Tuesday, July 29, 2008

APERTO PER FERIE


"queste sono le vacanze: che uno scopra il Mistero riscoprendo Lui all'opera tra noi.
Per cui il compito che ci diamo per queste vacanze é che a settembre, quando ci ritroviamo, ci dobbiamo raccontare fatti, cose che ci sono capitate e che ci hanno fatto sorprendere di Lui all'opera"
(Julian Carron)

"Ti dò un consiglio da amico, anche se non sei un amico": beh, devo confessare che, a distanza di tanti anni, l'inizio del discorso che quel collega mi aveva rivolto, dopo pochi giorni che avevo iniziato a lavorare in ospedale, me lo ricordo ancora bene.
Perché, francamente, non é che fosse un bel modo d'iniziare un rapporto, anche solo di conoscenza reciproca.
Così anche oggi, quando sento qualcuno sul lavoro che ti dice che la vita ed i rapporti veri sono quelli che uno "ha quando é fuori da qui", sinceramente non lo capisco proprio.
La vita o é Vera o non lo é affatto e, se non si tratta del primo caso, mi domando perchè valga la pena d'essere vissuta. Ma sicuramente tutto questo non riguarda il luogo dove ti trovi ed il fatto che tu abbia davanti un paziente o i tuoi figli, tua moglie o gli amici, un collega o l'extracomunitario che ti vuol vendere un asciugamano quando sei sotto l'ombrellone.
Allora anche la vacanza non può e non deve essere un posto dove ci sia la possibilità di essere diversi da se stessi, dove ci si beve il cervello in stupidaggini o dove ci si debba divertire o rilassare ad ogni costo.
E' vero invece che debba essere uno spazio con la stessa dignità degli altri, un pezzo di cammino dove l'andare avanti significa non mollare, perché chi si ferma, in realtà, comincia ad andare indietro. Un luogo che conservi fascino e attrazione, nell'esperienza del vedere "Lui all'opera tra noi".

Per questo, quest'anno, voglio provare ad essere "aperto per ferie", perché il fatto di "sorprendere Lui all'opera" abbia la possibilità di affascinare ancora una volta anche me.
E Dio ama gli umili, capaci di stupirsi: sembra che con il loro aiuto, anche ai tempi d'oggi, sia ancora capace di compiere cose grandi.

Saturday, July 26, 2008

MASCHERE

"I have my Bob Dylan mask on, I'm masquerading,"
(Bob Dylan, Halloween Concert, Philarmonic Hall, NYC,
31 ottobre 1964)

Se c'é uno che nella vita di maschere sembra non averne mai indossate, questi é probabilmente Bob Dylan.
O forse, invece, ne ha indossata una tutta particolare, spesso enigmatica e quasi impenetrabile, e che sostituì un giorno e una volta per tutte il Robert Allen Zimmerman che c'era sotto, come a difenderlo da un mondo esterno troppo spesso complicato: "You may call me Bobby, you may call me Zimmy / You may call me R.J., You may call me Ray / You may call me anything, but no matter what you say" ("Gotta Serve Somebody")
E' indiscutibile comunque che il modo di Bob Dylan di porsi di fronte al pubblico sia sempre stato libero, anticonformista, indipendente dal giudizio altrui. Quando, nel famigerato tour inglese del 1966, uno spettatore lo insulta e gli grida Giuda!, lui prosegue per la sua strada. "I don't believe you!" gli risponde e poi aggiunge "you're a liar" - "sei un bugiardo!" - come dire io sono io e questo é quello che porto sul palco adesso, sei tu che mi vuoi diverso, che vuoi che mantenga la maschera che ti piace di più, quella che possa andare bene ora - il folksinger di protesta - per poi chiedermi un domani d'indossarne un'altra.
Anche gli attuali shows del neverending tour, in fondo, appaiono l'espressione di una forma di libertà d'espressione quasi imbarazzante. Una proposta musicale che appare discutibile, dentro i limiti di una voce logorata, di una band sottotono, di una scaletta musicale troppo ripetitiva, di un entusiasmo dell'artista che appare poco percepibile. Eppure c'é un'onestà di fondo, un proporsi per quel che si é, forse e soprattutto un bisogno esistenziale in quel continuare a percorrere palcoscenici di tutto il mondo al di là del prodotto finale. Non c'é dialogo con chi ha di fronte, o ce n'é poco, certamente, ma non c'é mai una maschera, non c'é inganno. Come la ragazza di Like A Rolling Stone, l'artista sembra più nudo adesso e quindi, paradossalmente più avvicinabile, perché lontano dal mito di se stesso: "When you got nothing, you got nothing to lose / You're invisible now, you got no secrets to conceal".




Ci sono un sacco di artisti, nel mondo del rock - così come nella vita di tutti giorni, del resto - che di maschere sembrano indossarne parecchie.
Maschere di ogni tipo, ad esempio quelle del "tutto esaurito allo stadio", che arrivano perfino al regalare i biglietti del concerto, pur di raggiungere lo scopo.
Ma quello di nascondere se stessi é un vizio comune e, a ben vedere, riguarda tutti quanti, nessuno escluso.
Chi non ha mai indossato una maschera qualunque al mattino? Da mettere su quando non hai voglia e quando ti difendi. Per non rischiare, per la poca voglia di giocarsi fino in fondo di fronte alla realtà.
E' così lungo il cammino dell'uomo verso la vera libertà.


"potremmo anche aver suonato la migliore o la peggiore musica mai scritta, ma questo poco importa, perché quello che conta é che ci sia stato un gesto dove chi ha proposto la sua arte non l'ha fatto per vendere o per farsi applaudire, ma l'ha fatto per comunicare... e chi ha ascoltato era teso e attento a quanto veniva comunicato".

Così scrive Ivano Conti, a proposito della seconda edizione di rdRock, sul forum di Crossing.
Allora ripensando allo show di qualche sera fa, svoltosi al Rosa Antico Club, piccolo locale di Milano, la prima cosa che mi viene da pensare é che lì di maschere, invece, non se ne sono proprio viste.
E questo non solo per la bellezza ed onestà della proposta, una verve compositiva che prende spunto sempre da un'esperienza di vita, ma anche per un qualcosa che percepisci essere relazione.
Relazione col pubblico, perché qui sì che ti importa quello che pensa chi é lì davanti ad ascoltarti. Anzi, proprio perché anche quello diviene esperienza può e deve essere correlato per forza al tuo suonare e raccontare. Ed allora non appare neppure strano il percepire anche - e questo é cosa strana ed inusuale davvero - che i musicisti che si sono alternati sul palco sembrava facessero a gara a mostrare la loro amicizia, quasi più che le canzoni.
Come a dire che c'é un giudizio che emerge da uno stare insieme così e forse un prodotto artistico frutto di un percorso del genere può davvero avere la possibilità di essere fuori dal comune, con molte più probabilità di altre proposte di coniugarsi con il fascino e la bellezza.
Di buona musica - poi - l'altra sera se ne é sentita parecchia, ma questo, ti viene da pensare, é quasi inevitabile, se dentro hai davvero qualcosa da grande.

In questo video, cortesemente messo in rete da Ivano Conti e dal blog di Bomber, ci sono un po' di foto e di canzoni della serata.






Ivano Conti (http://www.myspace.com/ivanoconti)
Giovanni De Cillis & Coil Spring (http://www.coilspring.altervista.org/)
Walter Muto (http://www.waltermuto.it/)
Francesco D'Acri (http://www.myspace.com/frankdacri)

Monday, July 21, 2008

TEARS OF GOD

"L'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano (OMCeO Mi) apprende che i giudici di Corte d'Appello di Milano hanno sentenziato che é possibile sospendere l'alimentazione a Eluana Englaro.
L'OMCeO Mi é cosciente di tutto il dolore vissuto dalla famiglia Englaro in questi lunghi 16 anni di coma di Eluana ed esprime tutta la possibile solidarietà per il terribile dramma.
L'OMCeO Mi é però altrettanto cosciente che, come é già successo per altri casi che hanno toccato le emozioni più profonde degli italiani, il singolo dramma umano é stato usato a pretesto per mettere in discussione principi fondanti la nostra società.
L'OMCeO Mi identifica e riassume questi principi in quello della sacralità della vita a cui viene contrapposto il concetto di qualità di vita. Tutt'altro concetto che, anche dal punto di vista giuridico, trasforma il bene vita in un qualcosa di proprietà dell'individuo o del suo tutore. Un concetto che travolge la stessa idea di società umana, il cui riferimento si sposterebbe dalla relazione tra le persone alle singole persone con le proprie egositiche necessità.
L'OMCeO Mi ritiene che non si può continuare a delegare al pensiero giuridico aspetti che competono ad altre categorie di pensiero che sicuramente vengono prima. Le leggi servono per normare dei principi, non per trasformarli in qualcosa d'altro, in una spirale che la storia ha già dimostrato essere estremamente pericolosa.
L'OMCeO Mi, in conclusione, é molto preoccupata anche per il riflesso che questa sentenza avrà nel contesto del mondo medico, mettendo l'accento, da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, su di una sempre maggiore divergenza tra norme giuridiche e norme deontologiche."

(comunicato ufficiale dell'Ordine dei Medici di Milano, sulla vicenda di Eluana Englaro)


Ho pensato a lungo, in questi giorni, alla vicenda di Eluana.
Ho pensato alla mia vita, alle gioie che possiedo, a come in un attimo le circostanze della vita possano farti sprofondare in un baratro di dolore, senza nessun segnale premonitore.
Ed ho pensato alle due cose più preziose che mi sembra di avere.
L'essere padre e marito: avere una moglie e dei figli.
L'essere medico: avere qualcuno di cui prendermi cura.
E, mentre riflettevo, mi accorgevo che, più passa il tempo, più mi rendo conto che ciò che ho tra le mani non mi appartiene. Sia gli uni che gli altri mi sono affidati, ma non si tratta di qualcosa di mio. E, dentro la coscienza tangibile della mia incapacità e povertà, dentro le righe dritte e storte della mia stessa esistenza, m'importa sempre più farmi compagnia a un Destino, che, anche nelle misteriose piaghe della sofferenza, é espressione di un Volto, quello che si é fatto carne per abitare in mezzo a noi.
Per questo la fede e la ragione mi fanno dire che della vita non potrò mai disporre, così come non lo possono e non lo devono fare giudici o politici. E non lo devono né lo possono fare il papà di Eluana, o Eluana stessa, anche ammesso che quella di togliersi la vita fosse davvero la sua volontà. Perché di togliere una vita si tratta: questo é sospendere di assistere qualcuno, solo perché vi é una condizione d'irreversibilità di una patologia.

E mentre pensavo a tutto ciò, mi é parso di vedere le lacrime di Dio.
Un Dio che piange ogni giorno, per l'uso sbagliato che facciamo della libertà che ci ha donato.
Lacrime versate per tutti, per chi soffre e per chi non comprende, per chi crede che farsi carico del dolore altrui sia prendere bene la mira e premere un grilletto.
Lacrime di Chi ha mandato il Suo figlio a morire tra noi, giungendo a provare il dolore più alto che sia mai stato provato quaggiù: l'Abbandono del Padre ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", Mt 27, 46).
Le lacrime di Dio sono la cosa più grande che abbiamo tra le mani.
Il Volto buono del Mistero chiede solo di non cacciarle via.

Tears Of God
Los Lobos
,
(dall'album "By The Light Of The Moon")

Quando dipende da te
dire il giusto e lo sbagliato
c'é sempre qualcun altro in vetrina
e la tua é una nota stonata.
Quando davvero provi del male
e capisci di non poter tirare avanti,
ogni giorno se ne va troppo velocemente
e le notti sono eterne.

Scoprirai che é vero
quello che ti diceva tua madre.
Le lacrime del Signore ti mostreranno la via,
la via per cambiare.

Quando la tua sola evasione
é uno schifoso vino da poco,
e la pace che cerchi nel tuo cuore
é davvero difficile da trovare.
Conduciamo una vita difficile e senza riposo
ed i problemi ti danno la caccia
anche quando dai il meglio di te.

Non nascondere la testa alla via per cambiare
Ascolta ciò che Lui ti dice
e vedrai la strada;
perché c'è un mondo per tutti,
dove anche il cieco vede,
attraverso le lacrime del Signore.


Il figlio del Creatore disse:
"Questa é la croce che devo portare"
togliendo dalle nostre spalle
qualcosa che avremmo dovuto condividere
.




Sulla vicenda di Eluana Englaro, consiglio la lettura di questo post:
http://vinoemirra.splinder.com/post/17779187/Le+spine+di+Eluana
L'appello del comitato Scienza & Vita :
http://www.scienzaevita.org/
Il comunicato del Movimento dei Focolari:
http://www.focolare.org/articolo.php?codart=5765
Una rassegna stampa e documentazione completa sul sito di Medicina e Persona:
http://www.medicinaepersona.org

Wednesday, July 16, 2008

UNA STRADA CHE E' VOCAZIONE


Il commento dell'amico Factum sul mio ultimo post mi offre un'ottimo spunto di riflessione ed ha nello stesso tempo il pregio di far riaffiorare dalla mia memoria un episodio di qualche anno fa.
Scrive, il mio amico, a proposito di Bilbo, che "solo lui poteva avere questa missione, era la "sua", la sua vocazione, solo lui poteva essere il portatore dell'anello, e Gandalf lo sapeva". E poi aggiunge: "Siamo insostituibili, ognuno con il suo compito, cercando sempre una strada che giri intorno.."
Di vocazione si tratta, dunque, nulla di più e nulla di meno.
E mi torna, appunto, in mente quell'episodio di tanto tempo fa.
Un gruppo di amici, tanti, un tranquillo pomeriggio d'inverno, tutti intenti a sentir parlare uno più grande e più saggio di noi, che cerca di farci entrare di più nel cuore dell'esperienza di Chiara Lubich e di Igino Giordani.
Siamo tutti immersi nella profondità delle sue parole, ma poi, ad un certo punto si ferma, come se avesse qualcosa di ancora più importante da dirci.
E' una pausa che sembra un'eternità e in quell'istante sembra guardare ciascuno negli occhi, personalmente, ad uno ad uno:
"(...) voi non potete pensare "mah, se io non ci sono é lo stesso": non é vero.
Se tu non ci sei, tu mancherai e quello che Dio voleva da te, il tuo disegno di Dio, non ci sarà e, badate, non é che possa prenderlo un altro; i disegni di Dio sono insostituibili, nessuno può prendere nel cuore di Dio il posto che uno deve avere, perché l'amore di Dio per ciascuno di noi é unico, assoluto e particolarissimo.
Capito ? Quindi uno dice "beh, non ci sono io, c'é un altro": no!
Adesso, che Dio poi possa provvedere lui, questa é una questione sua, ma di per sé, quello che io avrei dovuto o potuto fare per assolvere il disegno che Dio ha su di me, se io non lo faccio, non lo fa nessuno.
Questo ve lo dico, sapete perché? Perché molte volte - io non so voi - ma io qualche volta le mie prove le passo e son prove anche forti certe volte, però quello che mi ha sempre aiutato é dire "attento Peppuccio, se tu ci sei é perché Dio t'ha voluto; e se Dio ti ha voluto, nessuno potrà fare quello che tu dovresti fare e dovrai fare"; magari nessuno al mondo sa esdattamente quel che Dio vuole, ma intanto - sapete - il fatto di esserci, di amare, di essere stati chiamati a seguire Chiara
(Chiara Lubich, nda), vi pare niente questo?"

Finì il discorso e poco dopo c'era un intervallo, ma non riuscimmo ad alzarci dalla sedia per un bel po'.
Rimanemmo incollati lì, a pensare ad un Dio folle, che per una misura d'amore inimmaginabile, sceglie ciascuno, uno per uno, e lo prende dentro un progetto, al di là dei limiti, delle capacità, al di là di tutto.
Una vita intesa come vocazione quindi, che col tempo ha il pregio di far crescere il senso di fiducia dentro di te.
Ma é una fiducia che non ti dai da solo ed é per questo che diventa capace di donarti sempre nuovo entusiasmo. Allora capisci, forse, perché Gandalf non si turba mai di fronte alla presunta incapacità di Bilbo, ma gli indica un cammino, senza neppure preoccuparsi di stargli troppo sotto: gli dà lo spunto e poi lo lascia andare.
Un cammino guidato, quello di Bilbo e di ciascuno di noi, condotto da Uno che ha visto in una compagnia la modalità migliore per l'uomo di compiere cose grandi.
Luogo in cui Lui ha garantito la sua presenza, sempre, fino alla fine dei tempi : "Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 19/20).
Ed é il dono più grande che ci potesse fare.

Friday, July 11, 2008

UNA COMPAGNIA IN CAMMINO


"Addio!" disse Gandalf a Thorin. "E addio a voi tutti, addio! Adesso la vostra strada va diritta attraverso la foresta. Non allontanatevi dalla pista! Se lo fate, c'é una possibilità su mille che la ritroviate di nuovo e usciate da Bosco Atro; e allora non credo che io, o nessun altro, possa mai riverdervi".
"Ma dobbiamo proprio attraversarlo?" si lagnò lo hobbit.
"Certo che sì" disse lo stregone "se volete arrivare dall'altra parte. O lo attraversate o abbandonate la vostra ricerca. E non ti permetterò di fare marcia indietro proprio adesso, signor Baggins. Mi vergogno di te se lo pensi. Devi badare a tutti questi nani in vece mia! egli rise.
"Ma no, ma no!" disse Bilbo. "Non volevo dire questo. Volevo dire, non c'é una strada che passi intorno al bosco?"...
"Arrivederci, allora, e arrivederci sul serio!" disse Gandalf, e girato il cavallo si allontanò al galoppo verso occidente. Ma non poté resistere alla tentazione di avere l'ultima parola. Poco prima di essere troppo lontano, si girò e facendosi portavoce colle mani li chiamò. Essi udirono le sue parole arrivare loro fioche: "Arrivederci! Fate i bravi, abbiatevi cura, e non lasciate il sentiero!"

(J.R.R Tokien - Lo Hobbit)

Quanta resistenza fa Bilbo!
Perché rischiare, proseguire in un cammino difficile e incerto - "...non c'é una strada che passi intorno al bosco?" - e tener conto degli altri, affidandosi a loro e, nello stesso tempo, portando i pesi l'uno dell'altro, condividendo gioie e dolori, lasciandosi conquistare da uno sguardo sulle cose capace di perdere tutto di sé per lasciar spazio ad un Altro?
Ogni giorno di più, questo mi appare l'unico sguardo vero sulla vita, denso di vera comprensione sulla realtà ed altrettanto affascinante e sicuro.
Un modo nuovo di guardare, che, col tempo, diventa passione e si fa capace di superare il limite - non si spaventa più! - mentre, allo stesso tempo, é incapace d'inorgoglirsi dei successi, impostori come la sconfitta.
Un cammino, infine, che segue con attenzione un sentiero, l'unico che possa giungere un giorno al tesoro, magari scoperto - come accade a Bilbo - nel momento meno atteso:

"e alla fine, inaspettatamente, trovarono quello che andavano cercando..."

Wednesday, July 02, 2008

THE PLACE OF JOY




Puoi udire il rumore delle pallottole viaggiare tra le note delle chitarre in Insight.
Chitarre ora pulite, ora distorte, sempre avvolgenti ed inquietanti allo stesso tempo. Come il basso pulsante, come la voce di Ian Curtis, del resto.
Mi avvicino agli unici due lp incisi dai Joy Division - Unknown Pleasures e Closer - con timore e rispetto.
Timore, perché la proposta musicale di questa band post-punk inglese non può essere di facile approccio per definizione. Musica raffinata peraltro, anche meno aggressiva di quella che il gruppo produceva ai tempi on stage, ma che conserva le caratteristiche del genere cui appartiene, coinvolgendoti in pieno nel dramma esistenziale che rappresenta e nelle atmosfere cupe e malinconiche che le sono proprie. Rispetto, perché, a dispetto della sua breve vita, l'influenza di questo gruppo sugli artisti rock a seguire é stata notevole.
I Joy Division si formano nel 1977, prendendo il loro nome da quello delle baracche dei lager nazisti dove le prigioniere erano sfruttate come prostitute dai criminali tedeschi. Il leader del gruppo é quel Ian Curtis la cui vita terminerà tragicamente la mattina del 18 maggio 1980, giorno in cui la moglie troverà il suo corpo suicida nella cucina di casa. Tutto il disagio di una generazione musicale emerge dai solchi dei loro due dischi, e dalle liriche di Curtis, che parlano di freddezza e pressione, oscurità e crisi, fallimento e collasso, perdita del controllo.
Eppure quel disagio interiore sembra paradossalmente non giungere in superficie, se é vero che le sessions di registrazione di Closer si caratterizzarono per un clima disteso e scherzoso tra i membri della band, quasi a misconoscere volutamente la realtà e smascherando, forse, la vera incapacità a condividere paure e sofferenze, peraltro assai preziose nel produrre musica di così grande qualità. Sarà lo stesso Tony Wilson, della Factory Records, ad ammettere nel 2005 la loro sconfitta nei confronti del tragico evento della fine di Curtis : "credo che tutti noi facemmo l'errore di non credere che il suo suicidio stava per accadere. Sottostimammo completamente il pericolo. Non lo prendemmo sul serio. E' la dimostrazione di quanto fossimo stupidi allora".
Ian Curtis, del cui suicidio fu senz'altro complice anche una condizione psico-fisica precaria, minata dall'epilessia e dall'abuso di farmaci, appare l'ennesima vittima nel mondo del rock, un'espressione di desiderio di felicità che in certi momenti sembra coniugarsi solo con un'angoscia impossibile da sostenere.
Il sole é tramontato adesso ed il buio sembra non conoscere la speranza dell'alba di un nuovo giorno.


Più passa il tempo, più, nella mia esperienza quotidiana, come dice San Paolo, sperimento la forza di un Altro nella mia debolezza.
E' una strana pedagogia quella che Dio sembra mettere in atto ogni giorno nella mia vita, cercando di smantellare poco a poco il mio orgoglio. Ogni caduta, ogni fallimento appare l'anticamera misteriosa a nuovi orizzonti, riflessi di luce nuova che donano alle cose colori mai visti prima. E, paradossalmente, il crescere nella consapevolezza del mio nulla mi dona un'ingenua baldanza, che frutta un coraggio ed un ardore nel vivere la vita che giunge totalmente inaspettato.

"Ma Enzo, proprio tu, proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse?" - aveva detto Don Giussani ad Enzo Piccinini un giorno - "E' come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più".
Dentro il buio della circostanza inattesa, scomoda, non spiegata, che ti fa urlare di rabbia e di dolore, c'è il Mistero di questa voglia di rischiare ancora.
Ma è sufficiente l'affidarsi, perché l'oscurità ritrovi un senso ? Perché il tramonto non sia l'ultimo evento e la sicurezza di un'alba che verrà non venga meno ?
Certamente sì, ma ci è stato dato di più, molto di più.


"Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre Gesù gridò a gran voce: "Eli, Eli, lemà sabactàni", che significa "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?"
(Mt 27, 45-46)

"(...) E fu qui che il carisma di Chiara (Chiara Lubich, ndr) mi pose davanti una figura reale, un uomo non ancora sufficientemente vissuto e pensato: Gesù Cristo crocifisso, ma rivelato nell'evento sconvolgente del suo sentirsi, del suo essere abbandonato dal Padre (...) Chiara mi invitò a puntare l'occhio dello spirito, quasi esclusivamente, proprio su questa assenza di luce, che ella però mi assicurava essere, anche, tutta luce (...). Chiara mi diceva: troverai la luce. Lì é la luce. E la sua vita me lo testimoniava. Ma devi entrare, mi ripeteva, in quell'oscurità, devi lasciarti risucchiare da quel vortice di buio. Imparando ad incarnare nella tua vita quotidiana quel "nelle tue mani, Padre" (Lc, 23, 46) che Gesù ha vissuto. Il Rigettato si rigetta in Colui che lo rigetta..."

"Tutto questo fu per me un modo nuovo di entrare nei grovigli dell'esistenza. E divenne per me un modo nuovo di pensare, che si attuava nella misura del mio entrare nell'Abbandonato, nella vita quotidiana, senza vedere e senza capire (...) Mi era chiesto allora di entrare a fondo nella condizione dell'uomo, ma come Gesù vi era entrato: continuando ad amare chi pareva non lo amasse più. E qui, frutto di una forte e ripetuta esperienza, dal fondo del cuore comincia a pullulare una nuova conoscenza. E sempre più forte si fa il salire delle acque di luce, fino ad un loro dilagare in tutte le fibre dell'essere. (...) "Ora i miei occhi ti vedono". Ti vedono, perché ho capito nel profondo che il non-vedere é vedere; il non-sapere é sapere; l'angoscia é pace. Il dolore é amore"

(Giuseppe Maria Zanghì)



Nei fatti dolorosi dell'esistenza, nelle inquietudini della sera e del mattino, nell'incertezza di muovere passi che non sempre ti appaiono sicuri, mi tornano in mente quei sostantivi delle liriche di Ian Curtis. Freddezza, pressione, oscurità, crisi, fallimento, collasso, perdita del controllo... Dentro di Lui, l'Abbandonato, l'Uomo dei Dolori, tutto é salvato, tutto ritrova senso. Ed anche le liriche dei Joy Division e la loro splendida musica divengono un richiamo.
A rialzare lo sguardo, una volta ancora.
Perché la vera gioia abita qui, in mezzo a noi: il prezzo é alto, ma la moneta é stata già pagata da Qualcuno.

Thursday, June 26, 2008

CAMBOGIA - seconda parte


Bangkok, inverno 1990, Wat Phra Keo.
Sono all'interno di uno dei templi più belli della città. Decido di tornarci una seconda volta dopo la mia prima visita, da solo, entrando poco prima dell'orario di chiusura, in modo che la folla di turisti se ne vada, a poco a poco.
Rischio forse di rimanerci chiuso dentro, ma ne vale la pena, perchè, sparita la frenesia dei visitatori, rimango come d'incanto in mezzo a riflessi di luce esaltati dal tramonto e tintinnii di campanelli mossi dal vento sulla cima delle pagode.
E' un fascino particolare quello che mi avvolge, di quiete interiore e di preghiera che si fa strada, in un luogo senza tempo dove buddsimo e fede cristiana non appaiono in contrasto tra di loro.
Trovo ad un certo punto un modellino in pietra di Angkor Wat, la straordinaria città dei templi cambogiana, nella zona di Siem Reap.
Mi fermo ad osservarla e sogno di poterla vedere un giorno o l'altro dal vero. Negli anni a venire non avrò questa fortuna ed è difficile che ciò possa capitare in fututo, ma ricordo bene quei momenti, come sensazioni di grandezza e di splendore, miste a qualcosa d'inquietante.


"questi templi rappresentano la memoria gloriosa dei Khmer. Al tempo della loro costruzione, fra il IX e il XII secolo, l'impero khmer occupava gran parte del Vietnam e della Thailandia attuali. Da allora, Angkor ha servito il fantasma politico di tutti i regimi che si sono succeduti in Cambogia. Anche il regime khmer rosso non ha rinunciato all'abitudine ancestrale di invocare quel passato per giustificare il presente. Ogni corso politico dell'epoca dei khmer rossi iniziava o terminava con il seguente slogan, che invoca quella nostalgica gloria: "Lavoriamo notte e giorno / Lavoriamo fino allo sfinimento / E' imminente la nostra ricompensa / La Kampuchea democratica ritroverà subito la gloria di Angkor"
(Claire Ly)

Fantasmi, di Tiziano Terzani, termina con un articolo su Angkor: "la direzione in cui andavano i suoi pensieri", dice al riguardo la moglie Angela Staude.
Tiziano porta lì i suoi figli, in quello che a lui pare possa essere unico gesto davvero educativo: "Seminare dei ricordi. Nel mio ruolo di padre non ho fatto altro. Ai figli non ho mai pensato di poter insegnare granché, ma fin dall'inizio della loro presenza in casa ho sentito che attraverso alcune esperienze indimenticabili potevo mettere nella loro memoria i semi di una grandezza con la cui misura vorrei che vivessero". La grandezza che vede ancora intatta ad Angkor, "pur in rovina" e semi dai quali "in qualche modo, da qualche altra parte, continuerà a germogliare una vita che aspira al "grande".


Anche Claire Ly torna ad Angkor.
Un passato in Cambogia da alta borghesia, laurea in diritto e filosofia, poi l'insegnamento e infine l'inferno, deportata dai khmer rossi in un campo di lavoro. Marito e padre uccisi, poi la strada dei profughi, l'arrivo in Francia e l'inizio di una nuova vita. La conversione cristiana, di nuovo l'insegnamento, la sua testimonianza in un libro - "Tornata dall'inferno" - ed infine il ritorno in Cambogia visto come un "cammino di libertà".
C'è da vincere l'incubo del genocidio, la paura di rivedere quei luoghi, qualcosa che sembra quasi impossibile a priori.
Anche lei, ad un certo punto, passa da Angkor col figlio e sembra ritrovare un'armonia: "la moltitudine di quei volti di pietra mi fa prendere coscienza che la mia storia personale su quella terra khmer non è composta solo da volti del passato, felici o infelici; è fatta anche dai volti attuali di quel popolo ferito. Volti di uomini e donne incontrati nel corso di questo terzo viaggio, volti molto diversi, a volte molto vicini e altre volte molto lontani, ma tutti convergenti verso uno stesso punto d'incontro: quello in cui si ricostruisce la mia identità e da cui nasce la mia ricerca. Come i raggi del sole conferiscono forma alle torri dai quattro volti di Bayon, così la quotidianità degli abitanti del regno khmer consolida la mia identità spezzata. Ora so che, pur essendo diventata altra, discendo sempre da questo popolo. Sulla terrazza del Bodhisattva della compassione, alcuni frammenti della vita delle persone ordinarie assumono per me un volto".
Quella di Claire Ly è faticosa esperienza di serenità che si è fatta strada poco a poco; la cristiana convertita che è diventata accoglie ora la buddista che era : "la vita nuova che ho ricevuto per grazia è una vita ospitale che permette di accogliere in me la buddista così com'è. Non cerco assolutamente di convertirla. Le lascio semplicemente uno spazio di parola. E, paradosso!, la parola autentica della buddista permette alla cristiana di essere sempre più discepola di Cristo. Sì, oggi so chi sono: una discepola cristiana cattolica venuta dal buddismo. Non lo avrei mai veramente saputo se non fossi tornata verso l' "inferno" e se non avessi avuto il coraggio di incontrare i miei fratelli khmer straziati, sia buddisti che cristiani."


Il racconto straordinario di Claire Ly è quello della speranza che va oltre le più brutte evidenze della storia: "ecco la buona novella del cristianesimo che amplifica ulteriormente la grandezza dell'uomo percepita dai buddisti. Ma questa grandezza, l'uomo non la trae da se stesso. E' dono della Vita di Dio..."
Ed è speranza che ha radici nella domanda: in quella che Don Giussani chiamò un giorno "mendicanza":
"(...) il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".

Questa mendicanza è il trionfo della reciprocità tra l'uomo e Dio, che rispetta la sua libertà.
Questa è la vera speranza dell'uomo nuovo, dell'alba di un nuovo giorno.
E del sogno folle di un Dio: "Che tutti siano uno!" (Gv 11, 27)

Cambogia, letture:
Molyda Szymusiak - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - Einaudi
Antonio Soda - Testimonianze dalla Cambogia - ed. San Lorenzo
Tiziano Terzani - Fantasmi - Longanesi
Claire Ly - Tornata dall'inferno - Paoline editoriale libri
Claire Ly - Ritorno in Cambogia - Paoline editoriale libri


PS: Grazie a Marco (http://www.marcoecristina.it/) per avermi permesso di pubblicare una sua foto di Angkor Wat

Monday, June 23, 2008

CAMBOGIA - prima parte


Bangkok, inverno 1990. Mi aggiro tra gli scaffali di Asia Books, libreria del centro della città. Sono alla ricerca di qualcosa su questo bellissimo paese, la Thailandia, ma m'imbatto per caso in un libro che parla di Cambogia.
The Stones Cry Out è il racconto di Molyda Szymusiak, vissuta da ragazzina sotto l'atroce regime dei khmer rossi, prima di riuscire a giungere da profuga in Francia, negli anni a venire, dopo aver perso tutti i familiari nel proprio paese.
Comincio a sfogliare le pagine e m'imbatto in una tragedia che non conosco. Acquisto il libro, inizio a leggerlo subito. Rimango sempre più attonito e, mano a mano che entro nelle vicende della storia, mi vergogno della mia ignoranza su quel paese. Imparerò col tempo, però, anche di come quell'ignoranza sia inscritta dentro un alone di omertà e, in un certo senso, quasi di corresponsabilità dell'occidente, che ha spesso taciuto sulla tragedia di questo popolo sotto il regime comunista di Pol Pot.
Tornato in Italia trovo la traduzione italiana del libro - Il racconto di Peuw, bambina cambogiana - e compro anche quella.
Continuo la lettura, anzi la ricomincio da principio, finisco il libro tutto d'un fiato.
E arrivato in fondo, continuo a non capire.
Non capisco le ragioni profonde del dramma, e ancora di più il motivo del suo isolamento, il fatto che accada che non tutti gli "sfortunati" debbano essere uguali e ricordati allo stesso modo dalla storia. L'olocausto cambogiano non ha avuto la stessa risonanza di altri, come, ad esempio, quello ebreo da parte dei nazisti. Perché ?


Il 17 aprile 1975 i khmer rossi entrano a Phnom Penh, rovesciando definitivamente il governo del generale Lon Nol, sostenuto dagli Stati Uniti e che, a sua volta, aveva spodestato la monarchia del re Norodom Sihanouk. Inizia uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità intera. Le città vengono svuotate e la popolazione deportata per intero nelle campagne. Sono abolite le scuole, la proprietà privata, la moneta, chiusi gli ospedali. Il progetto è quello aberrante di un comunismo rurale, che riporta il paese indietro di secoli, in condizioni di vita quasi preistoriche. Vengono sistematicamente eliminati non solo gli oppositori al regime, ma anche insegnanti, artisti, monaci, medici, chiunque avesse un titolo di studio o conoscesse una lingua.
Per essere uccisi bastava essere scoperti con una penna in mano, ma anche molto meno: un litigio, rubare pochi chicchi di riso per fame, lamentarsi della propria sofferenza in mezzo alle malattie ed alla carestia che ben presto erano dilagate nel paese; e la condanna a morte precedeva un'esecuzione spesso eseguita a bastonate, perchè bisognava risparmiare anche sulle pallottole.
Nel 1975 avevo tredici anni e portavo gli occhiali: sarebbe bastato questo particolare per farmi perdere la vita se fossi nato e cresciuto in Cambogia.


Il 22 dicembre 1978 il Vietnam lancia la sua offensiva ed invade il territorio cambogiano. Il regime di Hanoi, sulla carta fratello d'ideali comunisti del regime dei khmer rossi, ma mai in realtà in buoni rapporti, prende rapidamente il possesso del paese, instaurando un governo fantoccio sotto la guida di Heng Samrin, ex khmer rosso della zona orientale. Quella del Vietnam non è guerra di liberazione, ma serve ai cambogiani per scacciare dal potere un regime che, in poco tempo, è riuscito a mettere in atto un genocidio che ha portato alla morte circa due milioni di persone in un paese che ne contava inizialmente circa sette.
Gli anni a venire non liberano il paese da povertà, sofferenza e dall'assenza di vera giustizia e democrazia. Anche la missione dell'ONU - l'UNTAC - che prova a governare dal 1991 al 1993, col compito di traghettare il popolo verso libere elezioni, si rivela enormemente dispendiosa di denaro e vite umane, ma non ottiene, in fondo, l'obiettivo sperato. La Cambogia giunge ai giorni d'oggi con un'alternanza di governi di coalizione, intervallati anche, nel 1997, da un colpo di stato di Hun Sen, altro ex leader khmer rosso, già capo di stato nel 1985, il tutto espressione dell'incapacità di eleggere un vero governo rappresentante del popolo. La strana miscela di gruppi politici perennemente avversi tra di loro, inizialmente persino compresiva degli organismi dirigenti degli stessi khmer rossi - mai processati per i loro crimini - sembra l'unica alternativa alla persistenza di una guerra civile senza fine.


Aprile 2008, vede la luce Fantasmi, un libro che racchiude tutti gli scritti sulla Cambogia del compianto Tiziano Terzani. Aspetto un libro del genere da tempo: il suo Holocaust in Kambodscha, ormai irreperibile, era stato pubblicato ai tempi solo in tedesco.
E' un'appassionante carrellata di articoli, raccolti in ordine cronologico, dove Terzani racconta la sua esperienza in questo paese a partire dal 1973 sino al 1996, momento in cui si sparge la voce che Pol Pot sia morto. Quello sarà il suo ultimo articolo sulla Cambogia, anche se la notizia si rivelerà successivamente falsa: lo spietato dittatore morirà davvero nell'aprile 1998, senza aver mai scontato alcuna delle proprie colpe. Ma nel 1998, come dice la moglie di Tiziano, lui "si era ormai ritirato nell'Himalaya e i "fatti" non lo interessavano più".
Il libro è anche un viaggio dentro l'anima dello srittore, che mostra inizialmente tutto l'entusiasmo per il fallimento della guerra americana e l'avvento al potere dei governi comunisti, quello di Saigon e quello "nuovo" dei guerriglieri cambogiani.
Ma piano piano la verità viene in superficie, l'orrore diviene visibile e si fanno strada prima l'incredulità, poi la coscienza e l'orrore ed infine la delusione e lo scoraggiamento.
Il sentiero che questo straordinario scrittore percorre, nell'acquisire coscienza della precarietà dell'ideologia, sembra non giungere alla fine ad affacciarsi su una strada che possa portare alla conquista di una vera libertà. Rimarrà in lui disillusione e poca fiducia nell'agire umano e nella storia, pur rimanendo intatti una passione ed un rispetto dell'uomo che trovano pochi eguali nel panorama giornalistico mondiale.
Angela Staude, nel saggio introduttivo di Fantasmi, scrive del marito: "se fino ad allora non aveva creduto alle informazioni degli americani a meno che non le avesse personalmente verificate e si era invece fidato della sinistra, ora non si fida più di nessuno". E ancora: "negli anni novanta dentro di sè voltò le spalle al giornalismo: non si era dimostrato l'arma con cui da giovane aveva sperato di poter agire sui politici per cambiare le sorti del mondo. Presto partì per nuove mete, per quel viaggio che dalla Thailandia lo portò in India, da lì all'Himalaya e infine a Orsigna, dove si conclude il suo "viaggiare per il mondo alla ricerca della verità".


E' la stessa tristezza che traspare quando la Staude, in un altro passo del saggio, parla del popolo cambogiano concludendo che "quello dell'improvvisa ferocia è uno dei lati oscuri della razza khmer". Mi viene in mente il volto spesso sorridente dei thailandesi: forse è per questo che la "ferocia" sembra fare ancora più contrasto, divenendo "lato oscuro". Claire Ly, cambogiana, ci aiuta però a capire: "gli occidentali difficilmente capiscono che il sorriso asiatico è in realtà una porta chiusa, una facciata esposta ad ogni vento, e che l'essenziale è altrove. Noi asiatici ci disegniamo il sorriso sul volto così come si dà una tinta sulle pareti di casa per proteggerle. E' bello. Ed è isolante. (...) Allora beato te quando un'asiatica ti parla senza sorridere, con un volto quasi chiuso. Occidentale: sei stato adottato, fai parte della cerchia degli amici, una cerchia molto difficile da penetrare nel mondo orientale".

Ma se di lato oscuro si tratta, bisogna guardarlo fino in fondo, senza errori che rischino di non comprenderlo e relegarlo in un angolo, quasi fosse una strana e scomoda anomalia. Avere il coraggio di accettarlo come possibilità vuol dire capire di più la possibilità di deriva dell'uomo e allora non importa se sia un khmer rosso del passato o un novello naziskin: la ferocia è ciò che affiora, il destino che lo attende, quando l'uomo è drammaticamente lasciato solo a se stesso.
Giovanni Lindo Ferretti, nel suo libro "Reduce", in cui il guardare indietro alla storia s'intreccia di continuo con una profonda esperienza personale e spirituale, sembra avere un'altra lucidità di giudizio e di pensiero:
"E' passato il secolo ventesimo, quello veloce e breve, dal '19 all'89. Doveva decretare nei fatti come da idee che l'hanno prodotto l'alba della libertà, a seguire il sol dell'Avvenire, l'uomo nuovo, la nuova umanità. Eccolo: mattatoio abominevole in dimensione industriale, milioni e milioni a decine, di uomini e donne, vecchi e bambini, ridotti a fumo cremoso, fanghiglia viscida escrematizia e putrida. Tolto il soffio divino a questo si riduce l'uomo. Macello d'ogni speranza, illusione d'umana presupponenza. Su questo costruisce chi s'affida, contro Dio, all'uomo. Nelle due dimensioni in dote alla modernità: il nazifascismo e il comunismo. Alla post modernità: lo scientismo tecnologico genetico".

(fine della prima parte)

Monday, June 16, 2008

SIAMO TUTTI CAUBOI


"Quando la musica è popolare, attraversa e commuove il cuore del popolo. Un popolo che non è leggenda, non è favola, ma è gente che vive, che esiste. Nelle canzoni di Davide Van De Sfroos c'è la passione per la realtà, quella realtà che oggi viene negata e derisa. Dall'osservazione delle onde del lago può nascere una canzone: quelle onde che spesso noi non riusciamo a vedere, tanto siamo vittime di una realtà virtuale che altri inventano e ci impongono. Sono canzoni, le sue, che non vanno contro, non giudicano, ma raccontano senza nascondere nulla, tanto meno quel senso religioso che appartiene a ogni uomo. Questo ci accomuna a davide Van De Sfroos e ai suoi "40 passi" verso il mistero."

(il Grillo Cantante,
presentazione del concerto di Davide Van De Sfroos,
Milano, Teatro Sala Fontana, 15 giugno 2008)

Non ci sta, Davide Van De Sfroos, a prendersi troppo sul serio.
Usa a piene mani l'ironia, sia nell'intervista che precede il concerto di ieri sera a Milano, alla sala Fontana, sia durante l'esibizione, che alterna splendide canzoni, tutte in chiave acustica - Davide voce (e che voce!) e chitarra acustica e fido compare con steel guitar al suo fianco - a momenti di racconto, recitazione e poesia.
Eppure, davanti ad un pubblico che conosce bene il significato della parola popolo e del sapersi rapportare alla realtà, perchè questa dia significato all'esistenza di ogni giorno, Davide riesce a proporsi allo stesso tempo con una profondità ed intelligenza che non sono patrimonio di molti.
Così, proprio di fronte alla domanda su cosa sia un popolo, ti risponde che per lui è importante anche cantare davanti a dieci persone. E non è piaggeria o snobismo, di chi si può permettere di dirlo dopo aver riempito con undicimila il forum di Milano. E' qualcosa, invece, che lui chiama "miracolo", perchè l'entrare in rapporto con le persone e le storie che ciascuna porta con sè non è cosa da poco, né da dare per scontata.

Presentato sul palco come il Woody Guthrie delle nostre parti, dimostra di esserlo nella musicalità, nella proposta, nella capacità di narrare le storie della gente come pochi altri. Ed il set acustico che Davide propone risulta eccellente, ricco anche di momenti inattesi, come la splendida esecuzione di London Calling, in risposta ad uno spettatore che gli chiede spiegazioni sull'adesivo dei Clash posto in bella mostra sulla chitarra tra il simbolo del Tao e quello della Sardegna.
Ed anche in quella circostanza, emozione, ma allo stesso tempo risate senza fine, con Davide che scherza ancora: "il simbolo della Sardegna? Mah, ho caricato la chitarra invece che l'auto sul traghetto e mi hanno messo su l'adesivo...".

Così tre ore di spettacolo passano in un baleno, attraverso altri momenti memorabili, come una libera interpretazione della vicenda di Adamo ed Eva, assolutamente irresistibile per comicità, messa lì quasi provocatoriamente a seguire un racconto su come lui intenda la preghiera che potrebbe essere spunto di riflessione a lungo per molti.
E dentro tutto questo una manciata delle sue canzoni più belle, comprese alcune dall'ultimo album: Il Costruttore Di Motoscafi, La Ballata Del Cimino, fino alla struggente New Orleans, messa come bis finale, a suggello di una serata memorabile.

Ce ne andiamo dopo lo spettacolo convinti di aver assistito a qualcosa di speciale ma forse non irripetibile.
Speciale perchè questa sera Davide ha raccontato di sè più di quanto abbia potuto fare tante altre volte. Ma per fortuna ripetibile, perchè quella passione del cantare stando con la gente, Davide la trasmette in ogni circostanza ed è sempre un'esperienza.
Ci lasciamo allora con un appuntamento: il meeting di Rimini, spettacolo alla vigilia dell'ultimo giorno: al "venerdì sira", ci direbbe Van De Sfroos.
"O protagonisti o nessuno", recita il titolo dell'edizione di quest'anno: cosa pensare di meglio per ritrovarci tutti insieme anche là con lo stesso spirito di ieri sera ?


Thursday, June 12, 2008

TEMPI MODERNI




Padova, Basilica di Sant'Antonio, sette del mattino.
Un'oretta di tempo, prima di tuffarmi in una sessione scientifica, e sentir parlare tutto il giorno di coronarie e infarti, di angioplastiche e prognosi di pazienti cardiopatici.
Lodi del mattino e, a seguire, la messa feriale. Un modo alternativo, senza dubbio, di cominciare una giornata di congresso; ed infatti di colleghi neanche l'ombra, anche se l'albergo dista solo cinquanta metri da qui.  Ma questo modo d'iniziare la giornata è alternativo - appunto - e quindi a me va proprio bene così.

Mi colpisce la bellezza della cattedrale, ma anche un connubio di cappuccini e gente di ogni tipo. In prima fila una bella donna dai capelli rossi; poi, distribuiti in mezzo ai frati, donnette anziane insieme a uomini con la borsa, quasi pronti per l'ufficio; e ancora turisti e giovani studenti. Quei preti, poi, non sono mica tutti vecchi: ce ne sono parecchi piuttosto giovani, invece, e sembrano pure dei bei tipi; per un attimo me li vedo senza tonaca e con la t-shirt e una chitarra elettrica addosso: credo che farebbero una bella fatica a liberarsi dalle groupies,  fuori dal camerino di un concerto.
E quando, poco dopo, li riguardi e li ascolti, mentre intonano salmi e lo fanno talmente bene che ti sembra d'essere proiettato indietro di secoli, ti rendi conto di quanto sia ricca e bella la tradizione.  E di quanto sia incredibile l'effetto che fa, a contrasto con l'attivismo senza senso che vedi correre là fuori, dove bellezza ed armonia sembrano diventate parole senza significato.

Il giorno prima, quell'attimo d'incanto si era materializzato altrettanto all'improvviso,  davanti agli affreschi di Giotto, nella cappella degli Scrovegni.
Ma ancor di più mi aveva affascinato la storia che il figlio di un usuraio avesse deciso di riparare in qualche modo alle malefatte del padre ed a quelle che, quasi senza rendersi conto, si era messo a commettere anche lui, ed avesse deciso di costruire una cappella dedicata alla Vergine Maria. Cappella privata, adiacente al suo palazzo, ma che divenne presto "servizio pubblico", perchè l'ingresso principale era sulla piazza e chiunque poteva recarsi a pregare lì dentro.
Quello scandalo dell'usura ad un certo punto era diventato una molla e questa aveva fatto saltar fuori il desiderio.
E il desiderio porta alla ricerca della Verità, anche passando dallo spendere i propri denari per costruire una cappella, che poi, quando l'hai fatta non te la tieni più neppure per te.
Roba d'altri tempi, perchè oggi è tutto cambiato ? Non ne sono così sicuro.
Storia già vista, di chi si mette a posto la coscienza con l'elemosina ? Forse no.
A me piace pensare che lo scandalo interiore, il sentirsi d'un tratto nulla di fronte al tutto, avesse aiutato il desiderio a farsi strada.  Un desiderio che tanti ora sembrano non cercare più,  quasi che il bisogno del Vero non fosse rimasto lo stesso, come ai tempi di messer Scrovegni.
E allora in mezzi a cateteri e stents, ad angioplastiche andate bene o andate male, oggi sono contento d'essermi fermato anche qui.
A riscoprire che la mia prognosi non dipende solo da una sigaretta o dal colesterolo, ma anche dalla capacità di far riaffiorare dal cuore il desiderio.
Quello che domanda al Mistero di rendersi presente ogni giorno di più.


Wednesday, June 04, 2008

GIORNI DI PIOGGIA



Sali in auto al mattino, svogliatamente. Appesantito già, dalla stanchezza di giornate apparentemente messe in fila senza senso. E per giunta piove, a rendere il traffico assurdo e la gente rabbiosa. 
"C'è gente senza cuore in giro per la città, alcuni pensano liberamente, alcuni pensano in cattività": De Gregori attacca a cantare Finestre Rotte, dal ritmo accattivante ed incalzante. Peccato solo che assomigli così tanto a The Levee's Gonna Break di Dylan, ma che importa, è bella lo stesso. E poi, che diamine, Bob l'aveva copiata anche lui, e quindi che differenza fa: il blues è patrimonio largo, ci stanno dentro tutti. 

Sono giorni che giro intorno a questo disco, dal titolo curioso. 
Ora mi attira, ora mi respinge, e non riesco a spiegarmi il perchè.  
Poi, all'improvviso, mi pare di capire: è una questione di malinconia.
Una volta Don Giussani disse che "in quella parola ci riconosciamo tutti, in questa verità di attesa misteriosa facilmente ci riconosciamo tutti." Perchè "l'essenza del cuore dell'uomo è rapporto con una felicità attesa, di cui non si conosce né l'ultima natura, né il nome". Ma non è un'attesa qualunque: é "attesa di un compimento a cui noi diamo un nome: Dio".
E allora lo rimetto su il disco, continuo ad ascoltare.  Sono istanti brevissimi, che separano quella stanchezza da un nuovo entusiasmo che mi sembra già di scorgere vicino. E prima ancora che abbia capito, prima ancora di qualsiasi altra cosa, una nuova canzone mi aiuta a benedire quello che sembra così stretto su di me:


Ogni giorno c’è un pezzo di strada da macinare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E una lacrima che sa di pioggia, che sa di sale,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
(...) E a volte mi sento come un prigioniero da liberare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
Ma non ci sono sbarre, non c’è modo di scappare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E ogni giorno c’è un pezzo di strada da ritrovare,
ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra.
E una lacrima da benedire, da conservare,
per tutti i giorni di pioggia che Dio manda in terra.


Ogni Giorno Di Pioggia é luce nuova ed inattesa.  
La carità è possibile - ancora una volta lo è - prima di tutto su di me, perchè possa poi rivolgersi agli altri. Ma deve avere una radice nella sofferenza. Perchè non sia buonismo, perchè sia roba vera. Devi imparare a benedire ogni lacrima, a capire il significato della fatica che c'è dietro a ciò che costruisce o, soprattutto, a quello che Qualcuno riesce a costruire. 
Malgrado te, malgrado gli altri, malgrado tutto.


L'Angelo Di Lyon è difficile da raccontare.
Ma il primo istante è un tuffo nel passato e allora provo a lasciarmi cullare.
Mi rivedo affacciato su un ponte, la Saone scorre tranquilla sotto di me.
Chalon è la prima tappa di un viaggio da ventenne in Francia. Tra sogni on the road, castelli e cattedrali, notti in ostelli della gioventù.
Mi affascina da subito, quel legame tra fiume e città. Così come il mistero di ogni cattedrale - ne incontro giorno dopo giorno - magari vista sin da lontano, come quando arrivi a Chartres da Parigi. Oggi in auto, ma è proprio come ieri, cavaliere o viandante a trovare la strada e la via di casa, unica luce all’orizzonte le guglie di una chiesa.
L’Angelo Di Lyon è di una bellezza trascendente.
Mi avvolge nella musica, ma sono magiche anche le parole.
Una storia affascinante e dentro ci puoi scrivere la tua. Farci riaffiorare il desiderio, la ricerca, il Mistero nella vita; Quello che ha indossato un volto, ha vissuto e condiviso, è morto per noi. Ed alla fine è risorto.

Fu la visione di Anna Maria, con il rosario tra le dita,

ad incantare lo stregone e a fargli cambiar vita.
Lasciò la scena in un vestito grigio, lasciò un messaggio con un sorriso,
Diceva parto per Lione e cerco un angelo del paradiso.
Salì sul treno che portava a Bruxelles, ordinò cognac e croissants,
Fece l’elenco dei suoi beni futili, nella carrozza restaurant.
Pensò alle ville e alle piscine e ai pezzi rari da collezione,
Poi fece un voto come San Francesco, per il suo angelo di Lione.
E cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava,
mentre guardava dal finestrino, l’ombra del terno che lo portava.
E ad occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saone.
Simbolo eterno delle due anime, maschio e femmina di Lyon.

Restò ad aspettare sul vecchio ponte, pensò all’incontro di un anno fa,
ma i giorni vanno, diventano mesi, quattro stagioni son passate già.
Ora il suo abito è tutto stracciato, somiglia proprio ad un barbone,
Gira le strade, cerca ad ogni passo il suo angelo di Lione.
Stanotte nella cattedrale, mille candele stanno bruciando,
le tiene accese suor Eva Maria, a mano a mano che si van consumando.
E dentro i vicoli come sogni, trascina il passo lo straccione,
il vecchio scemo fuori di testa, per il suo angelo di Lione.
E cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava,
Mentre fissava fuori sui muri, la vecchia ombra che lo seguiva.
E attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saone,
e l’acqua scura come il mistero di quell’angelo di Lyon.


E’ proprio bello questo disco e più lo ascolto, più faccio fatica a trasformarlo in parole.  Ma è una preoccupazione inutile, perchè già Francesco ce lo dice: "non ci sono mai riuscito, in tutta la mia vita, a parlare delle canzoni".
E allora vado avanti ad ascoltarlo, che è molto meglio.
A scoprire paura e pessimismo, ma anche speranza e libertà da ideologia - come in Celebrazione, chissà a quanti non piacerà affatto - ed a godermi questa musica, così colta e matura anche lei, proprio come l'autore.
Perchè affiancata all'anima c'è proprio lei, la musica, e non c'è da stupirsi che sia così bella, con una band così. Ce l'avesse Bob Dylan, dannazione, invece di quel gruppo senza infamia e senza lode, dove le chitarre, se potessero, preferirebbero suonarsi da sole. 

"Certo è molto diverso da quello che passano di solito le radio", dice alla fine De Gregori a proposito del disco ed a conclusione dell'intevista pubblicata sul suo sito, nuovo di zecca.
Sarà per questo, forse, che faccio fatica a togliere il cd.
O sarà quella benedetta malinconia, che continua a rapire un pezzo del mio cuore.


Post Scriptum
"L'angelo di Lione" è il titolo del bellissimo post di Paolo Vites.
Lo trovate sul suo blog qui:http://gamblin--ramblin.blogspot.com/2008/05/langelo-di-lione_18.html

Friday, May 30, 2008

WE'RE WALKIN' TOGETHER


Una mattina qualunque di un giorno in ospedale.
Squilla il telefono della centralina dell'unità coronarica: "dottore, è per lei".
Prendo la cornetta svogliatamente: ci sono già abbastanza guai oggi, chi è che mi cerca ancora? Dall'altro capo del telefono c'è Gianni, non mi aveva mai chiamato sul lavoro prima d'ora: "Ciao Fausto, come stai? Sai, oggi ti pensavo, sono riuscito finalmente a farmi stampare la foto che mi avevi chiesto tempo fa..."
Di quella foto non mi ricordavo quasi più. E quando l'avevo chiesta a Gianni, più di un anno prima, ero sicuro che, con tutti gli impegni che aveva, non sarebbe mai riuscito ad accontentare quel mio piccolo desiderio.
Corsi a prenderla, appena possibile, qualche giorno dopo. Ritraeva Chiara Lubich e don Luigi Giussani, insieme e sorridenti, mentre si stringono la mano in piazza San Pietro, a Roma, la vigilia di Pentecoste, il 30 maggio 1998.
Quello di Gianni, quel mattino, fu un momento tanto inatteso quanto opportuno.
Un atto gratuito, arrivato all'improvviso, e capace di dare alla giornata quell'anima che le mancava.  Qualcuno - un amico - mi aveva ricordato Qualcosa e quel gesto mi rimise in sintonia col quotidiano, dandogli la solennità che, da solo, non vedevo quasi più.



Quel 30 maggio di dieci anni fa sono là anch'io, in una Piazza San Pietro gremita di folla, un popolo che arriva a riempire anche tutta Via della Conciliazione, fin laggiù in fondo, nei pressi delle mura di Castel Sant'Angelo.
Giovanni Paolo II ha chiamato a raccolta tutti i Movimenti e le nuove comunità ecclesiali, per dirgli quanto la Chiesa li senta parte di sè e quanto lei stessa guardi a loro come maestri di vita.
Ogni Movimento quel giorno appare per ciò che è realmente: un dono dello Spirito Santo per gli uomini. E chi è lì in quella piazza percepisce come certa questa realtà della storia, in cui Dio è presente e non smette mai di assistere il suo popolo e l'umanità intera.

Sono arrivato qui con gli amici, ma mia moglie è a casa, in attesa del nostro secondo bambino e segue tutto attraverso la tv. Non c'è differenza, però: la sento presente come se fosse lì al mio fianco, in mezzo a quella folla.
E, man mano che la giornata trascorre, assisto al miracolo che il mio cuore attendeva da tempo.
Quella che vedo accadere coi miei occhi, quella che sento raccontare - l'unità tra i Movimenti - è la storia della mia vita. Il mio matrimonio, nel suo essere piccolo laboratorio di cammino insieme, da quel momento in poi diventa parte del patrimonio della chiesa. La nostra unità nella diversità - mia moglie dentro al solco del carisma di don Giussani, la mia vita dietro alla storia di Chiara Lubich - oggi viene sancita e proclamata quale tassello insostituibile nel mosaico della vita cristiana.
Scriverà don Giussani, a pochi giorni di distanza da quell'evento:
"Sabato, l'incontro con Giovanni Paolo II, per me è stata la giornata più grande della nostra storia, resa possibile dal riconoscimento del Papa. E' stato il "grido" che Dio ha dato a noi come testimonianza dell'unità, dell'unità di tutta la Chiesa. Almeno io l'ho avvertito così: siamo una cosa sola. L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?"



Il discorso di Don Giussani di quel giorno, davanti al Papa, mi aveva insegnato una volta per tutte il significato della parola mendicanza; e mi era parso di capire un po' di più il bisogno vero della vita:
"il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione (...) Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".



Prima di lui Chiara Lubich aveva tratteggiato al Santo Padre il significato di quella definizione che lui stesso aveva dato del Movimento dei Focolari, definendolo capace di un "radicalismo dell'amore".
Aveva detto Chiara: "E come non può essere così se lo sguardo di tutti coloro che fanno parte del movimento è sempre puntato, come a modello, su Gesù crocifisso nel suo grido d'abbandono? L'amore più radicale è proprio lì, dove è il culmine del suo patire. E' in Lui - che abbandonato dal Padre si riabbandona al Padre, che sentendosi disunito dal Padre con Lui si riunisce - il nostro segreto per ricomporre in unità ogni divisione, ogni separazione, dovunque".
La conclusione del discorso diventa una promessa per il futuro: "Sappiamo che la Chiesa desidera la comunione piena fra i movimenti, la loro unità che, del resto, è già iniziata. Ma noi vogliamo assicurarle, Santità, che essendo il nostro specifico carisma l'unità, ci impegneremo con tutte le nostre forze a contribuire a realizzarla pienamente".


Le parole di Giovanni Paolo II, che seguono le testimonianze di Chiara, don Giussani, Jean Vanier e Kiko Arguello, sono di gioia e riconoscimento che ciò che sta accadendo è qualcosa di speciale: "oggi la Chiesa goisce nel constatare il rinnovato avverarsi delle parole del profeta Gioele: "Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona.. "(At 2, 17). Voi qui presenti siete la prova tangibile di questa "effusione" dello Spirito. Ogni movimento differisce dall'altro, ma tutti sono uniti nella stessa comunione e per la stessa missione".
Il suo richiamo finale è l'amicizia e il coraggio di cui ciascuno, in quella piazza, sente di avere adesso bisogno: "Oggi da questa piazza, Cristo ripete a ciascuno di voi: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15). Egli conta su di voi, la Chiesa conta su di voi. "Ecco - assicura il Signore - io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20). Sono con voi!"

Nel ritorno a casa, quel giorno, non c'è stanchezza, ma solo forza rinnovata.
Nelle migliaia di volti di Piazza San Pietro, nella gioia di chi mi è stato accanto, quell'unità proclamata dalla Chiesa l'ho vista già sofferta e vissuta e perciò testimoniata.
E' per questo che il Papa e i fondatori dei movimenti l'hanno potuta raccontare, perchè non si può narrare se non di ciò che non sia già accaduto e che, grazie a Dio, sta accadendo ancora.
Ma dentro di me c'è una gioia in più: penso a mia moglie che ritroverò a casa, alla mia famiglia, alla nostra esperienza insieme. E ripenso alle parole del Papa con sollievo: oggi, in quella Piazza, gli ho sentito raccontare della mia vita.
Quella foto di Chiara e del don Gius, regalo di Gianni, oggi campeggia nell'angolo buono del salotto di casa.
E' una bella foto ed è bello lo sguardo tra i due.
Uno sguardo che, da allora, protegge ogni giorno il nostro cammino.


Thursday, May 22, 2008

DOLCE RESISTENZA

"il mondo fa il suo viaggio e dentro a questo noi facciamo il nostro,
credendo fino in fondo in quello che magari vale davvero di più.
Vi chiedo di salire sulla mia chitarra, di arrivare dentro la mia voce, di suonare e "scrivere" insieme a me.
E' la strada che facciamo insieme, i sorrisi, le lacrime, la forza, l'amore ed i "pezzi di resistenza" che cerchiamo di fermare sotto il nostro cielo, che ci fanno essere vicini in modo speciale."

(Massimo Priviero)
DOLCE RESISTENZA
Riascolto del disco di un amico,
dentro le righe dritte e storte della mia esistenza


Massimo Priviero è l'unico vero rocker italiano.
Ce ne si convince non solo ascoltandolo nei suoi dischi e dal vivo, ma anche sentendolo parlare. In un'intervista di un po' di tempo fa diceva: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Ai cantautori non è stato mai chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante. Mentre per me la differenza la fa la voce (...)" E poi aggiunge, parlando sempre dei "cantautori": "(...) ed i suoni sono sempre quelli".
E invece a Massimo non manca nulla: la voce, i suoni, quello che cerca chi ama il rock, quello vero. Comprese l'anima e il cuore, però, senza le quali anche il rock, come tante altre cose della vita, diventa la caricatura di se stesso.
Poesia insomma, per dirla in una parola sola.
Quella che nasce da chi è capace di prendere le persone e farle diventare amici, trascinarle dentro a una chitarra, e trasformarle in musica con lei.
Dolce Resistenza è uno dei dischi più belli di Massimo.
L'ho ascoltato a lungo e piano piano è entrato nelle mie vene e nei miei percorsi autostradali.
E' diventato la colonna sonora dei miei ultimi pensieri.
Così è stato inevitabile che s'infilasse anche tra le righe dritte e storte di tante giornate, fatte di tutto e di niente, di un quotidiano sul quale un Altro riesce sempre, mio malgrado, a scrivere il Suo spartito.
Il risultato è questo qua: canzoni messe di fianco a vita e sensazioni.
Provate a leggerle se vi va, è roba senza pretese: "Io sono io", canta Massimo e le mie righe sono quel che sono.
Ma la segreta speranza è che vi venga voglia di ascoltare il disco: vi assicuro che ne vale davvero la pena.
E chissà che non accada qualcosa anche a voi.

Cammino solo nel mio tempo e guardo il sole mentre scende giù
E chiamo ancora sai il tuo nome nel silenzio
Ma ogni passo ha la sua storia e ora tu non ci sei più
Lo sai Tommy il tempo viene il tempo va
Ci rivediamo sai un po' più in là
Mi manchi molto sai, chissà come ti va
(Tommy Eden)


Quanti amici hai perso di vista nella vita?
Compagni di strada dei sentieri grigi, spicchi di sole o nubi di pioggia comparse all'improvviso.
Hai dentro rimorsi per averli smarriti, talora anche rancori; ma fai uno sbaglio, perchè la vita è così: apre e chiude strade di continuo.
Spesso mi domando dove siate finiti. Ora che ho percorso tante vie, che vorrei raccontarvi le battaglie, i ponti attraversati, i fiumi guadati in qualche modo. Ora che vorrei sentirmi dire delle guerre che avete visto voi.
Ancora la vita, se Dio vorrà, riaprirà nuove strade e c'incontreremo di nuovo : "ci rivediamo un po' più in là. Mi manchi molto, sai, chissà come ti va"...


Quante volte abbiamo scalato montagne,
Per sparare al cielo e cercare dei sogni.
Quanti giorni malati e non puoi farne senza,
Quanto ancora mi chiedi dolce mia resistenza.
Siamo solo soldati che marciano stanchi,
In cerca di passi che portano avanti.
E sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora,
Con l'ultimo fiato che è rimasto in gola.
Siamo vivi, siamo in piedi,
Siamo tutto quel che sai,
Non fermarti, non fermarti mai.
Siamo nati per volare,
E per cadere prima o poi,
Non fermarti, non fermarti mai.

(Dolce resistenza)
Ogni volta che cado, è uno sparo nel cielo.
Solo allora Ti chiamo e mi ricordo di Te.
Sono ribelle e fallito, sono triste e tradito.
E continuo a domandarmi il perchè.
Poi mi alzo, pian piano e vedo più chiaro.
Ma poi cado di nuovo: è solo apparenza la certezza di me.
Ho bisogno di aiuto : "sono io che ti chiamo, che ti chiamo ancora, con l'ultimo fiato che è rimasto in gola".
E quando, alla fine, sparisce l'orgoglio, allora capisco qualcosa di più.
Ora sì che ho imparato, a chiamarTi per nome.
Il Fallito e il Tradito, sei Tu; l'Abbandonato e lo Stanco, sei solo e ancora Tu.
Se son nato per volare, è perchè da tutto questo sei già passato Tu.



Siamo volti lontani delle stesse città,
Siamo Cristi traditi, siamo luce di Allah.
Siamo ponti nel vuoto, siamo vite ai mercati,
Siamo lampi nel sole, siamo spari nel cielo.
Siamo fiumi assetati, siamo lacrime spente,
Siamo mappe perdute, siamo troppo di niente.
Siamo occhi malati, siamo inferni infiniti,
Siamo fiori di sale, siamo spari nel cielo.

(Spari nel cielo)


"Ecco la grande attrattiva del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossima
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie (...)"
(Chiara Lubich - L'attrattiva del tempo moderno)

Fermarsi nella folla ed osservarla.
Guardare tutti, ad uno ad uno.
Tanto più quanto più hai fretta, tanto più quanto ti sembra di essere rigettato.
E scorgere in ogni volto di chi ti passa accanto quella storia unica e irripetibile, degna d'essere vissuta, bella quanto basta per essere amata.
Ci ho provato mille volte. Dal finestrino dell'auto, dentro il traffico di quest'impossibile città. In chi mi urta nella folla e in ascensore, nell'essere stretti in metropolitana. In chi è medico e in chi è ammalato, dentro la sofferenza e l'impazienza, nelle loro e nelle mie infedeltà.
Ma quell'attrattiva, ogni volta l'ho sentita.
E mi sono accorto che è vera.
Allora e solo allora lo sguardo si è fermato, dentro una corsa apparentemente senza senso e, penetrato nella più alta contemplazione, mi sono sentito inzuppato anch'io.
Come quel frusto di pane nel vino.


Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai

(La strada del davai)

Annina, Annina, un giorno sarò scrittore
Per non spegnere gli occhi e per non scordare
Annina, Annina, io sarò la voce
Di chi non ha niente che non sia una croce
E girerò per le mie valli
Finchè la forza reggerà
E lo farò finchè non ci sarà
Pane giustizia e libertà, pane giustizia e libertà...
Il ragazzo camminava, dove le Langhe sono un fiore
Il sole tramontava piano
Per il soldato e lo scrittore
(Pane giustizia e libertà)

Priviero l'ho conosciuto così, dentro la bellezza di queste due canzoni.
Non avevo mai trovato nessuno che avesse messo in musica - e lo avesse fatto così bene - tutto quel che avevo letto sugli italiani in Russia della seconda guerra mondiale e che non uscirà mai più dalla mia memoria.
La marcia del davai è lo sguardo di quei pazienti che ho incontrato e che purtroppo ora non vedo quasi più. Pane Giustizia e Libertà è il cuore di Nuto Revelli, ma è anche l'abbracciare insieme tutti gli altri, Eugenio Corti, Giulio Bedeschi e tutti quegli uomini senza "più niente che non sia una croce".Feci mio tutto questo un po' di tempo fa e ci scrissi sopra :"Russia"
Ora non saprei aggiungere altro che non sia preghiera.





Massimo Priviero