Tuesday, September 30, 2008

IL PUNTO


E' più condizionante un circolo virtuoso o vizioso?
Verrebbe da dire il primo, così di primo acchito. Eppure a volte é il secondo, quando le cose sgradevoli si susseguono, a far precipitare la tua esistenza quotidiana in una sorta di baratro dal quale ti sembra poi impossibile trovare la forza di uscire.
Accade così che alla fine della giornata prevalga il pessimismo, la sensazione d'aver perso di vista il vero significato di ciò che ti accade.
E' sufficiente che le circostanze abbiano sconfitto il tuo senso di responsabilità, il tuo desiderio di far bene la tua parte, di tenere fisso lo sguardo sulla tua coscienza. E' sufficiente che la situazione sia difficile, che qualcuno ti abbia seriamente ostacolato, che tu abbia trovato dei nemici sul cammino.

Ieri sera stavo così, una volta giunto a casa dal lavoro, con questo sguardo di fallito su di me. Allora, per un attimo, ho provato a perdere tutto me stesso, a perdere quello sguardo senza senso, per caricarmi di un altro modo di vedere e rivolgermi così, in questo modo nuovo, a mia moglie, cioé a colei che un disegno provvidenziale ha posto sul mio cammino (volete sapere cos'é un disegno provvidenziale? Allora provate a leggere questo post: http://amicidisimone.blogspot.com/2008/09/kevin-che-vive-peoria-illinois.html )
E le ho chiesto: "Ma tu come fai quando ti senti così? E' sufficiente per te porre tutta l'attenzione sul fare bene la tua parte, fino in fondo, anche quando tutto sembra così difficile?"
Lei mi ha detto: "Sì, é sufficiente, ma non basta: il punto é un altro. Il punto é che tu non ti senti guardato. Se tu ti sentissi davvero guardato da un Altro, smetteresti di stare a pensare a chi ti sta intorno, alle cose che non vanno e ti metteresti ad agire guardando solo Lui. Prova a pensare se lì con te, al lavoro, ci fosse Chiara (Chiara Lubich, nda): tu ti metteresti a guardare lei, ti sentiresti guardato e cominceresti a fare le cose in maniera diversa"


Mentre mia moglie mi parlava, ad un dato punto mi é parso di vederla commuoversi. Forse era solo un'impressione o forse era anche lei presa da uno sguardo, quello di un padre quale le é sempre stato Don Giussani.
Quello che é certo é che ho fatto una bella fatica a nasconderla io, invece, la mia commozione.
E mentre lei parlava, mi é tornato in mente lo sguardo di Rose su Vicky, quello che lei ci ha raccontato quest'estate al Meeting di Rimini : “Trovavo la forza nel suo sguardo. Se Rose mi guarda in questo modo, pensavo, come sarà lo sguardo di Dio? Poi ho capito che nel volto di Rose stavo guardando quello di Dio”.

Quando passi momenti così, l'esperienza che incontri é molto più di uno sguardo: diventa abbraccio. E non può che essere così, perché é la percezione dell'agire di Colui che, unico al mondo, sia capace di farti sentire veramente amato.
E' per questo che all'indomani sento rifiorire la speranza, negli stessi luoghi e di fronte alle stesse facce dove tutto, all'apparenza, sembra non essere cambiato.
Il fatto é che, con un vedere così, tutto é tornato ad essere un dono.


Friday, September 26, 2008

FERITE






Le ferite degli altri non fanno altro che interrogarmi, in continuazione.
Come questo video - Everybody Hurts, dei REM - dove i pensieri di ogni singolo protagonista inquadrato sembrano squarci su esistenze intrise di dubbio e di dolore.
Ma sono soprattutto le ferite che incontro dalla mattina alla sera, in ospedale, in questo mestiere che non fa altro che metterti continuamente di fronte al limite. Quello del paziente e della sua malattia, ma anche il tuo, nel ritrovarti lì, insieme a lui, in quella terra di frontiera - terra desertica e bruciata - dove ognuno desidera trovare risposte che risolvano la propria domanda di felicità.

Il video dei REM fornisce immagini dove ti sembra di trovare via d'uscita, attraverso quell'incedere progressivo e nella sua soluzione finale, con quegli uomini e donne che si ritrovano tutti insieme, quasi a condividere un cammino.
E' già un traguardo, ma rischia di non bastare, c'é bisogno di più. E' necessario che quella ferita cessi d'essere fastidio, di apparire scomoda, di suscitare desiderio di fuga e misconoscimento della realtà.
Solo nel momento in cui essa diviene benedizione dentro la tua vita, qualcosa può finalmente cominciare a girare per il verso giusto.
Sembra uno scandalo voler definire il dolore così, eppure, a fronte di un mondo che invece lo censura, ti accorgi sempre più che rappresenta parte di un percorso vitale, che risponde cioé realmente al tuo desiderio più profondo di felicità.

Gli amici aiutano sempre quando sei alla ricerca di soluzioni ed anche la canzone dei REM si muove nella stessa direzione, con lo stesso desiderio. Ma gli amici veri non sono quelli che ti tolgono di mezzo i guai: sono quelli, invece, che ti aiutano a scoprire il vero significato di ciò che ti accade.
Quello di questo libro é uno di quegli amici e da lui sto imparando molte cose.
A vedere, per esempio, con occhi nuovi proprio quella scomoda, inattesa, inesplicabile ferita: la ferita dell'altro.

"(...) prima o poi ogni persona fa un'esperienza che segna l'inizio della sua maturità: capisce nella propria carne e intelligenza che, se vuole sperimentare la benedizione legata al rapporto con l'altro, deve accettarne la ferita.
Comprende cioé che non c'é vita buona senza passare attraverso il territorio buio e pericoloso dell'altro e che qualunque via di fuga da questo combattimento e da questa agonia conduce inevitabilmente ad una vita umana senza gioia"

(Luigino Bruni)



Luigino Bruni - La Ferita dell'altro - editrice Il Margine

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Thursday, September 18, 2008

HONEST WITH ME


"To be outside the law, you must be honest"
(Bob Dylan)

La situazione si era fatta francamente imbarazzante.
Perché, insomma, dopo tre o quattro canzoni, già non ce la facevo più.
E sì che dopo i suoi sguardi ammiccanti a quella bionda in prima fila, distante solo pochi passi da me, l'uomo sembrava decisamente galvanizzato e messo nelle condizioni migliori per tirar fuori un grande show.
E invece no, il concerto stava diventando francamente noioso.
Come se non bastasse, poi, quella sgradevole sensazione stava drammaticamente sostituendo l'ebbrezza del trovarmi per la prima volta lì davanti, cinque, dieci metri al massimo da colui che non avevo mai smesso di seguire nei suoi shows, fin da quando - il lontano 1984 - l'avevo visto la prima volta a San Siro.
Macché, questa volta Bob Dylan mi stava profondamente deludendo e dopo un po', se il bar non fosse stato troppo lontano, sarei proprio corso lì, ad annegare i dispiaceri in una bella birra.


Cosa c'é che non va nei concerti di Bob Dylan oggi?
Cosa non funziona nel suo riproporsi senza tregua, in un neverending tour che ormai prosegue senza soluzione di continuità esattamente da vent'anni?
Tante cose. La voce logorata, ad esempio, ma non solo. Anche il suo attuale defilarsi dietro alle tastiere (suonate male) e, abbandonata la chitarra, quel suo porsi di lato, quasi a sfuggire lo sguardo diretto del pubblico. E poi una band apparentemente inadeguata, che sembra avere un basso tasso tecnico, ma che é volutamente fatta suonare in un certo modo, così che tutto assume le sembianze di un funk-blues, che rende le canzoni tutte uguali.
Canzoni, poi, che, pur variando un poco la scaletta da un concerto all'altro, appaiono sempre più ripetitive, a fronte di un repertorio che, invece, potrebbe essere tra i più vasti in assoluto nel rock.
Non é un caso se, nel sito italiano di Bob Dylan per eccellenza - Maggie's Farm - si é aperto un dibattito che qualche tempo fa sarebbe parso impensabile: "Dylan pro e contro".


Qualcuno va anche oltre, nelle critiche al buon vecchio Bob, sostendendo che la vena compositiva si sia ormai inevitabilmente affievolita. Ed effettivamente c'è da dire che le pubblicazioni di materiale live od inedito pregresso (le Bootleg Series, di cui é imminente l'uscita del nuovo Tell Tale Signs) appaiono francamente più esaltanti degli ultimi album in studio, Love & Theft e Modern Times.
Eppure, sull'ultimo disco - Modern Times - c'é Ain't Talkin', una canzone spesso proposta dal vivo e che personalmente non può lasciarmi indifferente, al punto da avere ispirato il titolo di questo blog.
Una ballata lenta ed avvolgente, dotata di una musicalità scarna, essenziale, ma terribilmente incisiva; un incedere quieto ed intenso allo stesso tempo. L'anima di chi scrive ha sofferto (heart burnin', still yearnin'), é stanca, e non parla, ma cammina solamente. Quello che viene descritto e attraversato é uno stanco mondo di dolore (just walkin' through this weary world of woe), con ponti che bruciano prima che tu possa raggiungerli (I'll burn that bridge before you can cross). C'é un pianto che consuma (Now I'm all worn down by weeping) ed é un mondo cinico e crudele (danzeranno sulle tue disgrazie quando sarai a terra), ma forse la speranza é destinata a non morire: "il fuoco é scomparso ma la luce non muore/ chi lo dice che non otterrò l'aiuto dal cielo?". Quell'anima non é sterile e si fa capace di chiedere ancora: "dicono che la preghiera abbia il potere di guarire/ perciò prega per me, madre/ nel cuore dell'uomo può albergare uno spirito malvagio/ sto provando ad amare il prossimo e far del bene/ma, oh madre, le cose non vanno così bene".
Quando ascolto questa canzone non riesco a non pensare ad un'anima mendicante. Cioé a qualcuno che non rinuncia all'idea della bellezza di un destino, ma che ora che ha sofferto percepisce che questa non risiede nelle proprie mani perché, oltre che desiderata, va richiesta.
E per me la mendicanza per eccellenza é quella che descrisse un giorno don Giussani, quella a cui forse, inconsapevolmente, tende anche quell'anima che non parla, ma cammina solamente :
"il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia é il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo"



Il mio amico Paolo Vites sostiene che una possibile chiave di lettura della perseveranza del neverending tour di Dylan, coi ritmi e nelle condizioni attuali, possa essere il suo desiderio d'andare dietro al destino, costi quel costi.
Penso che abbia ragione, che possa essere proprio così.
Nel corso dell'intervista all'interno del programma "60 minutes" della CBS, Ed Bradley chiede a Dylan "perché lo fai? perché sei ancora in giro?". "Torniamo al discorso del destino", gli risponde Bob: "Ho fatto una specie di patto di ferro col destino... sai, un sacco di tempo fa".
Una ragione, dunque, uno scopo. Né più né meno quanto raccontò al giornalista di Playboy trent'anni fa, che gli chiese perché stesse facendo quello che stava facendo: "Devi avere uno scopo. Devi credere di poter passare attraverso i muri. Senza quella fede non riuscirai a diventare un cantante rock o un cantante pop o folk-rock davvero bravo, e neppure un bravo avvocato. O un dottore. Devi sapere che stai facendo ciò che stai facendo"
Un Dylan che va sempre dritto per la sua strada, noncurante di tutto e di tutti. In fin dei conti ha sempre fatto così. Racconta, alla fine di Chronicles - che già all'inizio della sua carriera, l'attitudine era quella d'imboccare strade apparentemente scomode ed incerte: "(...) la strada si stava facendo pericolosa e io non sapevo dove portava, ma la seguii ugualmente. Laggiù, più avanti, uno strano mondo stava per svelarsi, un mondo tuonante, dagli spigoli taglienti come fulmini. Molti non lo capirono e non l'avrebbero mai capito. Io ci entrai senza esitare".
Forse é perché Dylan é così che, nonostante tutto, non perderò mai del tutto la voglia di andarlo a sentire in un concerto. E sfidare così la sua strafottenza, la poca umiltà, ma rimanendo affezionato a quella strana ed imbarazzante cocciutaggine ed onestà di fondo. Dylan continua ad essere "Honest with me", una canzone spesso in scaletta nei concerti ed altrettanto spesso noiosa.
Ma, onestamente, Bob, ho deciso di seguirti lo stesso, fino alla fine: sai com'é, questa questione del Destino interessa anche me. Costi quel che costi.

Sunday, September 14, 2008

CARA BELTA'



"There's a beauty in the silver singing river, there's beauty in the sunrise in the sky, but none of these and nothing else can match the beauty, that I remember in my true love's eyes"
(Bob Dylan)

C'è un groviglio di palazzi che cresce sempre più, vicino ad Assago, alle porte di Milano.
Amici che hanno visto i progetti affermano che il risultato finale dei lavori sia bello. Li ha disegnati, pare, un famoso architetto olandese. Sarà. Sta di fatto che quando ci passo di fianco in autostrada a me non é che piacciano un granché.
Forse perché il concetto di bellezza che ho in mente ha a che fare con qualcosa di diverso.
Come un fiore, o un filo d'erba, o le guglie di una cattedrale. Magari intraviste da lontano, tra gli alberi e l'orizzonte della strada, quando le prime case dell'abitato non si vedono ancora. Doveva succedere così, credo, ai cavalieri di un tempo, quando percorrevano le loro vie e scorgevano la chiesa. E dubito che provassero il disagio che l'uomo d'oggi si sente addosso quando osserva il paesaggio metropolitano.
Le cattedrali, una volta, le costruivano anche con il contributo della gente. Tutti ci mettevano del proprio, anche pochi denari, ma l'importante era far parte di quell'opera. Anche il duomo di Milano fu eretto in questo modo (1). Non solo grazie a questo, certamente, ma quel che é certo é che ciascuno sentiva anche qualcosa di sé quando la chiesa era finalmente finita. Ed erano capolavori di architetti e lavori complessi, né più ne meno come oggi, ma capaci, quelli sì, di far sentire cielo e terra più vicini.


Il fatto é che c'é bisogno sempre più di bellezza, un'armonia che il mondo d'oggi sembra non cercare più, preda di nevrosi tecnologiche e d'idoli sempre più sofisticati.
Idoli di cui papa Benedetto ha parlato a Parigi (2), alle 260.000 persone convenute per la Messa e cui ha contrapposto, davanti alle innumerevoli fiaccole portate dai fedeli, l'essere luce, che poi vuol dire chiedere, cercare ed allo stesso tempo essere Bellezza: "questo gesto riassume da solo la nostra condizione di cristiani in cammino. Abbiamo bisogno di luce e nello stesso tempo siamo chiamati a divenire luce".
E di luce e di bellezza doveva essercene parecchia ieri, all'esplanade des Invalides.


Bellezza, tante volte, é la luce del mattino, prima che tutto cominci a correre e ad urlare.
A volte mi sorprendo a guardare l'alba alla finestra, dopo una notte di corse, di guardia all'ospedale, quando tutto sembra finalmente quietarsi ed anche il dolore lascia un po' di tregua, consentendo al mattino di farsi strada un'altra volta.
Quella luce del mattino assomiglia, a volte, a quella del tramonto.
Luce crepuscolare, che pare un suono, così che quella miriade di luci e di colori sembrano infinite note che compongono una melodia.
E' il jingle jangle morning, quello che sento attraversare la mia pelle, quel suono mercuriale e selvaggio, di cui Bob Dylan parlò una volta (3). Un suono della strada, una musica che, come per Dylan, anch'essa "filtra in me con l'esplodere dell'alba".
Non sono suoni né luci come tutti gli altri : "(...) E' il suono delle strade con i raggi del sole, il sole che splende in certe ore particolari... un particolare tipo di persone che camminano lungo un particolare tipo di strada. Un suono che vaga fino alle finestre aperte, che tu puoi sentire. Il suono delle campane e i treni di una ferrovia lontana e le chiacchiere negli appartamenti e il tintinnio dell'argenteria, i coltelli, le forchette e lo schioccare delle cinghie di cuoio... Sì, nessun carpentiere suona, nessun aeroplano suona. Solo tutto quello che é abbastanza naturale suona, sai, l'acqua che fluisce in un ruscello." (4)
Un'altra forma di Bellezza, anche questa.


Mettersi in macchina al mattino, dopo notti di guardia così, o all'inizio di giornate partite invece svogliatamente, é comunque imbattersi violentemente col tuo personalissimo desiderio del bello.
E questo, invariabilmente, finisce per diventare un Tu.
Quel Tu a cui affidare tutto ciò a cui tieni. E quel Tu a cui ti rivolgi, nel momento in cui hai drammaticamente sperimentato la tua incapacità.
Quando Bob Dylan incontra quello strano personaggio - un vecchietto di nome Sun Pie - nelle campagne vicino a New Orleans - si sente domandare: "Lei é uno che prega, vero? Per che cosa prega? Prega per il mondo?". "Non ci avevo mai pensato a pregare per il mondo", gli risponde Dylan e aggiunge: "Io prego per diventare una persona migliore" (5).
Cercate ciò che é vero, diventate luce, ha detto il Papa.
Ma, per quanto ci sforziamo, non siamo capaci di farci da soli, né da soli di cambiare.
Abbiamo tutti, per fortuna, un benedetto bisogno: quello di un Tu.

Note:
Cara Beltà é naturalmente il titolo di una poesia di Leopardi ed é anche quello di un libro di Luigi Giussani. Non posso pensare a cosa significhi la bellezza nella mia vita ignorando maestri che hanno fatto tanto per illuminarne la strada.
(1) "meglio ancora che encomio, é dovuta riconoscente ammirazione a quei nostri maggiori, che con tanta generosità concorsero a fornire i mezzi per la gigantesca costruzione. Senza differenza di classe, tutti accorrevano a portare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe" (tratto dagli Annali della fabbrica del Duomo)
(2) "il mondo contemporaneo non si é forse creato i propri idoli? Non ha forse imitato i pagani dell'antichità, distogliendo l'uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente in Dio?" (dall'omelia di Benedetto XVI, durante la Messa all'esplanade des Invalides)
(3) Nell'intervista di Ron Rosenbaum - Playboy Interview Bob Dylan - A Candid Convesation - pubblicata su Playboy nel marzo 1978, Dylan disse ad un certo punto: "Ho quasi raggiunto la musica che immagino nell'album Blonde On Blonde: un suono sottile, mercuriale e selvaggio. Metallico e lucente, con tutto ciò che evocano queste parole. Quello é il mio vero suono."
(4) ibid.
(5) tratto da: Bob Dylan, Chronicles, vol.1, ed. Feltrinelli

Wednesday, September 10, 2008

UN NUOVO INIZIO


"Allora, é più di una settimana che non pubblichi niente sul tuo blog! Come mai? Guarda che io, ogni fine settimana, controllo...".
La domanda del collega mi coglie di sorpresa, mentre sorseggio il cappuccio al mattino, ancora mezzo addormentato, al bar dell'ospedale.
Sorrido compiaciuto: ci sono amici che ti seguono sempre da vicino.
Ma é solo un attimo, perché l'affezione si mischia all'orgoglio e allora voglio scacciarlo via subito - troppo pericoloso! - così mi nascondo e gli rispondo, scherzando: "e tu quand'é che metti di nuovo un commento? E' un sacco di tempo che non lo fai più! Guarda che va bene qualsiasi cosa tu scriva: al massimo ti censuro!".

Già, scrivere qualcosa di nuovo, anche oggi, dopo la Bellezza di un'esperienza, quale quella del Meeting é stata. Ma questo non é un quotidiano e non devo fare l'editoriale ad ogni costo, cosa che poi, in fondo, non interesserebbe a nessuno. E' un giornale di bordo dell'anima, invece, questo sì e mi aiuta, ogni volta, a mettermi in rapporto con Lui, colui che move il sole e l'altre stelle, un Tu che regge e rende sostenibile ogni attimo del mio quotidiano, così poco eroico, così terribilmente ordinario (ma era necessario che il quotidiano divenisse eroico e l'eroico diventasse quotidiano, non é vero?)
E poi, ogni volta che passo di qui, dal diario di bordo, vorrei prima aver vissuto.
Perché quel che scrivo non siano pensieri inutili, pronti a volar via nel tempo, ma un'esperienza.
Allora sì che, forse, potrebbero rischiare d'interessar qualcuno, chiunque passi di qua per condividere; qualcuno che usi questo strumento per scoprire d'aver voglia, anche lui, di parlare con quel Tu, di scoprire che l'aspetta sempre, che é pronto lì ad ascoltare, in qualsiasi momento.

E allora, caro amico e collega, eccoti accontentato: anche oggi, alla fine, ho scritto qualcosa.
Che cosa? Non lo so, nulla, forse, a voler ben vedere.
Ma posso terminare con un augurio, augurio d'inizio anno, se l'anno, come pensiamo in molti, comincia con il mese di settembre.
E siccome ogni inizio - guarda un po' - cade spesso al lunedì, ecco una frase che amo molto e che ad ogni inizio rende nuovo il cominciare. La metto qui, molti l'avranno già sentita; ma anche chi la conosce non può non sapere quant'è vera, soprattutto se vissuta insieme:

"la giornata più bella della settimana é il lunedì, perché il lunedì si riinizia, si riinizia il cammino, il disegno, si riinizia l'attuazione della bellezza, della affezione"
(Luigi Giussani)

Sunday, August 31, 2008

CARTOLINE DAL MEETING


"Il Meeting vuole ribadire che solo Cristo può svelare all'uomo la sua vera dignità e comunicargli l'autentico senso della sua esistenza... Ecco dunque il protagonismo... ci vuole suoi collaboratori per la realizzazione del suo regno"
(dal messaggio di Benedetto XVI per la
XXIX edizione del Meeting per l'amicizia tra i popoli)

Paesaggi
Mia moglie ed i figli sonnecchiano, mentre la macchina scorre via veloce lungo l'autostrada.
Non è facile lasciarsi alle spalle i paesaggi della Liguria, ma c’è un orizzonte alla fine della strada e che scaccia la malinconia. Rimini mi attende ed io ripenso agli ultimi istanti del Meeting dello scorso anno. “Incontrare un’esperienza”: era questo il titolo che avevo dato ai miei ricordi una volta giunto a casa. Ora, mentre il mare si avvicina di nuovo, mi accorgo che questo è il paesaggio che attendo, più desiderato del riposo e degli scenari, pur così belli, che ho incontrato sinora.
E’ un’esperienza, sempre nuova e affascinante, che mi aspetta ancora. Ed è questo che il cuore cerca con ansia; Rimini richiama a sé protagonisti ed io non voglio mancare a quest’appuntamento.

Volti
I volti sono la prima cosa che incontro qui.
Volti attesi, come quelli degli amici, tanti amici, che sapevo d'incontrare. Ma anche volti inattesi, di persone incrociate per caso e così per caso entrate in rapporto con te, così che poi ti accorgi che il caso, forse, non c’entra proprio nulla. E poi volti di amici nuovi, come quelli di Factum, Fiordicactus, Giorgetto Rock. E qui il miracolo, una volta ancora, accade. Perché è gente che conosci da un attimo, ma che senti già legata a te come fratelli. Allora guardi meglio quei volti e ti accorgi del perché ti senti così abbracciato da loro. E’ un perché che chiami sguardo, e quella pienezza che cogli è il sentirti guardato da un Altro. Un Altro dietro a quel vedere e dietro a quell'abbraccio e quando alla fine arrivi a sera, ti accorgi che non hai bisogno di nulla di diverso per essere davvero felice.


Dolori e follie
La sala dell’incontro è già piena. Migliaia di persone, ma c'é ancora una marea che aspetta là fuori. I maxischermi del Meeting aiutano però, e così mi ritrovo in mezzo ad altre centinaia ancora, che si piazzano ovunque ci sia posto. C’è Rose, responsabile del Meeting Point International di Kampala (che si occupa della cura dei malati di AIDS) e c'é Vicky, ugandese anche lei; e poi Marguerite Barankitse, l' "angelo del Burundi". Tre donne nere e nessun uomo, nessun bianco: il palco è tutto loro e loro vanno giù duro, senza sconti. Parlano di dolore e di resurrezione. Comincia Marguerite, che ha visto sterminare più di settanta persone della sua famiglia, nell’atroce guerra tra tutsi ed hutu. Ma non si é arresa ed oggi dirige un centro dove salva profughi ed accoglie bambini, a migliaia. E ti racconta di come lei, che si chiedeva dove fosse finito Dio in quell'inferno della guerra, ha ricominciato a vederlo negli occhi di bimbi ancora capaci di ballare, capaci di rispondere a chi, come lei, ha creduto ad una pazzia, alla "follia dell'amore", come la chiama lei.
Vicky è malata di AIDS e con lei si ammala il suo terzo figlio. Il responsabile, il marito, l’ha abbandonata da tempo, dopo che si è rifiutata di abortire quel bambino. Quando, nella miseria e nella malattia, incontra Rose, non crede più a nulla, tanto meno in se stessa. Ma Rose pone su di lei uno sguardo, non si dà pace e la insegue continuamente. Le dice: “Vicky, tu hai un valore e questo valore é più grande della malattia”. E Vicky, per la prima volta si sente guardata: “Trovavo la forza nel suo sguardo. Se Rose mi guarda in questo modo, pensavo, come sarà lo sguardo di Dio? Poi ho capito che nel volto di Rose stavo guardando quello di Dio”. Fai fatica a trattenere le lacrime, una fatica immensa, ma poi ti lasci andare, a vedere quella malata che parla di miracoli d'amore. E lo chiama proprio così, miracolo: “Sappiamo di Lazzaro, che é resuscitato tanto tempo fa. Se non avete visto un miracolo, eccolo, sono qua!" E poi aggiunge: "Ecco perché sono schiava di questo Movimento, che mi accompagna verso il mio destino e mi ha aiutato a riacquistare la speranza".
E’ l’ultima arrivata in quel popolo che è il Movimento fondato da don Giussani, ma oggi da quel palco è divenuta maestra per tutti noi.


La mia forza si manifesta nella debolezza
Non riesci ad immaginare un volto che ti rappresenti l'umiltà, finché non incontri padre Aldo Trento.
La sua testimonianza é inserita nella serie d'incontri "Si può vivere così", la stessa sede in cui Vicky e Marguerite hanno raccontato di loro. E quando don Aldo racconta, il Meeting, ancora una volta, si ferma e si stringe intorno a lui. Colui che oggi é parroco ad Asuncion, in Paraguay e dirige una clinica per malati terminali, é un uomo che é passato attraverso l'angoscia della depressione; e che quando si é sentito svuotato di tutto, nella sfiducia più totale verso se stesso, é stato travolto da uno sguardo, quello di Don Giussani. Lui lo prende su, lo porta con sé in vacanza, lo ama da vicino, giorno dopo giorno. Poi, ad un certo punto, gli dice vai, sei pronto, "ora é tempo che parti per la tua missione". E lui, sbalordito: "ma dove vado, cosa annuncio, io che ho solo voglia di essere morto?" "Io mi fido di te" e così parte, si fida anche lui. Ed oggi, dentro quella fiducia nel disegno di un Altro, ecco i risultati, che hanno radici dentro l'umiltà, uno sguardo quasi sempre rivolto verso il basso mentre parla. E la commozione piomba ancora una volta in mezzo al Meeting, mentre gli applausi sembrano non terminare mai.


Libertà va cercando
Cartoline dal Meeting le puoi spedire da ogni mostra che incontri qui, una più bella dell'altra.
"Libertà va cercando, ch'é sì cara. Vigilando redimere" é quella che scelgo per fare memoria di un avvenimento.
Storie di apparente follia. Storie cioé di un'amicizia tra detenuti e volontari, ma anche di guardie carcerarie che, invece che andare in ferie, vi rinunciano e vengono a lavorare qui, rendendo possibile la presenza dei detenuti, che diventano protagonisti e guide della mostra. Storie di ritrovata dignità, dentro la coscienza del proprio male, la possibilità di ritrovare un lavoro dentro il carcere e soprattutto la fiducia in se stessi, la prima cosa che perdi in carcere. Ergastolani, anche, eppure liberi, perché percorrendo la mostra con loro scopri attonito che a te, che di sbarre intorno non ne hai, quell'amicizia testimoniata si fa capace d'insegnarti cos'é la libertà.
E quando vedi il sorriso di Vicky, venuta anche lei a visitare ciò che c'é qui, intrecciato a quello di uno dei detenuti, capisci che queste persone, oggi, sono prigioniere solo di un Amore più grande, che le ha rapite una volta per tutte. E' così che esci dalla mostra ancora stupito, chiedendo di lasciarti conquistare anche tu, da una Bellezza che vuole dolcemente e prepotentemente entrare anche nella tua vita.


Protagonisti
Cosa vuol dire essere protagonisti?
Davide Van De Sfroos (autore di uno splendido concerto, la serata conclusiva) non risponde in definitiva alla domanda apparentemente ingenua, che quel ragazzo gli pone durante l'intervista che l'amico Paolo Vites conduce davanti al popolo del Meeting; un ragazzo giovane, musicista anche lui, che gli racconta di come quell'eccitante sensazione che ti sembra di raggiungere sul palco, diventa come un pugno di mosche in mano, un attimo dopo che il concerto é finito. Come a dire che ciò che ti dà pienezza, il senso ultimo della soddisfazione e della propria personale realizzazione, forse sta da qualche altra parte.
Rose, Marguerite e Vicky sono protagoniste. Don Aldo Trento in Paraguay e Rosetta Brambilla in Brasile lo sono. I malati la cui vita sembra non avere dignità, raccontati nella mostra di Medicina e Persona e quei detenuti che abbiamo incontrato: anche loro lo sono.
Protagonismo é, forse, cogliere sino in fondo la grandezza del tuo limite e, nel momento stesso in cui ti sei finalmente liberato da esso, quando questo non ti schiaccia più, é lo scoprire che libertà é lasciarsi plasmare, dare la possibilità ad un Altro di usare tutta la tua umanità per compiere le cose grandi che altrimenti né Dio né gli uomini, presi singolarmente avrebbero mai potuto realizzare.
E' la possibilità per ciascuno di noi di diventare quelle persone di cui parla il comunicato finale del Meeting: "persone appassionate alla propria umanità, che nell'incontro cristiano hanno trovato la risposta al bisogno infinito del loro cuore e sono diventate, perciò, protagoniste".



Musica
Musica al Meeting non é solo la riuscitissima serata finale con Davide Van De Sfroos, galvanizzato dal clima e dall'accoglienza che gli é stata riservata.
E' anche la baldanza dell'amico Giorgetto Rock, che con un semplice cd per bambini - "Ciò che c'è", composto insieme a Stefano Del Testa - ti rapisce e ti fa capire che solo se parti da ciò che c'é, appunto, apri la porta alla Bellezza e le consenti di entrare anche nella tua vita.
Quella stessa bellezza che gli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, insieme ad altri, descrivono tra le righe delle canzoni che hanno fatto grande il rock ed allora anche la presentazione di un libro ("Help! Il grido del Rock") diventa utile allo scopo.
Musica al Meeting, infine, é ubriacarsi di una sana allegria, quando la band della Fraternità sacerdotale San Carlo sale sul palco, davanti ad un buon migliaio di persone e travolge tutti passando con disinvoltura dallo swing alle canzoni dei Blues Brothers. Quando poi un sacerdote, che di solito se ne sta in Siberia, salta su in bermuda e maglietta arancioni e si mette a ballare e cantare in maniera irresistibile, capisci quanto sia lontana la tristezza dalla vita di chi ha deciso di scegliere Cristo come l'unico tutto della propria vita.





Francobolli
Un francobollo è qualcosa che consente a una cartolina e ad uno scritto - un pezzo del tuo cuore - di giungere a casa. E’ importante e necessario che vi arrivi, perché quello che hai vissuto e che vorresti raccontare agli altri non rimanga come lettera morta, proprio lì dove è nato.
Tutto quello che ho ascoltato e vissuto al Meeting, per quanto bello, non conta nulla se non s’incarna nella vita di ogni giorno. Se in questi giorni tu stesso hai vissuto da protagonista, se sei stato colpito e affascinato dallo sguardo di un Altro, uno che ti ha scelto ed ha reso la tua esperienza unica e irripetibile, allora tutto questo deve arrivare a casa. E da lì deve uscire di nuovo, nuovi francobolli da attaccare, perché quell’aria si respiri in ogni dove: in famiglia ed al lavoro, tra gli amici ed in mezzo ai passanti.
La vita riprende: è una quotidianità che non ti schiaccia, anzi ti affascina, ti rapisce di nuovo, come se per ogni cosa fosse la prima volta.

E allora, proprio alla fine, quando alla sera volgi lo sguardo indietro e mille pensieri e ricordi affollano la tua mente, quando, poco prima di addormentarti, il tuo cuore si rivolge finalmente a Colui che l'ha fatto a propria immagine e somiglianza, ti accorgi - ora sì - che sei davvero felice.
E di come é bello - una volta ancora - tornare a casa.

Friday, August 15, 2008

PROTAGONISTI




Eccoti lì, a ripetere per l'ennesima volta ai tuoi figli parole, raccomandazioni, cose che hanno a che fare con quel compito impossibile che tu chiami "educazione"; e quante volte ti pare non ti ascoltino, cosicché il sentimento dominante che cresce in te è lo scoraggiamento e l'apparente inutilità di quel gesto. 
E' solo perché, in quegli istanti, la tua fede - che nel linguaggio umano significa fiducia - viene inesorabilmente meno.  
E perché ti sfugge di come sia parte dell'inesorabile destino del nostro vivere l'importanza del richiamarsi continuamente a ciò che é bello e giusto e di come non sia mai inutile insistere su questo, affinché l'entusiasmo e lo stupore non vengano mai meno.  

Come é bello guardare poi a Maria, che, perfezione del modello di madre, non perde mai uno sguardo che é tutto fiducia e tutto amore.
Pensando a lei, nel giorno della festa dell'Assunta, penso anche alla voglia di ridiventare protagonista, nella vita di ogni attimo e dentro il disegno di un Altro, che regge anche ciò che sembra impossibile o troppo duro.

Protagonista o nessuno, perché diversamente il fascino della vita viene meno.
E "protagonisti o nessuno" é il titolo del Meeting di Rimini: un gran bel titolo - basta leggere l'introduzione al tema - e un bell'appuntamento, ancora una volta.
Anche quest'anno, allora, non me lo voglio di perdere.
Con qualcuno di noi, ci si vede là. 
Con tutti gli altri, ripassate da qui: vi racconterò.

"il titolo del Meeting 2008 vuole riflettere sul concetto di persona, ponendo innanzitutto una sfida e al tempo stesso una provocazione alla mentalità dominante: "Chi é il protagonista oggi?" Il protagonista é un moderno divo che ricerca nella propria illusoria autonomia, nella rescissione da ogni legame, la propria felicità, rischiando l'inevitabile omologazione che gli deriva da un effimero successo mondano? Oppure il protagonista é un uomo stupito che fa la scoperta commovente dell'unicità e dell'irripetibilità che caratterizzano il proprio volto e che, in virtù di questo riconoscimento, é in rapporto con il proprio destino dentro alla realtà di ogni giorno? Questo é quello che intendiamo mettere a tema e proporre a relatori, ospiti e al nostro pubblico, nel corso del prossimo Meeting"
(dall'introduzione al tema del Meeting 2008)


Friday, August 01, 2008

SORRISI



Un ultimo pensiero ed un po' di musica, prima di lasciare riposare il blog durante la calura estiva.

La musica la trovate in fondo al post: basta schiacciare play sulla cassetta (grazie Giova!), uno di quegli oggetti pieni di fascino che i files mp3 hanno spazzato via per sempre; meno male che almeno il vinile sembra non essere ancora sparito del tutto.

Il pensiero, invece, ha il vestito di un sorriso, quello di cui parla Maria Voce, la nuova presidente del Movimento dei Focolari, eletta lo scorso 7 luglio.
E' una risposta tratta da una recente intervista pubblicata da Avvenire e parla di un volto e di un abito, che chi ha deciso di seguire Chiara Lubich, nella vita di ogni giorno, tenta d'indossare ogni mattina.
Il cielo sa quanto, in questo mondo sempre più distante, ci sia bisogno d'incontare sorrisi così.

Buona estate, a tutti coloro che passeranno da qui.

"Sentendola, si é colpiti dal suo sorriso che si ritrova sul volto di tanti focolarini. Da dove nasce?"
"In certi momenti, il sorriso può nascere da una simpatia, e questo lo fanno tutti, ma la radice più profonda di questo sorriso sta nella scelta che abbiamo fatto: Gesù, come nostro sposo, nel momento culmine del dolore e dell'amore. Averlo scelto come sposo significa rivivere l'abbandono sulla croce di Cristo che, abbandonato dal Padre non si é disperato, ma si é abbandonato al Padre: "Padre, nelle tue mani abbandono il mio spirito". Qualsiasi dolore ci colpisca, noi diciamo, o almeno cerchiamo di dire, perché non é sempre facile: "Sei tu. Ti ho scelto, ti volevo e ti ho trovato. Dunque faccio festa a te". Il sorriso fiorisce per la festa a Lui. Non si tratta di essere contenti del dolore, ma siamo felici dell'incontro con Lui, che, attraverso il dolore si affina, si fa soprannaturale. E questo ci dà gioia."




Mixwit


Tuesday, July 29, 2008

APERTO PER FERIE


"queste sono le vacanze: che uno scopra il Mistero riscoprendo Lui all'opera tra noi.
Per cui il compito che ci diamo per queste vacanze é che a settembre, quando ci ritroviamo, ci dobbiamo raccontare fatti, cose che ci sono capitate e che ci hanno fatto sorprendere di Lui all'opera"
(Julian Carron)

"Ti dò un consiglio da amico, anche se non sei un amico": beh, devo confessare che, a distanza di tanti anni, l'inizio del discorso che quel collega mi aveva rivolto, dopo pochi giorni che avevo iniziato a lavorare in ospedale, me lo ricordo ancora bene.
Perché, francamente, non é che fosse un bel modo d'iniziare un rapporto, anche solo di conoscenza reciproca.
Così anche oggi, quando sento qualcuno sul lavoro che ti dice che la vita ed i rapporti veri sono quelli che uno "ha quando é fuori da qui", sinceramente non lo capisco proprio.
La vita o é Vera o non lo é affatto e, se non si tratta del primo caso, mi domando perchè valga la pena d'essere vissuta. Ma sicuramente tutto questo non riguarda il luogo dove ti trovi ed il fatto che tu abbia davanti un paziente o i tuoi figli, tua moglie o gli amici, un collega o l'extracomunitario che ti vuol vendere un asciugamano quando sei sotto l'ombrellone.
Allora anche la vacanza non può e non deve essere un posto dove ci sia la possibilità di essere diversi da se stessi, dove ci si beve il cervello in stupidaggini o dove ci si debba divertire o rilassare ad ogni costo.
E' vero invece che debba essere uno spazio con la stessa dignità degli altri, un pezzo di cammino dove l'andare avanti significa non mollare, perché chi si ferma, in realtà, comincia ad andare indietro. Un luogo che conservi fascino e attrazione, nell'esperienza del vedere "Lui all'opera tra noi".

Per questo, quest'anno, voglio provare ad essere "aperto per ferie", perché il fatto di "sorprendere Lui all'opera" abbia la possibilità di affascinare ancora una volta anche me.
E Dio ama gli umili, capaci di stupirsi: sembra che con il loro aiuto, anche ai tempi d'oggi, sia ancora capace di compiere cose grandi.

Saturday, July 26, 2008

MASCHERE

"I have my Bob Dylan mask on, I'm masquerading,"
(Bob Dylan, Halloween Concert, Philarmonic Hall, NYC,
31 ottobre 1964)

Se c'é uno che nella vita di maschere sembra non averne mai indossate, questi é probabilmente Bob Dylan.
O forse, invece, ne ha indossata una tutta particolare, spesso enigmatica e quasi impenetrabile, e che sostituì un giorno e una volta per tutte il Robert Allen Zimmerman che c'era sotto, come a difenderlo da un mondo esterno troppo spesso complicato: "You may call me Bobby, you may call me Zimmy / You may call me R.J., You may call me Ray / You may call me anything, but no matter what you say" ("Gotta Serve Somebody")
E' indiscutibile comunque che il modo di Bob Dylan di porsi di fronte al pubblico sia sempre stato libero, anticonformista, indipendente dal giudizio altrui. Quando, nel famigerato tour inglese del 1966, uno spettatore lo insulta e gli grida Giuda!, lui prosegue per la sua strada. "I don't believe you!" gli risponde e poi aggiunge "you're a liar" - "sei un bugiardo!" - come dire io sono io e questo é quello che porto sul palco adesso, sei tu che mi vuoi diverso, che vuoi che mantenga la maschera che ti piace di più, quella che possa andare bene ora - il folksinger di protesta - per poi chiedermi un domani d'indossarne un'altra.
Anche gli attuali shows del neverending tour, in fondo, appaiono l'espressione di una forma di libertà d'espressione quasi imbarazzante. Una proposta musicale che appare discutibile, dentro i limiti di una voce logorata, di una band sottotono, di una scaletta musicale troppo ripetitiva, di un entusiasmo dell'artista che appare poco percepibile. Eppure c'é un'onestà di fondo, un proporsi per quel che si é, forse e soprattutto un bisogno esistenziale in quel continuare a percorrere palcoscenici di tutto il mondo al di là del prodotto finale. Non c'é dialogo con chi ha di fronte, o ce n'é poco, certamente, ma non c'é mai una maschera, non c'é inganno. Come la ragazza di Like A Rolling Stone, l'artista sembra più nudo adesso e quindi, paradossalmente più avvicinabile, perché lontano dal mito di se stesso: "When you got nothing, you got nothing to lose / You're invisible now, you got no secrets to conceal".




Ci sono un sacco di artisti, nel mondo del rock - così come nella vita di tutti giorni, del resto - che di maschere sembrano indossarne parecchie.
Maschere di ogni tipo, ad esempio quelle del "tutto esaurito allo stadio", che arrivano perfino al regalare i biglietti del concerto, pur di raggiungere lo scopo.
Ma quello di nascondere se stessi é un vizio comune e, a ben vedere, riguarda tutti quanti, nessuno escluso.
Chi non ha mai indossato una maschera qualunque al mattino? Da mettere su quando non hai voglia e quando ti difendi. Per non rischiare, per la poca voglia di giocarsi fino in fondo di fronte alla realtà.
E' così lungo il cammino dell'uomo verso la vera libertà.


"potremmo anche aver suonato la migliore o la peggiore musica mai scritta, ma questo poco importa, perché quello che conta é che ci sia stato un gesto dove chi ha proposto la sua arte non l'ha fatto per vendere o per farsi applaudire, ma l'ha fatto per comunicare... e chi ha ascoltato era teso e attento a quanto veniva comunicato".

Così scrive Ivano Conti, a proposito della seconda edizione di rdRock, sul forum di Crossing.
Allora ripensando allo show di qualche sera fa, svoltosi al Rosa Antico Club, piccolo locale di Milano, la prima cosa che mi viene da pensare é che lì di maschere, invece, non se ne sono proprio viste.
E questo non solo per la bellezza ed onestà della proposta, una verve compositiva che prende spunto sempre da un'esperienza di vita, ma anche per un qualcosa che percepisci essere relazione.
Relazione col pubblico, perché qui sì che ti importa quello che pensa chi é lì davanti ad ascoltarti. Anzi, proprio perché anche quello diviene esperienza può e deve essere correlato per forza al tuo suonare e raccontare. Ed allora non appare neppure strano il percepire anche - e questo é cosa strana ed inusuale davvero - che i musicisti che si sono alternati sul palco sembrava facessero a gara a mostrare la loro amicizia, quasi più che le canzoni.
Come a dire che c'é un giudizio che emerge da uno stare insieme così e forse un prodotto artistico frutto di un percorso del genere può davvero avere la possibilità di essere fuori dal comune, con molte più probabilità di altre proposte di coniugarsi con il fascino e la bellezza.
Di buona musica - poi - l'altra sera se ne é sentita parecchia, ma questo, ti viene da pensare, é quasi inevitabile, se dentro hai davvero qualcosa da grande.

In questo video, cortesemente messo in rete da Ivano Conti e dal blog di Bomber, ci sono un po' di foto e di canzoni della serata.






Ivano Conti (http://www.myspace.com/ivanoconti)
Giovanni De Cillis & Coil Spring (http://www.coilspring.altervista.org/)
Walter Muto (http://www.waltermuto.it/)
Francesco D'Acri (http://www.myspace.com/frankdacri)

Monday, July 21, 2008

TEARS OF GOD

"L'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano (OMCeO Mi) apprende che i giudici di Corte d'Appello di Milano hanno sentenziato che é possibile sospendere l'alimentazione a Eluana Englaro.
L'OMCeO Mi é cosciente di tutto il dolore vissuto dalla famiglia Englaro in questi lunghi 16 anni di coma di Eluana ed esprime tutta la possibile solidarietà per il terribile dramma.
L'OMCeO Mi é però altrettanto cosciente che, come é già successo per altri casi che hanno toccato le emozioni più profonde degli italiani, il singolo dramma umano é stato usato a pretesto per mettere in discussione principi fondanti la nostra società.
L'OMCeO Mi identifica e riassume questi principi in quello della sacralità della vita a cui viene contrapposto il concetto di qualità di vita. Tutt'altro concetto che, anche dal punto di vista giuridico, trasforma il bene vita in un qualcosa di proprietà dell'individuo o del suo tutore. Un concetto che travolge la stessa idea di società umana, il cui riferimento si sposterebbe dalla relazione tra le persone alle singole persone con le proprie egositiche necessità.
L'OMCeO Mi ritiene che non si può continuare a delegare al pensiero giuridico aspetti che competono ad altre categorie di pensiero che sicuramente vengono prima. Le leggi servono per normare dei principi, non per trasformarli in qualcosa d'altro, in una spirale che la storia ha già dimostrato essere estremamente pericolosa.
L'OMCeO Mi, in conclusione, é molto preoccupata anche per il riflesso che questa sentenza avrà nel contesto del mondo medico, mettendo l'accento, da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, su di una sempre maggiore divergenza tra norme giuridiche e norme deontologiche."

(comunicato ufficiale dell'Ordine dei Medici di Milano, sulla vicenda di Eluana Englaro)


Ho pensato a lungo, in questi giorni, alla vicenda di Eluana.
Ho pensato alla mia vita, alle gioie che possiedo, a come in un attimo le circostanze della vita possano farti sprofondare in un baratro di dolore, senza nessun segnale premonitore.
Ed ho pensato alle due cose più preziose che mi sembra di avere.
L'essere padre e marito: avere una moglie e dei figli.
L'essere medico: avere qualcuno di cui prendermi cura.
E, mentre riflettevo, mi accorgevo che, più passa il tempo, più mi rendo conto che ciò che ho tra le mani non mi appartiene. Sia gli uni che gli altri mi sono affidati, ma non si tratta di qualcosa di mio. E, dentro la coscienza tangibile della mia incapacità e povertà, dentro le righe dritte e storte della mia stessa esistenza, m'importa sempre più farmi compagnia a un Destino, che, anche nelle misteriose piaghe della sofferenza, é espressione di un Volto, quello che si é fatto carne per abitare in mezzo a noi.
Per questo la fede e la ragione mi fanno dire che della vita non potrò mai disporre, così come non lo possono e non lo devono fare giudici o politici. E non lo devono né lo possono fare il papà di Eluana, o Eluana stessa, anche ammesso che quella di togliersi la vita fosse davvero la sua volontà. Perché di togliere una vita si tratta: questo é sospendere di assistere qualcuno, solo perché vi é una condizione d'irreversibilità di una patologia.

E mentre pensavo a tutto ciò, mi é parso di vedere le lacrime di Dio.
Un Dio che piange ogni giorno, per l'uso sbagliato che facciamo della libertà che ci ha donato.
Lacrime versate per tutti, per chi soffre e per chi non comprende, per chi crede che farsi carico del dolore altrui sia prendere bene la mira e premere un grilletto.
Lacrime di Chi ha mandato il Suo figlio a morire tra noi, giungendo a provare il dolore più alto che sia mai stato provato quaggiù: l'Abbandono del Padre ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", Mt 27, 46).
Le lacrime di Dio sono la cosa più grande che abbiamo tra le mani.
Il Volto buono del Mistero chiede solo di non cacciarle via.

Tears Of God
Los Lobos
,
(dall'album "By The Light Of The Moon")

Quando dipende da te
dire il giusto e lo sbagliato
c'é sempre qualcun altro in vetrina
e la tua é una nota stonata.
Quando davvero provi del male
e capisci di non poter tirare avanti,
ogni giorno se ne va troppo velocemente
e le notti sono eterne.

Scoprirai che é vero
quello che ti diceva tua madre.
Le lacrime del Signore ti mostreranno la via,
la via per cambiare.

Quando la tua sola evasione
é uno schifoso vino da poco,
e la pace che cerchi nel tuo cuore
é davvero difficile da trovare.
Conduciamo una vita difficile e senza riposo
ed i problemi ti danno la caccia
anche quando dai il meglio di te.

Non nascondere la testa alla via per cambiare
Ascolta ciò che Lui ti dice
e vedrai la strada;
perché c'è un mondo per tutti,
dove anche il cieco vede,
attraverso le lacrime del Signore.


Il figlio del Creatore disse:
"Questa é la croce che devo portare"
togliendo dalle nostre spalle
qualcosa che avremmo dovuto condividere
.




Sulla vicenda di Eluana Englaro, consiglio la lettura di questo post:
http://vinoemirra.splinder.com/post/17779187/Le+spine+di+Eluana
L'appello del comitato Scienza & Vita :
http://www.scienzaevita.org/
Il comunicato del Movimento dei Focolari:
http://www.focolare.org/articolo.php?codart=5765
Una rassegna stampa e documentazione completa sul sito di Medicina e Persona:
http://www.medicinaepersona.org

Wednesday, July 16, 2008

UNA STRADA CHE E' VOCAZIONE


Il commento dell'amico Factum sul mio ultimo post mi offre un'ottimo spunto di riflessione ed ha nello stesso tempo il pregio di far riaffiorare dalla mia memoria un episodio di qualche anno fa.
Scrive, il mio amico, a proposito di Bilbo, che "solo lui poteva avere questa missione, era la "sua", la sua vocazione, solo lui poteva essere il portatore dell'anello, e Gandalf lo sapeva". E poi aggiunge: "Siamo insostituibili, ognuno con il suo compito, cercando sempre una strada che giri intorno.."
Di vocazione si tratta, dunque, nulla di più e nulla di meno.
E mi torna, appunto, in mente quell'episodio di tanto tempo fa.
Un gruppo di amici, tanti, un tranquillo pomeriggio d'inverno, tutti intenti a sentir parlare uno più grande e più saggio di noi, che cerca di farci entrare di più nel cuore dell'esperienza di Chiara Lubich e di Igino Giordani.
Siamo tutti immersi nella profondità delle sue parole, ma poi, ad un certo punto si ferma, come se avesse qualcosa di ancora più importante da dirci.
E' una pausa che sembra un'eternità e in quell'istante sembra guardare ciascuno negli occhi, personalmente, ad uno ad uno:
"(...) voi non potete pensare "mah, se io non ci sono é lo stesso": non é vero.
Se tu non ci sei, tu mancherai e quello che Dio voleva da te, il tuo disegno di Dio, non ci sarà e, badate, non é che possa prenderlo un altro; i disegni di Dio sono insostituibili, nessuno può prendere nel cuore di Dio il posto che uno deve avere, perché l'amore di Dio per ciascuno di noi é unico, assoluto e particolarissimo.
Capito ? Quindi uno dice "beh, non ci sono io, c'é un altro": no!
Adesso, che Dio poi possa provvedere lui, questa é una questione sua, ma di per sé, quello che io avrei dovuto o potuto fare per assolvere il disegno che Dio ha su di me, se io non lo faccio, non lo fa nessuno.
Questo ve lo dico, sapete perché? Perché molte volte - io non so voi - ma io qualche volta le mie prove le passo e son prove anche forti certe volte, però quello che mi ha sempre aiutato é dire "attento Peppuccio, se tu ci sei é perché Dio t'ha voluto; e se Dio ti ha voluto, nessuno potrà fare quello che tu dovresti fare e dovrai fare"; magari nessuno al mondo sa esdattamente quel che Dio vuole, ma intanto - sapete - il fatto di esserci, di amare, di essere stati chiamati a seguire Chiara
(Chiara Lubich, nda), vi pare niente questo?"

Finì il discorso e poco dopo c'era un intervallo, ma non riuscimmo ad alzarci dalla sedia per un bel po'.
Rimanemmo incollati lì, a pensare ad un Dio folle, che per una misura d'amore inimmaginabile, sceglie ciascuno, uno per uno, e lo prende dentro un progetto, al di là dei limiti, delle capacità, al di là di tutto.
Una vita intesa come vocazione quindi, che col tempo ha il pregio di far crescere il senso di fiducia dentro di te.
Ma é una fiducia che non ti dai da solo ed é per questo che diventa capace di donarti sempre nuovo entusiasmo. Allora capisci, forse, perché Gandalf non si turba mai di fronte alla presunta incapacità di Bilbo, ma gli indica un cammino, senza neppure preoccuparsi di stargli troppo sotto: gli dà lo spunto e poi lo lascia andare.
Un cammino guidato, quello di Bilbo e di ciascuno di noi, condotto da Uno che ha visto in una compagnia la modalità migliore per l'uomo di compiere cose grandi.
Luogo in cui Lui ha garantito la sua presenza, sempre, fino alla fine dei tempi : "Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 19/20).
Ed é il dono più grande che ci potesse fare.

Friday, July 11, 2008

UNA COMPAGNIA IN CAMMINO


"Addio!" disse Gandalf a Thorin. "E addio a voi tutti, addio! Adesso la vostra strada va diritta attraverso la foresta. Non allontanatevi dalla pista! Se lo fate, c'é una possibilità su mille che la ritroviate di nuovo e usciate da Bosco Atro; e allora non credo che io, o nessun altro, possa mai riverdervi".
"Ma dobbiamo proprio attraversarlo?" si lagnò lo hobbit.
"Certo che sì" disse lo stregone "se volete arrivare dall'altra parte. O lo attraversate o abbandonate la vostra ricerca. E non ti permetterò di fare marcia indietro proprio adesso, signor Baggins. Mi vergogno di te se lo pensi. Devi badare a tutti questi nani in vece mia! egli rise.
"Ma no, ma no!" disse Bilbo. "Non volevo dire questo. Volevo dire, non c'é una strada che passi intorno al bosco?"...
"Arrivederci, allora, e arrivederci sul serio!" disse Gandalf, e girato il cavallo si allontanò al galoppo verso occidente. Ma non poté resistere alla tentazione di avere l'ultima parola. Poco prima di essere troppo lontano, si girò e facendosi portavoce colle mani li chiamò. Essi udirono le sue parole arrivare loro fioche: "Arrivederci! Fate i bravi, abbiatevi cura, e non lasciate il sentiero!"

(J.R.R Tokien - Lo Hobbit)

Quanta resistenza fa Bilbo!
Perché rischiare, proseguire in un cammino difficile e incerto - "...non c'é una strada che passi intorno al bosco?" - e tener conto degli altri, affidandosi a loro e, nello stesso tempo, portando i pesi l'uno dell'altro, condividendo gioie e dolori, lasciandosi conquistare da uno sguardo sulle cose capace di perdere tutto di sé per lasciar spazio ad un Altro?
Ogni giorno di più, questo mi appare l'unico sguardo vero sulla vita, denso di vera comprensione sulla realtà ed altrettanto affascinante e sicuro.
Un modo nuovo di guardare, che, col tempo, diventa passione e si fa capace di superare il limite - non si spaventa più! - mentre, allo stesso tempo, é incapace d'inorgoglirsi dei successi, impostori come la sconfitta.
Un cammino, infine, che segue con attenzione un sentiero, l'unico che possa giungere un giorno al tesoro, magari scoperto - come accade a Bilbo - nel momento meno atteso:

"e alla fine, inaspettatamente, trovarono quello che andavano cercando..."

Wednesday, July 02, 2008

THE PLACE OF JOY




Puoi udire il rumore delle pallottole viaggiare tra le note delle chitarre in Insight.
Chitarre ora pulite, ora distorte, sempre avvolgenti ed inquietanti allo stesso tempo. Come il basso pulsante, come la voce di Ian Curtis, del resto.
Mi avvicino agli unici due lp incisi dai Joy Division - Unknown Pleasures e Closer - con timore e rispetto.
Timore, perché la proposta musicale di questa band post-punk inglese non può essere di facile approccio per definizione. Musica raffinata peraltro, anche meno aggressiva di quella che il gruppo produceva ai tempi on stage, ma che conserva le caratteristiche del genere cui appartiene, coinvolgendoti in pieno nel dramma esistenziale che rappresenta e nelle atmosfere cupe e malinconiche che le sono proprie. Rispetto, perché, a dispetto della sua breve vita, l'influenza di questo gruppo sugli artisti rock a seguire é stata notevole.
I Joy Division si formano nel 1977, prendendo il loro nome da quello delle baracche dei lager nazisti dove le prigioniere erano sfruttate come prostitute dai criminali tedeschi. Il leader del gruppo é quel Ian Curtis la cui vita terminerà tragicamente la mattina del 18 maggio 1980, giorno in cui la moglie troverà il suo corpo suicida nella cucina di casa. Tutto il disagio di una generazione musicale emerge dai solchi dei loro due dischi, e dalle liriche di Curtis, che parlano di freddezza e pressione, oscurità e crisi, fallimento e collasso, perdita del controllo.
Eppure quel disagio interiore sembra paradossalmente non giungere in superficie, se é vero che le sessions di registrazione di Closer si caratterizzarono per un clima disteso e scherzoso tra i membri della band, quasi a misconoscere volutamente la realtà e smascherando, forse, la vera incapacità a condividere paure e sofferenze, peraltro assai preziose nel produrre musica di così grande qualità. Sarà lo stesso Tony Wilson, della Factory Records, ad ammettere nel 2005 la loro sconfitta nei confronti del tragico evento della fine di Curtis : "credo che tutti noi facemmo l'errore di non credere che il suo suicidio stava per accadere. Sottostimammo completamente il pericolo. Non lo prendemmo sul serio. E' la dimostrazione di quanto fossimo stupidi allora".
Ian Curtis, del cui suicidio fu senz'altro complice anche una condizione psico-fisica precaria, minata dall'epilessia e dall'abuso di farmaci, appare l'ennesima vittima nel mondo del rock, un'espressione di desiderio di felicità che in certi momenti sembra coniugarsi solo con un'angoscia impossibile da sostenere.
Il sole é tramontato adesso ed il buio sembra non conoscere la speranza dell'alba di un nuovo giorno.


Più passa il tempo, più, nella mia esperienza quotidiana, come dice San Paolo, sperimento la forza di un Altro nella mia debolezza.
E' una strana pedagogia quella che Dio sembra mettere in atto ogni giorno nella mia vita, cercando di smantellare poco a poco il mio orgoglio. Ogni caduta, ogni fallimento appare l'anticamera misteriosa a nuovi orizzonti, riflessi di luce nuova che donano alle cose colori mai visti prima. E, paradossalmente, il crescere nella consapevolezza del mio nulla mi dona un'ingenua baldanza, che frutta un coraggio ed un ardore nel vivere la vita che giunge totalmente inaspettato.

"Ma Enzo, proprio tu, proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse?" - aveva detto Don Giussani ad Enzo Piccinini un giorno - "E' come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più".
Dentro il buio della circostanza inattesa, scomoda, non spiegata, che ti fa urlare di rabbia e di dolore, c'è il Mistero di questa voglia di rischiare ancora.
Ma è sufficiente l'affidarsi, perché l'oscurità ritrovi un senso ? Perché il tramonto non sia l'ultimo evento e la sicurezza di un'alba che verrà non venga meno ?
Certamente sì, ma ci è stato dato di più, molto di più.


"Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre Gesù gridò a gran voce: "Eli, Eli, lemà sabactàni", che significa "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?"
(Mt 27, 45-46)

"(...) E fu qui che il carisma di Chiara (Chiara Lubich, ndr) mi pose davanti una figura reale, un uomo non ancora sufficientemente vissuto e pensato: Gesù Cristo crocifisso, ma rivelato nell'evento sconvolgente del suo sentirsi, del suo essere abbandonato dal Padre (...) Chiara mi invitò a puntare l'occhio dello spirito, quasi esclusivamente, proprio su questa assenza di luce, che ella però mi assicurava essere, anche, tutta luce (...). Chiara mi diceva: troverai la luce. Lì é la luce. E la sua vita me lo testimoniava. Ma devi entrare, mi ripeteva, in quell'oscurità, devi lasciarti risucchiare da quel vortice di buio. Imparando ad incarnare nella tua vita quotidiana quel "nelle tue mani, Padre" (Lc, 23, 46) che Gesù ha vissuto. Il Rigettato si rigetta in Colui che lo rigetta..."

"Tutto questo fu per me un modo nuovo di entrare nei grovigli dell'esistenza. E divenne per me un modo nuovo di pensare, che si attuava nella misura del mio entrare nell'Abbandonato, nella vita quotidiana, senza vedere e senza capire (...) Mi era chiesto allora di entrare a fondo nella condizione dell'uomo, ma come Gesù vi era entrato: continuando ad amare chi pareva non lo amasse più. E qui, frutto di una forte e ripetuta esperienza, dal fondo del cuore comincia a pullulare una nuova conoscenza. E sempre più forte si fa il salire delle acque di luce, fino ad un loro dilagare in tutte le fibre dell'essere. (...) "Ora i miei occhi ti vedono". Ti vedono, perché ho capito nel profondo che il non-vedere é vedere; il non-sapere é sapere; l'angoscia é pace. Il dolore é amore"

(Giuseppe Maria Zanghì)



Nei fatti dolorosi dell'esistenza, nelle inquietudini della sera e del mattino, nell'incertezza di muovere passi che non sempre ti appaiono sicuri, mi tornano in mente quei sostantivi delle liriche di Ian Curtis. Freddezza, pressione, oscurità, crisi, fallimento, collasso, perdita del controllo... Dentro di Lui, l'Abbandonato, l'Uomo dei Dolori, tutto é salvato, tutto ritrova senso. Ed anche le liriche dei Joy Division e la loro splendida musica divengono un richiamo.
A rialzare lo sguardo, una volta ancora.
Perché la vera gioia abita qui, in mezzo a noi: il prezzo é alto, ma la moneta é stata già pagata da Qualcuno.