Monday, May 14, 2007

INSIEME PER L'EUROPA


250 movimenti cristiani, insieme a Stoccarda, il 12 maggio, per dare nuova speranza all' Europa ( http://www.focolare.org/articolo.php?codart=4971 ).
Questo il contributo di Chiara Lubich:

Per una cultura di comunione
di Chiara Lubich

Carissimi amici, fratelli e sorelle,

il titolo del tema è coinvolgente. Un tema particolare, adatto a noi che siamo immersi in problemi sempre nuovi.

Se consideriamo come è oggi il mondo, vediamo che si presenta veramente come è stato descritto da Benedetto XVI, quando era cardinale.
Egli così si esprimeva: "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni (…): dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via ". (1)

Dio sembra non essere più, soprattutto per noi in Europa, l’interlocutore a cui rivolgersi per risolvere i problemi e i quesiti che ci stanno a cuore.
Si costata con preoccupazione come i valori cristiani facciano sempre meno testo e il dichiararsi cristiano sia ormai abbastanza raro.
Viviamo, quindi, in un mondo in cui, per così dire, Dio sembra assente e il Vangelo non è più considerato fonte di riferimento.
Anche le principali feste liturgiche cristiane portano sì ancora il loro nome, ma sono sempre meno vissute nel loro significato religioso.
La crescita, inoltre, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, veloce e senza limiti al giorno d’oggi, è tale che l’etica non riesce più a tenere il passo, aprendo così una spaccatura tra scienza e sapienza, tra cervello e cuore - come nel caso dell’invenzione della bomba atomica o delle manipolazioni genetiche -, cosicché l’umanità rischia di perderne il controllo.
Per questi, e per altri motivi ancora, rimane dolorosamente vero il lamento della filosofa spagnola del ‘900 Maria Zambrano: stiamo vivendo "una delle notti più buie che abbiamo mai visto". (2)

Dio invece non è assente dalla storia. Molti sono i fermenti di vita nuova in atto oggi nel mondo, per una nuova cultura, una cultura di comunione.
Possiamo vedere che lo Spirito Santo - proprio in questo tempo - è stato generoso, irrompendo nella famiglia umana con vari carismi, da cui sono nati movimenti, correnti spirituali, nuove comunità, nuove opere.
E ogni movimento, comunità, opera, è una risposta alla notte collettiva che domina il mondo. Proietta una luce nata dallo Spirito Santo, che è risposta a quella particolare oscurità, e costruisce reti di fraternità.
Occorre, ora più che mai, allargare queste reti e, nell'amore reciproco, comporre una grande rete di fraternità universale.

Giovanni Paolo II lo ha sottolineato: "Occorre promuovere una spiritualità della comunione" (3) ed ha indicato la stella per questo cammino, Gesù crocifisso che è la Via all'unità: "Non finiremo mai - dice - di indagare l’abisso di questo mistero)". Gesù che grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34). E spiega: "’abbandonato’ dal Padre, egli si ‘abbandona’ nelle mani del Padre". (4)
E' un mistero di cui il Patriarca ecumenico Bartolomeo I ha scritto: "Gesù, il Verbo incarnato ha percorso la distanza più grande che l’umanità perduta possa percorrere: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»". (5)
Nei secoli passati qualche grande mistico e nei decenni più recenti alcuni teologi di varie Chiese hanno già attirato l'attenzione della cristianità sull'abbandono di Gesù.

Dice il teologo evangelico luterano Hermann Bezzel: "Questo abbandono da Dio (…) ha trasformato la miseria della mia lontananza da Dio in gaudio: il mondo è riconciliato con Dio, il paese straniero è diventato la patria, il deserto è diventato valle verdeggiante, la lontananza da Dio è diventata vicinanza a Dio". (6)

Ed è proprio questo grido d'abbandono che oggi vorremmo proporre a tutti.
Non era forse sopraggiunta per Gesù, alla nona ora, una tenebra così fitta che superava all’infinito ogni nostro senso di buio?
Non sono simili a lui anche le persone affamate, angosciate, tristi, deluse…?
Non è immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli e sorelle, fra Chiese, fra brani di umanità con ideologie contrastanti?
Non sono figura di Gesù che s’è fatto "peccato" per noi – come dice Paolo –, tante piaghe dell'umanità?

Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po’ simili ai suoi. Chi non si sente, in qualche modo, separato da Dio quando l'oscurità invade la sua anima? Chi non ha provato dubbi, perplessità, turbamenti come Gesù che in croce dubitò, fu perplesso, chiese "perché?"

Quando sentiamo queste sofferenze, questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46), si è riabbandonato al Padre.
Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: "Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto".
E, se nel momento seguente ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia, come per un'alchimia divina. Infatti, per il nostro amore a Gesù abbandonato, i doni del Suo Spirito fioriscono nell'anima.
Allora, anche per noi, la notte sarà un passaggio e la luce della risurrezione ci illuminerà. Si vedrà nascere una nuova cultura, una cultura di comunione.

I piccoli gruppi in cui viviamo - la famiglia, l'ufficio, l'azienda, la scuola, i nostri centri - possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il Suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri.
Così pure di fronte alle divisioni più grandi come quelle tra le Chiese: dobbiamo lavorare a ricomporre la piena e visibile comunione.
Ed anche fra i diversi movimenti e gruppi, dovunque.
E sperimenteremo che Gesù abbandonato amato è sempre chiave dell'unità: in lui troveremo il motivo e la forza per non sfuggire questi mali, ma portarvi il nostro personale e collettivo rimedio.
La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato.

C’è chi pensa a volte che il Vangelo porti soltanto il Regno di Dio inteso in senso religioso e non risolva i problemi umani.
Ma non è così.
Ogni cristiano, come altro Cristo, membro del suo Corpo mistico, può portare un contributo suo tipico ad una cultura di comunione in tutti i campi: nella scienza, nell'arte, nella politica, nelle comunicazioni e così via. E maggiore sarà la sua efficacia se lavora insieme con altri, uniti nel nome di Cristo.
Nasce così, e si diffonde nel mondo, quella che potremmo chiamare "cultura della Risurrezione": cultura del Risorto, dell’Uomo nuovo e, in Lui, dell’umanità nuova.

Come si può diffondere nella società dove io sono questa cultura? Cosa posso fare io?
Nell’ambito economico, per esempio, si può suscitare in modo spontaneo tra quanti vivono il Vangelo una comunione di beni che emuli quella vigente tra i primi cristiani dei quali è scritto che "nessuno tra loro era bisognoso" (At 4,34).
Nelle aziende si può cercare di applicare il comandamento dell'amore scambievole a tutti i livelli e così tendere alla presenza di Gesù in mezzo, promessa dal Vangelo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20)
Quando poi lui prenderà in mano le redini del mondo economico – e questo avverrà man mano che si moltiplicheranno quanti sapientemente metteranno la loro umanità a sua disposizione – si potrà ben sperare di vedere fiorire la giustizia e di assistere a quel massiccio spostamento di beni di cui molte parti del mondo hanno urgentemente bisogno.
"Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote" (Lc 1,53). E' questa la rivoluzione sociale che siamo chiamati a portare.

Nel campo delle comunicazioni ci è sempre parso un segno della provvidenza di Dio l’attuale sviluppo di potenti mezzi di comunicazione sociale, atti a rendere più unita la famiglia umana.
Contemporaneamente è evidente - e risulta chiaramente dai fatti - che questi mezzi non bastano da soli ad unire i popoli e le persone e a migliorare la qualità della vita. Bisogna che essi siano messi al servizio del bene comune e che quanti li adoperano siano animati dall’amore.
Bisogna diffondere l’amore vero nei cuori e con esso l’interesse per ogni uomo e per ogni donna e per tutto ciò che riguarda l’umanità. E' essendo l'amore, come insegna il Vangelo, che si suscitano relazioni creative, durature, costruttive e si attua quell'arte del comunicare che sa ricevere, accogliere l'altro, gli avvenimenti del mondo e sa dare, cioè parlare, scrivere al momento e nei modi più opportuni.
Ci sarà allora più comunicazione, valorizzazione dei mezzi che la rendono possibile, ma anche e soprattutto si vedranno maggiori frutti di dialogo, condivisione, partecipazione, comunione.
Si può pensare che quando più professionisti condivideranno quest'arte del comunicare, i media dimostreranno maggiormente la loro capacità di moltiplicare il bene, la voce di Dio si farà più sonora e gli operatori meglio assolveranno la loro vocazione di essere strumenti a servizio dell’intera umanità.

E ancora l’ambito della politica.
Non è forse compito della politica riuscire a comporre, nell’armonia di un solo disegno, la molteplicità, le legittime aspirazioni delle diverse componenti della società? E non dovrebbe forse il politico, per la sua funzione di "mediatore" tra le varie parti sociali, eccellere nell’arte del dialogo e dell’immedesimarsi con tutti?
I politici così vivendo, a qualunque partito appartengano, scelgono di anteporre l’amore reciproco ad ogni personale impegno ed interesse e, perché così fanno, sanno che potrebbero attendersi, non senza proprio sacrificio, la presenza di Gesù in mezzo a loro.
E Gesù, che è luce per il mondo, valorizza quanto di vero può esserci nei diversi punti di vista, e illumina, evidenzia il bene comune e dà la forza di perseguirlo.
Ma il bene sarà ancora maggiore quando molti politici avranno il coraggio di porre le loro persone e i poteri a loro conferiti a servizio del fine ultimo che è Dio, e quindi della fraternità universale.
Allora sì che si potrà sperare di vedere avverarsi l’amore reciproco tra i popoli e con esso la pace e la soluzione di molti problemi e conflitti che tuttora attanagliano l’umanità.
Questi alcuni esempi che si potrebbero estendere ad altri campi.

Gesù abbandonato, il Crocifisso di oggi, irradia la luce del Risorto e ci rende generosi nel condividere i suoi doni.
Se nel 2004 abbiamo fatto un passo avanti con la determinazione di tendere alla fraternità, e a quella universale, ora vogliamo fare un passo più in profondità: dare la priorità ad amare e seguire il nostro modello: Cristo crocifisso e abbandonato. Così potremo raccogliere il grido dell’umanità di oggi, e per il Suo "grido" che ha tutto redento creare attorno a noi la società rinnovata che il mondo attende.
Potremo allora dire davvero con Lorenzo, giovane martire del terzo secolo: "La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose risplendono nella luce". (7)

Note:

(1) Omelia del card. J.RATZINGER alla S. Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18.04.2005.
(2) MARIA ZAMBRANO, Persone e democrazia, vers. it., Milano 2000, p. 2. 2
(3) GIOVANNI PAOLO II, Novo Millennio Ineunte, n. 43.
(4) ID., n. 25 e n.26.
(5) BARTHOLOMEOS I, Patriarca ecumenico, Gloria a Dio per ogni cosa, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2001, p. 152.
(6) HERMANN BEZZEL, Die Wort am Kreuz, Verlag Ernst Franz, Metzingen/Württ. 1967 (traduzione italiana).
(7) SAN LORENZO, diacono romano, morto martire nel 258: "Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt", dalla liturgia delle ore, Vespri, 10 agosto.

Saturday, May 12, 2007

LA GIOIA IN PIAZZA

FAMILY DAY


di Igino Giordani (1)


A leggere le cronache di certi giornali uno potrebbe credere che la famiglia sia l'ambiente in cui marito e moglie litigano, e i figli si fanno causa per spartire l'eredità, e i vecchi si spengono nella solitudine.

Secondo quelle cronache, le nozze non sono più che un pretesto per fare un po' di baldoria; dopo di che diventano un motivo per convivere, moglie e marito, per anni, senza capirsi e senza sopportarsi.
Certa letteratura cosparge di scherno la vita coniugale e fa del matrimonio un oggetto di derisione.
E invece la famiglia é una società sacra, un rapporto sacerdotale, una missione divina. Il suo valore é da gente dell'uno e dell'altro sesso sciupato talora perché se ne ignora la bellezza. Nessuno mostra a tanti giovani innamorati la nobiltà, e insieme la responsabilità, di quel sodalizio, che la Chiesa salda col sacramento, facendone una fonte di trasmissione del divino nel convivere umano. Troppi non sanno che cos'é l'amore, contemplato spesso solo in funzione erotica; e ignorano poesia e santità di esso.
Questo succede quando si contempla la famiglia con gli occhi annebbiati del materialismo.
Quando invece essa é contemplata con gli occhi della fede, il suo mistero appare congiunto con tutto il mistero della creazione, dove Dio é Padre e gli uomini sono suoi figli.

Per designare questo, che é il rapporto più grande, non si é trovata un'immagine più precisa e pura che quella di famiglia.

(1) Igino Giordani - Famiglia comunità d'amore - ed. Città Nuova

Thursday, May 10, 2007

Lavori in corso


"Don't need a shot of heroin to kill my disease
Don't need a shot of turpentine, only bring me to my knees
Don't need a shot of codeine to help me to repent
Don't need a shot of whiskey, help me be president
I need a shot of love,
I need a shot of love"

(Bob Dylan)

Wednesday, May 09, 2007

IL CORAGGIO DI IVAN


Esistono tante chiavi di lettura di fronte a notizie quali la recente ammissione da parte del ciclista Ivan Basso di essere ricorso al doping per aumentare il livello della propria competitività sportiva.
Lo scalpore, suscitato dal fatto che si tratta del primo campione di rilievo che giunge in questo sport ad un tale livello di ammissione di responsabilità, potrebbe in fondo essere mitigato dal fatto che la notizia non sia poi in sé così stupefacente.
L’esistenza di una pratica consolidata di doping nel ciclismo professionistico, pur mai suffragata da prove sostanziali, é in realtà una sorta di segreto di pulcinella: chi frequenta questi ambienti é perfettamente a conoscenza che l’eritropoietina, ad esempio, già una ventina d’anni fa veniva distribuita tranquillamente nel circuito dei cicloamatori anche oltre i sessant’anni di età. E poi le prove a favore della colpevolezza di Basso cominciavano ad essere un po’ troppo evidenti, al punto da far ritenere quindi la sua confessione non inevitabile, ma per lo meno prevedibile.
Eppure la vicenda stupisce lo stesso e viene da pensare che comunque il campione abbia avuto una discreta dose di coraggio e di lealtà verso se stesso.
E’ l’interpretazione, ad esempio, di Candido Cannavò, che, dalle pagine della Gazzetta dello Sport, sottolinea che “non c’é atto di coraggio nella vita che non meriti non dico un premio, ma un aiuto, un riconoscimento, un gesto di solidarietà, una mano tesa. E noi, al di là dell’inevitabile pena da scontare, abbiamo una grande voglia di tendere una mano a Ivan per questo giorno tristemente storico dal quale potrebbe rinascere un ciclismo più piccolo, meno enfatico, ma vero”. (1)

Certo che l’amaro in bocca rimane comunque, al di là di ogni tentativo di difesa o di sublimazione del fatto in sé – un illecito sportivo e morale – che rimane comunque un fatto di cronaca negativo. Ma é anche vero che il senso di disagio che emerge in circostanze del genere ha pure a che fare con la mancanza di una cultura della sconfitta.
In un suo articolo intitolato appunto “Una cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria” (2), Paolo Crepaz mette in rilievo una possibilità di uno sguardo differente: “Se é vero che dal profondo dell’uomo, individuo razionale, simile dei suoi simili in umanità, fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme ad altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci, é altrettanto vero che tale relazione si fonda sulla differenziazione, sulla distinzione, arrivando fino alla reciproca contrapposizione, nel senso più positivo del termine, elementi che sottolineano, preservano e tutelano l’identità di ciascuno. La competizione é quindi quella forza dell’interrelazione in cui si mette in luce la distinzione. Accettato che sia quindi privo di significato eliminare, e non solo dallo sport, la dimensione della competizione, é ragionevole ipotizzare che il male maggiore, il grande nemico dello sport, sia oggi l’esasperazione di questa dimensione competitiva. Il peso di cui si é caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini d’immagine e di denaro, é diventato sempre maggiore e da più parti si riconosce che questo rischia non solo di snaturare la bellezza dello sport, ma la sua stessa fisionomia. (...)
Nella relazione, l’unità con gli altri e la distinzione di sé risultano polarità spesso inconciliabili (...) ma (...) nella relazione realizzata in pienezza si impone vi sia sempre l’unità nella distinzione e la distinzione nell’unità, una dimensione resa possibile, sul piano interpersonale, solo dall’amore reciproco. Ma cosa può significare leggere nell’ottica dell’unità e dell’amore reciproco la competizione e in particolare la sconfitta ? (...) Se prima di tutto chi mi sta accanto, l’altro da me, é dono per me e io per lui, la sconfitta e la vittoria assumono un sapore particolare
”.


Allora anche una vicenda come quella di Basso può far bene allo sport, soprattutto se guardata non da un punto di vista genericamente giustizialista, ma attraverso una diversa prospettiva, quella della ricerca di una cultura nuova, che tenga conto del limite non come ostacolo ma come pedana di lancio.
C'é tanta strada da fare ancora, senza dubbio, anche per lo stesso Basso che nella prima conferenza stampa ha già smorzato un po' la portata del suo gesto, ma la speranza di segni nuovi rimane intatta.

E allora tanti auguri Ivan, per un’avventura diversa, sulla strada di una nuova forza, magari quella che, direbbe San Paolo, si manifesta pienamente nella debolezza (3).
E arrivederci, sulle strade di sempre, dove ti abbiamo conosciuto campione, e dove siamo certi di poterti ritrovare un giorno, in un futuro speriamo non troppo lontano.

Note:

(1) C. Cannavò – “Quella voglia di tendergli la mano” – Gazzetta dello Sport, 8 maggio 2007
(2) Paolo Crepaz – Una cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria – Nuova Umanità, XXV (2003/6) 150, pp. 717-728
(3) seconda lettera ai Corinti:12,9

Thursday, May 03, 2007

ASSISI


Un giorno frate Masseo disse a Francesco: "Perché a te ? Perché a te tutto il mondo viene dietro ? Tu non sei bello, tu non sei grande nella scienza, tu non sei nobile !"
Francesco, pieno di gioia, gli rispose : "Vuoi sapere perché ? Perché gli occhi santissimi di Dio non hanno veduto tra i peccatori uno più insufficiente e peccatore di me, e perciò ha scelto me per confondere la sapienza del mondo, e perché tutti sappiano che ogni bene viene da Lui solo".


"Parigi, Parigi, non distruggere Assisi! ".
Si dice che Francesco ammonisse così alcuni dei suoi frati mandati in Francia a studiare.
Ed effettivamente il rischio che qualcosa d'inadeguato possa contaminare la bellezza di questa città é consistente, una possibilità anche dei nostri tempi, in cui la frenesia ha quasi cancellato ogni forma d'armonia.
Eppure, a ben vedere, se é vero che questo é un pericolo, non é scontato che divenga un esito.
E' così tanta la forza che si sprigiona da un luogo come questo, capace a secoli di distanza di richiamare a sé ancora tanta gente e d'essere generatore di vita nuova per innumerevoli persone ogni giorno.
Cammini per le vie, ancora così simili ai tempi andati, e davvero ti pare che questo sia uno dei pochi posti al mondo in cui una conversione del cuore possa germogliare persino dallo sguardo che cade su un sasso lungo la strada o si volge alla pietra di un edificio antico.

Pensi a Francesco, ti accorgi che qui tutto parla di lui e vorresti farlo anche tu.
E ti rendi subito conto che sarebbe meglio il silenzio.
Perché dire di Francesco é esercizio arduo e il rischio é di banalizzare la figura di colui che, per la sua grandezza, fu addirittura definito "alter Christus".
Ma é certamente possibile - questo sì ti appare tempo ben speso - passare da questi luoghi e "portarsi a casa" qualcosa di lui e della sua esperienza terrena.
A me ha colpito l'umiltà senza limiti e la capacità di cogliere la presenza di Dio sotto ogni cosa.
Il suo sguardo, cui non sfuggiva l'apparire della bellezza della volontà di Dio dell'attimo presente, rende ragione del suo giungere a lodare ogni aspetto del creato, anche le cose più scomode ed incomprensibili come le malattie e la morte.
Così, per analogia, mi é riaffiorato alla mente un episodio, rigurdante invece i primi tempi dell'esperienza di Chiara Lubich e delle sue compagne, nel 1943.
Doriana Zamboni lo racconta così:
"C'eravamo solo Chiara, Natalia ed io e andavamo ad una delle conferenze del Terz'ordine di San Francesco. Il Padre assistente aveva portato un quaderno nuovo e aveva detto: "alla fine di questa riunione ognuno dovrà scrivere un pensiero, un proposito, su questo quaderno". La prima a scrivere é stata Chiara e ha scritto una frase: "Non mi lamenterò mai di nulla". Io dovevo scrivere una frase sotto di lei, perciò l'ho letta. Non so cosa ho scritto, una cosa più semplice, certamente. Tutte le volte che spontaneamente nella mia giornata mi viene da lamentarmi di qualcosa, di una persona, del caldo, del freddo, mi torna in mente quella frase di Chiara: "Non mi lamenterò mai di nulla". Allora ricomincio, non mi lamento. Certe volte arrivo a non lasciar uscire il lamento, mi lamento solo dentro di me, poi pian piano riesco a dire: "Non importa, é un piccolo Gesù crocifisso anche questo".

Francesco, nella sua vita, non si lamentò mai di nulla e così non si appoggiò ad altri che a Gesù.
Ma, come "alter Christus", divenne sostegno di molti e amico nel cammino per tutti.
La mia breve permanenza ad Assisi é stato anche sperimentare questa compagnia.
E' il dono più grande che mi porto a casa.

Tuesday, May 01, 2007

LABOUR DAY


"Lavorare con amore ?
E' tessere un abito con i fili del cuore, come dovesse indossarlo il vostro amato.
E' costrure una casa con affetto, come dovesse abitarla il vostro amato.
E' spargere teneramente i semi e cogliere le messi in allegria, come dovesse mangiarne il frutto il vostro amato.
E' sciogliere in tutto ciò che fate il vostro soffio spirituale."

(Gibran Kahlil Gibran)

"Se l'uomo accetta di mettere a base di tutta la sua vita, e quindi anche del lavoro, l'amore universale verso tutti gli uomini, Dio lo associa alla sua opera di creatore e a quella di redentore. (...) Mediante il lavoro, la natura riceve l'impronta dell'uomo; ma poiché l'uomo, amando, vive il suo essere immagine di Dio, la natura da lui trasformata diventa quasi opera di Dio. L'uomo continua, dunque, il lavoro di Dio creatore. E l'uomo continua, in una certa maniera, anche la redenzione di Cristo. (...)
Dio manda il suo Figlio sulla terra e la redenzione che egli opera raggiunge tutto l'uomo, perciò anche il suo lavoro. La fatica e il dolore rimangono, ma l'uomo che ama collabora attraverso di essi in qualche modo, con il Figlio di Dio, alla redenzione dell'uomo, a quella realtà che chiamiamo regno dei cieli"

(Chiara Lubich)

Friday, April 20, 2007

ABITO DI SPERANZA

Dedicato a Domenico Mangano
(la cui vita è raccontata nel libro di Paolo Crepaz
"Frammenti di reciprocità",
edizioni Città Nuova)


Capitò un giorno che un caro amico mi svelasse un modo nuovo col quale guardare le persone.
Lo ascoltai in un pomeriggio d'inverno, il freddo inverno del 2001, quando le torri gemelle erano cadute da poco.
Parlò di "abiti" che siamo soliti cucire "addosso alle persone" e che, come fardelli insopportabili, ci vengono "sempre di fronte, anche nei momenti più belli". Quegli abiti - spiegò a me e ad altri l'amico quella volta - sono le cattive impressioni, le esperienze deludenti, i nostri giudizi negativi, tutto ciò che ci impedisce di guardare ciascuno con occhi nuovi ogni mattina.
Feci fatica lì per lì ad accettare tutto ciò, ma poi, piano piano, mi parve di capire; stavo entrando in punta di piedi nel cuore di qualcosa che non era un bel discorso morale, giusto e condivisibile, ma un fatto del tutto diverso.
Quel che percepivo vibrava di vita propria: era un fremito nuovo, divenuto d'un tratto avvenimento.
Il mio amico, per la profonda unità che era presente tra noi, era riuscito a far passare il senso di uno sguardo; ora potevo immaginare come Dio ci guardava in ogni istante: la sua misericordia era toglierci di dosso quell'abito di continuo.

Da quel giorno non fui più lo stesso di prima, poiché ora non potevo non sapere.
Certo la realtà era sempre lì, con tutte le sue delusioni, le paure ed i problemi, le situazioni irrisolte.
Ma non potevo più ignorare che la "purificazione della memoria" era possibile in ogni istante, che qualsiasi fratello - qualunque davvero - mi era stato dato in dono.

Ma rimaneva ancora qualcosa ad ingessare il mio agire, che mi bloccava e rendeva vano quel che mi pareva d'aver compreso.
Scoprii che era l'abitino che avevo cucito su di me.
Era sempre stato lì, stretto al punto giusto, fatto di fallimenti, di pretese ed ambizioni, di orgoglio sopraffino.
Uno sguardo anch'esso, in fondo, ma privo di misericordia, freddo e spietato.
Questa volta però non aveva a che fare col prossimo, bensì con me stesso.
Allora mi accorsi, d'un tratto, che quello sguardo pretendeva di farsi da sé: non aveva mai chiesto aiuto.
Così, finalmente, arrivò il momento che da sempre aspettavo: mi tolsi l'abito di dosso e, rimasto nudo, mi affidai.

Da allora l'incoerenza e l'infedeltà non mi spaventano più.
E da quel giorno, nella mia mente affiorano spesso, più di tante altre parole, queste di Chiara Lubich; allora le stringo forti a me, come la perla preziosa di un tesoro che nessuno mi porterà via mai più, e - ora sì, sicuro e felice - continuo per il mio cammino.

" (...) riconosco tante volte al giorno che Tu sei morto per i miei peccati e le mie infedeltà, ma quando ne commetto qualcuna perdo la pace, come se non potessi essere più perdonato. Mi illudo dicendo che é delicatezza di coscienza l'ossessione che le mie infedeltà provocano in me: invece é l'orgoglio sopraffino. (...) RiconoscerTi, abbracciarTi nelle umiliazioni che seguono le mie infedeltà, questo Ti fa piacere, perché allora solo l'Amore può riconoscerTi, l'intelligenza non arriva a tanto. "Chi non ama non ti conosce"

(Chiara Lubich)

Sunday, April 15, 2007

NOT DARK YET


They tell me to be discreet for all intended purposes
They tell me revenge is sweet and from where they stand, I'm sure it is
But I feel nothing for their game where beauty goes unrecognized
All I feel is heat and flame and all I see are dark eyes

(Bob Dylan, Dark Eyes)

I fortunati spettatori di quel di New York e Philadelphia che, nei giorni antecedenti il Natale del 1995, si trovarono ad assistere ai concerti di Bob Dylan, ebbero la fortuna di godersi ogni sera un inedito duetto con Patti Smith, in una canzone che Dylan raramente avrebbe poi ripreso nei concerti del suo Never Ending Tour.
Dark Eyes, intensissimo ed oscuro brano tratto da Empire Burlesque del 1986 - inciso solo voce, chitarra acustica ed armonica, in un album che fa del ritmo e della musicalità la propria struttura portante - appariva davvero scelta ricca di pathos, a conferire ancor più fascino a quei pochi minuti di sodalizio musicale dei due.


Sono passati gli anni e Patti ne ha compiuti da poco 60, ma la vena creativa ed interpretativa appare assai lontana dallo spegnersi.
E' di questi giorni l'uscita del nuovo album, Twelve, fatto di covers di grandi autori - Neil Young, Hendrix, Dylan, Doors, Paul Simon ed altri - eseguite talora con dolcezza, talaltra con grande grinta, sempre e comunque con classe ed originalità.
Per la poetessa del rock, non nuova nella capacità di donare nuova vita anche alle canzoni di altri autori, il tempo sembra davvero non essere passato, anzi sembra averle rivitalizzato anima e cuore.
In questi momenti sembra davvero lontano uno sguardo che nasca da occhi scuri, come par di comprendere da queste sue parole pronunciate all'inizio dell'anno :

"(...) Devo dire che é stato davvero bello incontrare l'alba raccogliendo i soliti vecchi vestiti e camminare scalza sul pavimento e poi uscire nel mondo in cerca di un caffé, incontrando amici, vicini e passando accanto a tutti sentire una parola carina e incoraggiante.
Voglio ringraziare tutti quanti, così come provare a mandare qualche parola d'incoraggiamento anche da parte mia.
Un nuovo anno comincia e ci dà l'opportunità di rivalutarci fisicamente, emotivamente e spiritualmente. Non c'é ragione al mondo per cui ognuno di noi non possa prendersi cura di sé stesso e migliorare la sua situazione. (...) Dire un semplice grazie prima di mangiare. Guardare oltre alle nostre proprietà, andare avanti e pensare a quello che veramente vogliamo o non vogliamo. Se uno ha dei vizi e non può rinunciare a loro, cominci a tagliare. Cominciate con le piccole cose e vi sentirete meglio: compiendole, aggiungerete via via cose più stimolanti. (...)
A volte chiediamo così tanto a noi stessi che ci sentiamo sconfitti prima ancora di cominciare. Non sconfiggetevi. Siamo fortunati ad essere vivi. Penso sempre al verso di Jimi Hendrix: "Hooray I wake up from yesterday". Già soltanto l'essere vivi é un dono.
Su questo pensiero possiamo costruire ogni giorno.
Bene, buon anno. E grazie a tutti.
Prendo i miei consigli, cambio i calzini e me ne vado per la mia strada. "

Twelve é un bel disco, che cresce ascolto dopo ascolto.
Per Patti Smith, direbbe forse Dylan, it's not dark yet.

Wednesday, April 11, 2007

LA MAGIA DI RADIATOR SPRINGS


John Steinbeck concludeva così il suo punto di vista sulle superstrade americane, nel libro Viaggiando con Charley: "queste strade sono ottime per il trasporto delle merci, ma non riusciranno mai a far capire cosa significhi il paesaggio. Quando imboccheremo una di queste strade che attraversano il Paese da una costa all'altra, cosa che accadrà di sicuro, andremo da New York alla California senza aver visto assolutamente niente".
Di tutt'altra opinione Mike Bryan, che, nel suo Uneasy Rider, afferma : "a mio parere si capisce molto ma molto di più percorrendo una di queste strade (le superstrade, ndr) o visitando i dintorni: si vede l'America non solo com'é, ma come sarà; ci si trova faccia a faccia con la verità, bella o sgradevole che sia..."

I creatori di Cars, il film d'animazione della Pixar che ha seguito il successo de Alla ricerca di Nemo e Gli incredibili, sembrerebbero più seguaci di Steinback che di Mike Bryan, pur apparendo condivisibili anche le affermazioni di quest'ultimo.
Fatto sta che il film, tra le altre cose, è anche l'elegia della Route 66, la mitica strada statale americana, dimenticata per molti anni, ma ora eletta a sorta di nuovo monumento nazionale degli Stati Uniti.
C'é un punto del film, accompagnato dalle melodie struggenti di Randy Newman, in cui Sally, la "bella" del paese di Radiator Springs, porta Saetta McQueen ad ammirare il paesaggio mozzafiato, fatto di canyons e distese sterminate, su un tratto abbandonato della vecchia strada. Saetta si stupisce che lassù non vada più nessuno a godere di una tale bellezza :

Sally: Non é stato sempre così.
Saetta McQueen: Ah no ?
Sally: No, quarant'anni fa quell'autostrada laggiù non esisteva.
Saetta: Davvero ?
Sally: Già. A quei tempi le auto attraversavano il paese in un modo del tutto diverso.
Saetta: Che cosa vuoi dire ?
Saetta: Beh, la strada non era diritta come l'autostrada ora. Seguiva il paesaggio, sai ?
Saliva, scendeva, si arrampicava. Allora il bello non era arrivare. Il bello era viaggiare...

Il cambiamento di Saetta McQueen comincia qui e pian piano quell'auto da corsa giovane, inesperta e presuntuosa imparerà a scoprire le regole degli abitanti di quella piccola cittadina, fatte di dignità e lealtà, di passione ed amicizia, regole che lui non conosceva prima d'allora e che non aveva perciò imparato a rispettare, ma che ora scoprirà essere il tesoro prezioso di quel luogo tagliato fuori dall'autostrada e dalla frenesia dei tempi moderni.
Potrebbe sembrare operetta morale alla fine, ed é il rischio che questi film d'animazione corrono sempre, ma qualcosa in più questa volta c'é.
E' l'esperienza del regista John Lasseter, che racconta così momenti di vita vissuta, alla base dell'ideazione e della realizzazione del film:

"Cars per me é un film molto personale.

Non solo la storia é ispirata al mio amore per le automobili e a mio padre, addetto ai ricambi in una concessionaria Chevrolet, ma é ispirato ad un evento realmente accaduto nella mia vita.
Diressi Toy Story, Megaminimondo e Toy Story 2. Quando completammo Toy Story 2 era il 1999. Erano passati nove anni ed avevamo quattro figli.
Mia moglie mi disse: "John, la sai una cosa, ti abiamo sostenuto mentre giravi questo film e durante la nascita della Pixar e tutto quanto. Ma ti conviene fare attenzione, perché un giorno ti sveglierai, i tuoi figli andranno all'università e ti sarai perso ogni cosa".
Così mi presi una lunga vacanza. Mia moglie ed io comprammo un camper usato e io decisi di esplorare l'America evitando le autostrade.
E sapete cosa é successo ?

La nostra famiglia ne uscì fortificata.
E quell'estate mi ha cambiato la vita.
Tornai a casa sapendo che questo film si sarebbe basato su un personaggio che scopre ciò che ho scoperto io. Cioé che nella vita é il viaggio la vera ricompensa.
Così iniziai a pensare e decisi di usare un'auto da corsa. In quel mondo conta solo la vittoria, la conquista del campionato. Era il personaggio ideale.
D'improvviso sarebbe stato costretto a rallentare."

Rallentare, dunque, e Cars, in una straordinaria miscela di personaggi originali (Carl Attrezzi e Doc Hudson tra gli altri), buoni effetti scenici, vivacità e simpatia, diviene alla fine anche elogio della lentezza.
Ed é proprio quello di cui abbiamo bisogno oggi, perché la corsa senza senso che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno possa lasciare spazio ad un po' più di bellezza.

Thursday, April 05, 2007

IL SEME DENTRO LE COSE


La notai subito, all'inizio dell'anno scolastico, quella frase posta all'ingresso delle scuole dei miei figli, la materna e l'elementare, e mi fece profondamente riflettere.
Campeggiava a mo' di programma e diceva : "cerchiamo insieme cosa c'é dentro le cose".
Sulle prime mi parve di capirla, con gli occhi della fede, ma col tempo appresi che aveva invece a che fare con un cammino.
Furono - e sono tuttora - tante cose: i racconti dei bambini quando tornano a casa, i loro sguardi e quelli dei loro compagni, il percorso educativo, profondamente partecipato alle famiglie; ma anche piccole cose, come il sorriso di un amico genitore, la preparazione di alcuni momenti durante l'anno scolastico, l'unità con gli insegnanti.
Quando l'educazione é conseguenza dello sperimentare un'amicizia speciale, allora ti rendi conto che il maestro é un Altro, Colui che ha garantito di essere presente tra noi quando siamo uniti nel Suo nome ("Dove due o tre sono uniti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro" - Mt. 18,20).
Così, ancora oggi, l'entusiasmo del cercare cosa c'é dentro le cose nasce da quel farlo insieme: la gioia é quella di un cammino condiviso.

Se i miei figli sono felici di andare a scuola é perché - a sprazzi forse, ma certamente - si fanno capaci, insieme agli altri bambini, agli insegnanti ed ai genitori, di andare avanti giorno per giorno così.
Allora dentro le cose sono in grado di vedere anche il seme, quello di cui Don Carlo ha parlato ai bambini della scuola dell'infanzia:
"il seme é quel "cosino" speciale che Dio ha messo nella natura come "concentrato" di tutto quello che da esso si svilupperà: come fiore, come alberello, come maestosa sequoia.
Possiamo paragonare Gesù a Pollicino, anche lui lascia tracce da tutte le parti, non bricioline di pane, ma semini. Quali semini ? Gli avvenimenti.
Lui stesso é l'avvenimento degli avvenimenti, il semino d'oro più bello che c'é.
Questo semino é caduto in terra, ed é il mistero della morte e della resurrezione di Gesù. Ora é un albero grande e sui suoi rami noi stiamo comodi ed appollaiati.
Sta a noi ricreare, trovare, lasciarci abbracciare e abbracciare a nostra volta con tutto il cuore".

Sunday, April 01, 2007

IL MIRACOLO DI VAN THUAN

François Xavier Nguyen Van Thuan nasce ad Hue, in Vietnam, il 17 aprile 1928.
Viene ordinato sacerdote nel giugno del 1953 e, dopo la laurea in diritto canonico conseguita a Roma nel 1959, torna in Vietnam, dove diviene vescovo di Nha Trang nel 1967.
Il 24 aprile 1975 viene nominato arcivescovo di Saigon, ma solo pochi mesi dopo, il 15 agosto viene arrestato ed imprigionato dai dirigenti del regime comunista.
Trascorrerà tredici anni in prigione, di cui ben nove in isolamento.
Scarcerato il 21 novembre 1988 ed espulso dal paese, tornerà a Roma, dove sarà nominato presidente del Pontificio Consiglio "Giustizia e Pace".
Nominato cardinale nel 2001, conclude la sua avventura terrena il 16 settembre 2002, a seguito di lunga e dolorosa malattia.

Nel 2000 Giovanni Paolo II lo aveva chiamato a tenere gli esercizi spirituali quaresimali della Curia Romana. Van Thuan rimase perplesso di fronte alla richiesta del papa: "Santo Padre, cado delle nuvole, sono sorpreso. Forse potrei parlare della speranza ?".
"Porti la sua testimonianza !" fu la risposta del papa.
Questi che seguono sono stralci di essa.
Un cammino di croce e resurrezione, come quello che ci apprestiamo a rivivere in questi giorni di preparazione alla Pasqua.

IN PRIGIONE

“Il 15 agosto 1975, festa dell’Assunta, a Saigon sono stato invitato a recarmi al Palazzo dell’Indipendenza. Là sono stato arrestato. Erano le 14.00. In quel momento tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose erano stati convocati al Teatro dell’Opera, allo scopo di evitare ogni reazione da parte del popolo. Inizia così per me una nuova e specialissima tappa della mia lunga avventura.
Sono partito da casa vestito con la tonaca, con un rosario in tasca. Durante il viaggio verso la prigione, mi rendo conto che sto perdendo tutto. Non mi resta che affidarmi alla Provvidenza di Dio. Pur in mezzo a tanta ansia, sento una grande gioia: oggi è la festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo.
Da quel momento è vietato chiamarmi vescovo, padre… Sono il signor van Thuan. Non posso più portare nessun segno della mia dignità. Senza preavviso, mi viene chiesto, anche da parte di Dio, un ritorno all’essenziale”.
“Durante la mia lunga tribolazione di nove anni di isolamento, in una cella senza finestre, a volte sotto la luce elettrica per molti giorni, a volte nell’oscurità, mi sentivo soffocare per il caldo e l’umidità, al limite della pazzia. Ero ancora un giovane vescovo, con otto anni di esperienza pastorale. Non riuscivo a dormire, ero tormentato al pensiero di dover abbandonare la diocesi, di lasciar andare in rovina tante opere che avevo avviato per Dio. Sperimentavo come una rivolta in tutto il mio essere.
Una notte, dal profondo del cuore una voce mi disse: “Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare, è un’opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutto ciò, fallo subito, e abbi fiducia in lui! Dio farà le cose infinitamente meglio di te. Egli affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!”. …Da quel momento una nuova forza ha riempito il mio cuore e mi ha accompagnato per 13 anni. Sentivo la mia debolezza umana, rinnovavo questa scelta di fronte alle situazioni difficili, e la pace non mi è mai mancata”.
TESTIMONE DI SPERANZA
“Dopo il mio arresto, vengo portato durante la notte da Saigon fino a Nhatrang, un viaggio di 450 km, in mezzo a due poliziotti. Ha inizio l’esperienza di una vita da carcerato: non ho più orario.
In quei giorni, in quei mesi tanti sentimenti confusi mi arrovellano la mente: tristezza, paura, tensione. Il mio cuore è lacerato per la lontananza dal mio popolo. Nel buio della notte, in mezzo a questo oceano di angoscia, piano piano mi risveglio: “Devo affrontare la realtà. Sono in prigione. Se aspetto il momento opportuno per fare qualcosa di veramente grande, quante volte mi si presenteranno simili occasioni? C’è una sola cosa che arriverà certamente: la morte. Occorre afferrare le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in modo straordinario”. Nelle lunghe notti in prigione, mi rendo conto che vivere il momento presente è la via più semplice e più sicura alla santità”.
“Io non aspetterò - mi sono detto -. Voglio vivere il momento presente, colmandolo di amore.
Il cammino della speranza è fatto di piccoli passi di speranza. La vita di speranza è fatta di brevi passi di speranza.
Ogni minuto voglio dirti: Gesù, ti amo, la mia vita è sempre una “nuova ed eterna alleanza con te”.
“Quando avevo perso tutto ed ero in prigione, ho pensato di prepararmi un vademecum che mi potesse consentire di vivere anche in quella situazione la Parola di Dio. Non avevo né carta né quaderni, ma la polizia mi forniva dei fogli sui quali avrei dovuto scrivere le risposte alle tante domande che mi facevano. Allora, a poco a poco, ho cominciato a sottrarre alcuni di questi pezzi di carta e sono riuscito a fare una minuscola agenda sulla quale giorno per giorno ho potuto scrivere, in latino, più di 300 frasi della sacra Scrittura che ricordavo a memoria. La Parola di Dio, così ricostruita, è stata il mio vademecum quotidiano, il mio scrigno prezioso da cui attingere forza e alimento”.
“Nella prigione di Phu-Khanh, i cattolici dividevano il Nuovo Testamento, che avevano portato di nascosto, in piccoli foglietti, se li distribuivano e li imparavano a memoria. Siccome il pavimento era di terra o di sabbia, quando sentivano i passi dei poliziotti, nascondevano la Parola di Dio sotto il suolo.
La sera, al buio, ognuno recitava a turno la parte che aveva imparato. Era impressionante e commovente sentire nel silenzio e nell’oscurità la Parola di Dio, il Vangelo vivo, recitato con tutta la forza d’animo da cristiani che lo vivevano sulla loro pelle".
"Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito a mani vuote. L'indomani mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie. Ho scritto tra l'altro: Per favore, mandatemi un po' di vino, come medicina contro il mal di stomaco. I fedeli hanno subito capito e mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa con l'etichetta: "Medicina contro il mal di stomaco" e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l'umidità. Così ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d'acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale ! Era la vera medicina dell'anima e del corpo. Ogni volta avevo l'opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. Ogni giorno, recitando le parole della consacrazione, confermavo con tutto il cuore e con tutta l'anima un nuovo patto, un patto eterno fra me e Gesù, mediante il suo sangue mescolato al mio. Erano le più belle Messe della mia vita !"
L’ARTE DI AMARE
"Un giorno dovevo tagliare un bel po' di legname. Allora ho domandato ad una delle guardie:
“Mi permette di tagliare un pezzo di legno in forma di croce?”
“Ma perché?”
Ho detto semplicemente: “Per un ricordo! “
“ È vietato! “ - è stata la secca risposta – “Sì, lo so. Ma lei é mio amico”.
“ Ma se sarò scoperto, sarò punito !”.
“ È vero che io non posso fare questo davanti ai suoi occhi, ma lei chiuda gli occhi, non mi guardi. “
Allora è andato via, e così ho potuto tagliare un pezzo di legno in forma di croce che ho nascosto nel sapone finché sono stato in carcere.
Poi, quando fui rimesso in libertà, l'ho ricoperto con un po' di metallo ed è diventa­ta la mia croce di vescovo.
Più tardi in un'altra prigione presso Hanoi ho domandato ad un'altra guardia:
“ Lei può aiutarmi? “
“A fare cosa? “
“Voglio tagliare un pezzo di filo elettrico.”
Preoccupato, mi chiede: “ Lei vuole suicidarsi? “
No. Io devo vivere per portare avanti i valori del cristianesimo.
“Allora che cosa vuol fare? “
“ Una catena per portare la mia croce. “
“ Ma come si può fare una catena con filo elettrico? “
- Io posso farla. Mi presti due piccole tenaglie e glielo mostrerò.
È andato via senza dirmi niente. Pochi giorni dopo è tornato:
- Io non posso rifiutarle questo, perché lei è troppo buon amico. Domani è il mio turno di guardia dalle sette alle undici. Porterò il filo elettrico. Però abbiamo solo queste quat­tro ore. Dopo, se qualcuno viene e ci vede può denunciarci, per cui bisogna finire entro quel tempo.
Abbiamo finito effettivamente in quattro ore. Ed è questa catena che oggi sostiene la mia croce pettorale.
Ma non si tratta solo di un ricordo. Essa serve, adesso come allora, a rendere viva la chiamata di Gesù che abbiamo ascoltato nel vangelo appena letto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Io ho dato la mia vita per voi. Date anche voi la vita per i vostri amici» (cf Gv 15, 12-13). È il segno del più grande amore".
MARIA
“Durante la marcia nelle tenebre da carcerato, ho pregato Maria con tutta semplicità: “Madre, se tu vedi che non potrò essere più utile alla tua Chiesa, concedimi la grazia di consumare la mia vita in prigione. Altrimenti, concedimi di uscire dalla prigione in una tua festa”.
Un giorno, mentre mi sto preparando il pranzo, sento squillare il telefono delle mie guardie. “Forse questa telefonata è per me! E’ vero, oggi è il 21 novembre, festa della Presentazione di Maria al Tempio!”. Poco dopo una delle guardie viene e mi dice: “Dopo il pranzo si vesta bene. Andrà a vedere il capo”. In quel pomeriggio ho incontrato il Ministro degli Interni. “Lei ha un desiderio da esprimere?” “Sì, Signor Ministro, voglio la libertà”. “Quando?”. “Oggi”. Il Ministro mi guarda molto sorpreso. Spiego: “Signor Ministro, sono stato troppo a lungo in prigione. Sotto tre pontificati. Quello di Paolo VI, di Giovanni Paolo I e di Giovanni Paolo II. E inoltre sotto quattro Segretari generali del Partito comunista sovietico”. Lui si mette a ridere e voltandosi verso il suo segretario dice: “Fate il necessario per esaudire il suo desiderio”. Esulto: Maria mi libera: Grazie a te, Madre! Buona festa!
LA LIBERTA’
"Quando sono stato nominato cardinale dal Santo Padre, ho sentito nel mio cuore: Io non sono degno, pregate per me. Nella grazia gratuita del Signore mi sento pieno della sua misericordia. Ho passato 13 anni in carcere. Adesso per me dare la vita significa lavorare nel servizio alla Chiesa e all'umanità nel dicastero Giustizia e Pace. In esso posso diminuire la miseria nel mondo, portare la pace, cancellare il debito, alleviare la fame e la malattia nel mondo".
CON GIOIA E CON AMORE
"C'è stato un fatto che per me fu impressionante. Tutta la corrispondenza che io potevo ricevere erano soltanto due lettere dalla mia mamma ogni anno. Ma un giorno mi è arrivata una lettera di Chiara Lubich. Non so come, ma è arrivata, la polizia me l'ha passa­ta. E' stata una grande gioia e sostegno, per­ché mi sono sentito in comunione con voi tutti pur essendo isolato e lontano".

Monday, March 26, 2007

BELLEZZA


"Siamo certi che, in questo momento di confusione che il mondo sta vivendo, il cuore dell'uomo, pur ferito, resta capace di riconoscere la verità e la bellezza, se la trova sulla strada della vita.
Noi desideriamo vivere la novità che ci é capitata in tutte le situazioni e gli ambienti dove si svolge la nostra esistenza, confidando di poter testimoniare nella nostra piccolezza tutta la bellezza che ha invaso la nostra vita, in modo tale che possa essere incontrata"

(don Julian Carron, Roma, piazza San Pietro, 24 marzo 2007,
udienza con Benedetto XVI, in occasione del XXV anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione)

Bellezza é vedere il sorriso di un papa, che si prende la pioggia e la chiama benedizione.
E, parlando, ricorda un amico, la cui casa era "povera di pane ma ricca di musica".
E' scorgere il sorriso di Carron che dalla bellezza fu conquistato un giorno e, forse più di chiunque altro, la comprese sino in fondo, sì da guidare oggi un popolo che non si stanca di scoprirla in un cammino.
Bellezza é il volto di Rose di Kampala, di Sako del Giappone, i tratti seri di un Cesana, lo sguardo commosso di un Vittadini.
Ognuno in fila, uno per volta ed alla fine, pochi secondi davanti al papa, ciascuno con qualcosa da dire ad un amico, un pezzo di vita da portare.
Bellezza é tanta gente, il colpo d'occhio di un'enorme famiglia, senza pretese, ma con grandi ambizioni, perché la bellezza l'ha scoperta donata da un Altro.

E' stato bello vedervi, anche per chi come me non c'era, ma era presente col cuore.
Qualche ora di bellezza, nella piazza più bella del mondo.
Mondo che di bellezza ha bisogno davvero,
oggi più che mai.

Friday, March 23, 2007

WHEN HE RETURNS

Un altro video dal concerto del Madison Square Garden del 1992, in attesa dell'imminente ritorno di Dylan in Europa.

Questo é il gran finale, una "My Back Pages" con gli amici Roger McGuinn, Tom Petty, Neil Young, Eric Clapton e George Harrison, a dividere il microfono con Bob.
Assoli chitarristici di Eric Clapton (impeccabile) e Neil Young (devastante).

We looove you Bob !!!

Thursday, March 22, 2007

PROUD MARY


16 ottobre 1992, Madison Square Garden, New York.
Il meglio del rock si é dato appuntamento per celebrare il trentesimo anniversario dall'uscita del primo disco di Bob Dylan.
Una galassia di stelle, pronte a dar vita ad un concerto che si rivelerà straordinario, ognuno sul palco con versioni personali delle canzoni del cantautore americano.
Dylan, visibilmente imbarazzato ed apparentemente inadeguato come solo lui sa essere in simili circostanze, entrerà in scena alla fine, chitarra acustica ed armonica, a cambiare per l'ennesima volta le carte in tavola, attaccando con "Song To Woody", scritta nel lontano 1962 per Woody Guthrie, il suo primo grande maestro.
In un susseguirsi di cantanti e presentatori d'eccezione (Dylan stesso viene introdotto da un'emozionatissimo George Harrison), il monumento della musica country Johnny Cash, presenta ad un certo punto un trio di vivaci e belle ragazze: Shawn Colvin, la figlia Rosanne Cash, e Mary Chapin Carpenter.
Le tre daranno vita ad una brillante e rivitalizzata versione di "You Ain't Goin' Nowhere", canzone tratta dai mitici "Basement Tapes", i nastri della cantina, registrati da Dylan nel 1967 a Woodstock, insieme ai membri di The Band, in un clima d'irripetibile spensieratezza ed allegria, lontano dai clamori del palco e dallo stress del music business.
Quando le ragazze salgono sul palco non tutti le conoscono così bene, anche se Mary Chapin Carpenter si é già fatta apprezzare con ottimi album come "Shooting Straight In The dark" e "Come On Come On". La versione della canzone di Bob comunque é splendida, con la solista di G.E. Smith - uno dei più grandi chitarristi in circolazione - ad impreziosire le ottime performances vocali delle tre.

Col tempo Mary Chapin si é liberata dall'etichetta di nuova promessa della musica country, per entrare di diritto nell'élite del cantautorato femminile americano.
Una voce splendida, radici ben piantate nella tradizione americana ed una musicalità di prim'ordine.
Mi ritrovo così, a quindici anni di distanza dal concerto di quella sera, ad ascoltare il suo ultimo lavoro.
"The Calling" é di una sonorità avvolgente, rock ballads per lo più, impreziosite dai ricami pianistici dell'amico musicista e produttore Matt Rollings.
Così, quando le note di "Houston" escono dal cd della mia auto, basta un po' di fantasia e il traffico cittadino svanisce, per far posto all'orizzonte senza fine di una freeway che scorre veloce e serena verso un tramonto rosso fuoco.
Non é solo musica, però. In "Houston", ad esempio, vi é tutta la capacità descrittiva nel dipingere la desolazione del dopo Katrina e la disperazione di chi ha perso tutto dopo l'uragano di New Orleans; in altri punti del disco si trova poi l'impegno sociale, e la precisa presa di posizione - come in "Why Shouldnt We" - nei confronti dell'amministrazione Bush.
Grande musica, insomma, unita a contenuti coraggiosi e per nulla scontati.
Un altro bel disco uscito quest'anno, per chi non si nutre di sole compilation fuoriuscite dalle nostrane radio nazionali.

"The Calling", the new Mary Chapin Carpenter's album is out.
For peaceful, dreaming, still fighting souls.

Saturday, March 17, 2007

RICORDARE NASSIRIYA


Nel desolante panorama del palinsesto televisivo italiano le fictions hanno contribuito non poco ad abbassare il livello qualitativo complessivo.
Ma, tutto sommato, c'é fiction e fiction e a me quella su Nassiriya della RAI non é affatto dispiaciuta.
Certo il rischio di assistere alla solita miscela di effetti speciali, malinconia ed atmosfere sdolcinate esiste sempre, ma non mi pare che questo fosse il risultato complessivo dello sceneggiato.
Lo stesso sottotitolo "per non dimenticare" sposta l'attenzione su altro, la comune assuefazione a notizie riguardanti camion imbottiti di tritolo che quotidianamente spazzano via esistenze umane. A volte tutto questo scompare anche dalle prime pagine dei giornali, relegato com'é ormai in spazi assai poco frequentati della nostra attenzione e dalla memoria. I fatti di guerra continui del nostro pianeta non fanno parte del consueto argomentare, in qualche modo non ci riguardano più; davanti alle macchinette del caffé c'é più spazio per l'ultima partita dell'Inter che per fatti di cronaca di cui nessuno vuole più parlare.
E' anche normale che sia così, in fondo, bisogna pur sopravvivere e allora é inutile dialogare di massimi sistemi, anche perché certe lezioni - mi viene in mente quel "mai più la guerra !" di Giovanni Paolo II - l'uomo sembra davvero non impararle mai.

Lo sceneggiato su Nassiriya, comunque, mi ha fatto riflettere e, soprattutto, ricordare.
Ho ripensato a quelle parole di Margherita, vedova del brigadiere Giuseppe Coletta, ripresa, all'indomani dell'uccisione, dalle telecamere dei telegiornali, con la croce di Cristo in mano, che prende la Bibbia, dicendo "qui c'é tutta la nostra vita", e legge quel brano di Matteo:
"Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (1)



Fecero scalpore quelle parole e suscitarono un pensiero di Don Giussani, affranto, appassionato e pieno di speranza.
Anch'esso passò dai telegiornali e rimase nel cuore di molti, così come riaffiora nella mia mente adesso, dopo le immagini dello sceneggiato televisivo:

Che orrore!
Che vergogna!
«Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor».
Il Pianto antico di Carducci custodisce nel cuore della nostra storia quel mistero per cui Dante Alighieri prega la Madonna perché una ricchezza di umanità nuova affermi la vittoria del bene attraverso il suo dolore di sposa e di madre:
«In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate».

Così in noi diventa grande l’urto del cuore per il giudizio della signora, moglie del brigadiere Coletta, che ha parlato davanti alle telecamere del telegiornale.
«In te misericordia», perché l’uomo cade senza conoscere il dove, il come e il quando.
«In te pietate», perché l’uomo è debole, contraddittorio e fragile fino alla morte.
«In te magnificenza» è il comunicarsi di una forza di vittoria come luce finale.
Bontà è il motivo di azione per l’uomo.

Quanto canto popolare potrebbe risorgere, se una educazione del cuore della gente diventasse orizzonte di azione dell’Onu, invece che schermaglia di morte – favorita da quelli che dovrebbero farla tacere – tra musulmani ed eredi degli antichi popoli, ebrei o latini che siano. E questa sarebbe la vera ricchezza della vita di un popolo!
Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio.
La paura o il disprezzo della Croce di Cristo non farà mai partecipare alla gioia di vivere all’interno di una festa popolare o di una espressione familiare.
La testimonianza di Dante Alighieri è rifiorita nel dolore della signora Coletta:
«In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate».

Ripenso alla vedova Coletta, ad una sua recente dichiarazione in cui affermava di non provare sensazione di giustizia nell'esecuzione di Saddam Hussein e diceva di pregare per lui.
Forse é tutto qui il segreto di una speranza di umanità rinnovata, proprio come in quella frase del Salmo : "chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo" (2)

Note:
(1) Matteo cap.5: 43-45
(2) Salmo 126 (125,5)

Monday, March 12, 2007

ALCHIMIA


"Cosa resta di me
quando il giorno va via,
che cosa potrò dare io
con queste mani vuote ?
Cosa mai darà forza alla mia voce,
cosa mai darà fiato alla mia corsa,
se non quel po' d'amore
nato dalle mie lacrime"

( Genrosso - "Cosa Resta Di Me" - Work In Progress - 1998 )

Ho meditato a lungo sul mio nulla,
foglia sbattuta dal vento degli stati d'animo.
Un nulla di peccati e inadempienze
di tristezze e aridità.
Un tutto di pretese ed incombenze,
di voglia di successi e di disunità.

Ma quando all'improvviso,
per Tua grazia - cos'altro se no ? -
un atto d'amore frantuma tutto ciò,
allora, come per magia,
l'incantesimo si spezza,
e torna la gioia e l'allegria.

Che miracolo, Signore,
che sia questa la tua Alchimia ?

Tuesday, March 06, 2007

HEY JOE

"Scrivo canzoni di protesta, quindi sono un cantante folk.
Un cantante folk con la chitarra elettrica"
(Joe Strummer)

Si spengono i riflettori sul palco di Sanremo e, dopo tanta overdose di finta musica, il maggior stimolo é quello di pensare controcorrente.
Così mi viene in mente, guarda un po', Joe Strummer.
Cosa c'entra con Sanremo ? Niente, proprio niente, appunto.
Ed io non ho mai amato alla follia il tratto esasperatamente trasgressivo del movimento punk.
E allora ?
Ma i Clash sono i Clash. Un monumento della storia del rock.
E un monumento non si discute.
E poi quella trasgressione poteva dar fastidio, certamente, ma era pur sempre espressione di un disagio generazionale e quindi di sofferenza.
Sofferenza mai da disprezzare, anche quando prelude a condizioni non condivisibili, perché da qualsiasi parte la si guardi, ha sempre dentro un "di più", che é desiderio di un bene.

Joe Strummer si é sempre tenuto fuori dall'establishment, quello di cui il festival della canzone italiana é davvero troppo pieno: "(...) per 11 anni sono stato sdraiato su un'amaca a pensare. Quando sono ritornato in scena, il contrasto con il passato mi è apparso lampante. Il cambiamento più evidente è l'inseguimento senza scrupoli del denaro da parte delle case discografiche. La maggior parte di queste società sono controllate da gente che non ha il minimo interesse nei confronti della musica, gente a cui nemmeno piace la musica ! Vendono la musica, come vendessero auto, o vestiti, o polizze assicurative. Quindi sono molto contento di essere finito nelle mani della Hellcat, un'etichetta in cui lo staff è composto di veri appassionati. Sembrerebbe la cosa più logica del mondo che la gente che lavora nel campo della musica, abbia anche la passione, ma penso che ad un certo punto i vertici delle label abbiano sostituito la gente con la passione con i contabili o gli executive, per rendere il sistema più efficiente e fare più soldi, ma con il risultato finale di uccidere la musica. Penso che nel nuovo disco abbiamo cercato di esprimere questo concetto : "se sei in cerca di miele non uccidere tutte le api". Ho cercato di esprimere il concetto che stanno strangolando le galline dalle uova d'oro rendendole impotenti. La gente perderà interesse nella musica, se le case discografiche continuano a cercare di sopprimere il fenomeno per vendere più dischi. Io allora mi interesserò solo di cose underground o di etichette indipendenti. Non uscirà niente di buono dagli uomini di business , niente."
( da un'intervista del giugno 2001)


Penso a Joe e nella mia mente affiorano due istanti, fatti di note e di visioni.

La prima, 21 novembre 2005, Brixton Academy, Bob Dylan in concerto nella "sua" Londra, la seconda di cinque formidabili serate.
Sono le note iniziali dell'encore finale e dopo qualche attimo d'incertezza eccola lì: ma sì, Dylan si sta lanciando, per la prima volta nella sua carriera, in un'incredibile London Calling.
Canterà la prima strofa, nel catino in visibilio del pubblico londinese, per poi buttarsi a capofitto in Like A Rolling Stone, la più grande canzone rock di tutti i tempi.
Lo spirito dei Clash é tutto lì, intatto nella citazione del maestro, che lascerà il segno, ancora una volta e quando meno te l'aspetti, come solo lui sa fare.

La seconda é un'immagine fatta di emozioni: le sequenze di un video, un graffito urbano e tanti lumini accesi e le note struggenti della splendida versione che Joe fece di Redemption Song di Bob Marley, ultima canzone per l'ultimo disco prima di morire.
Non so se a Joe sarebbe piaciuto questo video, forse no, ma a me ha lasciato dentro qualcosa.
Mi piace pensare che quella redenzione, tanto desiderata, forse alla fine sia stata raggiunta.

So long Joe, may your song always be sung.

Thursday, March 01, 2007

1949


In un suo recente articolo (1), Antonio Spadaro illustra magistralmente il cammino interiore di Jack Kerouac, mettendone in luce, attraverso l'attenta lettura dei suoi diari, l'afflato cristiano che caratterizzò la sua esistenza.
E' un esercizio ardito porre in rilievo quest'aspetto in uno dei massimi esponenti della beat generation, sempre in bilico, nella sua vita e nelle sue opere ("On The Road" più di ogni altra) tra trasgressione morale e desiderio di redenzione, eppure la sua sensibilità cattolica emerge in più riprese.
Traendo spunto da questo bel saggio, mi soffermo su due passaggi dei diari dello scrittore, datati 1949.
Il 2 giugno Kerouac annota sul suo diario che la sera prima era andato a dormire leggendo il Nuovo Testamento: Gesù "é stato il primo, e forse l'ultimo, a riconoscere che affrontare il mistero ultimo della vita é l'unica attività importante a questo mondo"; parla di "resa dei conti" e ancora anela ad "un mondo che rispecchi fedelmente il Cristo. Il Re mite, che giunge in groppa a un Mulo".
Nell'agosto aggiunge che "la vita non é abbastanza" - "life is not enough" - ed aggiunge: "allora cosa voglio ? Voglio una decisione per l'eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai, in nessuna oscura esistenza o qualunque altra cosa accada. E qual é questa decisione ? Un qualche tipo di febbre della comprensione, un'illuminazione, un amore che andrà oltre, trascenderà questa vita verso nuove esistenze, una visione seria, finale e immutabile dell'universo. Questo é ciò che intendo quando dico "voglio degli Occhi". (...) Perché dovrei volere tutto questo ? Perché qui sulla terra non c'é abbastanza da desiderare".


Nell'estate dello stesso anno, a migliaia di chilometri di distanza, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, e le sue prime compagne si trovavano a trascorrere un periodo di riposo nelle montagne del Trentino.
Sembrerebbe un po' azzardato accostare due situazioni che non appaiono avere alcun punto di contatto se non il nesso di tipo temporale. Eppure la correlazione tra di esse non appare poi così astrusa.
Ma facciamo un passo ancora più indietro, nel 1944, e lasciamo parlare Chiara (2) :
"Infuria la guerra anche a Trento. Rovine, macerie, morti.
Colle mie nuove compagne mi trovo un giorno in una cantina buia, con la candela accesa e il Vangelo in mano. Lo apro. V'é la preghiera di Gesù prima di morire: "Padre...tutti siano una cosa sola". E' un testo non facile per ragazze come noi, ma quelle parole sembrano illuminarsi ad una ad una e ci mettono in cuore la convinzione che per QUELLA pagina del Vangelo eravamo nate.
(...) I bombardamenti continuano e con essi scompaiono quelle cose o persone che formavano un po' l'ideale dei nostri giovani cuori. Una amava la casa: é stata sinistrata. Una seconda attendeva il matrimonio: il fidanzato non torna più dal fronte. Il mio ideale era lo studio: la guerra mi impedisce di frequentare l'università.
Ogni avvenimento ci tocca profondamente. La lezione che Dio ci offre nelle circostanze é chiara: tutto é vanità delle vanità. Tutto passa.
Contemporaneamente Dio mette nel mio cuore, per tutte, una domanda e con essa la risposta. Ma ci sarà un ideale che non muore, che nessuna bomba può far crollare, a cui dare tutte noi stessi ? "
E Chiara sembra quasi rispondere a quell'interrogativo di Kerouac :
"Sì Dio. Decidiamo di far di Dio l'ideale della nostra vita".


Ritroviamoci ora di nuovo in quell'estate del 1949, nelle montagne del Trentino.
Cito in questo caso Gérard Rossé (3), in un suo articolo del 2000 sulla rivista Nuova Umanità.
Racconta Rossé che "(...) Chiara Lubich, assieme ad altre ragazze, ha fatto l'esperienza di un'evangelizzazione della sua vita mediante la parola del Vangelo vissuta insieme; esse quindi sono state allenate alla vita di comunione. Nel luglio del 1949, questo gruppo di ragazze ed alcuni dei primi focolarini sono andati sulle Dolomiti per riposarsi. A loro si aggiunse, per qualche giorno, Igino Giordani, familiarmente chiamato Foco, uomo politico, giornalista e studioso cattolico di forte rilievo".
Quel profondo allenamento nella vita di comunione si rivelerà come preludio a quei giorni che furono particolarmente fecondi per Chiara in termini di ricchezza d'intuizioni spirituali.
Ve ne é una che riguarda un modo diverso di percorrere il cammino di santità, che rifugge da ogni tentativo d'individualismo, ma allo stesso tempo risponde a quell'esigenza di verità che Kerouac sembra volere a tutti i costi, quando parla di "qualcosa da scegliere da cui non mi allontanerò mai". Per Chiara la strada é il fratello che trova davanti a sé nell'attimo presente della vita di tutti i giorni e lo eleva, senza incertezze, a vero e proprio mediatore di Dio :
"Ho sentito che io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino é stato creato in dono per me. Come il Padre nella Trinità é tutto per il Figlio ed il Figlio é tutto per il Padre".
Ma c'é di più, perché questo approccio genera comunione : "Noi mettiamo come punto di partenza di amare Dio con tutto il cuore, tutta l'anima, tutte le forze e quindi il prossimo come se stessi, perciò incominciamo la nostra santificazione santificandoci con gli altri, in comunione col fratello, e non supponiamo nemmeno la possibilità di santificarci individualmente".
E' una via nuova nella Chiesa, ora indicata anche nella Novo Millennio Ineunte di Giovanni Paolo II, che parla di spiritualità di comunione : "fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo". (4)
E' una strada che si percepisce essere entusiasmante, perché capace di dare il centuplo sotto forma di felicità piena, già durante il cammino terreno ed é ancora Chiara a percepirne il fascino, quando afferma, sempre in quel periodo : "Chi entra nella via dell'unità entra direttamente nella via unitiva (...) Chi entra nella via dell'unità non sale un monte con fatica, ma con una violenza iniziale e totale che comporta la morte totale dell'io, si mette al vertice della montagna".


L'accostamento tra l'esperienza interiore di Jack Kerouac, come descritta nei suoi diari e quella spirituale ed esistenziale di Chiara Lubich e delle sue prime compagne, sembra - ed effettivamente lo é, sostanzialmente - un po' una forzatura, sostenuta solo dal nesso temporale.
Tuttavia l'esperienza di Chiara - lo sperimentare nella semplicità della vita quotidiana la verità e la portata di quella frase di Gesù "dove due o più sono uniti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro" (5) appare in fondo la risposta all'interrogativo più profondo dell'uomo moderno, che pur avendo la stessa esigenza di spiritualità di sempre é giunto a sperimentare l'individualismo e quindi la solitudine più estrema.
Kerouac sembra, nel suo desiderio cristiano, rappresentare questa esigenza nel dramma dell'abbandono: "Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia".
Chiara, invece, indica la via più semplice, alla portata di tutti, rifuggendo ed ammonendo nello stesso tempo sul rischio che la solitudine porta con sé: "le anime(...) - sole - in buona fede cercano di arrivare a Dio senza il fratello (...) e trovarono la via scabrosisssima ed arrivarono - dopo tanto tempo - al vertice della montagna donde avrebbero dovuto partire".

Note:
(1) Antonio Spadaro - Il Dio di Jack Kerouac - La Civiltà Cattolica 2007 I 126-139. Quaderno 3758.
(2) Chiara Lubich, discorso in occasione del XIX Congresso Eucaristico Nazionale, Pescara, 15 settembre 1977.
(3) Gérard Rossé - Il "carisma dell'unità" alla luce dell'esperienza mistica di Chiara Lubich - Nuova Umanità XXII (2000/1) 127, 21-34

(4) Giovanni Paolo II - Novo Millennio Ineunte , lettera apostolica, 6 gennaio 2001
(5) Mt 17, 19-20