Thursday, September 27, 2007

A BLOWIN' ANSWER

"I'll know my song well, before I'm start singin'"
(Bob Dylan - A hard rain's a-gonna fall)


Posata la chitarra, l'uomo iniziò ad avvicinarsi al palco.
L'andatura esitante e perfino un po' buffa, come gli capitava spesso, specie nelle grandi occasioni.
E qualcuno, ogni tanto, l'aveva perfino paragonato a Charlie Chaplin.
Quell'uomo cammina e non sa dove tenere le mani: una sopra l'altra, una attorno all'altra, le rigira nervosamente su se stesse. Poi, quando arriva agli scalini, inciampa e quasi per miracolo non cade. E intanto si rende conto che sarebbe bene togliersi il cappello, niente male finché si esibisce nella sua cowboy band, ma certamente fuori luogo adesso.
E così lo sfila via, proprio all'ultimo momento.


Emozione, senza dubbio, ma perché ?
Forse perché quella persona in cima al palco é davvero importante, anche se ha sempre fatto di tutto per spostare l'attenzione da sé ad un Altro.
Ma anche quell'uomo che si é avvicinato é famoso.
E, in un certo senso, anche lui ha sempre spostato i riflettori da se stesso.
E' l'incontro tra Giovanni Paolo II e Bob Dylan.

Dylan che canta davanti al Papa.
Accade a Bologna, al Congresso Eucaristico Nazionale, esattamente dieci anni fa, il 27 settembre 1997.
Quando arriva davanti al Santo Padre, ha appena finito di cantare "Knockin' On Heaven's Door" e "A Hard Rain's A-Gonna Fall".
E' un momento intenso, il Papa si alza, parla con lui, stringe le sue mani, quelle mani che poco prima Dylan non sapeva dove mettere.
Pochi istanti, poche parole e uno sguardo intenso tra i due.


"A volte nelle canzoni si dicono certe cose anche se c'é solo una piccola probabilità che siano vere. A volte si dicono cose che non hanno niente a che fare con la verità di quello che si vuol dire, e altre volte si dicono cose che tutti sanno essere vere. O magari si finisce per credere che l'unica verità esistente al mondo é che sul mondo non c'é nessuna verità."
(Bob Dylan - "Chronicles") (1).

Bob torna al suo posto, non ha finito di cantare, ma Giovanni Paolo II riprende la parola.
Il fisico non lo sorregge più e deve andare via, ma si rivolge ancora a tutti per un ultimo saluto; parla di eucaristia, di mistero della croce e di resurrezione e per un attimo il sorriso ricompare su quel volto menomato dal morbo di Parkinson: "grazie per questo incontro".
Poco prima che Dylan arrivasse, il discorso aveva mosso i propri passi da "Blowin' In The Wind" ed il Papa aveva parlato di risposte.
Catechesi su una canzone ? Dylan non lo farebbe, non si prenderebbe mai così sul serio.
Ma il Papa non é insensibile alla portata di quei versi e di quel linguaggio.
E non fu opportunismo, come alcuni dissero in seguito; furono invece la ragione ed il cuore, capaci di meditare sulla realtà, in cui il Mistero s'impone rendendosi presente.

"The answer, my friend, is blowin' in the wind, the answer is blowin' in the wind
".
"Un vostro rappresentante ha detto che la risposta sta soffiando nel vento. E' vero, non nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che é soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni".
"How many roads must a man walk down, before you can call him a man".
"Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare uomo? Vi rispondo: una. Una sola é la strada dell'uomo e questa é Cristo. Questa é Cristo che ha detto "Io sono la Vita", la via della vita
". (2)

Riascoltando oggi queste parole non posso fare a meno di ripensare a quell'ultimo straordinario concerto di Chieffo, già citato in questo blog, ed alla sua risposta, quel significato che pervase sempre la sua vita e le sue canzoni : "....pensate che a quei tempi c'era il più grande cantautore e pirata della storia, Bob Dylan, che cantava che la risposta non c'era. Cosa dovevo fare io se lui aveva un'ammiraglia pirata ed io una barchetta a remi ? Io l'avevo incontrata questa risposta, lo dovevo dire. E feci queste canzoni: "la ballata della società", "la ballata dell'uomo vecchio", che erano il segno di quella risposta che avevo incontrato io, che era Cristo. Guardate che non si può tacere solo perché si pensa di non avere i mezzi adeguati. E queste canzoni, a quanto mi risulta, sono cantate tuttora, esattamente come le canzoni del grande Bob, dopo quarant'anni".


Dopo l'uscita di scena di Giovanni Paolo II, Dylan proseguì con un'altra canzone, Forever Young. Poi pose fine alla sua esibizione. "Il Papa se ne stava andando - spiegò - e ho sentito che mi ero scaricato, che si era interrotto il feeling con il pubblico. Ho preferito smettere" (3).
Così se ne andò anche lui, senza una parola e con quei passi piccoli e impacciati, come sempre. (4)

Negli anni a venire Dylan non parlò mai di ciò che accadde quella sera.
Qualcosa di dimenticato troppo presto ?
Nessuno lo sa, ma a me piace pensare che non sia così, che semplicemente conservi nel cuore momenti giudicati preziosi.

Io, per parte mia, ricordo degli sguardi.
Quelli di un Papa, che parlò coi giovani quella sera, tanti giovani, quelli coi quali aveva un rapporto così speciale.
E quelli di un cantante - il più grande di tutti - che, spettinato e senza cappello, guarda verso il palco allontanarsi quell'uomo che gli ha stretto le mani poco prima, mentre canta la sua ultima canzone, Forever Young :
"Che Dio ti benedica e ti custodisca sempre,
possa la tua canzone essere sempre cantata,
possa tu restare per sempre giovane"


Note:
(1) "Chronicles - vol.1" é il titolo dello splendido primo volume dell'autobiografia di Dylan, edito in Italia da Feltrinelli, con traduzione di Alessandro Carrera.
(2) il discorso integrale di Giovanni Paolo II é disponibile a quest'indirizzo:
(3) "E anche Bob Dylan alla fine ha pianto" - Costantino Muscau - Corriere della Sera, 28/9/1997.
(4) Nell'intevista di Jonathan Lethem, per Rolling Stone, del settembre 2006, Dylan ha dichiarato: "Dicono 'Dylan non parla mai'. Che accidenti c'é da dire ? Non é quella la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente" - Le parole sembrano insolenti ma il tono é quasi supplicante - "un artista ha uno scopo differente. Io non voglio essere insensibile e dire che non me ne importa niente. Ti importa, ti importa molto altrimenti non saresti lì. Ma c'é un diverso tipo di connessione. Non é una cosa leggera. E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta".

Friday, September 14, 2007

RISCHIO EDUCATIVO

Tardo pomeriggio, quasi ora di cena: la fine della giornata si avvicina ed é stata intensa.
Carico l'ascensore di sacchetti della spesa. Poco più in là, sul pianerottolo, i bambini giocano e ridono, nell'attesa di salire in casa.
Incontro la signora del piano di sopra, quella sempre arrabbiata, frettolosa e che non ride mai - ma proprio mai - che ti verrebbe voglia di provare a fargli il solletico qualche volta, per vedere se ne é ancora capace.
"Un attimo di pazienza signora, porto su la spesa e le libero subito l'ascensore..."
"Certo che deve essere dura con tre figli vero ? Non so come fate. Comunque gridare con uno o con tre in fondo é la stessa cosa..."
Rimango lì, accenno un sorriso, ma non so cosa rispondere.
Forse mi ha sentito qualche volta, chissà.
Ma io so solo che, anche se sono stanco e preferirei starmene in poltrona col giornale in mano, in questo momento non ho nessuna intenzione di gridare con i miei figli.
Mi vengono incontro tutti e tre quando torno giù con l'ascensore vuoto ed io mi faccio felice della loro presenza.


Ma cosa vuol dire educare i propri figli ?
E' questo che s'intende oggi: un'autorità - non certo autorevolezza - che si esprime con il "gridare" ?
Certo che la domanda é difficile.
Qualche giorno fa li guardavo mentre eravamo tutti a tavola: uno di quei rari momenti in cui la confusione ed il frastuono lasciano miracolosamente posto a prolungati istanti di sguardi e gesti rallentati, dolci ed intensi insieme. Istanti in cui il tempo sembra fermarsi e percepisci solo uno sguardo largo, sgombro di fatiche e difficoltà, pieno solo d'amore.

Ma é sufficiente l'affetto che provi per loro a educarli ? Oppure occorre un "amore educativo" ?
Quell'amore che "sa penetrare come sguardo spirituale" e che fa sì che "solo a questo livello di relazione-comprensione l'educatore provi la commozione profonda per la grandezza di questo essere" (1) .

Allora la questione é seria. E in un mondo in cui qualsiasi attività é sempre più complessa, certificata, raggiungibile dopo adeguati corsi di preparazione professionale, questo rimane un mestiere che nessuno t'insegna a scuola. Eppure é quello a cui tieni di più, per cui valgono l'impegno e la fatica quotidiani, l'amore donato gratuitamente, la sofferenza patita senza lamento.
In questo lavoro ti impegni senza sosta. E quando le circostanze ti chiedono di più non protesti come se te l'avesse chiesto il capo e non vai dai sindacati a contestare il lavoro straordinario non pagato.
In più, come se non bastasse, non ti senti neppure troppo bravo.
Capita invece che ti colgano alla sprovvista.
E' come se t'interrogassero su un argomento che non avevi studiato.
Ti sentivi pronto, pensavi davvero di farcela e invece no, i tuoi figli ti spiazzano.
E poi ci si mette anche il tuo limite, l'essere talvolta fuori posto, preso nel momento sbagliato: "adesso non ho tempo, sono stanco, dopo ne parliamo, dopo vediamo..."
E così, in fondo, capita di sentirti anche un po' indifeso.
Ma poi l'entusiasmo ritorna e con esso il desiderio di dare tutto te stesso, la ferma volontà e nel medesimo tempo la certezza di farti sempre capace di ricominciare, in ogni momento.

E allora come fare ? Si sentirebbe il bisogno di un metodo semplice e sicuro, che magari non dia tutte le risposte, ma che ti faccia sentire sufficientemente a posto, sulla strada giusta quasi in ogni circostanza.
A volte mi aiuta il pensiero che educare sia fondamentalmente un'esperienza di condivisione.
Mettere in comune, cioé, con i propri figli, quell'esperienza di misericordia che io e mia moglie vediamo compiersi quotidianamente in ogni momento; e quella di farli partecipi di quell'avventura che é la nostra vita continuamente rigiocata in una compagnia di persone amiche in Cristo.
Compagnia, cioé, che é capace di rimettersi in discussione, nel verificare le proprie scelte, piccole o grandi che siano, alla luce di una Presenza che diviene luce che rischiara notti oscure fatte di mille dubbi e tentennamenti.


Ma perché ciò accada veramente - e che cioé i figli siano davvero partecipi di tutto questo - occorre che essi non rimangano spettatori, ma, essendo amati gratuitamente, divengano attori di quest'avvenimento.
Uno sguardo così su di loro é solo quello che non ha pretese, che si fa nulla spostando ogni ambizione, che li considera primi prossimi ed é disposto a morire a se stesso pur di "farsi uno".
Uno sguardo, alla fine, che é amore per la libertà.
Libertà di rispondere affermativamente ad una proposta, che é significato per la vita.
Una scommessa, forse, ma sulla quale vale la pena di puntare tutto, come spiega Franco Nembrini, in un suo recente intervento:

"(...) tutto il segreto dell'educazione mi pare sia questo: i tuoi figli ti guardano; quando giocano non giocano mai soltanto, qualsiasi cosa facciano in realtà con la coda dell'occhio ti guardano sempre, e che ti vedano lieto e forte davanti alla realtà é l'unico modo che hai di educarli.
Lieto e forte non perché sei perfetto (tanto non lo crederanno mai, e come é patetico e triste il genitore che cerca di nascondere ai figli il proprio male), ma perché sei tu il primo a chiedere e ad ottenere ogni giorno di essere perdonato. (...) Questa solidità, questa certezza che hai tu e che vivi tu, con i tuoi amici, con tua moglie, é l'unica cosa di cui hanno bisogno i figli per essere educati, é l'unica cosa che anche senza saperlo ci chiedono, e su questa testimonianza poggia la loro speranza. Si tratta di scommettere tutto sulla loro libertà
". (2)


Note:
"Il rischio educativo" é naturalmente il titolo dello splendido libro di Luigi Giussani, del quale ho, con impertinenza, sfruttato il titolo.
(1) M. De Beni - "Il coraggio di essere educatori oggi" - Nuova Umanità, XXIX (2007/2) 170, pp. 241-251
(2) Il testo integrale del contributo di Franco Nembrini ("Gesù é il Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza") al Convegno ecclesiale diocesano del giugno 2007 presso la basilica di S.Giovanni in Laterano, é disponibile a questo indirizzo:

Tuesday, September 11, 2007

BABY STOP CRYING

Ci sono tanti modi per ricordare l'11 settembre.
A me piace farlo coi versi delle canzoni del Boss, tratti da quel capolavoro che é "The Rising".
Rabbia, ritmo e rock'n'roll.
Dolore, dolcezza, malinconia.
E struggente desiderio di redenzione.

Left the house this morning
Bells ringing filled the air
Wearin' the cross of my calling
On wheels of fire I come rollin' down here

There's spirits above and behind me
Faces gone black, eyes burnin' bright
May their precious blood bind me Lord,
As I stand before your fiery light

Come on up for the rising
Come on up, lay your hands in mine
Come on up for the rising
Come on up for the rising tonight

Sono uscito di casa stamattina
Il suono delle campane riempiva l'aria
Portavo la croce della mia vocazione
Su ruote di fuoco sono arrivato quaggiù

Ci sono spiriti sopra e dietro di me
Facce diventate nere, occhi che bruciano e splendono
Che il loro sangue prezioso mi leghi Signore,
quando sarò di fronte alla tua luce ardente

Vieni su per risorgere
Vieni su, metti le tue mani nelle mie
Vieni su per risorgere
Vieni su per risorgere questa notte

(Bruce Springsteen, "The Rising")


With these hands, with these hands,
With these hands, I pray Lord
With these hands, with these hands,
I pray for the strenght, Lord
With these hands, with these hands ,
I pray for the faith, Lord

With these hands, with these hands,
I pray for your love, Lord

Come on, rise up
Come on, rise up.

(Bruce Springsteen, "My City Of Ruins")


Tuesday, September 04, 2007

PROPOSITI


Settembre come inizio dell'anno.
Inizio d'anno per chi va a scuola, ma anche per chi rientra dalle vacanze estive e per chiunque veda comunque il fluire del proprio quotidiano che riprende in qualche modo nuova vita.
E allora in mezzo a tanti mugugni e lamentele che si sentono in giro, in una routine che talora schiaccia o nelle difficoltà di chi fa sempre fatica a tirare avanti, per me settembre diviene anche tempo di propositi.

Quest'anno mi piacerebbe andare controcorrente a me stesso.
Controcorrente rispetto a ciò che mi fa più comodo.
E così avere più attenzione per quella persona più insofferente delle altre, per quel collega meno simpatico degli altri, per quell'amico la cui amicizia ho coltivato meno di altre.
Più amore per l'imprevisto, scomodo, che mi capita addosso ogni giorno nell'attimo presente.
Ce la posso fare ?
Ho paura di no, perché questo é amore della croce, ma non delle "croci eroiche, che potrebbero nutrire l'amor proprio, ma ... quelle croci volgari, che purtroppo porto con ripugnanza ... quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell'insuccesso, nei falsi giudizi, nella freddezza, nei rifiuti e nei disprezzi degli altri, nelle tenebre della mente e nel silenzio e aridità del cuore" (Bob Kennedy)

E allora so già che spesso fallirò, ma non importa.
Perché ho imparato col tempo che é tutto un gioco di Misericordia e che il bello é ricominciare sempre, basta affidarsi.
Perché, come diceva Cesare Pavese, "l'unica gioia al mondo é cominciare. E' bello vivere perché vivere é cominciare sempre, ad ogni istante".

Buon anno a tutti.

Tuesday, August 28, 2007

INCONTRARE UN'ESPERIENZA


Un'esperienza.
Forse bisognerebbe spiegarlo a qualche giornalista che tenta di raccontare il Meeting di Rimini senza averlo vissuto, che questa é la dimensione ultima di quel che accade in Fiera ogni anno, alla fine di agosto.
E anche a quelli che lo censurano, semplicemente non parlando di un evento che solo quest'anno ha richiamato più di 700.000 partecipanti.
Un'esperienza, come punto di partenza, imprescindibile, e allo stesso tempo punto d'arrivo, perché se si esce dalla dimensione di un avvenimento, qualcosa che accade e di cui ciascuno può essere protagonista, allora difficilmente si riesce a capire cos'é.

Può essere che chi censura o non comprende non capisca al fondo il ruolo dell'esperienza nella vita di ogni singolo individuo.
Lo spiega bene Antonio Spadaro, in un suo editoriale estivo (1) : essa, nel relativismo di oggi, sembra essersi "svalutata come fonte di autorità e di saggezza" o, peggio, arriva a ridursi a "semplice esperimento".
Esperienza, nel suo significato più profondo, é invece qualcosa che Emilia Guarnieri, presidente dell' Associazione Meeting per l'amicizia tra i popoli, fa intravedere, durante l'incontro conclusivo di quest'anno: "anche il Meeting c'é e continua a essere vivo perché questa storia di affetto e di amicizia tra noi é viva. Perché se non fosse così, anche il Meeting, come tutte le altre cose che facciamo nella nostra vita, non ci sarebbe. Diceva Claudel: "C'é un grande Mistero tra noi" ed é da questo Mistero che noi siamo commossi ed é a questo Mistero che siamo grati. E poiché il Mistero é proprio Mistero, se é vero che non si può prevedere come questo Mistero accadrà, é anche vero che si può raccontare come ci ha cambiato, si può raccontare cosa é accaduto" .

Allora anche per me questo non può che essere il punto di partenza, partire da quello che ho visto accadere e che ho vissuto in prima persona.
Quando arrivo al Meeting quest'anno, insieme alla mia famiglia, mi sento un po' come un contenitore vuoto.
Sentirsi aridi, capita nella vita di passare momenti così.
Croci, stanchezza, soprattutto la durezza del proprio cuore.
E allora arrivo lì con una grande domanda, il desiderio di un cambiamento.
Ma il contenitore, anche se vuoto, non é semplice da riempire: il coperchio é ancora chiuso ben bene.


Appena arrivato a Rimini rimango subito colpito dai volontari: sono più di tremila, giovani, tantissimi giovani, ma anche adulti ed ogni volta é uno spettacolo.
Avevo letto sul Corriere della sera di qualche giorno fa un commento di Giancarlo Cesana, alla domanda se c'era qualcosa del Meeting cui lui tenesse in modo particolare; aveva risposto : "sì, la gratuità dei volontari, giovani e adulti, padri e madri di famiglia che rinunciano a una settimana di ferie per lavorare non solo gratis, ma pagandosi vitto e alloggio. Chi glielo fa fare se l'esperienza di quello che hanno incontrato al Meeting non é vera ?"
E' davvero così e lo cogli in mille sorrisi ed in un'instancabile disponibilità.
E' il primo scossone per me ed il coperchio inizia ad aprirsi un po'.


Il secondo scossone arriva in una delle sale. Inizia l'incontro "Chi é l'uomo perché io lo curi" (2).
Quando Mario Melazzini, primario oncologo e malato di SLA - la maledetta sclerosi laterale amiotrofica - inizia a parlare, é come una fucilata sparata all'improvviso.
Parla della sua attività di medico, poco prima che arrivasse la malattia: "pensavo di essere una persona estremamente attenta all'altro, ma non mi sono mai fermato a chiedermi chi é l'altro".
D'improvviso mi riconosco in quell'affermazione ed il coperchio del mio contenitore questa volta si apre del tutto.
Non posso fare altro che aprire il cuore a ciò che sta accadendo ora.

Le sue parole mi conquistano poco a poco.
Quell'uomo, seduto su una carrozzina, un tutore a sorreggere il capo, l'eloquio già in parte compromesso, conosce bene - da medico - l'inguaribilità della sua malattia; eppure parla di speranza perché dice di conoscere solo l' "inguaribile voglia di vivere" (3).
Quando aveva scoperto d'essere ammalato, egli, lontano dalla fede, aveva considerato la possibilità dell'eutanasia. Ora conclude il suo intervento così: " é bellissimo vedere una sala così colma per ascoltare delle esperienze e delle riflessioni di persone che si pensa sempre abbiano vissuto, abbiano incontrato il dolore e la sofferenza. No, io vi posso garantire che ringrazio Dio di avere incontrato questa malattia; di averla incontrata tardi, ma non é mai troppo tardi, di avere imparato quali sono i veri valori della vita. E la verità forse sta proprio qui: avere il coraggio di amare e di farsi amare, di accettare i propri limiti e di condividerli con gli altri. Vivere é la cosa indispensabile. L'amore per la vita é la benzina che mi permette di affrontare con serenità queste mie difficoltà, che vi posso garantire sono parecchie. E' talmente bello vivere che io non sono malato: sì, ho la sclerosi laterale amiotrofica, ma finché ci sarò io ci sarà anche lei: cammino insieme a lei".
Prima di Melazzini aveva parlato Pierre Mertens, psicoterapeuta belga, oggi presidente della Federazione internazionale per la spina bifida e l'idrocefalo, raccontando dell'esperienza di sua figlia Liesye, affetta da spina bifida e vissuta sino all'età di 11 anni (4).
E' una testimonianza appassionata, di una bambina che viene definita "una bimba felice, probabilmente la più felice di tutta la mia famiglia". Liesye é affetta da una patologia per la quale un gruppo di medici olandesi ha persino proposto un protocollo di eutanasia attiva (5), ma l'esperienza di Mertens é esperienza di vita, non di morte: "la sua breve vita é stata la cosa più bella che sia mai capitata a me ed alla mia famiglia".
Si tratta di qualcosa di forte, anche perché, come dice al termine Felice Achilli, moderatore dell'incontro, ne emerge un "giudizio" che sostiene la vita e questo giudizio é qualcosa di oggettivo; così oggettivo che Mertens stesso giunge ad affermare : "questo mondo sarebbe un mondo migliore senza l'esistenza dei disabili ? Probabilmente no".


Sono davanti all'ingresso de "La città nella città", la mostra preparata dall' Associazione Cometa (6).
Chiara, la più grande dei miei figli é in giro per la Fiera in pattini, a caccia di gadgets; alla fine della giornata avrà saccheggiato tutti gli stands. Mia moglie é al Villaggio Ragazzi, con gli altri due nostri figli. Ci siamo dati il cambio per assistere alla visita guidata della mostra: stamani era andata lei e tornando mi aveva detto che non me la sarei dovuta perdere per nessun motivo.
Le mostre sono un'altra delle cose belle del Meeting e sono tutte guidate.
Questo é un altro piccolo miracolo che accade qui: volontari che si mettono a disposizione, studiano una mostra, ne incontrano i protagonisti e quindi fanno esperienza di quello che poi si mettono a spiegare ai visitatori.
"Una storia di semplice comunione", la mostra sottotitola così e, mano a mano che la seguo, m'immedesimo poco alla volta in questa vicenda, nata da un semplice sì, quello di Erasmo ed Innocente Figini, due fratelli che, con le rispettive famiglie decidono di accettare un bambino in affido. Nel tempo l'accoglienza si amplia e le famiglie diventano quattro, mediamente con dieci ragazzi a testa, tra i figli naturali e quelli in affido. Ma si affiancano anche volontari e nascono scuole, un'associazione sportiva, un progetto educativo, insomma una vera e propria "città nella città".
Quando arrivo alla fine della mostra mi colpisce una frase di Don Giussani: "la cosa più grande che si possa vedere nel mondo é che certi uomini siano uniti tra loro come membra di un unico Corpo. Non perché impegnati in una certa opera, ma perché chiamati dallo stesso gesto di Cristo, da un identico avvenimento, così che, pur non conoscendosi minimamente, fino a quel momento del tutto estranei, sono e si riconoscono legati agli altri in modo imparagonabile".
Estranei sino ad un istante, prima, ma legati in modo imparagonabile.
Come i bambini, quando giungono a Cometa in affido.
E come quel nuovo amico, che ha guidato la mostra a cui ho assistito, e di cui ho incrociato per un attimo lo sguardo, poco dopo che aveva letto la frase di Giussani.


Al Meeting di quest'anno il dvd dell'ultimo concerto di Chieffo (7) é andato letteralmente a ruba. L'ho comprato anch'io e l'abbiamo guardato appena arrivati a casa. Aveva cantato proprio al Meeting dell'anno scorso ed ha salutato questo mondo il giorno d'inizio di quello di quest'anno. "La verità é il destino per il quale siamo stati fatti", recita il titolo questa volta: la Verità, lui, l'aveva cantata per tutta la vita, ora ha raggiunto il Destino che ha così tanto amato.
A un certo punto del concerto, tra una canzone e l'altra, dice: "(...) pensate che a quei tempi c'era il più grande cantautore e pirata della storia, Bob Dylan, che cantava che la risposta non c'era. Cosa dovevo fare io se lui aveva un'ammiraglia pirata ed io una barchetta a remi ?Io l'avevo incontrata questa risposta, lo dovevo dire. E feci queste canzoni: "la ballata della società", "la ballata dell'uomo vecchio", che erano il segno di quella risposta che avevo incontrato io, che era Cristo. Guardate che non si può tacere solo perché si pensa di non avere i mezzi adeguati. E queste canzoni, a quanto mi risulta, sono cantate tuttora esattamente come le canzoni del grande Bob, dopo quarant'anni".
Grande Bob, ma grande, grandissimo Claudio.
E ancor più grande all'inizio del concerto, quando racconta di un giornalista che gli aveva detto: "ho capito che lei non ha un pubblico, ha un popolo" ed al quale lui aveva risposto "guardi, non ha capito fino in fondo, io faccio parte di questo popolo, ed é tutta un'altra cosa"
Già, parte di un popolo.
Strano ma vero, anch'io, ascoltandolo, mi sono sentito così.


E' ora di ricominciare, nel quotidiano di ogni giorno.
Il contenitore alla fine si é riempito, ma non si é reso colmo da solo.
E' stato riempito da Qualcosa che é accaduto.
E' stato riempito da Qualcuno.
Poco prima di uscire dalla Fiera di Rimini, ci fermiamo ancora: incontriamo amici fino all'ultimo istante. Siamo un po' di corsa ormai, ma mia moglie mi spiega poco dopo il senso di ciò che accade: "sembra di perdere tempo - mi dice - ma invece non é così; é il senso di quel che abbiamo sentito sinora: questa é l'incarnazione".
Ha proprio ragione ed é un vero e proprio sussulto.
Il contenitore é tornato finalmente ad essere un cuore.


Note:
(1) Antonio Spadaro - "Ma che significa vacanza?"
http://www.bombacarta.com/?p=455#more-455
(2) La replica dell'incontro é visibile sul sito del Meeting: http://www.meetingrimini.org/
(3) Massimo Pandolfi - L'inguaribile voglia di vivere - prefazione di M.Melazzini - ed. Ares
(4) Pierre Mertens - Liesye, mia figlia - ed. Cantagalli
(5) The Groningen Protocol - Euthanasia in severly ill newborns - N Engl J Med 352; 10, 2005
(7) Claudio Chieffo - Concerto per un amico - dvd . http://www.claudiochieffo.com/

Saturday, August 25, 2007

CIAO CLAUDIO


Claudio Chieffo
9 marzo 1945 - 19 agosto 2007

"(...) Nella mia vita ho avuto modo di toccare con mano tante volte e con tanta evidenza la presenza di Dio: l'amore di mia moglie e dei miei figli, i volti dei miei amici, l'appartenenza a un popolo, e tante cose che mi sono accadute.
La prima percezione che ho avuto quando i medici mi hanno dato notizia del mio male, é che non mi sia venuta addosso una disgrazia, ma che anche questo é un modo - certo dolorosissimo - di far emergere e di testimoniare la gloria di Dio.
Altrimenti sarei un dis-graziato, uno che non riconosce ciò che la Grazia ha operato e opera nella sua esistenza.
Non si può campare da dis-graziati, sarebbe come negare che la Grazia possa arrivare.
Sarebbe come smettere di sperare.
E io non smetto."
(Claudio Chieffo)

Thursday, July 26, 2007

HOLIDAY


"Siamo nati per volare, per cadere prima o poi.
Non fermarti,
non fermarti mai"

(Massimo Priviero, dall'album "Dolce resistenza", 2007)


Il blog va in pausa per un po'.
Auguri di una buona estate a tutti coloro che passeranno da qui.

E non smettete mai di pensare: il tempo della vacanza, diceva Don Giussani, é il tempo "della libertà e della sincerità", quello in cui "viene a galla quello che vuoi veramente".

Peace to everybody.

Sunday, July 22, 2007

CHIANG MAI


Mi affacciai dalla terrazza di quel meraviglioso tempio.
Dall'alto della collina la città e la natura circostante apparivano serene e discrete nella loro bellezza.
Il Wat Phrathat Doi Suthep era il tempio più bello di Chiang Mai, con la sua piattaforma dominata al centro dal chedi dorato, così simile per grandezza e splendore ai templi birmani. Per arrivare fino a lì avevo fatto una lunga strada e poi una ripida scalinata, quasi trecento gradini, proprio come i pellegrini di un tempo, per giungere fino in cima alla collina, Doi Suthep, mille metri d'altitudine a dominare la città.
La leggenda vuole che questo luogo fosse stato scelto da un elefante bianco che, incaricato dal re Kuena, nel XIV secolo, di scegliere un luogo propizio dove seppellire una reliquia del Buddha, si fermò a Doi Suthep e qui crollò a terra morto, come a dire che quello era il luogo giusto. E così venne eretto il chedi, la pagoda centrale, poi abbellito dai re di Chiang Mai negli anni successivi.


Il tranquillo passeggiare dei monaci e dei pellegrini, mescolati a silenziosi e rispettosi turisti, rende ancor più sacra l'atmosfera del luogo.
Eppure non lontano da qui c'é il triangolo d'oro, e allora come fanno a non venire in mente le contraddizioni di questo paese, disposto a convivere col traffico di droga ed il turismo sessuale ? Ad un occhio superficiale da turista occidentale appare strana e incomprensibile la tolleranza e la connivenza dei governi locali, ma in fondo é solo ipocrisia e senso di superiorità : anche l'Europa, culla di democrazia, é ricca d'incoerenza. E talvolta, nella sua "pretesa" di giustizia, il vecchio continente diviene di fatto incapace di muovere nella giusta direzione coscienze ed energie umane, mentre qui se non la giustizia, almeno percepisci la pazienza, una virtù coltivata e custodita a lungo dal popolo thailandese.

Un po' di anni fa un monaco buddista thailandese capitò col suo maestro a Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari nei pressi di Incisa Valdarno, vicino a Firenze.
L'amicizia con alcuni membri del movimento era sbocciata in una visita alla comunità ed i due monaci si fermarono per un po' di giorni.
Alla sera erano soliti lasciare le scarpe fuori dalla loro stanza ed al mattino le trovavano sempre pulite per bene. Un gesto semplice, ma che colpì profondamente quei due nuovi amici. Il loro animo, profondo conoscitore della compassione, aveva scoperto la carità. E cristianesimo e buddismo, in una quotidiantità apparentemente semplice e banale, si erano incontrati divenendo esperienza di dialogo ed amore reciproco.
Thongrattana sviluppò un rapporto profondo, dopo quei giorni, con Chiara Lubich e le chiese un nome nuovo. Lei, ben felice, glielo diede. E da quel giorno, per tutti, il nuovo amico fu "Luce ardente".


Passeggio ancora a lungo all'interno di questo tempio.
Mi sembra lontana la frenesia di Bangkok, città che pure mi aveva così affascinato, complice forse l'aver rappresentato per me una sorta di battesimo con l'Asia. Ma c'era già qualcosa che stonava in quella città e che qui a Chiang Mai mi sembra di notare molto meno. Come una patina di modernità, una corsa a inseguire modelli consumistici insensati e tesa alla fine ad offuscare inevitabilmente il fascino di quest'antica città.
Scriverà Tiziano Terzani, qualche anno dopo:
"Con la Thailandia io avevo chiuso anni prima e, non fossi andato a vivere in India, dove le forze dello spirito sembrano ancora fare quadrato contro quelle della materia, anch'io sarei arrivato alla conclusione che in Asia non c'é più niente da imparare, niente di cui nutrirsi.
Bangkok era mutata tantissimo nel suo aspetto fisico e di conseguenza anche nell'anima. Il suo fascino era finito. Da una città assolata, percorsa da canali, era diventata un agglomerato di cemento, rabbuiato dalle tante strade sopraelevate costruite su quelle con cui erano state ricoperte le vie d'acqua. La modernità aveva eroso la tradizionale serenità della gente e accelerato i suoi, un tempo solenni, ritmi di vita". (1)


Nel 1995 Chiara Lubich giunge a Chiang Mai, nel corso di un suo viaggio in Asia.
Viene invitata al campus universitario Mahachulalongkorn dei monaci. L'abate del tempio la presenta alla sala, gremitissima di giovani; molti sono in collegamento audio-video in altre sale. Le si rivolge semplicemente col suo nome: per tutti, anche per i monaci, é semplicemente "Chiara". "E' un momento storico per questo tempio e per questa università - dice - Chiara é una persona-mondo: tutti riconoscono ciò che lei ha fatto e fa per la pace universale" E poi le chiede di raccontare la sua esperienza, affinché possa essere "oggetto di approfondimento nell'università". Piero Coda racconta bene alcuni di quei momenti:
"Chiara non legge il testo che ha preparato. Racconta invece - per rispondere all'invito che le é stato rivolto - la sua esperienza di vita. Quella che nel Movimento dei Focolari é conosciuta come la "storia dell'ideale", il racconto cioé dei primi tempi della vicenda spirituale di Chiara e delle sue compagne, suona qui tutta nuova: per l'uditorio che l'accoglie e per la sensibilità dialogica con cui é raccontata.
Nell'odio della seconda guerra mondiale e nel crollo di tutti gli ideali umani, la legge evangelica della "compassione" diventa per Chiara il segreto di una nuova vita. Il "chiedete e otterrete" delle Sacre Scritture cristiane é sperimentato come una realtà tangibile per quell'andare in soccorso dei poveri in cui s'impegnano Chiara e le sue prime giovani compagne.
Scoppia così una "rivoluzione della compassione", per realizzare la quale ragazzi e ragazze si consacrano con Chiara nella verginità.
Quest'ideale di vita si estende dall'Italia all'Europa, dalla Chiesa cattolica alle altre Chiese, e infine anche fuori dall'Europa nel contatto con le diverse religioni, con le quali si é scoperto di poter condividere la "regola d'oro" : "fà agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".
L'amore - spiega Chiara, quasi sintetizzando l'insegnamento raccolto da quest'esperienza di vita e illuminato dai "libri sacri" della fede cristiana - richiede quattro cose: amare tutti, amare per primi, farsi uno (piangere con chi piange, gioire con chi gioisce), amare l'altro come sé.
Segue un dialogo bellissimo, moderato da Luce Ardente.
Alla fine c'é un scambio di doni. Conclude il gran maestro, dopo un invito a un minuto di silenzio e di concentrazione. Chiara ringrazia e dice ai giovani, vedendoli attenti e illuminati: "puntate in alto, siete giovani, non accontentatevi della mediocrità". E loro, tutti in coro, le rispondono all'unisono con una tipica esclamazione di gioia e di ringraziamento." (2)


Chiang Mai significa "città nuova" e Città Nuova é anche il nome della rivista quindicinale edita dal Movimento dei Focolari. Curioso che proprio sull'ultimo numero il bravo Michele Zanzucchi pubblichi un reportage su una sua visita in quel luogo (3).
Gli echi di quel viaggio di Chiara sono ancora presenti: in questa città il dialogo tra cristiani e buddisti é andato avanti, ma non solo tra di loro.
All'università di Chiang Mai sono quasi in mille tra monaci ed aspiranti ed é un insegnamento moderno che nulla toglie, comunque, alla ricchezza della tradizione buddhista Theravada. E il dialogo coi cristiani ? "Siamo come due matite di colore diverso - spiega il rettore a Zanzucchi - che si avvicinano per la punta: a volte fedeli di religioni diverse sono più vicini tra loro di quanto non avvenga con persone della propria religione. Lo sperimento con alcuni cristiani di Chiang Mai, in particolare coi focolarini". Le parole più incoraggianti sono però quelle dell'imam locale, Ajhan Soleh: "In varie occasioni abbiamo potuto dialogare a fondo con buddhisti e cristiani. Ci unisce soprattutto una parola: pace. Quando vedo dei buddhisti che accendono le loro candele al tempio, mi metto a pregare Allah per loro. Alcuni nella comunità sono rimasti sconcertati quando ho invitato dei monaci buddhisti alla moschea. Ma ora ci sono abituati."
Il vescovo cattolico di Chiang Mai, Joseph Sangval Surasang, appare felice, e parla di testimonianza. Sembra proprio che qui nessuno accenni al proselitismo, ma solo ad esperienza che rende felice l'uomo. E dovrebbe essere proprio così, in fondo, per chiunque e dappertutto: se hai incontrato Qualcosa che rende la tua vita valevole d'essere vissuta, cos'altro vorresti fare se non dirlo ai tuoi amici ? "Il turismo cresce a ritmi vertiginosi - dice il vescovo - e così i danni provocati dalla droga, dal sesso sfrenato, dai soldi sperperati. ma tanti occidentali atei ritrovano il loro rapporto con Dio, grazie alla testimonianza dei cattolici locali, di cui non sospettano neppure l'esistenza".

Strano posto, Chiang Mai, incontri personaggi curiosi, gente che parla ancora di dialogo e che, soprattutto, ne fa esperienza: il famoso sorriso thailandese - "Thai smile" - qui sembra più autentico.
Chissà che da lassù ora non sorrida anche Tiziano Terzani.
Credo che sarebbe anche disposto a tornare in Asia, per nutrirsi ancora di qualcosa.
Anzi, penso proprio che sarei pronto a scommetterci.


Note:

(1) Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi & C.
(2) Piero Coda - Viaggio in Asia - Con Chiara Lubich in Thailandia e Filippine - Città Nuova editrice.
(3) Michele Zanzucchi - Elefanti albini, monaci zafferano - Città Nuova, n° 14, 25 luglio 2007

Thursday, July 19, 2007

I'LL REMEMBER YOU


Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 - Capaci, 23 maggio 1992)
Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 - Palermo, 19 luglio 1992)


"(...) rivolgendomi agli uomini della mafia.... ma certamente non cristiani, sappiate... che anche per voi c'é possibilità di perdono. Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio. Però... se avete il coraggio di cambiare... (...)"

(Rosanna Costa Schifani ai funerali del marito e di Giovanni Falcone)


"Gesù verso le ore tre grida a gran voce:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" (Mt 27,46)
E' il culmine dei suoi dolori,
é la sua passione interiore.
E' il dramma di un Dio che grida.
Infinito mistero, dolore abissale
che Gesù ha provato come uomo.
Dà la misura del suo amore per gli uomini.
Ha voluto prendere su di sé la separazione
che li teneva lontani dal Padre e fra loro,
E l'ha colmata.
Qualsiasi dolore dell'uomo si trova riassunto
in questo particolare dolore di Gesù.
Non é simile a Lui l'angosciato, il solo, l'arido,
il deluso, il fallito, il debole ?
Non é immagine di Lui ogni divisione dolorosa
tra i membri di una stessa famiglia ?
Amando Lui, il cristiano trova il motivo e la forza
per non sfuggire il dolore, il male, la divisione,
ma per accettarli e portarvi il proprio personale rimedio.
Gesù Abbandonato é la chiave dell'Unità."


"Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull'umanità il Divino, attraverso la Ferita dell'Abbandono, che é la pupilla dell'Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell'umanità attraverso la quale (si) vede Dio"

(Chiara Lubich)

Friday, July 13, 2007

IL JUKE BOX TOTALE


Feci le ore piccole quel giorno, il 13 luglio 1985, per assistere al concerto.
Accesi il televisore nel pomeriggio e rimasi lì anche di notte, finché gli occhi riuscirono a rimanere aperti.
Il Live Aid, quella grande idea di Bob Geldof, era iniziato allo stadio Wembley di Londra ed era proseguito senza soluzione di continuità negli Stati Uniti, a Philadelphia.
Tutte le rockstars erano lì e Phil Collins aveva perfino preso il Concorde ed era volato da un posto all'altro, per riuscire a cantare in tutti e due gli stadi.
Apparse davvero a tutti come qualcosa di speciale, un superconcerto per l'Etiopia, che riuscisse finalmente a sensibilizzare tutti ed a catalizzare l'attenzione sul continente più sfortunato del mondo.
E fu grandioso, anche se poco o nulla cambiò dopo quel giorno, nonostante la grande quantità di fondi che il progetto fu capace, anche in seguito, di raccogliere. Giorno che poi qualcuno avrebbe comunque definito "the day the music changed the world".


Nonostante il profondo amore che nutro per la musica - e in particolare la musica rock - non ho mai creduto sul serio che potesse cambiare il mondo.
Lo credevano anche i protagonisti di Woodstock, nel 1969, ma dovettero ricredersi anche loro, appena pochi mesi dopo, all'indomani dell'uccisione di uno spettatore nel corso dei tafferugli scoppiati durante un concerto dei Rolling Stones nei pressi di San Francisco.
E così cambiò poco anche dopo il Live Aid, perché é il cuore dell'uomo che deve mutare, affinché la realtà della storia possa finalmente mettersi a girare in modo diverso.
E personalmente sono convinto che ciò avverrà solo quando lo sguardo dell'uomo sarà davvero capace di rivolgersi al volto buono del Mistero, che si é fatto carne per condividere la nostra vita.
Ma quell'evento, il "Juke box totale", fu comunque speciale e nel mio ricordo, più che spettacolo di libertà ed uguaglianza, lo fu di visibile fraternità.
Fraternità ed emozione, tra le rockstars che calcarono le scene, innanzitutto; ma anche tra essi e il pubblico e infine tra la gente tutta intera, sia che fosse dentro gli stadi o in diretta di fronte ad uno schermo televisivo. Disse Jimmy Page: "guardiamo le cose in faccia: quando pensate che tutti questi gruppi stanno suonando e nemmeno uno oltrepassa il tempo concesso, é incredibile ! Questo mostra perfettamente l'impegno di tutti per questa causa".


Tra i tanti racconti di quell'evento, ce n'é uno che fece in quei giorni Peter Hillmore e che rende bene quello che fu il pathos di un concerto forse davvero unico ed irripetibile.
Eccone qui i passaggi finali.

"Se non l'avete visto, cercate di immaginare la scena dello stadio JFK a Philadelphia. Sono le undici di sera, sono passate sedici ore da quando gli Status Quo lontano, lontanissimo, a Londra, hanno aperto questa lunga giornata con Rocking Around The World, una canzone ideale per aprire un concerto del genere.
Bob Dylan termina il suo ultimo pezzo. Dietro di lui, due chitarristi segnano discretamente il ritmo, Keith Richards e Ronnie Wood dei Rolling Stones. La folla, immobilizzata dal mattino, acclama il trio. Un degno finale dello spettacolo che si é appena svolto, ma in realtà é soltanto l'inizio.


Lionel Richie viene fuori da dietro il sipario, abbraccia Dylan, Richards e Wood e saluta la folla. La folla gli risponde. E il sipario si apre. Il palcoscenico é pieno di star fino a scoppiare. Un palcoscenico che una sola tra loro é solitamente sufficiente a riempire.
Lionel Richie intona We Are The World, We Are The Children. La folla eccitata si mette ad urlare. Poi appare Harry Belafonte. Poi Joan Baez. Poi Madonna. D'un tratto si mette a cantare un coro di bambini dalle voci cristalline. Il palco é pieno, gremito di star del rock che cantano all'unisono, o meglio cercano di cantare tutti insieme.
Ci sono i Duran Duran, sparpagliati in mezzo agli altri. C'é Mick Jagger, ha l'aria di non sapere le parole della canzone, ma canta, balla, é felice. Poi Patty Labelle, Tina Turner, Teddy Pondergrass e Dionne Warwick fanno un breve "a solo", accompagnati dai migliori cantanti del mondo, e i più costosi anche, che fanno gorgheggi, cantano, battono le mani e sorridono. C'é stata sì una prova, alla bell'e meglio, dietro al palco, in mezzo alle roulottes. Ma nessuno se ne frega niente di sapere se va bene. Non é una canzone questa, é una celebrazione.
Bob Dylan stringe Robert Plant tra le braccia. Bryan Adams prende Jimmy Page tra le sue. Eric Clapton si abbraccia da solo perché non é rimasto più nessuno da stringere.
La folla é in delirio. Spossata da una giornata simile e dal caldo, ha ritrovato l'energia. Una corrente di adrenalina si é stabilita tra lei e il palco. Si stimolano a vicenda. Anche la folla canta. Quando le star bissano la canzone, novantamila mani si protendono verso il palco. In questo momento preciso, loro sono il mondo, loro sono i bambini. Sanno che più di un miliardo di persone li hanno guardati, da ogni angolo del mondo, per tutta la giornata, e che questa gente, tornando a casa, sta probabilmente come loro tendendo le mani per partecipare a questa celebrazione.



Anche a Wembley lo stesso calore. Dalla musica come dal sole. I Thompson Twins e Nile Rodgers sono appena stati trasmessi dall'America via satellite. Freddy Mercury e Brian May hanno proprio ora finito di interpretare una canzone perché nessuno dimentichi il motivo del concerto: "Pensate a tutte le bocche affamate...". il palcoscenico é vuoto, tranne il piano lasciato lì da Elton John. Il fascio di luce del riflettore accompagna una minuta silhouette. E' Paul McCartney che si mette al piano. La maggior parte degli spettatori non ha mai visto un Beatles in carne ed ossa cantare una delle loro canzoni. McCartney piazza il primo accordo di Let It Be.


E' allora che il microfono salta. E' il genere di incidente che avrebbe potuto mandare tutto a monte, ma non é nulla, al contrario: quando la folla vede sugli schermi giganti che le sue labbra si muovono in silenzio, settantaduemila voci si mettono a cantare al suo posto finché il microfono non verrà riparato. Urlando quando i quattro coristi venuti ad accompagnarlo si dirigono discretamente verso il piano. I loro nomi sono: David Bowie, Alison Moyet, Pete Townshend e Bob Geldof. Cantano insieme ai settantaduemila spettatori finché i musicisti e tutti i cantanti che hanno partecipato al concerto non sono riuniti sul palcoscenico e intonano Do They Know It's Christmas. Ci sono gli Who che si sono ricostituiti per il concerto ("Buon Dio, che cosa strana tornare a cantare davanti a un pubblico", riconosce Townshend). C'é Sting, coi suoi vestiti così impeccabilmente bianchi quando si é esibito sette ore prima, ora sono uno straccio. C'é Bryan Ferry che, lui sì, ha trovato il modo di rimanere impeccabile. Ci sono i Queen, gli Spandau Ballet, Howard Jones, Elton John, Wham!, Style Council, gli U2, tutti quelli che sono passati sul palco in questo 13 luglio.
Nessuno é andato via. Non in un giorno come questo".


Sunday, July 01, 2007

RUSSIA

Ogni tanto in pronto soccorso ne capitava qualcuno.
Erano vecchi ormai e avevano un sacco di buoni motivi per presentarsi lì.
Ma succedeva sempre la stessa cosa: riconducevano ogni sintomo, anche il più disparato a quella terribile e pregressa avventura.
"Sa dottore - mi dicevano - io ho fatto la campagna di Russia".
Io sorridevo e spesso tagliavo corto : qualunque sintomo e qualsiasi patologia avessero in quel momento, cosa c'entrava una cosa così lontana ?
E così cercavo di sbrigarmi a capire invece cos'avessero, ma poi incrociavo tutte le volte quegli occhi dolci e rassegnati - ora sì che me li ricordo -, come se chi avevo di fronte mi dicesse "no, dottore, forse lei non ha capito".
Ma ero un po' più giovane allora. Credevo di sapere tante cose.


Quando gli alpini giunsero a Nikolajewka, l'accerchiamento dei soldati russi era ormai completo.
Avevano già marciato per giorni, gli italiani, nella neve ed al gelo, da quel maledetto giorno, il 16 dicembre 1942, in cui i russi avevano lanciato la loro grande offensiva lungo il fronte italo-tedesco ed era partito l'ordine di ripiegamento dal Don.
Ed ora si trovavano in pieno nella sacca e la situazione appariva ancor più difficile.
Non erano bastati i quarantacinque gradi sotto zero, senza abbigliamento adatto, lasciando indietro autocarri senza più benzina e viveri sempre più razionati. E poi feriti e congelati a centinaia ogni giorno, difficili da assistere e da trasportare e quei russi che attaccavano ogni giorno, molto più addestrati ed esperti a casa loro.
Ogni tanto, durante la lunga marcia, erano passati anche gli alleati, i tedeschi, meglio equipaggiati e con più automezzi e carri armati. Allora gli italiani cercavano di saltarci su, almeno coi feriti che non erano più in grado di camminare. Ma trovavano solo rabbia e cattiveria e calci e baionette a rimandarli giù, così che ad un certo punto avevano smesso anche di provarci e li guardavano passare con quegli occhi vuoti che assistevano impotenti all'inferno.


E' il tramonto e sulla strada non c'é quasi nessuno.
L'auto scorre via veloce ed il sole, rosso fuoco sulla linea dell'orizzonte, dà un strano senso di calore. Dal lettore cd le note fuoriescono struggenti, un brivido non può fare a meno di percorrere la pelle. La voce di Massimo Priviero accompagna le note della canzone, così azzeccate per quel pezzo, "la strada del Davai":

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"

Dicevano così i soldati russi a quei prigionieri, italiani e tedeschi, che si trovavano a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano fatto prima, alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, i poveretti che ancora riuscivano a camminare, che quei loro compagni di sventura avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.


"E' mostruoso - diceva poco dopo in quell'unica isba che raccoglieva ormai tutta la ventisei, il colonnello Verdotti, che portava i segni dell'aspra sofferenza divisa con i soldati; - la Julia venendo in Russia aveva circa ventimila uomini. Sapete in quanti siamo usciti dalla sacca ? In quanti siamo rimasti ?
- Compresi gli uomini mandati agli ospedali ? - chiese Serri.
- Compresi quelli.
- Diecimila... - azzardò Bartolan.
- Duemila trecento - rispose il colonnello.
La ritirata nella sacca ci pareva un disastro - proseguì il colonnello - invece é stata una tragedia senza nome. Anche le altre divisioni sono giunte svuotate, nella disgrazia noi non siamo stati neppure tra i più sfortunati. Non avete ancora idea di quello che é successo durante le marce, vedevamo ciò che accadeva intorno a noi, ma spesso non ci accorgevamo di quanto avveniva a chilometri da noi, nella notte, nella tormenta, nei paesi durante le soste: la colonna era lunga molte decine di chilometri, spesso discontinua, i reparti russi attaccavano la coda composta dagli uomini sbandati e più stanchi, li isolavano e li catturavano; nel corpo della colonna battaglioni distanziati, reggimenti interi hanno perduto i contatti, hanno sbagliato strada e sono caduti in blocco nelle mani dei russi. I morti in combattimento sappiamo chi sono, gli assiderati caduti sulla neve li abbiamo visti, in tutto rappresentano una cifra minima al confronto del numero degli assenti: mancano generali, colonnelli, molte decine di migliaia di soldati, reparti al completo che sono rimasti prigionieri. Una tragedia che non poteva essere più grave e dolorosa, figlioli."
(Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio)


Dicono che Bob Dylan non canti più come una volta, una voce andata in malora, scalette troppo simili l'una all'altra nei concerti del suo Never Ending Tour ed una band sottotono.
Può darsi anche che sia vero, ma l'altra sera, ascoltando la registrazione di uno dei suoi utimi show dell'attuale tour, nel Nord America, quella "Masters of War" - "Padroni della guerra" - mi é sembrata intatta nella sua forza e rabbia di sempre.

"Come Giuda al tempo antico
voi mentite, voi ingannate,
mi volete far sicuro
che una guerra mondiale la vincete.
Ma io vi vedo negli occhi,
io vi vedo fin dentro il pensiero,
come vedo nell'acqua
che mi scende nello scolo

Vi farò una domanda,
quanto vi vale il denaro,
ve lo compra il perdono,
ci credete davvero ?
Io credo che invece scoprirete,
quando la morte vorrà il suo pedaggio,
che con tutto il denaro che avete
la vostra anima non la ricomprerete"

"Mai più la guerra !" e l'aveva detto anche Giovanni Paolo II, ma a guardarsi in giro, anche al giorno d'oggi, sembra davvero che l'uomo non voglia imparare mai.


Qualcuno é riuscito a raccontare quegli avvenimenti, una volta tornato a casa.
Giulio Bedeschi, Nuto Revelli, Eugenio Corti.
Quando lessi le pagine di Corti - I più non ritornano, Il cavallo rosso - ringraziai il cielo che qualcuno avesse avuto la forza di non dimenticare.
C'é un passaggio del resoconto di Corti in cui tanta tragedia sembra divenire alla fine sorta di castigo all'intera umanità. Ma c'é anche qualcosa che questo grandissimo scrittore ed ex ufficiale scrive in nota, sotto forma di lettera ad un amico :
"(...) prima di chiudere io dovrei introdurre qui un'altra componente molto ma molto importante del quadro (forse la più importante di tutte). Come cioé Dio recuperi la sofferenza degli uomini, soprattutto degli innocenti - crocifissi al pari di Cristo innocente - la quale sofferenza pertanto non va affatto sprecata. Dunque quei morti non sono morti per niente: ti rendi conto di quanto ciò sia importante ? "

Sono passati gli anni ormai ed i superstiti della Russia non li vedi più, ormai sono morti quasi tutti.
Vorrei tanto tornare indietro ed incontrarli di nuovo, in qualche pronto soccorso.
Allora questa volta sì che mi fermerei, per farmi raccontare tutto.
E forse, alla fine, gli direi che se "ghe manca el fia' " é davvero colpa di quella maledetta guerra.
Qualche tempo fa, però, li ho incontrati di nuovo.
Ho girato la testa, per caso, e su quella lapide di marmo c'era il nome di tutte le loro compagnie. La Cuneense, la Tridentina, la Julia, tutte insieme in mezzo ai personaggi celebri, al cimitero Monumentale di Milano.
Allora mi sono domandato quale fosse il significato della parola speranza.
Forse gli occhi di una madre. La madre é l'unica che non la perde mai, anche quando le circostanze sembrano sostenere il contrario.
Mi volto indietro. Di fronte c'é la tomba di Don Giussani.
C'é sempre qualcuno che viene a trovarlo: in qualunque ora del giorno non lo trovi mai da solo.
Vado a salutarlo anch'io. Sulla lapide una sola frase: "Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza".

Wednesday, June 27, 2007

LA CAMPANELLA


Quando Chiara Lubich e le sue prime compagne iniziarono la loro avventura a Trento, con la guerra che infuriava sopra le loro teste, si trovavano spesso nei rifugi, ogni volta che le sirene annunciavano il passaggio dei bombardieri.
Non c'era tempo per portare grandi cose con sé: bisognava correre e basta, sia di giorno che di notte.
Ma un piccolo Vangelo, quello riuscivano a portarlo sempre; e fu sempre la loro compagnia, allora come in ogni giorno a venire, per tutta la loro vita.
Racconta Chiara: "(...) il rifugio che ci accoglie non é sempre sicuro. Siamo sempre di fronte alla morte. Ci assale allora una domanda: ma ci sarà una volontà di Dio che piace particolarmente a Lui ? Se morissimo, vorremmo aver messo in pratica, almeno negli ultimi istanti, proprio quella. Il Vangelo risponde e parla di un comandamento nuovo che Gesù dice Suo: "Questo é il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". Ci guardiamo in faccia l'un l'altra. Ci dichiariamo: "Io sono pronta a dare la vita per te, io per te, tutte per ciascuna". Da questa promessa solenne le mille esigenze quotidiane dell'amore fraterno prendono il via. Non sempre ci é chiesto di morire l'una per l'altra. Intanto possiamo condividere ogni cosa: le preoccupazioni, le gioie, i dolori, i poveri beni, le piccole ricchezze spirituali..."


Se questo é il modello, é affascinante ritrovarsi tra amici e proporsi questa misura d'amore come modalità dello stare insieme. Allora raccontarsi come va - condividere cioé i dolori e le brevi gioie - ha un fascino sopraffino, che non sperimenti altrove.
Ed anche ascoltare insieme parole importanti - c'é chi lo chiama meditare - significa intravedere la chance di veder cambiare il proprio destino.
Così é stato bello, un piccolo gruppetto di amici, sentire ancora Chiara raccontare qualcosa che riguardasse davvero la nostra vita:
"(....) Vivere pienamente il lavoro in perfetto spirito di servizio - quindi amare Gesù nella collettività: in quella scuola, attraverso quell'ufficio, quella burocrazia - é veramente il modo del nostro farci santi ? Qui é un sì talmente categorico che ti dico che non so come fare a dirlo di più. Perché é questa la vostra strada, la sola vostra strada, la bellezza vostra. (...) Voi non dovete, per farvi santi, obbedire al campanello della superiora che chiama alla preghiera. Voi dovete obbedire alla sirena della fabbrica: quello é il vostro campanello; al campanello della scuola: quello é il vostro campanello. La campanella del superiore cappuccino dice la volontà di Dio per il frate di andare a pregare; la sirena dice la volontà di Dio per quell'operaio: di andare a lavorare. ma é volontà di Dio. Del resto, Gesù per trent'anni ha lavorato, non ha predicato. (...) Quindi dovete vedere il vostro lavoro tutto nuovo. Sarà pesante, lo capisco, sia come lavoro, sia come rapporti... Ma é lì che vi santificate, é lì la vostra "notte oscura", é lì che dovete proprio distruggervi perché venga fuori Cristo, con quegli strumenti lì. (...) la penna per il professore, lo scalpello per lo scultore: quello é il vostro crocifisso, con quello voi vi santificate"
.

Allora stamani, riprendendo il lavoro come sempre, tutto mi é apparso nuovo e affascinante: ogni paziente che entrava in ambulatorio, ogni cartella clinica da compilare, ogni compagno di lavoro incontrato, superiore o collaboratore che fosse, tutto il lavoro pianificato, così come quello imprevisto.
E mi son detto: dov'é mai la noia ?
E quando, alla fine della giornata, mi sono voltato indietro, ho visto tanti attimi vissuti bene, uno dopo l'altro; e come un filo d'oro a legarli tutti insieme, così che mi sono parsi veri quei versi che sempre ricordo ed amo così tanto :
"in the fury of the moment I can see the Master's hand / In every leaf that trembles, in every grain of sand" (1)

Note:
(1) "Nella furia dell'istante intravedo la mano del Maestro / In ogni foglia che trema, in ogni granello di sabbia" (Bob Dylan, Every Grain Of Sand)

Monday, June 25, 2007

ANNIVERSARIO


Anni fa Bob Dylan, il "poeta laureato del rock'n'roll", non esitò a pubblicare, sulla copertina interna di un suo LP, quella frase così bella del Vangelo di Matteo: "Ti benedico o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (1).
Mi capita talvolta, nel corso della giornata, di ricordarmi di quel versetto, e mi accorgo che é sempre capace di ricondurmi ad una percezione più vera della realtà.
Così oggi, all'indomani del 26° anniversario della prima apparizione della Madonna a Medjugorje, mi é venuto in mente per analogia un episodio, narrato da Antonio Socci in un suo libro (2) :
"(...) i ragazzi prendono coraggio.
Le chiedono: "Perché hai scelto proprio noi, che non abbiamo niente di speciale ?"
E Lei, sorridendo: "Non scelgo i migliori"


Note:
(1) Mt 11, 25
(2) Antonio Socci - Mistero Medjugorje - ed. Piemme

Tuesday, June 19, 2007

GOOD OL' FRIEND NICK


"E cosa succederà la mattina quando il mondo diventerà così affollato da non poter guardare dalla finestra, la mattina ?
Concediti un po' di tempo, ora, per capire la tua storia"
(Nick Drake, Hazey Jane II, dall'album Bryter Layter, 1970)


"Ascoltare la musica di Nicholas Rodney Drake, in arte Nick Drake, significa entrare nel mondo di una sensibilità musicale accesa ed intensa
". Comincia così un bell'articolo di Antonio Spadaro su Nick Drake, pubblicato dalla rivista La Civiltà Cattolica (1).
Il musicista inglese avrebbe compiuto oggi 59 anni ed invece morì a soli 26, il 25 novembre 1974, complice forse una dose eccessiva di amitriptilina, farmaco che assumeva in quel periodo.

Provo anch'io ad avventurarmi in un viaggio attraverso la sua opera - tre dischi tra il 1969 e il 1972 e quattro ultime canzoni, per un ulteriore album rimasto incompiuto - e scopro anzitutto il fascino della sua musica.
Colta, essenziale ma raffinata, tristemente malinconica - non é certo difficile cogliere gli echi di quella sindrome depressiva che affliggeva il cantante - vero e proprio spleen, talvolta, ma non del tutto estranea alla dolcezza.
Come in Northern Sky, ad esempio, alla fine dell'album Bryter Layter, sapientemente impiegata anche nel film Serendipity, le cui sequenze finali emergono immediatamente dai miei ricordi.


Ma poi ci sono i testi delle canzoni.
Se la struggente musicalità é la risultante espressiva dei sentimenti, le liriche di Drake sono il grido dell'anima allo stato puro, la domanda più intima e profonda del suo cuore.
Ed é un grido quasi sempre straziante, in cui la delusione sembra spesso superare il desiderio stesso di speranza e di significato; come in Day Is Done : "quando il giorno é finito, il sole sprofonda nella terra, insieme a tutte le cose vinte e perse (...) quando gli uccelli sono volati, non hai nessuno che sia tuo, non hai un posto che sia casa tua (...) quando la partita si é chiusa, hai lanciato la palla attraverso il campo, hai perso molto prima di quanto avresti immaginato, adesso che la partita si é chiusa"
Eppure il bisogno di una via d'uscita non emerge di rado. Come in Time Has Told Me : "un giorno il nostro oceano troverà la sua riva", oppure in Fly: "Sono caduto così giù (...) sono seduto a terra lungo la strada (...) Ti prego dammi una seconda benedizione (grace), Ti prego, dammi un secondo volto".

Mentre ascolto le sue canzoni non riesco a non pensare alla gioia di un approdo, alla scoperta di una misericordia che tutto copre ed a tutto ridona speranza in ogni istante del quuotidiano.
Ascolto la sua I Was Made To Love Magic : "Fui creato per usare i miei occhi, sognare con il sole e con i cieli, fluttuare lontano con la canzone di tutta una vita, nella foschia dove la melodia vola (...) Fui creato per navigare, sino alla terra del sempre, non per essere legato a una vecchia tomba di pietra, nella vostra terra del mai". E così penso, per analogia, alle pagine finali di un libro, che parla di malattia e di croce, ma anche di resurrezione : "assestati i legni, cucite le vele, il vento spingerà al largo. Non so come sarà il mare. Ci saranno giorni di bonaccia e di afa opprimente. Ci saranno mattine impetuose e sere di tenera brezza. Ci sarà il porto dell'estremo arrivo. Ma perché passare a fatica di onda in onda, di scoglio in scoglio, se non é per uno scopo ? E qual é lo scopo che non delude, che dà gusto al tempo, anche nell'ultimo approdo ? Anche allora, perché l'estremo orizzonte non sia solo una linea nera, una sbarra di piombo" (2)

La musica di Nick Drake ridesta in me una domanda di significato e di pienezza.
E mi accorgo di come questa domanda non sia mai vana, in qualunque momento sia pronunciata. E' una sorta di metodo, non immune da sofferenza, ma che sempre più mi appare parte affascinante della natura del mio cammino. E che con gratitudine scopro essere capace - quando si veste di un abito di umiltà - di produrre sempre la medesima risposta: "Signore, da chi andremo ? Tu solo hai parole di vita eterna".(3)

Note:
(1) Antonio Spadaro - La musica di Nick Drake - La civiltà cattolica - 2004 IV, 458-465
(2) Emilio Bonicelli - Ritorno alla vita - Jaca Book
(3) Gv, 6, 68