Friday, April 17, 2009

SACRIFICI


Mi é ricapitata tra le mani, ingiallita dal tempo, questa vecchia lettera d'auguri, inviata dall'amministrazione comunale ai miei genitori, quand'ero in procinto d'iniziare la scuola elementare.
Un linguaggio d'altri tempi, sembra quasi di sentire il doppiaggio di certi vecchi film di Hollywood che piacciono tanto a mia madre e qualche volta perfino a mia moglie (come facciano a guardare "Via col vento", non l'ho mai capito...).
Però in quelle poche righe non ci sono mica fregnacce.
"questo primo passo nella vita ti costerà piccoli sacrifici" e se "li accetterai e sarai diligente", "ti preparerai bene alla vita".
Come dire: mica é uno scherzo questo, la vita é una cosa seria.
E come fai a pensare di viverla, cioé di cavartela, se fai fuori il concetto di fatica, sacrificio e - mi verrebbe da aggiungere - quello di gratuità ?

Peccato che certe lettere, di questi tempi, non le scriva più nessuno.
Perché quando incontri qualcuno che invece ti aiuta a dare un volto al sacrificio, a donare senso a ciò che fa male e non capisci - senso che, spesso, non é comprensione "intellettuale" - e ti affianca in un agire che é un caricarsi di quell'oscurità senza opporle un rifiuto, di solito scopri che questo qualcuno ti é vero amico ed attraverso quel passaggio ti ha fatto scoprire qualcosa che altrimenti non avresti mai vissuto.
Quel qualcosa, spesso e volentieri, é luce in fondo al tunnel, é centuplo d'amore dove pensavi di trovare solo odio, é misericordia che prende il posto del rancore.
Insomma, in una parola, risurrezione.
Come quella a cui é giunto Colui che la moneta del dolore l'ha già pagata per il mondo intero.

Friday, April 10, 2009

OGGI COME ALLORA

Guardo i fatti d'Abruzzo, con l'anima straziata, e non riesco a non pensare ai tempi di guerra ed all'esperienza di Chiara Lubich e delle sue prime compagne.
Stessa distruzione, stessa morte ovunque, ma la certezza che c'é un Ideale che non potrà crollare, e che "omnia vincit amor", tutto vince l'amore.
Ecco, dalle parole di Igino Giordani, il racconto di alcuni di quei momenti:

"(...) Il 13 maggio si scatenò a Trento il secondo grande bombardamento. Fra le tante, una casa accanto all'abitazione di Chiara restò distrutta e l'abitazione stessa di Chiara fu lesionata, con mura e vetri in frantumi. Inabitabili risultarono pure le case di Dori e Natalia (1) e altre. L'ospedale, dove lavorava il fratello di Chiara come assistente medico, in gran parte schiantato, con morti e feriti.
Quel giorno stesso lei incontrò Dori e si abbracciarono: erano entrambe senza casa.
Andò all'ospedale e contemplò la strage; e allora Gino, il fratello medico, constatò: "Vanità delle vanità; tutto passa".
La notte ella dormì all'aperto, nel giardino di Gocciadoro (2), verso la collina, coi genitori, i quali passarono quelle ore a meditare sul modo come sfollare. Chiara ricordò che, nel fare il voto di castità, aveva promesso al padre spirituale di non abbandonare la città di Trento: donde la sofferenza al pensiero dell'imminente seprazione. E pianse dirottamente. I genitori, non sapendo, cercavano di consolarla. Si consolò ricordando il motto virgiliano: "Omnia vincit amor!". E pregando tutta la notte con gli occhi alle stelle vide passare il carro dell'Orsa. E poco prima dell'alba, quando i genitori obbligati a sfollare presero a raccogliere le poche cose salvabili nella casa, ella dichiarò al padre di non poter partire per la promessa fatta: s'inginocchiò davanti a lui, e lo guardò. E il padre la benedisse, assentendo. Ella ripeté il gesto con la mamma, la quale però oppose resistenza.
E i genitori, con sacchi sulle spalle, s'avviarono per la campagna; lei, senza niente in mano, con l'anima straziata, piangendo s'avviò per la città distrutta. Ad un dato punto incontrò una signora. Sembrava impazzita dal dolore e le disse: "Quattro me ne sono morti!". Chiara la consolò e pensò di dimenticare il suo dolore per pensare a quello dell'umanità..."


(tratto da "Erano i tempi di guerra", Città Nuova editrice)
Note:
(1) Dori e Natalia furono le prime due compagne di Chiara Lubich
(2) il giardino di Gocciadoro si trovava alla periferia di Trento


E' l'inizio della storia di Chiara e del nascente Movimento dei Focolari. Un inizio sotto i bombardamenti che fanno crollare ogni cosa - come il terremoto - ma dentro una certezza: l'incontro con Dio Amore, l'Unico che non crolla. Una scoperta definita da Chiara "folgorante", "più forte delle bombe che colpivano Trento", subito comunicata e condivisa con le sue prime compagne.
Una vita che cambia e, con la loro, quella di tantissime altre persone negli anni a venire, che hanno seguito quella scintilla ispiratrice e quella strada.
Il passaggio dal venerdì santo alla Pasqua, dall'abbraccio di Gesù crocifisso e Abbandonato a quello di Gesù Risorto.


Tuesday, April 07, 2009

HOLY MOTHER


"Sono entrata in chiesa un giorno
e con il cuore pieno di confidenza Gli chiesi:
"Perché volesti rimanere sulla terra,
su tutti i punti della terra,
nella dolcissima Eucaristia,
e non hai trovato,
Tu che sei Dio, 
una forma per portarvi e lasciarvi anche Maria,
la Mamma di tutti noi che viaggiamo?"
Nel silenzio sembrava rispondesse:
"Non l'ho portata perché la voglio rivedere in te.
Anche se non siete immacolati,
il mio amore vi verginizzerà
e tu, voi,
aprirete braccia e cuori di madri all'umanità,
che, come allora, ha sete del suo Dio
e della Madre di Lui.
A voi ora
lenire i dolori, le piaghe,
asciugare le lacrime.
Canta le litanie
e cerca di rispecchiarti in quelle"

(Chiara Lubich, 1957)




Come riuscire a dormire questa sera, come prendere sonno di nuovo, davanti a notti che portano distruzione?
Guardo mia moglie ed i miei figli, già addormentati e vorrei vegliare accanto a loro, proteggerli dai mali del mondo, per l'eternità. Così rimango sul bordo del letto, uno alla volta, uno dopo l'altro, finché la stanchezza non prenderà il sopravvento anche su di me.
Finché l'amore di una Madre non giungerà a placare le ansie del cuore, del mio come di quello martoriato di chi ha perso tutto, di chi non ha più nulla, neppure le proprie lacrime da versare.

La mia mente, questa sera, vola sulle dolci note di una canzone che é preghiera.
La mia mano, questa notte, stringe il rosario tra le dita.




“Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./ non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”/Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia.

PS: grazie al blog degli amici di Simone, che ha già pubblicato in precedenza questo video ed il testo di questa canzone.

Monday, April 06, 2009

NEW MORNING


"Gesù, tu, il mattino di Pasqua, appari alla Maddalena e la chiami per nome. Tu hai tutto dimenticato di lei: i suoi peccati, il suo passato.
La chiami.
Dunque, così é anche di ciascuno di noi?
Se abbiamo deciso di amarti, tu non ricordi più nulla e ci chiami?
Come allora conturbarci spesso sui nostri falli, sul nostro passato, sui nostri peccati?
Non sei ora il Gesù di allora?
"

(Chiara Lubich)

fonte: http://www.centrochiaralubich.org/

Sunday, March 29, 2009

SULLA STRADA, DENTRO UN ABBRACCIO

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro, credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.  Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.  E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)




Un tramonto rosso fuoco all'orizzonte e la mia auto che procede via veloce, sulla strada che porta verso casa.
Nel lettore cd un disco scoperto quasi per caso e le note struggenti di una canzone, a rendere quasi surreale l'atmosfera che mi circonda.
La strada del Davai racconta di freddo e neve, di alpini morti lungo una dolorosa ritirata e di prigionieri barbaramente fatti avanzare nel gelo dai soldati russi. E' primavera fuori, mentre quella canzone mi avvolge ed il pallido sole sembra riuscire a scaldare in qualche modo anche il mio freddo cuore, raggiunto dal brivido che é entrato prepotentemente nelle mie vene con la voce di Massimo Priviero.
L'auto d'improvviso rallenta, mentre segue le note ed i ritmi dell'anima, misteriosamente in risonanza con pagine scritte da Bedeschi e da Corti, che in quell'anima erano entrate un giorno,  per non uscirvi più.
E' il mio primo incontro con Priviero, attraverso uno dei suoi migliori lavori, Dolce Resistenza, uscito nel 2006. Anche quel disco entra quel giorno nel mio cuore, senza riuscire più a scapparne via. Incontrato sulla strada e, per quelle strane alchimie che la musica rock é talvolta capace di compiere, fattosi capace d'intrecciarsi con le righe dritte e storte di una giornata qualsiasi di un uomo qualunque, come me.



"La Strada Del Davai" - live al premio Tenco, 2007
A quel primo incontro in musica, col tempo, ne fanno seguito altri, attraverso il paziente ascolto del suo repertorio e la fortuna di una conoscenza personale; spezzoni di vita talvolta raccontati dietro una birra al pub, che colorano di affezione ciò che già avevi percepito come profondo e sincero.
Tratti di esistenze, che s'incrociano ancora una volta sulla strada, là dove tutto sembra partire ed arrivare, attraverso un mutarsi incessante qual é quel continuo divenire che é la storia di ciascuno.
Finché si arriva al concerto di ieri sera al Rolling Stone di Milano, vera e propria festa per celebrare i vent'anni di carriera di Priviero, in contemporanea all'uscita del nuovo disco, che, non a caso s'intitola proprio Sulla strada.
Come il disco, anche il concerto cui abbiamo assistito é stato una straordinaria cavalcata attraverso le migliori canzoni del nostro, da Dolce Resistenza a Nessuna Resa Mai, passando per Fragole A Milano e la nuova Bellitalia. Momenti di rock potente, essenziale ed altrettanto espressivo, alternati a spazi intimi come La Strada Del Davai e Nikolajevka, suonate naturalmente affiancate l'una all'altra ed abbellite dallo splendido lavoro del violinista extraordinaire Michele Gazich.
La voce di Priviero alterna fasi d'intensità struggente ad altre, numerose, in cui la forza ed il colore non sembrano aver subito l'usura della carriera ventennale, anzi appaiono averne decisamente guadagnato. C'è spazio anche per una Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, e per una We Shall Overcome finale da brivido.
La band, rodata da tempo, appare sempre all'altezza della situazione, arricchita oltre che dall'ottimo Gazich, anche da un paio di amici saliti per l'occasione sul palco, che portano, con mandolino, flauto e cornamusa elettrica, arricchimenti sonori imprevisti e piacevolmente sorprendenti.



Ritrovo Massimo nel camerino, alla fine del concerto.
Uno sguardo intenso si trasforma in un istante in un abbraccio e dentro quel gesto mi sembra di scorgere il senso più profondo di ciò che abbiamo vissuto questa sera. 
Priviero é sulla strada da sempre, ma il suo faticoso cammino ha forse ora un desiderio più grande dentro sé: quello di trovare un Significato e di poterlo rendere condiviso.
E' per questo che alla sua domanda se é andata bene, rispondo che sì - senza dubbio - é andata bene davvero, perché quello che é passato sul palco é molto di più di una performance rock ben riuscita.
E' qualcosa che ha a che fare con un cuore, quello di un uomo che ci ha fatto "salire sulla sua chitarra" per "arrivare dentro la sua voce" e "suonare e scrivere insieme a lui".
Cuori ed anime che questa sera, ancora una volta, si sono incontrati sulla strada, ma si sono risolti dentro un abbraccio.
"Se il Cielo ci dà forza, faremo una gran bella cosa", mi aveva detto Massimo pochi giorni prima del concerto. Il Cielo é quell'Abbraccio, che ha a cuore la tua storia e la tua strada.
E' per questo che sono tornato a casa felice questa sera, con la certezza di trovarmi fra le mani qualcosa di bello e di vero: quello che stasera é stato costruito insieme.




Nota (mica troppo) a pié di pagina:
menzione d'onore per il bravissimo Francesco D'Acri (il "futuro del rock'n'roll" come lo chiama il mio buon amico Paolo!), che ha fatto da opener al concerto di Priviero. Belle canzoni e splendida performance, con un unico rammarico: é durata troppo poco.
In bocca al lupo, Frank!
http://www.myspace.com/frankdacri

Saturday, March 21, 2009

LET'S STICK TOGETHER

"il paradosso della condizione umana é che l'individualità si realizza solo nella relazione e che il soggetto non esiste al di fuori del riconoscimento reciproco con l'altro da sé"
(Ezio Aceti, psicologo)



Avevi fatto fatica, una stramaledetta fatica ad arrivare quasi in fondo a quella giornata. Ti si leggeva pure in faccia, perché tu sei fatto così, non riesci mai a nascondere nulla e se ne erano accorti tutti, ma proprio tutti, o per lo meno quelli dai quali non eri riuscito a sfuggire.
Ed ora avevi bisogno solo di una cosa: percorrere la strada che portava verso casa.
Così, appena possibile, ti eri scaraventato fuori, eri salito sull'auto ed avevi pigiato il piede sull'acceleratore; fino ad arrivare lì, dove la strada tortuosa s'infilava in mezzo a campi arati e file di pioppi ordinati.
Era allora che avevi finalmente rallentato, fino a fermare la macchina, accostarla lungo la strada sterrata e spegnere il motore. Eri sceso e ti eri messo a camminare, finché le scarpe ed i vestiti ti si erano impolverati, sino a quando il silenzio della campagna, fuori e dentro te, aveva preso il sopravvento, placando finalmente ira e frenesia.
Ti eri messo a guardare gli alberi, come se fossero una cosa nuova, tutti diritti in fila, i rami gli uni vicino agli altri, quasi a tenersi per mano. E un orizzonte in fondo, là dove non vedevi la fine, terso, luminoso, quasi a dare significato al loro stare insieme.
Sulle prime non l'avevi visto, ma poi avevi notato anche quello: l'albero caduto, posto di traverso, disteso proprio in mezzo a tutti gli altri, eppure non escluso da quella strana sensazione d'armonia, che si stava facendo strada a poco a poco nel tuo animo.
Chissà cos'era che l'aveva fatto cadere così; un colpo di vento, una grandinata del mattino, fino a ridurlo in quel modo, coi rami coricati nel canale, quasi ad accarezzare i fusti degli altri alberi, tutti ancora fieramente in piedi, le radici più solide, ben piantate nel terreno.


Lo scontro era stato duro, senza esclusione di colpi.
Posizioni inconciliabili: capivi perfettamente che non sembrava esservi possibilità di una via d'uscita condivisa. Eppure c'erano state quelle parole strane, quegli sguardi e tu capivi che non potevi censurare la realtà, deformarla a tuo piacimento per compiacerti dentro le tue ragioni. Non questa volta, almeno.
Dentro quel litigio - furibondo - lui ti aveva ringraziato per avergli parlato, per essere tornato indietro da lui. Ed alla fine ti aveva pure stretto la mano, in un gesto che ti aveva sorpreso e preso contropiede. Aveva persino avuto parole di stima per la tua fede e per la tua famiglia, eppure tu non gliene avevi mai parlato.
Strane sensazioni crescevano sempre più, inesorabilmente, mentre tu proseguivi a camminare, le scarpe sempre più sporche di terra, il silenzio della campagna sempre più disposto a lasciare spazio al grido dell'anima.


Lo strano titolo di quel disco, poi - chissà perché - continuava a fare capolino di tanto in tanto nella tua mente. Together Through Life - insieme attraverso la vita - che bella frase che aveva pensato Bob Dylan per il suo nuovo disco, in uscita di lì ad un mese; il più bel titolo di sempre - pensavi - mentre ti rendevi conto che quell'uomo ti aveva sorpreso ancora una volta, quando meno te l'aspettavi.
E così, nei tuoi pensieri, ecco di nuovo la tua donna - non che non l'avessi avuta sempre in mente - ma poi quella frase si rimescolava misteriosamente ai pensieri di prima, a quel litigio così strano, al fatto che - accidenti - siamo davvero benedettamente fatti di relazione.
Ed era stato lì che l'animo si era finalmente disteso, che ti sembrava di aver compreso che la relazione non é una modalità di vita, ma l'essenza stessa dell'uomo, ciò che lo definisce più pienamente di qualsiasi altra cosa. Non ci siamo fatti da soli e non siamo stati fatti per essere soli.


Allora e solo allora ti eri deciso ed eri finalmente tornato indietro sui tuoi passi.
Ora sì che c'era un po' di spazio per uno sguardo diverso, dentro e fuori di te.
Una Misericordia più grande, che sempre ti guardava anche quando tu non la vedevi, stava provando a liberarti dall'esito delle vicende della vita. Stava cercando di spiegarti che relazione non é attendere la soddisfazione di ciò che é andato bene, ma credere al senso dell'altro che ti sta davanti, anche dentro il contrasto e l'incomprensione.
Era allora che ti eri ricordato anche di lui, che ti era parso di vedere quell'amico così caro, con gli occhi dell'anima - certo - perché lui non era più tra noi da tanto tempo. Ma la sua lezione tu l'avevi imparata ed oggi era riuscito di nuovo a rivestirti di quell'abito di speranza che ti era stato sempre così a cuore.
Ti aveva insegnato un giorno cos'era relazione e cos'era davvero essere uomo: oggi era una di quelle volte in cui ti pareva d'averlo compreso.
Ripercorrendo a ritroso il cammino verso la tua auto, ti ricordavi - come fosse ieri - le sue parole e le sentivi entrare dentro te, percorrere con un brivido tutte le tue vene.
Ora potevi davvero tornare: avevi ritrovato la strada che porta verso casa.

"la nostra vocazione, cioé il nostro essere figli di Chiara (Chiara Lubich, nda), comporta che noi costruiamo rapporti d'amore, che significa amare colui che mi sta di fronte nell'attimo presente. Questo amore, questo uscire da me stesso, questo farmi uno, questo amare per primo, questo amare senza giudicare, questo amore, comporta una risposta che può essere un rifiuto o un'accettazione. Se é un rifiuto, é la nascita di Gesù Abbandonato, e l'abbraccio di Gesù abbandonato é sempre un Gesù riconosciuto e perché riconosciuto, quel Gesù emana il suo spirito, cioé emana lo Spirito Santo, che raggiunge anche quella persona che rifiuta il nostro amore e lo raggiunge in un modo misterioso che noi non sappiamo, ma lo raggiunge, come raggiunge noi. Se c'é invece un gesto d'accettazione, indipendentemente dal fatto che lui sia o no cristiano, che lui sia o non un credente, indipendentemente da questo fatto, per il semplice fatto che c'è un sorriso o c'è una manifestazione di reciprocità, nasce Gesù perché anche lui ha abbracciato Gesù abbandonato. Cioé in un certo senso anche lui é uscito da se stesso ed é una cellula, é un seme. Se noi questo rapporto lo portiamo avanti, vediamo che genera delle cose meravigliose"

(Domenico Mangano, 1 dicembre 2001)

Tuesday, March 17, 2009

LA COSA PIU' BELLA

Sono nella navicella,
guardo una stella,
ma non è quella,
la cosa più bella.

E’ interessante,
come una fiamma ardente,
illumina il terreno circostante.
Ma ha qualcosa che non va,
non si capisce cosa non ha.

Non c’è vita,
come qui sulla terra,
che è la cosa più bella.

(di Marco Leali, 10 anni)

Tuesday, March 10, 2009

GRAZIE CHIARA




Quando Dio dona un carisma alla sua Chiesa ed all'umanità, fa in modo che esso giunga sino agli estremi confini della terra.
Così il torrente d'amore della vita di Chiara ha riempito rivoli e ruscelli, fino a giungere anche all'arida terra dell'anima mia.
L'ha innaffiata e continua a farlo senza sosta, ogni giorno, perché l'Amore ha fiducia anche nel seme che non vede, quello che d'inverno giace in un campo ricoperto di brina, ma che saprà far germogliare qualcosa, quando finalmente verrà primavera.

Mi sono sentito a lungo inadeguato, pur fedele alla sequela di Chiara e così mi sento anche oggi, nonostante il pezzo di cammino già percorso. Ma proprio Chiara m'insegnò un giorno che l'Unità che Gesù promise ai suoi non era tra coloro che si fossero dimostrati adeguati, ma tra chi si fosse semplicemente unito nel Suo nome.
E' per questo che vado avanti, forte e sicuro dentro l'abbraccio di un popolo che continuamente mi accompagna, certo che la fatica ed il fallimento sono un prezzo già pagato dall'Uomo dei dolori, Colui che - pazzo d'amore per i suoi - é giunto a sentirsi Abbandonato dal Padre.

Così, anche questa sera, nell'incertezza del niente che sono e nella certezza del Tutto che mi sostiene, voglio continuare a seguire senza paura colei che mi ha generato a nuova vita, appassionato d'amore anch'io ad un Dio che ha saputo amarci così.
Finché un giorno - il mio giorno - arriverò al mio incontro col Padre.
E incontrerò di nuovo Chiara e tutti i miei, 
col mio pezzetto di mondo tra le braccia.

"E quale il mio ultimo desiderio ora e per ora? Vorrei che l'Opera di Maria, alla fine dei tempi, quando, compatta, sarà in attesa di apparire davanti a Gesù Abbandonato-risorto, possa ripetergli - facendo sue le parole che sempre mi commuovono del teologo belga Jacques Leclercq: "... il tuo giorno, mio Dio, io verrò verso di Te... Verrò verso di Te, mio Dio ... e con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia". "Padre, che tutti siano uno!"
(Chiara Lubich)


Chiara Lubich
(Trento, 22 gennaio 1920 - Rocca di Papa, 14 marzo 2008)




14 marzo 2009, diretta internet:
Con Chiara - Un dialogo che continua - ore 16-19.30
Al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, con la partecipazione di personalità di varie Chiese e del mondo civile, rappresentanti di diverse religioni e delegazioni dai 5 continenti.
Diretta internet a questo link:  HTTP://LIVE.FOCOLARE.ORG/

Monday, March 02, 2009

ME AND MY BROTHER FRANKIE


Ricordo che quando quel mio amico attaccava a suonare e a cantare, l'ammirazione si mescolava inevitabilmente con un po' d'invidia.
Perché il tocco di chitarra era davvero bello e con quella voce, accidenti, sembrava proprio lui, il Boss in persona. E così, in un attimo, era capace di scodellarti lì una Highway Patrolman da brivido, cantata tutta fino in fondo, in un inglese fluido, senza la minima incertezza, quasi che quella canzone l'avesse scritta lui.
E poi, inutile dirlo, tutte le ragazze erano ai suoi piedi cosicché l'invidia si tramutava pure in un po' di rabbia bella e buona.
Ma tant'é, io il Boss dal vivo non l'avevo ancora visto e allora era bello ascoltarlo anche così e non solo dai dischi o da fruscianti e mal registrati bootlegs da strapazzo.

La storia narrata in questa canzone di Springsteen é semplice e naive, vicenda di due fratelli, figli di un'America rurale, lontana da Wall Street e dalla globalizzazione. Stesso sangue ma vite diverse, che, per quegli strani scherzi del destino, fanno sì che uno si trovi dalla parte giusta della strada e l'altro perennemente da quella sbagliata.
Joe che tira dritto tutti i giorni, moglie, figli ed un lavoro onesto, pochi fronzoli e sogni zero; Frankie, invece, sempre nei guai.
La storia la racconta bene Bruce, basta leggere il testo.
Sentirgliela cantare, poi, é meglio ancora:

Il mio nome é Joe Roberts, lavoro per lo stato
Faccio il sergente, fuori Perrineville, palazzine numero 8
Ho sempre fatto un lavoro onesto, il più onesto che ho potuto.
Ho un fratello di nome Frankie e Frankie non é un tipo giusto
da quando si era ragazzi, sempre la stessa storia
La radio chiama, Frankie é nei guai giù in città
Se fosse stato un altro uomo, lo avrei sbattuto dentro
Ma quando é tuo fratello, qualche volta ti giri dall'altra parte

Io e Frankie si rideva e si beveva
Non c'é niente di meglio che essere fratelli di sangue
Facevamo a turno a ballare con Maria
mentre la band cantava "Night Of The Johnstown Flood".
L'ho catturato ogni volta che si é perduto, come ogni fratello deve fare
Un uomo che volta le spalle alla sua famiglia non é uno per bene.

Beh, Frankie si arruolò nel 1965
Io restai a curare la fattoria e sposai Maria
Ma il prezzo del grano cominciò a crollare e sembrava di essere derubati
Frankie tornò a casa nel '68 ed io mi presi questo posto.

Una notte come tante altre, arriva una chiamata ad un quarto alle nove
C'é casino in una roadhouse, sul confine del Michigan
C'è un ragazzo steso per terra, ha un brutto aspetto, perde sangue dalla testa
C'é una ragazza che grida a un tavolo, dicono sia stato Frank.
Beh, l'ho inseguito attraverso le strade della contea
Fino a un cartello: "5 miglia al confine col Canada", diceva
Ho parcheggiato lungo la statale
ed ho guardato le sue luci posteriori sparire




Ermanno Labianca, nel suo "Talk About A Dream", scrive che nella prima strofa di questa canzone c'é già tutto ed in effetti é proprio così, il resto é solo bellezza e pennellate che perfezionano in musica un'opera ed un senso già intuiti.
Ogni volta che sento cantare questa storia, penso a Joe e Frankie come alla stessa persona, nulla di così diverso che li distingua davvero, non certo il ruolo che gli viene assegnato nella vicenda.
E qualche volta penso che siamo Joe e Frankie anche noi, quando facciamo buoni propositi e cadiamo un attimo dopo nelle nostre peggiori contraddizioni.
Quando amiamo gratuitamente e sappiamo poi ferire chi invece ci vuol bene.
Quando ci alziamo già troppo stanchi al mattino, per poi scoprirci stupiti a ritrovare la speranza, dentro qualsiasi piccolo ed inatteso avvenimento della nostra vita.
Noi, dentro la nostra ira e gli scatti d'impazienza, lo sconforto ed il senso d'inadeguatezza; ma anche la voglia e l'entusiasmo di donare la vita - tutta intera - quando scopriamo qualcosa per la quale essa é degna d'essere vissuta.

Perché c'é sempre qualcosa per cui val la pena di ricominciare, sino all'ultima, ennesima volta.
Qualcosa o Qualcuno, laggiù in fondo alla strada, più in là di quel cartello che ti indica il confine.
E' per questo che lo lasci andare, tuo fratello Frankie, e lasci anche a te stesso quell'ultima possibilità.
Di trovare laggiù in fondo Uno più grande di te, pronto ad accoglierti per quello che sei e con il niente che sei riuscito a costruire.
Uno che é Misericordia e che é Perdono
Uno che oggi aspettava proprio te.

Friday, February 27, 2009

TORNANDO A CASA


Ancora Runrig, il concerto d'addio di Donnie Munro, castello di Stirling, Scozia, estate 1997.
Going Home é una bella canzone, dove malinconia non é sinonimo di tristezza, ma desiderio struggente di significato.

Così, chiunque passasse da qui, provi a fermarsi ed a lasciarsi portare.
E non importa dove stai viaggiando ora e neppure ciò che sei, sicuro sulla strada di un destino già tracciato o perduto nella nebbia di tristezze troppo difficili da sostenere.
Afferra il tuo desiderio, trattienilo stretto e non perderlo di vista mai.
Fidati di lui e lasciati guidare: l'Amore, quello vero, saprà condurti fino a casa. 


Wednesday, February 25, 2009

LOCH LOMOND


Back to the music, one more time.
Un auto che viaggia al tramonto, sulla strada verso casa, ancora una volta é una porta che spalanca sogni e desideri.
Musica di fredde lande islandesi - meravigliosi Sigur Ròs - mi ha fatto viaggiare all'infinito con la mente, per giorni e giorni. E cosi sono tornato anche da loro, i Runrig, fieri paladini delle terre di Scozia, alfieri di una musica che sa coniugare rock e tradizione, note su spettacoli di bandiere che sventolano ai concerti, ma che non hanno nulla di sciovinista ed irreale: solo genuinità, entusiasmo ed orgoglio per le proprie radici.
Una canzone come Loch Lomond  é capace di catapultarti chissà dove, anche se le note fuoriescono dal triste lettore cd di un'auto qualsiasi, sperduta nell'insulso piattume della pianura padana.
Ma tant'é, con la fantasia sei già lassù, sulle rive di laghi e paesaggi di cristallo e di castelli, ed i tuoi sogni possono volare liberi, senza che la fretta di chi percorre la strada davanti e dietro a te - anime sensibili solo ad insensata frenesia - possa minimamente scalfirti.
E' così che canti con loro, a squarciagola, mentre brividi salgono sulla tua pelle a poco a poco, man mano che ti fai compagnia di quella musica, che racconta con epica e struggente tristezza di una guerra che ha portato via con sé amori e desideri.
E' la fantasia che ti fa salire sul palco con loro, fratello d'arme della voce di Donnie Munro - senza di lui la band non sarà mai più la stessa - della poesia che Malcolm Jones sa infilare dentro una chitarra, allo stesso modo che in una cornamusa, del magico ritmo dei fratelli MacDonald, dietro ad ogni struttura melodica della band.
E poi la voce di Rory MacDonald, l'unica in grado di tener testa a Donnie, e che importa se quando canta in gaelico avresti bisogno della traduzione simultanea accanto a te; se la bellezza é capace di passare attraverso suoni ed emozioni, scavalcando impassibile parole incomprensibili, vuol dire che ha raggiunto il suo scopo: fare vibrare qualcosa in te.

E' così che ti accorgi che basta così poco a renderti felice, a scacciar via la noia e la stanchezza, persino le ferite più profonde del tuo cuore. Ma quel poco, se ci pensi bene, in realtà é il molto, perché in quegli istanti, forse, hai colto la relazione tra le cose.
Una relazione che é Armonia. Armonia tra le note di una bella canzone ed il tramonto che ti senti addosso; tra la tua fantasia e la realtà di ciò che vivi e vedi.  Armonia che senti in te - nonostante tutto - e che percepisci nelle cose tra di loro.
Gioisci e ti stupisci, allora, mentre ti accorgi che non l'hai creata tu e neppure le cose cui l'hai sentita correlata.
Quell'armonia, lo capisci infine, é frutto dell'Amore che ha dato forma e sostanza al tutto e che oggi, per una magia che la musica é stata in grado di elargirti ancora, ti ha fatto percepire.
L'averlo sentito vivo su di te - l'Amore che tutto  sostiene - ti ha fatto  sentire come nuovo.  
E' per quello che ti ha sorpreso felice, a cantare a squarciagola.


Sunday, February 22, 2009

SI PUO' VIVERE COSI'



"Alla sera non misurare, domanda: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà", "Vieni, Signore Gesù", che é il grido con cui termina tutta la Bibbia. Tutta la Bibbia termina con questo grido, e non deve terminare la mia giornata con questo grido? Uno che fa così tutte le sere é vivo (non é come noi troppe volte), é uno cambiato; se fai così tutte le sere, sei cambiato, e devi farlo con forza e senza pretese, perché tu non sai quando il Figlio dell'uomo verrà dentro la tua vita, ti prenderà per il collo e ti cambierà, ti costringerà a cambiarti o ti darà lo charme irresistibile per cambiarti.
Se non é per questo sguardo più profondo, questa speranza affascinante, per che cosa vivi?" (1)

(don Luigi Giussani,
15 ottobre 1922-22 febbraio 2005)

Note:
(1) tratto da: Luigi Giussani - Si può vivere così - BUR

Tuesday, February 17, 2009

LO SPOSO

L'auto percorre la strada, a poco a poco, avvolta nell'oscurità.
La luce dei fari non riesce ad illuminare la notte, a rompere la cappa di tristezza.
Ma procede lo stesso, lenta ed avvolta in quella musica che sa di ghiaccio e brulle lande desolate, in una malinconia quasi insostenibile, della quale, tuttavia, non riesce a fare a meno.
Le note dolci dei Sigur Ros l'accompagnano e lei procede, mentre tu ti senti a pezzi, distrutto e stregato.
L'ira che hai provato, causata dai nemici; il dolore che hai sentito, tradito dagli amici.
E tutto il male che ti attraversa da ogni parte, in ciò che vedi e senti; male di uomini pazzi, che si ostinano a percorrere fieri un cammino senza bussola, tra ponti che crollano alle loro spalle e strade infuocate da ciò che loro stessi hanno costruito.
Ma non é questo, in fondo che ti opprime: ciò che é insopportabile al tuo orgoglio é il limite di te.
La pace non trovata non é la rabbia che provi, ma quel sentirti inadaguato di fronte a tutto ciò, incapace di una risposta positiva, di uno sguardo sul reale che abbia il gusto della gratitudine e della speranza, nonostante tutto.
Così continui a guidare, non abbandoni quella musica. E la tua voce grida per un perché.
Non sembra trovare la risposta di cui ha bisogno.


Quel grido aveva lacerato l'aria, eppure nessuno sembrava averlo sentito.
Nessuno, eccetto Maria e Giovanni, ai piedi della croce.
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Il dolore era diventato l'Assurdo. Che bisogno c'era, Gesù, di arrivare a questo punto?
Non era già un eccesso d'amore l'esserTi fatto inchiodare dagli uomini?
Nel silenzio assordante che circonda la croce, tutti, salvo loro due, ti hanno lasciato solo; ma sono troppo piccoli laggiù, uomini schiacciati dal dolore, come Te.
Eppure, Gesù, c'é ancora qualcosa, non tutto é perduto. Puoi farti avvolgere da una tenerezza, quella sì che ti é rimasta ancora: il Padre é sempre stato con te.
E invece no, Tu non lo fai. La follia d'amore é l'Abbandono anche di quella.
Che cosa accade adesso? Questa é pazzia: la Trinità é spaccata! Perché?
E' questo, alla fine, il "tutto compiuto", mentre nelle Sue mani consegni il Tuo spirito?
E' così, Signore, solo così, che desideri tracciare una strada?


Non importa dov'eri destinato, ma ormai sei giunto e l'auto si é arrestata.
Dovunque tu sia ora, continui a non trovare pace.
Affaticato e oppresso e tutto quel dolore sembra distruggerti a poco a poco. Crepe che t'incrinano, una dopo l'altra; una superficie di fierezza e sicurezza, che si frantuma inesorabilmente. Crepe sempre più grosse e numerose, finché diventano fessure.
Fino a quando giunge ad intravedersi qualcosa; qualcosa sotto una scorza che si é rotta.
E' adesso e solo ora che Qualcuno - l'Amore - può provare ad infilarsi dentro. Perché prima non poteva, chiuso com'era al di fuori del cancello invalicabile della tua libertà.
E la superficie, come d'incanto, comincia a ripararsi, anzi a farsi nuova.
Ciò ch'era freddo ed insensibile ora si fa capace di dolcezza e di stupore:
"Chi lascia entrare Cristo attraverso la crepa delle proprie ferite e del proprio bisogno umano, si riempie di stupore davanti a quanto accade" (Julian Carron) (1)


All'improvviso ti ritorna in mente quel racconto. Quando Chiara incontrò e conobbe lo Sposo, Gesù Abbandonato, per non lasciarLo mai più nella sua vita. Dori, una delle sue prime compagne, fu spettatrice di quel fatto e in quel momento lo abbracciò per sempre anche lei:
"(...) si andava a trovare i poveri e da questi, probabilmente, avevo preso un'infezione al volto. Ero piena di piaghe e le medicine non fermavano il male. Continuavo però, con il volto opportunamente protetto, ad andare a Messa e al sabato alla riunione... Faceva freddo e uscire in quelle condizioni poteva essere dannoso. Poiché i miei me lo proibivano, Chiara chiese ad un padre cappuccino di portarmi la Comunione. Mentre facevo il ringraziamento, quel sacerdote domandò a Chiara qual era stato, secondo lei, il momento nel quale Gesù aveva sofferto di più durante la sua passione. Ella rispose d'aver sempre sentito dire che era stato il dolore patito nell'orto degli ulivi. Ma il sacerdote: "Io credo, invece, che sia stato quello in croce, quando ha gridato: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?'" Appena il Padre se ne andò, avendo udito le parole di Chiara mi rivolsi a lei, sicura d'una spiegazione. Mi disse invece: "Se il più grande dolore di Gesù é stato l'abbandono da parte del Padre suo, noi lo scegliamo come Ideale e lo seguiamo così". In quel momento, nella mia mente, nella mia fantasia, si impresse la convinzione che l'Ideale nostro era Gesù col volto straziato che grida al Padre. E le mie povere piaghe sul viso, che m'apparivano ombre del suo dolore, mi davano gioia, perché mi facevano un po' simile a Lui. Da quel giorno Chiara spesso, anzi sempre, mi parlò di Gesù Abbandonato. era il personaggio vivo della nostra esistenza". (2)


Sto imparando a seguirLo, a poco a poco.
Nonostante tutto, nonostante, soprattutto, il mio non riuscirci quotidiano.
Ma chi mi guida mi ha insegnato a riconoscere il Suo volto anche lì, dentro il mio stesso fallimento.
Non é un ragionamento, non é un convincimento. E' l'abbraccio a una Persona, é un Tu che mi muove ogni momento.
RiconoscerLo in ogni circostanza stretta, in tutto ciò che suona strano, inopportuno.
In tutto ciò che sa di dolore e che rigetterei in un istante.
La disunità che incontro e che mi ferisce così ferocemente ogni giorno.
La paura e lo sconforto.
Il mio continuo fallimento ed il non saperLo amare.
Questa é la mia battaglia definitiva, la sconfitta finale del Nemico.
Perché la mia sconfitta quotidiana é divenuta Lui.
Solo ora l'alba ha ceduto il passo alla notte.

"(...) Le Sue orme noi le conosciamo: ov'é buio, nero, freddo, c'é passato Lui, lì c'é Lui. Se le anime sapessero che proprio quando non sono niente, quando non hanno più la forma, proprio allora sono Gesù Abbandonato, come sarebbero felici! Tutti oggi imprecano al male, al disordine e al vuoto che c'é, ma se sapessero che proprio amando tutto ciò si diventa Lui, come dedicherebbero meno tempo a rattristarsi per tutto ciò che potrebbe diventare oro nelle loro mani. (...) Osservate bene miei dilettissimi: tutto ciò che voi state soffrendo é già stato vissuto da Lui nel suo grido: "Eli, Eli, lama sabactani" .... Ed ora voi sforzatevi di essere felici di ciò che vi sta succedendo... non vi fate felici che di Lui.
Quando si accavallano problemi nella tua mente, piglia nelle mani il problema chiave - l'Amore - e sciogli tutto in esso. Verrà l'intimità profonda con Gesù; le tue relazioni con Lui saranno vive e gioiose.
Aspetta tutto dalla vita, però dopo che hai dato ad essa tutto te stesso "
(Chiara Lubich) (3)



Note:
(1)
tratto da "Un'avventura per sé", di Julian Carron (prefazione del libro "Uomini senza patria" di Luigi Giussani, BUR)
(2) racconto di Dori Zamboni, una delle prime compagne di Chiara Lubich, di un episodio accaduto a Trento, il 24 gennaio 1944. Tratto da : Chiara Lubich - L'unità e Gesù Abbandonato - Città Nuova editrice. pagg 51-52
(3) Chiara Lubich, scritto del 1949



Colonna sonora di questo post é un altro post, splendido, di Maurizio Pratelli.
(http://tornoaivinili.blogspot.com/2009/02/tornando-casa-con-i-sigur-ros.html)
Grazie Maurizio.  
Sigur Ròs, Heysàtan


Saturday, February 14, 2009

SAILING


"but people don't live or die,
people just float"
(Bob Dylan)

"Io guardavo il Capitano e lui guardava il mare,
volevo stargli vicino, lo volevo abbracciare.
In questa strana avventura, in questo magnifico viaggio
io ci ho messo la paura e tu ci hai messo il coraggio"
(Claudio Chieffo)

Mi piacerebbe finire i miei giorni in riva al mare.
E invece sarà dove e quando Lui vorrà, ma sono felice lo stesso.
Perché la vita sarà stata comunque un navigare.
E non importa se il marinaio é stato a volte incerto e talora, invece, troppo sicuro di sé. Il timone l'ha sempre tenuto un Altro e lui non ha mai smesso di amare il suo viaggio ed il suo mare.
Così, quando arriverò al porto, sarò contento, comunque sia andata, per tutto quello che ho visto ed ho incontrato.

Ho amato lasciarmi cullare dalle onde, spesso e volentieri, ma sono grato anche alle tempeste, che hanno reso più vero il mio andare. Facendo sì che quando arriverà il mio giorno, possa portare tra le braccia qualcosa di pescato dalla fatica e dal sudore. Anche se le reti le ha sempre gettate un Altro, lo stesso che teneva anche il timone.
E sono grato delle barche che ho incrociato, barche di amici che mi hanno accompagnato e barche, talvolta, di pirati, dalle quali mi sono difeso. Senza di loro, nessuno escluso, il mare non sarebbe stato lo stesso.
Sono grato, infine, ad un incontro, giunto quando credevo d'essere ormai alla deriva.
L'incontro con una donna, che mi aiuta ogni giorno a puntare dritto lo sguardo ed a non perdere la rotta, mai.  
So, happy St. Valentine, everybody out there.
Spero che per tutti ci sia qualcuno o qualcosa, oggi, a cui donare il proprio cuore

dedicated to my love: 
Rod Stewart, Sailing.



Wednesday, February 11, 2009

118


Mentre accompagno mia figlia a scuola, il pensiero corre ancora a quella maledetta sera prima, quella in cui ci hanno detto che Eluana non é più tra noi.
L'auto percorre la strada, l'ultima svolta prima della scuola e loro sono tutti lì. Due autolettighe del 118, vigili ovunque e quegli uomini per terra, intenti a rianimare una persona.
La tristezza non riesce a svanire, odore di morte dappertutto, come una cappa che avvolge ogni cosa. Quando, più tardi,  ritorno dalla mia giornata di lavoro in ospedale, lungo la strada del ritorno ci si ferma di nuovo, tutti in colonna. Dopo poco lo intravedo laggiù, l'elisoccorso del 118 e tutta l'altra gente, un'altra volta ancora.
E' una lotta insostenibile, quella che vedo accadere intorno a me. E che sembra non finire mai.
Un gigantesco perché, di fronte al dolore che incontro per strada, al male causato dagli altri, al male dentro di me.

E' così che ripenso a quell'uomo, incontrato un giorno in pronto soccorso, e che il Destino ha voluto far morire davanti a me.
Scrissi una lettera, allora, a tanti amici, e tanti risposero, così che pensai a corde dell'anima che vibravano tutte assieme. Fu allora, che come poche altre volte, le mie lacrime divennero di gioia, quella gioia che ritrovi quando percepisci il senso per cui vale la pena di combattere ogni giorno, di conservare la fede.
Oggi, quella lettera, ho pensato di metterla anche qui.
Non so se ha un senso, forse no. Ma il Senso che ha per me, e che ho percepito in quei momenti come in tanti altri, é ciò che mi tiene in piedi ogni giorno.
Anche oggi, che la mia preghiera continua ad accompagnare Eluana e il suo papà, davanti a quel gigantesco perché.


20 ottobre 2008
Amiche ed amici carissimi,
perdonate questo scritto, il racconto di un'esperienza, ma é qualcosa d'importante.
Ed io non voglio dimenticare, lasciar passare questa giornata invano, per cui - forse - scrivo a voi per parlare a me ed al Gesù che sempre vorrei vivesse in me.

Sabato mattina, in ospedale, é partito per il cielo davanti ai miei occhi un uomo di 43 anni, per un infarto.
A nulla sono valsi l'impegno di chi ha provato a rianimarlo, prima fuori dall'ospedale (il personale, bravissimo, del 118), sia di chi, come me, se l'é trovato lì, in Pronto Soccorso.
Ho ancora davanti agli occhi lo strazio della moglie inconsolabile, con dei bambini piccoli che d'ora in poi tirerà grandi da sola.
E mi rivedo lì, incapace di parole, solo di tenerle stretta la mano, in una posizione davanti al reale che é solo quella di Maria, il suo stabat davanti alla croce di Gesù. Il Mistero di un Dio che si fa abbandono - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - ancora una volta chiave di lettura di tutto, del dolore inconsolabile, di ciò che non capisci, di un lavoro (il mio) a tratti insostenibile, di ogni riga storta di qualsiasi esistenza.
Ho scritto sul blog, di getto, quel mattino: Stabat é la parola, Stabat racchiude tutto, anche le lacrime che ho dovuto asciugare, prima di scrivere la mia relazione per il Pronto Soccorso.

Mentre la giornata in ospedale andava avanti, tra lavoro e mille pensieri, pensavo ai miei amici del Movimento, riuniti in un incontro a Frontignano.
Mi sembrava finalmente di cominciare a capire cosa sia l'Unità a distanza, quella che stringi coi fratelli mentre non li vedi, mentre combatti lì sul campo, a fare i conti con quello che Dio vuole da te in quel momento.
Ma che é Unità vera, se Gli chiedi di farti capace di vivere così, legame saldo, indissolubile.
Presenza di Lui in mezzo a noi.
Perfetta letizia.

Alla sera, tornando a casa in auto, il rosario recitato per quell'uomo, per la moglie, per i figli, aveva un sapore speciale.
Mi son fatto felice di quel pregare così: moneta pagata per abbassare il prezzo di chi non mi conosce, qualcuno che non incontrerò mai più, forse, se non nell'aldilà, cosicché qui sulla terra non mi può neppure ringraziare.
Preghiera come amore gratuito, io che la gratuità - nella mia vita - la devo ancora imparare veramente.

Stamani, smontando da un'altra notte di guardia avevo Bob Dylan in macchina, nel lettore cd.
'Cross The Green Mountain é una bellissima canzone, che parla della guerra civile americana.
Le note struggenti, quella voce di Dylan, si può arrivare a piangere per una canzone.
Al semaforo un vecchietto: mi fermo, abbasso il finestrino, frugo nel borsellino per dargli qualcosa.
Ho provato a guardarlo negli occhi con la stessa intensità con cui ho stretto la mano di quella donna inconsolabile, giunta al fianco del marito partito per il cielo. Lui mi ha guardato con uno sguardo che é entrato dritto in me.
Stessa intensità, stesse lacrime: davanti alla morte, davanti ad un povero, ascoltando una canzone.
Tutto é Bellezza perché tutto é Destino, disegno di un Altro.
Sono grato a Cristo, per il dono di questa vita.
Poi, quando saremo di là, tutto finalmente si riconfigurerà nel Suo Amore, tra di noi, in Lui, nella Trinità.
Vi abbraccio forte,

vostro
Fausto





Monday, February 09, 2009

THE SUN RISES HERE


Il titolo di un bel disco di Neal Casal, per dire che la speranza é pronta a ripartire e che la realtà é sempre segno del volto buono del Mistero.
Il blog rompe il silenzio e lascia spazio all'amica e collega Cristina, che oggi ha qualcosa da raccontare.
La buona notizia, pensando alle scritte comparse su certi autobus in Europa, é che Dio esiste, anche dentro a ciò che é misteriosamente doloroso e se esiste é proprio perché si é fatto dolore anche Lui.
La notizia più bella ancora é che ne abbiamo tutti bisogno.
Ecco il racconto: grazie Cris.

"Carissimi amici, vi racconto in breve ciò che mi è accaduto l'altro giorno. Stavo andando a lavorare in metropolitana, quando a Lambrate si siede accanto a me un uomo sui 45 anni un po' "sempliciotto" o qualcuno direbbe "ritardato"... con in mano il volantino (volantino di CL, ndr) di giudizio su Eluana (grandi i ragazzi che hanno volantinato!). Lo piega e lo mette via. Cosa dire? Attaccare discorso o restare nell' "educato" silenzio milanese? Parla lui. Mi racconta che ha perso la moglie per un tumore ovarico a 36 anni e che suo figlio (17 anni) è da 6 in coma vegetativo per una malformazione vascolare del cervello. "Ma cosa faccio? Certo che vorrei vederlo morire, smettere di vederlo in quello stato (ora è ricoverato per uno scompenso cardiaco), ma possiamo decidere noi? No c'è un Altro che decide!" E precisa: "Non sono uomo di chiesa, ho smesso tanto tempo fa di andare in chiesa, quando mia moglie è morta. Ma se noi ci siamo, se lui c'è è perchè Dio lo vuole e va bene così. " Intanto gli continuano a cadere le cose e quasi a rompere l'imbarazzo di una commozione crescente gli dico: sarà suo figlio che la pensa! E lui: " Sa credo che lui sia ancora qui per un motivo..e credo di sapere quale: ieri sono entrato di nuovo in chiesa. Sì credo che sia qui per questo". E mi ringrazia perchè lo accompagno fino all'ingresso dell'ospedale: "Lei è un angelo". No, l'angelo per me è stato lui (un padre che ama così!!). Combattuta per tutto il viaggio in metrò perchè non sapevo cosa dire (certo io che ero "nel giusto" dovevo dire qualcosa).. e poi arresa di fronte alla realtà di un Mistero che, inaspettatamente, mi è venuto incontro una mattina qualunque. Davvero è semplice lasciarsi travolgere da Cristo, realtà presente che si impone... Basta tenere gli occhi e le orecchie aperti, anche davanti ad uno "scomodo" vicino di viaggio e chiedere la Grazia che lo siano sempre di più.
Con me vi chiedo di pregare per Alessandro e suo figlio Massimiliano."
Cristina


Post Scriptum
questo post ha preceduto solo di poche ore la morte di Eluana.
Ma la Speranza non é morta: é risorta in Cristo. 
Nonostante il nostro male.

Friday, February 06, 2009

STOP


Questo blog si ferma per un po'.
E si mette a pregare, facendo sue, intanto, queste parole, comunicato stampa del Movimento dei Focolari sulla vicenda di Eluana Englaro.

CASO ENGLARO
PERCHÉ DICIAMO DI NO ALLA SOSPENSIONE DELL’ALIMENTAZIONE
NO ALLA MORTE DI ELUANA
Eluana é gia morta? E' accanimento tenerla in vita?

Non si tratta di astenersi dall’accanimento terapeutico ed accettare l’evidenza di una vita che si sta spegnendo. Eluana non è un malato terminale (può benissimo vivere ancora per vari anni), né una persona che sta morendo con atroci sofferenze, né è “attaccata” ad alcuna macchina. Viene alimentata tramite un sondino naso-gastrico, si addormenta e si sveglia in modo regolare, ogni giorno viene alzata dal letto per eseguire la fisioterapia e viene seduta in carrozzina. Non ha lesioni da decubito o malattie in atto. Tante persone sono nelle sue condizioni, molte di queste sono accudite in famiglia.

Se esaminiamo la questione dal punto di vista medico, si può affermare inoltre che:

1) La scienza oggi non ha ancora raggiunto dati definitivi sullo stato vegetativo persistente: non può quindi pronunciarsi in modo certo sul grado di consapevolezza di sé e sulle interazioni con l’ambiente di queste persone, né sull’evoluzione di tali condizioni.

2) Da più parti si sta delineando una distinzione tra vita biologica e vita biografica, cioè vita capace di relazione, proponendo la presunta cessazione della vita biografica come confine del prendersi cura. Ma il criterio di dignità di vita non può coincidere con una evidente capacità di comunicazione e di relazione con il mondo esterno. La dignità della vita di ciascuno è un valore intrinseco, non dipende dalle circostanze esistenziali, né dal riconoscimento da parte degli altri di tale dignità.
L’uomo o la donna di cui ci si prende cura, anche se gravemente impediti nell’esercizio delle loro funzioni cognitive, sono e rimangono sempre esseri umani (non “un vegetale”).

3) Il “caso Eluana” rischia di creare un precedente che potrebbe avallare l’abbandono di altre persone in situazioni similari per lesioni cerebrali gravi che limitano fortemente la capacità di relazione.

4) Preoccupa inoltre il fatto che altre figure, con competenze diverse da quella medica, si stiano arrogando poteri decisionali nella prassi di cura. Il medico diviene in tal modo un mero esecutore di decisioni prese al di fuori del rapporto fiduciale con il paziente, rapporto che, da Ippocrate ai giorni odierni, rappresenta il fondamento della medicina.

Per tali motivi, sosteniamo che non si può sospendere l’alimentazione ad Eluana.

Alla famiglia va tutta la nostra vicinanza, rispetto e comprensione per una vicenda umana che indubbiamente comporta una grande sofferenza e decisioni non facili, certamente aggravate dal clima ideologico che circonda questa vicenda.

Nello stesso tempo questa situazione ci richiama ad un rinnovato impegno a difesa della vita in tutte le sue fasi, prima di tutto di solidarietà fattiva, verso ogni persona, specie se più debole e fragile, un impegno non secondariamente anche culturale ed educativo.

(comunicato stampa del Movimento dei Focolari, 6/2/2009)

Wednesday, February 04, 2009

DOVE MI PORTA IL CUORE

"il vero protagonista della storia é il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo"
(Luigi Giussani)


Non fatevi strane idee: in questo post non c'é nulla di sentimentale.
Ed anche se, neanche troppo in fondo, sono sempre stato un gran romanticone, un approccio virile alla vita é quello che preferisco di gran lunga.
Però il cuore con la mia vita c'entra eccome ed io, per parafrasare la celebre scrittrice, finisco sempre per andare dove mi porta lui.
Intanto lo curo tutti i giorni, ma non il mio, quello degli altri. Il che mi fa correre parecchio e non solo perché il cardiologo lo chiamano spesso d'urgenza, ma perché, secondo me, lo chiamano più degli altri. L'ho anche detto ad un collega neurologo, una volta che ci siamo trovati insieme in pronto soccorso: "sai, tu sei più fortunato di me, a te ti cercano di meno, perché tutti hanno un cuore, ma mica tutti hanno un cervello...".

Tant'é, comunque il cuore mi piace perché é anche una questione di ritmo e a me la musica, si sa, é sempre garbata parecchio. Quindi via libera a tutti i ritmi, non solo quello sinusale regolare, perché amo la fibrillazione atriale e pure la tachicardia ventricolare sostenuta.
E d'altra parte che noia se il ritmo fosse sempre uguale, ben venga il rock'n'roll e pure il punk.
La fibrillazione ventricolare, però, quella no, che dopo poco ci si arresta e allora diventi parte di quel supergruppo in cui suonano già Elvis, Janis e Jimi ed io al loro concerto preferisco invitare meno gente possibile...



(immagini ecocardiografiche di una cardiomiopatia dilatativa: mica é sempre una fortuna avere un cuore grande...)

Vabbé, tutto questo sproloquio, per dire che il mio lavoro mi appassiona e che andare dietro ai cuori della gente é una gran fortuna, perché grazie al muscolo finisci per imbatterti sempre con l'anima. Cosa che fa sì che ti facciano un baffo anche le ore di straordinario non pagate e scusa se é poco e chi ha orecchie per intendere intenda.
Voglio dire che alla fine misurarsi con il limite é una gran fortuna, perché vuol dire essere costretti a prendere sul serio la tua vita. Vita che quando é messa in pericolo, come nella malattia, avvicina di più la persona al Significato che la sostiene.
Essere vicino tutti i giorni a questa realtà, vuol dire aiutare gli altri ed aiutar me stesso a scoprire "come la malattia possa non essere ostacolo alla vita, ma vibrazione di un pezzo di vita più intensa, di un'attesa più importante" (1) e quindi "accorgersi con sorpresa ogni volta in noi stessi e nei malati che incontriamo di questa possibile intensità di vita, é avvicinarsi a quello che più caratterizza l'uomo: un mistero e un desiderio infinito" (2).
Mistero e desiderio infinito si coniugano bene col cuore, ecco perché mi piace andargli dietro.
Ma non é sentimentalismo: é realismo.


Note:
(1) Paola Marenco, dall'introduzione alla mostra "Misurare il desiderio infinito?", Itaca ed.
(2) ibid.