Friday, May 30, 2008

WE'RE WALKIN' TOGETHER


Una mattina qualunque di un giorno in ospedale.
Squilla il telefono della centralina dell'unità coronarica: "dottore, è per lei".
Prendo la cornetta svogliatamente: ci sono già abbastanza guai oggi, chi è che mi cerca ancora? Dall'altro capo del telefono c'è Gianni, non mi aveva mai chiamato sul lavoro prima d'ora: "Ciao Fausto, come stai? Sai, oggi ti pensavo, sono riuscito finalmente a farmi stampare la foto che mi avevi chiesto tempo fa..."
Di quella foto non mi ricordavo quasi più. E quando l'avevo chiesta a Gianni, più di un anno prima, ero sicuro che, con tutti gli impegni che aveva, non sarebbe mai riuscito ad accontentare quel mio piccolo desiderio.
Corsi a prenderla, appena possibile, qualche giorno dopo. Ritraeva Chiara Lubich e don Luigi Giussani, insieme e sorridenti, mentre si stringono la mano in piazza San Pietro, a Roma, la vigilia di Pentecoste, il 30 maggio 1998.
Quello di Gianni, quel mattino, fu un momento tanto inatteso quanto opportuno.
Un atto gratuito, arrivato all'improvviso, e capace di dare alla giornata quell'anima che le mancava.  Qualcuno - un amico - mi aveva ricordato Qualcosa e quel gesto mi rimise in sintonia col quotidiano, dandogli la solennità che, da solo, non vedevo quasi più.



Quel 30 maggio di dieci anni fa sono là anch'io, in una Piazza San Pietro gremita di folla, un popolo che arriva a riempire anche tutta Via della Conciliazione, fin laggiù in fondo, nei pressi delle mura di Castel Sant'Angelo.
Giovanni Paolo II ha chiamato a raccolta tutti i Movimenti e le nuove comunità ecclesiali, per dirgli quanto la Chiesa li senta parte di sè e quanto lei stessa guardi a loro come maestri di vita.
Ogni Movimento quel giorno appare per ciò che è realmente: un dono dello Spirito Santo per gli uomini. E chi è lì in quella piazza percepisce come certa questa realtà della storia, in cui Dio è presente e non smette mai di assistere il suo popolo e l'umanità intera.

Sono arrivato qui con gli amici, ma mia moglie è a casa, in attesa del nostro secondo bambino e segue tutto attraverso la tv. Non c'è differenza, però: la sento presente come se fosse lì al mio fianco, in mezzo a quella folla.
E, man mano che la giornata trascorre, assisto al miracolo che il mio cuore attendeva da tempo.
Quella che vedo accadere coi miei occhi, quella che sento raccontare - l'unità tra i Movimenti - è la storia della mia vita. Il mio matrimonio, nel suo essere piccolo laboratorio di cammino insieme, da quel momento in poi diventa parte del patrimonio della chiesa. La nostra unità nella diversità - mia moglie dentro al solco del carisma di don Giussani, la mia vita dietro alla storia di Chiara Lubich - oggi viene sancita e proclamata quale tassello insostituibile nel mosaico della vita cristiana.
Scriverà don Giussani, a pochi giorni di distanza da quell'evento:
"Sabato, l'incontro con Giovanni Paolo II, per me è stata la giornata più grande della nostra storia, resa possibile dal riconoscimento del Papa. E' stato il "grido" che Dio ha dato a noi come testimonianza dell'unità, dell'unità di tutta la Chiesa. Almeno io l'ho avvertito così: siamo una cosa sola. L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?"



Il discorso di Don Giussani di quel giorno, davanti al Papa, mi aveva insegnato una volta per tutte il significato della parola mendicanza; e mi era parso di capire un po' di più il bisogno vero della vita:
"il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".



Prima di lui Chiara Lubich aveva tratteggiato al Santo Padre il significato di quella definizione che lui stesso aveva dato del Movimento dei Focolari, definendolo capace di un "radicalismo dell'amore".
Aveva detto Chiara: "E come non può essere così se lo sguardo di tutti coloro che fanno parte del movimento è sempre puntato, come a modello, su Gesù crocifisso nel suo grido d'abbandono? L'amore più radicale è proprio lì, dove è il culmine del suo patire. E' in Lui - che abbandonato dal Padre si riabbandona al Padre, che sentendosi disunito dal Padre con Lui si riunisce - il nostro segreto per ricomporre in unità ogni divisione, ogni separazione, dovunque".
La conclusione del discorso diventa una promessa per il futuro: "Sappiamo che la Chiesa desidera la comunione piena fra i movimenti, la loro unità che, del resto, è già iniziata. Ma noi vogliamo assicurarle, Santità, che essendo il nostro specifico carisma l'unità, ci impegneremo con tutte le nostre forze a contribuire a realizzarla pienamente".


Le parole di Giovanni Paolo II, che seguono le testimonianze di Chiara, don Giussani, Jean Vanier e Kiko Arguello, sono di gioia e riconoscimento che ciò che sta accadendo è qualcosa di speciale: "oggi la Chiesa goisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele: "Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona.. "(At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa "effusione" dello Spirito. Ogni movimento differisce dall'altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione".
Il suo richiamo finale è l'amicizia e il coraggio di cui ciascuno, in quella piazza, sente di avere adesso bisogno: "Oggi da questa piazza, Cristo ripete a ciascuno di voi: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15). Egli conta su di voi, la Chiesa conta su di voi. "Ecco - assicura il Signore - io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20). Sono con voi!"

Nel ritorno a casa, quel giorno, non c'è stanchezza, ma solo forza rinnovata.
Nelle migliaia di volti di Piazza San Pietro, nella gioia di chi mi è stato accanto, quell'unità proclamata dalla Chiesa l'ho vista già sofferta e vissuta e perciò testimoniata.
E' per questo che il Papa e i fondatori dei movimenti l'hanno potuta raccontare, perchè non si può narrare se non di ciò che non sia già accaduto e che, grazie a Dio, sta accadendo ancora.
Ma dentro di me c'è una gioia in più: penso a mia moglie che ritroverò a casa, alla mia famiglia, alla nostra esperienza insieme. E ripenso alle parole del Papa con sollievo: oggi, in quella Piazza, gli ho sentito raccontare della mia vita.
Quella foto di Chiara e del don Gius, regalo di Gianni, oggi campeggia nell'angolo buono del salotto di casa.
E' una bella foto ed è bello lo sguardo tra i due.
Uno sguardo che, da allora, protegge ogni giorno il nostro cammino.


Thursday, May 22, 2008

DOLCE RESISTENZA

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro,
credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.
Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.
E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)
DOLCE RESISTENZA
Riascolto del disco di un amico,
dentro le righe dritte e storte della mia esistenza


Massimo Priviero è l'unico vero rocker italiano.
Ce ne si convince non solo ascoltandolo nei suoi dischi e dal vivo, ma anche sentendolo parlare. In un'intervista di un po' di tempo fa diceva: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Ai cantautori non è stato mai chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante. Mentre per me la differenza la fa la voce (...)" E poi aggiunge, parlando sempre dei "cantautori": "(...) ed i suoni sono sempre quelli".
E invece a Massimo non manca nulla: la voce, i suoni, quello che cerca chi ama il rock, quello vero. Comprese l'anima e il cuore, però, senza le quali anche il rock, come tante altre cose della vita, diventa la caricatura di se stesso.
Poesia insomma, per dirla in una parola sola.
Quella che nasce da chi è capace di prendere le persone e farle diventare amici, trascinarle dentro a una chitarra, e trasformarle in musica con lei.
Dolce Resistenza è uno dei dischi più belli di Massimo.
L'ho ascoltato a lungo e piano piano è entrato nelle mie vene e nei miei percorsi autostradali.
E' diventato la colonna sonora dei miei ultimi pensieri.
Così è stato inevitabile che s'infilasse anche tra le righe dritte e storte di tante giornate, fatte di tutto e di niente, di un quotidiano sul quale un Altro riesce sempre, mio malgrado, a scrivere il Suo spartito.
Il risultato è questo qua: canzoni messe di fianco a vita e sensazioni.
Provate a leggerle se vi va, è roba senza pretese: "Io sono io", canta Massimo e le mie righe sono quel che sono.
Ma la segreta speranza è che vi venga voglia di ascoltare il disco: vi assicuro che ne vale davvero la pena.
E chissà che non accada qualcosa anche a voi.

Cammino solo nel mio tempo e guardo il sole mentre scende giù
E chiamo ancora sai il tuo nome nel silenzio
Ma ogni passo ha la sua storia e ora tu non ci sei più
Lo sai Tommy il tempo viene il tempo va
Ci rivediamo sai un po' più in là
Mi manchi molto sai, chissà come ti va
(Tommy Eden)


Quanti amici hai perso di vista nella vita?
Compagni di strada dei sentieri grigi, spicchi di sole o nubi di pioggia comparse all'improvviso.
Hai dentro rimorsi per averli smarriti, talora anche rancori; ma fai uno sbaglio, perchè la vita è così: apre e chiude strade di continuo.
Spesso mi domando dove siate finiti. Ora che ho percorso tante vie, che vorrei raccontarvi le battaglie, i ponti attraversati, i fiumi guadati in qualche modo. Ora che vorrei sentirmi dire delle guerre che avete visto voi.
Ancora la vita, se Dio vorrà, riaprirà nuove strade e c'incontreremo di nuovo : "ci rivediamo un po' più in là. Mi manchi molto, sai, chissà come ti va"...


Quante volte abbiamo scalato montagne,
Per sparare al cielo e cercare dei sogni.
Quanti giorni malati e non puoi farne senza,
Quanto ancora mi chiedi dolce mia resistenza.
Siamo solo soldati che marciano stanchi,
In cerca di passi che portano avanti.
E sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora,
Con l'ultimo fiato che è rimasto in gola.
Siamo vivi, siamo in piedi,
Siamo tutto quel che sai,
Non fermarti, non fermarti mai.
Siamo nati per volare,
E per cadere prima o poi,
Non fermarti, non fermarti mai.

(Dolce resistenza)
Ogni volta che cado, è uno sparo nel cielo.
Solo allora Ti chiamo e mi ricordo di Te.
Sono ribelle e fallito, sono triste e tradito.
E continuo a domandarmi il perchè.
Poi mi alzo, pian piano e vedo più chiaro.
Ma poi cado di nuovo: è solo apparenza la certezza di me.
Ho bisogno di aiuto : "sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora, con l'ultimo fiato che è rimasto in gola".
E quando, alla fine, sparisce l'orgoglio, allora capisco qualcosa di più.
Ora sì che ho imparato, a chiamarTi per nome.
Il Fallito e il Tradito, sei Tu; l'Abbandonato e lo Stanco, sei solo e ancora Tu.
Se son nato per volare, è perchè da tutto questo sei già passato Tu.



Siamo volti lontani delle stesse città,
Siamo Cristi traditi, siamo luce di Allah.
Siamo ponti nel vuoto, siamo vite ai mercati,
Siamo lampi nel sole, siamo spari nel cielo.
Siamo fiumi assetati, siamo lacrime spente,
Siamo mappe perdute, siamo troppo di niente.
Siamo occhi malati, siamo inferni infiniti,
Siamo fiori di sale, siamo spari nel cielo.

(Spari nel cielo)


"Ecco la grande attrattiva del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossima
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie (...)"
(Chiara Lubich - L'attrattiva del tempo moderno)

Fermarsi nella folla ed osservarla.
Guardare tutti, ad uno ad uno.
Tanto più quanto più hai fretta, tanto più quanto ti sembra di essere rigettato.
E scorgere in ogni volto di chi ti passa accanto quella storia unica e irripetibile, degna d'essere vissuta, bella quanto basta per essere amata.
Ci ho provato mille volte. Dal finestrino dell'auto, dentro il traffico di quest'impossibile città. In chi mi urta nella folla e in ascensore, nell'essere stretti in metropolitana. In chi è medico e in chi è ammalato, dentro la sofferenza e l'impazienza, nelle loro e nelle mie infedeltà.
Ma quell'attrattiva, ogni volta l'ho sentita.
E mi sono accorto che è vera.
Allora e solo allora lo sguardo si è fermato, dentro una corsa apparentemente senza senso e, penetrato nella più alta contemplazione, mi sono sentito inzuppato anch'io.
Come quel frusto di pane nel vino.


Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai

(La strada del davai)

Annina, Annina, un giorno sarò scrittore
Per non spegnere gli occhi e per non scordare
Annina, Annina, io sarò la voce
Di chi non ha niente che non sia una croce
E girerò per le mie valli
Finchè la forza reggerà
E lo farò finchè non ci sarà
Pane giustizia e libertà, pane giustizia e libertà...
Il ragazzo camminava, dove le Langhe sono un fiore
Il sole tramontava piano
Per il soldato e lo scrittore
(Pane giustizia e libertà)

Priviero l'ho conosciuto così, dentro la bellezza di queste due canzoni.
Non avevo mai trovato nessuno che avesse messo in musica - e lo avesse fatto così bene - tutto quel che avevo letto sugli italiani in Russia della seconda guerra mondiale e che non uscirà mai più dalla mia memoria.
La marcia del davai è lo sguardo di quei pazienti che ho incontrato e che purtroppo ora non vedo quasi più. Pane Giustizia e Libertà è il cuore di Nuto Revelli, ma è anche l'abbracciare insieme tutti gli altri, Eugenio Corti, Giulio Bedeschi e tutti quegli uomini senza "più niente che non sia una croce".Feci mio tutto questo un po' di tempo fa e ci scrissi sopra :"Russia"
Ora non saprei aggiungere altro che non sia preghiera.





Massimo Priviero

Saturday, May 17, 2008

BRINGING IT ALL BACK HOME

"Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte, c'era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un'anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnanti"

(Giovanni Lindo Ferretti)


Non sono mai riuscito ad imparare a suonare la chitarra.
Il che, per uno che porta il mio nome e che non perde occasione per interessarsi di musica, non è davvero il massimo.
Comunque quand'ero giovane ci avevo provato, almeno per un po' di tempo.
Ricordo che allora - erano appena iniziati gli anni ottanta - mi ero comprato in edicola una rivista-manuale per autodidatti, edita da una certa "Lato side". Arrivato a casa la aprii e - fantastico! - c'era davvero tutto: gli accordi, il metodo e pure due piccoli dischi di plastica, quei 45 giri così leggeri che se li prendevi in mano si piegavano letteralmente in due... Poi cominciai a guardare le canzoni da imparare man mano che si progrediva nell'apprendimento, ma il mio entusiasmo si affievolì. Cercavo Dylan e Neil Young, ma lì trovai dell'altro. C'era Bandiera Rossa ed altre canzoni più o meno dello stesso repertorio.
Tra tutte, anche una di un gruppo che non avevo mai sentito, dal nome per lo meno curioso: "CCCP fedeli alla linea". Perbacco, già allora il nome CCCP suscitava in me immagini cupe e da incubi notturni, che partivano dalle purghe staliniane per arrivare al KGB... E allora fedeli a che cosa? Ad un regime del terrore? Ma tant'è, erano tempi strani e questo gruppo di cantanti strano lo era davvero. Oltre tutto erano pure punk. Come i Sex Pistols, insomma, o i Clash. Già, che poi i Clash non erano mica un gruppo punk, ma questo è l'inizio di un'altra storia...
Così, alla fine, misi la rivista in un angolo e finii per non toccarla più, non mi pareva il manuale più idoneo per appropriarmi della tecnica chitarristica. E dopo un po' , purtroppo, misi da parte anche la chitarra, andando avanti solo ad ascoltare dischi.


Sono passati parecchi anni, i capelli cominciano a diventare grigi e c'è anche chi di capelli non ne ha proprio più. Accendo la tv, un giorno quasi per caso - lo faccio di rado, ormai, ne vale sempre meno la pena - e chi rivedo, all'improvviso? Ma sì, è proprio lui, Giovanni Lindo Ferretti, il leader e cantante degli ormai sciolti CCCP! Ed è riconoscibilissimo, stesso sguardo penetrante, ma che ora pare molto più dolce. E stesso tono di voce, come quando cantava Punk Islam: un po' più calmo forse, ma sempre netto e deciso.
Solo che adesso racconta di cose diverse, per esempio del libro che ha scritto e che narra della sua vita e di tante altre cose.



Il libro è uscito già da un paio d'anni, ma io l'ho letto da poco.
L'ho trovato qualche tempo fa, nella sezione "musica" di una famosa libreria milanese, ma in fondo con la musica c'entra davvero poco o nulla.
Reduce non è un libro di facile lettura.
Prima di tutto perchè il linguaggio di Ferretti non è facilmente assimilabile, così di primo acchito. E' prosa, ma rasenta la poesia. E allora va centellinato, letto e riletto, fatto proprio a poco a poco, perchè ogni capitolo del libro possa svelare la profondità che vi è dentro.  
Poi perchè il contenuto - autobiografia sui generis - è la storia di un percorso, che è sì autocritica, ma soprattutto fede ritrovata, non solo nel senso più pieno del termine, ma anche nella riscoperta delle proprie origini e tradizioni, la riconquista di un patrimonio che è faticosa esperienza di vita di coloro che ti hanno preceduto, donato la vita e cresciuto, spesso senza fronzoli e con tanti sacrifici.
E infatti lui si definisce un "reduce", uno che ritorna da una guerra, ma non quelle dei nonni, che magari da quelle vere, combattute con le armi, non erano neppure tornati; bensì da una guerra "dello spirito", come la definisce lui, peraltro non meno spietata e terribile delle altre.
Certo non tutto il contenuto del libro è condivisibile, ma il punto non è questo.  
La positività è dentro il desiderio, la risposta ad un bisogno, la scomparsa della paura di affrontare la realtà dopo la caduta dei pregiudizi.
Ed anche tanta umiltà e lucidità :

"E' l'Infinito, l'Indefinibile, che ci salva. Ci obbliga ad interrogarci su vanità, arroganza, potenza e prepotenza. Misericordia, compassione, carità, amore. Cos'è la verità?
E' l'Infinito, l'Indefinibile e il rapporto che noi instauriamo con Lui a permetterci la meraviglia, la commozione della bellezza, l'altro da noi esseri finiti.
E' la tensione ad aprire nel proprio quotidiano squarci traverso cui un po' di Infinito possa trapelare fino a noi a rendere la vita degna di ogni benedizione.
Dono infinibile che nessuno riuscirà mai a finire ma ognuno può vanificare per proprio libero arbitrio"


Alla fine, comunque, lo sguardo ribelle del punk, Ferretti lo conserva ancora ed in fondo è giusto che sia così.
All'intervistatore della RAI che gli chiede se la definizione di "punk cattolico" possa andargli bene, lui risponde sorridendo che le due cose possono andare tranquillamente d'accordo.
Ma lo sguardo sulla realtà del Ferretti di oggi è molto più maturo del giovane punk filosovietico che capeggiava le fila dei CCCP fedeli alla linea.
Ed è uno sguardo dal quale credo che chiunque possa imparare.
Già imparare... un giorno o l'altro, comunque, voglio provare a riprenderla in mano la chitarra.
In fondo, se c'è una regola che mi piace nella vita, è che non è mai troppo tardi.

Sunday, May 11, 2008

RUN, RUN, RUN


COLORIAMO LA CITTA'

Chi di noi non vorrebbe vedere la propria città,
invece che grigia per la solitudine el'indifferenza,
colorata dall'amore che avvicina le persone e costruisce la fraternità ?

Vorremo fare qualcosa, ma cosa ?
E da dove cominciare ?

Basterebbe una piccola Regola per cambiare il mondo.
C'è una parola scritta nel Vangelo che fa pensare.
Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te.
E' una legge universale, comune a tutte le religioni ed iscritta nel cuore di ogni uomo, talmente preziosa da essere chiamata
Regola d'oro.
Proviamoci fin d'ora a viverla, cominciando da chi ci sta accanto, anche in questo momento.


Chissà cosa deve aver pensato chi si è trovato a passare di lì per caso.
Me lo sono chiesto più volte ieri, ai giardini di Porta Venezia, a Milano, durante lo svolgimento della seconda edizione della RUN4UNITY, vivendo quel clima di festa e di fraternità, che vedi così di rado nelle nostre città.
Lo stesso clima che si viveva in tanti altri luoghi dei cinque continenti, unico teatro di una staffetta mondiale, promossa dai "ragazzi per l'unità" - i ragazzi del Movimento dei Focolari con tutti i loro amici - tutti a correre nei posti simbolo del pianeta, lungo le vie delle più grandi metropoli, per stendere sul mondo un arcobaleno di fraternità.

Ci sono gli Skortza, solida rock band e fratelli d'Ideale, ad infiammare con la loro musica gli animi dei giovani ed anche dei presenti più attempati. Canteranno anche "Run, run, run", vero e proprio inno della giornata. Poi le coreografie, preparate dai ragazzi. E soprattutto le testimonianze, anch'esse stralci di vita vissuta da loro, a dire ai loro amici, ma anche a noi adulti, che sì, è possibile davvero vivere così, dare la vita per chi ti passa accanto, costruire nel mondo frammenti di reciprocità.



Alle quattro parte la corsa. E' arrivato finalmente il nostro turno; i primi a correre sono stati quelli delle isole Fiji; finiranno i ragazzi di San Francisco, Vancouver, Lima e Santiago. C'è un entusiasmo nell'aria che ti pare d'essere alla maratona di New York. E c'è la gioia tipica dei ragazzi, ma anche la coscienza del passarsi un testimone che parla una sola lingua, una lingua che dice Unità. Nessuna contestazione al passaggio degli atleti e d'altra parte questa non è mica la torcia olimpica: con tutto il rispetto, qui si assiste a molto di più.

Quando mia figlia Chiara giunge all'arrivo mi dice entusiasta : "Papi, sono arrivata ottantottesima!" E la sua amica Maria, di rimando: "E io novantesima!". Sono felicissime, neanche avessero vinto il campionato del mondo. E a me sembra che il trucco sia nell'aria che stiamo respirando tutti, che sa davvero di paradiso.
Come a dire: sono cose dell'altro mondo in questo mondo, queste.



Finita la corsa, le premiazioni e poi via di nuovo a cantare, a ballare, a raccontarci di questa vita che ci ha preso. C'è anche il collegamento in diretta con Roma, in Piazza Navona: vi assistiamo sullo schermo gigante. E da là, loro ci collegano via internet con quello che sta succedendo negli altri punti del pianeta. Avevamo capito che era qualcosa di grande, ma vederlo dal vivo è davvero un'altra cosa.

Quando ce ne andiamo via, ormai quasi verso sera, penso a come definire tutto ciò che ho visto.
"Papà, è stata una giornata bellissima!", mi dice Andrea, 5 anni, il mio figlio più piccolo. Suo fratello Marco aggiunge: "così tante ore, sono passate in frettissima!".
E a me, allora, viene in mente una frase, quel testamento che Chiara Lubich ha lasciato a tutti noi prima di partire da quaggiù: "siate una sola famiglia".
Allora forse è questo ciò che ho visto e sperimentato insieme a tutti gli altri.
Ed è ora che riaffiora ciò che Chiara ci aveva promesso, seppure già malata, un po' di tempo fa: "Ci sarò come posso", aveva detto.
Difficile pensare che la sua presenza, che si è avvertita da lassù, potesse essere più forte di così.



Post Scriptum
Mentre scrivo questo post, all'indomani di una giornata straordinaria, mi vengono in mente le parole infuocate di Enzo Piccinini, un "amico" che non ho mai avuto la fortuna d'incontrare di persona. Aveva appena finito un incontro con altri giovani ed il suo maestro e professore universitario gli aveva obiettato: "Piccinini, queste sono cose da ragazzi: sono belle, sono vere, ma sono da ragazzi!". Quasi a dire, per gli adulti non potrà mai essere la stessa cosa. E lui, invece, a rispondere con passione: "la consapevolezza che mi è venuta chiara è che una cosa è riconosciuta vera perchè corrisponde e rimane per sempre così (...) ed è questa esigenza di vero, di bello, di giusto, di amare e di essere riamati, che chiamiamo cuore (...) e non è un problema di età".
Proprio così, il cuore che palpitava ieri ai giardini di Milano, come in centinaia di altri punti del pianeta.
Mi piace pensare che anche Enzo, ieri, abbia fatto famiglia con noi da lassù.

Thursday, May 08, 2008

LUCE RIFLESSA


"Ci vien da dire che la Bellezza è possibile, e ci viene voglia di gridarlo a tutti nella faccia. Perchè viviamo in un clima di lamentela costante, di telegiornali pornografici e di caccia a chi ha le mani più sporche delle mie... E pochissimi sono rimasti a partire dal buono che c'è. Il Grillo vive di luce riflessa, per dare voce a chiunque ci aiuti a guardare, prima ancora che ad agire. E di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante, thanks God.
Questo fa di noi un popolo".

(Il Grillo Cantante, n° 16, 6 maggio 2008)

Non riesco ad impedirmi di citare qui l'ultimo editoriale de "Il Grillo cantante" e non perchè, in amicizia, sono coinvolto anch'io in questo bel percorso.
E' perchè queste parole mi rigirano nella mente da qualche giorno e mi sembra esprimano bene il concetto di reciprocità, che alla fine fa rima con felicità.
L'essere popolo, poi, è la conseguenza del fatto che sì, si può vivere davvero così, considerando l'altro come un dono.
Prendere in considerazione cioé il fatto che ciò che ti capita davanti, quello che ti trovi di fronte nell'attimo presente, è sempre - in ogni caso - un bene per te e per la tua vita, anche quando l'evento appare scomodo ed inatteso.
La differenza è solo il metodo, l'approccio, e tutto questo ha a che fare con l'amore, quello vero, quello con la A maiuscola e che non ti puoi dare da solo, se non chiedi aiuto ad un Altro, anche lui - ma guarda un po' - con la A maiuscola.

Allora sì che si vive di "luce riflessa", perchè quella luce è lo stesso Amore, che ritorna su di te.
E allora sì che scopri che "di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante".
Perchè altrimenti - da solo - non te ne saresti mai accorto.

Saturday, May 03, 2008

BALDANZA


Cos'è il tempo che passa ?
Vorrei fosse sempre più prendere quei limiti e porli nel grembo di un Altro, perchè diventino quell'oro tra le mani di cui ho parlato poc'anzi.
Ma oggi, ripensando a quel Gesto di qualche giorno fa, mi è venuta in mente una parola: baldanza.
Ed ho ritrovato la lettera di un padre, colui che me la spiegò, un bel po' di tempo fa.
Da allora la meditai a lungo e divenne il mio vocabolario, il significato definitivo di quel termine.
E allora la metto qua, a far compagnia ad altre parole che, giorno per giorno, ho la fortuna d'incontrare nella vita.
E tutte a far rima con un'altra ancora, sempre più abituale: gratitudine.

"Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri.
Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella Grazia che ci viene Donata e rinnovata ogni mattino.
Da qui viene quella baldanza ingenua che ci caratterizza, per la quale ogni giorno della nostra vita è concepito come un'offerta a Dio, perché la Chiesa esista dentro i nostri corpi e le nostre anime, attraverso la materialità della nostra esistenza"

(Luigi Giussani)

Wednesday, April 30, 2008

MY LIFE IN A STOLEN MOMENT


Somewhere back I took the time to start playin' the guitar
Somewhere back I took the time to start singin'
Somewhere back I took the time to start writin'
But I never ever did take the time to find out why

Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo per cominciare a suonare la chitarra
Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo di cominciare a cantare
Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo per cominciare a scrivere
Ma non trovai mai il tempo di scoprire il perchè

(Bob Dylan) (1)


Per misurare veramente la realtà devi prendere coscienza di ciò che sei.
E' per questo che quando i limiti sembrano prevalere su tutto, condizionare fatti e tono dell'umore, devi renderti conto di quanto è prezioso ciò che ti accade e di quanto ciò che rigetti possa diventare oro tra le tue mani.
Ieri sera tutto si è trasformato, dentro un'azione - un sacramento - che è Riconciliazione, ma che, più d'ogni altra cosa, mi è parso solo abbraccio.
Chi si trovava di fronte a me, a raccogliere e condividere miserie, mi ha dato un solo consiglio: "recuperare la grandezza di un gesto"; e quel gesto è diventato luogo e tramite, posto necessario alla Misericordia per agire, poichè essa doveva per forza passare dalla mia libertà.
Così quest'oggi sono grato, per un attimo ho fregato l'uomo vecchio (2).
E gli ho rubato la vita - my life in a stolen moment - , quella che lui si prende troppo spesso, ma che non gli è mai appartenuta davvero.
Gli ho fatto violenza. 
Ed è passato un Altro.

Non so dove trovai, un giorno, il tempo per cominciare a scrivere.
Ma oggi sono contento d'aver trovato il perchè.
Quel perchè è l'essermi affidato.
E l'affidarmi mi ha ridato indietro la realtà.

Note:
(1) Bob Dylan - My Life In A Stolen Moment, 1962
(2) "Vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova..."  (San Paolo, Col 3, 9-11)

Thursday, April 24, 2008

GRATITUDINE



Metti una sera a Milano.
Una sera di pioggia, in un piccolo locale, ad ascoltare un po' di gente suonare.
Gente che non conosci, o che conosci poco, ma che senti già amica, perché sul palco mette proprio quello: un'Amicizia.
Poi quella frase di Massimo - spettatore come noi di quella sera - buttata lì a mia moglie, che gli dice quanto bella sia quella sua canzone - la strada del davai
Frase semplice e bella, ma purtroppo anche inusuale: "Dobbiamo ricordare di chi siamo figli".
E quelle parole, da lei riverberate in me, che ora continuano a rimbalzarmi in mente.

Attraversano l'anima ed i pensieri, a rendere visibile e presente la figliolanza, che ha reso la nostra vita più vera.
Su e giù, di continuo, finchè tutto si trasforma dolcemente in altro, che ha dentro tutto questo e molto di più.
E che - alla fine - si riassume in me in una sola parola: gratitudine.
Anche quella d'incontrare amici così.

Monday, April 21, 2008

ANIMA IN FESTA


"Quando la musica è "popolare" attraversa e commuove il cuore del popolo.
E Van De Sfroos sa bene cosa genera un popolo: il suo senso del mistero e il nome che gli dà".
(Il Grillo Cantante - numero 15 - 26 marzo 2008)





E questa volta sul palco sono saliti anche i minatori.
Poco prima, da quel palco, lui ci aveva detto che c'è gente che si chiede se esistano ancora.
"Certo che esistono" - ci aveva risposto - "solo che la gente non li vede perchè stanno sotto".
Questa volta, invece, i minatori di Frontale, Valtellina, sono sopra, insieme a Davide Van De Sfroos e forse non potrebbero stare con nessun altro.
Non potrebbero perchè forse sanno riconoscere ciò che è vero. E vero Davide lo è stato anche l'altra sera, la sera del Forum a Milano. La sera dell'incredibile, degli undicimila spettatori per il cantastorie più autentico che ci sia in Italia.
Cantastorie e non "cantautore", perchè comporre canzoni e narrare storie che hai incontrato non è mica un mestiere per tutti, sebbene molti se ne ritengano capaci.
Davide arriva al Forum come uno di quegli undicimila, come uno che di quel popolo fa parte e che ha diritto a rappresentarlo, per capacità di narrarne il cuore, in parole e talento musicale che tanti altri non hanno e non avranno mai.
Ma soprattutto per averne colto il desiderio.
Quello che fa di ogni storia qualcosa di grande e di speciale.
E di tutte le storie, quando sono insieme così, l'andare in compagnia al Destino.





Note:
"Il Grillo Cantante - la coscienza della musica suonata per davvero" è a quest'indirizzo :
La recensione del concerto, sul blog di Paolo Vites:

Tuesday, April 15, 2008

SI PUO' VIVERE COSI'

Si può vivere così
storie di Parola vissuta



Un cd rimesso nel lettore quasi per caso.
Ed una canzone che mi ricorda all'improvviso la sua storia.
La storia di Chiara Badano, per tutti Chiara Luce, una ragazza morta a soli 18 anni, in odore di santità.
Avevo già parlato di lei, in un post del 2006 ed ora che la ritrovo mi viene voglia di rifarlo.
Una storia affascinante la sua, anche se non unica, simile a quella di altri che incontrano la sofferenza e, invece che viverla come ostacolo, ne fanno una pedana di lancio, verso una vita più vera.
Quanti ne incontro, tutti i giorni, nei letti d'ospedale.
E Chiara ci finisce anche lei, contro ogni logica umana che non vorrebbe vederla lì, una ragazza giovane e bella, sportiva e intraprendente qual'era lei.
Il nemico è terribilmente ostile: il tumore, un sarcoma, è di quelli che non risparmiano la sofferenza a nessuno. Ma Chiara è armata bene e parte subito battagliera. In una lettera del 1985 scrive: "Ho riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho capito che non ero una cristiana autentica perchè non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro il mio unico scopo. Non posso e non voglio rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio.".
Poi la scalata, rapida, inesorabile, dentro il mistero di quella vita, sino all'inimmaginabile, il rifiuto della morfina (voleva avere ancora "qualcosa da offrire") per essere più simile a Lui: "La medicina ha deposto le armi... Mi sento così piccola e la strada da compiere è così ardua. Spesso mi sento sopraffatta dal dolore. ma è per Gesù che viene a trovarmi. E così gli ripeto: se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io".

Allora l'ho ripensata a lungo Chiara.
E l'ho guardata, ma non come si guarda chi si pensa distante da noi.
L'ho pensata come una persona qualunque, una che con la mia vita possa centrare davvero.
E che ha fatto qualcosa d'eroico, certo, ma giorno per giorno, dentro il quotidiano. Qualcosa non d'irraggiungibile, quindi, ma alla portata di tutti; di tutti coloro che decidano di lasciarsi portare da un Altro.

E poi ho trovato anche le immagini di quella canzone.
Provate a guardarle e guardate come canta e come suona questa gente.
Ragazzi come Chiara, pronti a fare la stessa scelta, senza paura; scelta di dare la propria vita per un Altro, in ogni istante, sin dalle piccole cose d'ogni giorno.
E che non smette di correre, mai.
Perchè in quella Luce non c'è più nulla da temere:

"Corri, corri, brilla accanto a me, nella stessa luce
corri, corri, brilla brilla che luce chiara e bella sei.
Corri, corri, dimmi che non c'è, nulla da temere
Corri, corri, brilla, brilla che la tua luce ora è in me
"






Note:

1) per il titolo di questo post mi sono appropriato di quello di un bellissimo libro di Luigi Giussani; penso che lui, da lassù, mi perdonerà.
2) Chiara "Luce" Badano è partita per il cielo il 7 ottobre 1990. Il processo per la causa di beatificazione è stato avviato dieci anni dopo, il 7 ottobre 2000. La sua storia è raccontata, tra gli altri, in questi due libri:

Michele Zanzucchi - Io ho Tutto - Città Nuova editrice.
Mariagrazia Magrini - Di luce in luce - edizioni San Paolo

Tuesday, April 08, 2008

FIGLIOLANZA


Il cielo è grigio stamani, sembra autunno invece che aprile.
Smonto dalla guardia in ospedale. E' stata dura questa notte, c'è stato da combattere laggiù.
Il freddo mi avvolge. Il gelo dell'aria, quello della sofferenza che ho incontrato, quello - soprattutto - delle miserie di me stesso, che a volte mi attanagliano senza pietà.

Vado a trovare Don Giussani al Monumentale.
Hanno traslato il suo corpo in una nuova cappellina, più bella, al centro del cimitero.
Ed io, da quando Chiara è partita, dovevo tornare anche qui.
Colei che mi è sempre stata madre ha raggiunto colui che negli anni è diventato come un padre.
Ed ora la figliolanza è completa.
Dentro di essa mi sembra di ritrovare la pace che a volte non ho.
Quella pace pronta a dileguarsi all'improvviso, quando la durezza del mio cuore prende il sopravvento.
Eppure sto imparando a riconoscerTi sempre più, ad andare al di là della piaga, dentro quel grido misterioso che hai emesso in croce - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - che ha spalancato l'umanità all'Amore infinito.
E sto imparando ad abbandonare in Te tutto quel freddo, per incontrarTi in ogni fratello che mi si para innanzi, in quell'avventura sempre nuova e affascinante che è l'attimo presente della vita.
Così - forse oggi più di ieri - mi appaiono più vere quelle parole di Chiara, che sempre mi hanno affascinato:

"Ogni volta che il tuo cuore dispera
e tu continui a sorridere e a parlare di speranza agli altri,

Ogni volta che senti la morte nell'anima
e tu continui a sorridere e a parlare agli altri di vita,

Ogni volta che ti senti peccato
e tu continui a sorridere e a parlare di amore agli altri
e ad amare concretamente,

Ogni volta che sei circondato da oscurità totale
e tu continui a sorridere e a parlare di luce agli altri,

Ti sembrerà di recitare una commedia,
di non vivere nella verità.

Ricordati che questa è la commedia divina,
è l'Ideale allo stato puro,
è essere Gesù Abbandonato"

(Chiara Lubich)

Me ne vado via sollevato, accarezzando la tomba del Don Gius.
Il miracolo si è compiuto, il cuore si è scaldato, ed anche oggi le nebbie della mente si sono come dileguate.
Mentre scrivo queste righe sul blog, mi domando se sia il luogo a cui esse debbano essere davvero destinate. Ma se questo, come accade sempre più, è divenuto il diario dell'anima mia, allora le lascio cadere proprio qui.
Faranno scappare qualcuno forse, ma non importa.
Spero possano far compagnia ad altri, invece.
A chi, come me, corre dietro a un desiderio.
Quello d'incontrare la Bellezza nella propria vita.

Monday, April 07, 2008

CIAO ANZOLON


E così anche Natalia ha finito la sua corsa quaggiù.
Per continuare la sua avventura con Chiara Lubich, raggiungendola là dove essa non avrà mai fine.
La prima ad affiancarsi a lei, in quel lontano 1943 e poi una vita tutta nella fedeltà e nell'umiltà.
Una volta Chiara disse di lei, a sottolinearne le virtù, durante un'intervista televisiva : "Natalia? Ah, quella andrà dritta in Paradiso!" E le sue compagne, allora, subito dopo a stringersi intorno a lei, per dirle con affetto : "Hai sentito cosa ha detto di te Chiara?". E lei, senza modestia né improvviso entusiasmo: "Se l'ha detto Chiara...." Come a dire: vado avanti a seguirla, solo questo m'importa, dentro il disegno di Dio di questa straordinaria avventura.

Ecco qualche riga che tratteggia il suo profilo, tratta dal comunicato stampa del Movimento dei Focolari, trasmesso lo scorso 2 aprile:

Nella vita e nella morte, io sono sempre con te”. L’aveva promesso a Chiara Lubich e così si è attuato. Natalia Dallapiccola, la prima che ha seguito Chiara in terra nel 1943, è stata la prima a raggiungerla, a distanza di pochi giorni, nell’Al di Là. Aveva 83 anni. E’ deceduta ieri sera, nella sua casa a Rocca di Papa poco dopo le 21, in seguito a disturbi cardiaci e polmonari, attorniata da Graziella De Luca, Valeria Ronchetti, Vittoria Salizzoni, Doriana Zamboni, le prime compagne degli inizi, con cui viveva. Natalia è stata “presente” sino alla fine. Poche ore prime della “partenza” aveva meditato su una pagina di Chiara, che aveva modellato la sua vita: “Ho una sola madre sulla terra, Maria Desolata… nel suo stabat, il mio stare, nel suo stabat, il mio andare…”. A chi gliel’ha letta, la sua piena adesione e gratitudine: “Sì, era proprio quello che volevo”.

Natalia Dallapiccola era nata in un paesino sui monti trentini, Fornace, il 27 giugno 1924. Incontra Chiara a Trento, dove vive con la famiglia, nel giugno 1943. Sta attraversando una crisi profonda in seguito alla morte del padre e all’infuriare della guerra. Deve interrompere gli studi e lavorare per aiutare la famiglia. “Pian piano la musica, la natura, le amicizie perdevano il loro valore. Mi sono trovata in un buio profondo, sino a credere che l’amore in terra non esiste”. Chiara la colpisce per l’armonia esteriore e interiore e per le sue parole con cui comunica la sua grande scoperta, “Dio è amore”: “…Ma se l’amore è la cosa più che bella che esiste sulla terra, che cosa sarà Dio che l’ha creato?”. Dirà lei stessa: “Mi sentivo portare su, su, in Dio. Vedevo tutta la vita passata con le sue circostanze gioiose e dolorose, come legate dal filo d’oro del suo amore; e nell’anima la certezza che Dio mi amava immensamente. Questo immenso e personale amore di Dio aveva capovolto la mia vita”.


Natalia è con Chiara nel primo focolare di Trento, in piazza Cappuccini. Poi la segue a Roma. Avrà un ruolo determinante, nel 1959, nella fondazione del focolare di Berlino Ovest. Sarà parte del primo gruppo che varca il muro, nel 1962, insieme a focolarine e focolarini medici chiamati dal vescovo di Lipsia a prestare la loro opera nell’ospedale cattolico della città, carente di personale sanitario per le fughe in occidente. Il suo segreto era la fedeltà alla scelta di rivivere Maria Desolata, nel suo “stabat” ai piedi della croce nel momento in cui Gesù lancia al Padre il grido di abbandono. Riconosceva ed amava il suo volto che si presentava ad ogni passo. Natalia era di sostegno a chi condivideva con lei l’impegno a costruire l'unità in ogni ambiente. Un fatto che sconcertava e si rivelava "contagioso". Ha sorpreso trovarlo documentato nei rapporti della Stasi, la polizia segreta tedesca: si parla del “programma del Movimento ‘Fucolar’ di creare “una forte unità religiosa nonostante le opinioni nazionali diverse”. Era una corrente d'amore che passava da persona a persona.

Dal 1976 è al Centro del Movimento. Ha la salute seriamente compromessa. Nel 1977 non può seguire Chiara a Londra, dove è invitata a ricevere il premio Templeton per il progresso della religione. Per il sorprendente interesse mostrato al racconto dell’esperienza spirituale della fondatrice dei Focolari da parte dei rappresentanti delle varie religioni presenti nella Guildhall, quell’evento segnerà il momento fondante del dialogo interreligioso che si aprirà nel Movimento. Da Londra Chiara le telefona, affidando a lei questa nuova pagina con una consegna: “Amali!”. E’ ciò che ha fatto in tutte le occasioni, come alle assemblee generali della Conferenza mondiale delle Religioni per la Pace (WCRP), in cui rappresentava Chiara. Sono rapporti profondi che costruisce con vari leader del mondo ebraico, musulmano, induista, buddista ecc. Natalia prepara così gli sviluppi che nasceranno dal loro incontro con Chiara.


Sin dall’inizio per la particolare profondità con cui vive la spiritualità dell’unità, svolge un ruolo importante per la formazione spirituale dei membri del Movimento. Dopo la “partenza” di Chiara, Natalia avvertiva l’impegno a fare tutta la sua parte per portare avanti il movimento. Chiara aveva soprannominato Natalia, “Anzolon” (in dialetto trentino significa “angelo”), per l’amore sempre vivo in lei verso tutti, vissuto con la radicalità degli inizi.




Wednesday, April 02, 2008

IL SILENZIO DI ADAM


"The silence of God is God"
(Carolyn Forché - The Angel Of History)



Che Adam Duritz non sia un tipo semplice, acqua e sapone, è fatto risaputo e d'altra parte il suo spazio su Myspace.com inizia proprio con le testuali parole "I'm just a wired guy". Così non può certo stupire che anche l'ultimo atteso lavoro coi suoi Counting Crows - Saturday Nights & Sunday Mornings -  inizi in modo duro e sferzante, con la prima track del disco - 1492 - a lasciarti subito senza respiro sia nel testo che nel ritmo incalzante.
Eppure, superato l'urto iniziale, questo è un disco che non ti disturba affatto.
Anzi diviene a poco a poco affascinante, musicalmente attraente com'è, e concept-album quale si rivela, vero e proprio lp d'altri tempi, quelli in cui la prima facciata del disco poteva avere un significato ben preciso, da mettere di fianco alla seconda, come due capitoli di un libro da leggere tutto d'un fiato. E infatti qui si parte su ritmi densi e martellanti, fatti di un rock di classe ma incisivo, per passare ad atmosfere improvvisamente calme e di ampio respiro, di sapore più decisamente country e folk.
E' un percorso voluto, quindi; quello che dalle atmosfere del sabato sera, allucinate e alla deriva, porta fino a quelle della domenica mattina, in cui la realtà ti riappare davanti per ciò che è realmente e, smaltita la sbornia, lascia spazio al rimorso ed al rimpianto. Un passaggio che, ascoltando il disco, avverti netto, quando le chitarre sferraglianti di Cowboys vanno letteralmente in frenata alla fine del brano e quei pochi secondi che le separano dalle prime note di chitarra acustica di Washington Square ti appaiono la resa della notte di fronte all'alba del nuovo giorno.
Questa è la trama del racconto, il percorso da peccato a pentimento, che Duritz stesso spiega e delinea, a vantaggio di chi non si sia accorto già da solo della strada su cui viaggiano le canzoni dell'album. Eppure questa non è storia di redenzione: è stato già scritto da altri (1) ed è profondamente vero. Ma può significare forse che essa non ci sia, che questa non possa divenire il capitolo successivo del seguito della storia, l'epilogo di una giornata - Sunday morning - che è appena cominciata ?




Su Myspace.com il cantante racconta cosa gli accadde anni fa, quando, ragazzino, si trovò in Israele, "walking into Jerusalem looking for God". E, tra derive trasgressive che ormai non ci sorprendono più, inframezza immagini, quasi inopportune, d'istanti prolungati, trascorsi davanti al muro del pianto, seduto quasi in attesa di lasciarsi provocare da una realtà che a lui sembra non manifestarsi, ma che forse ha solo bisogno di occhi nuovi per essere vista.
E cita il silenzio di Dio: "the silence of God is God", quasi a dire: mi son messo lì, l'ho voluto, l'ho cercato e l'ho aspettato, ma non sono riuscito a trovarlo.
E' una frase tratta da un libro di Carolyn Forché, autrice americana che parla anche di ebrei.
Ed è frase terribile, che narra di un silenzio preoccupante e disarmante, che sembra far capolino nei momenti peggiori dell'esistenza di ciascuno, non solo in drammi della storia quali l'olocausto della seconda guerra mondiale.
Ma quello stesso silenzio l'ha citato anche un papa, tedesco come l'oppressore, ma capace di farsi uno con gli afflitti come Cristo, e che anch'egli - non è un caso, forse - cita il silenzio nel momento in cui, quale viandante e mendicante di Cristo, visita Auschwitz nella primavera del 2006.  Ecco, allora, le parole del Salmo 44 : "Perché dormi, Signore ? Perchè nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?". Ma ecco anche la capacità di andare oltre, nell'aiutarsi a riconoscere che "il nostro grido verso Dio deve essere al contempo un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio. (...) Il Dio in cui noi crediamo è un Dio della ragione, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene.  Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio" (2)


Dentro la mia storia, specie negli ultimi tempi, c'è un altro tipo di silenzio, che avverto farsi strada a poco a poco. 
E' il silenzio che vuol farsi vuoto, che non ha paura di gridare, di chiedere aiuto, ma che vuole anche lasciarsi plasmare. Ed è un silenzio che fa contrasto con tutto il chiasso che c'è là fuori.
Ma il rock di Adam Duritz e dei suoi Counting Crows, ora sferzante, ora struggente, non è rumore che possa disturbarlo.
Anzi lo aiuta, invece.
A riempirsi sempre più di Significato.

Note:
(1) Grazie a Claudio Todesco, per il suo articolo "Counting Crows - Peccato e Pentimento", pubblicato su Jam di marzo 2008 
(2) Il discorso di papa Benedetto XVI, pronunciato in occasione della visita al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006, si trova qui.

Saturday, March 29, 2008

UN SORRISO SUL METRO'



E così oggi mi tocca prendere il treno, per andare a fare la notte in ospedale.
D’altra parte, se la macchina è guasta, in qualche modo ci dovrò pure andare al lavoro.
E allora prendo il metrò, vado alla stazione e mi mischio insieme ad un mucchio di persone, popolo di pendolari che ritorna a casa.
Quanto tempo era che non mi capitava più. Troppo abituato a fare i conti coi miei pensieri in auto, avanti e indietro tutti i giorni per la stessa strada, ad ascoltare musica dal lettore cd, a rispondere al telefono, a chiacchierare qualche volta – troppo poco, in verità – con Quello che sta lassù.
Così mi metto a guardare le persone - accidenti, mi piace l'idea! - e per giunta non sono neanche troppo stanco: io a lavorare ci sto andando adesso, mentre molti di questi la giornata l'han già vissuta quasi tutta.
Quanta gente tutta diversa, cresce la curiosità e lo stupore. E si fa strada anche un pensiero, che vorrebbe essere condivisione: quante storie riesci a intravedere, dietro al volto di ciascuno ?

Il metrò si ferma alla stazione e salgono papà e mamma nomadi, col figlio piccolino.
All'improvviso cresce il disagio intorno a me e, ad essere sincero, anche dentro di me.
Perchè non è mica gente facile quella lì: quante volte mi è capitato di curarli in ospedale e come è faticoso ogni volta; perchè spesso non si fanno affatto aiutare, nel loro rifiuto delle regole, nel vivere una vita così diversa, fuori dai nostri schemi abituali.
Ad un certo punto l'uomo attacca a suonare: ha una fisarmonica al collo, augura a tutti la buona sera e si mette a cantare. E la musica, ancora una volta, mi attrae e catalizza la mia attenzione. E mentre ascolto, si riaffacciano alla memoria quei musicisti improvvisati, che affollavano i metro' di Londra e Parigi già tanti anni fa e che mi avevano così affascinato la prima volta che li avevo visti. Ma la musica dura poco, giusto lo spazio di una fermata. Il treno rallenta e il bimbo passa tra tutti i passeggeri, mostrando a ciascuno la desolazione di un bicchiere di carta troppo vuoto.
Apro il borsellino e il sorriso di quel bimbo arriva all'improvviso: segue solo di un istante il rumore della mia monetina sul fondo vuoto del bicchiere.

Davanti a me un uomo che sembra avere la mia età, bello e impeccabile nel suo completo scuro; scrive e-mail al palmare, con una mano sola, e come faccia non lo so: il mio cellulare qua sotto non prende neppure la linea; ma lui è tutto indaffarato, in quello che ai miei occhi appare un gioco, ma che invece è una cosa seria, perchè - che diamine - siamo milanesi e noi sì che lavoriamo sempre.
Quel bambino lo sfiora, lui invece manco lo guarda, anzi si scosta piuttosto infastidito.
Per un attimo mi sento più bravo di lui, ma è solo un momento.
Pochi secondi appena e mi ricordo i farisei, quelli che non piacevano per nulla a Gesù. E allora è lo spazio di un istante, e mi rimetto subito in riga.
E intanto mi rendo conto che è così: quel gesto non mi ha reso migliore, proprio per niente.
Ma il sorriso di quel bambino, quello sì che mi ha cambiato.
Poco a poco sta scendendo dentro me e mi scalda col suo calore, come il sorriso di Uno più grande, Colui che move il sole e l'altre stelle.
Come facevi a saperlo, Signore, che avevo proprio bisogno di quello per cominciar bene la mia giornata ?
Quel sorriso, finalmente, era ciò che mi mancava.
Questa sera me lo porterò al lavoro.

Monday, March 24, 2008

AIN'T TALKIN'

AIN'T TALKIN', JUST WALKIN'
luci d'attimo presente, dentro i versi di un amico (*)



"Most of the time
I'm cleared focused all around
Most of the time
I can keep both feet on the ground
I can follow the path, I can read the signs
Stay right with it when the road unwinds"

("Il più delle volte
metto a fuoco quanto ho intorno
Il più delle volte
so stare coi piedi per terra
Posso seguire il percorso, leggere i segnali
Tenermi in piedi quando la strada comincia a girare")


Il più delle volte, Signore,
non smarrirò la strada,
se il silenzio saprà farsi strada,
dentro di me.
Se saprò capire
d'essere strumento e non fattore.
Allora, colpo su colpo, lo Scultore compirà il suo lavoro.
Farà male a volte, certamente,
ma non ho paura.
E quando sarò vuoto, finalmente,
saprò accogliere il fratello davanti a me.

E così vado avanti, mio Dio,
la strada é diventata larga.
Ma "non parlo, cammino solamente",
il mio silenzio l'hai riempito Tu.

"Well, I'm pressing on,
Yes, I'm pressing on
To the higher calling of my Lord."


(*) le parole in corsivo sono versi tratti da canzoni di Bob Dylan



Sunday, March 23, 2008

LUI E' RISORTO



Ma l'angelo disse alle donne: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E' risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto"

(vangelo di Matteo, 28, 1-7)

Wednesday, March 19, 2008

UNA SOLA FAMIGLIA

Vorresti provare a descrivere quello che è stato l’ultimo saluto a Chiara alla basilica di San Paolo, ma non ci riesci.
Non ci riesci perché di quell’abbraccio di popolo fai parte anche tu.
Allora conservi nel cuore mille sguardi.
Quelli, tutti sorridenti, dei tuoi amici, che hai incontrato in stazione a Milano e poi a Roma, e in ogni dove. Gli sguardi delle prime compagne di Chiara, quello commosso di don Oreste, quello composto, ma commosso anch’esso, del cardinal Bertone.
E poi gli amici di tutte le razze, di tutti gli altri movimenti, cattolici e cristiani, delle altre religioni. Anche loro tutti presenti là e anche loro nella stessa disposizione d’animo, tutti a respirare lo stesso clima d’unità.
Perché questo si è respirato quaggiù in quei momenti: aria di paradiso.
E alla fine ce ne andiamo via, quasi con nostalgia, perché fai fatica a ritornare in terra da lassù.
Ma ripercorri quella strada che Chiara ha tracciato per te e con una certezza in più: quella che Chiara, ora, è davvero di tutti.
Come ha detto Luce Ardente, il monaco buddista anche lui rapito da lei: “mamma Chiara non è solo vostra, è anche nostra. Anzi, lei è del mondo intero”.
E allora torni da dove sei partito e vai avanti.
Con un sigillo d’oro nel cuore, l’unità con Chiara.
E con un’altra certezza ancora, il suo testamento, che – ora sì – sai che è possibile davvero: “siate una sola famiglia!


"Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi - sicura d'esser capita nel senso più esatto - : "Siate una famiglia".
Vi sono fra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro. Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all'ultimo istante.
C'è qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l'animo non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.
C'è qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove è destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete.
E dove andate per portare l'ideale di Cristo... niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... è, insomma, la carità vera, completa.
Insomma, se io dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: "Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno".

Chiara, 25 dicembre 1973