Sunday, September 06, 2015

PIETRE VIVE

Bet Sahur, periferia di Betlemme. La casa di Nasir è l’ultima in fondo, là dove finisce la strada sterrata. Si distingue per la struttura ed il colore scuro, che le donano un tocco di eleganza in più rispetto alle abitazioni circostanti. Dopo la laurea in architettura conseguita in Italia, Nasir ha fatto ritorno dalla moglie e dai figli, in quella terra distribuita sulla carta geografica a macchia di leopardo, chiamata Palestina o territori, a seconda del punto di vista dal quale ci si metta a guardarla. Mi scopro ad osservarlo stupito, mentre passa sorridente da un tavolo all’altro a distribuire il cibo. Quasi cinquanta amici tra adulti, ragazzi e bambini, ospiti a cena a casa di una famiglia cristiana palestinese, e sentirsi a proprio agio come se ti avessero accolto i tuoi genitori. Noi che, prima di invitare un paio di persone, guardiamo sul calendario se è il giorno giusto, perché siamo pieni d’impegni e torniamo sempre troppo stanchi dal lavoro.
Per arrivare qui abbiamo dovuto attraversare il check point israeliano, ma per noi occidentali è stata questione di pochi istanti. Lui, Nasir, quella frontiera non può oltrepassarla quasi mai; la sua auto targata a caratteri verdi su sfondo bianco è come un passaporto palestinese, senza visto per andare in territorio d’Israele. Quasi una prigione a cielo aperto, Betlemme. Non come la striscia di Gaza, ma dall’orizzonte reso oscuro dalla presenza del muro, costruito per separarla da Gerusalemme. Una barriera creata come reazione di difesa da parte di uno stato che ha subito la perdita di un migliaio di civili, vittime dei terroristi che, durante la Seconda Intifada, partivano da qui per compiere attentati nella città santa. Ma il muro, che è riuscito ad interrompere la sequela delle stragi, non ha fatto altro che alimentare ancor di più l’odio reciproco. Prima di arrivare a casa di Nasir, mi ero preso un po’ di tempo per passeggiarci intorno: un serpente di cemento, lungo e spettrale, chiuso in alto da chilometri di filo spinato e coperto quasi ovunque da disegni e graffiti; in fondo ad una strada c’è persino una palazzina che è stata circondata sui tre lati, e le cui finestre del piano superiore, più alte del muro, hanno le tapparelle perennemente abbassate, dato che la legge proibisce la presenza di punti di osservazione verso Israele. Poco lontano da qui una scritta recita in inglese: “questo muro può curare il presente, ma non ha futuro”. Un’altra, in italiano, è posta vicino all’immagine di una colomba della pace: “la velocità è il tempo dell’odio, la lentezza è il tempo dell’amore”. Impara da subito a non giudicare, sembra suggerire, davanti ad un conflitto tra ebrei e palestinesi che dura ormai da un secolo ed appare incomprensibile ai più. Prendi su di te il tempo dell’amore di Dio, che non conosce confini. (....)

Saturday, July 25, 2015

CANZONI PER VOLARE



Sembra felice, Stefano Barotti. Lo incontro sul lungomare di Laigueglia, borgo della riviera ligure di ponente annoverato tra i più belli d’Italia, poco prima del suo showcase, in cui presenterà alcuni brani tratti dal suo nuovo disco, Pensieri Verticali. Una performance, quella a cui assisteremo, di una trentina di minuti in tutto, decisamente troppo pochi, non solo per chi ha già imparato ad amare le sue canzoni, ma anche per chi ancora non conosce le sue grandi qualità di musicista e cantautore. In un tardo pomeriggio assolato, è seduto accanto a me, il tavolino di un bar all’aperto a fare da backstage, ed ha appena percorso più di duecento chilometri, per arrivare fin qui dalla sua Toscana. Ha un viso dolce e niente affatto stanco: “Cosa vuoi che siano per un musicista due ore e mezza di strada - scherza, mentre sorseggia un buon bicchiere di vino – praticamente come andare a suonare dietro casa”. Racconta qualcosa di sé, del disco che sembra andare bene, dei prossimi concerti: “non molti – il volto si schiude in un sorriso che la barba non riesce a smorzare - perché tra poco divento babbo e allora devo stare fermo per forza per un po’…”. 



 

Monday, June 01, 2015

LOVE NEEDS A HEART



C’è un uomo sul palco, la chitarra a tracolla, i capelli ingrigiti dal tempo e una mano sul cuore. Ha voglia di dire thank you, e grazie, mille grazie. In questa splendida cornice che stasera è il teatro di Como. In questa, che, per una volta, non è “just another town along the road”, ma una “città per cantare”. Non può conoscerli, quell’uomo, i mille cuori che stanno davanti a lui. Con le loro mille storie, le loro ferite e il desiderio di felicità che le accomuna. Non può conoscerle, ma le attraversa con le sue canzoni. E stringe mani, saluta quelli che può. Le storie che sono arrivate fin sotto il palco, alla fine dello show, che proprio seduti non si può continuare a restare.
Lassù in cima, un altro ragazzo lo osserva. Si è fatto grande, ormai. E’ diventato uomo ed è invecchiato, i capelli si sono ingrigiti anche a lui. Ha cantato, col suo cuore, tutte le canzoni, per tutta la sera. Quel ragazzo, che aveva conosciuto l’uomo sul palco così tanto tempo fa. Diciott’anni o poco più, un disco che arriva a casa con un amico, che ha il suo regalo di Natale da donare. Tony, che ogni volta che veniva con un disco nuovo era un orizzonte infinito che si spalancava. Quell’anno era arrivato con “For Everyman” e il ragazzo aveva scoperto Jackson Browne per non lasciarlo più. Poi Tony si era ammalato, sindrome da immunodeficienza acquisita, l’avevano chiamata. AIDS, una malattia tutta da scoprire, un cammino verso il calvario ancora da percorrere per la medicina. E così, di lì a poco, Tony se ne era andato via, la sua vita spezzata come quella di tanti altri. Lasciando la sua storia e i suoi dischi a quel vecchio ragazzo, che ora ha i capelli grigi ma il cuore ancora tutto intero. (...)

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Saturday, May 23, 2015

HEART OF MINE

"Oh, can't you see that you were born to stand by my side
And I was born to be with you, you were born to be my bride"
(Wedding Song, Bob Dylan)

La prestigiosa rivista Circulation, edita dall’American Heart Association, ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio condotto su oltre 15.000 persone dal 1992 al 2010, dal quale emerge come il divorzio rappresenti un fattore di rischio significativo per l’infarto miocardico acuto. Nella popolazione studiata il rischio è apparso più elevato nel sesso femminile, con una probabilità di evento coronarico superiore del 24% nei soggetti con un divorzio alle spalle e addirittura del 77% per le donne pluridivorziate. Negli uomini l’aumento del rischio appare minore, con un incremento del 10% in caso di un solo divorzio e del 30% in quello di più divorzi. Linda K. George, uno degli sperimentatori, afferma che tale rischio appare paragonabile a quello provocato dall’ipertensione arteriosa e dal diabete mellito ed appare ridotto solo marginalmente in caso di nuovo matrimonio delle donne, mentre si annulla nel sesso maschile.  (....)

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Wednesday, May 13, 2015

PASTORE DI NUVOLE

Lasciate che vi racconti della mia vita attraverso un pugno di canzoni, sembra voler dire Luigi Grechi, che da qualche anno si é riappropriato del suo vero cognome, De Gregori (Grechi era quello della madre), in scena al Nidaba Theatre di Milano qualche sera fa. Da solo, con la sua chitarra acustica, trasforma il piccolo pub milanese nel Folkstudio, lo storico locale di Roma che negli anni sessanta voleva tanto assomigliare ad un pezzo del Greenwich Village di New York. Che poi non è neanche così banale, provare a raccontare di sé, con sincerità e passione come ha fatto questo cantautore, fratello del più celebre Francesco De Gregori, ma, per quelle strane ed imperscrutabili vie del destino, immeritatamente meno celebre. Non è scontato perché molti, di fatto, non lo fanno; lasciano che le canzoni siano talvolta la maschera da indossare sul palco, per camuffare la vita o, tutt’al più, nasconderla, proteggerla dalle troppe ferite e da ogni tentativo d’intrusione. E se è anche vero che le canzoni camminano da sole, capaci, come ogni opera d’arte, di suggerire al tuo cuore il percorso e le strade dove esso ha bisogno d’andare, è altrettanto bello, quando ci è concesso, poter entrare anche nelle pieghe dell’esistenza di chi le ha create, carpire qualche segreto di come siano state costruite, toccare qualche nodo di quella rete di sensazioni e fatti di vita che hanno fatto sì che esse vedessero la luce. (...)

Wednesday, May 06, 2015

CANZONI ROCK SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE

"667 Ne so una più del diavolo" é il titolo del nuovo libro di Fabrizio Barabesi e dell'amico Maurizio Pratelli, da poco disponibile in tutte le librerie ed edito da Arcana. 

Quella che segue é la postfazione che ho scritto per il libro. Il volume é acquistabile a questo link
Buona lettura 

 Rock'n'roll can never die 
"Bologna, 27 settembre 1997, Congresso Eucaristico nazionale. Bob Dylan posa la sua chitarra e si avvicina lentamente al palco, dove è seduto Giovanni Paolo II. Ha appena finito di cantare Knockin’ On Heaven’s Doors e Hard Rain’s A-Gonna Fall ed ora sta andando a salutare il Papa. Cammina di un’andatura incerta, gira e rigira le mani tra di loro. Inciampa lungo i gradini, manca poco che vi cada. Istanti che sembrano infiniti, finché l’uno giunge di fronte all’altro, sino a quando quelle mani, che non sapevano dove stare, vengono strette da un altro. Parole e frasi sconosciute, una serie di sguardi, intensi, poi Dylan torna al suo posto. Giovanni Paolo si risiede, riprende il testo di una delle canzoni più note dell’artista americano – Blowin’ In The Wind – e parla di domande e di strade da seguire: “la risposta non soffia nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni”. E’ un uomo anziano, vitale nell’anima, ma ormai stanco nel corpo: si rivolge ai presenti, saluta, sorride e se ne va. Bob Dylan riprende chitarra e microfono, canta la sua Forever Young. Poi se ne va pure lui, ognuno di nuovo a percorrere il proprio cammino. Negli anni a seguire, di fronte alle numerose domande, Dylan non rivelerà mai nulla delle emozioni legate a quegli istanti, ad eccezione di un particolare, forse il più importante. E cioè che quello era stato, “semplicemente”, il momento più alto di tutta la sua carriera. Cosa accadde allora, quella sera? Cosa rappresentò quel momento? Un semplice aneddoto? Un episodio da ascrivere come poco rilevante, nella rotolante e variegata storia del rock’n’roll? Forse è davvero così. O forse no.
Se c’è una cosa, che questa strana forma d’arte moderna chiamata rock non ha mai sottovalutato, è il proprio rapporto con la realtà. Nessun artista che abbia preso la propria musica sul serio si è mai sognato di trascurare ciò che la vita gli poneva innanzi e soprattutto di manifestare ad essa un grido, talora confuso e disperato, ma sempre maledettamente sincero: il desiderio profondo della propria felicità. Sino al punto, magari, di pagare il prezzo più alto – la propria vita – se questo si fosse rivelato disatteso. Perché questo bisogno stringente è severo e, allo stesso tempo, anche impaziente: l’urlo amaro dell’ultima canzone di Hank Williams – “I'll Never Get Out of This World Alive" –, edita appena pochi giorni dopo la sua morte, sembra fare eco a quel “vieni come sei, fai in fretta, non fare tardi” di un Kurt Cobain che muore suicida sulla stessa strada di un cuore che non è disposto a fare sconti a niente e nessuno. La stessa canzone d’amore, se in grado di manifestare davvero se stessa, non è mai – come disse una volta Nick Cave – “semplicemente felice”. Essa “deve innanzitutto abbracciare il potenziale per il dolore”. E se le canzoni che parlano d’amore – aggiunge – non hanno dentro “un malessere o un sospiro”, esse “non sono del tutto canzoni d’amore, ma piuttosto canzoni d’odio mascherate da canzoni d’amore e non bisogna credere loro”.
Ecco, allora, qual è il punto. Se una canzone rock giunge alla pretesa di contenere il mondo, allora quel mondo deve avere quella misura d’amore come misura di verità. Perché solo allora è in grado di abbracciare la ferita dell’uomo e, esprimendola, coglierla come una benedizione, senza avere paura di percorrere anche territori bui ed inesplorati, ma che soli possono essere preludio alla possibilità di giungere ad una vita esistenzialmente più sincera, la vera vita buona. Per questo la musica rock non stanca e non stancherà mai chi saprà farsi capace di andare oltre a quei tre minuti e tre accordi che, così spesso, hanno costruito le grandi canzoni. E che, nella sfrontata esibizione della propria esigenza di bellezza, hanno interpellato in qualche modo Dio. “Tutte le canzoni – scrive ancora Nick Cave – si rivolgono a Dio, perché è la casa stregata dal desiderio nella quale abita la vera Canzone d’Amore”.
Allora, per chi scrive, ripensare a quell’incontro tra Bob Dylan e san Giovanni Paolo II, non può essere, certamente, un semplice guardare ad un episodio aneddotico della storia della musica rock, ma ad un vertice di incontro, dentro quel desiderio così profondo del cuore dell’uomo. “Basta poca fede per fare tanta strada – disse Bob Dylan, poco tempo fa, al suo interlocutore di turno, giornalista di Rolling Stone – ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla”. Perciò, la domanda dell’uomo, scritta dentro la musica rock più sincera, difficilmente cesserà di suonare la sua canzone. Ed il rock’n’roll, per dirla con Neil Young, non potrà certamente morire. Mai". 
(Fausto Leali)

Thursday, April 23, 2015

STATE LINE

“C’è sempre questo sogno di scappare, ma non esiste un luogo da cui fuggire, ognuno di noi non fa altro che correre verso se stesso” (Willy Vlautin)


Lei ha soltanto quindici anni. Carica tutte le sue cose sull'auto di famiglia e scappa, perché morire un po’ alla volta a casa, oppure da sola, nel mondo là fuori, non fa davvero differenza. Guida di notte, lungo strade solitarie e deserte, fino ad arrivare al confine, la linea dove riposano tutti i pensieri e i desideri insoddisfatti del suo cuore. Ma non riesce ad attraversarlo. Così torna indietro e dopo trent'anni quel fotogramma è sempre lì, immobile ed uguale, perché non puoi fuggire da nessun posto se nulla al mondo sarà mai una casa. La vita le appare come la stessa scena di uno stesso film. Quella linea sottile ed immobile che tutti possono varcare, salvo lei. (...)



Friday, April 17, 2015

TO LIVE OUTSIDE THE LAW YOU MUST BE HONEST


Confesso che, dopo ripetuti ascolti, Shadows In The Night, l'ultimo lavoro di Bob Dylan, tributo dell'artista a dieci standard americani, tutti parte del repertorio di Frank Sinatra, suscita in me sensazioni differenti, a volte persino diametralmente opposte.
E' una questione che riguarda le sonorità complessive del disco, che non si adattano ad essere ascoltate in qualunque circostanza, né alle prese con qualsivoglia stato d'animo. Accade così che ci siano volte in cui le note di queste canzoni producono fascino ed emozione difficili da raccontare, ma anche altri momenti in cui si fa strada un sottile senso di noia e di disagio. Non è la voce di Dylan a produrre tutto questo, intonata e melodica come non mai, abile a giostrasi sui registri bassi e capace di sviluppare una profondità che appare davvero sorprendente per un artista che ha abbondantemente superato la soglia dei settant'anni.  (...)


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Monday, April 13, 2015

CHINATOWN

Uscire fuori da una notte di guardia e immergermi nella mia città. Milano, chi ti ama? Forse neanche quelli che hai fatto nascere. E neppure quelli a cui, nel bene e nel male, hai dato tutto. Come le anime perse, che sanno di percorrere strade troppo pericolose, sembra tu faccia di tutto per allontanare da te anche chi ti vuol bene. Maleducata e violenta, maltratti l'amato, fuggi da chi, nonostante tutto, ti vuole serrare a sé. Cercarti, riconoscerti negli anfratti dove ti nascondi. Leccare le tue ferite. E dirti che ciò che il cuore desidera esiste e che anche tu, a tua volta maltrattata e violentata, quel cuore lo possiedi ancora.
Quasi ogni settimana ti attraverso da parte a parte, da ovest ad est, dal punto dove tutto sembra tramontare a quello dove la speranza si riaccende. Passo dai grattacieli di Porta Nuova, scruto da lontano le sagome di pietra del Monumentale. Fisso la besta negli occhi. Nei pedoni frettolosi, nelle auto nevrotiche e veloci. Nei passanti dallo sguardo smarrito, senza meta nonostante abbiano un destino.
Ma stamani cammino a piedi. Percorro Paolo Sarpi di un passo lento, vado su e giù mentre la via sonnecchia ancora. Chinatown é zeppa di volti che appaiono come inanimati. Fermi sulla soglia dei negozi, intenti a spazzare il marciapiede, o appoggiati, inerti, lungo il bancone di un bar. Mi sembrano tutti uguali e tutti tristi. Occhi stranieri con lo sguardo fisso nel vuoto. Come questa strada, d'altra parte, dove il sole filtra tra i palazzi senza creare luci né ombre. Un'alternanza di marciapiedi scuri e di palazzi accecanti, senza colori né chiaroscuri.
Fotografo immagini nella mente che poi non riesco a elaborare. Il mio telefono, con la sua fotocamera, é altrove, nelle mani di qualcuno che lo sappia riparare. Scivolato,  é caduto, come capita di sovente nella vita, e si é riempito di crepe. E quelle crepe, invece che far passare la luce, si sono ramificate e moltiplicate a vista d'occhio, come succede spesso ai cuori. Sono cose che ciascuno sa, ma dalle quali non si riesce mai ad imparare abbastanza. Cerco un giornalaio o un negozio di libri e m'imbatto solo in ristoranti chiusi o negozi di bigiotteria. Trovo una chiesa, quella della Santissima Trinità. O forse é lei che ha trovato me. E allora entro.
La chiesa é grande, ma devi andarci dentro per capirlo davvero. Sembra quasi che voglia superare tutte le altre case, arrivare a sfiorare il cielo. Vetrate piccole e poste in alto lasciano filtrare i raggi del sole, che colora coi suoi raggi il pavimento. Tutti i riflessi rubati alla strada sembrano finiti qui e luci ed ombre vanno a convergere nello stesso punto. Un crocifisso con le braccia incurvate e il petto steso in avanti. Un mazzo di gigli in fiore dietro al Suo corpo martoriato. Gesù abbandonato, morto e poi risorto, dicono che non ci sia bisogno d'altro. Che tutto il resto sia corollario. Punto di partenza e punto d'arrivo per ogni cosa.
Prego per un po'. Malamente e distrattamente, come mi capita spesso. Ma prego. Per i miei affetti, per gli amici, per i colleghi di lavoro. Per quella donna troppo giovane per essere volata via proprio durante il mio turno di guardia. E per gli amori inconsolabili che ha lasciato quaggiù. Uno solo é il Consolatore. Uno solo l'abbraccio di una misericordia che non ha mai fine.
Prima di uscire raccolgo un cartoncino. L'annuncio dell'angelo a Maria, scritto in caratteri incomprensibili alla mente, ma sempre conosciuti dal cuore. Torno là fuori. Quell'abbraccio non mancherà. Quei volti non saranno lasciati soli, occhi che ora non sembrano più tristi e neppure tutti uguali. Vado a recuperare un telefonino che, come il mio cuore, é stato riparato da tutte le sue crepe. E sono sulla strada, di nuovo. La strada che porta verso casa. 

Monday, March 30, 2015

I DESTINI INCROCIATI DI JASON E GLEN

Il 16 marzo 2013 il corpo di Jason Molina viene trovato senza vita in un appartamento di Bloomington, città dell’Indiana, l’anonimo Midwest americano. Le complicanze fatali di una malattia legata all’abuso di alcolici se lo sono portato via, all’età di soli 39 anni. L’alcol, in realtà, è solamente un epifenomeno del male del secolo, quel black dog – la sindrome depressiva – che attanaglia senza pietà molte, forse troppe, persone. Mentre mi accingo a scrivere queste righe, che vogliono parlare di musica, il pensiero non può fare a meno di andare alle vittime di un disastro aereo, tragico figlio della stessa malattia e al grido di un perché, che resta domanda senza risposta, sospesa a mezz’aria nel vento (...)

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Wednesday, January 14, 2015

RUE DE LA FRATERNITE'




           «In te misericordia», perché l’uomo cade senza conoscere il dove, il come e il quando.
«In te pietate», perché l’uomo è debole, contraddittorio e fragile fino alla morte.
«In te magnificenza» è il comunicarsi di una forza di vittoria come luce finale.
Bontà è il motivo di azione per l’uomo"

(Luigi Giussani)

Monday, November 24, 2014

IL PRESEPE DI ENNIO


Erano andati da Ennio in un bel pomeriggio di sole. Una di quelle giornate che il mese di ottobre aveva rubato all’estate, dandole in cambio la pioggia di cui, per una volta, l’autunno aveva deciso di disfarsi. Avevano parcheggiato l’auto giù in cortile ed erano saliti in casa, dove lui li aspettava. I pacchi erano già tutti sistemati e catalogati con cura, pronti per essere portati via perché il loro contenuto potesse riprendere vita altrove. Per tanti anni il presepe aveva abbellito la casa di Ennio, quando era Natale. Piccole casette, steccati, giardini e vialetti con la neve. C’era anche uno splendido Babbo Natale e persino una piccola montagna con gli sciatori. Lui aveva sempre pensato che non l’avrebbe mai dato via ad una persona qualunque. A chi fosse capitato, per così dire, alla prima occasione. Aveva aspettato che arrivasse la persona giusta. Così, qualche giorno prima, aveva chiesto a lei se voleva portarselo a casa. Lei che lo aveva sempre assistito, con impegno e con amore. Quello che metteva sempre, peraltro, nel suo lavoro d’ospedale di ogni giorno, nonostante quel clima perenne di nervosismo e scontatezza che, troppo spesso, non faceva cogliere più a nessuno quanto l’eroico potesse diventare quotidiano. Ma talvolta non era così: capitava ci fosse chi sapeva apprezzare fatica e dedizione. Chi non rimanesse indifferente di fronte a ciò che sapeva di amore e di passione. Ed Ennio era uno di questi.

Li aveva accolti, in casa, con una calorosa stretta di mano. Il volto scavato dalla malattia, che ormai si stava prendendo tutto il suo corpo. Ma il sorriso, quello, il tumore non se l’era ancora portato via. E c’era da scommettere che non ci sarebbe mai riuscito. I suoi gesti e le parole, in quei pochi minuti che avevano trascorso insieme, erano come raggi di luce che trapassavano la stanza. Persino il cagnolino sembrava rendersene conto, in quel suo allegro scorrazzare da un angolo all’altro della casa. Ennio raccontava di quel plastico e dei suoi pezzi, costruiti con pazienza un po’ alla volta, lungo il corso degli anni. Ed ora era lì, come a cercare di trasmettere tutto il desiderio di bellezza scritto nel suo cuore, vestito a forma di casette, personaggi, fili e lampadine. Poi erano scesi ed avevano caricato l’auto, così zeppa che non ci sarebbe stato più neanche il sacchetto del pane; avevano salutato e ringraziato Ennio e sua moglie, semplicemente e senza tanti giri di parole, e si erano rimessi in viaggio.

Sulla via del ritorno avevano percorso strade secondarie, attraversando vecchi quartieri che a Milano pensavano non esistessero più. Avevano parlato ancora di lui e della preziosità del vivere bene ogni istante, che invece questa città, folle e frenetica, sembra volerci portare sempre via. Poi, arrivati a casa, avevano scaricato con cura ogni pacco ed avevano riposto tutto in solaio. Lui aveva cercato uno spazio per tutta quella roba, come si cerca il luogo adatto per qualcosa di prezioso. Ma non vedeva l’ora di riportare giù gli scatoloni. Era ancora un po’ presto per addobbare la casa per Natale, ma quest’anno non avrebbe aspettato a lungo per allestire il presepe. Che poi la cosa buffa è che sembrava che, in tutto quel bendidio, mancasse solo la stalla con la statuetta di Gesù. Ma quel che non mancava, ne era certo, era tutto l’amore con cui ogni frammento era stato pensato e costruito. Quello non sarebbe mai passato inosservato, neppure allo sguardo più disattento. L’amore di Ennio era la sostanza di tutto, la corrente che passava attraverso il filo di rame di ogni cavo, la colla che teneva assieme ogni pezzetto di plastica e di legno. Così il Natale di quell’anno, in casa, avrebbero ricostruito tutto con cura, perché niente rischiasse d’andare perduto. Poi, alla fine, insieme alla Madonna, a San Giuseppe ed ai pastori, avrebbero messo anche la statuetta di Gesù, il figlio di Dio che era arrivato, a dare significato a tutto quell’amore, perché Lui era l’Amore. C’era un tempo per tutte le cose, pensavano in famiglia, di fronte ai pezzi del presepe, rimessi ancora una volta tutti insieme. E Gesù, che rinasceva ancora una volta per ogni uomo, era arrivato in quel presepe proprio adesso. Ora che Ennio, che stava per entrare nella casa del Padre, era finalmente pronto ad abbracciarlo.


Tuesday, October 28, 2014

GLI OCCHI DI CATERINA E DI SIMONE

Gli occhi di Caterina corrono su e giù per l’oratorio. Sfrecciano da un angolo all’altro, inseguono ogni cosa con curiosità e stupore. Dall’alto delle spalle del papà, sanno cogliere il particolare di ogni istante, quel frammento nel quale è sempre contenuto il tutto. Gli occhi di Caterina ogni tanto incrociano quelli di Simone. Occhi diversi, eppure con lo stesso sguardo. Quello che racconta del desiderio di Amore e Bellezza scolpito da sempre nel loro cuore (...)

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Thursday, April 17, 2014

OCCHI DI PASQUA

Erano passati anni. Ed era vecchio e stanco, ormai. Eppure ricordava tutto perfettamente, come fosse accaduto pochi istanti prima. Era corso lassù, quel giorno, senza sapere neppure il perché. Qualcosa l'aveva misteriosamente attratto in quel punto, lungo il sentiero. E sì che non era neppure una novità, quel che stava accadendo. Ogni giorno i romani ne ammazzavano qualcuno. Ladri, assassini o semplici oppositori del regime. Avevano inventato quel sistema così barbaro per uccidere la persone - crocifissione, l'avevano chiamato -  che proprio loro, i depositari della legge, gli uomini dotti e sapienti, sembravano i più barbari di tutti, peggio degli animali. Ma tra la gente si mormorava: quell'uomo che stava salendo il Calvario, Gesù di Nazareth, non era passato inosservato. Non che gliene importasse granché a lui, Simone di Cirene, che non aveva mai conosciuto nessuno dei suoi discepoli o di quelli che lo avevano visto o sentito parlare. Ma per qualche strana ragione ora si trovava lì, nel punto del suo passaggio, tra due corridoi di folla che i soldati romani tenevano a bada a forza di pugni, calci e minacce di spada. Poi Gesù era caduto per terra proprio davanti ai suoi occhi, stremato dalla fatica. Ed uno dei soldati aveva tirato proprio lui, Simone, per un braccio e gli aveva intimato di caricarsi la croce sulla spalle. Non aveva neppure provato a farsi da parte e scappare: c'era poco da scherzare con quella gente. Solo, aveva sperato che il suo supplizio durasse un tratto di strada il più breve possibile. Ma in quei pochi istanti aveva incrociato gli occhi di Gesù. Ed era stato come un raggio di luce che era entrato diritto nelle crepe del suo cuore. Quegli occhi erano pieni di strazio, di angoscia e di timore, di sangue e di sudore. Eppure non c'era un barlume di rabbia o di dubbio. L'uomo si era trascinato con lui, carponi, finché i soldati gli avevano tolto la croce di dosso per rigettarla di nuovo su Gesù. Era rimasto lì come impietrito, in mezzo al sentiero, poi, lentamente aveva ripreso a salire, anche lui verso la cima del Calvario. 
Era stato lì tutto il tempo, insieme a pochi altri curiosi e a Maria e Giovanni, la madre e l'amico di quell'uomo. Tutto il tempo di quella folle e atroce crocifissione, e il tempo per udire quel grido assurdo. Colui che dice d'essere il figlio di Dio che urla a gran voce "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Poi non ce l'aveva fatta più. Era davvero troppo ed aveva cominciato a correre giù dal Golgota. Una corsa a perdifiato, i polmoni che scoppiavano, il cuore che batteva nel petto all'impazzata. Era arrivato a Gerusalemme alle tre del pomeriggio e all'improvviso il sole si era oscurato all'orizzonte. Buio in città, buio dappertutto. E il centurione che gli era arrivato quasi addosso, correndo anche lui, sconvolto dopo aver visto il velo del tempio squarciato. "Davvero costui era il figlio di Dio!", gli aveva gridato come un pazzo. 
Poi, seduto in un angolo, aveva incontrato quell'uomo di nome Barabba. Sedeva tranquillo, sembrava l'avesse aspettato da sempre. "Anche tu hai incrociato gli occhi di quell'uomo?", gli aveva chiesto. "So cosa significa, é capitato anche a me". E gli aveva raccontato a lungo di quegli occhi visti anche da lui per un solo istante dopo la scelta della folla alla domanda di Pilato. Occhi sudati e insanguinati, occhi impauriti. Ma occhi ricolmi di un amore infinito. E che non aveva dimenticato mai più.

Adesso, anni ed anni dopo, vedeva con tenerezza tutto il cammino percorso fino a lì. L'incontro con Pietro e Giovanni, che erano corsi quella mattina al sepolcro, il racconto dei discepoli di Gesù risorto e vivo in mezzo a loro. L'amicizia con Barabba e con quel centurione, che si era consolidata poco a poco. E la vita, quotidiana, che si era snocciolata istante dopo istante, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era stato un bel vivere, pur in mezzo alle incertezze ed agli affanni. Una vita di comunione, con Gesù ancora vivo in mezzo a loro, come aveva promesso a quelli che si sarebbero uniti nel Suo nome. 
In cuore, Simone aveva conservato sempre quello sguardo di Gesù, quegli occhi di Pasqua incrociati un giorno sul calvario. Quegli occhi avevano colorato per sempre la domanda e la strada del suo cuore, che ora era colmo di una gratitudine senza fine. E la sua vita, che stava per finire, era stata, da lì, in poi, una meravigliosa avventura insieme a tutti quelli che l'avevano condivisa con lui. 
Una compagnia di uomini in cammino, che Gesù aveva chiamato Chiesa.