Tuesday, March 10, 2009

GRAZIE CHIARA




Quando Dio dona un carisma alla sua Chiesa ed all'umanità, fa in modo che esso giunga sino agli estremi confini della terra.
Così il torrente d'amore della vita di Chiara ha riempito rivoli e ruscelli, fino a giungere anche all'arida terra dell'anima mia.
L'ha innaffiata e continua a farlo senza sosta, ogni giorno, perché l'Amore ha fiducia anche nel seme che non vede, quello che d'inverno giace in un campo ricoperto di brina, ma che saprà far germogliare qualcosa, quando finalmente verrà primavera.

Mi sono sentito a lungo inadeguato, pur fedele alla sequela di Chiara e così mi sento anche oggi, nonostante il pezzo di cammino già percorso. Ma proprio Chiara m'insegnò un giorno che l'Unità che Gesù promise ai suoi non era tra coloro che si fossero dimostrati adeguati, ma tra chi si fosse semplicemente unito nel Suo nome.
E' per questo che vado avanti, forte e sicuro dentro l'abbraccio di un popolo che continuamente mi accompagna, certo che la fatica ed il fallimento sono un prezzo già pagato dall'Uomo dei dolori, Colui che - pazzo d'amore per i suoi - é giunto a sentirsi Abbandonato dal Padre.

Così, anche questa sera, nell'incertezza del niente che sono e nella certezza del Tutto che mi sostiene, voglio continuare a seguire senza paura colei che mi ha generato a nuova vita, appassionato d'amore anch'io ad un Dio che ha saputo amarci così.
Finché un giorno - il mio giorno - arriverò al mio incontro col Padre.
E incontrerò di nuovo Chiara e tutti i miei, 
col mio pezzetto di mondo tra le braccia.

"E quale il mio ultimo desiderio ora e per ora? Vorrei che l'Opera di Maria, alla fine dei tempi, quando, compatta, sarà in attesa di apparire davanti a Gesù Abbandonato-risorto, possa ripetergli - facendo sue le parole che sempre mi commuovono del teologo belga Jacques Leclercq: "... il tuo giorno, mio Dio, io verrò verso di Te... Verrò verso di Te, mio Dio ... e con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia". "Padre, che tutti siano uno!"
(Chiara Lubich)


Chiara Lubich
(Trento, 22 gennaio 1920 - Rocca di Papa, 14 marzo 2008)




14 marzo 2009, diretta internet:
Con Chiara - Un dialogo che continua - ore 16-19.30
Al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, con la partecipazione di personalità di varie Chiese e del mondo civile, rappresentanti di diverse religioni e delegazioni dai 5 continenti.
Diretta internet a questo link:  HTTP://LIVE.FOCOLARE.ORG/

Monday, March 02, 2009

ME AND MY BROTHER FRANKIE


Ricordo che quando quel mio amico attaccava a suonare e a cantare, l'ammirazione si mescolava inevitabilmente con un po' d'invidia.
Perché il tocco di chitarra era davvero bello e con quella voce, accidenti, sembrava proprio lui, il Boss in persona. E così, in un attimo, era capace di scodellarti lì una Highway Patrolman da brivido, cantata tutta fino in fondo, in un inglese fluido, senza la minima incertezza, quasi che quella canzone l'avesse scritta lui.
E poi, inutile dirlo, tutte le ragazze erano ai suoi piedi cosicché l'invidia si tramutava pure in un po' di rabbia bella e buona.
Ma tant'é, io il Boss dal vivo non l'avevo ancora visto e allora era bello ascoltarlo anche così e non solo dai dischi o da fruscianti e mal registrati bootlegs da strapazzo.

La storia narrata in questa canzone di Springsteen é semplice e naive, vicenda di due fratelli, figli di un'America rurale, lontana da Wall Street e dalla globalizzazione. Stesso sangue ma vite diverse, che, per quegli strani scherzi del destino, fanno sì che uno si trovi dalla parte giusta della strada e l'altro perennemente da quella sbagliata.
Joe che tira dritto tutti i giorni, moglie, figli ed un lavoro onesto, pochi fronzoli e sogni zero; Frankie, invece, sempre nei guai.
La storia la racconta bene Bruce, basta leggere il testo.
Sentirgliela cantare, poi, é meglio ancora:

Il mio nome é Joe Roberts, lavoro per lo stato
Faccio il sergente, fuori Perrineville, palazzine numero 8
Ho sempre fatto un lavoro onesto, il più onesto che ho potuto.
Ho un fratello di nome Frankie e Frankie non é un tipo giusto
da quando si era ragazzi, sempre la stessa storia
La radio chiama, Frankie é nei guai giù in città
Se fosse stato un altro uomo, lo avrei sbattuto dentro
Ma quando é tuo fratello, qualche volta ti giri dall'altra parte

Io e Frankie si rideva e si beveva
Non c'é niente di meglio che essere fratelli di sangue
Facevamo a turno a ballare con Maria
mentre la band cantava "Night Of The Johnstown Flood".
L'ho catturato ogni volta che si é perduto, come ogni fratello deve fare
Un uomo che volta le spalle alla sua famiglia non é uno per bene.

Beh, Frankie si arruolò nel 1965
Io restai a curare la fattoria e sposai Maria
Ma il prezzo del grano cominciò a crollare e sembrava di essere derubati
Frankie tornò a casa nel '68 ed io mi presi questo posto.

Una notte come tante altre, arriva una chiamata ad un quarto alle nove
C'é casino in una roadhouse, sul confine del Michigan
C'è un ragazzo steso per terra, ha un brutto aspetto, perde sangue dalla testa
C'é una ragazza che grida a un tavolo, dicono sia stato Frank.
Beh, l'ho inseguito attraverso le strade della contea
Fino a un cartello: "5 miglia al confine col Canada", diceva
Ho parcheggiato lungo la statale
ed ho guardato le sue luci posteriori sparire




Ermanno Labianca, nel suo "Talk About A Dream", scrive che nella prima strofa di questa canzone c'é già tutto ed in effetti é proprio così, il resto é solo bellezza e pennellate che perfezionano in musica un'opera ed un senso già intuiti.
Ogni volta che sento cantare questa storia, penso a Joe e Frankie come alla stessa persona, nulla di così diverso che li distingua davvero, non certo il ruolo che gli viene assegnato nella vicenda.
E qualche volta penso che siamo Joe e Frankie anche noi, quando facciamo buoni propositi e cadiamo un attimo dopo nelle nostre peggiori contraddizioni.
Quando amiamo gratuitamente e sappiamo poi ferire chi invece ci vuol bene.
Quando ci alziamo già troppo stanchi al mattino, per poi scoprirci stupiti a ritrovare la speranza, dentro qualsiasi piccolo ed inatteso avvenimento della nostra vita.
Noi, dentro la nostra ira e gli scatti d'impazienza, lo sconforto ed il senso d'inadeguatezza; ma anche la voglia e l'entusiasmo di donare la vita - tutta intera - quando scopriamo qualcosa per la quale essa é degna d'essere vissuta.

Perché c'é sempre qualcosa per cui val la pena di ricominciare, sino all'ultima, ennesima volta.
Qualcosa o Qualcuno, laggiù in fondo alla strada, più in là di quel cartello che ti indica il confine.
E' per questo che lo lasci andare, tuo fratello Frankie, e lasci anche a te stesso quell'ultima possibilità.
Di trovare laggiù in fondo Uno più grande di te, pronto ad accoglierti per quello che sei e con il niente che sei riuscito a costruire.
Uno che é Misericordia e che é Perdono
Uno che oggi aspettava proprio te.

Friday, February 27, 2009

TORNANDO A CASA


Ancora Runrig, il concerto d'addio di Donnie Munro, castello di Stirling, Scozia, estate 1997.
Going Home é una bella canzone, dove malinconia non é sinonimo di tristezza, ma desiderio struggente di significato.

Così, chiunque passasse da qui, provi a fermarsi ed a lasciarsi portare.
E non importa dove stai viaggiando ora e neppure ciò che sei, sicuro sulla strada di un destino già tracciato o perduto nella nebbia di tristezze troppo difficili da sostenere.
Afferra il tuo desiderio, trattienilo stretto e non perderlo di vista mai.
Fidati di lui e lasciati guidare: l'Amore, quello vero, saprà condurti fino a casa. 


Wednesday, February 25, 2009

LOCH LOMOND


Back to the music, one more time.
Un auto che viaggia al tramonto, sulla strada verso casa, ancora una volta é una porta che spalanca sogni e desideri.
Musica di fredde lande islandesi - meravigliosi Sigur Ròs - mi ha fatto viaggiare all'infinito con la mente, per giorni e giorni. E cosi sono tornato anche da loro, i Runrig, fieri paladini delle terre di Scozia, alfieri di una musica che sa coniugare rock e tradizione, note su spettacoli di bandiere che sventolano ai concerti, ma che non hanno nulla di sciovinista ed irreale: solo genuinità, entusiasmo ed orgoglio per le proprie radici.
Una canzone come Loch Lomond  é capace di catapultarti chissà dove, anche se le note fuoriescono dal triste lettore cd di un'auto qualsiasi, sperduta nell'insulso piattume della pianura padana.
Ma tant'é, con la fantasia sei già lassù, sulle rive di laghi e paesaggi di cristallo e di castelli, ed i tuoi sogni possono volare liberi, senza che la fretta di chi percorre la strada davanti e dietro a te - anime sensibili solo ad insensata frenesia - possa minimamente scalfirti.
E' così che canti con loro, a squarciagola, mentre brividi salgono sulla tua pelle a poco a poco, man mano che ti fai compagnia di quella musica, che racconta con epica e struggente tristezza di una guerra che ha portato via con sé amori e desideri.
E' la fantasia che ti fa salire sul palco con loro, fratello d'arme della voce di Donnie Munro - senza di lui la band non sarà mai più la stessa - della poesia che Malcolm Jones sa infilare dentro una chitarra, allo stesso modo che in una cornamusa, del magico ritmo dei fratelli MacDonald, dietro ad ogni struttura melodica della band.
E poi la voce di Rory MacDonald, l'unica in grado di tener testa a Donnie, e che importa se quando canta in gaelico avresti bisogno della traduzione simultanea accanto a te; se la bellezza é capace di passare attraverso suoni ed emozioni, scavalcando impassibile parole incomprensibili, vuol dire che ha raggiunto il suo scopo: fare vibrare qualcosa in te.

E' così che ti accorgi che basta così poco a renderti felice, a scacciar via la noia e la stanchezza, persino le ferite più profonde del tuo cuore. Ma quel poco, se ci pensi bene, in realtà é il molto, perché in quegli istanti, forse, hai colto la relazione tra le cose.
Una relazione che é Armonia. Armonia tra le note di una bella canzone ed il tramonto che ti senti addosso; tra la tua fantasia e la realtà di ciò che vivi e vedi.  Armonia che senti in te - nonostante tutto - e che percepisci nelle cose tra di loro.
Gioisci e ti stupisci, allora, mentre ti accorgi che non l'hai creata tu e neppure le cose cui l'hai sentita correlata.
Quell'armonia, lo capisci infine, é frutto dell'Amore che ha dato forma e sostanza al tutto e che oggi, per una magia che la musica é stata in grado di elargirti ancora, ti ha fatto percepire.
L'averlo sentito vivo su di te - l'Amore che tutto  sostiene - ti ha fatto  sentire come nuovo.  
E' per quello che ti ha sorpreso felice, a cantare a squarciagola.


Sunday, February 22, 2009

SI PUO' VIVERE COSI'



"Alla sera non misurare, domanda: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà", "Vieni, Signore Gesù", che é il grido con cui termina tutta la Bibbia. Tutta la Bibbia termina con questo grido, e non deve terminare la mia giornata con questo grido? Uno che fa così tutte le sere é vivo (non é come noi troppe volte), é uno cambiato; se fai così tutte le sere, sei cambiato, e devi farlo con forza e senza pretese, perché tu non sai quando il Figlio dell'uomo verrà dentro la tua vita, ti prenderà per il collo e ti cambierà, ti costringerà a cambiarti o ti darà lo charme irresistibile per cambiarti.
Se non é per questo sguardo più profondo, questa speranza affascinante, per che cosa vivi?" (1)

(don Luigi Giussani,
15 ottobre 1922-22 febbraio 2005)

Note:
(1) tratto da: Luigi Giussani - Si può vivere così - BUR

Tuesday, February 17, 2009

LO SPOSO

L'auto percorre la strada, a poco a poco, avvolta nell'oscurità.
La luce dei fari non riesce ad illuminare la notte, a rompere la cappa di tristezza.
Ma procede lo stesso, lenta ed avvolta in quella musica che sa di ghiaccio e brulle lande desolate, in una malinconia quasi insostenibile, della quale, tuttavia, non riesce a fare a meno.
Le note dolci dei Sigur Ros l'accompagnano e lei procede, mentre tu ti senti a pezzi, distrutto e stregato.
L'ira che hai provato, causata dai nemici; il dolore che hai sentito, tradito dagli amici.
E tutto il male che ti attraversa da ogni parte, in ciò che vedi e senti; male di uomini pazzi, che si ostinano a percorrere fieri un cammino senza bussola, tra ponti che crollano alle loro spalle e strade infuocate da ciò che loro stessi hanno costruito.
Ma non é questo, in fondo che ti opprime: ciò che é insopportabile al tuo orgoglio é il limite di te.
La pace non trovata non é la rabbia che provi, ma quel sentirti inadaguato di fronte a tutto ciò, incapace di una risposta positiva, di uno sguardo sul reale che abbia il gusto della gratitudine e della speranza, nonostante tutto.
Così continui a guidare, non abbandoni quella musica. E la tua voce grida per un perché.
Non sembra trovare la risposta di cui ha bisogno.


Quel grido aveva lacerato l'aria, eppure nessuno sembrava averlo sentito.
Nessuno, eccetto Maria e Giovanni, ai piedi della croce.
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Il dolore era diventato l'Assurdo. Che bisogno c'era, Gesù, di arrivare a questo punto?
Non era già un eccesso d'amore l'esserTi fatto inchiodare dagli uomini?
Nel silenzio assordante che circonda la croce, tutti, salvo loro due, ti hanno lasciato solo; ma sono troppo piccoli laggiù, uomini schiacciati dal dolore, come Te.
Eppure, Gesù, c'é ancora qualcosa, non tutto é perduto. Puoi farti avvolgere da una tenerezza, quella sì che ti é rimasta ancora: il Padre é sempre stato con te.
E invece no, Tu non lo fai. La follia d'amore é l'Abbandono anche di quella.
Che cosa accade adesso? Questa é pazzia: la Trinità é spaccata! Perché?
E' questo, alla fine, il "tutto compiuto", mentre nelle Sue mani consegni il Tuo spirito?
E' così, Signore, solo così, che desideri tracciare una strada?


Non importa dov'eri destinato, ma ormai sei giunto e l'auto si é arrestata.
Dovunque tu sia ora, continui a non trovare pace.
Affaticato e oppresso e tutto quel dolore sembra distruggerti a poco a poco. Crepe che t'incrinano, una dopo l'altra; una superficie di fierezza e sicurezza, che si frantuma inesorabilmente. Crepe sempre più grosse e numerose, finché diventano fessure.
Fino a quando giunge ad intravedersi qualcosa; qualcosa sotto una scorza che si é rotta.
E' adesso e solo ora che Qualcuno - l'Amore - può provare ad infilarsi dentro. Perché prima non poteva, chiuso com'era al di fuori del cancello invalicabile della tua libertà.
E la superficie, come d'incanto, comincia a ripararsi, anzi a farsi nuova.
Ciò ch'era freddo ed insensibile ora si fa capace di dolcezza e di stupore:
"Chi lascia entrare Cristo attraverso la crepa delle proprie ferite e del proprio bisogno umano, si riempie di stupore davanti a quanto accade" (Julian Carron) (1)


All'improvviso ti ritorna in mente quel racconto. Quando Chiara incontrò e conobbe lo Sposo, Gesù Abbandonato, per non lasciarLo mai più nella sua vita. Dori, una delle sue prime compagne, fu spettatrice di quel fatto e in quel momento lo abbracciò per sempre anche lei:
"(...) si andava a trovare i poveri e da questi, probabilmente, avevo preso un'infezione al volto. Ero piena di piaghe e le medicine non fermavano il male. Continuavo però, con il volto opportunamente protetto, ad andare a Messa e al sabato alla riunione... Faceva freddo e uscire in quelle condizioni poteva essere dannoso. Poiché i miei me lo proibivano, Chiara chiese ad un padre cappuccino di portarmi la Comunione. Mentre facevo il ringraziamento, quel sacerdote domandò a Chiara qual era stato, secondo lei, il momento nel quale Gesù aveva sofferto di più durante la sua passione. Ella rispose d'aver sempre sentito dire che era stato il dolore patito nell'orto degli ulivi. Ma il sacerdote: "Io credo, invece, che sia stato quello in croce, quando ha gridato: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?'" Appena il Padre se ne andò, avendo udito le parole di Chiara mi rivolsi a lei, sicura d'una spiegazione. Mi disse invece: "Se il più grande dolore di Gesù é stato l'abbandono da parte del Padre suo, noi lo scegliamo come Ideale e lo seguiamo così". In quel momento, nella mia mente, nella mia fantasia, si impresse la convinzione che l'Ideale nostro era Gesù col volto straziato che grida al Padre. E le mie povere piaghe sul viso, che m'apparivano ombre del suo dolore, mi davano gioia, perché mi facevano un po' simile a Lui. Da quel giorno Chiara spesso, anzi sempre, mi parlò di Gesù Abbandonato. era il personaggio vivo della nostra esistenza". (2)


Sto imparando a seguirLo, a poco a poco.
Nonostante tutto, nonostante, soprattutto, il mio non riuscirci quotidiano.
Ma chi mi guida mi ha insegnato a riconoscere il Suo volto anche lì, dentro il mio stesso fallimento.
Non é un ragionamento, non é un convincimento. E' l'abbraccio a una Persona, é un Tu che mi muove ogni momento.
RiconoscerLo in ogni circostanza stretta, in tutto ciò che suona strano, inopportuno.
In tutto ciò che sa di dolore e che rigetterei in un istante.
La disunità che incontro e che mi ferisce così ferocemente ogni giorno.
La paura e lo sconforto.
Il mio continuo fallimento ed il non saperLo amare.
Questa é la mia battaglia definitiva, la sconfitta finale del Nemico.
Perché la mia sconfitta quotidiana é divenuta Lui.
Solo ora l'alba ha ceduto il passo alla notte.

"(...) Le Sue orme noi le conosciamo: ov'é buio, nero, freddo, c'é passato Lui, lì c'é Lui. Se le anime sapessero che proprio quando non sono niente, quando non hanno più la forma, proprio allora sono Gesù Abbandonato, come sarebbero felici! Tutti oggi imprecano al male, al disordine e al vuoto che c'é, ma se sapessero che proprio amando tutto ciò si diventa Lui, come dedicherebbero meno tempo a rattristarsi per tutto ciò che potrebbe diventare oro nelle loro mani. (...) Osservate bene miei dilettissimi: tutto ciò che voi state soffrendo é già stato vissuto da Lui nel suo grido: "Eli, Eli, lama sabactani" .... Ed ora voi sforzatevi di essere felici di ciò che vi sta succedendo... non vi fate felici che di Lui.
Quando si accavallano problemi nella tua mente, piglia nelle mani il problema chiave - l'Amore - e sciogli tutto in esso. Verrà l'intimità profonda con Gesù; le tue relazioni con Lui saranno vive e gioiose.
Aspetta tutto dalla vita, però dopo che hai dato ad essa tutto te stesso "
(Chiara Lubich) (3)



Note:
(1)
tratto da "Un'avventura per sé", di Julian Carron (prefazione del libro "Uomini senza patria" di Luigi Giussani, BUR)
(2) racconto di Dori Zamboni, una delle prime compagne di Chiara Lubich, di un episodio accaduto a Trento, il 24 gennaio 1944. Tratto da : Chiara Lubich - L'unità e Gesù Abbandonato - Città Nuova editrice. pagg 51-52
(3) Chiara Lubich, scritto del 1949



Colonna sonora di questo post é un altro post, splendido, di Maurizio Pratelli.
(http://tornoaivinili.blogspot.com/2009/02/tornando-casa-con-i-sigur-ros.html)
Grazie Maurizio.  
Sigur Ròs, Heysàtan


Saturday, February 14, 2009

SAILING


"but people don't live or die,
people just float"
(Bob Dylan)

"Io guardavo il Capitano e lui guardava il mare,
volevo stargli vicino, lo volevo abbracciare.
In questa strana avventura, in questo magnifico viaggio
io ci ho messo la paura e tu ci hai messo il coraggio"
(Claudio Chieffo)

Mi piacerebbe finire i miei giorni in riva al mare.
E invece sarà dove e quando Lui vorrà, ma sono felice lo stesso.
Perché la vita sarà stata comunque un navigare.
E non importa se il marinaio é stato a volte incerto e talora, invece, troppo sicuro di sé. Il timone l'ha sempre tenuto un Altro e lui non ha mai smesso di amare il suo viaggio ed il suo mare.
Così, quando arriverò al porto, sarò contento, comunque sia andata, per tutto quello che ho visto ed ho incontrato.

Ho amato lasciarmi cullare dalle onde, spesso e volentieri, ma sono grato anche alle tempeste, che hanno reso più vero il mio andare. Facendo sì che quando arriverà il mio giorno, possa portare tra le braccia qualcosa di pescato dalla fatica e dal sudore. Anche se le reti le ha sempre gettate un Altro, lo stesso che teneva anche il timone.
E sono grato delle barche che ho incrociato, barche di amici che mi hanno accompagnato e barche, talvolta, di pirati, dalle quali mi sono difeso. Senza di loro, nessuno escluso, il mare non sarebbe stato lo stesso.
Sono grato, infine, ad un incontro, giunto quando credevo d'essere ormai alla deriva.
L'incontro con una donna, che mi aiuta ogni giorno a puntare dritto lo sguardo ed a non perdere la rotta, mai.  
So, happy St. Valentine, everybody out there.
Spero che per tutti ci sia qualcuno o qualcosa, oggi, a cui donare il proprio cuore

dedicated to my love: 
Rod Stewart, Sailing.



Wednesday, February 11, 2009

118


Mentre accompagno mia figlia a scuola, il pensiero corre ancora a quella maledetta sera prima, quella in cui ci hanno detto che Eluana non é più tra noi.
L'auto percorre la strada, l'ultima svolta prima della scuola e loro sono tutti lì. Due autolettighe del 118, vigili ovunque e quegli uomini per terra, intenti a rianimare una persona.
La tristezza non riesce a svanire, odore di morte dappertutto, come una cappa che avvolge ogni cosa. Quando, più tardi,  ritorno dalla mia giornata di lavoro in ospedale, lungo la strada del ritorno ci si ferma di nuovo, tutti in colonna. Dopo poco lo intravedo laggiù, l'elisoccorso del 118 e tutta l'altra gente, un'altra volta ancora.
E' una lotta insostenibile, quella che vedo accadere intorno a me. E che sembra non finire mai.
Un gigantesco perché, di fronte al dolore che incontro per strada, al male causato dagli altri, al male dentro di me.

E' così che ripenso a quell'uomo, incontrato un giorno in pronto soccorso, e che il Destino ha voluto far morire davanti a me.
Scrissi una lettera, allora, a tanti amici, e tanti risposero, così che pensai a corde dell'anima che vibravano tutte assieme. Fu allora, che come poche altre volte, le mie lacrime divennero di gioia, quella gioia che ritrovi quando percepisci il senso per cui vale la pena di combattere ogni giorno, di conservare la fede.
Oggi, quella lettera, ho pensato di metterla anche qui.
Non so se ha un senso, forse no. Ma il Senso che ha per me, e che ho percepito in quei momenti come in tanti altri, é ciò che mi tiene in piedi ogni giorno.
Anche oggi, che la mia preghiera continua ad accompagnare Eluana e il suo papà, davanti a quel gigantesco perché.


20 ottobre 2008
Amiche ed amici carissimi,
perdonate questo scritto, il racconto di un'esperienza, ma é qualcosa d'importante.
Ed io non voglio dimenticare, lasciar passare questa giornata invano, per cui - forse - scrivo a voi per parlare a me ed al Gesù che sempre vorrei vivesse in me.

Sabato mattina, in ospedale, é partito per il cielo davanti ai miei occhi un uomo di 43 anni, per un infarto.
A nulla sono valsi l'impegno di chi ha provato a rianimarlo, prima fuori dall'ospedale (il personale, bravissimo, del 118), sia di chi, come me, se l'é trovato lì, in Pronto Soccorso.
Ho ancora davanti agli occhi lo strazio della moglie inconsolabile, con dei bambini piccoli che d'ora in poi tirerà grandi da sola.
E mi rivedo lì, incapace di parole, solo di tenerle stretta la mano, in una posizione davanti al reale che é solo quella di Maria, il suo stabat davanti alla croce di Gesù. Il Mistero di un Dio che si fa abbandono - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - ancora una volta chiave di lettura di tutto, del dolore inconsolabile, di ciò che non capisci, di un lavoro (il mio) a tratti insostenibile, di ogni riga storta di qualsiasi esistenza.
Ho scritto sul blog, di getto, quel mattino: Stabat é la parola, Stabat racchiude tutto, anche le lacrime che ho dovuto asciugare, prima di scrivere la mia relazione per il Pronto Soccorso.

Mentre la giornata in ospedale andava avanti, tra lavoro e mille pensieri, pensavo ai miei amici del Movimento, riuniti in un incontro a Frontignano.
Mi sembrava finalmente di cominciare a capire cosa sia l'Unità a distanza, quella che stringi coi fratelli mentre non li vedi, mentre combatti lì sul campo, a fare i conti con quello che Dio vuole da te in quel momento.
Ma che é Unità vera, se Gli chiedi di farti capace di vivere così, legame saldo, indissolubile.
Presenza di Lui in mezzo a noi.
Perfetta letizia.

Alla sera, tornando a casa in auto, il rosario recitato per quell'uomo, per la moglie, per i figli, aveva un sapore speciale.
Mi son fatto felice di quel pregare così: moneta pagata per abbassare il prezzo di chi non mi conosce, qualcuno che non incontrerò mai più, forse, se non nell'aldilà, cosicché qui sulla terra non mi può neppure ringraziare.
Preghiera come amore gratuito, io che la gratuità - nella mia vita - la devo ancora imparare veramente.

Stamani, smontando da un'altra notte di guardia avevo Bob Dylan in macchina, nel lettore cd.
'Cross The Green Mountain é una bellissima canzone, che parla della guerra civile americana.
Le note struggenti, quella voce di Dylan, si può arrivare a piangere per una canzone.
Al semaforo un vecchietto: mi fermo, abbasso il finestrino, frugo nel borsellino per dargli qualcosa.
Ho provato a guardarlo negli occhi con la stessa intensità con cui ho stretto la mano di quella donna inconsolabile, giunta al fianco del marito partito per il cielo. Lui mi ha guardato con uno sguardo che é entrato dritto in me.
Stessa intensità, stesse lacrime: davanti alla morte, davanti ad un povero, ascoltando una canzone.
Tutto é Bellezza perché tutto é Destino, disegno di un Altro.
Sono grato a Cristo, per il dono di questa vita.
Poi, quando saremo di là, tutto finalmente si riconfigurerà nel Suo Amore, tra di noi, in Lui, nella Trinità.
Vi abbraccio forte,

vostro
Fausto





Monday, February 09, 2009

THE SUN RISES HERE


Il titolo di un bel disco di Neal Casal, per dire che la speranza é pronta a ripartire e che la realtà é sempre segno del volto buono del Mistero.
Il blog rompe il silenzio e lascia spazio all'amica e collega Cristina, che oggi ha qualcosa da raccontare.
La buona notizia, pensando alle scritte comparse su certi autobus in Europa, é che Dio esiste, anche dentro a ciò che é misteriosamente doloroso e se esiste é proprio perché si é fatto dolore anche Lui.
La notizia più bella ancora é che ne abbiamo tutti bisogno.
Ecco il racconto: grazie Cris.

"Carissimi amici, vi racconto in breve ciò che mi è accaduto l'altro giorno. Stavo andando a lavorare in metropolitana, quando a Lambrate si siede accanto a me un uomo sui 45 anni un po' "sempliciotto" o qualcuno direbbe "ritardato"... con in mano il volantino (volantino di CL, ndr) di giudizio su Eluana (grandi i ragazzi che hanno volantinato!). Lo piega e lo mette via. Cosa dire? Attaccare discorso o restare nell' "educato" silenzio milanese? Parla lui. Mi racconta che ha perso la moglie per un tumore ovarico a 36 anni e che suo figlio (17 anni) è da 6 in coma vegetativo per una malformazione vascolare del cervello. "Ma cosa faccio? Certo che vorrei vederlo morire, smettere di vederlo in quello stato (ora è ricoverato per uno scompenso cardiaco), ma possiamo decidere noi? No c'è un Altro che decide!" E precisa: "Non sono uomo di chiesa, ho smesso tanto tempo fa di andare in chiesa, quando mia moglie è morta. Ma se noi ci siamo, se lui c'è è perchè Dio lo vuole e va bene così. " Intanto gli continuano a cadere le cose e quasi a rompere l'imbarazzo di una commozione crescente gli dico: sarà suo figlio che la pensa! E lui: " Sa credo che lui sia ancora qui per un motivo..e credo di sapere quale: ieri sono entrato di nuovo in chiesa. Sì credo che sia qui per questo". E mi ringrazia perchè lo accompagno fino all'ingresso dell'ospedale: "Lei è un angelo". No, l'angelo per me è stato lui (un padre che ama così!!). Combattuta per tutto il viaggio in metrò perchè non sapevo cosa dire (certo io che ero "nel giusto" dovevo dire qualcosa).. e poi arresa di fronte alla realtà di un Mistero che, inaspettatamente, mi è venuto incontro una mattina qualunque. Davvero è semplice lasciarsi travolgere da Cristo, realtà presente che si impone... Basta tenere gli occhi e le orecchie aperti, anche davanti ad uno "scomodo" vicino di viaggio e chiedere la Grazia che lo siano sempre di più.
Con me vi chiedo di pregare per Alessandro e suo figlio Massimiliano."
Cristina


Post Scriptum
questo post ha preceduto solo di poche ore la morte di Eluana.
Ma la Speranza non é morta: é risorta in Cristo. 
Nonostante il nostro male.

Friday, February 06, 2009

STOP


Questo blog si ferma per un po'.
E si mette a pregare, facendo sue, intanto, queste parole, comunicato stampa del Movimento dei Focolari sulla vicenda di Eluana Englaro.

CASO ENGLARO
PERCHÉ DICIAMO DI NO ALLA SOSPENSIONE DELL’ALIMENTAZIONE
NO ALLA MORTE DI ELUANA
Eluana é gia morta? E' accanimento tenerla in vita?

Non si tratta di astenersi dall’accanimento terapeutico ed accettare l’evidenza di una vita che si sta spegnendo. Eluana non è un malato terminale (può benissimo vivere ancora per vari anni), né una persona che sta morendo con atroci sofferenze, né è “attaccata” ad alcuna macchina. Viene alimentata tramite un sondino naso-gastrico, si addormenta e si sveglia in modo regolare, ogni giorno viene alzata dal letto per eseguire la fisioterapia e viene seduta in carrozzina. Non ha lesioni da decubito o malattie in atto. Tante persone sono nelle sue condizioni, molte di queste sono accudite in famiglia.

Se esaminiamo la questione dal punto di vista medico, si può affermare inoltre che:

1) La scienza oggi non ha ancora raggiunto dati definitivi sullo stato vegetativo persistente: non può quindi pronunciarsi in modo certo sul grado di consapevolezza di sé e sulle interazioni con l’ambiente di queste persone, né sull’evoluzione di tali condizioni.

2) Da più parti si sta delineando una distinzione tra vita biologica e vita biografica, cioè vita capace di relazione, proponendo la presunta cessazione della vita biografica come confine del prendersi cura. Ma il criterio di dignità di vita non può coincidere con una evidente capacità di comunicazione e di relazione con il mondo esterno. La dignità della vita di ciascuno è un valore intrinseco, non dipende dalle circostanze esistenziali, né dal riconoscimento da parte degli altri di tale dignità.
L’uomo o la donna di cui ci si prende cura, anche se gravemente impediti nell’esercizio delle loro funzioni cognitive, sono e rimangono sempre esseri umani (non “un vegetale”).

3) Il “caso Eluana” rischia di creare un precedente che potrebbe avallare l’abbandono di altre persone in situazioni similari per lesioni cerebrali gravi che limitano fortemente la capacità di relazione.

4) Preoccupa inoltre il fatto che altre figure, con competenze diverse da quella medica, si stiano arrogando poteri decisionali nella prassi di cura. Il medico diviene in tal modo un mero esecutore di decisioni prese al di fuori del rapporto fiduciale con il paziente, rapporto che, da Ippocrate ai giorni odierni, rappresenta il fondamento della medicina.

Per tali motivi, sosteniamo che non si può sospendere l’alimentazione ad Eluana.

Alla famiglia va tutta la nostra vicinanza, rispetto e comprensione per una vicenda umana che indubbiamente comporta una grande sofferenza e decisioni non facili, certamente aggravate dal clima ideologico che circonda questa vicenda.

Nello stesso tempo questa situazione ci richiama ad un rinnovato impegno a difesa della vita in tutte le sue fasi, prima di tutto di solidarietà fattiva, verso ogni persona, specie se più debole e fragile, un impegno non secondariamente anche culturale ed educativo.

(comunicato stampa del Movimento dei Focolari, 6/2/2009)

Wednesday, February 04, 2009

DOVE MI PORTA IL CUORE

"il vero protagonista della storia é il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo"
(Luigi Giussani)


Non fatevi strane idee: in questo post non c'é nulla di sentimentale.
Ed anche se, neanche troppo in fondo, sono sempre stato un gran romanticone, un approccio virile alla vita é quello che preferisco di gran lunga.
Però il cuore con la mia vita c'entra eccome ed io, per parafrasare la celebre scrittrice, finisco sempre per andare dove mi porta lui.
Intanto lo curo tutti i giorni, ma non il mio, quello degli altri. Il che mi fa correre parecchio e non solo perché il cardiologo lo chiamano spesso d'urgenza, ma perché, secondo me, lo chiamano più degli altri. L'ho anche detto ad un collega neurologo, una volta che ci siamo trovati insieme in pronto soccorso: "sai, tu sei più fortunato di me, a te ti cercano di meno, perché tutti hanno un cuore, ma mica tutti hanno un cervello...".

Tant'é, comunque il cuore mi piace perché é anche una questione di ritmo e a me la musica, si sa, é sempre garbata parecchio. Quindi via libera a tutti i ritmi, non solo quello sinusale regolare, perché amo la fibrillazione atriale e pure la tachicardia ventricolare sostenuta.
E d'altra parte che noia se il ritmo fosse sempre uguale, ben venga il rock'n'roll e pure il punk.
La fibrillazione ventricolare, però, quella no, che dopo poco ci si arresta e allora diventi parte di quel supergruppo in cui suonano già Elvis, Janis e Jimi ed io al loro concerto preferisco invitare meno gente possibile...



(immagini ecocardiografiche di una cardiomiopatia dilatativa: mica é sempre una fortuna avere un cuore grande...)

Vabbé, tutto questo sproloquio, per dire che il mio lavoro mi appassiona e che andare dietro ai cuori della gente é una gran fortuna, perché grazie al muscolo finisci per imbatterti sempre con l'anima. Cosa che fa sì che ti facciano un baffo anche le ore di straordinario non pagate e scusa se é poco e chi ha orecchie per intendere intenda.
Voglio dire che alla fine misurarsi con il limite é una gran fortuna, perché vuol dire essere costretti a prendere sul serio la tua vita. Vita che quando é messa in pericolo, come nella malattia, avvicina di più la persona al Significato che la sostiene.
Essere vicino tutti i giorni a questa realtà, vuol dire aiutare gli altri ed aiutar me stesso a scoprire "come la malattia possa non essere ostacolo alla vita, ma vibrazione di un pezzo di vita più intensa, di un'attesa più importante" (1) e quindi "accorgersi con sorpresa ogni volta in noi stessi e nei malati che incontriamo di questa possibile intensità di vita, é avvicinarsi a quello che più caratterizza l'uomo: un mistero e un desiderio infinito" (2).
Mistero e desiderio infinito si coniugano bene col cuore, ecco perché mi piace andargli dietro.
Ma non é sentimentalismo: é realismo.


Note:
(1) Paola Marenco, dall'introduzione alla mostra "Misurare il desiderio infinito?", Itaca ed.
(2) ibid.

Saturday, January 31, 2009

A LEZIONE DI REALTA'




Ancora padre Aldo Trento. 
Chi segue questo blog lo conosce già. Ma anche chi lo conosce non smette di stupirsi. E di meditare le sue parole, che vanno dritte al cuore.
Una lunga lettera, che va letta poco a poco, finché rimane dentro di sé per non uscire più.
Lezioni di realtà, né più ne meno, ma é lo sguardo che fa la differenza.
Di fronte a molto di ciò che lui racconta, molti di noi scapperebbero. Padre Aldo, invece, prende tutto su di sé. Per scoprire, poi, che é un Altro che conduce le cose, mentre a noi chiede solo di dare una mano.
Ed in cambio dona la felicità.

"(...) La realtá é la realtá e si impone per ció che é attraverso le diverse circostanze della vita: il nascere, il crescere, lo studiare, il mangiare, l’andare al bagno, pulirsi, tenere in ordine l’armadio, innamorarsi, sposarsi, fare dei figli, essere prete o consacrato, soffrire e infine morire.

La realtá é un’unitá che si esprime in modo meraviglioso a 360 gradi. Allora, o uno la vive o non la vive. Ma viverla significa vedere in lei la poderosa voce dell’Eterno “Ex uno omnia, et omnia locuntur unum”.

Immaginatevi cosa sarebbe per me la vita quotidiana senza questa prospettiva: una paralisi. Sarei come un bimbo davanti ad una vetrina piena di giochi e non saprebbe quale prendere, o,  per dirla con Giussani, come un bimbo davanti al meccano. Per me dentro tutti i casini di cui è fatta la realtá è chiaro quell’UNO, per cui non esiste condizione della realtá che non sia positiva, che non generi ammirazione, commozione. Cosa diversa dallo “spettacolo”, ecc. o cose di questo genere.


Facciamo degli esempi.

Ieri mattina il Vicepresidente, oggi Presidente in esercizio per l’assenza di Lugo che è in Brasile alla internazionale socialista, è venuto a trovarci per invitare padre Paolino e me all’inaugurazione del museo del calcio, con la sua presenza, quella di Platter, presidente della FIFA, di Hevalange, ex della FIFA, Leoz della confederazione Sudamericana a altri “divi” del calcio come Cafu, Higueta ecc...

Una sera splendida, con la “mafia” mondiale del calcio. Un’ora prima di partire, nella clinica muoiono due persone. Le assisto, sto con loro, dò ai loro corpi freddi un bacio e poi con Paolino alla festa del calcio. Torniamo a notte fonda, dopo essere passati in un buon ristorante a mangiare  e quindi vado alla clinica per l’ultimo saluto. Finalmente a dormire, ma dormiró solo 3 ore. Alle 7 di questa mattina viene a colazione il Vicepresidente con due industriali vicentini: Rino di Arzignano il re del cuoio, un altro impresario, sempre veneto e un paraguayo. Una buona colazione. Si parla di tutto...si parla perfino con il capo della segreteria di Galan, con Bepi Saretta, ex deputato D.C., con un viceministro del governo Berlusconi. Si vedono possibilitá di aiuto...di finanziamenti fra i due governi. Paolino ed io, due cretini qualsiasi, il cuore di tutto. Terminata la colazione il vicepresidente se ne va e i due industriali veneti a contemplare tutto. Lascio a voi immaginare la loro faccia. Se ne vanno anche loro...ma il pranzo sará ancora con loro, il Vicepresidente della Repubblica ecc.. Quindi vado alla clinica, sto con i due morti, celebro la Messa, do loro il bacio finale sulla fronte...e via al cimitero. Gli ammalati che si possono muovere assistono. Ricordo loro che il turno è per tutti e prossimo. Ogni faccia è lieta.

Le due bare passano fra i bambini che giocano, si fermano, pregano e poi riprendono a giocare. Cosí gli adulti del café letterario, cosí gli operai.

Quindi facciamo il consiglio di amministrazione, mentre ci dicono che è arrivata una persona malata terminale con un cancro alla faccia grande come una zucca e perde sangue a dirotto. Corrono i medici, gli infermieri. La vita é la vita. La realtá é la realtá. Nessuno spavento, nessun trauma, nessuno spettacolo. Qui è una festa perchè la vita é cosí ed é cosí anche quando fra poco inizia la scuola e i nostri bambini di tre anni fino ai 12 andranno alla clinica a visitare Victor, Cristina, Celeste, a pregare per chi muore, toccare il corpo e farsi il segno della croce.

Ma non solo tutti i giorni a pranzo la nostra comunitá religiosa, P. Paolino, Ferdinando ed io, é composta di diverse persone, normali, depressi, con problemi... C’é chi parla, chi no, chi troppo, chi mai. É un circo ma che bello... Niente borghesismo o i frati che se la contano. Anzi... immaginatevi quanto grande deve essere la tensione ideale, la familiaritá con Cristo. Dico loro: ma io sono stato abbracciato cosi da Giussani, da Carron, dalla fraternità S. Carlo, é la vita. La comunitá fa i conti con la realta: certo tutto potrebbe essere piú comodo... ma la realta si impone.

Cosa vuol dire prendere sul serio quanto Carron ci dice, quando ci parla della realtà, della familiaritá con Cristo? Per Me, questo.


Amici, capite dov’è il problema?

È se siamo ancora capaci di guardare la realtá come segno della Presenza, se la realtá ci è familiare, se le circostanze, qualsiasi, come la crisi economica che vi spaventa, sono per voi come per me la modalitá con cui il Mistero si relaziona con voi, con me. O sono gli aspetti brutti della realtà? Per caritá. Per me sono gli aspetti belli, anche se drammatici. Perchè non essere riuscito a dormire non è certo facile per me, però anche questa fatica è bella perchè mi fa chiedere di piú. Quando non dormo bene tutto mi è terribilmente piú difficile, sudo il doppio e il sudare mi rende nervosissimo. Peró che grazia, per chiedere il dono della pazienza! Poi con gli “ultimi”, che vorrebbero mangiarmi se potessero! Ogni attimo uno che ha bisogno, che chiede. I miei nervi non sono facilmente controllabili. Però si possono semplicemente trasformare in preghiera. E cosí accade.


Per terminare, amici, la vita è la vita e se, per un equivoco, vi e stata fatta vedere in uno dei suoi aspetti piú drammatici e affascinanti, sappiate che per noi, per me, è un’altra cosa, è la realtá, è la vita nel suo bellissimo aspetto finale quando finalmente tutto si compie nella pienezza della vita. Quando la realtá appare in tutto il suo splendore come dice S.Paolo: “la realtá è il corpo di Cristo”.

Auguro una sola cosa: siate realisti. E allora anche la crisi economica si trasformerá in creativitá, in una possibilitá nuova di scoprire ció che siete, ció che siamo, riscoprendo il destino per cui siamo fatti.

Benedetta crisi, per chi ama la realtá. Un’occasione unica per convertirci e credere nella Provvidenza in modo concreto

In fondo non possiamo non seguire quanto Carron ci indica continuamente: “guardare la realtá, la familiaritá con Cristo”. Cosi tutto diventa missione cioé movimento, come anche nel pranzo di oggi con un gruppo di industriali decisi a camminare con noi. Il movimento é tutto questo camminare dell’io dall’inizio alla eternitá passando per la morte."


Con affetto

P.Aldo



Thursday, January 29, 2009

NULLA PER CASO - PARTE SECONDA



Ma guarda un po' cosa succede .
Che Colui che ti sostiene, ancora una volta non si lasci battere in generosità.
Così accade che, nel momento stesso in cui una giornata particolare ti ha risollevato dal nulla ed ha fatto sì che, con entusiasmo, tu ritornasti all'opera, in un'agire che é solo andare dietro al Suo disegno buono, Lui ritorni da te attraverso altre strade.
Scrive il mio amico Paolo R., che ha condotto l'altro giorno l'incontro con i coniugi Figini, a commento del mio ultimo post: "Grazie Fausto! Leggendo quello che hai scritto capisco meglio quello che è accaduto ieri. È proprio vero che da soli non si combina molto, ci vuole un amico che ti indichi la Presenza là dove si manifesta."
Ma come Paolo, dovrei essere io a ringraziare te, per essere stato perno di unità tra Marina, Innocente e tutti noi. Tu che mi hai aiutato a capire quel che succedeva e che mi sei testimone, Dio solo sa quanto, in mille altre occasioni.
E allora com'é questa faccenda?

Recita l'editoriale di Tracce di questo mese: abbiamo bisogno di "un amico che ti dice "guarda!", un amico che "é soprattutto questo: testimone di un'esperienza". E che "con tutti i suoi limiti, é sorpreso dall'imponenza con cui il Mistero opera. E allora ti dà di gomito e dice: "Guarda! Guarda che cose grandi Cristo sta compiendo davanti a noi. Aiutiamoci a vederle fino in fondo. A giudicarle".

Siamo necessari l'uno all'altro, non c'é niente da fare.
La bella sorpresa é che lo scoprire un bisogno non ti ha reso triste, ma felice.

Sunday, January 25, 2009

NULLA PER CASO


«Non abbiamo mai fatto progetti a tavolino, ci siamo sempre sentiti liberi dall’esito. Liberi di chiedere a chiunque un aiuto, perché tutto concorre alla sua Gloria. Non abbiamo mai voluto capire teoricamente cosa significasse la parola comunione. Ne abbiamo fatto esperienza nell’accoglienza. La comunione è un giudizio, è verità. Nasce dall’unione dei cuori, non da temperamenti simili». (Innocente Figini)


I piedi giù dal letto, al mattino presto, svogliatamente.
Perché sono giorni che ti trascini così, in qualche modo. Piccole delusioni, fatiche sul lavoro, imprevisti quotidiani. E così hai perso di vista la realtà, la capacità di lasciarti stupire e di aderire ad essa, con baldanza, ma anche con caparbietà.
La giornata che ti si prospetta, però, ti mette dentro un fremito, come se già sapessi che potrebbe ridestare in te un desiderio. E allora provi a buttartici dentro così, senza troppe domande.
Passa poco tempo e ti ritrovi lì, in quella celebrazione eucaristica che oggi ha messo l'abito della festa. Perché proprio di festa oggi si tratta, quella della famiglia. E mentre sei ancora un po' assonnato, ecco che arriva la prima botta che non ti aspettavi. Il tuo amico Don Antonio sta dicendo a tutti che bisogna partire da ciò che c'é e non da vaghi desideri che il futuro sia migliore. Sta dicendo che l'essere santi é un già e non ancora, é dire un sì a ciò che ti vien dato ora, perché dentro quell'adesso c'é già una pienezza tutta sperimentabile sino in fondo. Lo sta dicendo a tutti, ma sembra che lo dica solo a te, perché senti che é di quello che avevi bisogno ora. Nulla per caso, dici dentro di te.

Dopo un po' ci si ritrova tutti in salone. E' il pranzo comunitario, ma tanta gente così davvero non te l'aspettavi. Bambini, adolescenti e giovani. Genitori e nonni. E quando ti siedi al tavolo, ritrovi di fianco a te pure una giovane famiglia musulmana.
Avevi sentito parlare di dialogo in questi giorni e quella certezza aveva tentennato forte in te, figlia di tante, troppe paure. Così che quasi non ci credevi più: che la presenza di Cristo tra coloro che si amano nel Suo nome potesse essere ancora il seme di ogni unità. Ed ora quei volti accanto a te, nel salone parrocchiale, sono proprio quello che ti serve. Per credere ancora che non sei tu, ma é Lui che é all'opera, dentro opere imperfette perché umane, ma così belle perché frutto di coloro che si fanno docili strumenti nelle mani dell'Artista.
Ti basta uno sguardo su quella sala e ti accorgi che quella é la seconda botta, il secondo pugno nello stomaco che non ti aspettavi. Che é arrivato oggi e non ieri. E neppure domani. Perché nulla accade per caso.

E così prosegui il pranzo, chiacchierando con l'amico (grazie Marco!) che il Suo disegno ha posto oggi a fianco a te. Un amico che ha lavorato tutta notte in ospedale, ma che ha pensato che non ci fossero buone ragioni per non essere lì. Così ti scopri a guardare con dolcezza il suo viso e quello di sua moglie e dei bambini. E mentre ti fai uno con lui, dentro il suo vissuto, dentro ciò che ha da donarti in quel momento e sullo sfondo scorgi altri volti che ti sono cari come il suo, capisci quale razza di grazia é capitata proprio a te.
Quella cioé di avere amici che sono testimoni.
Quella di non essere solo, tuo malgrado.

Ci si sposta in un altra sala. Oggi ci sono Marina e Innocente Figini, a raccontare di Cometa.
Li hai già visti, sei già stato a casa loro, in quella "città nella città" alla periferia di Como, dove l'affido di molti bambini ad alcune famiglie é divenuto una realtà che desta continuo stupore.
L'hai già visto e già vissuto, l'hai pure raccontato sul tuo blog ( http://talkin-walkin.blogspot.com/2007/11/un-pomeriggio-cometa.html ) e stavi rischiando grosso d'essertelo dimenticato. Ma dopo pochi istanti tutto riaffiora e così, un po' alla volta, ricomincia la tua educazione alla realtà.
Perché é proprio quella, la realtà, che loro ti rimettono davanti, quando dicono che l'avventura é cominciata dicendo semplicemente un sì a quello che gli capitava di avere tra le mani e tra i piedi: la richiesta di avere un bambino in affido per un po'.
Poi quella realtà diviene sempre più "stringente"- come dice Innocente - al punto che quello che ai più sembra qualcosa d'impossibile da sostenere (quattro famiglie con 12-13 figli a testa, tra quelli naturali e quelli in affido), per loro, invece, é l'unica modalità di essere uomini e donne felici. Altrimenti é troppo facile scappare, dire che non ce la si fa, che questa vita é impossibile da vivere. Ed in effetti é proprio così: anche con un figlio solo, in famiglia, non ce la puoi fare, perché solamente il risveglio del desiderio del Bello che c'é in te può ridare gusto a ciò che fai. Ma quel risveglio, poco a poco diviene desiderio di comunione ed é quella la cosa di cui hai bisogno più di qualsiasi altra.


Due ore passano in un attimo: solo l'orologio impone alla gente d'andar via. E tu, invece, vorresti rimanere lì. A sentire ancora un po' di quel calore, quello che la Sua presenza ha generato. Già lo sapevi, che Lui l'aveva garantita sempre, a coloro che si fossero uniti nel Suo nome. Ma oggi, che ancora una volta l'hai sperimentata, insieme a quegli amici testimoni, si fa capace di stupirti come se fosse nuova.
E' proprio questo che cercavi per ritrovare la gioia e la speranza questa sera.
Che ti farà aderire di nuovo alla tua strada, diversa da quella di Marina e Innocente, ma non meno vera della loro. E quella che loro, nelle ultime parole che ti hanno detto, ti hanno invitato a seguire sino in fondo, senza indugio e senza sconto alcuno.
Quella strada che anche domani, dentro le cose di ogni momento e che prima sembravano averti schiacciato, ti farà riscoprire tutto come nuovo.
Oggi avevi bisogno di Marina e Innocente per capirlo, che sono passati così vicini da casa tua.
Ma nulla - ormai lo sai - accade per caso.

Thursday, January 22, 2009

IL MIO NOME E' GRAZIE


Chiara Lubich
(22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)

"(...) Cari fratelli e sorelle, proseguiamo la celebrazione eucaristica, portando all’altare il nostro grazie al Signore per la testimonianza che ci lascia questa sorella in Cristo, per le sue intuizioni profetiche che hanno preceduto e preparato i grandi mutamenti della storia e gli eventi straordinari che ha vissuto la Chiesa nel secolo XX. Il nostro grazie – che si unisce a quello del Papa, come abbiamo ascoltato - si unisce anche a quello di Chiara. Considerando i tanti doni e le tante grazie ricevute, Chiara diceva che quando si sarebbe presentata davanti a Dio e il Signore le avrebbe chiesto il suo nome, avrebbe risposto semplicemente: “Il mio nome è GRAZIE. Grazie, Signore, per tutto e per sempre”.
A noi, specialmente ai suoi figli spirituali, tocca il compito di proseguire la missione da lei iniziata. Dal Cielo, dove amiamo pensare che sia stata accolta da Gesù suo sposo, continuerà a camminare con noi e ad aiutarci. Quest’oggi, mentre la salutiamo con affetto, riascoltiamo dalla sua stessa voce queste parole che tante volte amava ripetere: “Vorrei che l’Opera di Maria, alla fine dei tempi, quando, compatta, sarà in attesa di apparire davanti a Gesù abbandonato-risorto, possa ripetergli – facendo sue le parole che sempre mi commuovono del teologo belga Jacques Leclercq : “… il tuo giorno, mio Dio, io verrò verso di Te. Verrò verso di Te, mio Dio (…) e con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia”. Questo è il sogno di Chiara, questo sia anche il nostro anelito incessante: “Padre, che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda”. "

(tratto dall'omelia del card. Tarcisio Bertone, pronunciata in occasione delle esequie di Chiara, basilica di San Paolo Fuori Le Mura, Roma, 18 marzo 2008)


Sunday, January 18, 2009

CENA IN EMMAUS



Caravaggio - Cena in Emmaus  (1602)


Caravaggio - Cena in emmaus (1606)

I duecento anni della Pinacoteca di Brera di Milano iniziano ad essere celebrati in questi giorni con la mostra "Caravaggio ospita Caravaggio", nella quale i visitatori avranno occasione di vedere esposta la celeberrima "Cena in Emmaus" del 1606 insieme ad una versione precedente dello stesso soggetto, dipinta dall'autore nel 1602 e che normalmente si trova alla National Gallery di Londra.
Sono due quadri splendidi, di fronte ai quali rimani stupito per l'ennesima volta per i giochi di luce che la tecnica pittorica di questo straordinario artista era capace di creare.
Ma la cosa che mi ha colpito di più é stata una particolare chiave di lettura, che l'amico Carlo, che la sa più lunga di me su tante cose della vita, ha saputo donarmi in poche parole:

"Conoscevo i due quadri, ma non ne avevo approfondito i contenuti. Entrambi rappresentano la "cena in Emmaus", con Gesù ritrovato dai discepoli, in mezzo a loro. Stessa scena, ma modo molto diverso di rappresentarla.
La prima, del 1602, é ricca di particolari, piuttosto complessa nei simbolismi della tavola imbandita, del cesto di frutta... Lasciami dire che il Gesù giovane che vi compare non mi convince: ha un'espressione un po' sonnolenta, il viso pacioccone, più da "Gesù giovanetto tra i Dottori" che da fresco crocifisso e risorto.
Il secondo quadro fu dipinto nel 1606 in una situazione tragica: Caravaggio aveva appena ucciso un uomo, era ricercato e si era rifugiato presso uno dei suoi protettori.  Mi piace pensare che fosse "morto dentro, fallito, schiacciato dal peso della colpa" e che questo si sia riflesso sulla tela, più essenziale della precedente, con un chiaro-scuro più marcato, i personaggi più vecchi e pieni di rughe, la tavola spoglia.  Gesù ha l'età giusta, sui trent'anni, l'espressione sofferente e pensosa. Ma anche solenne e mistica. E' Gesù Abbandonato, colto nel momento in cui si trasfigura in Gesù In Mezzo.
(...) Entrambi i Gesù siamo noi, a volte sereni a volte tribolati, ma pur sempre perni di Unità. Possiamo sentirci giù, ma questo non ce la preclude, essa sola conta "affinché il mondo creda". Nonostante la nostra "miseria" dobbiamo costruirla come nostro capolavoro, allo stesso modo che Caravaggio, assassino e colpevole, ha costruito il suo"

Grazie Carlo, per avermi ricordato il progetto grande che un Altro ha su di me e che passa attraverso la mia umanità senza che io debba cercare di censurare alcunché.
E per avermi testimoniato anche oggi come questo progetto si possa incarnare in un cammino insieme, in cui ognuno può essere - nonostante tutto - "perno di unità".