale, ad ascoltare un po' di gente suonare.
Gente che non conosci, o che conosci poco, ma che senti già amica, perché sul palco mette proprio quello: un'Amicizia.
Poi quella frase di Massimo - spettatore come noi di quella sera - buttata lì a mia moglie, che gli dice quanto bella sia quella sua canzone - la strada del davai
Frase semplice e bella, ma purtroppo anche inusuale: "Dobbiamo ricordare di chi siamo figli".
E quelle parole, da lei riverberate in me, che ora continuano a rimbalzarmi in mente.

Attraversano l'anima ed i pensieri, a rendere visibile e presente la figliolanza, che ha reso la nostra vita più vera.
Su e giù, di continuo, finchè tutto si trasforma dolcemente in altro, che ha dentro tutto questo e molto di più.
E che - alla fine - si riassume in me in una sola parola: gratitudine.
Anche quella d'incontrare amici così.

Monday, January 07, 2008

EPIFANIA

Quando rientriamo in paese é un vero e proprio sospiro di sollievo.
Qualche ora fa, quattro passi nel centro di Cortina si erano rivelati sempre più un tuffo in quanto di più stonato l'uomo sia in grado di costruire, in mezzo ad un paradiso naturale quale realmente é un angolo di dolomiti.
Non era solo il défilé, degno di Via della Spiga a Milano - persino i cani non vengono risparmiati da orribili "cappottini" firmati - o la sfilza d'inarrivabili hotel a cinque stelle e negozi dove il prezzo di un vestito supera lo stipendio di un dirigente d'azienda, ma anche l'assistere ad improbabili scenette familiari, dove una giovane signora detta al telefonino ordini sul menu serale, mentre la piccola figlia, totalmente ignorata dalla madre, si affida alla baby-sitter extracomunitaria (vestita non certo come loro), per trovare uno spazio di gioco e d'attenzione che le spetterebbe di diritto.
Sarà una personale forma d'allergia verso tutto quanto sa di snob, ma alla fine ci sembra davvero tutto una gigantesca nota stonata.
Ci risolleviamo guardando i nostri figli giocare indifferenti per le vie del centro: loro sembrano avvertire un disagio minore, saltando con indifferenza dalla statua di un pinguino a quella di un orso polare, anch'essi - a voler ben vedere - piuttosto fuori luogo, ma capaci comunque di strappare un sorriso.

Canale d'Agordo, invece, sembra l'opposto di tutto quel che abbiamo visto sinora.
Un paese piccolo, con poche case e poca gente per le strade, dove il tempo pare si sia fermato.
Te ne accorgi quando con la macchina sfiori i balconi di vecchie abitazioni, oggi trasformati in legnaie o fienili, che sembra debbano cadere da un momento all'altro, non resistendo a rumori che non siano più di uno scalpiccio di asini o cavalli o del vociare delle persone.
E invece questo posto, per certi versi quasi dimenticato o abbandonato, é un luogo importante, perché qui é nato papa Luciani.
Ma non te ne accorgeresti neppure, se non fosse per una sua foto, neanche troppo appariscente, posta all'ingresso del paese e per una piccola statua all'interno della parrocchia.
E l'impressione che ne ricavi, alla fine, é che la celebrità qui possa persino dar fastidio e allora si preferisce assumere un'aria dimessa, quasi trasandata.
Ma mentre cammino per queste vie, la sensazione che nell'animo si fa strada, non é quella della stravaganza o della sciatteria, bensì dell'umiltà; una lettura di questi giorni - la vita di Caterina da Siena (1) - per un attimo si affaccia nella mia mente come una possibile chiave di lettura. Non sarà che a Dio piaccia, a volte, di confondere le anime dei dotti e degli intelligenti ?
Una volta perfino Bob Dylan l'aveva messo sulla copertina di un suo disco : "ti ringrazio Padre, perché hai rivelato queste cose ai semplici" (2).   E allora mi viene in mente una frase che ho letto su quel libro:

(...) "Lei ottiene sempre una risposta, come tutti noi quando siamo sinceri nel chiedere, e umili e pazienti nell'ascoltare" rispose il frate. "Ha detto al Signore: "Sono solo una donna ignorante, cosa posso fare ?", e lui ha risposto : "Al mio cospetto non ci sono né uomini né donne, né dotti né ignoranti. Ma so che in tempi recenti la superbia di coloro che si definiscono dotti e saggi é arrivata a tali estremi che ho deciso di innalzare gli umili. Per questo manderò uomini e anche donne privi di sapere, per mortificare la conoscenza che costoro credono di avere". "L'ho imparato a memoria" disse fra' Tommaso con una smorfia. "E' bene non dimenticarlo".


Deve calare la sera, però, perché la magia di questo posto venga fuori davvero.
Lasciata finalmente l'auto, mia moglie ed io passeggiamo per le strade, mentre i bambini ingaggiano una furibonda battaglia a palle di neve.  E ci fermiamo, sempre più incantati, ad ogni angolo, quando dal buio spuntano presepi uno più bello dell'altro.
Grazie al cielo non c'é ombra di tutte le forme di babbo Natale di cui é infestata la città.  Qui, invece, assisti ad una gara di bellezza e man mano che procedi nelle vie del paese, ancor meno appariscente di prima - se mai fosse possibile - avvolto com'é nell'oscurità, non puoi fare a meno di sentir crescere in cuore una gratitudine sempre più grande, alla vista di quel Dio che s'é fatto bambino e che é diventato davvero nulla per apparire sempre più simile a noi.
Poi, all'improvviso, quasi nascosto dalle case, ecco apparire un piccolo giardino, memoriale dei dispersi di Russia della seconda guerra mondiale. Sulle prime non lo vedi neanche, perché non é neppure illuminato e allora ti ci addentri, abituandoti pian piano a quell'unico bagliore che fuoriesce dalle finestre illuminate delle abitazioni circostanti. Poi cerchi d'immaginare quello che comunque non riesci a vedere, perché tutto é sepolto sotto una spessa coltre di neve, che ormai ha coperto il paese da un paio di giorni. Allora ti domandi ancora una volta il perché della noncuranza di questo strano paese, vorresti che qualcuno quel giardino lo tenesse più pulito e illuminato, ma poi ti viene in mente che proprio sotto una neve così quegli uomini hanno dato la vita tanti anni fa per una guerra assurda...


La nostra abitazione di questi giorni é una deliziosa casetta alpina, gestita da Angelo e Valeria, insieme ai loro cinque figli. Niente di strano fin qui, se non fosse che loro, durante l'anno, lavorano e studiano altrove. Una storia nata da un gesto di gratuità, gestire una casa rimessa in piedi dalla diocesi di Ferrara, e messa a disposizione di persone e famiglie che possano fare vacanze a prezzi più accessibili di ciò che ormai c'é in giro. E una storia che prosegue, nella gioia che vedi nei loro volti, quando ti servono a tavola alla sera o quando - studentesse prossime alla laurea - le ritrovi al mattino, intente alla pulizia delle stanze, senza il minimo accenno a qualsivoglia forma di disagio o di fatica.
La sera della vigilia dell'Epifania, mia moglie ed io ci ritroviamo seduti con Angelo al bar; Chiara, la nostra figlia più grande é lì con noi, mentre i maschietti si divertono al calcetto. Poco fa la Befana é venuta a trovare tutti i bambini della casa, alla fine della cena, ed ha distribuito doni a tutti, tra l'incredulità dei più piccoli. Poco a poco la confidenza con Angelo cresce e ci si racconta sempre più della propria vita. Lo stupore che accompagna questa nuova amicizia che nasce si accompagna a quello sempre rinnovato ogni giorno e che diviene gratitudine : è il riscoprire la Bellezza che hai incontrato un giorno e che ha reso la tua vita nuova una volta per tutte.
Se Epifania é manifestazione, la presenza di Gesù tra coloro che sono uniti nel suo nome diventa qualcosa di realmente tangibile e riempie il cuore come nient'altro.
Quando ci salutiamo prima d'andare a letto é una buona notte che appare speciale, come quella che possono augurarsi vecchi amici di sempre.

Lungo il viaggio di ritorno a Milano ripenso a questi giorni e mi viene in mente che, invece che in montagna, avevamo in progetto di andare a Praga.
Un soggiorno a trovare una cara amica, ma poi i programmi sono cambiati.
Sarà per la prossima volta, ma mi accorgo che ora dovevamo essere qui, perché qualcosa di nuovo doveva riaccadere.
E quando alla sera, con mia moglie ed i figli, ci ritroviamo in chiesa, per la messa dell'Epifania, il frate che celebra la funzione chiede durante l'omelia : "ma se i magi si presentassero oggi e chiedessero a voi dove andare per trovare Gesù, dove li mandereste ?".
"Nella vostra famiglia, nei luoghi di lavoro, in mezzo ai vostri amici", ci suggerisce.
A me viene spontaneo un pensiero: forse anche in una deliziosa casetta alpina, in uno sperduto paesino in mezzo alle dolomiti.

Note:
(1) Louis de Wohl - La mia natura é il fuoco. Vita di Caterina da Siena - BUR
(2) "I thank thee, o Father, Lord of heaven and earth, because Thou hast hidden these things from the wise and prudent, and hast revealed them unto babies" (Matthew 11:25) La frase si trova nella copertina interna dell'album Shot Of Love.

Tuesday, December 18, 2007

NATALE

"Gesù non é un mito, é un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia. Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che Egli ha percorso. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le sue parole. Egli é morto ed é risorto... e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio é divenuto realtà."

(Benedetto XVI)


William Congdon, Natività, 1960


Chissà se certe sensazioni le prova anche chi non é nato qui.
Scoprire il fascino di una città, che sembra fare di tutto per apparire brutta.
Eppure Milano, al mattino presto, ti trasmette qualcosa di sé che non puoi trovare altrove.
Mi viene sempre in mente Fabio Concato, con quella sua canzone e allora provo anch'io a camminare e gioire nel "vederla sonnecchiare" e accorgermi "che é bella, prima che cominci a correre e ad urlare".

Ma queste mattine, nell'aria, c'é qualcosa in più.
Come una magia, che riesce a incidere la crosta del freddo e - soprattutto - delle tristezze del cuore, che, se non stai attento, può assalirti fin dai primi istanti del giorno, appena metti giù i piedi dal letto.
In queste mattine esco prima dell'alba, coi miei due figli più grandi e ci incamminiamo verso la chiesa, prima che qualunque altra attività abbia inizio.
Sono i giorni della novena di Natale e forse qualcosa di diverso nell'aria lo percepisci già per questo.
Ma poi il paesaggio dell'anima si arricchisce di luoghi e di persone.
In quelle vie, così deliziosamente ancora deserte, man mano che ci si avvicina, vedi pian piano spuntare le persone, prima ad una ad una, poi a piccoli gruppetti, come rivoli di ruscelli che alla fine riempono il letto di un fiume più grande, vuoto fino ad un attimo prima, come in attesa di qualcosa.
Quando arrivi in chiesa ti accorgi che c'é dentro una folla, quasi spropositata per quell'ora del giorno e allora cerchi un posto a sedere e ti guardi intorno; dopo, a poco a poco, volgi lo sguardo verso Colui che sei venuto a trovare di prima mattina.
Poi, alla fine, ti alzi dai banchi e allora ti accorgi dei tanti volti amici.
Quelli di sempre, con cui si condivide il cammino, poi gli amici dei tuoi figli; ma anche i conoscenti, il vicino di casa, persino il vecchio compagno del liceo.
E allora saluti tutti - buona giornata ! - ma poi ti muovi, perché é già ora di correre: a scuola, al lavoro e chissà dove, in questa frenetica, impossibile, adorabile città.

Ma quando alla sera, la mente ripercorre ciò che ti é accaduto, capisci finalmente cos'é quella magia che semplici emozioni ti avevano fatto in qualche modo percepire.
E' la realtà di un popolo, che ti sostiene e, piano piano, ti educa e ti cambia, giorno dopo giorno.
E' la realtà di un Dio, Emmanuele - Dio con noi - che ancora una volta, in questi giorni di fine d'anno, si é reso visibile in mezzo agli uomini che Egli ama.
Allora ti addormenti sereno, perché - ora sì - hai finalmente trovato un luogo in cui far riposare la durezza del tuo cuore.
Domani - a Dio piacendo - sarà di nuovo un nuovo giorno.
Tutto da vivere.

Che sia un buon Natale,
anche per tutti coloro che passeranno da qui

Friday, December 07, 2007

REALTA'

Alla fine sembrava la scena di un film.
Di quelli con Bud Spencer e Terence Hill, che se uno comincia a dare uno spintone, tutti si prendono a cazzotti non si sa bene perché.
Un ufficio postale qualunque; tanta gente, come spesso accade; tutti nervosi, come quasi sempre succede.
Un signore che ha perso il turno, ma vuole passare ugualmente davanti a tutti.
Anziani pensionati che si arrabbiano, forse già stanchi della vita e per di più irrisi da quel signore con un: "voi cos'avete da fare tutto il giorno ? Io sono uno che lavora".
Spunta fuori il direttore dell'ufficio, tenta di riportare le persone alla realtà, ma alla fine é aggredito anche lui.
"Chiamate il 113" - dice alle sue impiegate - "ora ci scappa anche una querela".
E' davvero troppo, mi monta un senso di tristezza insopportabile; butto il mio numeretto nel cestino e me ne vado fuori: la raccomandata la spedirò domani.

Salto su in macchina, ho ancora così tante cose da fare e il traffico che c'é in giro non fa presagire nulla di buono.
La musica dentro il lettore cd. Accidenti, le vie di Milano non assomigliano per niente a quelle di Nashville, ma con un po' di fantasia posso immaginarmi anche là, basta lasciarsi trasportare da un'armonica o da una steel guitar.
Qualche giorno fa ho letto il brano di un'intervista ad un giornalista musicale (1).
Parlava di emozioni, proprio quelle di cui sento di aver maledettamente bisogno ora:
"La mappa resta aperta se la musica é una sola, per chi suona e per chi ascolta. Se chi suona va verso chi ascolta. Se chi ascolta va verso chi suona. Queste sono le direzioni, perché é proprio così: chi ascolta reinventa la musica ed é almeno la metà di un processo e il rock'n'roll é stato ed é magnifico in questo. Non hai bisogno della Scala. Non ti serve un'orchestra. E nemmeno lo smoking. Ti basta una chitarra, o ancora meno un disco, una canzone alla radio, per sentirti una rock'n'roll star o magari per sentirti meno solo, o meglio ancora, parte di qualcosa. Magari é solo un'emozione, una sensazione, ma basta e avanza a cambiarti la vita".

Mi sembra vero tutto questo.
Sono già dentro quel dannato traffico - sempre lui - ma De Gregori attacca "compagni di viaggio" ed io non mi sento più così tanto solo.


Certi momenti forti della vita, chissà perché, si accompagnano spesso ad una buona tavola ed al buon vino.
Lo sapeva anche Gesù, che quando il gioco si faceva duro provava ad incontrare le persone anche lì. Come quel giorno, che aveva visto Zaccheo sull'albero e gli aveva detto di sbrigarsi ad andar via di là: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" (2).
O come quell'ultima volta, l'ultima cena, quando provò a spiegare loro la dimensione ed il significato ultimo di un incontro, capace di divenire dimora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui" (3)

Una cena tra amici - colleghi nella vita - qualche giorno fa mi ha ridato speranza.
Le parole di un amico speciale, meditate insieme, davanti a una zuppa di pesce e ad un bicchiere di vino.
La premessa di una realtà complessa, quella del nostro lavoro di medici, sempre più difficile da vivere. E la tristezza, spesso, di vedere cose che non cambiano mai: "Aiutaci a capire in quale situazione siamo, che cosa sta acacdendo intorno e che cosa sta accadendo in noi, in modo da chiarire le ragioni di una diffusa stanchezza, quella che fa dire ad alcuni tra noi: "non ce la faccio più. Ditemi la ragione per cui valga la pena di andare avanti a fare questo mestiere dopo 10, 20, 30 anni. Non cambia niente..."
Parole dure ? Certamente, ma chi non può dire di passare momenti di stanchezza così, qualunque "mestiere" si faccia ?
Ma poi parlando ad uno ad uno, la speranza si riaffaccia, ed é legata alla presenza di Uno più grande tra noi, che ci costringe a guardare in faccia alla realtà in un modo nuovo: "E' successo qualcosa che ha ridestato l'interesse, che ci ha rimesso in moto: sì, l'incontro: qualcosa che si é insediato in noi e che ha ridestato tutte le nostre esigenze".

Uscendo da lì, quella sera, la realtà non mi faceva più così paura.
E' un abbraccio diverso, quello che si fa strada nel cuore, che non guarda più al particolare.
Neanche quello del mio limite, di fronte a circostanze spesso più grosse di me, che mi fanno sentire solo col pallone in mano, davanti al dischetto del rigore.
E - in fondo - é quello che cantava anche De Gregori, quando, risalito in macchina, ho rimesso su la musica, a farmi compagnia lungo la strada:

"Mino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non é da questi particolari che si giudica un giocatore.
Un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall'altruismo, dalla fantasia
".

Il coraggio che si é dato un gruppo di amici.
E che mi ha fatto, ancora una volta, ricominciare.


Note:
(1) "Il Rock'n'roll di Marco Denti" - intervista di Luca Miele a Marco Denti
http://www.bombacarta.com/?p=562#more-562

(2) Vangelo di Luca, 19, 1-10
(3) Vangelo di Giovanni, 6, 56, 14-20

Wednesday, June 27, 2007

LA CAMPANELLA


Quando Chiara Lubich e le sue prime compagne iniziarono la loro avventura a Trento, con la guerra che infuriava sopra le loro teste, si trovavano spesso nei rifugi, ogni volta che le sirene annunciavano il passaggio dei bombardieri.
Non c'era tempo per portare grandi cose con sé: bisognava correre e basta, sia di giorno che di notte.
Ma un piccolo Vangelo, quello riuscivano a portarlo sempre; e fu sempre la loro compagnia, allora come in ogni giorno a venire, per tutta la loro vita.
Racconta Chiara: "(...) il rifugio che ci accoglie non é sempre sicuro. Siamo sempre di fronte alla morte. Ci assale allora una domanda: ma ci sarà una volontà di Dio che piace particolarmente a Lui ? Se morissimo, vorremmo aver messo in pratica, almeno negli ultimi istanti, proprio quella. Il Vangelo risponde e parla di un comandamento nuovo che Gesù dice Suo: "Questo é il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". Ci guardiamo in faccia l'un l'altra. Ci dichiariamo: "Io sono pronta a dare la vita per te, io per te, tutte per ciascuna". Da questa promessa solenne le mille esigenze quotidiane dell'amore fraterno prendono il via. Non sempre ci é chiesto di morire l'una per l'altra. Intanto possiamo condividere ogni cosa: le preoccupazioni, le gioie, i dolori, i poveri beni, le piccole ricchezze spirituali..."


Se questo é il modello, é affascinante ritrovarsi tra amici e proporsi questa misura d'amore come modalità dello stare insieme. Allora raccontarsi come va - condividere cioé i dolori e le brevi gioie - ha un fascino sopraffino, che non sperimenti altrove.
Ed anche ascoltare insieme parole importanti - c'é chi lo chiama meditare - significa intravedere la chance di veder cambiare il proprio destino.
Così é stato bello, un piccolo gruppetto di amici, sentire ancora Chiara raccontare qualcosa che riguardasse davvero la nostra vita:
"(....) Vivere pienamente il lavoro in perfetto spirito di servizio - quindi amare Gesù nella collettività: in quella scuola, attraverso quell'ufficio, quella burocrazia - é veramente il modo del nostro farci santi ? Qui é un sì talmente categorico che ti dico che non so come fare a dirlo di più. Perché é questa la vostra strada, la sola vostra strada, la bellezza vostra. (...) Voi non dovete, per farvi santi, obbedire al campanello della superiora che chiama alla preghiera. Voi dovete obbedire alla sirena della fabbrica: quello é il vostro campanello; al campanello della scuola: quello é il vostro campanello. La campanella del superiore cappuccino dice la volontà di Dio per il frate di andare a pregare; la sirena dice la volontà di Dio per quell'operaio: di andare a lavorare. ma é volontà di Dio. Del resto, Gesù per trent'anni ha lavorato, non ha predicato. (...) Quindi dovete vedere il vostro lavoro tutto nuovo. Sarà pesante, lo capisco, sia come lavoro, sia come rapporti... Ma é lì che vi santificate, é lì la vostra "notte oscura", é lì che dovete proprio distruggervi perché venga fuori Cristo, con quegli strumenti lì. (...) la penna per il professore, lo scalpello per lo scultore: quello é il vostro crocifisso, con quello voi vi santificate"
.

Allora stamani, riprendendo il lavoro come sempre, tutto mi é apparso nuovo e affascinante: ogni paziente che entrava in ambulatorio, ogni cartella clinica da compilare, ogni compagno di lavoro incontrato, superiore o collaboratore che fosse, tutto il lavoro pianificato, così come quello imprevisto.
E mi son detto: dov'é mai la noia ?
E quando, alla fine della giornata, mi sono voltato indietro, ho visto tanti attimi vissuti bene, uno dopo l'altro; e come un filo d'oro a legarli tutti insieme, così che mi sono parsi veri quei versi che sempre ricordo ed amo così tanto :
"in the fury of the moment I can see the Master's hand / In every leaf that trembles, in every grain of sand" (1)

Note:
(1) "Nella furia dell'istante intravedo la mano del Maestro / In ogni foglia che trema, in ogni granello di sabbia" (Bob Dylan, Every Grain Of Sand)

Friday, June 08, 2007

ULTIMO GIORNO DI SCUOLA


Ultimo giorno di scuola.

E il mio pensiero oggi é colmo di gratitudine, per quest'esperienza condotta insieme, e per le insegnanti della scuola elementare dei miei figli, che ci hanno regalato questo pensiero di Sant'Ambrogio, ringraziandoci per la "parte di cammino condivisa insieme" :

"L'educazione dei figli é impresa per adulti, disposti a una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza, da non mendicare altrove l'affetto necessario.
Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri.
Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.
Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.
Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare.
Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: é più insopportabile una vita vissuta per niente.
Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.
E tutti i discorsi sulla carità non mi insegnarono di più del gesto di mia madre, che fa posto in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo, di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.
I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene."
(Sant'Ambrogio)

Monday, March 26, 2007

BELLEZZA


"Siamo certi che, in questo momento di confusione che il mondo sta vivendo, il cuore dell'uomo, pur ferito, resta capace di riconoscere la verità e la bellezza, se la trova sulla strada della vita.
Noi desideriamo vivere la novità che ci é capitata in tutte le situazioni e gli ambienti dove si svolge la nostra esistenza, confidando di poter testimoniare nella nostra piccolezza tutta la bellezza che ha invaso la nostra vita, in modo tale che possa essere incontrata"

(don Julian Carron, Roma, piazza San Pietro, 24 marzo 2007,
udienza con Benedetto XVI, in occasione del XXV anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione)

Bellezza é vedere il sorriso di un papa, che si prende la pioggia e la chiama benedizione.
E, parlando, ricorda un amico, la cui casa era "povera di pane ma ricca di musica".
E' scorgere il sorriso di Carron che dalla bellezza fu conquistato un giorno e, forse più di chiunque altro, la comprese sino in fondo, sì da guidare oggi un popolo che non si stanca di scoprirla in un cammino.
Bellezza é il volto di Rose di Kampala, di Sako del Giappone, i tratti seri di un Cesana, lo sguardo commosso di un Vittadini.
Ognuno in fila, uno per volta ed alla fine, pochi secondi davanti al papa, ciascuno con qualcosa da dire ad un amico, un pezzo di vita da portare.
Bellezza é tanta gente, il colpo d'occhio di un'enorme famiglia, senza pretese, ma con grandi ambizioni, perché la bellezza l'ha scoperta donata da un Altro.

E' stato bello vedervi, anche per chi come me non c'era, ma era presente col cuore.
Qualche ora di bellezza, nella piazza più bella del mondo.
Mondo che di bellezza ha bisogno davvero,
oggi più che mai.