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Sunday, September 06, 2015

PIETRE VIVE

Bet Sahur, periferia di Betlemme. La casa di Nasir è l’ultima in fondo, là dove finisce la strada sterrata. Si distingue per la struttura ed il colore scuro, che le donano un tocco di eleganza in più rispetto alle abitazioni circostanti. Dopo la laurea in architettura conseguita in Italia, Nasir ha fatto ritorno dalla moglie e dai figli, in quella terra distribuita sulla carta geografica a macchia di leopardo, chiamata Palestina o territori, a seconda del punto di vista dal quale ci si metta a guardarla. Mi scopro ad osservarlo stupito, mentre passa sorridente da un tavolo all’altro a distribuire il cibo. Quasi cinquanta amici tra adulti, ragazzi e bambini, ospiti a cena a casa di una famiglia cristiana palestinese, e sentirsi a proprio agio come se ti avessero accolto i tuoi genitori. Noi che, prima di invitare un paio di persone, guardiamo sul calendario se è il giorno giusto, perché siamo pieni d’impegni e torniamo sempre troppo stanchi dal lavoro.
Per arrivare qui abbiamo dovuto attraversare il check point israeliano, ma per noi occidentali è stata questione di pochi istanti. Lui, Nasir, quella frontiera non può oltrepassarla quasi mai; la sua auto targata a caratteri verdi su sfondo bianco è come un passaporto palestinese, senza visto per andare in territorio d’Israele. Quasi una prigione a cielo aperto, Betlemme. Non come la striscia di Gaza, ma dall’orizzonte reso oscuro dalla presenza del muro, costruito per separarla da Gerusalemme. Una barriera creata come reazione di difesa da parte di uno stato che ha subito la perdita di un migliaio di civili, vittime dei terroristi che, durante la Seconda Intifada, partivano da qui per compiere attentati nella città santa. Ma il muro, che è riuscito ad interrompere la sequela delle stragi, non ha fatto altro che alimentare ancor di più l’odio reciproco. Prima di arrivare a casa di Nasir, mi ero preso un po’ di tempo per passeggiarci intorno: un serpente di cemento, lungo e spettrale, chiuso in alto da chilometri di filo spinato e coperto quasi ovunque da disegni e graffiti; in fondo ad una strada c’è persino una palazzina che è stata circondata sui tre lati, e le cui finestre del piano superiore, più alte del muro, hanno le tapparelle perennemente abbassate, dato che la legge proibisce la presenza di punti di osservazione verso Israele. Poco lontano da qui una scritta recita in inglese: “questo muro può curare il presente, ma non ha futuro”. Un’altra, in italiano, è posta vicino all’immagine di una colomba della pace: “la velocità è il tempo dell’odio, la lentezza è il tempo dell’amore”. Impara da subito a non giudicare, sembra suggerire, davanti ad un conflitto tra ebrei e palestinesi che dura ormai da un secolo ed appare incomprensibile ai più. Prendi su di te il tempo dell’amore di Dio, che non conosce confini. (....)

Saturday, July 25, 2015

CANZONI PER VOLARE



Sembra felice, Stefano Barotti. Lo incontro sul lungomare di Laigueglia, borgo della riviera ligure di ponente annoverato tra i più belli d’Italia, poco prima del suo showcase, in cui presenterà alcuni brani tratti dal suo nuovo disco, Pensieri Verticali. Una performance, quella a cui assisteremo, di una trentina di minuti in tutto, decisamente troppo pochi, non solo per chi ha già imparato ad amare le sue canzoni, ma anche per chi ancora non conosce le sue grandi qualità di musicista e cantautore. In un tardo pomeriggio assolato, è seduto accanto a me, il tavolino di un bar all’aperto a fare da backstage, ed ha appena percorso più di duecento chilometri, per arrivare fin qui dalla sua Toscana. Ha un viso dolce e niente affatto stanco: “Cosa vuoi che siano per un musicista due ore e mezza di strada - scherza, mentre sorseggia un buon bicchiere di vino – praticamente come andare a suonare dietro casa”. Racconta qualcosa di sé, del disco che sembra andare bene, dei prossimi concerti: “non molti – il volto si schiude in un sorriso che la barba non riesce a smorzare - perché tra poco divento babbo e allora devo stare fermo per forza per un po’…”. 



 

Monday, November 24, 2014

IL PRESEPE DI ENNIO


Erano andati da Ennio in un bel pomeriggio di sole. Una di quelle giornate che il mese di ottobre aveva rubato all’estate, dandole in cambio la pioggia di cui, per una volta, l’autunno aveva deciso di disfarsi. Avevano parcheggiato l’auto giù in cortile ed erano saliti in casa, dove lui li aspettava. I pacchi erano già tutti sistemati e catalogati con cura, pronti per essere portati via perché il loro contenuto potesse riprendere vita altrove. Per tanti anni il presepe aveva abbellito la casa di Ennio, quando era Natale. Piccole casette, steccati, giardini e vialetti con la neve. C’era anche uno splendido Babbo Natale e persino una piccola montagna con gli sciatori. Lui aveva sempre pensato che non l’avrebbe mai dato via ad una persona qualunque. A chi fosse capitato, per così dire, alla prima occasione. Aveva aspettato che arrivasse la persona giusta. Così, qualche giorno prima, aveva chiesto a lei se voleva portarselo a casa. Lei che lo aveva sempre assistito, con impegno e con amore. Quello che metteva sempre, peraltro, nel suo lavoro d’ospedale di ogni giorno, nonostante quel clima perenne di nervosismo e scontatezza che, troppo spesso, non faceva cogliere più a nessuno quanto l’eroico potesse diventare quotidiano. Ma talvolta non era così: capitava ci fosse chi sapeva apprezzare fatica e dedizione. Chi non rimanesse indifferente di fronte a ciò che sapeva di amore e di passione. Ed Ennio era uno di questi.

Li aveva accolti, in casa, con una calorosa stretta di mano. Il volto scavato dalla malattia, che ormai si stava prendendo tutto il suo corpo. Ma il sorriso, quello, il tumore non se l’era ancora portato via. E c’era da scommettere che non ci sarebbe mai riuscito. I suoi gesti e le parole, in quei pochi minuti che avevano trascorso insieme, erano come raggi di luce che trapassavano la stanza. Persino il cagnolino sembrava rendersene conto, in quel suo allegro scorrazzare da un angolo all’altro della casa. Ennio raccontava di quel plastico e dei suoi pezzi, costruiti con pazienza un po’ alla volta, lungo il corso degli anni. Ed ora era lì, come a cercare di trasmettere tutto il desiderio di bellezza scritto nel suo cuore, vestito a forma di casette, personaggi, fili e lampadine. Poi erano scesi ed avevano caricato l’auto, così zeppa che non ci sarebbe stato più neanche il sacchetto del pane; avevano salutato e ringraziato Ennio e sua moglie, semplicemente e senza tanti giri di parole, e si erano rimessi in viaggio.

Sulla via del ritorno avevano percorso strade secondarie, attraversando vecchi quartieri che a Milano pensavano non esistessero più. Avevano parlato ancora di lui e della preziosità del vivere bene ogni istante, che invece questa città, folle e frenetica, sembra volerci portare sempre via. Poi, arrivati a casa, avevano scaricato con cura ogni pacco ed avevano riposto tutto in solaio. Lui aveva cercato uno spazio per tutta quella roba, come si cerca il luogo adatto per qualcosa di prezioso. Ma non vedeva l’ora di riportare giù gli scatoloni. Era ancora un po’ presto per addobbare la casa per Natale, ma quest’anno non avrebbe aspettato a lungo per allestire il presepe. Che poi la cosa buffa è che sembrava che, in tutto quel bendidio, mancasse solo la stalla con la statuetta di Gesù. Ma quel che non mancava, ne era certo, era tutto l’amore con cui ogni frammento era stato pensato e costruito. Quello non sarebbe mai passato inosservato, neppure allo sguardo più disattento. L’amore di Ennio era la sostanza di tutto, la corrente che passava attraverso il filo di rame di ogni cavo, la colla che teneva assieme ogni pezzetto di plastica e di legno. Così il Natale di quell’anno, in casa, avrebbero ricostruito tutto con cura, perché niente rischiasse d’andare perduto. Poi, alla fine, insieme alla Madonna, a San Giuseppe ed ai pastori, avrebbero messo anche la statuetta di Gesù, il figlio di Dio che era arrivato, a dare significato a tutto quell’amore, perché Lui era l’Amore. C’era un tempo per tutte le cose, pensavano in famiglia, di fronte ai pezzi del presepe, rimessi ancora una volta tutti insieme. E Gesù, che rinasceva ancora una volta per ogni uomo, era arrivato in quel presepe proprio adesso. Ora che Ennio, che stava per entrare nella casa del Padre, era finalmente pronto ad abbracciarlo.


Sunday, April 06, 2014

DI GREGOIRE E DEI SUOI MATTI DA SLEGARE. E DELL'INDIFFERENZA.



Grégoire interrompe il suo racconto e si alza di scatto, cogliendo tutti di sorpresa. Solleva lo zaino, estrae una catena e se la mette al collo, per riprendere poi a parlare, tenendola stretta e tirata. E' un modo efficace per far comprendere meglio a chi ascolta, comodamente seduto di fronte, la realtà di cui sta raccontando dall'inizio della serata: quella delle persone affette da disturbi psichici e trattate nei paesi dell'Africa Occidentale con l'abbandono o l'incatenamento a vita, perché ritenute colpite da stregoneria. E' la sera di domenica 9 marzo ed un teatro milanese ospita un incontro con Grégoire Ahongbonon, responsabile dell'Association Saint Camille de Lellis. Uno sguardo profondo e intenso accompagna le sue parole: occhi che trasmettono dolcezza e, allo stesso tempo, una forza d'immense proporzioni. Lo spessore di un uomo che, dopo aver ritrovato Dio, comprende che "ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa".
 
Grégoire nasce nel 1953 in Benin, da genitori contadini che lo educano nella fede cattolica. Nel 1971 emigra in Costa d'Avorio; lavora come riparatore di gomme e, poco a poco, giunge ad un discreto benessere. Si allontana da Dio e dalla chiesa, poi, verso la fine del decennio, alcune disavventure economiche lo portano al fallimento e sull'orlo del baratro. Pensa seriamente al suicidio ma, per una serie di circostanze, compie un pellegrinaggio a Gerusalemme, tornando a casa con una fede riabbracciata. Gira per le strade di Bouaké, la sua città, con questo cuore nuovo e, a quel punto, vede ciò che lo circonda. Si accorge di persone che girano nude, a caccia di qualcosa da mangiare, uomini e donne abbandonati dalle famiglie perché malati di mente: i "dimenticati dei dimenticati". Grégoire vede in loro Gesù ed inizia ad aiutarli come può. Porta da mangiare, trascorre con loro le notti, ma si rende conto che non é abbastanza e si dà da fare, finché riesce ad ottenere di gestire un centro dove accogliere queste persone. Comincia a girare per i villaggi del suo paese e scopre una realtà raccapricciante: molti malati mentali vengono incatenati dalle famiglie, bloccati "come Gesù sulla croce" anche per anni, finché la morte non abbia il sopravvento. Il primo incontro di Grégoire con questa realtà é sconvolgente e da quel giorno non si dà tregua, per riuscire a liberare dai ceppi quanta più gente possibile. Oggi i centri gestiti dalla sua associazione sono cresciuti di numero, operando in Costa d'Avorio, Benin e, prossimamente, anche in Togo.
E' un racconto dettagliato, quello a cui si assiste, difficile da descrivere in poche righe. "Come fate ad andare avanti ed a trovare le risorse di cui avete bisogno?", viene chiesto da uno dei presenti alla fine dell'incontro. "Non sono io che faccio funzionare i centri!" - risponde Grégoire, con tono fermo e deciso - vi ricordate cosa ho detto all'inizio? Io sono un gommista! Avevo i soldi, ma Dio mi ha spogliato di tutto, prima di permettermi di cominciare questa storia. Dunque non sono io, né il mio denaro, che ha avviato tutto questo. Ora abbiamo più di 1350 malati in questi centri, ma chi si occupa di questi poveri e se ne occuperà sempre é la Provvidenza, che opera incessantemente attraverso gli uomini".
 
Si esce dall'incontro come trafitti. Una ferita provocata da una realtà sconosciuta a molti e per questo ancor più dolorosa, ma risanata dallo sguardo di Grégoire, un uomo innamorato di Gesù. Rimane in cuore solo un rammarico. Perché la gente non accorre mai sufficientemente numerosa ad incontri come questo, preferendo le comodità di casa propria? Forse perché la malattia dei tempi moderni, quelli della grande comunicazione di massa, dove viviamo come sconosciuti, pur in mezzo a mille messaggi su telefonini, twitter o facebook, è quella dell'indifferenza. L'ha spiegato bene, lo stesso Grégoire: "Qual é la tentazione che ci allontana da Dio oggi? Satana, che é venuto a seminare l'indifferenza nei nostri cuori. Siamo diventati indifferenti gli uni verso gli altri e non vediamo più la sofferenza di chi ci é accanto. Ma l'unico cammino per la nostra felicità e santità é questo: ama Dio con tutto il tuo cuore e il tuo prossimo come te stesso". Non c'è giudizio, né condanna nei suoi occhi, mentre pronuncia queste parole, anche se é un richiamo forte, che scuote la coscienza di tutti i presenti e rende difficile prendere sonno, una volta ritornati a casa. Ma siamo tutti in cammino e rincuora, al mattino, ricominciare cercando di mutare lo sguardo verso chi ci passa accanto nel momento presente. Vivere l'uno accanto all'altro. Per riscoprire l'io, il fratello e Dio.
 

Tuesday, March 04, 2014

TOCCATO DA UNO SGUARDO

Estate 2013, una famosa località del litorale italiano. Un gruppo di amici mi propone di assistere al nuovo spettacolo di Pietro Sarubbi, “Il mio nome è Pietro” ed a portarci, per giunta, tutta la famiglia. Si va tutti a teatro, questa sera, dai dieci ai cinquant’anni. “Ma sei sicura?”, chiedo timoroso a mia moglie. “Stai tranquillo – mi risponde – vedrai che sarà bello anche per i nostri figli!”. Mi fido, si va. E faccio bene, perché, oltre a passare una splendida serata, scoprirò con sorpresa l’esperienza di un attore, che ha visto la sua vita trasformata dalla partecipazione al film “The Passion” di Mel Gibson. Una vicenda che approfondirò meglio in seguito, leggendo il suo libro “Avrei voluto fare san Pietro, ma sono nato Barabba”, in cui viene brillantemente scritta la storia della sua conversione. 

Domenica 2 febbraio 2014, un teatro milanese. E’ l’occasione per un nuovo incontro con il nostro attore, invitato questa volta a raccontare dal vivo la propria esperienza personale. Sarubbi inizia a parlare, strappando subito più di un sorriso con la propria simpatia. Narra di un’infanzia poco serena, di un carattere esuberante e trasgressivo, della difficoltà a relazionarsi con gli altri. A dodici anni scappa di casa con una ragazzina che fa parte di un circo; sta via qualche mese, lo ritrovano e lui scappa di nuovo. A quattordici finisce dai salesiani, dove i seminaristi vivono accanto a ragazzi accolti in una sorta di comunità di recupero, ma lui continua a compiere gesti che sanno di ribellione e voglia di libertà: “Mi piaceva bruciare le tende o spaccare le vetrate, che da un piccolo gesto nascesse un grande effetto”. Ma, invece di essere punito, ottiene dal suo tutore, don Luigi, un amore inatteso: “da una parte egli smorzava la mia aggressività e dall’altra mi faceva scoprire una tenerezza che mi spiazzava: ma come - mi dicevo - più faccio il cattivo, più questo mi vuole bene?”. In quel piccolo istituto c’è un teatro e Pietro scopre una passione. Studia da attore e, un po’ alla volta, si fa strada. Ma al centro c’è sempre il desiderio del suo cuore: “Ognuno ha un cuore che cerca la bellezza. Ci sono cuori più semplici che si accontentano e cuori complicati che non è semplice fare felici. Ed in questo cercare, io ho fatto tanti errori, girando il mondo. Ma, crescendo, aumentava la consapevolezza di non trovare la risposta”. Continua a recitare, diventa famoso e intanto cerca di “addormentare il disagio”. Beve, passa da una ragazza all’altra, finché, un giorno, ne incontra una che decide di rimanere al suo fianco e gli dona tre figli. Pietro ha quarant’anni e prova a rimettersi in gioco. Parte per gli Stati Uniti, si fa notare, recita in film famosi, finché, un giorno, Mel Gibson lo chiama per prendere parte a “The Passion”. E’ ambizioso, vuol sapere che personaggio deve fare, ma il regista lo tiene sulle spine. Capisce che si tratta di un film sugli apostoli ed é convinto che gli verrà affidata la parte di Pietro, ma scopre che dovrà svolgere invece il ruolo di Barabba. Rimane deluso: si sente sottovalutato perché deve recitare un personaggio che nel film non dice neanche una battuta. Ma la risposta di Gibson lo sorprende: "che differenza credi ci sia tra Barabba che non parla e Pilato che parla dieci minuti in aramaico? Quello che il pubblico capirà é quello che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi". E’ in quel momento che decide di fidarsi e di seguire le indicazioni del regista, persino quella bizzarra di non incrociare mai lo sguardo dell'attore che impersona Gesù, fino al momento in cui, nel film, Barabba guarderà davvero negli occhi del Signore. E lì accade qualcosa di speciale: "Sono colpito dalla profondità del suo sguardo. Mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, e invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo quasi una dolce accettazione. Non é uno sguardo feroce, ma dolce e misericordioso, quasi di preoccupazione per me e per la mia condizione, ed accade una cosa unica nel suo genere e nella sua imprevedibilità: mi perdo in quello sguardo, nello sguardo di Gesù, rimango forse un minuto con gli occhi dentro quello sguardo, immobile, a bocca aperta". E’ una novità sconvolgente, di quelle che non fanno più dormire: “a 43 anni, in un albergo a 5 stelle al centro di Roma, sto tutta la notte sulla sponda del letto, con questo sguardo davanti. Era come una domanda di emergenza che io non capivo”.

Passano i giorni, ma aumenta un’inquietudine e si fa strada la solitudine di un uomo famoso, che non riesce a parlare con nessuno di ciò che ha di più urgente nel proprio cuore. Quando il film esce sugli schermi suscita scalpore; i giornali ne parlano e si scrive anche di lui, Pietro Sarubbi in Barabba. Un sacerdote legge un articolo, dove si racconta ancora di quello sguardo. S’incuriosisce, lo cerca e, una volta trovato, gli chiede di andare a portare la propria testimonianza alla sua comunità. Pietro ha ancora quella domanda che ferisce il suo cuore e va. E’ l’incontro non solo con quel sacerdote, ma con una comunità che lo affascina e lo rapisce in un modo nuovo e inconsueto. Parla ancora con quel prete, vuole capire: “Ma come fate ad essere così? Ma lo sa che io ho un figlio a casa che è sempre così agitato che sembra che abbia una colica renale?”. La risposta è disarmante: “Tu sei la colica renale di tuo figlio! Perché i figli non vogliono sentirsi dire cosa devono fare, vogliono vederlo. E tu cosa gli fai vedere a casa? Quando l’hai abbracciato l’ultima volta?”. Pietro non sa rispondere, ma, arrivato a casa, compie quel gesto: abbraccia il figlio e vede finalmente le lacrime solcare due bellissimi occhi verdi. E’ l’inizio di una nuova storia: “Da questo figlio ritrovato – racconta – ho cominciato a fare un cammino. Volevo rimanere aggrappato a quelle persone, imparare il segreto della felicità e non volevo sbagliare. La mia domanda grande era: ma come è possibile che dentro lo sguardo di un uomo ci sia Cristo? E un giorno quel sacerdote mi butta sulle gambe un libretto. Sopra c’era scritto “Deus Caritas Est”. Non so di cosa si tratti, ma mentre sto sul treno per tornare a casa leggo una frase a caso, la prima che mi capita: “Il Signore, sempre, di nuovo, ci viene incontro attraverso lo sguardo di uomini in cui egli traspare”. C’era dentro la risposta alla mia domanda più dolorosa, scritta dal Papa”. “Ci si può abituare ad uno sguardo?”, viene chiesto a Sarubbi alla fine dell’incontro. Non ci si abitua – risponde - ma lo si cerca disperatamente. E poi aggiunge: “Se voi siete qua è perché siete stati toccati da uno sguardo. Se ognuno di voi non fosse stato toccato da un amico, un parente, un sacerdote, un educatore, cent’anni fa o ieri, non sareste qui. Tante volte, di fronte ad rumore in fondo alla chiesa, la gente si gira; ma se sull’altare c’è Cristo, chi ci si aspetta che entri di più importante da quella porta?”. 

Tante altre cose racconta Pietro Sarubbi, trasmettendo tutto con la sua straordinaria allegria, ma facendo anche cadere più di una lacrima sul volto dei presenti. Perché l’abbraccio della conversione – lo dice lui – è commovente come quello del padre al figliol prodigo. Ed accade così che la sua testimonianza riesca a fare breccia nel cuore di chi ascolta, perché egli stesso ha preso il suo, di cuore, e l’ha messo nudo sul palco, a raccontare di un desiderio di bellezza finalmente realizzato. Un cuore trafitto da uno sguardo, quello di un Altro che è passato come passa la luce attraverso le crepe. E’ per questo che, una volta tornato a casa, il mio cellulare impazzisce e continua a ricevere i messaggi entusiasti degli amici, segno di una gioia che si manifesta senza freni. E mentre ripenso a tutto questo, al film di Mel Gibson ed a questi giochi di sguardi, capisco quale sia il modo migliore di vivere la quaresima che sta per iniziare. Percorrere una strada, accanto all’Uomo dei dolori, per giungere ad un incontro, quello col Risorto, capace di cambiare un’esistenza intera. Nient’altro che quel scrive Sarubbi, nel libro che racconta della sua conversione: “solo io, con la mia valigetta, con dentro il mio povero costume di scena, solo io di fronte alla grandezza della vita che affronto, un po’ come si sarà trovato il povero Simone, con la sua povera sacca da pescatore, i suoi sdruciti calzari e la barba incolta davanti al Messia che gli cambiava nome, lo faceva rinascere uomo nuovo pur lasciandolo com’era, ne cambiava il cuore e attraverso quello lo cambiava tutto”.

Wednesday, August 28, 2013

MEETING, PERCHE' ?


Perché?
Giacomo Poretti, intervistato tra i padiglioni della fiera prima della presentazione del suo libro - Alto come un vaso di gerani - non riesce a non strappare sempre un sorriso a chi gli sta di fronte. "Puoi fare tutte le cose strampalate del mondo e nessuno te ne chiede conto: dall’albergo a 12 mila euro a Dubai, all’affittare un utero in India a 3.500 dollari, anzi, in alcuni casi non devi dire niente sennò la libertà è messa in discussione. Ci sono tante cose strampalate, ma se vai al Meeting, tutti ti chiedono “perché”? Ecco, partecipare ad un evento giunto ormai alla 34^ edizione e definito in tutti i modi, anche i più spregevoli possibili - specie da chi non ha mai provato a metterci piede - ha bisogno di una spiegazione. "Significa che c'è un pregiudizio", suggerisce Giacomo.
Eppure chiedere non é mai esercizio inutile. Soprattutto su se stessi. Aiuta a tenere vivo lo sguardo. E allora, perché? Perché, come da molti anni a questa parte, anch'io torno al meeting, accompagnato dalla mia famiglia? Perché siamo tutti felici di prendervi parte anche stavolta, da mia moglie ai miei figli, dai dieci ai cinquant'anni, infanzia, adolescenza, gioventù ed età adulta, tutti accomunati dallo stesso desiderio? C'è bisogno di chiederselo, ogni volta, certamente. E' necessario come é necessario tenere sempre desta la domanda dentro al proprio cuore. Quella domanda di felicità e di bellezza che ti consente di mettere giù i piedi dal letto al mattino. Ogni giorno come se fosse la prima volta.

Benvenuti, buongiorno!
Benvenuti. E' la prima parola che mi accoglie a Rimini, appena un istante dopo aver lasciato la macchina al parcheggio. Buongiorno é la seconda. Un augurio di buongiorno come quello a cui ci ha abituato papa Francesco, fin dal giorno della sua elezione, affacciato dal balcone di San Pietro. 
Il buongiorno di oggi ha il volto di un volontario del meeting, sorridente. Uno tra le centinaia di volontari che servono agli stands od al fast-food; che fanno servizio d'accoglienza e che ti vendono i biglietti della lotteria. O che lavorano al parcheggio. Tutto il giorno sotto il sole, senza poter vedere una mostra od assistere ad un incontro. E che tornano a casa dicendoti, felici, d'aver fatto un'esperienza. Di bellezza e di fraternità. E' già una buona ragione per essere qui. Un augurio di benvenuto e di buongiorno con una faccia così.

Claire Ly.
Bangkok, novembre 1990. Entro per caso in Asia Books, enorme libreria della capitale tailandese. Internet non l'hanno ancora inventato. Lo shock culturale dell'occidentale che sbarca in oriente é qualcosa che accade veramente, in un mondo dove la globalizzazione non esiste ancora e le informazioni non circolano così velocemente. Le notizie le leggi ancora sui giornali, le informazioni le apprendi dalla tv. M'imbatto casualmente nel libro di Molyda Szimusiak, bambina ai tempi del genocidio cambogiano operato dal regime di Pol Pot. Non so nulla di quel paese, quella Cambogia più sfortunata di altri paesi sfortunati, un terzo della popolazione sterminato in poco più di cinque anni da una folle ideologia. Negli anni leggerò ed imparerò qualcosa su ciò che avvenne tra il 1975 ed il 1979 in quella terra del sud-est asiatico. E tra i tanti libri, troverò anche quelli di Claire Ly.
Oggi é qui al metting anche lei, finalmente la posso vedere di persona. Claire, marito, padre e fratello sterminati dal regime, scampata per miracolo alla morte con la figlia piccolina, finita nei campi profughi di Tailandia, prima di sbarcare in Francia, dove provare a ricostruire un'esistenza possibile. Claire é una dei tanti testimoni incontrati qui a Rimini. Racconta della sua conversione dal buddismo al cristianesimo, delle tappe del suo cammino incontro al Dio degli occidentali. Quel Dio inizialmente maledetto, associato all'ideologia marxista venuta da lontano, che si é portata via tutto quello che c'era di vivo in Cambogia. Ma poi reincontrato nel campo profughi, ed improvvisamente fattosi presenza: "questo silenzio é così strano! Non lo sento solo come un'assenza di rumore, ma come un'assenza abitata". Dio che diventa Vangelo - la presenza si fa parola - e infine persona, da incontrare dentro un'esperienza. Oggi Claire Ly, "discepola di Gesù Cristo" é una donna che non porta più alcun rancore, ma crede nel dialogo e nella fraternità, nel sogno di un'umanità riconciliata. Il deserto del cuore, che grida in un campo di sterminio, é stato abitato a poco a poco da un Altro. E quando la folla del meeting applaude il suo percorso, Claire, mentre saluta tutti, le mani giunte ed il capo un poco chino, chiede che quell'applauso non vada a lei, ma salga direttamente a Dio.

Johnny Cash. La musica. E la festa.
Stasera c'è un gruppo di giovani abruzzesi, che suona le canzoni di Johnny Cash. Il cantante solista, ha una voce baritonale impressionante: sembra davvero the man in black, il monumento della musica country americana. Tra una canzone e l'altra un narratore racconta la sua vita, mentre i testi delle canzoni scorrono alternati alle immagini, sullo schermo alle spalle della band. C'è dentro tutto, in quella musica, riprodotta con una resa quasi eccezionale. Gioia e tristezza, morte e resurrezione che accompagnano il pubblico che affolla lo spazio meeting delle piscine. Puoi piangere, ridere e ballare, insieme a quelle canzoni. Lasciare che i brividi scorrano sotto la tua pelle, farti interrogare dall'ultima canzone, Hurt, mentre le immagini di un Cash appena settantenne, ma dal volto scavato dalle rughe di cent'anni di strada, scorrono sul video. Immagini tra le quali, ogni tanto, passa anche una croce. E' lancinante la voce di Cash, come scrive l'amico Riro Maniscalco: "rotta dagli anni, ma anche da una commozione vera, da un indomabile bisogno di bene. E' la verità della condizione umana senza redenzione che però grida che vuole essere redenta" (1).
La sera dopo é quella della festa. L'ultima sera al meeting, condotta magistralmente da Walter Muto, che tiene in pugno una folla di ragazzi di almeno trent'anni più giovani di lui. E di Carlo Pastori, di Paolo Jannacci, della musica irlandese. Per continuare a sorridere, ballare ed inebriarsi. Non di ciò che ottunde o cancella la coscienza dell'uomo. Ma di ciò che la sostiene. Musica come qualcosa che "ha in sé la vita che costruisce, la risata degli angeli, il pungolo del diavolo, lo zampillo del Fionn Glas, la voce della dea Eco, un piccolo mistero, un leggero fastidio, e la pià assoluta promessa di futuro" (2)

Benvenuti a casa Chesterton!
Vai a vedere le mostre del meeting e ti accorgi che - anche qui - ogni volta é un'esperienza. E capisci perché ognuna di esse debba essere guidata. I volontari che accompagnano i sempre numerosissimi visitatori non sono persone di buona volontà che hanno mandato a memoria un gruppo di nozioni. E' gente che ha fatta sua una storia, lasciando che entrasse a poco a poco nella sua esistenza per interrogarla, farle scoprire qualcosa di nuovo e appassionante. Per poi trasmettere tutto questo agli altri. Quella di Chesterton é una storia che ti riporta sulla strada verso casa dopo essere uscito dalla porta, aver girato il mondo, ed essere rientrato dalla finestra. E' una storia che ti fa capire che l'Infinito passa per forza attraverso il limite dell'umano perché é questa la strada che Egli ha scelto per rendersi visibile. E allora é affascinante percorrere una mostra che si svolge dentro la ricostruzione dei locali della casa dell'autore inglese, nella quale la nostra guida c'invita ad entrare come ladri, quasi a voler trovare il modo di carpire qualcosa del suo genio, con passaggi da una stanza all'altra che si compiono entrando da un armadio o passando attraverso il camino della cucina. Il cielo in una stanza é aver percepito l'eroicità ed il "per sempre", scritto in ogni istante di quotidiano, anche quello che appare più futile e noioso.
Accadranno altri miracoli di stupore, andando dietro alle guide che raccontano della testimonianza della chiesa russa ortodossa durante il regime sovietico, o di quello sguardo incantato di Benedetto XVI, piantato fisso sul velo di Manoppello. La luce che risplende nelle tenebre é quella che, inaspettatamente, risplende ogni istante nel tuo cuore. A volte basta davvero poco per riaccendere la luce.


Il mio nome é Pietro.
Quando Pietro Sarubbi riceve da Mel Gibson il compito d'impersonare Barabba nel film "The Passion", non é che sprizzi gioia da tutti i pori. Si sente sottovalutato come attore, deve recitare un personaggio che nel film non dice neanche una battuta. Di fronte alle sue rimostranze, Gibson si spazientisce: "che differenza credi ci sia tra Barabba che non parla e Pilato che parla dieci minuti in aramaico?  Quello che il pubblico capirà é quello che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi". Così comincia a fidarsi, a seguire le indicazioni del regista, persino quella bizzarra di non incrociare mai lo sguardo dell'attore che impersona Gesù fino al momento in cui, nel film, Barabba guarderà davvero negli occhi di Gesù. E lì accade qualcosa di speciale: "Sono colpito dalla profondità del suo sguardo. Mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, e invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo quasi una dolce accettazione. Non é uno sguardo feroce, ma dolce e misericordioso, quasi di preoccupazione per me e per la mia condizione, ed accade una cosa unica nel suo genere e nella sua imprevedibilità: mi perdo in quello sguardo, nello sguardo di Gesù, rimango forse un minuto con gli occhi dentro quello sguardo, immobile, a bocca aperta" (3). Quella che segue, nella vita di Sarubbi, é una corsa incontro a una fede ritrovata nel Signore, finché un giorno un altro regista, Giampiero Pizzol, alla sua richiesta di scrivere per lui una pièce teatrale su Barabba, decide di affidargliene invece una su San Pietro, il personaggio che Gibson non gli aveva voluto far fare allora. Pietro Sarubbi, che ora, invece di san Pietro, vorrebbe recitare solo Barabba, si ritrova nei panni del pescatore scelto da Gesù e lo porta in scena, anche qui al meeting ed é un successo da tutto esaurito. "Solo io, con la mia valigetta, con dentro il mio povero costume di scena, solo io di fronte alla grandezza della vita che affronto, un po' come si sarà trovato il povero Simone, con la sua povera sacca da pescatore, i suoi sdruciti calzari e la barba incolta davanti al Messia che gli cambiava il nome, lo faceva rinascere uomo nuovo pur lasciandolo com'era, ne cambiava il cuore e attraverso quello lo cambiava tutto". (4)

Siria. Testimoni. E le risposte ad un perché.
L'ultimo incontro al meeting passa attraverso il racconto dei fatti recenti di Siria. Antranig Ayvazian e Nawras Sammour sono testimoni oculari di una strage che non ha risparmiato tutti i cristiani e le loro chiese. Processi in piazza fatti persino a croci di legno e statue della Madonna, decapitate perché considerate segno d'idolatria. E quando, a conclusione dell'incontro, Massimo Ilardo, direttore per l'Italia di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", legge una preghiera per i siriani proiettata sullo schermo, ecco accadere qualcosa di speciale: il pubblico in platea, prima sommessamente, poi sempre più forte, si unisce spontaneamente con la propria voce, sino a diventare un coro appassionato che sembra far giungere le proprie lacrime al cielo. 
E' solo in quell'istante che affiora la risposta al mio perché, quello che non ho smesso di domandarmi tutto il tempo. Perché tornare al meeting ogni volta, perché tenere desta quella domanda di significato che ha sempre a che fare con l'attesa e la speranza. Attesa e speranza come sinonimo di vita, perché é quando non si attende e non si spera che non si domanda nulla, ed allora é come essere già morti. La risposta al tuo perché é l'aver incontrato, ancora una volta, dei testimoni.  In questo nostro tempo che non é più quello dei maestri - poco ascoltati ormai - ma di testimoni che riescano ad attirare il nostro sguardo. E' questa l' "emergenza uono" - titolo del meeting di quest'anno - che sentivi battere forte dentro al tuo cuore. "Che cos'é il meeting per te?", é stato chiesto a qualcuno. "Un luogo dove s'incontrano storie e persone straordinarie. E si esce col cuore pieno", é stato risposto.
Quel cuore pieno, fuori da qui, ora non ne vuole più sapere di star solo. Vuole andare incontro a tutte quelle periferie dell'esistenza che abitano ad un passo da sé. Al lavoro, a scuola, sul pianerottolo di casa. E fare esperienza di pienezza e di bellezza. Per poi magari ritornare a raccontarne. Con quattro amici al bar o un altr'anno, di nuovo qui, al meeting. Per non smettere di domandarsi un perché. Sempre pieno d'attesa e di speranza.




Note:
(1) Walter Gatti et al. - Amazing Grace - 2010, Itaca ed.
(2) Tre accordi e il desiderio di verità - a cura di John Waters - mostra XXXIII edizione del Meeting - 2012, Soc. Editrice Fiorentina
(3) Giampiero Pizzol, Pietro Sarubbi - Il mio nome é Pietro - ed. Mimep
(4) ibid.

Tuesday, August 14, 2012

IL PARADISO DIETRO UNA STRETTOIA



La strada che, dal mare di Albisola, sale al paesino di Sassello é per lo più stretta e tortuosa. Guido piano e dolcemente, affrontando ogni curva senza bruschi strappi del motore. Anche l'ultimo dei miei figli é ormai grande, ma l'effetto di un'andatura più brillante potrebbe avere effetti devastanti sull'abitacolo della mia vettura. "Sei emozionato?", mi chiede mia moglie. Già, dovrei esserlo, dico a me stesso, io che non sono mai stato a visitare i luoghi di Chiara Luce. Le rispondo di no e mi pare d'essere sincero, ma, sotto sotto, misconosco semplicemente le mie emozioni. Forse é perché ho appreso la vicenda di Chiara così bene che mi sembra d'essere già stato qui. E forse il fatto che la sua storia sia un po' parte della mia, entrambi dietro al carisma che Chiara Lubich ha donato al mondo, rende tutto un po' più familiare. Ma dovrei esserlo, almeno un po', sinceramente emozionato. Mantenere anche oggi lo sguardo di un bambino e sapermi stupire di fronte a ciò che sa di bello e di vero, la santità e l'eccezionalità dentro l'ordinarietà. E probabilmente, emozionato lo sono per davvero.

Oggi é un giorno particolare a Sassello. Ci sono settanta vescovi, amici del Movimento dei Focolari, venuti quassù dai cinque continenti per conoscere meglio la storia di Chiara e per incontrare i suoi genitori. Li vedo entrare in chiesa, Maria Teresa e Ruggero, semplici e sorridenti come sempre. Ruggero cammina lentamente appoggiandosi a due stampelle. Mi colpisce sempre la figura del papà di Chiara, schivo, di poche parole, quasi a fare da sfondo al fulgore smagliante di mamma Maria Teresa. Entrambi sempre belli a vedersi, sorta di Maria e Giuseppe dei giorni nostri. La loro casa sempre aperta, pronti a parlare con chiunque passi da qui, a voltare verso il prossimo quello sguardo così carico d'amore che hanno sempre tra di loro. Mi scopro a pensare che spesso dietro alla storia di un santo straordinario c'é la santità quotidiana di due genitori.
Prima di venire in chiesa passo con la mia famiglia dal cimitero. Sulla tomba di Chiara c'é tempo e modo di lasciar scorrere libera la mente e la preghiera. Chiedo grazie per tanti amici. Non ricordo cosa chiedo per me. Ma mi lascio avvolgere dalla sua luce, dallo sguardo luminoso dei suoi occhi, una bella fotografia appoggiata sul pavimento della cappella di famiglia. Con noi c'é un'anziana suora, maestra d'asilo di tanti anni fa. Racconta ai quattro bambini di una famiglia di Torino dei piccoli atti d'amore di Chiara verso i compagni di scuola materna. Mi commuove la familiarità che nasce spontanea tra gente che non si é mai incontrata prima. Ecco, forse é questo il primo momento della giornata in cui mi scopro davvero emozionato. Come allora, Chiara Luce genera anche oggi la reciprocità dell'amore. Quando gli amici uscivano dalla sua stanzetta dove giaceva ammalata usavano ripetere spesso:"vicino a lei non si sentiva mai, neanche per un attimo, il peso della malattia, del dolore, delle limitazioni. Stando accanto al suo letto ero io ad avere la netta percezione di essere la malata, l'invalida. Sentivo di doverle chiedere una mano, ma poi, in verità, non occorreva chiedere nulla, bastava guardarla per imparare ad amare sempre e a ripetere con lei: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io. Sei tu, Signore, l'unico mio bene". Rientrando a casa avevo anch'io la certezza di aver vissuto un momento di paradiso". Chiara continua a compiere questo miracolo in chi le si accosta. Creare una fraternità. Luogo di presenza di Gesù, generata dalla reciprocità dell'amore.

La messa é semplice e solenne allo stesso tempo. Il mio sguardo continua ad andare verso l'altare di destra, lungo la navata: non riesco a distogliere lo sguardo da quella fotografia. Ancora quella foto di Chiara, ancora quegli occhi pieni di luce. Anche vescovi e cardinali, oggi, sembrano essere in un certo senso a scuola. Dirà più tardi Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, anch'essa presente oggi a questa festa: "La sento come una sorella per il carisma dell’unità che ci lega: una sorella minore perché figlia del Movimento dei Focolari che ora presiedo; una sorella maggiore perché, correndo come gli atleti alle Olimpiadi, mi ha preceduta nella santità". 
Al termine della celebrazione c'é tempo per incontrare un po' di amici, venuti da ogni dove. Ad un tratto scorgo Franco, lo vedo da lontano dirigersi verso di me. Un amico argentino, che ha letteralmente illuminato tratti di esistenza della mia incerta gioventù. Non lo incontro da anni, mi si fa incontro, lo stesso sguardo e sorriso di sempre, uno dei più luminosi che abbia mai conosciuto. Lo abbraccio, questa volta mi commuovo e mi emoziono per davvero. E' ancora Chiara a generare tutto questo, lo sento. La reciprocità dell'amore. Valeva la pena di arrivare fino a qui anche solo per quest'abbraccio. Lungo una strada tutta curve. Il paradiso dietro a una strettoia.



Di tutti i libri su Chiara Luce che ho letto, quello di Franz Coriasco - "Dai tetti in giù" - mi é sempre parso il più bello. Coriasco é autore radiotelevisivo, musicale, teatrale; scrittore e critico musicale: sono anni che leggo le sue recensioni di musica rock su Città Nuova e tengo in cuore la speranza di poterlo prima  o poi incontrare di persona. Si definisce agnostico, ma il suo sguardo sulla realtà é quello che, da credente, mi piacerebbe spesso avere, io che mi sento così spesso schiavo dei miei pregiudizi. "Oggi, molto più di vent'anni fa - scrive Franz - Chiara mi dà sollievo, ogni volta che la penso: non illumina, ma riscalda la mia oscurità. E' come se contribuisse a tenere aperto lo spiraglio di una porta, così da non cedere alla tentazione di un'esistenza claustrofobica o meramente autoreferenziale. Soprattutto m'invita quotidianamente a cercare compiutezza e perfezione nelle piccole cose di ogni giorno, anche se ahimé, ci riesco di rado".
Penso a queste parole lungo le strettoie che da Sassello riportano giù verso il mare. La strada verso casa é lastricata di un misto di emozioni - quelle della giornata appena trascorsa - e d'intenzioni, quelle di puntare a rendere Bellezza tutte le piccole cose che attendono d'incrociare il mio cammino. Il rischio è di fermarsi al desiderio, ma in fondo basta saper volere, proprio in quelle piccole cose di ogni giorno: "Bisogna saper morire a colpi di spillo per saper morire di spada", diceva spesso Chiara. E pensare a Chiara serve anche a me a tenere aperto quel piccolo spiraglio, attraverso il muro della mia oscurità e del mio peccato. Ma non esiste muro così spesso che non abbia crepe. Dovrei saperlo, ormai, che é da quelle che passa la luce.

Monday, June 11, 2012

UNA PALLINA DA TENNIS. E L'INSOPPRIMIBILE ESIGENZA DEL CUORE

Match point della partita di semifinale. Il tempo non è bello: c’è un sacco di vento che alza la terra rossa del campo da tennis. L’avversaria risponde al servizio, ma la palla ritorna, diritta e precisa, nuovamente dall’altra parte. Tocca terra, urta un’altra pallina, lasciata lì incautamente dopo il punto precedente, e schizza via, imprendibile. Gioco, set, incontro, e la finale, sogno coltivato a lungo durante dure ore d’allenamento, pronto a materializzarsi all’improvviso. Perché le regole sono precise: è responsabilità di ciascun giocatore pulire la propria metà campo dalle palline rimaste a terra. Oppure si potrebbe rigiocare il punto, ma è lo sfidante che lo ha fatto in quel modo che ha facoltà di decidere.

In quei pochi istanti passano nella mente di Chiara mille pensieri. Quel film, visto decine di volte perché piace così tanto al suo fratello più piccolo, dialoghi mandati a memoria, automobili rese vive come persone grazie alla magia dei cartoni animati. Il vecchio DOC, auto da corsa ormai in pensione, che spiega al giovane Saetta McQueen che la Piston Cup non è altro che una coppa vuota e che non serve a nulla se il tuo unico scopo nella vita è sempre e soltanto quello di voler vincere a tutti i costi. E il giovane Saetta, che, memore delle lezioni di quel vecchio amico e maestro, nella gara più importante, dopo l’incidente di King, anziché tagliare il traguardo vittorioso, torna indietro per spingere l’auto avversaria fino al traguardo, arrivando ultimo. “Cosa vuoi fare, Chiara? Vuoi rigiocare il punto o andare in finale?”, grida l’allenatore, non riuscendo a trattenere, nel frattempo, una sonora risata. Momenti ancora più brevi, uno dopo l’altro, mentre il pubblico osserva, perplesso e curioso. Una decisione da prendere subito, senza incertezze. E’ allora che alla ragazza viene in mente anche quel che aveva udito al mattino. Una frase detta durante un incontro con altri amici, coi quali da un po’ di tempo condivide il proprio cammino. Parole sentite anche qualche settimana prima, migliaia di giovani radunati assieme per il triduo pasquale, dietro ad un’esperienza che ti dice che ciò che il cuore desidera esiste ed è un bisogno di felicità e di bellezza scritto da sempre dentro a quel cuore. Dovete essere leali con la realtà, le avevano detto quel mattino. E non dovete ridurre il vostro desiderio.

 “Allora, Chiara?”, grida ancora il maestro. “Allora rigiochiamo!”, risponde la ragazza. L’applauso del pubblico sorge impetuoso e scrosciante, come la ragazza non ne aveva mai sentiti in vita sua. L’avversaria se ne sta andando, ma si ferma e si volta stupita. Si rigioca il punto. Sempre match point della semifinale. Sempre ad un passo dalla vittoria. La ragazza rigioca. E perde. Perde la coppa che aspetta da quattro anni e che l’avversaria aveva già vinto l’anno prima. Ma non è triste, anzi: prova una felicità mai sperimentata prima d’allora. L’applauso del pubblico ora è inarrestabile, l’allenatore corre da lei, l’abbraccia, le fa i complimenti per come ha giocato, le dice che non ha mai visto niente di simile. Lui che gioca a tennis da una vita. Lui come suo padre, anch’egli allenatore, e neppure lui spettatore di qualcosa di simile sui campi di gioco.

Quando torna a casa, alla sera, la gioia del racconto, assaporato a tavola insieme ai fratelli ed ai genitori, ha il sapore del buon cibo ed il calore e la bellezza della fiamma della candela che la sua famiglia usa mettere a tavola ad ogni cena. Il giorno dopo squilla il telefono: dall’altro capo del telefono l’allenatore, che vuol parlare con la ragazza e poi con la madre. Vuole capire. Vuole sapere che cos’è quel qualcosa che ha fatto vibrare il suo cuore in quel modo. La mamma di Chiara prova a spiegare. Gli racconta di quel cammino fatto di piccoli passi di ogni giorno, vissuto in cordata in famiglia e con gli amici, e che fa del percorso della vita una splendida avventura, a sedici anni come a cinquanta. “E’ così grande l’esigenza del nostro cuore che a volte rimaniamo sconcertati – si era sentite dire la ragazza in quei giorni di ritiro – Niente ci dà pace. Niente ci appare all’altezza dei nostri desideri. Che tenerezza verso di sé ci vuole per non disertare il proprio cuore! Ma chi non demorde, prima o poi, capirà perché ne valeva la pena: per scoprire il fascino di Cristo”. Quel pomeriggio di un giorno ventoso, Chiara, correndo dietro ad una pallina da tennis, non aveva disertato il desiderio del suo cuore. E quel desiderio era diventato esperienza di stupore ai suoi occhi ed a quelli di molti altri. Anche quelli del suo giovane allenatore di tennis, il cui vecchio cuore aveva vibrato in quel modo così forte ed inatteso.

Sunday, February 12, 2012

SCUOLA DI MATEMATICA

Una bella domenica di gennaio, il freddo non ancora intenso come quello del febbraio che deve ancora venire. Un gruppo di amici, famiglie, bambini, gente di ogni età. E un prete in mezzo a loro, quello che si diverte sempre a spiazzarti. C'é il vangelo di Matteo, durante la messa, quello che parla dei pani e dei pesci. Quello che lo conoscono anche i sassi, anche quelli che a messa, tutte le domeniche, non ci vanno affatto. Nell'omelia ci chiede quale operazione abbia compiuto Gesù quella volta, quel provocatore dell'amico prete. E ci frega anche stavolta. Perché per tutti, grandi e piccini presenti, la risposta è una sola: moltiplicazione. Non é una moltiplicazione, amici, ci siete cascati ancora. E' una divisione, quella che fece Gesù quella volta, tanti anni fa. Anzi, di più: una condivisione. Ed il risultato è la sovrabbondanza: una folla intera che mangia e si sfama, migliaia di persone sedute in riva al lago. E dodici ceste piene di pezzi di pane e di pesce portate via perché avanzate alla fine. Ciò che opera la Grazia, davanti a un cuore sincero, è sempre di dare oltre la misura di cui hai bisogno.

A scuola di condivisione, in realtà, avevamo cominciato ad andare già un paio d’ore prima, ascoltando il racconto di Paolo ed Enza, una coppia della comunità Sichem di Olgiate Olona, che ci aveva raccontato la loro esperienza. Otto famiglie che hanno cercato e trovato una nuova casa, le une accanto alle altre, per condividere gioie, speranze, sofferenze, e per allargare la propria casa all’accoglienza verso altre persone e famiglie in condizioni di temporaneo bisogno. Tre cortili di una cascina ben ristrutturata, dove anche armonia e bellezza sono il segno di una fraternità vissuta. Paolo ci parla di “pregiudizio positivo”, che è lo sguardo verso il fratello che a loro piace avere in ogni circostanza, e si potesse prendere di loro anche solo una cosa da portare a casa, basterebbe già questa a cambiare lo stile della nostra giornata. E’ bello sentirli parlare di alleanza tra famiglie che si apre all’accoglienza ed è per questo che quel Vangelo di Matteo e quell’omelia trovano poi terreno fertile su cui plasmare menti che stanno provando ad andare ad una scuola di matematica nuova, dove s’insegna che la condivisione genera più dell’addizione e della moltiplicazione.

Lo si sperimenta già a tavola, per il pranzo, dove la comunione è d’anima e di beni. Si divide quel che c’è: il cibo ed il desiderio di bellezza che ciascuno ha dentro sé e che si esprime nell’allegria e nell’armonia del nostro stare insieme. Il pomeriggio, in visita alla Badia di San Gemolo é l’occasione per continuare a mettere in pratica ciò che poco a poco stiamo imparando. “Siamo pronti a perdere la testa per Dio?”, ci provoca ancora don Paolo, davanti alle reliquie del Santo e nel luogo in cui egli fu martirizzato, una cappellina distante una quindicina di minuti dalla Badia, raggiunta dopo una bella passeggiata nel bosco. Scegliere la strada della fraternità in Cristo non è, evidentemente, solo questione di convenienza. E’ desiderio di bellezza, entusiasmo del cuore che comincia a palpitare nel petto quando incontra l’Amato, desiderio, una volta trovata la perla preziosa, di vendere tutti i propri beni per acquistare solo quella.

Alla fine del giorno, è un piccolo gruppetto di amici, quello che si saluta sorridente davanti alle macchine, prima d’intraprendere la strada che porta verso casa; poche persone, forse, qualcosa d'insignificante davanti alla grandezza del mondo che c'é là fuori, con tutte le sue tristezze e i suoi dolori, ma che ha con sé la perla preziosa: Gesù tra loro perché uniti nel Suo nome. E che, a Lui piacendo e se vivrà così, può diventare sale della terra, proprio come quei pochi pani e pesci che hanno nutrito una folla intera.
Mentre l’auto corre veloce lungo la strada, l’orizzonte oltre il parabrezza è un tramonto fatto di spicchi rosso fuoco, che contendono all’azzurro gli spazi del cielo. La bellezza del creato è la cornice di un quadro, quella che una piccola comunità di persone ha dipinto nel suo essere famiglia. Cosa desiderare d’altro, se non di continuare ad essere il pennello nelle mani di un Altro?