"E dice Signore lo vedi / il panorama di Betlemme /
Questo cielo senza riparo / questo sipario di fiamme"
(Francesco De Gregori)
“Se nei prossimi giorni le
capitasse di trovarsi a tu per tu con il Santo Padre, che cosa gli direbbe?”.
Georges Coittier, teologo emerito della Casa Pontificia non ha dubbi: “Niente
parole - risponde – Soltanto un abbraccio, un grande lungo abbraccio".
Ecco. Forse ciascuno di noi
potrebbe rispondere la stessa cosa. Di fronte alla commozione, allo sgomento,
al timore del futuro, nessun pensiero e nessuna parola. Solo un forte e largo
abbraccio.
Del resto è così che si manifesta
la gratitudine. Gratitudine per questo Papa, per ciò che ha saputo dire ad ogni
uomo, non solo di fede, ma anche di semplice buona volontà. Il Papa che ha
affrontato i temi della modernità, che è sbarcato su Twitter, che ha parlato a
partire da un cuore afferrato da Cristo.
Di tutti i personali ricordi che
in questi giorni affiorano impetuosi nella mia mente, ce n’è uno, più forte di
tutti gli altri. Quello vissuto nella spianata del campo volo di Bresso, lo
scorso 3 giugno, durante l’Incontro Mondiale delle famiglie. L’uomo che scende
faticosamente dall’auto poggia il proprio passo su un bastone. Non è il bagno
di folla a dargli la forza che gli anni sembrano inesorabilmente
volergli sottrarre, ma un bastone, un bastone a forma di croce. La Chiesa è
di Cristo, ha detto Benedetto XVI alla sua prima udienza all’indomani
dell’annuncio-shock delle sue dimissioni. E Cristo, ha aggiunto, non le farà
mai mancare la sua guida e la sua cura. L’applauso incessante dei fedeli in
sala Nervi, che quasi impedisce al Papa di proseguire il suo discorso, altro
non è che quel grande e lungo abbraccio che ciascuno di noi vorrebbe dargli. Soprattutto adesso, che il successore di Pietro ha fatto sue le parole
imperiture di Paolo: “Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia
grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza".
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità... quando
sono debole, èallora che sono forte
» (2 Cor 12, 9-10).
Grazie
Santo Padre, per tutto quanto ha saputo darci con il dono della sua vita. Come
scrive Marina Corradi, in un editoriale di Avvenire, é il cuore che ci aiuta a
capire meglio la sua scelta e dirle con fiducia e speranza un nuovo grazie. Il
Signore, come lei ha detto a ciascuno di noi, ci guiderà.
"Basta poca fede per fare tanta strada", racconta Bob Dylan al suo interlocutore di turno su Rolling Stone. "E' la cosa migliore che si possa avere. Quando si ha poco altro, basta quella. Ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla".
C'è tanta roba nell'ultima intervista di Dylan, molto più di quanto ci si aspetterebbe da uno che ha sempre rifuggito ogni tentativo di scandagliare il suo animo ed il significato profondo del suo lavoro. "Sto cercando di spiegare qualcosa che non si può spiegare", dice. E aggiunge: "devi darmi una mano".
Ho smesso di ascoltare Tempest già da un bel po'. Non c'è un motivo preciso per cui l'ho fatto. Ma é come se stessi aspettando qualcosa. Troppe onde, troppa bufera intorno a me. E allora ho atteso. Che fossero le canzoni ad inseguirmi e scovarmi. Finché arrivassero ad essere in grado di raccontarmi qualcosa. Non so se ora é tempo di bonaccia e non so neppure cosa mi riserverà il mare domattina, ma forse quel momento adesso é giunto e allora sono pronto a riprendere il dischetto per metterlo nuovamente nel lettore cd. Dicono che si tratti di canzoni che narrano di morte e di dolore, di grazia e nostalgia, ma tutte le canzoni folk l'hanno sempre fatto. Lo dice a chiare lettere, Dylan, respingendo al mittente tutte le misere accuse di plagio che gli hanno sempre rivolto contro. Si chiama ricchezza, invece, tutto quello che ti porti dentro e che ti viene sempre dietro. "C'è della verità in tutti i libri - aggiunge - e non si può vivere senza leggere dei libri".
Chissà se é appagante, a settant'anni suonati, la vita di Dylan. Ho sempre pensato che la questione del Neverending Tour fosse una faccenda esistenziale, ma probabilmente mi sono sempre sbagliato: "il solo suonare dal vivo non potrà mai farti felice", dice lui. E allora perché continuare a farlo, sera dopo sera, dall'Europa al Pacifico, notti passate su un autobus tra una città e l'altra dopo ogni show? "Nessun tipo di vita é appagante se la tua vita non é redenta": questo é il punto. Nient'altro. E neppure fare nuovi dischi, per esempio. "Credi che Tempest sia un album epocale?" Ingenua, per essere la prima domanda di un'intervista. "E' come tutti gli altri, le canzoni son venute da sole", risponde lui. Anzi no, é anche peggio. Non é il disco che volevo fare, aggiunge. Ne avevo in mente un altro, uno religioso. Forse é per questo che poi insiste in modo così ossessivo sulla questione della trasfigurazione. E quando l'intervistatore ci torna su, lui risponde: "So solo quello che ti ho detto. Devi indagare per conto tuo per capire di cosa si tratta".
"Io accetto il caos. Non sono sicuro che il caos accetti me", aveva detto Bobby Zimmermann tanto tempo fa, quello che non esiste più e che ha cessato di vivere dopo l'incidente motociclistico del '66. Il Bob Dylan di oggi vede nella trasfigurazione una possibile via d'uscita da quel caos. "E' così che riesco ancora a fare quel che faccio e scrivere le canzoni che canto ed andare avanti".
Forse trasfigurare se stessi vuol dire provare a camminare sulla propria strada tenendo sempre stretta in cuore una domanda di significato. Per sperimentare su di sé che é possibile vedere la propria vita cambiare a poco a poco, nonostante i continui inciampi e le incessanti cadute. "Tutti abbiamo una chiamata" - dice Dylan in un passaggio chiave della sua intervista - "devi dare il meglio, qualsiasi cosa tu debba fare". La chiamata è sempre quella del cuore, che é fatto per l'infinito. Ed il meglio di noi stessi, dato giorno dopo giorno, é il battito di quel cuore lungo la strada. La domanda é una domanda di Grazia. E la strada é una via di rischio ed imprevisto. "Quando rischi la tua vita per qualcuno, quello é amore, quando qualcuno morirà per te, quello é amore", é l'ultima frase di Dylan. Vale la pena di vivere, per meno di questo?
PS
Ringrazio Giuseppe Gazerro per la traduzione italiana dell'intervista di Mikal Gilmore a Bob Dylan, pubblicata su Rolling Stone, ed il cui testo integrale si trova a questo link: http://www.maggiesfarm.eu/rsintervistabobdylan.htm
Ha fatto la cosa più rock'n'roll di tutte. Andare dietro al desidero ed all'attesa che aveva nel cuore. Non vada, signor parroco, non entri in chiesa, che qua tra un po' viene giù tutto. E lui niente, non ascolta nessuno, entra dritto e deciso: c'è la piccola statua della Madonna da salvare.
Il Signore se l'é preso quand'era pronto: al culmine di un atto d'amore. A noi, ora, colmare col nostro, di amore, ciò che resta da fare. Basterebbe riempire di esso anche solo l'attimo presente del nostro povero e misero agire quotidiano, lì dove Dio ci ha messo giorno su giorno. A Maria non smettere di fare ciò che ha sempre fatto, sin da quando Giovanni l'ha presa con sé dopo la morte del Suo Figlio in croce.
"Something is happening here and you don't know whati it is. Do you, mr. Jones?"
Mi sono svegliato al tremare del letto. Nel silenzio dell'oscurità ho udito vibrare le mura della stanza. Non ci siamo detti nulla in quegli istanti, solo ci siamo stretti forte la mano. Fuori di noi la paura, dentro le mani il nostro amore. Senza parole, di notte, solo il nostro amore.
A chi appartiene la notte?
Percorrere la città quando tutto é oscuro. Incrociare volti così diversi da quelli che sfilano via senza ragione durante il giorno. Ogni frenesia é scomparsa all'orizzonte insieme al sole e con essa l'illusione che solo ciò che é veloce abbia ancora un senso. Attimi uno dopo l'altro, fatti di un nervosismo presuntuoso, villano ed ignorante. Eppure non sono altre facce, quelle della notte, ma gli stessi, identici, visi di ogni giorno. Lineamenti di volti divenuti finalmente anima e pensiero, liberi di camminare davanti ad una strada libera. Tratti di un pennello che dipinge espressioni nuove.
Milano di notte é povertà e criminalità percepibile e vistosa, ma anche, soprattutto, gente comune che smette di correre e di urlare. Un gigante d'argilla che, dopo il tramonto, cade a terra, sgretolato dalle mille crepe che l'hanno attraversato durante il giorno. E che, curvato finalmente lo sguardo su di sé, scorge quello spazio largo e disteso che non trovava prima.
C'é bisogno di percorrerla al buio, la città. Quando le auto sono chiuse dentro ai garages o ferme a ridosso dei marciapiedi vuoti. E di guardare. Non smetterei mai di farlo. Attraversarla da un capo all'altro e fermarmi ad osservare. Un viso triste, chino sulla fermata di un autobus che non arriva mai e che quando giunge non ha più un posto dove poterti portare. Un volto che avanza, inesorabilmente lento, pedalando su una bicicletta sgangherata. Una coppia che si bacia, una scritta sul muro, o un ubriaco fermo, appoggiato ad un lampione. Ogni faccia col suo dramma dentro, o con la gioia d'un istante durato troppo poco. Per tutti lo stesso, insopprimibile, desiderio di felicità. Milano di notte é la Milano esistenziale, quella più facile da amare. Se ci fossero finestre senza tende, in questa brutta e insopportabile città, potresti leggere le stesse storie anche negli occhi sepolti dentro appartamenti troppo piccoli per contenere le vicende di un'esistenza intera.
Se c'é qualcosa che sta accadendo ora, la notte é il momento in cui quel qualcosa si fa tenero e struggente. Ed é ora che non voglio lasciarmelo sfuggire. Perché sappia riconoscerlo anche domattina, quando tutto sarà più insopportabile ed irato. Il grido di un'umanità ferita, ma desiderosa di qualcosa di grande, perché plasmata a modello della Bellezza. Il grido di un Dio, che - crocifisso perché pazzo d'amore - s'é fatto addirittura abbandono. Pupilla attraverso la quale Egli vede il suo popolo. E pupilla nostra attraverso la quale noi siamo in grado di vedere finalmente Dio.
C'è una crepa in ogni cosa, ma la terra di sogni e di speranze ora si svela.
E' così che di solito passa la luce.
Mi ricordavo che l'avesse cantata anche lui. Il 27 agosto 1990, a Merrilville, sperduta cittadina dell'Indiana, Bob Dylan si era cimentato con un'improbabile Moon River. Fatta a modo suo, ma bella, struggente, eseguita con quell'esaltante garage band che aveva dato inizio un paio d'anni prima a quello che poi avrebbero chiamato Never Ending Tour. Di G.E. Smith, geniale chitarrista di allora, ho ancora oggi una nostalgia immensa. Garnier, invece, é sempre là, simpatico e inossidabile, ma sotto sotto inutile - non me ne voglia il buon Tony - che, in fondo, come ebbe a dire lo stesso Bob un giorno - "I don't give a shit who plays bass in the band". Vabbé, Moon River, si diceva. Mille miglia distante, la versione di Dylan, da quella di Audrey in Colazione da Tiffany, che con quello sguardo da cerbiatta, a cavalcioni sul davanzale, avrebbe fatto innamorare anche un sasso. Distante come lo é Dylan dalla Hepburn. Ma quella canzone, quella sera aveva un cuore. Uno sguardo rivolto lassù, dove Stevie Ray Vaughan era appena andato a raggiungere la band dove suonano già da un pezzo Jimi, Elvis e tutta quell'altra gente che ancora oggi ci manca da morire.
Ieri un altro Steve ci ha lasciato, quello che ha sempre pensato differente ed io, chissà perché, continuo ad avere in mente quella canzone.
Jobs sapeva due o tre cose sul dolore: ne parlò bene a Stanford, davanti ai neolaureati qualche anno fa, lui che alla laurea non ci andò mai neppure vicino. Quel discorso ha già fatto il giro del web e di tutto i media tempo fa, figuriamoci adesso, che diventerà il suo testamento spirituale. E allora, ieri sera, me lo sono andato a risentire anch'io, perché ci sono un sacco di passaggi che meriterebbero più di un pensiero su cui soffermarsi un po'.
Tre storie, raccontò quel giorno Steve. Tre storie per un'unica esistenza.
Quella di unire i puntini, per esempio, quelle faccende della vita che sembrano non riuscire mai ad andar d'accordo tra di loro: "(...) non é possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo guradando indietro. Così dovete avere fiducia che, in qualche modo, in futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro intuito, il destino, la vita, il Karma, qualsiasi cosa. Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita"
La seconda storia, poi, parla d'amore e di perdita: "Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare. (...) Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il vostro la vostra findanzata che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi; come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi".
E la terza storia, infine, una storia di morte: "Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore."
"La morte é la migliore invenzione della vita", disse ancora Jobs in quel discorso. Sei pazzo Steve? Perché nessuno vuole morire, c'é anche questo nella chiacchierata di Stanford. Come quel "siate affamati, siate folli" che lo concluse in modo memorabile, da fissarsi nelle menti quasi quanto quello di Martin Luther King, quel giorno così lontano della Washington Rights March.
Non eri pazzo Steve ed ora che sei arrivato, forse ti sono ancora più chiare anche quelle due o tre cose sul dolore che comunque conoscevi ed hai saputo raccontare così bene. C'é un Altro, un Amore più grande, che unisce quei puntini, il disegno di un ricamo che si chiama Destino, che il Volto buono del Mistero ha già tracciato e che noi non riusciamo mai a distinguer bene perché lo vediamo sempre da sotto, dove sta il rovescio. Essere nudi davanti al Destino, andare davvero dove ci porta il cuore, significa comprendere come la nostra vita sia nelle mani di Dio e che se amore e perdita andranno misteriosamente a braccetto, sarà nel nostro sì all'attimo presente della vita quel formulare il patto tra Creatore e creatura che solo é in grado di donare significato e gioia all'esistenza.
"Siate affamati, siate folli" hai detto quel giorno, Steve. "Sappiate osare d'essere santi e ardenti", ha detto il Papa qualche giorno fa. Non é poi così diverso, in fondo.
Ti penso nell'abbraccio di un Altro, Steve, arrivato alla casa del Padre dove arrivano tutti coloro che si sono redenti nella sofferenza, storie quotidiane che ho sotto gli occhi ogni giorno, camerette d'ospedale dove si raggruppano a due o tre.
Ed io, adesso, me ne torno alla mia Moon River. Perché anche una canzone può aiutare, in fondo. A ritrovare la diritta via che era smarrita, quella che si rischia di perdere ogni giorno, ad ogni istante. Ed a rimettersi nelle braccia dell'Amor che move il sole e l'altre stelle.
Something is happening here, but you don't know waht it is. Do you mister Jones?
Ancora un paio di notti e sarai di nuovo tra noi. Non riuscirò ad esserci, probabilmente, ed è un peccato, con tutte le volte che ti ho visto fino a qua; perdermi proprio la sera dei tuoi settant'anni. Quasi come sbagliare un calcio di rigore, mancare ad un appuntamento così. Ma tant'è, le cose vanno come devono andare, ed io, in fondo, non ho poi così paura di sbagliare, che non è da questi particolari che si giudica un campione.
Chissà se mercoledì sera, a Milano come in qualunque data in giro per il neverending tour, saprai finalmente cosa sta succedendo quaggiù. Ne dubito fortemente. La faccenda esistenziale, al fondo, è ancora rischiare la vita su quel palco, costi quel che costi, non il sapere esattamente quel che ci accade sopra.
Come nella vita, in fondo. Mica sempre ti è dato di sapere, di capire. Ma è bello giocare, provare a scagliare il pallone forte in porta. Vita da mediano che sia, o centravanti che non ha paura di sbagliare. Quel che conta è sapere che quello che ti passa la palla ha dentro il cuore un Destino che è scritto per il bene, proprio come l'avversario che quel pallone cerca di portarlo via. E appassionarsi a quel gioco di squadra che è lo stare in campo tutti insieme, è questo il bello, amici ed avversari, ma abbracciati tutti da un unico e solo Disegno buono.
Buon compleanno, vecchio Bob, have a nice staying here, one more time, spero ci si riveda presto, anche da queste parti.
Quoi que tu fasses, je ne sais pas / ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / faut-il encore qu’on raconte / que quelques chose nous revienne / faut-il qu’on soit seul sur terre, ici aussi
Boire pour la soif, je ne sais pas / ce qui de nous deux restera / tu dis mais je ne regarde pas / je n’ai jamais vu la mer / mais j’en ai vu des noyés / comment fais-tu pour oublier, pour oublier / et la pluie qui revient dans nos voix / pas une chanson, je ne pense à toi / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit
Et quoi que je fasse, / je ne sais pas ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / aller auprès des phares / et la vie est sans fard / à Port Coton qu’on se revoit / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit
(Port Coton / Raphael - Zaz )
Port Coton é un angolo dell'isolabella, la Belle Ile del sud della Bretagna, anfratto di rocce, spiaggia mai quieta, frustate di vento e di mare stregato. Clemenza del tempo albergata altrove, acqua che ribolle, come la lava adirata di un vulcano. Onde e spruzzi per un ricamo d'ovatta biancastra, affascinante e terribile allo stesso tempo. Terra di Merlino abbandonata dai viaggiatori, un faro d'inverno, solo in balia del freddo e delle correnti dell'oceano.
Port Coton é una canzone. Che parla di mare e di gente che non l'ha mai visto. Ma che ha visto un sacco di annegati. O ha fatto finta di non vederli. Giovani europei di un tempo, gente dell'ovest a cui la guerra é stata solo raccontata, da libri dalle pagine ingiallite o labbra di reduci vecchi e noiosi, che ormai sembrano non interessare più nessuno. Eppure la guerra é sempre lì, ad un passo, i suoi padroni vivi e vegeti, come sempre. Vissuta lungo i confini del sud o dell'est. Vista dentro occhi di ragazze, sguardi spauriti di giovani madri resi vuoti dal troppo dolore che gli é passato dentro.
Port Coton é una canzone. Che parla della speranza che rischia di morire dentro noi. Una morte fatta di abitudine, d'indifferenza, d'egoismo che é la pasta di cui siamo fatti, dalla pelle fin giù nel profondo, dentro al midollo. Di occhiate rivolte di fianco, o verso il basso, o - ancora peggio - ripiegate su se stesse, al di dentro, come se quegli occhi che ci furono donati un giorno non fossero stati fatti dritti, posti sul capo per guardare avanti, tesi verso quel prossimo che é lo specchio della nostra stessa vita.
Port Coton é la mia meschinità. Luogo di desiderio e di contraddizione. Il Bello e il Vero non accolti. L'umile e l'indifeso mai abbracciati abbastanza.
Port Coton é una canzone. Cantata da una donna, voce roca e voce dolce, voce talvolta disperata.
Port Coton é una canzone che accompagna la mia strada, che mi porta dove devo andare. E' uno sguardo verso l'alto, é una preghiera. Certezza che dopo la burrasca e il vento - le onde che turbano la mente, lungo il percorso di pensieri, parole, atti ed omissioni - c'é sempre un sereno che ritorna, sole mai tramontato per sempre all'orizzonte. Alba che porterà bonaccia dopo la galleria oscura di una una notte buia e senza stelle.
Port Coton é la musica del cuore, che cresce giorno dopo giorno, che ringiovanisce mano a mano che invecchia il corpo, che la polvere si accumula, che i peccati riempono sempre più l'anfora di una Misericordia che si fa più grande a mano a mano che passa il tempo.
Port Coton, in fondo, é solo una canzone. Ma é anche il luogo dove la mia burrasca trova finalmente pace. La sconfitta definitiva di ogni inquietudine e tempesta. Il sì detto ad un Altro, dentro l'unico grande dono che mi rimane in mano. Quello della mia libertà.
Sono stufo di svegliarmi così. Troppo stanco, già dal mattino. E poi 'sto cielo grigio e il mare che é sempre troppo lontano. Non sei fatta per me, Padania mia. E non son fatti per me quei volti che incontrerò anche stamani, che ce l'han sempre su col mondo intero, che guarda quello lì cos'é che ha fatto e guarda quello là, che non ha fatto mai abbastanza.
No, non si riesce a tirar sera in questo modo, c'é bisogno di qualcosa, un supplemento d'amore, forse. Ma anche quel qualcosa non sembra mai abbastanza. E allora ci fosse almeno un po' di sole, lungo questa strada triste e sempre uguale.
E invece sì, che é bastato poco. E' bastato lo sguardo di un amico. L'ho incontrato presto, sette e mezza del mattino, una messa nelle aule di scuola coi miei figli delle medie e del liceo. Quell'amico era vestito da prete e m'ha fatto uno scherzo. Da prete. M'ha detto, mentre dormivo ancora, di guardare a un cuore e m'ha detto che quel cuore é il centro di tutto quel che sono.
E m'ha fregato, porca miseria, perché, puntato lo sguardo sul cuore, quello poi s'é posato anche sull'anima e dentro di lei ha ritrovato il desiderio, che pareva irrimediabilmente ormai perduto. Desiderio di vivere una giornata diversa, nonostante il cielo ed i pensieri troppo grigi. Desiderio ricentrato sull'aiuto di un Amico.
Uscito da lì il miracolo era già compiuto, anche se io dormivo ancora un poco. Ma ho visto la mia Highway 61 rivestirsi, come d'incanto, dei colori illuminati dal sole di un giorno terso senza nuvole. Poi, quando mi sono svegliato, ho cominciato a stringere la mano di un sacco di destini. Ed il mio, di destino, ha riabbracciato da solo la sua strada.
E, alla fine, dopo un giorno d'ascolto tutto intero, mi sono trovato, alla sera, anche a cantare.
Robe proprio strane, queste. Miracoli che accadono lungo la strada.
Gioie della vita di ogni giorno, le long de la route.
Ci sono giorni in cui mi assale un'insanabile ed inspiegabile tristezza. Altre volte é la malinconia, che spesso non riesco a distinguerle tra di loro, diverse ma anche così simili, i margini dell'una a sconfinare in quelli dell'altra, come i profili di orizzonti lontani. Due sorelle che camminano lentamente mano nella mano, dal carattere difficile, sempre pronte a farti compagnia anche quando non ne avresti voglia. Stati d'animo cuciti addosso come vestiti stretti; altre volte, invece, abitini tenuti inutilmente su di sé, con un sottile compiacimento della mente, quando invece basterebbe così poco a scrollarseli via.
Ma io non ci sto, c'é necessità di provare ad anestetizzare queste scomode presenze, compagne d'armi del mattino o del tramonto; ho bisogno di tentare di tramutare gli intrecci della mente in parole che abbiano un senso compiuto, perché il disagio svanisca al più presto, affinché al suo posto si renda visibile e presente un virile e gioioso approccio alle circostanze della vita. La verità che si fa strada, mentre le incertezze lasciano il passo all'agire dell'Amore nel fluire incessante dell'attimo presente.
Mi é d'aiuto don Giussani, che la malinconia la definì mirabilmente un giorno, capendo come della vita non dovesse essere censurato nulla - tanto meno le emozioni - ma tutto dovesse invece essere semplicemente rivolto e ricondotto verso Colui che ha in mano il destino di ogni cosa. La malinconia é nostalgia - aveva detto - nostalgia del rapporto con l'infinito, che emerge - guarda un po' - come tristezza.
Una tristezza che però non é disperazione, né tanto meno sentimentalismo, quell'impostore che non consente alla tua vita di fare un passo verso una direzione che abbia anche solo un barlume di vera consistenza. E' tenerezza, invece, ed é, allo stesso tempo, passione per quella nostalgia. Ecco perché a quel prete brianzolo piacevano così tanto i canti napoletani, che quell' "intensità di tenerezza e di passione", erano capaci di "rovesciartela addosso" intensamente.
L'altra sera, però, mi ha aggredito di nuovo. La tristezza, la malinconia, chiamatela pure come vi pare.
Un cielo rosa e azzurro, e la luna sullo sfondo, e il sole già annegato all'orizzonte. Una macchina che sfreccia solitaria lunga la strada deserta e silenziosa e gli affetti maledettamente troppo lontani. C'é il Barotti che canta in sottofondo a squarciagola: "chiedete a chi di mestiere se sono vivo anch'io"... ed io sento che sono vivo eccome e che "la mia ossatura é un tutt'uno con la carne ed il sangue, come le corde e il legno delle mie chitarre"...
Se solo sapessi scriverla o dipingerla, la tristezza, allora sì che sarei artista, ma artista non lo sono. Sono strumento, invece, come il pennello o lo scalpello, che non sa cosa uscirà dalla tela o dalla pietra informe, ma che si fa felice d'essere stretto nelle mani di Chi lo saprà usare. Così non importa se ogni tanto può fare pure male, purché la strada sia sempre costellata di lampi, anche nel buio, ché la strada passa dentro la luce, anche quando tu non vedi, basta che sia sequela.
E allora, alla fine, lasciatemi tornare alla musica, perché é quella, che ancora una volta, oggi, canta prepotentemente al centro del petto. E musica di tre amici, perché é con gli amici che bisogna andare, quando il cuore si mette a battere così forte.
La poesia rock di Frank D'Acri , che a settembre uscirà finalmente col suo primo disco, l'allegria di Stefano Barotti, che nella blue roomdell'uomo armadillo riesce a portarci col suo sorriso scanzonato e la forza e la passione di Massimo Priviero, perché nessuna resa mai, alla fine, é l'urlo che esce prepotentemente da quel cuore.
Musica per cuori forti e fragili allo stesso tempo.
Musica da ascoltare, in queste fresche notti d'estate.
Continuo a vedere cuori, ogni giorno. Tra ieri ed oggi ne ho contati ventotto, più o meno contrattili, dietro a quelle meravigliose immagini che gli ultrasuoni sono capaci di creare.
Continuo a pensare ai cuori, ogni giorno. Muscoli solo in apparenza, in realtà anime che cantano per un perché. "Dottore, é il rumore del mio cuore, quello?": la parte doppler di un'ecocardiografia, quella che genera suoni, suscita sempre nei pazienti pensieri curiosi, o, più spesso, preoccupati; più delle sole immagini in movimento, che, tuttavia, appaiono anch'esse ai miei occhi di una bellezza travolgente.
"No, non é proprio il rumore del suo cuore, sa é la macchina...", ma perché invece non rispondere qualche volta in altro modo: "certo che sì, ma non é un rumore, é la musica del suo cuore", perché il cuore più che perdere tempo a parlare, spesso si fa capace di cantare.
Forse sarà per quello che faccio questa razza di mestiere. Perché amo la musica come amo il cuore. E sarà per quello che non riesco mai a fare a meno di coniugare tutto, pensieri, parole, opere, e, perché no, omissioni, ma anche preghiere, lungo una colonna sonora senza fine.
No, davvero, senza tutto questo, penso che la mia anima non riuscirebbe proprio a stare.
Eppure ciò che mi ronza di più in testa, in questi giorni, é ancora, sempre e soltanto quella scritta stampata in mezzo a una maglietta: "ciò che il tuo cuore desidera, esiste".
Una risposta di felicità reale, concreta, che nulla censura e tutto accoglie.
"Va bene, il suo cuore, stia tranquillo..." rispondo all'ultimo paziente. Il suo sorriso che accoglie il mio é l'abbraccio di un Amore più grande che sostiene tutti e due.
Mia moglie cambia canale e dall'altra parte c'é Audrey che canta Moon River.
E Colazione da Tiffany é sempre stato il nostro film.
Vabbé, che ci volete fare, sono un inguaribile romantico. Ma la cosa più bella del film, romanticismo a parte, é il finale, quando Paul "Fred" Varjak dice a Holly il fatto suo. Perché se nella vita c'é un'unica ed insostituibile anticamera della felicità é quella che riconosce la necessità di un bisogno, il fatto di capire di dover appartenere a qualcuno: "(...)Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa".
Comunque quella Moon River cantata da Audrey era e rimane una gran bella canzone.
Credo che potrei dare la vita per una canzone così.
"La bicicletta insegna cos'é la fatica, cosa significa salire e scendere - non solo dalle montagne, ma anche dalle fortune e dai dispiaceri - insegna a vivere. Il ciclismo é un lungo viaggio alla ricerca di se stessi" (Ivan Basso)
Scrissi di lui all'indomani dell'ennesima brutta pagina di doping nello sport, colpevole come tutti gli altri, ma forse con un pizzico di coraggio in più.
Dopo quei giorni Ivan Basso ha lavorato duramente, nell'umiltà e nel sudore, attraversando - come scrive la gazzetta dello sport di oggi - momenti "in cui pedali per ore solo come un cane nella tua notte infinita e dubiti che esista un'altra alba".
Quell'alba é arrivata ieri, nella splendida cornice dell'arena di Verona e allora lasciatemi gioire per un po' insieme a tutti quelli che questo ciclismo non hanno mai smesso di amarlo, anche mentre attraversava le pagine più buie della sua storia.
Ho visto le lacrime di Mourinho mentre stringe Materazzi e, pur da vecchio cuore rossonero, mi sono emozionato un po' anch'io. Ma l'abbraccio di Ivan Basso alle figlie, mentre compie l'ultimo metro in bici sulla passerella di Verona, con buona pace degli amici interisti, é la più bella immagine di sport che abbia visto da un sacco di tempo a questa parte.
E in un'epoca di giustizialismo e nuovi dei mediatici, sempre pronti ad indicare i peccati senza parlare mai di vie d'uscita, pronti a giudicare il prossimo senza guardare mai alle travi presenti negli occhi propri, é bello vedere immagini di redenzione come questa.
Grazie Ivan, ora ti aspettiamo sulle strade di Francia, a sfidare Contador.
Che bello che sarebbe vederti sfilare in giallo lungo i campi Elisi.
Il giorno mi ha sorpreso, mentre scivolavo nel traffico lentamente. L'esercizio di stamani é ripassare inglese con mia figlia, mentre dal lettore cd dell'auto escono le magiche note di una canzone che parla di stelle, buttata in mezzo ad una setlist di fuoco, un concerto a Dublino di Glen Hansard coi suoi Frames. C'é un'armonia che avvolge entrambi, come se quelle stelle fossero comparse all'improvviso, insieme al sole del mattino. La saluto dolcemente, mentre scende dall'auto e s'incammina a scuola: é il secondo volto femminile che avvolge ed abbraccia la mia giornata, dopo quello di mia moglie sull'uscio di casa. Quante ragazze, lungo la strada che scorre avanti a poco a poco. Mi sembra di vederle, mille storie, dentro gli occhi di tutti quei volti fermi ad aspettare. In attesa di un autobus che arrivi, o ferme davanti alle strisce pedonali, pronte per passare. Fianchi curvi, dolcemente appoggiati alle pensiline, o facce assorte che camminano lentamente, dentro la fantasia della mente o allegre e più vivaci, sotto le cuffiette di un'iPod. Le guardo ad una ad una, le donne che hanno sempre il mondo in mano. Capaci di soffrire come noi uomini non sappiamo fare, di tener duro, di lottare per conquistare un amore spesso non abbastanza degno di loro, cuori arrotondati da troppi spigoli. Donne che cercano sempre l'amore che sia lo scopo ed il guadagno di una vita, spesa tutta intera senza risparmiarsi mai. Donne tenaci, intelligenti, briose nella gioia e fiere e sorridenti nel dolore.
E le ruote scorrono via ancora, sempre più veloci, dedali di strade che lasciano il posto ad una sola via, sempre più diritta, finché le case ed i palazzi se ne vanno e la città lascia il posto ad alberi e cascine, il grigio dell'asfalto che si dissolve all'arrivo della brina che ricopre la campagna. Ritorno indietro, su quella canzone: é la stella del mattino che mi fa ancora compagnia. Chiudo gli occhi, penso a lei, esprimo un desiderio. E una chitarra dagli accordi aperti torna a farmeli riaprire, mentre il sogno si fa realtà, la gioia di un amore trovato sempre momento per momento, che ha riempito la mia vita e la mia casa, dato alla luce i miei figli, il porto sicuro dove i miei desideri possano finalmente riposare. E poi di più: la gioia di un Amore ancora più grande, più alto, più infinito di tutti i miei pensieri, quello che move il sole e l'altre stelle.
Quando arrivo in fondo a quella strada é finita la canzone, ma mentre l'auto si spegne e la portiera si chiude, so che si é avviato il motore della mia giornata. "L'amore spiazza" recita il volantino di uno spettacolo, appeso in bacheca proprio accanto a dove timbro il cartellino. Ripongo i dischi nella borsa, riapro di nuovo i miei pensieri, lo sguardo in alto, ora, é diventato una preghiera.
Ne sono sicuro, non ho dubbio alcuno.
Sarà una splendida giornata.
Star star teach me how to shine shine Teach me so I know what's going on in your mind 'Cause I don't understand these people Who say the hill's to steep Well they talk and talk forever But they just never climb
Falling down into situations Bringing out the best in you You're flat on your back again And star you're ever word I'm heeding Can you help me to see I'm lost in the marsh
Star star teach me how to shine shine Teach me so I know whats going on in your mind 'Cause I don't understand these people Who say we're all asleep They'll toss and turn forever But no rest will they find...
In the middle of nowhere, nel bel mezzo del nulla, era esattamente così che si sentiva.
Ed era lì che si finiva per ritrovarci tutti, prima o poi, non è vero Jeff (1) ? Chi più, chi meno, ma spesso le autostrade della mente portavano a quello strano crocevia.
Non riusciva a scrivere, ma neppure a focalizzare in qualche modo i suoi pensieri. Faceva fatica a concentrarsi su tutto e per di più mille paure ed ansie lo assalivano senza preavviso, quando meno se l’aspettava, specie quando si faceva buio.
Nessuna buona ragione, eppure un disagio crescente dentro sé, l’incapacità ad alzare lo sguardo, a concentrarsi su qualcosa, a leggere o meditare su alcunché.
Non che gli dispiacesse così tanto, in fondo, questa strana sensazione d’inconcludenza e d’improduttività. Ci poteva stare, poteva fargli compagnia senza provare troppo scandalo. Non era accidia, non lo faceva apposta a sentirsi in questo modo e poi poteva essere anche una buona scusa: per provare ad osservare un po’ di più tutto ciò che stava intorno, lasciarsi travolgere da suoni, immagini e pensieri, senza opporre troppa resistenza.
Così prese a passeggiare, senza pretese e senza meta, incuriosito da ogni cosa: sassi e persone, alberi e case, luci e sbuffi di vento che investivano il suo volto all’improvviso; finché scorse anche quell’edificio, così bello già sin da lontano. Pietre disposte in armonia, una luce fioca a illuminarle, pietre antiche e una montagna sullo sfondo, fredda come gelida era l’aria che lo avvolgeva da ogni parte. Si stava facendo buio di nuovo, ma le luci erano ancora quelle del crepuscolo, capaci di mettergli in animo un po’ di quella magia che da troppo tempo gli mancava.
Continuò a camminare, finché giunse lì davanti. Viste da vicino, le pietre sembravano ancora più antiche di quanto fossero apparse da lontano; una chiesa dell’anno mille, pensò, mentre la bellezza di quelle forme rapiva sempre più il suo sguardo; poco a poco il disagio della sua mente confusa sembrò svanire, lungo il percorso di quegli sguardi prolungati; immaginò cosa dovessero provare viandanti e antichi cavalieri, stanchi lungo il difficile cammino, quando lo scorgere una croce, posta lassù in alto, diventava punto di riferimento improvviso, per sguardi che puntassero lontano, bisognosi di non perdere la strada lungo un sentiero impervio e poco illuminato.
Ormai aveva deciso di entrare, ma si fermò ancora un poco lungo quelle mura, in compagnia dei dubbi e delle sue paure, quasi indeciso nel volerle lasciar fuori, sole ed al freddo, abbandonate dalla mente. Si fece forza e si scrollò di dosso tutto in un momento: non era la debolezza di se stesso ciò che voleva avesse ora il sopravvento. E, mentre si accingeva ad entrare, pensava a un suono, musica di chitarre d’umana resistenza, quelle che accompagnavano sempre i suoi momenti migliori ed i peggiori. Adesso era suono di una liquida e sinuosa pedal steel guitar, aggrappata alle radici di una tradizione, capace di scacciare i fantasmi dagli infiniti deserti della mente e le armonie che disegnava fecero comparire un sorriso sul suo volto mentre spingeva il portone, così pesante, proprio laggiù, in fondo alla chiesa.
Entrò piano piano, senza far rumore e si sedette in fondo, perché fino al profondo dell’anima e dei suoi pensieri oggi era necessario che scendesse qualcosa di nuovo. L’uomo sul pulpito parlava forte e sicuro e di primo acchito gli mise pure un po’ di timore. Poi il suo volto, d’un tratto, si fece sereno e sorridente e fu solo allora ch’egli riuscì a fare più attenzione a ciò che diceva. “La scienza misura il tempo, la fede misura l’eternità”, disse ad un certo punto e quella frase gli trapassò il cuore dolcemente. Era un uomo di scienza e non aveva fatto altro, fino a quel momento, che misurare il tempo. Eppure spesso, troppo spesso, si trovava incerto ed indifeso, specie in quegli attimi in cui l’oscurità calava intorno a sé. Dopo tutto era una questione di metodo e da bravo scienziato provò ad analizzare quelle strane sensazioni. In fondo non aveva fatto altro che sbagliare l’unità di misura. Cercava la bellezza e la misura era l’eternità. Voleva far da solo ed il metodo era invece chiedere un aiuto. Fidarsi di qualcuno o di qualcosa, ci aveva mai pensato prima d’allora? No, aveva sempre creduto di fare e farsi da sé. Ecco perché i successi e le sconfitte si erano sempre comportati da impostori. Ecco perché ansie e insicurezze crescevano così insostenibili al primo calar della sera.
Ma oggi gli sembrava d’aver compreso qualcosa di nuovo ed inatteso, questa sera che la bellezza gli si era fatta infine incontro sorprendente. Tirò su il volto impolverato dalla strada e la sua voce si unì al coro delle anime che all’improvviso scorse intorno a sé.
Quando uscì da lì trovò di nuovo i dubbi e le incertezze che aveva lasciato fuori al gelo. Li riconobbe subito, anche se li vide in qualche modo stranamente trasfigurati. Non ebbe paura, comunque, di prenderli di nuovo su con sé. Se li mise in tasca come qualcosa di prezioso, qualcosa che l’aveva condotto sino a lì. Tasche di un abito nuovo, quello cucito addosso dalla fede. Riprese il cammino, per tornare lentamente da dove era venuto, ma il passo questa volta era deciso e sicuro.
Ora sapeva dove andare. Aveva molta gente intorno che gli voleva bene. Gente da amare, lungo la strada, ne avrebbe incontrata ancor di più.
Volse lo sguardo verso il cielo, chissà com’erano le stelle della California, quelle che avava cantato Woody tante volte. Anche il cielo di quella sera era pieno di stelle e illuminato dalla luna. In mezzo doveva esserci pure la più bella, quella che aveva guidato i tre re fino a quel bambino. Tante, troppe volte, il cielo gli era parso nero e vuoto, ma stanotte poteva scorgere tutto anche lui.
Sorrise e riprese il suo cammino, sereno ed un poco compiaciuto; la liquida e sinuosa steel guitar aveva ripreso a suonare, mentre lui l’accompagnava allegramente con la mente. Si era rimesso a misurare i pezzi del suo cammino, ma il suono era quello di una canzone senza fine, note di una bellezza che faceva rima con eternità.
Note: (1) "Noi ci troviamo nel bel mezzo del nulla" (Jeff Tweedy, 1991)
Una sottile e stringente malinconia continuava ad avvolgere ogni suo pensiero.
Uscì all'aperto ed iniziò a camminare, il passo deciso su quel tappeto di foglie cadute ed ingiallite che ricopriva il marciapiede ed ogni passaggio della mente. Era un autunno strano, questo, ancora caldo, eppure, allo stesso tempo, freddo e raggrinzito come era giusto dovesse essere. Era bello l'autunno, pensava, anche se spesso troppo difficile da sostenere, proprio come la malinconia.
Alzò gli occhi verso il cielo, grigio come sempre, inguaribilmente triste. Cielo scuro e nuvole tetre; nuvole feroci come quelle di cui narrava Claudio, amico di sempre - pensava - eppure mai incontrato prima. Quella sua sua canzone - L'aviatore - gli balenava ogni tanto nella mente ed ora quelle nuvole l'avevano richiamata a sé come d'incanto: "le nuvole della menzogna dicono di essere il cielo, ma sono grigie come l'asfalto e tolgono il respiro; il sole lo vedono solo loro e lo raccontano come gli pare, ma sono nere come la morte e non lasciano respirare".
Le nuvole nere dei sentimenti grigi avevano troppo spesso obnubilato i suoi pensieri, come una cappa di piombo che impediva al suo sguardo di andare poco al di là del proprio naso. Ed ora, come se non bastasse, si era messo pure a piovere, ma in fondo non gl'importava neppure così tanto. Una dolce melodia, anch'essa triste e malinconica, ma in qualche modo differente, aveva ridato all'improvviso brio all'essere del suo cuore. Era un lento risalire, qualcosa che avvertiva incedere a poco a poco, ma inesorabilmente capace di sconfiggere la durezza del suo cuore. Era per quello che la pioggerellina, sempre più fitta, non gli dava più fastidio, neppure ora che solcava ogni ruga del suo volto.
Il cuore, a poco a poco, stava tornando ad essere di carne, capace di nuovo di vedere e respirare.
Ed era solo in quegli istanti che lui era riuscito ad andare oltre la prima strofa di quella canzone. Claudio cantava ancora e mai la sua voce gli era apparsa più sicura. Ora sì che era felice per davvero, anche lui oltre, al di là di quelle nuvole che non erano mai sincere. Volato a vedere un po' più in là, se ne era finalmente compiaciuto: "ma io col mio aereo d'argento ho sfidato le nuvole e, grazie a Dio, ho visto il cielo; e non volevo guardare indietro, non potevo tornare indietro, non volevo tornare".
Era lontano ormai, ma la pioggia, il cielo cupo e il vento non gli facevano più paura.
Ed era proprio là in fondo che aveva incontrato nuovamente lei. Lei che lo aveva sempre accompagnato e sostenuto, che mai si era stancata, in ogni momento, di mostrargli il volto dell'Amore. Si guardarono negli occhi e s'incamminarono di nuovo lungo il viale, mano nella mano, lungo la strada che portava verso casa.
Lei sapeva che l'Amore era stato sempre presente dentro il suo cammino e non si stancava d'insegnarglielo ogni giorno. Lui, ogni tanto faceva finta d'ignorarlo, ma quel giorno non era stato in grado di sfuggire alla bellezza.
Bellezza che aveva incrociato i loro destini un giorno e per sempre.
Bellezza con inscritto dentro di sé un Disegno che ha le sembianze di un volto.
Il volto buono del Mistero fattosi carne per amore.
"Meno male che dici così, professore. Perché non ci trovo niente da ridere manco io.
E' solo che ogni minuto che passa mi meraviglio di più. Ma possibile che non ti vedi, zuccherino? Sei trasparente come il vetro. Vedo le rotelline che ti girano dentro la testa. Gli ingranaggi. E vedo anche una luce. Una luce buona. Una luce vera. Tu non la vedi?"
(Cormac McCarthy, Sunset Limited)
E' un periodo che non riesco a scrivere un granché.
Per carità, non che la cosa sia della massima importanza, anzi.
Oltre tutto é l'occasione per lasciar spazio a qualcosa di meglio, come le lettere di padre Aldo, per esempio.
Tra l'altro, scrivere di meno potrebbe anche essere un fatto positivo, così mia moglie ed i miei figli potrebbero smettere di dirmi che passo troppo tempo davanti al computer. Se non fosse però che anche questa cosa la sto scrivendo proprio qua sopra, quindi mi sa che é un vizio che faccio proprio fatica a togliermi.
Tant'é, sta di fatto che io non riesco a scrivere se non mi accade qualcosa, se un fatto o qualcuno non trapassa la circostanza della mia giornata, riempendola del significato che deve avere.
Non riesco a scrivere su comando, insomma, come fanno gli scrittori di mestiere.
Che poi son convinto che non riescono a farlo bene neppure loro, perché se non gli accade qualcosa di che diavolo dovrebbero mai raccontare?
E allora magari mi prendo una pausa e non scrivo per un po', in attesa che mi riaccada qualcosa.
O magari no, che c'é sempre la musica che mi gira intorno e poi c'é il nuovo cd dei Wilco e dei Son Volt e mica posso stare zitto davanti a dischi così.
Comunque intanto mi rimetto a vivere, quello sì.
Magari provo pure ad amare quello che mi capita di fronte.
Eravamo arrivati di sera, in cima alla salita di Rocca di Papa, non senza fatica.
Mario, amico più vecchio di me, che aveva vissuto tante battaglie, aveva un passo invidiabile: non ero letteralmente riuscito a stargli dietro. Giunti lassù avevamo guardato in silenzio il panorama mozzafiato, le mille luci scintillanti di Roma. "Sembra Los Angeles - mi aveva detto dopo un po' - sai, come quello del libro di Kerouac, che guarda la città da lontano... Cos'é che diceva ? L'importante non é dove si va, l'importante é andare..."
Bob é un autostoppista americano, ma non é giovane, é pure già nonno da un bel pezzo.
Sbarca il lunario qua e là, si sposta in continuazione e per andare a trovare i nipotini fa l'autostop, perché non ha i soldi per pagarsi il biglietto dell'autobus.
Quella volta che i parenti avevano deciso di andare da lui aveva perfino affittato per qualche giorno un appartamento ammobiliato, perché si vergognava della sua condizione di homeless.
Eppure ha una positività di sguardo davvero sorprendente, pensa che tutte le sue difficoltà, in fondo, non siano "niente di grave"; dice di essere ottimista, sta attento a quel che gli accade, pare che abbia smesso di arrabbiarsi da un pezzo.
Bob é uno dei tanti personaggi che Mike Bryan incontra nei suoi viaggi lungo le superstrade americane, raccontate nel suo libro Uneasy Rider.
Mike riporta l'idea di John Brinckerhoff Jackson, che "suggerisce che le superstrade che collegano i vari stati dell'Unione sono essenzialmente centrifughe, trasferiscono idee, energie e persone lontano dal centro, sono indifferenti alle comunità e ai dialetti locali, mentre le strade secondarie e i vicoli ciechi sono essenzialmente centripeti, visto che trascinano la loro cultura all'interno della comunità"
Mica male come idea. Bryan la cavalca alla grande, la associa a quel senso di frontiera tutto americano, allo sfuggire ostinatamente le radici, al coltivare un senso di desiderio e di speranza che si coniuga col movimento, con l'incapacità di stare fermi in qualche posto.
Ma, nello stesso tempo, giunge a disprezzare il senso stesso di comunità, sembra fuggire la conseguenza di relazioni che siano veramente tali, il rischio della ferita dell'altro. Un certo grado di solitudine é ciò in cui sembra compiacersi : "la maggior parte di noi ha un rapporto d'amicizia con poche persone; i rapporti veramente stretti sono ancora di meno; credo che ci vada bene così. Salve. Lieto di conoscerla. Addio. Il resto é solo cortesia, buona educazione, giacché il problema della comunità ruota intorno ad una domanda: una comunità, d'accordo, ma con chi?"
Ecco, é proprio questo, a mio parere, il punto. Bryan mette in discussione il principio stesso di comunità, ma poi é affannosamente alla ricerca di un popolo che lui identifica in tutti coloro che incontra sulle superstrade, in quel suo continuo vagabondare che ha fatto sì che fossero figli di una "interstate syndrome", come la chiama lui e di quella "generica insoddisfazione, così tipicamente americana, con un vago desiderio", per cui non si é mai fermato, lui e la moglie, nello stesso posto per più di tre anni.
Conosco europei che vivono così, ma anche persone che vivono così stando nello stesso posto tutta la vita. Io stesso sono così, rischio quella generica insoddisfazione mille volte al giorno, quando faccio finta di non sapere che non mi sono fatto da solo e che quel vago desiderio é desiderio di pienezza e di bellezza e non ha luogo di esistere e di realizzarsi se non all'interno di ciò che é relazione.
Relazione con l'altro, il prossimo che mi capita di fronte nell'attimo presente, é ciò che rompe i miei poveri piani, che mi scombussola e mi scardina, ma che mi apre a nuove prospettive dove da solo non sarei mai arrivato.
E' ciò che permette ad un Altro di entrare nella mia vita col Suo disegno, infinitamente migliore del mio, perché pensato per il mio bene, a differenza del mio misero progetto del mattino sulla giornata che verrà.
E' ciò che permette a Lui, se riconosciuto, di dimorare in mezzo a noi: "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io in mezzo a loro" (Mt, 18, 20)
Mi é ricapitata tra le mani, ingiallita dal tempo, questa vecchia lettera d'auguri, inviata dall'amministrazione comunale ai miei genitori, quand'ero in procinto d'iniziare la scuola elementare. Un linguaggio d'altri tempi, sembra quasi di sentire il doppiaggio di certi vecchi film di Hollywood che piacciono tanto a mia madre e qualche volta perfino a mia moglie (come facciano a guardare "Via col vento", non l'ho mai capito...). Però in quelle poche righe non ci sono mica fregnacce. "questo primo passo nella vita ti costerà piccoli sacrifici" e se "li accetterai e sarai diligente", "ti preparerai bene alla vita". Come dire: mica é uno scherzo questo, la vita é una cosa seria. E come fai a pensare di viverla, cioé di cavartela, se fai fuori il concetto di fatica, sacrificio e - mi verrebbe da aggiungere - quello di gratuità ?
Peccato che certe lettere, di questi tempi, non le scriva più nessuno. Perché quando incontri qualcuno che invece ti aiuta a dare un volto al sacrificio, a donare senso a ciò che fa male e non capisci - senso che, spesso, non é comprensione "intellettuale" - e ti affianca in un agire che é un caricarsi di quell'oscurità senza opporle un rifiuto, di solito scopri che questo qualcuno ti é vero amico ed attraverso quel passaggio ti ha fatto scoprire qualcosa che altrimenti non avresti mai vissuto. Quel qualcosa, spesso e volentieri, é luce in fondo al tunnel, é centuplo d'amore dove pensavi di trovare solo odio, é misericordia che prende il posto del rancore. Insomma, in una parola, risurrezione. Come quella a cui é giunto Colui che la moneta del dolore l'ha già pagata per il mondo intero.
Ancora Runrig, il concerto d'addio di Donnie Munro, castello di Stirling, Scozia, estate 1997.
Going Home é una bella canzone, dove malinconia non é sinonimo di tristezza, ma desiderio struggente di significato.
Così, chiunque passasse da qui, provi a fermarsi ed a lasciarsi portare.
E non importa dove stai viaggiando ora e neppure ciò che sei, sicuro sulla strada di un destino già tracciato o perduto nella nebbia di tristezze troppo difficili da sostenere.
Afferra il tuo desiderio, trattienilo stretto e non perderlo di vista mai.
Fidati di lui e lasciati guidare: l'Amore, quello vero, saprà condurti fino a casa.