Tuesday, June 28, 2011

PORTANDO TUTTO A CASA

Aveva visto Travis fermo al semaforo, il mattino di una già afosa giornata di giugno. Il solito sguardo perso, gli abiti sdruciti, il cappellino in testa, l'aspetto triste e trasandato. Adesso però stava mangiando un biscotto, girato verso l'altro lato della strada. Lui aveva abbassato il finestrino, qualche monetina in mano, ma Travis si era messo in tasca il bicchiere con cui chiedeva sempre la carità. Aveva rallentato apposta per dargli qualcosa, fermandosi pure all'incrocio col semaforo giallo, mentre il traffico impazzito già gli suonava dietro per sorpassarlo. Non li aveva neppure sentiti, quegli stupidi clacson della città. E dal basso della polvere della sua vecchia auto, non riusciva neppure a distinguere i tratti decisi della rabbia a bordo dei SUV che gli sfrecciavano accanto.
Poi Travis si era finalmente girato verso di lui ed aveva tirato fuori il bicchiere dalla tasca. Un sorriso quasi ironico e beffardo, ma allo stesso tempo di una tenerezza immensa. Nessuna fretta nel vivere il suo tempo, neppure nell'approfittare di un gesto di carità. E così le monetine erano scese, risuonando, nel fondo del bicchiere, solo quando era giusto che vi dovessero arrivare.
Cosa ci faceva lì Travis, in uno squallido semaforo di periferia? In una Milano, Lombardia non così tanto diversa da una Parigi, Texas? Una città carica degli stessi guai, delle medesime speranze disattese, un unico fagotto di tristezze e desolazioni infinite? Lo salutò con la mano, mentre il verde del semaforo, comparso inesorabilmente e troppo presto, l'aveva costretto ad andar via. E mentre l'auto si allontanava provò a tener desto nella mente il ricordo di quell'uomo, che non desiderava volasse via con la stessa rapidità con cui era apparso.
"Cosa ne sarà di loro?" : era quello lo sguardo che stava imparando, a poco a poco, ad avere su chiunque gli fosse veramente caro. Uno sguardo che fosse capace d'appassionare il suo cuore, vecchio ed indurito, al Destino dell'altro. Provò a rivestire di quell'abito anche il volto dell'uomo incontrato poco prima. Pensò alla moglie ed ai figli che magari aveva avuto e che adesso erano in giro chissà dove; ad una vita diventata diseredata all'improvviso, ma che sempre sarebbe stata, comunque, nel Cuore di un Altro, che un Destino buono l'aveva pensato anche per lui, come per ciascuno di tutti gli altri. "Cosa é l'uomo perchè te ne curi?" : questo era l'uomo, niente di più e niente di meno. Eppure un Dio aveva dato la vita per lui.

Era arrivato finalmente a casa, la strada porta sempre verso casa, alla fine del giorno o della notte. Mentre parcheggiava l'auto in garage si accorse che anche quella volta aveva portato con sé un cumulo di polvere e che gli sarebbe riuscito sempre più difficile scrollarsela di dosso. Avrebbe fatto una doccia, certamente, appena dopo aver varcato la soglia e posato la borsa, ma sapeva già che non sarebbe bastato. Eppure non gli dispiacque affatto, quel mattino, anzi ne fu persino felice, perché si stava inevitabilmente affezionando a quel denso strato che gli si stava formando addosso. E tutta quella polvere incontrata - ormai - era sempre più l'unica cosa, giorno dopo giorno, di cui avesse voglia di scrivere e raccontare.

"la narrativa riguarda tutto ciò che é umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa"
(Flannery O'Connor)

Wednesday, June 22, 2011

THE BALLAD OF FRANKIE LEE AND JUDAS PRIEST


"Eternità?" chiese Frankie Lee, con voce fredda come il ghiaccio
"Già" disse Judas Priest, "Eternità", o magari vuoi chiamarla Paradiso.
"Io non la chiamo proprio niente" ribatté Frankie Lee con un sorriso
"Come vuoi" disse Judas Priest, "ci vediamo fra un po' "

Quella volta non ce l'aveva fatta. A guardare in faccia Frankie Lee. "Hey, doctor, come è andato l'esame?", gli aveva chiesto lui. "Tutto bene, niente di particolare", gli aveva risposto, pure un po' scocciato ed annoiato. "Meno male, almeno un esame che va bene", aveva aggiunto Frankie. Rispondono sempre tutti così, aveva pensato, mentre si avviava a scrivere il referto sul computer; sempre la stessa storia, gli dici che va tutto bene e si lamentano comunque di qualcosa. Poi l'infermiera l'aveva preso per un braccio, nascosto dietro il paravento, dove Frankie non vedeva. "Oggi gli hanno fatto diagnosi di un cancro; è già pieno di metastasi", gli aveva detto lei. Una sberla in pieno viso, a risvegliarlo da tutto il suo maleducato torpore. Era a quel punto che il dottore non era più riuscito a guardare in faccia Frankie, anche se adesso era diventato facile essere un po' più gentile ed educato. Quella ferita dell'altro, incontrata tutti i giorni, così difficile da abbracciare ogni maledetta volta.
Poi Frankie era uscito dall'ambulatorio, per fortuna qualcuno se l'era portato via anche in fretta. E lui, allora, si era messo sotto a lavorare, di buona lena, impegno e sudore, senza risparmiarsi fino alla fine del giorno. E senza farsi troppe domande.

Poi, arrivato a sera, lei gli aveva raccontato di Judas Priest. Pochi giorni di vita, la stessa malattia di Frankie, solo piazzata in un posto diverso. Ma come diavolo si fa a lavorare in oncologia, aveva pensato lui, molto meglio avere a che fare con le ferite del cuore, c'è molta più soddisfazione. Che poi, quelle ferite, lui che le curava tutti i giorni, gli sembravano sempre più cose di cui fosse difficile prendersi cura. Invocava la stanchezza e lo stress, pure la vecchiaia a volte. ma la verità era che quel suo vecchio cuore stava diventando giorno dopo giorno solo più indurito.
Judas aveva lottato otto anni con la bestia ed ora sembrava davvero giunto alla fine. Judas non aveva fede, solo un amico - un compagno - a percorrere con lui anche l'ultimo tratto di strada. Judas aveva al collo la catena di un rosario, rosario di Lourdes. Regalato da amici, a lui che diceva di non credere. Ma non riusciva più a staccarsene, te lo diceva con un gran sorriso: "non potrei mai più togliermelo di dosso", aveva detto a lei.

Lui, the doctor, era sempre più spesso troppo confuso ed impotente. La morte e la sofferenza, compagni di strada sempre più stretti, apparivano giorno dopo giorno sempre più ingombranti. Ma non ne provava fastidio, in fondo, solo un senso d'inadeguatezza sempre più grande di fronte a ciò che sapeva sempre più di sacro. La morte e la sofferenza restavano un mistero. Come quello di un Dio che sulla croce grida l'assurdo dell'abbandono dal Padre. La redenzione - invece - quella appariva sempre più una una certezza. Sperimentata ogni volta nel volto di ciascuno.

Si mise a pregare, quella sera, più intensamente di quanto avesse fatto tante altre volte. Ed era felice di trovarsi, all'indomani, ancora una volta laggiù in trincea.
Non aveva nulla da donare, se non la pochezza di sé. Ma la voglia di farsi compagno di strada, insieme all'Uomo dei dolori, quella si era fatta prepotentemente strada nel suo cuore. Ci avrebbe provato un'altra volta, all'indomani. A fare ciò di cui gli sembrava di non esser mai capace. Prendersi cura di ciò che gli sarebbe passato accanto. E dei Frankie e dei Judas che avrebbe incontrato di nuovo. In fondo, pensò - sceso finalmente da tutta la propria supponenza - non era chiamato a fare altro se non questo.


Monday, June 20, 2011

YOU SEE ME ON STREET


Something is happening here, but you don't know waht it is. Do you mister Jones?

Ancora un paio di notti e sarai di nuovo tra noi. Non riuscirò ad esserci, probabilmente, ed è un peccato, con tutte le volte che ti ho visto fino a qua; perdermi proprio la sera dei tuoi settant'anni. Quasi come sbagliare un calcio di rigore, mancare ad un appuntamento così. Ma tant'è, le cose vanno come devono andare, ed io, in fondo, non ho poi così paura di sbagliare, che non è da questi particolari che si giudica un campione.
Chissà se mercoledì sera, a Milano come in qualunque data in giro per il neverending tour, saprai finalmente cosa sta succedendo quaggiù. Ne dubito fortemente. La faccenda esistenziale, al fondo, è ancora rischiare la vita su quel palco, costi quel che costi, non il sapere esattamente quel che ci accade sopra.
Come nella vita, in fondo. Mica sempre ti è dato di sapere, di capire. Ma è bello giocare, provare a scagliare il pallone forte in porta. Vita da mediano che sia, o centravanti che non ha paura di sbagliare. Quel che conta è sapere che quello che ti passa la palla ha dentro il cuore un Destino che è scritto per il bene, proprio come l'avversario che quel pallone cerca di portarlo via. E appassionarsi a quel gioco di squadra che è lo stare in campo tutti insieme, è questo il bello, amici ed avversari, ma abbracciati tutti da un unico e solo Disegno buono.
Buon compleanno, vecchio Bob, have a nice staying here, one more time, spero ci si riveda presto, anche da queste parti.
Io, intanto, continuo a giocare.

Wednesday, June 15, 2011

UN LIBRO PER L'ESTATE

Due bambini, vicini di casa, che giocano assieme a soldatini, a basket o a calcetto. Poi i due amici crescono e percorrono strade sempre più diverse: uno, attivista della Fgci, impegnato politicamente, l’altro che entra in seminario. Non si sentono più per anni, poi, all’improvviso, lui, con una mail, ricontatta l’amico prete: “Ti ricordi di me? Giochi ancora a basket?”. Comincia così il dialogo tra don Paolo Zago e “Nic”, il suo amico ateo. Dalle mail si passa rapidamente ad una serie d’incontri, a volte dietro ad una pizza o un boccale di birra. I loro discorsi vertono su tutto, anche su argomenti scabrosi: la fede, i soldi della Chiesa, la vicenda della pedofilia; l’amico vuol sapere - “cosa fa un prete tutto il giorno?” -, entrare nell’intimo dell’esperienza dell’altro, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze. Il prete ci sta, si mette a nudo, in un rapporto che, via via, diviene sempre più profondo e finisce per mettere in luce anche l’animo dell’altro. Eppure non è chiaro perché Nic l’abbia ricontattato, dopo tutto quel tempo: cosa c’è dietro a quegli interrogativi?
Il libro di Paolo Zago - Prete in comunità - edito da Città Nuova per la collana Passaparola, si legge d’un fiato ed è un affascinante e profondissimo excursus dentro l’esperienza di vita dell’autore. “Ma cosa vuol dire fare il prete oggi?”, chiede l’amico a don Paolo, ad un certo punto. “Significa essere dentro una comunità - gli viene risposto - Il prete è espressione della comunità e nello stesso tempo ciò che fa è per creare comunione. Un tempo l’idea di una parrocchia era quella dei laici che danno una mano al prete; oggi è quella di un prete che si mette a servizio dei laici”. Questa comunità, quella degli amici di don Paolo, si affaccia anche alla finestra che l’amico ha spalancato, con tutto il suo desiderio di capire. Tra quegli amici, una sera, c’è anche don Carlo, un perenne, splendido sorriso, che talvolta accompagna anche uno straordinario talento di pianista; Nic vuole che suoni per lui qualcosa e, mentre la musica di Liszt si fa strada tra di loro, don Paolo si accorge che una sorta di miracolo è già compiuto: “quando l’umanità si racconta, pur con tutte le sue diversità, trova terreno in cui attecchire in ogni cuore aperto al vero e al bello”. Il segreto del libro e dell’avventura dei due amici è forse tutto qui, in quel terreno reso fertile dal dialogo d’amore tra due persone, terreno in, cui, poi, sarà un Altro a seminare ciò che il cuore desidera nel suo intimo più profondo. Rimane solo un dubbio: cosa ha spinto Nic a contattare quel suo amico prete, dopo tutti quegli anni trascorsi altrove? E’ la felice sorpresa che si scopre alla fine del libro.

Thursday, June 09, 2011

LAMPI NEL BUIO


Una colonna interminabile di auto sotto la pioggia battente. Luci rosse e bianche e, ogni tanto, un lampo nel buio. Ma non basta a schiarire il grigio dell'asfalto e del cielo. Il lampo è l'illusione di un istante, attimo di luce che precede tuono e tremore, oscurità che ritorna, istante di un cammino che si fa di nuovo paurosamente incerto.
La strada surreale che porta verso casa, quella di un giugno già iniziato che vorrebbe assomigliare al più buio degli inverni, assomiglia maledettamente all'animo pigro di un mattino e di una giornata proseguita lungo pericolose rotte di frenesia e tempesta. Troppo spesso la realtà s'impone come una burrasca, pronta ad infrangere il litorale dell'apparente tranquillità di un animo non predisposto ad accogliere l'imprevisto della via.
Anche stamani il rischio è stato questo. Quello di non vedere la ferita dell'altro. Che ti viene sempre incontro sotto forma di mare in tempesta, di tuono che segue il lampo di luce.
Pazienti ovunque, in ambulatorio e in pronto soccorso, in reparto e lungo i corridoi dell'ospedale. Realtà posta innanzi alla tua vita, in una misura colma, piena, quasi insostenibile. Quantità in eccesso che richiede qualità abbondante. La ferita dell'altro che interpella la tua. La tua pochezza ed incapacità, le tue miserie, che chiedono soltanto misericordia ad un Altro più grande di tutto ciò che incontri.

Ho provato ad amare il prossimo che ho incrociato ad ogni istante. A metterci dentro tutto l'impegno e la professionalità che mi rimane. I muscoli e la mente, impiegati senza risparmiarsi, finché non fossero resi stanchi e madidi di sudore. Puoi arrivare a tanto, non in ogni istante forse, ma ce la puoi fare. Eppure non basta. Non basta perché nulla cambia, finché l'io non si pone consapevolmente davanti a un tu.
E' stato così che, tornando a casa, tutti i volti incontrati lungo la giornata, li ho come visti ripassare quando quello stesso giorno volgeva ormai alla fine. Ogni volto è un Destino ed è solo la passione per quel Destino che può cambiare il mio modo d'amare.
Il destino di chi ho accanto, innanzitutto, quello della moglie, dei figli, degli amici con cui si condivide da sempre il cammino. E per i quali senti di provare una tenerezza immensa. E' un volto che puoi porre sullo stesso piano di quello del paziente incontrato su una barella con l'infarto, o in ambulatorio, il passo incerto mentre entrava. O di quello dell'insegnante, del genitore del compagno di classe del figlio, incontrato di corsa davanti a scuola. Persino di quell'uomo sempre là, allo stesso posto, sotto la pioggia o sotto il sole, fermo ad un semaforo a chiedere la carità.
Questo é voler bene per davvero, attaccarsi con tenacia e tenerezza al Destino di ciascuno, farsi uno con lui. Solo così la realtà non ti ricatta più e la tua libertà é rigiocata davvero nell'Amore.
E allora ricomincerò la mia giornata, amando tutti in questo modo, con questo sguardo di passione. E se troverò qualcuno, lungo la mia strada, disposto a patteggiare unità sul nulla d'amore dei nostri singoli cuori, allora saprò che quel legame nulla e nessuno lo potrà mai più spezzare.


Tuesday, May 24, 2011

24 MAGGIO

"....la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente....
E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta"
(Bob Dylan)




Ah già che oggi é il 24 maggio e quasi non me ne ricordavo più. Cosa grave per un blog che per titolo ha pure messo quello di una sua canzone. Tant'é, me ne sono ricordato adesso, dopo aver corso dietro alle solite mille cose da fare di ogni giorno. E allora happy birthday, Mr. Dylan, che aver settant'anni ed essere ancora on stage, in quel neverending tour che é questa nostra vita, é cosa bella e rispettabile davvero.
Certo che ne son passati di anni, anche per me, da quel primo ascolto su quell'ellepi appena uscito - Desire, che bel nome per un disco - che, se ci penso bene, ci sono dei colleghi che lavorano con me che, quando stavo entrando in negozio a comperarlo, loro non erano neppure ancora nati.
Insomma siamo vecchi, ragazzi, tutti quanti, ma felici del tempo che é passato.
Qualche giorno fa, poi, ho trovato anche una mail di uno studente. Sta preparando una tesi sul Bardo e allora gli é venuto in mente di fare delle domande pure a me. Mi ha chiesto quanto la sua opera abbia ispirato la mia professione, che cosa sia l'ispirazione in senso stretto e, insomma, a quali canzoni di Dylan uno dovrebbe far riferimento.
Beh, ci devo pensare, amico mio e mi ci vuole un po' perché i neuroni, ormai, son quel che sono e tutti i giorni ce n'é pure qualcuno che decide d'andar via. Intanto, però, io continuo a camminare, che di parlare ne ho sempre meno voglia - Ain't Talkin', Just Walkin', appunto- perché l'aderenza al desiderio del cuore del Bello e del Vero ha bisogno di fatti e sempre meno di parole, che "non chi che dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma colui che fa la volontà del Padre mio che é nei cieli". E allora vado avanti - I'm Pressing On - come continua a fare il caro Bob, alla faccia di tutti quelli che lo hanno dato per finito, un milione di volte, da almeno quarant'anni a questa parte.
Buon compleanno, amico, ci si rivede all'Alcatraz quest'estate; tu là sopra, a dar la vita come ogni volta, noi là sotto, a farti da compagni d'avventura, come sempre.





Saturday, May 21, 2011

ONE STEP UP AND TWO STEPS BACK

Un amico che ti manda una foto. E le sofferenze del suo cuore che camminano quotidianamente dentro le tue preghiere.
Un articolo che stai scrivendo per il tuo bollettino parrocchiale. E quella foto che c'entra con quell'avventura.
Un sabato qualunque di maggio, l'anima che non si vuol staccare dalla meraviglia che ha vissuto, l'abbraccio intenso di un milione e mezzo di persone.
Ogni passo avanti, ora, ha le radici in ciò che é stato. Un passo indietro nella mente e nel ricordo, che sostiene i passi avanti del corpo di ogni giorno.

* * *

“Allora siamo d’accordo, siete ospiti a casa mia. Vi aspetto”. L’avventura a Roma, assieme alla mia famiglia, inizia così, a casa di Gianluigi. Che poi non è che ci si conosca così bene e neppure da così tanto tempo. Ma quando l’amicizia inizia a poggiarsi da subito su Ciò che vale, succede spesso che si lascino perdere tanti convenevoli. E così andiamo, ospiti da lui, nella periferia della città, una mansarda che è già piccola per una persona sola, figurarsi per sei. Tant’è vero che il nostro amico tira fuori un materasso, lo mette per terra per sé e ci offre tutti gli altri letti disponibili della casa che, come per miracolo, spuntano fuori da ogni dove. Gianluigi fa il frate, cappellano nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Lui, la festa della beatificazione di Giovanni Paolo II la vivrà in diretta come noi, ma dietro alle spesse mura dove stanno i suoi amici, recluse e guardie carcerarie. E non sarà meno bella e meno intensa di quella di Piazza San Pietro.
La prima emozione forte è al Circo Massimo, al sabato sera. La Roma delle centomila fiammelle delle canzoni di Antonello Venditti adesso è qua, ad illuminare una veglia di preghiera di brividi ed emozioni che ti scorrono sotto la pelle senza volerne sapere di uscire. Sul palco, prima del rosario, si alternano canti a testimonianze: è l’ingresso in un clima, la predisposizione dell’anima a ciò che avverrà il giorno dopo.
La domenica mattina ci si sveglia presto. Fuori non è ancora l’alba, ma, lo scopriremo dopo, è già tardi. Via della Conciliazione è piena e la folla riempie già lo spazio fino a Castel Sant’Angelo ed oltre. Le persone presenti in Piazza, ci raccontano che siano giunte lì sin dalla sera prima. Scendiamo dalla metropolitana e seguiamo la fiumana di gente che si dirige ormai verso i maxischermi posti in vari punti della città. Il nostro è in Piazza Risorgimento, un piazzale piuttosto grande, ma neppure quello abbastanza per tutta la gente che c’é. Nulla è sufficiente per accogliere il milione e mezzo di persone che oggi hanno abbracciato la città.
Siamo tutti pronti con mantelle ed ombrelli: hanno detto che pioverà e ormai le previsioni del tempo non le sbagliano più da un pezzo. Ma oggi no, stavolta le hanno sbagliate in pieno. Perché non hanno tenuto conto di quello che sta accadendo. E che Giovanni Paolo II, lui, non può far piovere su una folla di amici così. E’ per quello che, alla fine della Messa, spunterà anche l’azzurro del cielo. E pure qualche ombrello, certo, ma solo per ripararsi dal troppo sole.
I miei figli resistono che è un piacere, ore e ore passate per terra o in piedi a camminare e pregare. Mai una parola di lamento, la stanchezza non sembra aver fatto parte di quest’evento. Nel mio cuore, intanto, l’emozione è qualcosa che si fa strada a poco a poco. Non si nutre d’immagini, né di suoni o di colori: il maxischermo è troppo lontano e posto di traverso e l’impianto audio potrebbe anche fare meglio il suo dovere. Ma c’è un popolo intorno, che vive, prega e si commuove. Che condivide il giorno della festa. E’ un cammino in cordata che basta a se stesso, che ti fa dire: valeva la pena che ci fossi anch’io.
Il giorno dopo, la messa di ringraziamento col Cardinal Bertone è un crogiuolo in cui fondere tutto ciò che ti è maturato dentro. Duecentomila persone sembrano un piccolo paese rispetto a quanto è accaduto ieri e infatti ci consentono finalmente di accedere alla piazza. Ma è ancora un popolo, immenso, che non vuole saperne d’andar via, che vuol stare col suo papa santo, stringersi attorno alla sua chiesa, continuare a camminare insieme.
E’ giunta l’ora di partire. Il saluto a Gianluigi è un arrivederci tra fratelli che hanno scoperto un legame tra loro che nulla e nessuno potrà ormai spezzare. “Tutto tace e c’è nella mia baita tintinnio di pioggia e soffio di vento”, ci scrive via sms, mentre la nostra auto procede lungo la strada che porta verso casa. E’ nostalgia di un’esperienza, di ciò che abbiamo condiviso. Del Bello e del Vero che ha riempito le piazze e le vie. Di una Chiesa che è famiglia. La grande eredità che ci ha lasciato Giovanni Paolo II.

Thursday, May 12, 2011

LA BICI, LA STRADA E LA CORSA


Il professor Tredici me lo ricordo tranquillo e sorridente, seduto dietro ad una cattedra, più o meno un milione d'anni fa. Era felice perchè era appena tornato da Città Del Messico, con in tasca il record dell'ora di Francesco Moser, della cui squadra, l'équipe Enervit, era il responsabile medico. Io, tranquillo, non lo ero per niente, anche se mi sforzavo d'essere sorridente anch'io. Già, perché lui, il professore, stava per farmi l'esame di anatomia, cioé quell'incubo che ogni studente di medicina si porta dietro per una vita intera, anche dopo che l'ha passato. L'esame andò bene al primo colpo, per fortuna, non so se per via di una preparazione adeguata o del buon umore del mio insegnante. Merito di entrambi, suppongo.
Il professor Tredici l'ho rivisto in televisione, qualche giorno fa. A raccontare della morte sfortunata di un ragazzo belga. "Non avevo mai visto niente di simile", ha detto. Una bicicletta veloce, dritta senza fiato lungo la discesa, ad accompagnare, laggiù in fondo, una vita che era destino finisse in mille pezzi, vicino al ciglio di una strada.

Stamani mi sono svegliato già stanco, voglia di andare a lavorare prossima allo zero. Ma una strada in mezzo ai campi aiuta anche a recuperare il buon umore. Mi sono fermato al solito baretto, una minuscola frazione, poche case in mezzo alla campagna. No, non servono Bloody Mary da queste parti, ma il cappuccio e la brioche accompagnati dalla semplicità e dal sorriso non hanno prezzo. Qualche volta mi siedo pure al tavolino, che c'é anche la gazzetta dello sport, libera lettura a disposizione di chi passa. Nei giorni scorsi ci ho letto sopra le emozioni del mio vecchio cuore rossonero, ma oggi lo sguardo é caduto sull'intervista a Davide Viganò, compagno di squadra di quel ragazzone belga partito prematuramente per il cielo.
"Mai pensato che la bici sia cattiva?", gli ha chiesto il cronista. Come la vita, penso tra me e me, quanto volte pensiamo che sia cattiva pure lei. "Non lo é la bici, non lo é la strada, non lo é la corsa - gli risponde Davide - La bici è speranza, la strada é maestra, la corsa é la vita". E aggiunge: "fino al punto estremo in cui si dona la vita".
"Lei é religioso?". "Sì, cattolico - prosegue lui - "Credo, seguo, prego".
"E in questo momento?", incalza il giornalista. "E' come se ci fossimo fermati tutti, a riflettere. Non più il ciclismo come sport, lavoro, spettacolo, commercio. Ma il ciclismo come umanità, qualità umana". "E adesso Davide?", prosegue lui. Già, perché c'é bisogno di una ragione in più, forse, per continuare ad andare avanti ancora. "Non sarò più quello di prima - risponde - Ma meglio. Io, i miei compagni, gli altri corridori. La morte di Wouter ci ha reso tutti più consapevoli, più responsabili, più umani. Migliori".

Mi alzo, una lacrima, piccola piccola, sta iniziando a solcare impertinente il mio volto assonnato del mattino. E meno male che nessuno se ne é accorto, che a commuoversi, i nfondo, ci si vergogna sempre un po'. Vado a pagare il mio cappuccio e la brioche: due euro e dieci, penso, sono fin troppo pochi per tutto quello che mi é stato dato. Risalgo in macchina: é strano, mi é tornata pure la voglia d'andare a lavorare.
Forse siamo tutti un po' migliori, stamattina.



Monday, May 02, 2011

SI DOVEVA ANDARE

Perché si doveva andare a Roma il 1° maggio lo scrive il mio amico Paolo, con parole capaci di raccontare il mio cuore meglio di quanto avrei potuto fare io.
E' stato bello essere là.
Insieme ad un milione e mezzo di cuori così.

Si doveva andare! Si doveva andare, per un debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II per la sua paternità e per quello che ciascuno di noi ha ricevuto dalla forza della sua testimonianza e dalla sua passione missionaria.
È stato un grande evento, che ha reso memorabile la giornata riempiendola di un’intensità di vita palpabile, penetrante, coinvolgente.
Di questa intensità fa parte la fatica, compagna abituale della gioia in questa vita: la tensione delle prime ore, ancora nel buio della notte, poi alle prime luci dell’alba, premuti in una folla traboccante, astrattamente irrazionale, ma concretamente fatta di volti, non sempre simpatici, eppure ognuno con i segni di una storia personale, intima, che conduceva lì, carica di attesa, alla ricerca di una risposta a una domanda forse non chiara ma insopprimibile, come una promessa non ancora compiuta.
Anch’io, parte di questo popolo, ero lì per vedere di nuovo la potenza di Cristo all’opera, per riconoscere la Sua presenza, che la Chiesa ci indica attraverso la vita di un uomo, di un testimone della fede, ma che si manifesta nella Chiesa stessa, anche in quel luogo, in quel momento, in quella liturgia.
Giovanni Paolo II è stato servitore e guida di questa Chiesa, santo perché innamorato di Cristo, uomo vero perché tutto determinato dalla fede, dalla speranza e dall’amore cristiani.
Di questa conferma ho bisogno, perché anche per me è possibile vivere così, come per tutti, ciascuno rispondendo alla chiamata di Cristo nelle circostanze in cui è posto.
Perciò l’applauso dopo la proclamazione che il Servo di Dio Giovanni Paolo II è Beato è stato l’espressione della speranza, una speranza certa perché fondata su quello che ho visto. È stato il rinnovarsi dell’invito a non avere paura di Cristo, un richiamo di cui ho sempre bisogno.
Sì, dovevo proprio esserci, lì a Roma!
(Paolo Rivera)

Thursday, April 28, 2011

PLAY ME SOMETHING SWEET

Play me something sweet / something strong
That will not break or bend /something that could carry me along
On days when friends can't even help a friend
Let the song inside you / Rise and grow and then
Play me something sweet / And your sweet song
Will help me smile again
(Jono Manson)

Forse potrei anche smetterla di comprare riviste o di navigare in lungo e in largo nella rete, nel tentativo di riuscire a masticare un po' di più quella strana lingua (morta, a parere di alcuni) del nostro rock'n'roll. In fondo mi basta seguire le dritte dei miei bravi spacciatori, quei mentori dietro ai quali conviene sempre andare perché é difficile che non ti dicano i luoghi giusti dove sia conveniente parcheggiare. Uno bazzica le rive del fiume rosso, un altro ama i vinili come me ed altri due si nascondono dietro il buon vino, ma sono sempre stati fondamentalmente dei discografici per passione. Insomma, avete capito di chi parlo e poi basta cliccare sopra i loro blog per capire di che stoffa stiamo parlando.
Tant'é, sta di fatto che grazie ai consigli di costoro, tre cd sono finiti nel lettore di quella scassatissima macchina che ogni giorno mi porta avanti e indietro lungo le strade di questa noiosissima pianura padana e non ne vogliono proprio più sapere di uscire. Che poi l'esercizio di per sé - quello dell'ascolto ripetuto - é pure rischioso, perché quando un disco piace troppo, sarebbe buona cosa ascoltarselo anche un po' di meno, per non trovarsi poi alle prese con quei simpatici sintomi vagali tipo nausea, capogiri e via discorrendo.

Comunque sia, ecco qua. Il primo disco di nome fa John Popper, che con i suoi trovatori di Duskray ha fatto davvero un bel lavoro. Il mio amico Major - il direttore - dice che sembra un disco di Jono Manson con voce diversa più armonica. Sarà. Massimo rispetto per chi in casa sua ha nientepopodimeno che la bandiera del Texas regalatagli dal governatore in persona. E poi lui é uno dei quattro mentori e quindi non si discute. Il fatto é che Jono già mi piace per conto suo, quindi se ci metti la voce di Popper, che non é male, e la sua armonica, che canta meglio di mille altre voci e lancia assoli ancora meglio di cento chitarre, cosa volete che ci faccia se poi mi piace da impazzire?
Il secondo viene dal Good Doctor, col quale mi piacerebbe andare on the road più spesso, se solo potessi. Ma non posso e quindi mi godo almeno le sue dritte. L'ultima di nome fa Kurt Vile e di disco fa una roba del tipo un cerchio di fumo a farmi d'aureola, che già come titolo suona che é un piacere. Le canzoni, poi, suonano ancora meglio e sono chitarre che fanno tintinnare quanto basta il jingle jangle del mattino (o del tramonto, fate voi), come dico sempre io (o lo aveva detto qualcun'altro?) . Sapete quel suono di mercurio - accidenti se mi ricordassi chi é che aveva detto questa cosa - insomma quella roba che, quando la senti, non riesci più a tirar via la musica dai brividi del tuo cuore.
Il terzo, in realtà, é un disco mio, ma l'uomo dei vinili ne ha benedetto la canzone più bella - quella di Porto Cotone - e quindi é come se fosse diventato anche un po' suo. Non é di moda parlare dei francesi in Italia di questi tempi. Ora poi che si stanno comprando tutto, pure il latte, é anche peggio. Ma cosa volete farci, io non riesco a smettere di amare loro ed i paesaggi in cui si trovano ad abitare. Che poi sfido chiunque dovesse incontrare questa ragazza - che di nome fa Isabelle Geffroy, ma chiamatela pure Zaz - mentre canticchia, su, nella piazzetta di Montmartre, come faceva almeno fino a poco tempo fa, a non rimanere affascinato in qualche modo.

Insomma, ho deciso che queste canzoni me le porterò per strada ancora per un po', almeno fino ad un attimo prima che mi vengano pericolosamente a noia e in attesa, naturalmente, delle prossime dritte. A patto che si sblocchi il lettore cd dell'auto perché l'iPod, c'é poco da fare, proprio non riesco a sopportarlo...






Saturday, April 23, 2011

OCCHI DI PASQUA


Auguro a tutti noi occhi di Pasqua,
capaci di guardare nella morte sino a vedere la vita,
nella colpa sino a vedere il perdono,
nella separazione sino a vedere l’unità,
nelle ferite sino a vedere la gloria,
nell’uomo sino a vedere Dio,
in Dio sino a vedere l’uomo,
nell’Io sino a vedere il Tu.
E insieme a questo,
tutta la forza della Pasqua!

(Klaus Hemmerle)

Wednesday, April 20, 2011

CORPI E ANIME

Il paesaggio, in fondo, non doveva essere molto diverso, neanche allora. Strade sterrate al posto di quelle asfaltate, ma per il resto le stesse distese di campi, il marrone intenso della terra arata, l'azzurro del cielo ed il sole del mese d'aprile, già così deliziosamente caldo.
Poche case lontane, in quelle lingue di territorio da Rosate a Gaggiano, o lungo la strada che da Abbiategrasso porta sin giù a Motta Visconti, i confini della campagna milanese con quella di Pavia, a lambire quella splendida cornice che é l'abbazia di Morimondo. Lungo quelle strade, Riccardo Pampuri, medico condotto da quel di Trivolzio ai primi del secolo scorso, aveva iniziato a farsi rapire dal fascino di una vita santamente vissuta, aderendo a un Disegno che all'inizio della sua vita lo portò a visitare ammalati da una cascina all'altra, immerso in paesaggi di campagna simili a questi.

Ho visitato una donna a casa sua. Un'anziana signora, nello stesso luogo dove, pochi anni prima, avevo accompagnato un pezzo di vita del marito. Di lui ricordo il dolcissimo sorriso, la mitezza e i movimenti lenti, un estate serena prima che il Signore se lo portasse via, a pochi giorni dal Natale, il cuore ormai infranto dalle conseguenze di un infarto troppo esteso. Quando sono arrivato a casa, lei era distesa a letto, sorridente, nello stesso lato occupato un tempo dal marito. Un grande letto matrimoniale, ma lo stesso posto occupato da tutti e due. Ci sono tanti modi di mostrare agli altri quanto si possa essere legati, ma ve ne sono alcuni forse un po' più speciali.
E' stato in quella casa che, indegnamente, mi é tornato in mente san Riccardo, le sue uscite d'inverno, gli inverni di una volta, quelli freddi per davvero, su un povere calesse, a visitare di giorno e di notte chiunque avesse bisogno di lui, senza mai un lamento e senza tener nulla per sé, tanto era il suo zelo nel donare tutto ciò che aveva ai poveri.

Tornando a casa, la luce del tramonto si é rimescolata a quei paesaggi, alle sensazioni forti cucite addosso più strette di un abito sotto misura ed alla musica, che sempre mi accompagna. Josh T. Pearson va ascoltato in momenti così, fuori dalla frenesia del traffico e della mente, lontano dalle vie troppo strette della città e dei propri pensieri. Sulle note di quel disco - l'ultimo dei gentlemen di campagna - ho ripensato a corpi e ad anime, a corpi che vedo troppo spesso martoriati e ad anime che vedo, al fondo, sempre inesorabilmente belle; quelle anime a cui teneva tanto san Pampuri, quando ne curava i corpi coi mezzi che aveva a disposizione nel suo tempo.
Se c'é un disco che, di questi giorni, mi fa pensare al corpo e all'anima come alle due cose di cui siamo fatti - indissolubilmente legate tra di loro - é forse questo. Legate come lo sono tra loro la voce e la chitarra di Josh con il violino di Warren Ellis. Come le liriche e le armonie delle canzoni, solo apparentemente tristi e difficili, in realtà dolcissime e piene di speranza al di là del dolore. Come la via crucis di una settimana santa, capace di portarti, alla fine, alla Resurrezione, perché é questa la verità più bella e più forte della fede.

Poi, quando sono arrivato in città, mi sono fermato nel mio negozio di dischi preferito e mi sono comprato il cd, dando corpo all'anima di canzoni, troppo freddamente uscite sotto forma di files da un iPod, ma entrate già prepotentemente nel mio cuore.
Vivere in questo brulichio di case e di palazzi grigi, in fondo - ho pensato tra me e me - lontano dal verde dei prati e dall'azzurro del cielo, dovrà pur servire a qualcosa, una volta tanto.


Friday, April 08, 2011

FERITE NELLA NOTTE



Strana notte, questa. Notte di sogni, di speranze talvolta disattese. Notte di realtà, di vita dura e di dolore. Una notte come tante altre, una notte come sempre. In questo posto dove ogni ora é uguale all'altra, dove il giorno é uguale alla notte e la domenica assomiglia al lunedì.
Notte d'ospedale. Con la macchinetta del caffé sempre al solito posto, così ci torno, anche stavolta, tre del mattino e questo é il mio posto preferito, dove riposa tutta l'incertezza del mio cuore e dei miei pensieri.
Cinquanta centesimi, le monete cascano giù, ad una ad una, rimbombando nel silenzio di un luogo che, a quest'ora, cerca di far dormire anche il dolore.
Il mio non dorme, però, non stasera, almeno.
Le luci della città sono sempre là, spesso sono loro che mi aiutano a capire. Quando la sofferenza ti passa accanto troppo veloce, anch'essa presa da quell'assurda frenesia che sembra possedere sempre qualsiasi istante, allora hai bisogno di un'ora in mezzo alla notte per capire il senso di quel che accade.

Qualche giorno fa una sentenza della Cassazione ha annullato l'assoluzione di un collega. Un cardiologo ospedaliero, il mio stesso lavoro, l'identico mare in tempesta in cui naviga anche la mia barca, giorno o notte che sia. Un'assoluzione ribadita su tre gradi di giudizio e ribaltata da una sentenza assurda, figlia di un sistema giudiziario capace di ridiscutere più volte le stesse cose e dare poi un parere diverso, senza che siano emersi nel frattempo elementi nuovi. Linee guida, preziosi strumenti del nostro agire quotidiano, frutto dell'esperienza accumulata da centinaia di trials ed elaborate dall'American Heart Association e dall'American College of Cardiology o dalla European Society of Cardiology (le massime autorità mondiali in campo cardiologico) definite dai magistrati come argomenti di dubbia scientificità (1). Un medico trattato alla stessa stegua di qualsiasi criminale, da giudici che ci si domanda se siano degni di questo nome. I giudici italiani. Un collega, un dottore come me e come tanti altri, abituato a lottare ogni giorno col dolore e con la malattia. Che ha studiato e imparato con sudore, lavorato e vissuto per curare la gente. Che, come tanti, si é fatto compagno delle ferite che ha incontrato. Medico come colui che é sempre presente sul campo anche quando arriva la morte, morte che giunge quando deve giungere, perché inscritta dentro un Disegno di cui fa parte e che si chiama Vita. Sorella morte, parte, anch'essa, della Bellezza che ci é stata data un giorno e che é sempre nelle mani di un Amore più grande di noi e delle nostre miserie.

Ricordo un giorno in cui fui interrogato dalla polizia giudiziaria. Un uomo e una donna. Lui sembrava Serpico; lei giovane e avvenente, tacchi a spillo e una minigonna da urlo. E poi pensi che certe cose accadano solo nei film. Furono comunque estremamente gentili e rispettosi, entrambi squisitamente professionali. Si trattava della vicenda di un ultranovantenne, ammalato di un tumore allo stadio terminale, arrivato in pronto soccorso a seguito di un arresto cardiaco extraospedaliero. Quando arrivò in ospedale ci fu ben poco da fare: il Signore aveva deciso di chiamarlo a sé. Le figlie, avvocato, sporsero denuncia. Ma la vicenda finì in nulla, per fortuna. Perché non c'era reato, evidentemente: it's life and life only, avrebbe cantato Dylan, se avesse voluto narrare di quel fatto. E allora perché denunciare dei medici e a che scopo? Per denaro, forse? Qual é il confine tra il dolore e la menzogna, tra l'affrontare con realtà e responsabilità la durezza della vita ed il manipolarla invece a nostro piacimento?

Ci sono momenti in cui non ce la faccio davvero più.
Perché é sempre più difficile andare avanti a fare con passione ed onestà questo mestiere. Un lavoro che non rimane mai lasciato lì, in ufficio al venerdì, come un mucchio di carte appoggiate sulla scrivania e che, se ci sarà tempo, verranno forse evase al lunedì. No, questo vivere sono notti di guardia che ti porti dentro, che arrivano fino a casa anche al mattino, gli occhi strapazzati dalla stanchezza e dalla sofferenza che ti é passata accanto. Che ti svegliano quando ti addormenti sul divano, che t'interrogano mentre guardi il sole tramontare lungo una strada trafficata, mentre il solito cretino suona il clacson dietro alla tua auto mentre stanco te ne torni a casa, cretino alle prese con un'assurda frenesia che non ha ancora imparato a conoscere i tempi del proprio traguardo.
Cosa ne sanno costoro, quelli che credono di sapere sempre tutto, quelli che scrivono sui giornali o parlano in televisione di malasanità? Cosa conoscono dell'impegno e della concentrazione che metti dentro con fatica tutti i giorni? Cosa comprendono di quel che vuol dire tener duro, sempre e ad ogni costo? E cosa ne sanno quelli che mandano quelle pubblicità alla radio, al mattino mentre te ne torni un'altra volta in ospedale: "Chi di voi non é parte lesa? Apri un'agenzia in franchising!"? Cosa ne sanno di quelle ferite che fanno male anche lontano, lungo la strada che porta verso casa?

Ma non riusciranno a vincere. Non arrivaranno a togliermi la voglia di lottare, a levarmi di dosso la convinzione che quella ferita che incontro é benedetta perché é la mia stessa ferita. Che la domanda di significato che incontro nella sofferenza é la mia domanda, quella che interoga la mia carne e la mia intelligenza, quella che, tormento e delizia insieme, mi dà la possibilità di giocare la mia libertà fino in fondo. E che, alla fine del viaggio, rafforza la mia fede, i miei gesti, le parole, le opere e persino le miserie, poste in grembo ogni giorno alla Misericordia che sempre più sostiene ogni mio agire.
E certo che poi é anche una vita rock'n'roll, questa. Anche se loro, i rockers di mestiere, forse sono trattati meglio e più benvoluti di quei poveretti che fanno i medici in ospedale. Ma non importa, é questo il palcoscenico che ho scelto un giorno e sono ancora felice di suonare le date del mio neverending tour.
Perché é in notti come queste che benedico ancora una volta il mio mestiere.
Un'altra notte d'ospedale per sentirmi vivo.




Note:
(1) Nell'era della cosiddetta "Evidence Based Medicine" le linee guida costituiscono un indispensabile strumento per ogni medico, per operare al meglio ai fini di una corretta diagnosi e terapia nei confronti di ciascun paziente. Frutto dell'esperienza di migliaia di trials scientifici ed elaborate dai massimi organismi delle singole discipline, rappresentano di fatto lo "stato dell'arte" medica. La sentenza della Cassazione riporta queste stupefacenti parole sull'argomento: "(...) nulla si conosce dei contenuti di tali linee guida, né dell'autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse s'intende perseguire"....

Sunday, March 27, 2011

SOLO UNA CANZONE


Quoi que tu fasses, je ne sais pas / ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / faut-il encore qu’on raconte / que quelques chose nous revienne / faut-il qu’on soit seul sur terre, ici aussi

Boire pour la soif, je ne sais pas / ce qui de nous deux restera / tu dis mais je ne regarde pas / je n’ai jamais vu la mer / mais j’en ai vu des noyés / comment fais-tu pour oublier, pour oublier / et la pluie qui revient dans nos voix / pas une chanson, je ne pense à toi / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit

Et quoi que je fasse, / je ne sais pas ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / aller auprès des phares / et la vie est sans fard / à Port Coton qu’on se revoit / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit
(Port Coton / Raphael - Zaz )



Port Coton é un angolo dell'isolabella, la Belle Ile del sud della Bretagna, anfratto di rocce, spiaggia mai quieta, frustate di vento e di mare stregato. Clemenza del tempo albergata altrove, acqua che ribolle, come la lava adirata di un vulcano. Onde e spruzzi per un ricamo d'ovatta biancastra, affascinante e terribile allo stesso tempo. Terra di Merlino abbandonata dai viaggiatori, un faro d'inverno, solo in balia del freddo e delle correnti dell'oceano.

Port Coton é una canzone. Che parla di mare e di gente che non l'ha mai visto. Ma che ha visto un sacco di annegati. O ha fatto finta di non vederli. Giovani europei di un tempo, gente dell'ovest a cui la guerra é stata solo raccontata, da libri dalle pagine ingiallite o labbra di reduci vecchi e noiosi, che ormai sembrano non interessare più nessuno. Eppure la guerra é sempre lì, ad un passo, i suoi padroni vivi e vegeti, come sempre. Vissuta lungo i confini del sud o dell'est. Vista dentro occhi di ragazze, sguardi spauriti di giovani madri resi vuoti dal troppo dolore che gli é passato dentro.

Port Coton é una canzone. Che parla della speranza che rischia di morire dentro noi. Una morte fatta di abitudine, d'indifferenza, d'egoismo che é la pasta di cui siamo fatti, dalla pelle fin giù nel profondo, dentro al midollo. Di occhiate rivolte di fianco, o verso il basso, o - ancora peggio - ripiegate su se stesse, al di dentro, come se quegli occhi che ci furono donati un giorno non fossero stati fatti dritti, posti sul capo per guardare avanti, tesi verso quel prossimo che é lo specchio della nostra stessa vita.
Port Coton é la mia meschinità. Luogo di desiderio e di contraddizione. Il Bello e il Vero non accolti. L'umile e l'indifeso mai abbracciati abbastanza.


Port Coton é una canzone. Cantata da una donna, voce roca e voce dolce, voce talvolta disperata.
Port Coton é una canzone che accompagna la mia strada, che mi porta dove devo andare. E' uno sguardo verso l'alto, é una preghiera. Certezza che dopo la burrasca e il vento - le onde che turbano la mente, lungo il percorso di pensieri, parole, atti ed omissioni - c'é sempre un sereno che ritorna, sole mai tramontato per sempre all'orizzonte. Alba che porterà bonaccia dopo la galleria oscura di una una notte buia e senza stelle.

Port Coton é la musica del cuore, che cresce giorno dopo giorno, che ringiovanisce mano a mano che invecchia il corpo, che la polvere si accumula, che i peccati riempono sempre più l'anfora di una Misericordia che si fa più grande a mano a mano che passa il tempo.
Port Coton, in fondo, é solo una canzone. Ma é anche il luogo dove la mia burrasca trova finalmente pace. La sconfitta definitiva di ogni inquietudine e tempesta. Il sì detto ad un Altro, dentro l'unico grande dono che mi rimane in mano. Quello della mia libertà.


Wednesday, March 16, 2011

METTI UNA SERA A MILANO



"E adesso si mette pure a piovere....": provo a protestare un po', ma mia figlia mi richiama subito all'ordine: "E cosa vuoi che sia, papi, di fronte a quello che ha patito Gesù...".
E no, che non si fa così, cara la mia Chiara. Proprio no.
E sì che sono stato pure bravo: una giornata dura di lavoro in ospedale, poi alle 18 puntuale in parrocchia per la messa con gli amici focolarini, un'oretta giusta giusta per cenare e sistemare la cucina... e alle 20 tutta la famiglia davanti alla chiesa, in partenza per la via crucis cittadina con l'arcivescovo, dietro alla croce di San Carlo. E allora avrò pur diritto di dire qualcosa... e invece no: mia figlia mi richiama subito all'essenziale.
Che poi non piove. Eh già. Lo dovevo sapere che é sempre così, in fondo. Dio non si lascia mai battere in generosità.
E così, tant'é: tutti e 5 dietro alla croce di San Carlo ed alla reliquia del Santo Chiodo: io, mia moglie ed i nostri tre figli: Chiara di 15 anni, Marco di 12 ed Andrea di 8. Ed oltretutto resistono che é un piacere, fino alla fine della processione. Due ore e mezza secche, compresa l'omelia del nostro amato cardinale. Che, alla fine, sono pure allegri e brillanti: quasi mezzanotte sul tram, al ritorno verso casa, e si fa pure fatica a tenerli fermi.

Comunque, l'altra sera, é stato proprio bello.
Camminare lentamente, pregare dietro alle splendide meditazioni ed a quella croce, ricentrare tutto su quella Misericordia dove riesco sempre a deporre, alla sera, la durezza del mio cuore.
Guardavo la magia notturna della nostra città, le guglie del Duomo, quelle vie illuminate dalla fede che le camminava dentro. Lo sguardo, tra una preghiera e l'altra si posava ora su quella bellezza, ora sui volti che riempivano le vie. Tanti giovani, ma anche alcune persone anziane, coppie di sposi e fidanzati, preti e suore, gente di ogni ceto ed ogni età.
Poi, dentro alla cattedrale, il calore e la solennità allo stesso tempo. L'amore mai sopito per l'arte gotica, ricordi - magici e indelebili - di messe benedettine all'abbazia di Mont Saint Michel o di Sénanque o, più moderne, a Chiaravalle, insieme alle scuole dei miei figli. La sensazione, al fondo, di una Bellezza che si fa strada, l'unica capace ancora di rapire il cuore ferito dell'uomo moderno.
Poi mi é venuta in mente quella meditazione di Chiara Lubich: "Risurrezione di Roma", e tutto si é rivestito di nuova luce, cosicché Milano, così attraente quella sera, ha acquistato, come d'incanto, un fascino più intenso e più vero:
"(...) cosicché, riaprendo gli occhi sul di fuori, vedo l'umanità con l'occhio di Dio, che tutto crede perché é Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é Vita - nel fratello" (scritto del 29 ottobre 1949)

Ci voleva una serata a Milano, con la mia famiglia, un po' di amici e la croce di San Carlo, per ritrovare di nuovo la Bellezza dietro alla quale questo disgraziato d'uomo vecchio non vuole mai saperne di andare. Ma non é una novità, la povertà della mia fede.
Lo é sempre, invece, vedere una comunità che, giorno dopo giorno, é capace di cambiare un pezzetto del mio cuore.
E' di questo che sono profondamente grato.
All'Amore che ho incontrato un giorno.


Sunday, March 13, 2011

IL SEGRETO DI CHIARA


Chiara Lubich (22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)

Ho visto una sola volta Chiara da vicino. Ricordo che mi ero precipitato giù, lungo la scala che lei avrebbe disceso, per arrivare tra i primi vicino alla sua macchina. Era venuta ad un incontro a cui partecipavo anch'io, più di un migliaio di persone, sapete quelle cose che chiamano ritiri e che, volta dopo volta, cambiano un pezzo del tuo cuore anche quando sembra troppo duro. Che poi certi passaggi forti di quei momenti - i ritiri, appunto - io me li ricordo anche nei luoghi più improbabili. Come quando ti trovi in cucina, ad esempio, a mettere in una gigantesca lavastoviglie i piatti di quelle centinaia di persone che hanno appena finito di cenare. E magari a farti spiegare come si fa da una focolarina giovane e sorridente con un inconfondibile accento del Sud America o di un paese africano che non ti ricordi neanche dove si trova. Ho sempre pensato che la strana felicità provata in quegli istanti - che alla fine del lavoro sei puro unto fino alle orecchie, stanco morto e sogni una birra fresca anche in gennaio - avesse in sé qualcosa di profondamente soprannaturale.
Tant'é, comunque, quel giorno mi trovai davvero vicino a Chiara, solo che ero dalla parte sbagliata della macchina, opposta a quella dalla quale sarebbe poi salita. Così non riuscii a salutarla ed a stringerle la mano. Ma ero comunque ad un passo da lei. E mi ricordo il silenzio intorno e certi sguardi come una delle cose più sacre della mia vita. C'erano decine di persone vicino a quell'auto ed ogni mezzo metro c'era una mano che stringeva quella di Chiara. Lei avanzava lentamente, qualche istante per ciascuna di quelle mani e di quei volti che volevano salutarla, dirle che le volevano bene, farle capire quanto era stata madre per ciascuno. Lo sguardo di Chiara era impressionante. Profondo, sorridente e penetrante. Una penetranza d'amore, come se quella persona che lei aveva davanti a sé, fosse stata l'unica presente in quel momento e nella sua vita. La stessa intensità distribuita ad ognuno, prima di salire in macchina e salutare poi tutti insieme con la mano dal finestrino. Uno sguardo che ho portato dentro per anni e che mi trovo addosso ancora adesso, perché ha fatto scuola nel mio cuore.
Mi ha fatto capire cosa significhi amare la persona che la circostanza della vita ti mette davanti nell'attimo presente. Quello che hai di fronte, in quell'istante. E in quell'istante solo lui. Sia tua moglie o tuo figlio, il collega o il tuo capo. O il passante che incrocia la tua strada. Stessa intensità per ciascuno. Stessa dose d'amore.

* * *

Rocca di Papa é un delizioso paesino dei Castelli Romani, adagiato sulle alte sponde del lago di Albano. Ci fanno dell'ottimo vino, da quelle parti e si mangia pure bene, non solo porchetta e scottadito. Rocca di Papa é anche il cuore pulsante del Movimento dei Focolari. Lì c'é la casa di Chiara e la sua tomba, posta in una cappella all'interno del Centro Mariapoli. Chi si trovasse da quelle parti, non avrà difficoltà a passare dentro per un saluto o una preghiera: la porta del Centro é sempre aperta per chiunque. L'ho fatto un po' di volte anch'io, a volte senza sapere neppure cosa chiedere o cosa dire, ma solo per mettere il mio cuore davanti al suo e lasciare che sul nulla d'amore di entrambi quei cuori potesse nascere qualcosa di nuovo e di grande. Quest'inverno, poi, sono stato anche a visitare la sua casa. Anche da lì passano ogni anno migliaia e migliaia di persone, ma non é un museo, quello che vi si trova. Dentro, ad accogliere ciascuno, ci sono le focolarine che stavano con Chiara e che sono ancora lì, vivendo la normalità della quotidianità e dei loro incarichi di ogni giorno. Ho attraversato, insieme a decine e decine di altri amici, il salottino e lo studio dove ogni giorno lavorava, la cappellina che comunicava direttamente con lo studio, centro della casa, la stanza da letto dove é morta alle due del mattino del 14 marzo, dopo aver salutato e stretto le mani, l'ultimo giorno della sua vita terrena, delle centinaia di persone giunte a porgerle l'ultimo saluto.
Non mi ricordo cosa mi sia passato per la mente, passando da una stanza all'altra, scambiando qualche parole con le compagne di Chiara, facendomi raccontare di quell'aria di paradiso che si é respirata per anni in quella casa. Ma ricordo una sensazione di bellezza, una volta uscito da lì, bellezza come unica cosa capace ancora di rapire il mio cuore, ferito tropo spesso dalla sua stessa durezza.

* * *

Se dovessi portare via con me una sola cosa come la più preziosa di Chiara, quella che più me la fa sentir madre ogni giorno, forse prenderei una frase ed uno sguardo. La frase é la risposta che lei diede all'ultima domanda di un'intervista che Flaminia Morandi le fece nel 1997 per l'emittente Sat2000. Lo sguardo é quell'istante di silenzio, che precedette la risposta, come a dire, sì, questa é davvero la chiave che apre ogni porta.
"C'è un segreto, un segreto che lei pensa che sia alla base di tutto questo?", le aveva chiesto la Morandi. "Amare", aveva risposto Chiara. E poi, dopo una pausa lunga ed intensa come di chi sta per darti in mano la cosa più importante che possiede: "Dio é amore. Amare é tutto".

(L'intervista con Flaminia Morandi, sulla rete, non l'ho trovata. Ma anche questa con Sandra Hoggett non é niente male....)


Sunday, March 06, 2011

WHAT CAN YOU DO FOR ME


There’s just one thing

I want to ask you to do
Be gentle with this heart
That now belongs to you
And it will pay you back in kind
Anything that you desire, I don’t mind
What can I,
What can I do for you
What can I,
Do for you
What can I do
(John Popper - What Can I Do For You)




Sto rischiando grosso di diventar noioso. Sempre in ballo con questa faccenda del cuore.
Ma oggi é tutto il giorno che mi ronza in testa una canzone, che di titolo fa What Can I Do For You e di autore fa John Popper, appena uscito con un nuovo disco che suona che é davvero un gran piacere. Tutto il giorno che ci penso e tutto il giorno che non riesco a darmi pace, perché "cosa posso fare per te", é una bella domanda, in fondo, qualcosa che sottende ricerca e significato, uno scopo, una tensione; insomma il motivo per cui, quando sei sceso dal letto alla mattina, i tuoi piedi cominciano a percepire il gusto di correre dietro a quelle strane e scomode circostanze che qualcuno chiama vita quotidiana.
Va bene, sono confuso e contorto, in ciò che scrivo e spesso pure in ciò che penso, ma quella domanda, dicevo, continuava a girarmi intorno ed aveva pur bisogno di risposta, prima o poi; così io, oggi, non ho smesso d'andare in giro, certo che primo o poi l'avrei trovata. E c'é voluta, un'altra volta ancora, una voce e una chitarra.
La voce, quella di Riro Maniscalco. La chitarra, la sua e quella di un manipolo di amici, chiamati a condividere con lui il palco, in una sera, per una manciata di canzoni, alcune tratte dal suo splendido disco "Sketches of You", altre, invece, non sue, ma non meno vissute e trascinanti.
Del suo disco non parlerò qui, l'ha già fatto l'amico Paolo Vites sul suo blog, anche fin troppo bene. Ma Riro, questa notte, mi ha forse dato la risposta che cercavo. Si é fermato - a un certo punto - ed ha tirato fuori tutto l'amore per il blues del Delta che ha sempre contraddistinto la sua vita: "Il blues é il desiderio di un bene assente" - ha detto - ed é stato lì che mi é parso di capire. Perché il bene non é mai abbastanza, ne abbiamo un bisogno incessante, che si fa strada tanto più quanto si manifesta, giorno per giorno, la nostra debolezza.
Ecco perché il cuore c'entra anche questa notte, e quel desiderio diventa la risposta che ho cercato tutto il giorno. "Cosa posso fare per te" é desiderio che diventa corrispondenza. Corrispondenza di fronte alle mani di tutti i destini che incontro, istante dopo istante, lungo le strade di tutte le mie giornate. Non faccio altro che andare incontro a un "tu", ogni momento, ha detto ancora Riro - tanti tu con la "t" minuscola; ma dietro a quei tu c'é un "Tu" con la t maiuscola che dà senso a tutto il nostro agire.
Quel che posso fare é tutto qui: corrispondere a quel Tu, che mi ha già dato ciò di cui ho bisogno. Ho visto cose grandi, quelle che Tu puoi fare per me e cos'altro potrei fare se non rispondere all'amore con l'amore. E corrispondere, al fondo, non é poi così complicato come parrebbe a prima vista: é una faccenda semplice, invece.
Basta lasciare che il cuore torni dove é sempre stato di casa.




Post Scriptum
Riro Maniscalco scrive anche degli ottimi libri, io, per esempio, ne avevo già parlato qui.
Ma trovate tutto sul suo sito '
blues and mercy'

Wednesday, March 02, 2011

LE LONG DE LA ROUTE

Prenons-nous la main

Le long de la route
Choisissons nos destins
Sans plus aucun doute
J'ai foi et ce n'est rien
Qu'une question d'écoute
D'ouvrir grand nos petites mains
Coûte que coûte

Sono stufo di svegliarmi così. Troppo stanco, già dal mattino. E poi 'sto cielo grigio e il mare che é sempre troppo lontano. Non sei fatta per me, Padania mia. E non son fatti per me quei volti che incontrerò anche stamani, che ce l'han sempre su col mondo intero, che guarda quello lì cos'é che ha fatto e guarda quello là, che non ha fatto mai abbastanza.
No, non si riesce a tirar sera in questo modo, c'é bisogno di qualcosa, un supplemento d'amore, forse. Ma anche quel qualcosa non sembra mai abbastanza. E allora ci fosse almeno un po' di sole, lungo questa strada triste e sempre uguale.

E invece sì, che é bastato poco. E' bastato lo sguardo di un amico. L'ho incontrato presto, sette e mezza del mattino, una messa nelle aule di scuola coi miei figli delle medie e del liceo. Quell'amico era vestito da prete e m'ha fatto uno scherzo. Da prete. M'ha detto, mentre dormivo ancora, di guardare a un cuore e m'ha detto che quel cuore é il centro di tutto quel che sono.
E m'ha fregato, porca miseria, perché, puntato lo sguardo sul cuore, quello poi s'é posato anche sull'anima e dentro di lei ha ritrovato il desiderio, che pareva irrimediabilmente ormai perduto. Desiderio di vivere una giornata diversa, nonostante il cielo ed i pensieri troppo grigi. Desiderio ricentrato sull'aiuto di un Amico.

Uscito da lì il miracolo era già compiuto, anche se io dormivo ancora un poco. Ma ho visto la mia Highway 61 rivestirsi, come d'incanto, dei colori illuminati dal sole di un giorno terso senza nuvole. Poi, quando mi sono svegliato, ho cominciato a stringere la mano di un sacco di destini. Ed il mio, di destino, ha riabbracciato da solo la sua strada.
E, alla fine, dopo un giorno d'ascolto tutto intero, mi sono trovato, alla sera, anche a cantare.
Robe proprio strane, queste. Miracoli che accadono lungo la strada.
Gioie della vita di ogni giorno, le long de la route.