Thursday, June 26, 2008

CAMBOGIA - seconda parte


Bangkok, inverno 1990, Wat Phra Keo.
Sono all'interno di uno dei templi più belli della città. Decido di tornarci una seconda volta dopo la mia prima visita, da solo, entrando poco prima dell'orario di chiusura, in modo che la folla di turisti se ne vada, a poco a poco.
Rischio forse di rimanerci chiuso dentro, ma ne vale la pena, perchè, sparita la frenesia dei visitatori, rimango come d'incanto in mezzo a riflessi di luce esaltati dal tramonto e tintinnii di campanelli mossi dal vento sulla cima delle pagode.
E' un fascino particolare quello che mi avvolge, di quiete interiore e di preghiera che si fa strada, in un luogo senza tempo dove buddsimo e fede cristiana non appaiono in contrasto tra di loro.
Trovo ad un certo punto un modellino in pietra di Angkor Wat, la straordinaria città dei templi cambogiana, nella zona di Siem Reap.
Mi fermo ad osservarla e sogno di poterla vedere un giorno o l'altro dal vero. Negli anni a venire non avrò questa fortuna ed è difficile che ciò possa capitare in fututo, ma ricordo bene quei momenti, come sensazioni di grandezza e di splendore, miste a qualcosa d'inquietante.


"questi templi rappresentano la memoria gloriosa dei Khmer. Al tempo della loro costruzione, fra il IX e il XII secolo, l'impero khmer occupava gran parte del Vietnam e della Thailandia attuali. Da allora, Angkor ha servito il fantasma politico di tutti i regimi che si sono succeduti in Cambogia. Anche il regime khmer rosso non ha rinunciato all'abitudine ancestrale di invocare quel passato per giustificare il presente. Ogni corso politico dell'epoca dei khmer rossi iniziava o terminava con il seguente slogan, che invoca quella nostalgica gloria: "Lavoriamo notte e giorno / Lavoriamo fino allo sfinimento / E' imminente la nostra ricompensa / La Kampuchea democratica ritroverà subito la gloria di Angkor"
(Claire Ly)

Fantasmi, di Tiziano Terzani, termina con un articolo su Angkor: "la direzione in cui andavano i suoi pensieri", dice al riguardo la moglie Angela Staude.
Tiziano porta lì i suoi figli, in quello che a lui pare possa essere unico gesto davvero educativo: "Seminare dei ricordi. Nel mio ruolo di padre non ho fatto altro. Ai figli non ho mai pensato di poter insegnare granché, ma fin dall'inizio della loro presenza in casa ho sentito che attraverso alcune esperienze indimenticabili potevo mettere nella loro memoria i semi di una grandezza con la cui misura vorrei che vivessero". La grandezza che vede ancora intatta ad Angkor, "pur in rovina" e semi dai quali "in qualche modo, da qualche altra parte, continuerà a germogliare una vita che aspira al "grande".


Anche Claire Ly torna ad Angkor.
Un passato in Cambogia da alta borghesia, laurea in diritto e filosofia, poi l'insegnamento e infine l'inferno, deportata dai khmer rossi in un campo di lavoro. Marito e padre uccisi, poi la strada dei profughi, l'arrivo in Francia e l'inizio di una nuova vita. La conversione cristiana, di nuovo l'insegnamento, la sua testimonianza in un libro - "Tornata dall'inferno" - ed infine il ritorno in Cambogia visto come un "cammino di libertà".
C'è da vincere l'incubo del genocidio, la paura di rivedere quei luoghi, qualcosa che sembra quasi impossibile a priori.
Anche lei, ad un certo punto, passa da Angkor col figlio e sembra ritrovare un'armonia: "la moltitudine di quei volti di pietra mi fa prendere coscienza che la mia storia personale su quella terra khmer non è composta solo da volti del passato, felici o infelici; è fatta anche dai volti attuali di quel popolo ferito. Volti di uomini e donne incontrati nel corso di questo terzo viaggio, volti molto diversi, a volte molto vicini e altre volte molto lontani, ma tutti convergenti verso uno stesso punto d'incontro: quello in cui si ricostruisce la mia identità e da cui nasce la mia ricerca. Come i raggi del sole conferiscono forma alle torri dai quattro volti di Bayon, così la quotidianità degli abitanti del regno khmer consolida la mia identità spezzata. Ora so che, pur essendo diventata altra, discendo sempre da questo popolo. Sulla terrazza del Bodhisattva della compassione, alcuni frammenti della vita delle persone ordinarie assumono per me un volto".
Quella di Claire Ly è faticosa esperienza di serenità che si è fatta strada poco a poco; la cristiana convertita che è diventata accoglie ora la buddista che era : "la vita nuova che ho ricevuto per grazia è una vita ospitale che permette di accogliere in me la buddista così com'è. Non cerco assolutamente di convertirla. Le lascio semplicemente uno spazio di parola. E, paradosso!, la parola autentica della buddista permette alla cristiana di essere sempre più discepola di Cristo. Sì, oggi so chi sono: una discepola cristiana cattolica venuta dal buddismo. Non lo avrei mai veramente saputo se non fossi tornata verso l' "inferno" e se non avessi avuto il coraggio di incontrare i miei fratelli khmer straziati, sia buddisti che cristiani."


Il racconto straordinario di Claire Ly è quello della speranza che va oltre le più brutte evidenze della storia: "ecco la buona novella del cristianesimo che amplifica ulteriormente la grandezza dell'uomo percepita dai buddisti. Ma questa grandezza, l'uomo non la trae da se stesso. E' dono della Vita di Dio..."
Ed è speranza che ha radici nella domanda: in quella che Don Giussani chiamò un giorno "mendicanza":
"(...) il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".

Questa mendicanza è il trionfo della reciprocità tra l'uomo e Dio, che rispetta la sua libertà.
Questa è la vera speranza dell'uomo nuovo, dell'alba di un nuovo giorno.
E del sogno folle di un Dio: "Che tutti siano uno!" (Gv 11, 27)

Cambogia, letture:
Molyda Szymusiak - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - Einaudi
Antonio Soda - Testimonianze dalla Cambogia - ed. San Lorenzo
Tiziano Terzani - Fantasmi - Longanesi
Claire Ly - Tornata dall'inferno - Paoline editoriale libri
Claire Ly - Ritorno in Cambogia - Paoline editoriale libri


PS: Grazie a Marco (http://www.marcoecristina.it/) per avermi permesso di pubblicare una sua foto di Angkor Wat

Monday, June 23, 2008

CAMBOGIA - prima parte


Bangkok, inverno 1990. Mi aggiro tra gli scaffali di Asia Books, libreria del centro della città. Sono alla ricerca di qualcosa su questo bellissimo paese, la Thailandia, ma m'imbatto per caso in un libro che parla di Cambogia.
The Stones Cry Out è il racconto di Molyda Szymusiak, vissuta da ragazzina sotto l'atroce regime dei khmer rossi, prima di riuscire a giungere da profuga in Francia, negli anni a venire, dopo aver perso tutti i familiari nel proprio paese.
Comincio a sfogliare le pagine e m'imbatto in una tragedia che non conosco. Acquisto il libro, inizio a leggerlo subito. Rimango sempre più attonito e, mano a mano che entro nelle vicende della storia, mi vergogno della mia ignoranza su quel paese. Imparerò col tempo, però, anche di come quell'ignoranza sia inscritta dentro un alone di omertà e, in un certo senso, quasi di corresponsabilità dell'occidente, che ha spesso taciuto sulla tragedia di questo popolo sotto il regime comunista di Pol Pot.
Tornato in Italia trovo la traduzione italiana del libro - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - e compro anche quella.
Continuo la lettura, anzi la ricomincio da principio, finisco il libro tutto d'un fiato.
E arrivato in fondo, continuo a non capire.
Non capisco le ragioni profonde del dramma, e ancora di più il motivo del suo isolamento, il fatto che accada che non tutti gli "sfortunati" debbano essere uguali e ricordati allo stesso modo dalla storia. L'olocausto cambogiano non ha avuto la stessa risonanza di altri, come, ad esempio, quello ebreo da parte dei nazisti. Perché ?


Il 17 aprile 1975 i khmer rossi entrano a Phnom Penh, rovesciando definitivamente il governo del generale Lon Nol, sostenuto dagli Stati Uniti e che, a sua volta, aveva spodestato la monarchia del re Norodom Sihanouk. Inizia uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità intera. Le città vengono svuotate e la popolazione deportata per intero nelle campagne. Sono abolite le scuole, la proprietà privata, la moneta, chiusi gli ospedali. Il progetto è quello aberrante di un comunismo rurale, che riporta il paese indietro di secoli, in condizioni di vita quasi preistoriche. Vengono sistematicamente eliminati non solo gli oppositori al regime, ma anche insegnanti, artisti, monaci, medici, chiunque avesse un titolo di studio o conoscesse una lingua.
Per essere uccisi bastava essere scoperti con una penna in mano, ma anche molto meno: un litigio, rubare pochi chicchi di riso per fame, lamentarsi della propria sofferenza in mezzo alle malattie ed alla carestia che ben presto erano dilagate nel paese; e la condanna a morte precedeva un'esecuzione spesso eseguita a bastonate, perchè bisognava risparmiare anche sulle pallottole.
Nel 1975 avevo tredici anni e portavo gli occhiali: sarebbe bastato questo particolare per farmi perdere la vita se fossi nato e cresciuto in Cambogia.


Il 22 dicembre 1978 il Vietnam lancia la sua offensiva ed invade il territorio cambogiano. Il regime di Hanoi, sulla carta fratello d'ideali comunisti del regime dei khmer rossi, ma mai in realtà in buoni rapporti, prende rapidamente il possesso del paese, instaurando un governo fantoccio sotto la guida di Heng Samrin, ex khmer rosso della zona orientale. Quella del Vietnam non è guerra di liberazione, ma serve ai cambogiani per scacciare dal potere un regime che, in poco tempo, è riuscito a mettere in atto un genocidio che ha portato alla morte circa due milioni di persone in un paese che ne contava inizialmente circa sette.
Gli anni a venire non liberano il paese da povertà, sofferenza e dall'assenza di vera giustizia e democrazia. Anche la missione dell'ONU - l'UNTAC - che prova a governare dal 1991 al 1993, col compito di traghettare il popolo verso libere elezioni, si rivela enormemente dispendiosa di denaro e vite umane, ma non ottiene, in fondo, l'obiettivo sperato. La Cambogia giunge ai giorni d'oggi con un'alternanza di governi di coalizione, intervallati anche, nel 1997, da un colpo di stato di Hun Sen, altro ex leader khmer rosso, già capo di stato nel 1985, il tutto espressione dell'incapacità di eleggere un vero governo rappresentante del popolo. La strana miscela di gruppi politici perennemente avversi tra di loro, inizialmente persino compresiva degli organismi dirigenti degli stessi khmer rossi - mai processati per i loro crimini - sembra l'unica alternativa alla persistenza di una guerra civile senza fine.


Aprile 2008, vede la luce Fantasmi, un libro che racchiude tutti gli scritti sulla Cambogia del compianto Tiziano Terzani. Aspetto un libro del genere da tempo: il suo Holocaust in Kambodscha, ormai irreperibile, era stato pubblicato ai tempi solo in tedesco.
E' un'appassionante carrellata di articoli, raccolti in ordine cronologico, dove Terzani racconta la sua esperienza in questo paese a partire dal 1973 sino al 1996, momento in cui si sparge la voce che Pol Pot sia morto. Quello sarà il suo ultimo articolo sulla Cambogia, anche se la notizia si rivelerà successivamente falsa: lo spietato dittatore morirà davvero nell'aprile 1998, senza aver mai scontato alcuna delle proprie colpe. Ma nel 1998, come dice la moglie di Tiziano, lui "si era ormai ritirato nell'Himalaya e i "fatti" non lo interessavano più".
Il libro è anche un viaggio dentro l'anima dello srittore, che mostra inizialmente tutto l'entusiasmo per il fallimento della guerra americana e l'avvento al potere dei governi comunisti, quello di Saigon e quello "nuovo" dei guerriglieri cambogiani.
Ma piano piano la verità viene in superficie, l'orrore diviene visibile e si fanno strada prima l'incredulità, poi la coscienza e l'orrore ed infine la delusione e lo scoraggiamento.
Il sentiero che questo straordinario scrittore percorre, nell'acquisire coscienza della precarietà dell'ideologia, sembra non giungere alla fine ad affacciarsi su una strada che possa portare alla conquista di una vera libertà. Rimarrà in lui disillusione e poca fiducia nell'agire umano e nella storia, pur rimanendo intatti una passione ed un rispetto dell'uomo che trovano pochi eguali nel panorama giornalistico mondiale.
Angela Staude, nel saggio introduttivo di Fantasmi, scrive del marito: "se fino ad allora non aveva creduto alle informazioni degli americani a meno che non le avesse personalmente verificate e si era invece fidato della sinistra, ora non si fida più di nessuno". E ancora: "negli anni novanta dentro di sè voltò le spalle al giornalismo: non si era dimostrato l'arma con cui da giovane aveva sperato di poter agire sui politici per cambiare le sorti del mondo. Presto partì per nuove mete, per quel viaggio che dalla Thailandia lo portò in India, da lì all'Himalaya e infine a Orsigna, dove si conclude il suo "viaggiare per il mondo alla ricerca della verità".


E' la stessa tristezza che traspare quando la Staude, in un altro passo del saggio, parla del popolo cambogiano concludendo che "quello dell'improvvisa ferocia è uno dei lati oscuri della razza khmer". Mi viene in mente il volto spesso sorridente dei thailandesi: forse è per questo che la "ferocia" sembra fare ancora più contrasto, divenendo "lato oscuro". Claire Ly, cambogiana, ci aiuta però a capire: "gli occidentali difficilmente capiscono che il sorriso asiatico è in realtà una porta chiusa, una facciata esposta ad ogni vento, e che l'essenziale è altrove. Noi asiatici ci disegniamo il sorriso sul volto così come si dà una tinta sulle pareti di casa per proteggerle. E' bello. Ed è isolante. (...) Allora beato te quando un'asiatica ti parla senza sorridere, con un volto quasi chiuso. Occidentale: sei stato adottato, fai parte della cerchia degli amici, una cerchia molto difficile da penetrare nel mondo orientale".

Ma se di lato oscuro si tratta, bisogna guardarlo fino in fondo, senza errori che rischino di non comprenderlo e relegarlo in un angolo, quasi fosse una strana e scomoda anomalia. Avere il coraggio di accettarlo come possibilità vuol dire capire di più la possibilità di deriva dell'uomo e allora non importa se sia un khmer rosso del passato o un novello naziskin: la ferocia è ciò che affiora, il destino che lo attende, quando l'uomo è drammaticamente lasciato solo a se stesso.
Giovanni Lindo Ferretti, nel suo libro "Reduce", in cui il guardare indietro alla storia s'intreccia di continuo con una profonda esperienza personale e spirituale, sembra avere un'altra lucidità di giudizio e di pensiero:
"E' passato il secolo ventesimo, quello veloce e breve, dal '19 all'89. Doveva decretare nei fatti come da idee che l'hanno prodotto l'alba della libertà, a seguire il sol dell'Avvenire, l'uomo nuovo, la nuova umanità. Eccolo: mattatoio abominevole in dimensione industriale, milioni e milioni a decine, di uomini e donne, vecchi e bambini, ridotti a fumo cremoso, fanghiglia viscida escrematizia e putrida. Tolto il soffio divino a questo si riduce l'uomo. Macello d'ogni speranza, illusione d'umana presupponenza. Su questo costruisce chi s'affida, contro Dio, all'uomo. Nelle due dimensioni in dote alla modernità: il nazifascismo e il comunismo. Alla post modernità: lo scientismo tecnologico genetico".

(fine della prima parte)

Monday, June 16, 2008

SIAMO TUTTI CAUBOI


"Quando la musica è popolare, attraversa e commuove il cuore del popolo. Un popolo che non è leggenda, non è favola, ma è gente che vive, che esiste. Nelle canzoni di Davide Van De Sfroos c'è la passione per la realtà, quella realtà che oggi viene negata e derisa. Dall'osservazione delle onde del lago può nascere una canzone: quelle onde che spesso noi non riusciamo a vedere, tanto siamo vittime di una realtà virtuale che altri inventano e ci impongono. Sono canzoni, le sue, che non vanno contro, non giudicano, ma raccontano senza nascondere nulla, tanto meno quel senso religioso che appartiene a ogni uomo. Questo ci accomuna a davide Van De Sfroos e ai suoi "40 passi" verso il mistero."

(il Grillo Cantante,
presentazione del concerto di Davide Van De Sfroos,
Milano, Teatro Sala Fontana, 15 giugno 2008)

Non ci sta, Davide Van De Sfroos, a prendersi troppo sul serio.
Usa a piene mani l'ironia, sia nell'intervista che precede il concerto di ieri sera a Milano, alla sala Fontana, sia durante l'esibizione, che alterna splendide canzoni, tutte in chiave acustica - Davide voce (e che voce!) e chitarra acustica e fido compare con steel guitar al suo fianco - a momenti di racconto, recitazione e poesia.
Eppure, davanti ad un pubblico che conosce bene il significato della parola popolo e del sapersi rapportare alla realtà, perchè questa dia significato all'esistenza di ogni giorno, Davide riesce a proporsi allo stesso tempo con una profondità ed intelligenza che non sono patrimonio di molti.
Così, proprio di fronte alla domanda su cosa sia un popolo, ti risponde che per lui è importante anche cantare davanti a dieci persone. E non è piaggeria o snobismo, di chi si può permettere di dirlo dopo aver riempito con undicimila il forum di Milano. E' qualcosa, invece, che lui chiama "miracolo", perchè l'entrare in rapporto con le persone e le storie che ciascuna porta con sè non è cosa da poco, né da dare per scontata.

Presentato sul palco come il Woody Guthrie delle nostre parti, dimostra di esserlo nella musicalità, nella proposta, nella capacità di narrare le storie della gente come pochi altri. Ed il set acustico che Davide propone risulta eccellente, ricco anche di momenti inattesi, come la splendida esecuzione di London Calling, in risposta ad uno spettatore che gli chiede spiegazioni sull'adesivo dei Clash posto in bella mostra sulla chitarra tra il simbolo del Tao e quello della Sardegna.
Ed anche in quella circostanza, emozione, ma allo stesso tempo risate senza fine, con Davide che scherza ancora: "il simbolo della Sardegna? Mah, ho caricato la chitarra invece che l'auto sul traghetto e mi hanno messo su l'adesivo...".

Così tre ore di spettacolo passano in un baleno, attraverso altri momenti memorabili, come una libera interpretazione della vicenda di Adamo ed Eva, assolutamente irresistibile per comicità, messa lì quasi provocatoriamente a seguire un racconto su come lui intenda la preghiera che potrebbe essere spunto di riflessione a lungo per molti.
E dentro tutto questo una manciata delle sue canzoni più belle, comprese alcune dall'ultimo album: Il Costruttore Di Motoscafi, La Ballata Del Cimino, fino alla struggente New Orleans, messa come bis finale, a suggello di una serata memorabile.

Ce ne andiamo dopo lo spettacolo convinti di aver assistito a qualcosa di speciale ma forse non irripetibile.
Speciale perchè questa sera Davide ha raccontato di sè più di quanto abbia potuto fare tante altre volte. Ma per fortuna ripetibile, perchè quella passione del cantare stando con la gente, Davide la trasmette in ogni circostanza ed è sempre un'esperienza.
Ci lasciamo allora con un appuntamento: il meeting di Rimini, spettacolo alla vigilia dell'ultimo giorno: al "venerdì sira", ci direbbe Van De Sfroos.
"O protagonisti o nessuno", recita il titolo dell'edizione di quest'anno: cosa pensare di meglio per ritrovarci tutti insieme anche là con lo stesso spirito di ieri sera ?


Thursday, June 12, 2008

TEMPI MODERNI




Padova, Basilica di Sant'Antonio, sette del mattino.
Un'oretta di tempo, prima di tuffarmi in una sessione scientifica, e sentir parlare tutto il giorno di coronarie e infarti, di angioplastiche e prognosi di pazienti cardiopatici.
Lodi del mattino e, a seguire, la messa feriale. Un modo alternativo, senza dubbio, di cominciare una giornata di congresso; ed infatti di colleghi neanche l'ombra, anche se l'albergo dista solo cinquanta metri da qui.  Ma questo modo d'iniziare la giornata è alternativo - appunto - e quindi a me va proprio bene così.

Mi colpisce la bellezza della cattedrale, ma anche un connubio di cappuccini e gente di ogni tipo. In prima fila una bella donna dai capelli rossi; poi, distribuiti in mezzo ai frati, donnette anziane insieme a uomini con la borsa, quasi pronti per l'ufficio; e ancora turisti e giovani studenti. Quei preti, poi, non sono mica tutti vecchi: ce ne sono parecchi piuttosto giovani, invece, e sembrano pure dei bei tipi; per un attimo me li vedo senza tonaca e con la t-shirt e una chitarra elettrica addosso: credo che farebbero una bella fatica a liberarsi dalle groupies,  fuori dal camerino di un concerto.
E quando, poco dopo, li riguardi e li ascolti, mentre intonano salmi e lo fanno talmente bene che ti sembra d'essere proiettato indietro di secoli, ti rendi conto di quanto sia ricca e bella la tradizione.  E di quanto sia incredibile l'effetto che fa, a contrasto con l'attivismo senza senso che vedi correre là fuori, dove bellezza ed armonia sembrano diventate parole senza significato.

Il giorno prima, quell'attimo d'incanto si era materializzato altrettanto all'improvviso,  davanti agli affreschi di Giotto, nella cappella degli Scrovegni.
Ma ancor di più mi aveva affascinato la storia che il figlio di un usuraio avesse deciso di riparare in qualche modo alle malefatte del padre ed a quelle che, quasi senza rendersi conto, si era messo a commettere anche lui, ed avesse deciso di costruire una cappella dedicata alla Vergine Maria. Cappella privata, adiacente al suo palazzo, ma che divenne presto "servizio pubblico", perchè l'ingresso principale era sulla piazza e chiunque poteva recarsi a pregare lì dentro.
Quello scandalo dell'usura ad un certo punto era diventato una molla e questa aveva fatto saltar fuori il desiderio.
E il desiderio porta alla ricerca della Verità, anche passando dallo spendere i propri denari per costruire una cappella, che poi, quando l'hai fatta non te la tieni più neppure per te.
Roba d'altri tempi, perchè oggi è tutto cambiato ? Non ne sono così sicuro.
Storia già vista, di chi si mette a posto la coscienza con l'elemosina ? Forse no.
A me piace pensare che lo scandalo interiore, il sentirsi d'un tratto nulla di fronte al tutto, avesse aiutato il desiderio a farsi strada.  Un desiderio che tanti ora sembrano non cercare più,  quasi che il bisogno del Vero non fosse rimasto lo stesso, come ai tempi di messer Scrovegni.
E allora in mezzi a cateteri e stents, ad angioplastiche andate bene o andate male, oggi sono contento d'essermi fermato anche qui.
A riscoprire che la mia prognosi non dipende solo da una sigaretta o dal colesterolo, ma anche dalla capacità di far riaffiorare dal cuore il desiderio.
Quello che domanda al Mistero di rendersi presente ogni giorno di più.


Wednesday, June 04, 2008

GIORNI DI PIOGGIA



Sali in auto al mattino, svogliatamente. Appesantito già, dalla stanchezza di giornate apparentemente messe in fila senza senso. E per giunta piove, a rendere il traffico assurdo e la gente rabbiosa. 
"C'è gente senza cuore in giro per la città, alcuni pensano liberamente, alcuni pensano in cattività": De Gregori attacca a cantare Finestre Rotte, dal ritmo accattivante ed incalzante. Peccato solo che assomigli così tanto a The Levee's Gonna Break di Dylan, ma che importa, è bella lo stesso. E poi, che diamine, Bob l'aveva copiata anche lui, e quindi che differenza fa: il blues è patrimonio largo, ci stanno dentro tutti. 

Sono giorni che giro intorno a questo disco, dal titolo curioso. 
Ora mi attira, ora mi respinge, e non riesco a spiegarmi il perchè.  
Poi, all'improvviso, mi pare di capire: è una questione di malinconia.
Una volta Don Giussani disse che "in quella parola ci riconosciamo tutti, in questa verità di attesa misteriosa facilmente ci riconosciamo tutti." Perchè "l'essenza del cuore dell'uomo è rapporto con una felicità attesa, di cui non si conosce né l'ultima natura, né il nome". Ma non è un'attesa qualunque: é "attesa di un compimento a cui noi diamo un nome: Dio".
E allora lo rimetto su il disco, continuo ad ascoltare.  Sono istanti brevissimi, che separano quella stanchezza da un nuovo entusiasmo che mi sembra già di scorgere vicino. E prima ancora che abbia capito, prima ancora di qualsiasi altra cosa, una nuova canzone mi aiuta a benedire quello che sembra così stretto su di me:


Ogni giorno c’è un pezzo di strada da macinare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E una lacrima che sa di pioggia, che sa di sale,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
(...) E a volte mi sento come un prigioniero da liberare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
Ma non ci sono sbarre, non c’è modo di scappare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E ogni giorno c’è un pezzo di strada da ritrovare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E una lacrima da benedire, da conservare,
per tutti i giorni di pioggia che Dio manda in terra.


Ogni Giorno Di Pioggia é luce nuova ed inattesa.  
La carità è possibile - ancora una volta lo è - prima di tutto su di me, perchè possa poi rivolgersi agli altri. Ma deve avere una radice nella sofferenza. Perchè non sia buonismo, perchè sia roba vera. Devi imparare a benedire ogni lacrima, a capire il significato della fatica che c'è dietro a ciò che costruisce o, soprattutto, a quello che Qualcuno riesce a costruire. 
Malgrado te, malgrado gli altri, malgrado tutto.


L'Angelo Di Lyon è difficile da raccontare.
Ma il primo istante è un tuffo nel passato e allora provo a lasciarmi cullare.
Mi rivedo affacciato su un ponte, la Saone scorre tranquilla sotto di me.
Chalon è la prima tappa di un viaggio da ventenne in Francia. Tra sogni on the road, castelli e cattedrali, notti in ostelli della gioventù.
Mi affascina da subito, quel legame tra fiume e città. Così come il mistero di ogni cattedrale - ne incontro giorno dopo giorno - magari vista sin da lontano, come quando arrivi a Chartres da Parigi. Oggi in auto, ma è proprio come ieri, cavaliere o viandante a trovare la strada e la via di casa, unica luce all’orizzonte le guglie di una chiesa.
L’Angelo Di Lyon è di una bellezza trascendente.
Mi avvolge nella musica, ma sono magiche anche le parole.
Una storia affascinante e dentro ci puoi scrivere la tua. Farci riaffiorare il desiderio, la ricerca, il Mistero nella vita; Quello che ha indossato un volto, ha vissuto e condiviso, è morto per noi. Ed alla fine è risorto.

Fu la visione di Anna Maria, con il rosario tra le dita,

ad incantare lo stregone e a fargli cambiar vita.
Lasciò la scena in un vestito grigio, lasciò un messaggio con un sorriso,
Diceva parto per Lione e cerco un angelo del paradiso.
Salì sul treno che portava a Bruxelles, ordinò cognac e croissants,
Fece l’elenco dei suoi beni futili, nella carrozza restaurant.
Pensò alle ville e alle piscine e ai pezzi rari da collezione,
Poi fece un voto come San Francesco, per il suo angelo di Lione.
E cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava,
mentre guardava dal finestrino, l’ombra del terno che lo portava.
E ad occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saone.
Simbolo eterno delle due anime, maschio e femmina di Lyon.

Restò ad aspettare sul vecchio ponte, pensò all’incontro di un anno fa,
ma i giorni vanno, diventano mesi, quattro stagioni son passate già.
Ora il suo abito è tutto stracciato, somiglia proprio ad un barbone,
Gira le strade, cerca ad ogni passo il suo angelo di Lione.
Stanotte nella cattedrale, mille candele stanno bruciando,
le tiene accese suor Eva Maria, a mano a mano che si van consumando.
E dentro i vicoli come sogni, trascina il passo lo straccione,
il vecchio scemo fuori di testa, per il suo angelo di Lione.
E cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava,
Mentre fissava fuori sui muri, la vecchia ombra che lo seguiva.
E attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saone,
e l’acqua scura come il mistero di quell’angelo di Lyon.


E’ proprio bello questo disco e più lo ascolto, più faccio fatica a trasformarlo in parole.  Ma è una preoccupazione inutile, perchè già Francesco ce lo dice: "non ci sono mai riuscito, in tutta la mia vita, a parlare delle canzoni".
E allora vado avanti ad ascoltarlo, che è molto meglio.
A scoprire paura e pessimismo, ma anche speranza e libertà da ideologia - come in Celebrazione, chissà a quanti non piacerà affatto - ed a godermi questa musica, così colta e matura anche lei, proprio come l'autore.
Perchè affiancata all'anima c'è proprio lei, la musica, e non c'è da stupirsi che sia così bella, con una band così. Ce l'avesse Bob Dylan, dannazione, invece di quel gruppo senza infamia e senza lode, dove le chitarre, se potessero, preferirebbero suonarsi da sole. 

"Certo è molto diverso da quello che passano di solito le radio", dice alla fine De Gregori a proposito del disco ed a conclusione dell'intevista pubblicata sul suo sito, nuovo di zecca.
Sarà per questo, forse, che faccio fatica a togliere il cd.
O sarà quella benedetta malinconia, che continua a rapire un pezzo del mio cuore.


Post Scriptum
"L'angelo di Lione" è il titolo del bellissimo post di Paolo Vites.
Lo trovate sul suo blog qui:http://gamblin--ramblin.blogspot.com/2008/05/langelo-di-lione_18.html

Friday, May 30, 2008

WE'RE WALKIN' TOGETHER


Una mattina qualunque di un giorno in ospedale.
Squilla il telefono della centralina dell'unità coronarica: "dottore, è per lei".
Prendo la cornetta svogliatamente: ci sono già abbastanza guai oggi, chi è che mi cerca ancora? Dall'altro capo del telefono c'è Gianni, non mi aveva mai chiamato sul lavoro prima d'ora: "Ciao Fausto, come stai? Sai, oggi ti pensavo, sono riuscito finalmente a farmi stampare la foto che mi avevi chiesto tempo fa..."
Di quella foto non mi ricordavo quasi più. E quando l'avevo chiesta a Gianni, più di un anno prima, ero sicuro che, con tutti gli impegni che aveva, non sarebbe mai riuscito ad accontentare quel mio piccolo desiderio.
Corsi a prenderla, appena possibile, qualche giorno dopo. Ritraeva Chiara Lubich e don Luigi Giussani, insieme e sorridenti, mentre si stringono la mano in piazza San Pietro, a Roma, la vigilia di Pentecoste, il 30 maggio 1998.
Quello di Gianni, quel mattino, fu un momento tanto inatteso quanto opportuno.
Un atto gratuito, arrivato all'improvviso, e capace di dare alla giornata quell'anima che le mancava.  Qualcuno - un amico - mi aveva ricordato Qualcosa e quel gesto mi rimise in sintonia col quotidiano, dandogli la solennità che, da solo, non vedevo quasi più.



Quel 30 maggio di dieci anni fa sono là anch'io, in una Piazza San Pietro gremita di folla, un popolo che arriva a riempire anche tutta Via della Conciliazione, fin laggiù in fondo, nei pressi delle mura di Castel Sant'Angelo.
Giovanni Paolo II ha chiamato a raccolta tutti i Movimenti e le nuove comunità ecclesiali, per dirgli quanto la Chiesa li senta parte di sè e quanto lei stessa guardi a loro come maestri di vita.
Ogni Movimento quel giorno appare per ciò che è realmente: un dono dello Spirito Santo per gli uomini. E chi è lì in quella piazza percepisce come certa questa realtà della storia, in cui Dio è presente e non smette mai di assistere il suo popolo e l'umanità intera.

Sono arrivato qui con gli amici, ma mia moglie è a casa, in attesa del nostro secondo bambino e segue tutto attraverso la tv. Non c'è differenza, però: la sento presente come se fosse lì al mio fianco, in mezzo a quella folla.
E, man mano che la giornata trascorre, assisto al miracolo che il mio cuore attendeva da tempo.
Quella che vedo accadere coi miei occhi, quella che sento raccontare - l'unità tra i Movimenti - è la storia della mia vita. Il mio matrimonio, nel suo essere piccolo laboratorio di cammino insieme, da quel momento in poi diventa parte del patrimonio della chiesa. La nostra unità nella diversità - mia moglie dentro al solco del carisma di don Giussani, la mia vita dietro alla storia di Chiara Lubich - oggi viene sancita e proclamata quale tassello insostituibile nel mosaico della vita cristiana.
Scriverà don Giussani, a pochi giorni di distanza da quell'evento:
"Sabato, l'incontro con Giovanni Paolo II, per me è stata la giornata più grande della nostra storia, resa possibile dal riconoscimento del Papa. E' stato il "grido" che Dio ha dato a noi come testimonianza dell'unità, dell'unità di tutta la Chiesa. Almeno io l'ho avvertito così: siamo una cosa sola. L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?"



Il discorso di Don Giussani di quel giorno, davanti al Papa, mi aveva insegnato una volta per tutte il significato della parola mendicanza; e mi era parso di capire un po' di più il bisogno vero della vita:
"il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".



Prima di lui Chiara Lubich aveva tratteggiato al Santo Padre il significato di quella definizione che lui stesso aveva dato del Movimento dei Focolari, definendolo capace di un "radicalismo dell'amore".
Aveva detto Chiara: "E come non può essere così se lo sguardo di tutti coloro che fanno parte del movimento è sempre puntato, come a modello, su Gesù crocifisso nel suo grido d'abbandono? L'amore più radicale è proprio lì, dove è il culmine del suo patire. E' in Lui - che abbandonato dal Padre si riabbandona al Padre, che sentendosi disunito dal Padre con Lui si riunisce - il nostro segreto per ricomporre in unità ogni divisione, ogni separazione, dovunque".
La conclusione del discorso diventa una promessa per il futuro: "Sappiamo che la Chiesa desidera la comunione piena fra i movimenti, la loro unità che, del resto, è già iniziata. Ma noi vogliamo assicurarle, Santità, che essendo il nostro specifico carisma l'unità, ci impegneremo con tutte le nostre forze a contribuire a realizzarla pienamente".


Le parole di Giovanni Paolo II, che seguono le testimonianze di Chiara, don Giussani, Jean Vanier e Kiko Arguello, sono di gioia e riconoscimento che ciò che sta accadendo è qualcosa di speciale: "oggi la Chiesa goisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele: "Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona.. "(At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa "effusione" dello Spirito. Ogni movimento differisce dall'altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione".
Il suo richiamo finale è l'amicizia e il coraggio di cui ciascuno, in quella piazza, sente di avere adesso bisogno: "Oggi da questa piazza, Cristo ripete a ciascuno di voi: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15). Egli conta su di voi, la Chiesa conta su di voi. "Ecco - assicura il Signore - io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20). Sono con voi!"

Nel ritorno a casa, quel giorno, non c'è stanchezza, ma solo forza rinnovata.
Nelle migliaia di volti di Piazza San Pietro, nella gioia di chi mi è stato accanto, quell'unità proclamata dalla Chiesa l'ho vista già sofferta e vissuta e perciò testimoniata.
E' per questo che il Papa e i fondatori dei movimenti l'hanno potuta raccontare, perchè non si può narrare se non di ciò che non sia già accaduto e che, grazie a Dio, sta accadendo ancora.
Ma dentro di me c'è una gioia in più: penso a mia moglie che ritroverò a casa, alla mia famiglia, alla nostra esperienza insieme. E ripenso alle parole del Papa con sollievo: oggi, in quella Piazza, gli ho sentito raccontare della mia vita.
Quella foto di Chiara e del don Gius, regalo di Gianni, oggi campeggia nell'angolo buono del salotto di casa.
E' una bella foto ed è bello lo sguardo tra i due.
Uno sguardo che, da allora, protegge ogni giorno il nostro cammino.


Thursday, May 22, 2008

DOLCE RESISTENZA

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro,
credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.
Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.
E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)
DOLCE RESISTENZA
Riascolto del disco di un amico,
dentro le righe dritte e storte della mia esistenza


Massimo Priviero è l'unico vero rocker italiano.
Ce ne si convince non solo ascoltandolo nei suoi dischi e dal vivo, ma anche sentendolo parlare. In un'intervista di un po' di tempo fa diceva: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Ai cantautori non è stato mai chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante. Mentre per me la differenza la fa la voce (...)" E poi aggiunge, parlando sempre dei "cantautori": "(...) ed i suoni sono sempre quelli".
E invece a Massimo non manca nulla: la voce, i suoni, quello che cerca chi ama il rock, quello vero. Comprese l'anima e il cuore, però, senza le quali anche il rock, come tante altre cose della vita, diventa la caricatura di se stesso.
Poesia insomma, per dirla in una parola sola.
Quella che nasce da chi è capace di prendere le persone e farle diventare amici, trascinarle dentro a una chitarra, e trasformarle in musica con lei.
Dolce Resistenza è uno dei dischi più belli di Massimo.
L'ho ascoltato a lungo e piano piano è entrato nelle mie vene e nei miei percorsi autostradali.
E' diventato la colonna sonora dei miei ultimi pensieri.
Così è stato inevitabile che s'infilasse anche tra le righe dritte e storte di tante giornate, fatte di tutto e di niente, di un quotidiano sul quale un Altro riesce sempre, mio malgrado, a scrivere il Suo spartito.
Il risultato è questo qua: canzoni messe di fianco a vita e sensazioni.
Provate a leggerle se vi va, è roba senza pretese: "Io sono io", canta Massimo e le mie righe sono quel che sono.
Ma la segreta speranza è che vi venga voglia di ascoltare il disco: vi assicuro che ne vale davvero la pena.
E chissà che non accada qualcosa anche a voi.

Cammino solo nel mio tempo e guardo il sole mentre scende giù
E chiamo ancora sai il tuo nome nel silenzio
Ma ogni passo ha la sua storia e ora tu non ci sei più
Lo sai Tommy il tempo viene il tempo va
Ci rivediamo sai un po' più in là
Mi manchi molto sai, chissà come ti va
(Tommy Eden)


Quanti amici hai perso di vista nella vita?
Compagni di strada dei sentieri grigi, spicchi di sole o nubi di pioggia comparse all'improvviso.
Hai dentro rimorsi per averli smarriti, talora anche rancori; ma fai uno sbaglio, perchè la vita è così: apre e chiude strade di continuo.
Spesso mi domando dove siate finiti. Ora che ho percorso tante vie, che vorrei raccontarvi le battaglie, i ponti attraversati, i fiumi guadati in qualche modo. Ora che vorrei sentirmi dire delle guerre che avete visto voi.
Ancora la vita, se Dio vorrà, riaprirà nuove strade e c'incontreremo di nuovo : "ci rivediamo un po' più in là. Mi manchi molto, sai, chissà come ti va"...


Quante volte abbiamo scalato montagne,
Per sparare al cielo e cercare dei sogni.
Quanti giorni malati e non puoi farne senza,
Quanto ancora mi chiedi dolce mia resistenza.
Siamo solo soldati che marciano stanchi,
In cerca di passi che portano avanti.
E sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora,
Con l'ultimo fiato che è rimasto in gola.
Siamo vivi, siamo in piedi,
Siamo tutto quel che sai,
Non fermarti, non fermarti mai.
Siamo nati per volare,
E per cadere prima o poi,
Non fermarti, non fermarti mai.

(Dolce resistenza)
Ogni volta che cado, è uno sparo nel cielo.
Solo allora Ti chiamo e mi ricordo di Te.
Sono ribelle e fallito, sono triste e tradito.
E continuo a domandarmi il perchè.
Poi mi alzo, pian piano e vedo più chiaro.
Ma poi cado di nuovo: è solo apparenza la certezza di me.
Ho bisogno di aiuto : "sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora, con l'ultimo fiato che è rimasto in gola".
E quando, alla fine, sparisce l'orgoglio, allora capisco qualcosa di più.
Ora sì che ho imparato, a chiamarTi per nome.
Il Fallito e il Tradito, sei Tu; l'Abbandonato e lo Stanco, sei solo e ancora Tu.
Se son nato per volare, è perchè da tutto questo sei già passato Tu.



Siamo volti lontani delle stesse città,
Siamo Cristi traditi, siamo luce di Allah.
Siamo ponti nel vuoto, siamo vite ai mercati,
Siamo lampi nel sole, siamo spari nel cielo.
Siamo fiumi assetati, siamo lacrime spente,
Siamo mappe perdute, siamo troppo di niente.
Siamo occhi malati, siamo inferni infiniti,
Siamo fiori di sale, siamo spari nel cielo.

(Spari nel cielo)


"Ecco la grande attrattiva del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossima
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie (...)"
(Chiara Lubich - L'attrattiva del tempo moderno)

Fermarsi nella folla ed osservarla.
Guardare tutti, ad uno ad uno.
Tanto più quanto più hai fretta, tanto più quanto ti sembra di essere rigettato.
E scorgere in ogni volto di chi ti passa accanto quella storia unica e irripetibile, degna d'essere vissuta, bella quanto basta per essere amata.
Ci ho provato mille volte. Dal finestrino dell'auto, dentro il traffico di quest'impossibile città. In chi mi urta nella folla e in ascensore, nell'essere stretti in metropolitana. In chi è medico e in chi è ammalato, dentro la sofferenza e l'impazienza, nelle loro e nelle mie infedeltà.
Ma quell'attrattiva, ogni volta l'ho sentita.
E mi sono accorto che è vera.
Allora e solo allora lo sguardo si è fermato, dentro una corsa apparentemente senza senso e, penetrato nella più alta contemplazione, mi sono sentito inzuppato anch'io.
Come quel frusto di pane nel vino.


Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai

(La strada del davai)

Annina, Annina, un giorno sarò scrittore
Per non spegnere gli occhi e per non scordare
Annina, Annina, io sarò la voce
Di chi non ha niente che non sia una croce
E girerò per le mie valli
Finchè la forza reggerà
E lo farò finchè non ci sarà
Pane giustizia e libertà, pane giustizia e libertà...
Il ragazzo camminava, dove le Langhe sono un fiore
Il sole tramontava piano
Per il soldato e lo scrittore
(Pane giustizia e libertà)

Priviero l'ho conosciuto così, dentro la bellezza di queste due canzoni.
Non avevo mai trovato nessuno che avesse messo in musica - e lo avesse fatto così bene - tutto quel che avevo letto sugli italiani in Russia della seconda guerra mondiale e che non uscirà mai più dalla mia memoria.
La marcia del davai è lo sguardo di quei pazienti che ho incontrato e che purtroppo ora non vedo quasi più. Pane Giustizia e Libertà è il cuore di Nuto Revelli, ma è anche l'abbracciare insieme tutti gli altri, Eugenio Corti, Giulio Bedeschi e tutti quegli uomini senza "più niente che non sia una croce".Feci mio tutto questo un po' di tempo fa e ci scrissi sopra :"Russia"
Ora non saprei aggiungere altro che non sia preghiera.





Massimo Priviero

Saturday, May 17, 2008

BRINGING IT ALL BACK HOME

"Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte, c'era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un'anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnanti"

(Giovanni Lindo Ferretti)


Non sono mai riuscito ad imparare a suonare la chitarra.
Il che, per uno che porta il mio nome e che non perde occasione per interessarsi di musica, non è davvero il massimo.
Comunque quand'ero giovane ci avevo provato, almeno per un po' di tempo.
Ricordo che allora - erano appena iniziati gli anni ottanta - mi ero comprato in edicola una rivista-manuale per autodidatti, edita da una certa "Lato side". Arrivato a casa la aprii e - fantastico! - c'era davvero tutto: gli accordi, il metodo e pure due piccoli dischi di plastica, quei 45 giri così leggeri che se li prendevi in mano si piegavano letteralmente in due... Poi cominciai a guardare le canzoni da imparare man mano che si progrediva nell'apprendimento, ma il mio entusiasmo si affievolì. Cercavo Dylan e Neil Young, ma lì trovai dell'altro. C'era Bandiera Rossa ed altre canzoni più o meno dello stesso repertorio.
Tra tutte, anche una di un gruppo che non avevo mai sentito, dal nome per lo meno curioso: "CCCP fedeli alla linea". Perbacco, già allora il nome CCCP suscitava in me immagini cupe e da incubi notturni, che partivano dalle purghe staliniane per arrivare al KGB... E allora fedeli a che cosa? Ad un regime del terrore? Ma tant'è, erano tempi strani e questo gruppo di cantanti strano lo era davvero. Oltre tutto erano pure punk. Come i Sex Pistols, insomma, o i Clash. Già, che poi i Clash non erano mica un gruppo punk, ma questo è l'inizio di un'altra storia...
Così, alla fine, misi la rivista in un angolo e finii per non toccarla più, non mi pareva il manuale più idoneo per appropriarmi della tecnica chitarristica. E dopo un po' , purtroppo, misi da parte anche la chitarra, andando avanti solo ad ascoltare dischi.


Sono passati parecchi anni, i capelli cominciano a diventare grigi e c'è anche chi di capelli non ne ha proprio più. Accendo la tv, un giorno quasi per caso - lo faccio di rado, ormai, ne vale sempre meno la pena - e chi rivedo, all'improvviso? Ma sì, è proprio lui, Giovanni Lindo Ferretti, il leader e cantante degli ormai sciolti CCCP! Ed è riconoscibilissimo, stesso sguardo penetrante, ma che ora pare molto più dolce. E stesso tono di voce, come quando cantava Punk Islam: un po' più calmo forse, ma sempre netto e deciso.
Solo che adesso racconta di cose diverse, per esempio del libro che ha scritto e che narra della sua vita e di tante altre cose.



Il libro è uscito già da un paio d'anni, ma io l'ho letto da poco.
L'ho trovato qualche tempo fa, nella sezione "musica" di una famosa libreria milanese, ma in fondo con la musica c'entra davvero poco o nulla.
Reduce non è un libro di facile lettura.
Prima di tutto perchè il linguaggio di Ferretti non è facilmente assimilabile, così di primo acchito. E' prosa, ma rasenta la poesia. E allora va centellinato, letto e riletto, fatto proprio a poco a poco, perchè ogni capitolo del libro possa svelare la profondità che vi è dentro.  
Poi perchè il contenuto - autobiografia sui generis - è la storia di un percorso, che è sì autocritica, ma soprattutto fede ritrovata, non solo nel senso più pieno del termine, ma anche nella riscoperta delle proprie origini e tradizioni, la riconquista di un patrimonio che è faticosa esperienza di vita di coloro che ti hanno preceduto, donato la vita e cresciuto, spesso senza fronzoli e con tanti sacrifici.
E infatti lui si definisce un "reduce", uno che ritorna da una guerra, ma non quelle dei nonni, che magari da quelle vere, combattute con le armi, non erano neppure tornati; bensì da una guerra "dello spirito", come la definisce lui, peraltro non meno spietata e terribile delle altre.
Certo non tutto il contenuto del libro è condivisibile, ma il punto non è questo.  
La positività è dentro il desiderio, la risposta ad un bisogno, la scomparsa della paura di affrontare la realtà dopo la caduta dei pregiudizi.
Ed anche tanta umiltà e lucidità :

"E' l'Infinito, l'Indefinibile, che ci salva. Ci obbliga ad interrogarci su vanità, arroganza, potenza e prepotenza. Misericordia, compassione, carità, amore. Cos'è la verità?
E' l'Infinito, l'Indefinibile e il rapporto che noi instauriamo con Lui a permetterci la meraviglia, la commozione della bellezza, l'altro da noi esseri finiti.
E' la tensione ad aprire nel proprio quotidiano squarci traverso cui un po' di Infinito possa trapelare fino a noi a rendere la vita degna di ogni benedizione.
Dono infinibile che nessuno riuscirà mai a finire ma ognuno può vanificare per proprio libero arbitrio"


Alla fine, comunque, lo sguardo ribelle del punk, Ferretti lo conserva ancora ed in fondo è giusto che sia così.
All'intervistatore della RAI che gli chiede se la definizione di "punk cattolico" possa andargli bene, lui risponde sorridendo che le due cose possono andare tranquillamente d'accordo.
Ma lo sguardo sulla realtà del Ferretti di oggi è molto più maturo del giovane punk filosovietico che capeggiava le fila dei CCCP fedeli alla linea.
Ed è uno sguardo dal quale credo che chiunque possa imparare.
Già imparare... un giorno o l'altro, comunque, voglio provare a riprenderla in mano la chitarra.
In fondo, se c'è una regola che mi piace nella vita, è che non è mai troppo tardi.

Sunday, May 11, 2008

RUN, RUN, RUN


COLORIAMO LA CITTA'

Chi di noi non vorrebbe vedere la propria città,
invece che grigia per la solitudine el'indifferenza,
colorata dall'amore che avvicina le persone e costruisce la fraternità ?

Vorremo fare qualcosa, ma cosa ?
E da dove cominciare ?

Basterebbe una piccola Regola per cambiare il mondo.
C'è una parola scritta nel Vangelo che fa pensare.
Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te.
E' una legge universale, comune a tutte le religioni ed iscritta nel cuore di ogni uomo, talmente preziosa da essere chiamata
Regola d'oro.
Proviamoci fin d'ora a viverla, cominciando da chi ci sta accanto, anche in questo momento.


Chissà cosa deve aver pensato chi si è trovato a passare di lì per caso.
Me lo sono chiesto più volte ieri, ai giardini di Porta Venezia, a Milano, durante lo svolgimento della seconda edizione della RUN4UNITY, vivendo quel clima di festa e di fraternità, che vedi così di rado nelle nostre città.
Lo stesso clima che si viveva in tanti altri luoghi dei cinque continenti, unico teatro di una staffetta mondiale, promossa dai "ragazzi per l'unità" - i ragazzi del Movimento dei Focolari con tutti i loro amici - tutti a correre nei posti simbolo del pianeta, lungo le vie delle più grandi metropoli, per stendere sul mondo un arcobaleno di fraternità.

Ci sono gli Skortza, solida rock band e fratelli d'Ideale, ad infiammare con la loro musica gli animi dei giovani ed anche dei presenti più attempati. Canteranno anche "Run, run, run", vero e proprio inno della giornata. Poi le coreografie, preparate dai ragazzi. E soprattutto le testimonianze, anch'esse stralci di vita vissuta da loro, a dire ai loro amici, ma anche a noi adulti, che sì, è possibile davvero vivere così, dare la vita per chi ti passa accanto, costruire nel mondo frammenti di reciprocità.



Alle quattro parte la corsa. E' arrivato finalmente il nostro turno; i primi a correre sono stati quelli delle isole Fiji; finiranno i ragazzi di San Francisco, Vancouver, Lima e Santiago. C'è un entusiasmo nell'aria che ti pare d'essere alla maratona di New York. E c'è la gioia tipica dei ragazzi, ma anche la coscienza del passarsi un testimone che parla una sola lingua, una lingua che dice Unità. Nessuna contestazione al passaggio degli atleti e d'altra parte questa non è mica la torcia olimpica: con tutto il rispetto, qui si assiste a molto di più.

Quando mia figlia Chiara giunge all'arrivo mi dice entusiasta : "Papi, sono arrivata ottantottesima!" E la sua amica Maria, di rimando: "E io novantesima!". Sono felicissime, neanche avessero vinto il campionato del mondo. E a me sembra che il trucco sia nell'aria che stiamo respirando tutti, che sa davvero di paradiso.
Come a dire: sono cose dell'altro mondo in questo mondo, queste.



Finita la corsa, le premiazioni e poi via di nuovo a cantare, a ballare, a raccontarci di questa vita che ci ha preso. C'è anche il collegamento in diretta con Roma, in Piazza Navona: vi assistiamo sullo schermo gigante. E da là, loro ci collegano via internet con quello che sta succedendo negli altri punti del pianeta. Avevamo capito che era qualcosa di grande, ma vederlo dal vivo è davvero un'altra cosa.

Quando ce ne andiamo via, ormai quasi verso sera, penso a come definire tutto ciò che ho visto.
"Papà, è stata una giornata bellissima!", mi dice Andrea, 5 anni, il mio figlio più piccolo. Suo fratello Marco aggiunge: "così tante ore, sono passate in frettissima!".
E a me, allora, viene in mente una frase, quel testamento che Chiara Lubich ha lasciato a tutti noi prima di partire da quaggiù: "siate una sola famiglia".
Allora forse è questo ciò che ho visto e sperimentato insieme a tutti gli altri.
Ed è ora che riaffiora ciò che Chiara ci aveva promesso, seppure già malata, un po' di tempo fa: "Ci sarò come posso", aveva detto.
Difficile pensare che la sua presenza, che si è avvertita da lassù, potesse essere più forte di così.



Post Scriptum
Mentre scrivo questo post, all'indomani di una giornata straordinaria, mi vengono in mente le parole infuocate di Enzo Piccinini, un "amico" che non ho mai avuto la fortuna d'incontrare di persona. Aveva appena finito un incontro con altri giovani ed il suo maestro e professore universitario gli aveva obiettato: "Piccinini, queste sono cose da ragazzi: sono belle, sono vere, ma sono da ragazzi!". Quasi a dire, per gli adulti non potrà mai essere la stessa cosa. E lui, invece, a rispondere con passione: "la consapevolezza che mi è venuta chiara è che una cosa è riconosciuta vera perchè corrisponde e rimane per sempre così (...) ed è questa esigenza di vero, di bello, di giusto, di amare e di essere riamati, che chiamiamo cuore (...) e non è un problema di età".
Proprio così, il cuore che palpitava ieri ai giardini di Milano, come in centinaia di altri punti del pianeta.
Mi piace pensare che anche Enzo, ieri, abbia fatto famiglia con noi da lassù.

Thursday, May 08, 2008

LUCE RIFLESSA


"Ci vien da dire che la Bellezza è possibile, e ci viene voglia di gridarlo a tutti nella faccia. Perchè viviamo in un clima di lamentela costante, di telegiornali pornografici e di caccia a chi ha le mani più sporche delle mie... E pochissimi sono rimasti a partire dal buono che c'è. Il Grillo vive di luce riflessa, per dare voce a chiunque ci aiuti a guardare, prima ancora che ad agire. E di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante, thanks God.
Questo fa di noi un popolo".

(Il Grillo Cantante, n° 16, 6 maggio 2008)

Non riesco ad impedirmi di citare qui l'ultimo editoriale de "Il Grillo cantante" e non perchè, in amicizia, sono coinvolto anch'io in questo bel percorso.
E' perchè queste parole mi rigirano nella mente da qualche giorno e mi sembra esprimano bene il concetto di reciprocità, che alla fine fa rima con felicità.
L'essere popolo, poi, è la conseguenza del fatto che sì, si può vivere davvero così, considerando l'altro come un dono.
Prendere in considerazione cioé il fatto che ciò che ti capita davanti, quello che ti trovi di fronte nell'attimo presente, è sempre - in ogni caso - un bene per te e per la tua vita, anche quando l'evento appare scomodo ed inatteso.
La differenza è solo il metodo, l'approccio, e tutto questo ha a che fare con l'amore, quello vero, quello con la A maiuscola e che non ti puoi dare da solo, se non chiedi aiuto ad un Altro, anche lui - ma guarda un po' - con la A maiuscola.

Allora sì che si vive di "luce riflessa", perchè quella luce è lo stesso Amore, che ritorna su di te.
E allora sì che scopri che "di cose belle da indicarci a vicenda ce ne sono ancora tante".
Perchè altrimenti - da solo - non te ne saresti mai accorto.

Saturday, May 03, 2008

BALDANZA


Cos'è il tempo che passa ?
Vorrei fosse sempre più prendere quei limiti e porli nel grembo di un Altro, perchè diventino quell'oro tra le mani di cui ho parlato poc'anzi.
Ma oggi, ripensando a quel Gesto di qualche giorno fa, mi è venuta in mente una parola: baldanza.
Ed ho ritrovato la lettera di un padre, colui che me la spiegò, un bel po' di tempo fa.
Da allora la meditai a lungo e divenne il mio vocabolario, il significato definitivo di quel termine.
E allora la metto qua, a far compagnia ad altre parole che, giorno per giorno, ho la fortuna d'incontrare nella vita.
E tutte a far rima con un'altra ancora, sempre più abituale: gratitudine.

"Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri.
Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella Grazia che ci viene Donata e rinnovata ogni mattino.
Da qui viene quella baldanza ingenua che ci caratterizza, per la quale ogni giorno della nostra vita è concepito come un'offerta a Dio, perché la Chiesa esista dentro i nostri corpi e le nostre anime, attraverso la materialità della nostra esistenza"

(Luigi Giussani)

Wednesday, April 30, 2008

MY LIFE IN A STOLEN MOMENT


Somewhere back I took the time to start playin' the guitar
Somewhere back I took the time to start singin'
Somewhere back I took the time to start writin'
But I never ever did take the time to find out why

Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo per cominciare a suonare la chitarra
Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo di cominciare a cantare
Da qualche parte, un giorno, trovai il tempo per cominciare a scrivere
Ma non trovai mai il tempo di scoprire il perchè

(Bob Dylan) (1)


Per misurare veramente la realtà devi prendere coscienza di ciò che sei.
E' per questo che quando i limiti sembrano prevalere su tutto, condizionare fatti e tono dell'umore, devi renderti conto di quanto è prezioso ciò che ti accade e di quanto ciò che rigetti possa diventare oro tra le tue mani.
Ieri sera tutto si è trasformato, dentro un'azione - un sacramento - che è Riconciliazione, ma che, più d'ogni altra cosa, mi è parso solo abbraccio.
Chi si trovava di fronte a me, a raccogliere e condividere miserie, mi ha dato un solo consiglio: "recuperare la grandezza di un gesto"; e quel gesto è diventato luogo e tramite, posto necessario alla Misericordia per agire, poichè essa doveva per forza passare dalla mia libertà.
Così quest'oggi sono grato, per un attimo ho fregato l'uomo vecchio (2).
E gli ho rubato la vita - my life in a stolen moment - , quella che lui si prende troppo spesso, ma che non gli è mai appartenuta davvero.
Gli ho fatto violenza. 
Ed è passato un Altro.

Non so dove trovai, un giorno, il tempo per cominciare a scrivere.
Ma oggi sono contento d'aver trovato il perchè.
Quel perchè è l'essermi affidato.
E l'affidarmi mi ha ridato indietro la realtà.

Note:
(1) Bob Dylan - My Life In A Stolen Moment, 1962
(2) "Vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova..."  (San Paolo, Col 3, 9-11)