Sunday, February 14, 2010

STAR STAR

Il giorno mi ha sorpreso, mentre scivolavo nel traffico lentamente. L'esercizio di stamani é ripassare inglese con mia figlia, mentre dal lettore cd dell'auto escono le magiche note di una canzone che parla di stelle, buttata in mezzo ad una setlist di fuoco, un concerto a Dublino di Glen Hansard coi suoi Frames. C'é un'armonia che avvolge entrambi, come se quelle stelle fossero comparse all'improvviso, insieme al sole del mattino. La saluto dolcemente, mentre scende dall'auto e s'incammina a scuola: é il secondo volto femminile che avvolge ed abbraccia la mia giornata, dopo quello di mia moglie sull'uscio di casa.
Quante ragazze, lungo la strada che scorre avanti a poco a poco. Mi sembra di vederle, mille storie, dentro gli occhi di tutti quei volti fermi ad aspettare. In attesa di un autobus che arrivi, o ferme davanti alle strisce pedonali, pronte per passare. Fianchi curvi, dolcemente appoggiati alle pensiline, o facce assorte che camminano lentamente, dentro la fantasia della mente o allegre e più vivaci, sotto le cuffiette di un'iPod. Le guardo ad una ad una, le donne che hanno sempre il mondo in mano. Capaci di soffrire come noi uomini non sappiamo fare, di tener duro, di lottare per conquistare un amore spesso non abbastanza degno di loro, cuori arrotondati da troppi spigoli. Donne che cercano sempre l'amore che sia lo scopo ed il guadagno di una vita, spesa tutta intera senza risparmiarsi mai. Donne tenaci, intelligenti, briose nella gioia e fiere e sorridenti nel dolore.

E le ruote scorrono via ancora, sempre più veloci, dedali di strade che lasciano il posto ad una sola via, sempre più diritta, finché le case ed i palazzi se ne vanno e la città lascia il posto ad alberi e cascine, il grigio dell'asfalto che si dissolve all'arrivo della brina che ricopre la campagna.
Ritorno indietro, su quella canzone: é la stella del mattino che mi fa ancora compagnia. Chiudo gli occhi, penso a lei, esprimo un desiderio. E una chitarra dagli accordi aperti torna a farmeli riaprire, mentre il sogno si fa realtà, la gioia di un amore trovato sempre momento per momento, che ha riempito la mia vita e la mia casa, dato alla luce i miei figli, il porto sicuro dove i miei desideri possano finalmente riposare. E poi di più: la gioia di un Amore ancora più grande, più alto, più infinito di tutti i miei pensieri, quello che move il sole e l'altre stelle.

Quando arrivo in fondo a quella strada é finita la canzone, ma mentre l'auto si spegne e la portiera si chiude, so che si é avviato il motore della mia giornata. "L'amore spiazza" recita il volantino di uno spettacolo, appeso in bacheca proprio accanto a dove timbro il cartellino.
Ripongo i dischi nella borsa, riapro di nuovo i miei pensieri, lo sguardo in alto, ora, é diventato una preghiera.
Ne sono sicuro, non ho dubbio alcuno.
Sarà una splendida giornata.



Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know what's going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say the hill's to steep
Well they talk and talk forever
But they just never climb

Falling down into situations
Bringing out the best in you
You're flat on your back again
And star you're ever word I'm heeding
Can you help me to see
I'm lost in the marsh

Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know whats going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say we're all asleep
They'll toss and turn forever
But no rest will they find...


Thursday, February 11, 2010

I FEEL A CHANGE COMIN' ON


Di questioni sociali e politiche, qualcosa doveva pure importare a quel ragazzo, sbarcato a New York City dal freddo Minnesota. Se non altro perché al Village, alla sera, o il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti intorno ad un vecchio e malandato Woddy Guthrie, di quelle questioni erano permeati i discorsi e le canzoni.
Non era difficile, perciò, che emozioni e sentimenti si coagulassero in un senso di speranza, desiderio e percezione di tempi che stessero cambiando, sorta di antesignano "Yes We Can", bandiera di una generazione con tanta voglia di percorrere un sogno d'amore e di giustizia.
Di quel sogno aveva parlato con accenti e tinte forti Martin Luther King, quel giorno a Washington, davanti a migliaia e migliaia di persone in marcia. Ed il ragazzo era lì anche quella volta, tramutando in note le stesse aspirazioni, che non potevano non far parte anche del paesaggio della sua strada. Eppure era la strada stessa ad interessarlo di più, quella alla ricerca di un destino, sorta di percorso di resistenza esistenziale, sotto forma di poesie ricamate sulle corde di una chitarra e di un'armonica a tratti anche sgraziata. Bob Dylan che, nel corso di una vita, di strade ne percorse poi mille ancora, cantando negli stadi e nei teatri, da solo e con altri, davanti a gente comune e presidenti, persino davanti al papa. Dylan che ora canta pure alla casa bianca, di fronte a Obama, a dire che sì, i tempi stanno cambiando anche adesso; ma quel Dylan é anche lo stesso che ammonisce sul political world in cui viviamo, un mondo di saggezza sbattuta in galera, tradita, ingannata, a marcire in una cella, senza nessuno che ne raccolga una traccia (1)
E allora, forse, sono le facce di una stessa persona, Dylan che parla e guarda in faccia al suo destino, e che dice a se stesso (ed a chi voglia ascoltarlo per davvero), che sono i tempi dell'anima che possono non smettere di cambiare, giorno dopo giorno, i cancelli aperti sulla soglia della speranza, so honey, just allow me one more chance.

Ho pensato a quel vecchietto, ancora in giro con la sua chitarra, che ha riempito di dischi la mia casa e coperto di note le canzoni che percorrono i miei pensieri.
Ho pensato ai presidenti, ai sogni e alle speranze della gente comune come me.
Ed ho ripreso in mano l'ultima lettera di padre Aldo Trento, in mezzo ai suoi malati terminali, agli orfani ed ai derelitti del Paraguay. E ad un vicepresidente, quello di quel paese, che tutte le mattine va a trovarlo alle cinque e mezza, per recitar le lodi assieme a lui, perché "pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose" e poi, se no, come si fa "a sopportare la faccia del presidente e dei ministri" ? (2)
Ho pensato a tutto questo ed ho ritrovato la speranza, anche dentro le mie miserie di ogni giorno. E' una strana forza quella che si fa strada e mi fa dire che ce la posso fare anch'io, un'altra volta anche domattina, perché the times they are a-changin' e sì, I feel a change is comin' on. E' una forza che si manifesta sempre nella debolezza, perché si affida alla mano di un Altro, a poco a poco sempre più visibile dentro quella strada.
Quella é la battaglia che infuria là fuori, che scuoterà le finestre e farà tremare i muri. (3)
Ma non mi fa paura: é qualcosa che fa rima con speranza.




Note:
(1) We live in a political world / Wisdom is thrown into jail / It rots in a cell, is misguided as hell / Leaving no one to pick up a trail (Political World, Bob Dylan, 1989)
(2) UN UOMO VERO - lettera di padre Aldo Trento, 9/2/2010
Cari amici,
Dio ci dona sempre qualcuno a cui guardare. A volte è un mendicante che ti chiede e tu lo guardi vedendo in lui la faccia di Cristo, o un bambino abbandonato che si affeziona e a chi gli domanda il suo nome e cognome risponde: Trento Gabriele. A volte è il vicepresidente della Repubblica che era in vacanza in Brasile quando l’ex vescovo presidente lo chiama di urgenza perché deve andare ad incontrare i suoi amici Chavez, Morales e Correa e ovviamente il vice deve assumere la presidenza ad interim. Così Federico, il vice, parte e con la macchina, guidando lui, torna a casa ieri, domenica. Erano le 21 ed era appena entrato in territorio Paraguayo quando mi chiamò: “ Padre Aldo, domani mattina sono lì alle 5 e 30 per recitare Lodi, aspettami.” Rimasi commosso, un uomo, un politico che si preoccupa di avvisarmi che sarà qui alle 5 e 30 per recitare Lodi. Amici, capite? Chi di noi e dei nostri politici si preoccupa di vivere un gesto come questo delle Lodi? Lunedì mattina alle 5 mi alzo, per preparare la colazione, come ogni lunedì per il Presidente in esercizio, perché alle 5 e 30 puntuale arriva. Però questa volta alle 5 e 30 arriva il suo segretario e mi dice: “Padre, Federico ti ha chiamato ieri sera alle 22 per dirti che sarebbe arrivato a casa all’1 della mattina e per chiederti se era possibile dire Lodi alle 7.” Che attenzione, ma che coscienza del Mistero! Alle 7 arriva e dico: “Presidente a quest’ora c’è la processione con il Santissimo nella clinica e l’adorazione”. “Padre, vamos (andiamo)”. E così in compagnia di Gesù abbiamo visitato infermo per infermo, ha fatto anche lui la comunione in ginocchio sul pavimento, ha ascoltato il vangelo del giorno con il commento e poi abbiamo fatto colazione assieme. “Padre, non posso incominciare la settimana senza questo gesto con voi, padri, perché come potrei affrontare gli impegni, le incomprensioni quotidiane? Per me pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose.” Normalmente viene sempre alle 5 e 30 del mattino perché alle 6 questo presidente convoca il consiglio dei ministri, che, essendo un problema, se non guarda prima in faccia Gesù, gli sarebbe impossibile sopportare la faccia del presidente e di certi ministri. C’è davvero tanto da imparare. Ciao, P. Aldo
(3) There's a battle outside and it's ragin' / It'll soon shake your windows and rattle your walls (The Times They Are A-Changin', Bob Dylan, 1964)


(padre Aldo con il vicepresidente del Paraguay)

Monday, February 08, 2010

I'LL KEEP IT WITH MINE

Take this sinking boat and point it home
We've still got time
Raise your hopeful voice you had a choice
You've made it now
Falling slowly sing your melody
I'll sing along
(Falling Slowly - The Swell Season)


C'é una scena, alla fine del film Once, che vale più di tutta la buona musica (ed é davvero tanta) che c'é dentro, fatta di poche parole e sguardi veri. Scena tra Marketa e Glen, scena di un amore possibile ma ingiusto. Un amore appassionato, travolgente, dal sapore affascinante, ma non giusto perché tradisce quello vero, che appartiene alla storia che per entrambi é iniziata già altrove. Quella strada, quella che alla fine ti porta davvero fino a casa, é sentiero faticoso, ripido ed esposto al vento, ma ciascuno prova ad intraprenderlo di nuovo, dopo un sospiro profondo dentro sé, di quelli che vanno ferocemente giù nell'anima, sino a scavarla nel profondo.

Non sono canzoni tristi, quelle di Glen e Marketa, perché sono canzoni d'amore.
Non sono tristi perché l'amore non é triste, anche quando é una barca che non saprà come sarà il mare, onde che gli riserveranno giorni di tempesta ed altri di bonaccia. Oceano che non ti consente d'intravedere il porto, ma che comunque non tradisce il marinaio che ama il mare.
Ieri sera, al conservatorio di Milano, in una sala troppo piccola per la dimensione dei cuori che vi si trovavano dentro, i Swell Season hanno provato a coniugare tutte le declinazioni dell'anima. Un viaggio, attraverso le canzoni ed i lunghi dialoghi di Glen Hansard con il pubblico, che ha percorso tutte le strade dell'amore, ora ferito, ora reso sano dalle cure, talvolta dolcemente struggente, talaltra invece descritto in modo appassionato e furioso, lungo scorribande piene di rock e di passione. Come un navigatore esperto, capace di guidare la sua barca ovunque e di mostrarti davvero come é profondo il mare, a tratti Glen si é fermato, per lasciar spazio ad una Marketa Irglova solo apparentemente timida e discreta, in realtà capace di portare, in quell'appassionante follia targata Irlanda, accenti di malinconia che solo le ragazze dell'est sono capaci di donare con colori pastello così accesi.



Anche lo sguardo di Josh Ritter, che ha aperto il concerto e partecipato in una canzone ai bis finali coi Swell Season, é apparso sempre straordinariamente bello e sorridente, pure fuori dalla sala alla fine dello show. E non fa eccezione a tutto il resto l'abbraccio che mi riserva dopo le due brevi parole scambiate assieme. Pure il sorriso che riserva a mia moglie - mentre la prende alla sprovvista con un "Are you Dany?", dandole il cd con la dedica per lei che le ho fatto fare un minuto prima - fa da corollario a tutto il resto.
Ed é tutto questo, ciò che alla fine ti porti via con gusto sino a casa, anche più di tutta la buona musica ascoltata, forse perchè quella musica é figlia di uno sguardo sulla vita che ha proporzioni grandi. Ciò che ti porti via sono sguardi sorridenti sulla vita. Sguardi profondi, usciti da ferite curate con dolore e con fatica, ma ricchi anche dalla gioia di momenti veri che quella vita stessa ti ha riservato. Sguardi dentro volti, come quelli degli amici che ho incontrato là; quelli di mia moglie e di mia figlia; quelli di Josh e dei Swell Season, felici alla fine di un concerto che Glen prolunga all'impossibile, come non volesse mai più andare via.
Occhi di gente che ha a cuore la sua storia come la tua e con i quali ti puoi addormentare in pace alla sera. Sono questi occhi e questi volti che, stretti stretti, porto via con me, nella notte di una gelida Milano, che sembra sonnecchiare impassibile pochi passi fuori dalla festa.
Roba che tengo stretta stretta dentro me, per poter dire, una volta ancora, dentro la mia vita e quella di ogni faccia che ho incontrato: "E noi abbiamo creduto all'amore".



Friday, February 05, 2010

E NOI ABBIAMO CREDUTO ALL'AMORE


Se mai scriverò un libro, mi piacerebbe intitolarlo così: "E noi abbiamo creduto all'amore".
E' una frase di Chiara Lubich tratta da un brano, che ho messo in fondo al blog.
In fondo al blog, cioé quel posto dove anche i lettori più fedeli difficilmente vanno a guardare, ma dove invece, magari, vai a mettere proprio le cose a cui tieni di più, quello zoccolo duro a cui vuoi rimanere attaccato ad ogni costo.
E' un brano di Chiara, che mi sostiene in questo periodo più di ogni altra cosa, che mi fa superare ogni difficoltà ed ogni tristezza, ogni dolore che vedo negli altri e dentro me. E che, allo stesso tempo, non mi permette di volare su facili entusiasmi, ma mi consente di consegnare la mia gioia - attimi presenti vissuti come frammenti di luce e di reciprocità - nelle mani di Colui che me l'ha donata.
E allora lo metto anche qui, in cima al blog.
Per potermelo rileggere e riascoltare, come quelle canzoni di cui senti di non poter mai fare a meno.
E per farlo leggere anche a chiunque passasse di qua e volesse fermarsi un poco qui con me.
Come si fa con quelle canzoni che si vorrrebbero ascoltare sempre insieme.

"Un fatto. Facevo ancora scuola. Un sacerdote di passaggio bussa alla porta della classe. Mi domanda di offrire un' ora della mia giornata per le sue intenzioni. Rispondo: "Perché non tutta la giornata?". Colpito da questa generositá giovanile, mi fa inginocchiare, mi benedice e mi dice: "Si ricordi che Dio la ama immensamente". È la folgore. "Dio mi ama immensamente". Lo dico, lo ripeto alle mie compagne: Dio ti ama immensamente. Dio ci ama immensamente. Da quel momento scorgo Dio presente dappertutto col suo amore: nelle mie giornate, nelle mie notti, nei miei slanci, nei miei propositi, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi, scabrose, difficili. C’è sempre, c’è in ogni luogo e mi spiega. Che cosa mi spiega? Che tutto è amore: ciò che sono e ciò che mi succede; ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che sono figlia sua e Lui mi è Padre; che nulla sfugge al suo amore, nemmeno gli sbagli che commetto perché Egli li permette; che il suo amore avvolge i cristiani come me, la Chiesa, il mondo, l’universo. La conversione è avvenuta. ‘La novità’ è balenata dinanzi alla mia mente: so chi è Dio. Dio è Amore. E’ questa la nostra grande, grandissima scoperta. Noi crediamo all’amore. Questa è la nostra nuova vita. Per questo manifestiamo il desiderio d’essere sepolte - qualora fossimo morte per la guerra - in una sola tomba con sopra scritto come nostro nome, perché quello era il nostro ‘essere’: ‘E noi abbiamo creduto all’amore’(cf 1 Gv 4,16)”

(Chiara Lubich)

Tuesday, February 02, 2010

CAOS E SANTITA'


The cripple on the corner cries out,
"Nickels for your pity".
And them downtown boys sure talk gritty.
It's so hard to be a saint in the city
(Bruce Springsteen)


Un pallido ma caldo sole prova a rompere lo strato di brina che ricopre un cuore ancora troppo addormentato ed infreddolito. Una volta tanto sei in anticipo, in auto alla mattina presto, su quelle strade della vita e della mente che, anche oggi, una volta ancora, ti portano laggiù dove devi essere. E allora c'é tempo, finalmente, per rallentare un po' la marcia e la corsa dei pensieri, trovare il modo di ricentrarti su ciò che conta veramente, su cosa stai andando a fare in quel posto, dove non fai altro che incontrare gente che, interrogandoti sul proprio dolore finisce - se ci stai - per interrogare te sul tuo.
Il post di un amico - "che cos'é un santo" - fa capolino nella testa, ti costringe tuo malgrado a far meditazione, fa sorgere nel cuore la domanda su cosa sia davvero questa santità, desiderio irraggiungibile o percorso alla portata di chiunque, possibilità che non sia negata neppure a te.

Quelle splendide parole - versi di un poeta, più che parole in successione - citate nel post di Paolo Vites, corrono su e giù, lungo i sentieri tortuosi della mente. Poeta chiama poeta, Leonard Cohen richiama Dylan e così caos richiama caos, perché era lui che un giorno aveva affermato: "io accetto il caos, non sono sicuro che il caos accetti me". (1)
Il caos fuori e dentro te é la più grande obiezione a domanda e desiderio che crescono poco a poco, anche nel freddo mattino di questo nuovo giorno. Eppure quel pallido sole risveglia a suo modo la speranza, scuote l'anima dal torpore e scaccia la tristezza che troppo facilmente e comodamente relega una possibilità in un confino dove giace ciò che sembra irrealizzabile, troppo difficile per essere vero.

La santità é possibile, anche dentro il limite, percepito sempre più presente come consistenza del tuo essere. E' una questione di tenacia e di fiducia nello stesso tempo. Costanza nel non tirarsi indietro giorno per giorno, momento per momento. Fiducia nella consapevolezza che non ti fai da solo, ma é un Altro che dispiega a poco a poco il Suo disegno, sotto la sola condizione di un fragile ed insicuro sì.
Allora, con fiducia e con caparbietà, quel sole del mattino può rompere la crosta dello sconforto e della tristezza, tutto il disimpegno e il non amore: "(...) c’é una crosta da rompere. Da rompere ogni giorno. La crosta dell’egoismo e dell’invidia, la crosta della banalità e della meschinità, la crosta della violenza e della solitudine, la crosta della malattia e della morte. Ma la crosta é mescolata in modo profondo e umiliante alle nostre ossa e togliercela di dosso non ne siamo capaci. Noi desideriamo, cerchiamo, ci disperiamo, ma solo una grazia può squarciare quel velo. Solo lo stupore di fronte al mistero di Dio che viene a immischiarsi con noi e rende possibile una terra nuova". (2)

L'auto ha percorso la sua strada, ed é bella la strada per chi cammina.
Anche oggi é giunta dove doveva portarti e c'é voglia di ripartire, di ricominciare da capo, con quel sole del mattino che si é fatto sempre più caldo e sempre più alto su nel cielo. Sarà difficile? Forse sì, magari no, ma che importa? Basta continuare a giocare.
Come San Luigi Gonzaga, che, proprio mentre stava giocando coi suoi compagni, si sentì domandare, all'improvviso, "Cosa faresti se sapessi che tra poco devi morire?":
"Continuerei a giocare!", rispose senza pensarci su, neppure per un attimo.
It's not so hard to be a saint in the city, after all.
Basta continuare a giocare.




Note:
(1) note di copertina di Bringing It All Back Home
(2) tratto da : Emilio Bonicelli, Ritorno alla vita. Il cammino di un uomo che lotta per vincere la leucemia, ed. Jaca Book

Saturday, January 30, 2010

GEOMETRIE DI VOLO




Lo diceva Van De Sfroos che la vita s'incastra ed é disegnata a lisca di pesce e scivola verso quel luogo dove hai voglia di essere.
Essere é un amicizia e deve essere coniugata con i verbi del cuore. E' per quello che tutto fila liscio anche se il lago é troppo scuro per rivelare il suo splendore. Ma basta il calore di una famiglia e della buona musica di dottor vinile. Se poi a quella unisci il buon vino, rigorosamente naturale e biodinamico, offerto da Mr. Armadillo Man, la compagnia di dottor canzoni e del grande Repiz, l'unico capace di ritrovare la strada che porta verso casa, allora il gioco é fatto.
Una serata in cui lo champagne di André Beaufort si alterna ai Wilco di Via Chicago e la magia dei Swell Season fa da compagna ad un Massa Vecchia Rosso del 2004.
Ma la cosa più importante é che la musica, la buona tavola ed il buon vino siano il sottofondo di una cosa più importante che fa rima con il cuore. Che uno sguardo o un abbraccio, passati attraverso buone note o tintinnii di bicchieri siano il riflesso di un'anima che ha dentro sé il desiderio del bene di chi ha di fronte più che di quello di se stesso.
Questo é quello che mi porto a casa, mentre l'auto scorre veloce sulle magiche note di Megafaun o di The Snake The Cross The Crown, mentre riporta ognuno sulla propria strada.

Il luogo dove ho voglia di essere é un luogo di amicizia che abbia nell'anima questo cuore.
Allora una serata così può rimanere a lungo, forse anche per sempre fino in fondo a quel cuore, anche quando il sapore e l'aroma del buon vino se ne é andato via. Basta che tenga dentro sé quel desiderio di bene per non lasciarlo mai scappare via, perché la tristezza non abbia il sopravvento.
Disse Don Giussani un giorno che non é possibile accettare sé e gli altri in nome di un discorso. C'é bisogno di qualcosa di più, di gesti e sguardi che guardano all'altro come qualcosa di più grande di se stessi, dei nostri problemi, delle stesse nostre gioie o delle tristezze. Solo questo sguardo sostiene l'esistenza e si fa capace di guardare all'infinito, alle onde di un lago che porta la tua barca a scivolare verso il luogo dove vuole essere. Ieri sera una serata tra bloggers, amanti della buona musica e del buon vino, ha provato anche a caricarsi di qualcosa che avesse una portata così ed ha volato per un po', dentro geometrie di volo nuove.
Ed é per quello che é stata cosa bella, buona e giusta.
Alla prossima, amici, magari con qualche armadillo in più!


here are the bloggers!

(pictures courtesy of 'doctor Vinile' Maurizio Pratelli)

Saturday, January 23, 2010

BORN TO FIGHT

"Is there anything else you would like to add?"

"No, thanks for coming and being here. Do you fancy a beer?"
(Dan Stuart, Anthony Strutt interview, 18-5-2007)



BORN TO FIGHT
appunti di viaggio e di pensiero
su un disco amato senza riserve
Un tramonto rosso fuoco, intravisto dal finestrino della macchina, mentre davanti c'é già il blu; incertezza, forse anche tristezza - the blue - della notte che si fa strada, di una notte che ti attende on the road. Quando la gente comprava i dischi, invece di scaricare mp3, il fascino cominciava anche da qui, da una copertina, prima ancora di ascoltare la musica. Fantasia della tua mente che precedeva le note, pronta poi a farsi strada con loro, a viaggiare con esse senza limiti e senza freni. Copertina di un vinile come la copertina di un bel libro. Proprio così. La mia avventura col secondo disco acquistato dei Green On Red era cominciata in questo modo. Passione per il lavoro di una band, rimasta tra le mie preferite anche ad anni di distanza, per quel piccolo fenomeno, sconosciuto ai più, che fu il Paisley Underground, modo tutto americano di coniugare tradizioni e radici della musica stelle & strisce con novità, psichedelia, ribellione di pensiero di stampo punk.
Nebulosa attraversata lungo gli anni ottanta, prima che gli Uncle Tupelo fossero, albori di un' alternative country, o "americana" o chiamatela come volete, comunque un'affascinante melting pot, proteso verso qualcosa di nuovo ed inatteso senza però dimenticarsi da dove si é partiti, delle radici che ci fanno essere quel che siamo.



Già il Paisley Underground. Che in fondo non é mai esistito, perché, anche a quei tempi, provare ad etichettare in questo modo qualcuna di quelle band emergenti - Green on Red, Long Ryders, Dream Syndicate, le Bangles, i Rain Parade - suscitava nei membri di quei gruppi fastidio e ribellione, apparendo più esercizio artificioso di critici musicali che non sguardo corrispondente sul serio a realtà ed esperienza, quella di musicisti che cercavano solo una via d'uscita esistenziale, sorta di viaggio verso una libertà interiore sotto forma di voce e di chitarre.
Per loro, poi, i Green On Red, col tempo fu coniato pure un gran bel termine: "desert rock"; ed in effetti la loro musica pareva davvero spesso tragica e desertica, intrisa di drammacità e desolazione, a partire dalla voce youngiana e disperata di Dan Stuart, il sogno americano sbattuto chissà dove, su una strada senza uscita, finita nel bel mezzo del nulla dopo una corsa rettilinea all'impazzata. E d'altra parte quella del deserto era l'aria delle loro parti, quella che fuori dalla periferia di Los Angeles portava fino a Tucson, in Arizona ed é proprio Stuart che ti descrive cosa possa accadere guidando lungo certe strade sperdute, laggiù nel west: "Quando vedi un cartello stradale con su scritto "prossima stazione di servizio 200 miglia", se vieni da New York ti domandi: come cazzo si fa a vivere in un posto così? Ma se sei di queste parti finalmente ti rilassi e ti senti a casa".




The Killer Inside Me é il disco dei GoR che ho amato di più in assoluto e quello che reputo migliore nella breve ma luminosa storia di questa band. L'apice di una parabola, partita da un garage rock mescolato alla psichedelia (Gravity Talks, lo stesso Gas Food Lodging) e passata attraverso un country rock rivisitato (No Free Luch), fino a giungere a quella strana terra di nessuno, una No Man's Land che é miscela di suoni e percorsi musicali, dove gli accenti gospel ed il virtuosismo tastieristico di Chris Cacavas donano una drammaticità tutta particolare e nello stesso tempo fanno intravedere quasi una via di speranza e redenzione a quella che sembra la perfetta rappresentazione del fallimento del sogno americano. La voce youngiana di Dan Stuart, talora deliziosamente sgraziata, appare l'interprete ideale dei personaggi di queste canzoni, socialmente e umanamente sconfitti, intrisi di deserto nei suoni e nella mente. La stessa chitarra di Chuck Prophet pur lontana com'é da graziose ed addolcite melodie, ma pur sempre tecnicamente sopraffina anche quando ammicca a sonorità che risentono della vicinanza temporale di Replacements ed Husker Du, dipinge straordinari scenari musicali - come ad esempio nei riff della parte finale della title track - capaci di armonizzarsi perfettamente con le derive alcooliche e caratteriali di Stuart.
Il disco successivo - Here Come The Snakes - esplorerà ancor più la direzione del deserto, in musicalità e stato d'animo di liriche e suoni, prima che il gruppo si abbandoni ad un manierismo country rock poco esaltante ed ormai inesorabilmente privo di vena creativa, portando all'inevitabile risultato dello scioglimento della band.
"I live in Clarkesville" grida, incalzato dal basso pulsante, il protagonista della prima canzone, ed é solo uno dei tanti poveracci, destinati ad infilarsi in strade desolate e senza uscita. Puoi anche imbracciare il fucile o la pistola, ma non sarai liberato dalla rabbia, lo sfogo é un'illusione e l'armonica intrecciata alla chitarra - come in Mighty Gun - é uno spazio troppo breve, la disperazione é pronta a riassalirti in un istante. Ci sono amori perduti, vite sospese, percorse su confini e terre inospitali, come laggiù in Old Mexico oppure El Salvador. Ma vite, nonostante tutto, che non si arrenderanno, perché - yes, indeed and Lord forgive us - me and you, brother, we were born to fight" (Born To Fight).
E allora lo devi sparare a tutto volume, questo disco, solo così lo puoi apprezzare davvero. Devi lasciare che un vento di speranza investa il tuo volto lungo il viaggio, quando speranza sembrava tu non ne avessi più ("You'll take the high road and I'll take the low" - We ain't free) e sussurri al tuo cuore che qualcosa o qualcuno si può fare ancora strada tra le note distorte della tua esistenza, come in quel magnifico coro gospel - un Glory, Glory, Halleluiah così trionfante - sulle note finali di quella canzone da brivido che é Whispering Wind.
E' impressionante, ma non c'é un punto debole in tutto il disco, un crescendo di pathos e perfezione di suoni cristallini, il gospel alternato al country rock, la voce di Dan Stuart a duellare con le tastiere di Cacavas e la chitarra di Chuck Prophet, fino a quel riff finale di The Killer Inside Me, che si chiude drammaticamente con un coro d'archi, quasi a sottolineare che é fino a questo punto che la redenzione ha bisogno d'arrivare, perché o si salva anche l'aspetto più oscuro dentro te - darkness in my mind - oppure non c'é speranza di salvezza per nessuno.

Dopo lo scioglimento del gruppo, per anni nessuno saprà più nulla dei Green On Red; solo Chuck Prophet proseguirà con una più o meno dignitosa carriera solista, di cui l'ultimo capitolo - il recente Let Freedom Ring! - rappresenta uno dei punti più luminosi. Nulla fino ad un'inattesa reunion a Tucson, autunno del 2005, per ricordare assieme lo scomparso ex batterista Alex F. MacNichol e poi all'Astoria di Londra, il 10 gennaio dell'anno successivo, per rifare quel concerto che il gruppo aveva disatteso quasi vent'anni prima, un lontano maggio 1987 in cui il tour veniva bruscamente interrotto ed il leader del gruppo dichiarato senza troppi fronzoli inaffidabile e poco sano di mente. Qualche show in giro per l'Europa, poi il silenzio, sia compositivo che sul palco. Ma in fondo é molto meglio così e le reunions non hanno mai portato poi così lontano, troppo spesso insipide nella loro sostanza di minestre riscaldate. Ma quello che i Green On Red hanno lasciato, per quel che mi riguarda é già abbastanza, non fosse altro la presenza di uno sguardo che, pur disperato, non si stanca di ascoltare il desiderio più profondo che alberga nel cuore e nella mente.
Tempo é passato, quindi, ma tempo che nulla può di fronte a tanto desiderio.
E il sole non smette di brillare di fronte a cuori che continuano a battere ad ogni costo.
Time ain't nothing, when you're young in heart

And your soul still burns.
I'll see rainy days, sunshine in every face
all through the night

(Time Ain't Nothing, Green on Red - No Free Lunch)


Friday, January 15, 2010

SADNESS




Nebbia fitta lungo la strada, così densa che i fari non riescono a sfondarla.
Nebbia fitta e cielo nero, oscurità nella mente. Dall'iPod, acceso in modalità random, escono solo canzoni tristi. Una in fila all'altra, uno dopo l'altro Chris Knight, Lucinda Williams, Neal Casal; e poi Mark Knopfler, i Felice Brothers e pure loro, gli Handsome Family, i diseredati e i maledetti, i crepuscolari e decadentisti per eccellenza dell'alternative country. Non le ho scelte io queste canzoni ma oggi va bene così, oggi in questo giorno di morte e di dolore.
Mentre le ascolto la mia mente é un misto di preghiera e di pensieri. E le canzoni tristi non accentuano oggi il mio dolore, ma lo costringono ad avere senso e consistenza. Era proprio Ronnie Sparks, che giunse a dire un giorno: "le canzoni tristi sono differenti dalla vera tristezza. Le canzoni tristi ci ricordano perché dobbiamo apprezzare tutte le cose buone della vita. L'oscurità nella pittura é un modo per far emergere la luce". (1)

Ho cercato di far emergere quella luce ed ho provato ad abbracciare il dolore tutto il giorno.
Tutto ciò che sa di strano, scomodo e inatteso. Il dolore incontrato negli ammalati in ospedale, le difficoltà e le contraddizioni, il desiderio non solo di curarli, ma di prendermene cura veramente. Ho accolto il loro bisogno ed il mio. Ed ho accolto anche il male dentro me nel constatare la mia incapacità, braccia e pensieri incapaci di rispondere al desiderio del cuore più profondo. Ho abbracciato tutto questo, tutto ciò che sa di strano, scomodo e inatteso dentro me, il desiderio d'essere diverso e la schizofrenia tra pensieri, parole, opere e omissioni.
Allora e solo allora, ho incontrato finalmente Lui.
Il Dio che prego e a cui ricorro, é l'Uomo dei dolori. che ha gridato il suo gigantesco perché un giorno sulla croce. Solo un Dio che ha provato l'abbandono (2) può fare compagnia a chi oggi ha perso tutto, compresa la fiducia in Lui. Non conosco altro che Cristo e Cristo crocifisso (3), disse San Paolo un giorno. Quello é il Dio che conosco anch'io e per il quale posso dare la vita, Colui che può portare il peso del mio fallimento quotidiano, Colui che può abbracciare una tragedia come quella che oggi é sotto gli occhi di tutti.

In un bell'editoriale su Avvenire, Davide Rondoni dice che, di fronte a circostanze come la catastrofe di Haiti ci sono solo due possibilità: "o si prega o si maledice Dio. O si é credenti o si diventa contro Dio. Una delle due. E se il cristiano dice di essere quello che prega, invece di esser l'uomo che maledice, non lo fa per sentimentalismo. Non lo fa per comodità. Anzi é più scomodo. Molto più scomodo. Ma più vero" (4).
Allora, se c'é da scegliere, scelgo di stare dalla Sua parte. Dalla parte di Uno che ha abbracciato il destino di quest'umanità, facendosi uomo e provando sulla croce lo strazio dell'abbandono del Padre. Se l'Uomo dei dolori é in grado di abbracciare il mio dolore e la mia contraddizione, allora posso provare ad abbracciare anch'io il niente che sono e che sento dentro me.
E se riesco a fare questo, posso provare a guardare in faccia anche alla tragedia di Haiti.
Senza maledire il cielo.





Note:
(1) tratto da: Fabio Cerbone - Levelland. Nella periferia del rock americano - Pacini editore
(2) "Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (vangelo di Marco, 15 ,33-34)
(3) San Paolo, I lettera ai Corinzi, 2,2
(4) Davide Rondoni, "E noi apriamo le nostre palme vuote" , editoriale di Avvenire, 14-1-2010.
il testo a questo link.


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Saturday, January 09, 2010

WINTER STAR


In the middle of nowhere, nel bel mezzo del nulla, era esattamente così che si sentiva.
Ed era lì che si finiva per ritrovarci tutti, prima o poi, non è vero Jeff (1) ? Chi più, chi meno, ma spesso le autostrade della mente portavano a quello strano crocevia.
Non riusciva a scrivere, ma neppure a focalizzare in qualche modo i suoi pensieri. Faceva fatica a concentrarsi su tutto e per di più mille paure ed ansie lo assalivano senza preavviso, quando meno se l’aspettava, specie quando si faceva buio.
Nessuna buona ragione, eppure un disagio crescente dentro sé, l’incapacità ad alzare lo sguardo, a concentrarsi su qualcosa, a leggere o meditare su alcunché.
Non che gli dispiacesse così tanto, in fondo, questa strana sensazione d’inconcludenza e d’improduttività. Ci poteva stare, poteva fargli compagnia senza provare troppo scandalo. Non era accidia, non lo faceva apposta a sentirsi in questo modo e poi poteva essere anche una buona scusa: per provare ad osservare un po’ di più tutto ciò che stava intorno, lasciarsi travolgere da suoni, immagini e pensieri, senza opporre troppa resistenza.
Così prese a passeggiare, senza pretese e senza meta, incuriosito da ogni cosa: sassi e persone, alberi e case, luci e sbuffi di vento che investivano il suo volto all’improvviso; finché scorse anche quell’edificio, così bello già sin da lontano. Pietre disposte in armonia, una luce fioca a illuminarle, pietre antiche e una montagna sullo sfondo, fredda come gelida era l’aria che lo avvolgeva da ogni parte. Si stava facendo buio di nuovo, ma le luci erano ancora quelle del crepuscolo, capaci di mettergli in animo un po’ di quella magia che da troppo tempo gli mancava.
Continuò a camminare, finché giunse lì davanti. Viste da vicino, le pietre sembravano ancora più antiche di quanto fossero apparse da lontano; una chiesa dell’anno mille, pensò, mentre la bellezza di quelle forme rapiva sempre più il suo sguardo; poco a poco il disagio della sua mente confusa sembrò svanire, lungo il percorso di quegli sguardi prolungati; immaginò cosa dovessero provare viandanti e antichi cavalieri, stanchi lungo il difficile cammino, quando lo scorgere una croce, posta lassù in alto, diventava punto di riferimento improvviso, per sguardi che puntassero lontano, bisognosi di non perdere la strada lungo un sentiero impervio e poco illuminato.
Ormai aveva deciso di entrare, ma si fermò ancora un poco lungo quelle mura, in compagnia dei dubbi e delle sue paure, quasi indeciso nel volerle lasciar fuori, sole ed al freddo, abbandonate dalla mente. Si fece forza e si scrollò di dosso tutto in un momento: non era la debolezza di se stesso ciò che voleva avesse ora il sopravvento. E, mentre si accingeva ad entrare, pensava a un suono, musica di chitarre d’umana resistenza, quelle che accompagnavano sempre i suoi momenti migliori ed i peggiori. Adesso era suono di una liquida e sinuosa pedal steel guitar, aggrappata alle radici di una tradizione, capace di scacciare i fantasmi dagli infiniti deserti della mente e le armonie che disegnava fecero comparire un sorriso sul suo volto mentre spingeva il portone, così pesante, proprio laggiù, in fondo alla chiesa.
Entrò piano piano, senza far rumore e si sedette in fondo, perché fino al profondo dell’anima e dei suoi pensieri oggi era necessario che scendesse qualcosa di nuovo. L’uomo sul pulpito parlava forte e sicuro e di primo acchito gli mise pure un po’ di timore. Poi il suo volto, d’un tratto, si fece sereno e sorridente e fu solo allora ch’egli riuscì a fare più attenzione a ciò che diceva. “La scienza misura il tempo, la fede misura l’eternità”, disse ad un certo punto e quella frase gli trapassò il cuore dolcemente. Era un uomo di scienza e non aveva fatto altro, fino a quel momento, che misurare il tempo. Eppure spesso, troppo spesso, si trovava incerto ed indifeso, specie in quegli attimi in cui l’oscurità calava intorno a sé. Dopo tutto era una questione di metodo e da bravo scienziato provò ad analizzare quelle strane sensazioni. In fondo non aveva fatto altro che sbagliare l’unità di misura. Cercava la bellezza e la misura era l’eternità. Voleva far da solo ed il metodo era invece chiedere un aiuto. Fidarsi di qualcuno o di qualcosa, ci aveva mai pensato prima d’allora? No, aveva sempre creduto di fare e farsi da sé. Ecco perché i successi e le sconfitte si erano sempre comportati da impostori. Ecco perché ansie e insicurezze crescevano così insostenibili al primo calar della sera.
Ma oggi gli sembrava d’aver compreso qualcosa di nuovo ed inatteso, questa sera che la bellezza gli si era fatta infine incontro sorprendente. Tirò su il volto impolverato dalla strada e la sua voce si unì al coro delle anime che all’improvviso scorse intorno a sé.

Quando uscì da lì trovò di nuovo i dubbi e le incertezze che aveva lasciato fuori al gelo. Li riconobbe subito, anche se li vide in qualche modo stranamente trasfigurati. Non ebbe paura, comunque, di prenderli di nuovo su con sé. Se li mise in tasca come qualcosa di prezioso, qualcosa che l’aveva condotto sino a lì. Tasche di un abito nuovo, quello cucito addosso dalla fede. Riprese il cammino, per tornare lentamente da dove era venuto, ma il passo questa volta era deciso e sicuro.
Ora sapeva dove andare. Aveva molta gente intorno che gli voleva bene. Gente da amare, lungo la strada, ne avrebbe incontrata ancor di più.
Volse lo sguardo verso il cielo, chissà com’erano le stelle della California, quelle che avava cantato Woody tante volte. Anche il cielo di quella sera era pieno di stelle e illuminato dalla luna. In mezzo doveva esserci pure la più bella, quella che aveva guidato i tre re fino a quel bambino. Tante, troppe volte, il cielo gli era parso nero e vuoto, ma stanotte poteva scorgere tutto anche lui.
Sorrise e riprese il suo cammino, sereno ed un poco compiaciuto; la liquida e sinuosa steel guitar aveva ripreso a suonare, mentre lui l’accompagnava allegramente con la mente. Si era rimesso a misurare i pezzi del suo cammino, ma il suono era quello di una canzone senza fine, note di una bellezza che faceva rima con eternità.




Note:
(1) "Noi ci troviamo nel bel mezzo del nulla" (Jeff Tweedy, 1991)

Monday, December 28, 2009

LA NOTTE CHE HO VISTO LE STELLE



Il mio cuore ha percorso mille canzoni. E la musica, per me, non é mai stata rumore.
Mi ha accompagnato, ha sottolineato i miei pensieri, ha percorso con me sentieri lastricati di successi e d'infinite aridità interiori. Ed ogni volta mi ha costretto alla domanda, ha provato, come un grimaldello, ad aprire il cuore e la ragione.
Se lo cercherete, questo mio povero cuore, lo troverete là, lungo la strada, la dorsale di una faglia, che s'inabissa alla periferia della città degli angeli per spuntare fuori di nuovo, all'improvviso, sferzato dal freddo vento di un lago del nord, dopo aver attraversato tutte le pianure del Midwest. Lo troverete tra una canzone e l'altra, attaccato a una voce o a una chitarra, dai Green on Red agli Uncle Tupelo, da Bob Dylan ai Wilco ed ai Son Volt. Lo troverete appeso alle parole. Lo troverete, soprattutto, incollato a chi ha passione per il bene e per la vita vera.

Sono quasi finiti questi anni zero ed io sogno una canzone, da portare via con me.
E mentre lo faccio, penso alla notte di quel Bambino, che per venire al mondo ha scelto buio, freddo e povertà. Perché é così la nostra vita, un viaggio spesso e poco terso, ricco di cieli grigi e senza stelle.
Ho percorso tante strade ed incontrato mille e più persone. Le ho incrociate faccia a faccia con la vita e con la morte e non é mai stato un semplice gioco del destino.
In mezzo alla strada ho abbracciato anche gli amici, quelli che hanno percorso insieme a me un pezzo del cammino. E in mezzo alla strada ho abbracciato anche i nemici, quelli che l'hanno resa più bella e più sincera.
Ma quella notte, la notte di quel Bambino, ho incontrato anche le stelle ed allora, anch'io, non volevo più dormire.

E' per questo che tra tutte le canzoni, quella di Claudio, Claudio tra le stelle, é quella che porto via con me.
Prima che la notte finisca, prima che giunga l'alba di un nuovo giorno, prima che, anch'io, mi rialzi dalle cadute nel sentiero.
E allora buon anno, amici miei.
Buon anno, a tutti, ma proprio tutti, voi che passate da qui.
Possiate incontrare mille stelle, lungo la vostra strada.


Monday, December 21, 2009

Thursday, December 17, 2009

CHRISTMAS IN MY HEART


Our love is all we have
Our love
Our love is all of God's money
Everyone is a burning sun
(Wilco - Jesus, etc.)

Non date troppo retta a tutti quelli che dicono che é brutta. E' che non ci sono nati e quindi non riescono ad amarla.
Non riescono a fissare la bestia negli occhi, una Milano frenetica e caotica, nevrotica e immusonita, inesorabilmente affumicata dallo smog. Anche in questi giorni che pure si riveste di luci e di colori. E, immancabilmente, ancora più di traffico impazzito. Passavo qualche giorno fa, in mezzo a quella strana downtown che sta sorgendo vicino al Pirellone, venendo su alla velocità della luce e pensavo che in fondo é anche bella, questa pazza e impossibile città. Ci passavo in scooter, tra un'auto e l'altra, ma lentamente, perché é bello andare piano su due ruote, anche se tutti gli altri - quelli che la moto é una scusa per andare più veloci di chi é fermo in macchina - non lo capiranno mai. E, arrivato ad un certo punto, lo scooter l'ho messo pure giù e mi son messo a passeggiare, ancora più lento, in mezzo alla folla, per creare uno spazio dove i pensieri potessero finalmente entrare.
E' lì, in mezzo a queste strade della mente, che ho visto perché é bella, questa mia povera e desolata Milano.
E' bella nei volti della gente, che se ti fermi ad osservarli, invece che a schivarli, ti accorgi che ogni viso ha dentro la sua strada. E che la strada, per quanto tortuosa e impervia possa essere o apparire, ha sempre la faccia di un Destino buono, che ha a cuore il desiderio più profondo del tuo cuore, quello che fa rima con felicità.
Ma i volti talora si nascondono e allora ce la devi metter tutta per vederci dentro. Tranne quelli dei bambini, però, quelli son sempre trasparenti, il desiderio buono ce l'hanno davanti a sé e non fanno nulla, ma proprio nulla per nasconderlo. E' per quello che piacevano tanto a Lui, quand'era diventato grande, Quello ch'era nato a Natale, ch'era stato piccolo e povero anche lui e che un giorno aveva pure ringraziato il Padre perché le cose serie le aveva nascoste ai dotti ed ai sapienti, per rivelarle ai semplici ed agli umili di cuore. Quello che - attenti - si arrabbiava pure, quando qualcuno, grande e presuntuoso, quei piccoli finiva per scandalizzarli.

Quando, molte ore più tardi e di ritorno sulla strada che porta verso casa, mi ritrovo mio malgrado su quelle automobili che il mondo non te lo fanno veder mai, c'é Jeff Tweedy a farmi compagnia, che con la musica dei suoi Wilco sta provando a spezzarmi il cuore a modo suo. "I'm trying to break your heart", canta a squarciagola, e incontra ancora una volta il desiderio più profondo. Quello che il cuore si spezzi dolcemente davanti al bello e non si frantumi invece di fronte a croci che talvolta sembrano troppo difficili da portare.
Rifisso la bestia negli occhi. Questa volta non é la città, ma l'umanità. E all'improvviso non mi affascina più, ma mi provoca disagio; suscita in me il desiderio di fuggire.
Quando il tuo limite é troppo forte, ti schiaccia e t'impedisce di vedere la storia dentro il volto di ciascuno. Per quello scappo via, perché la contraddizione é forte dentro me, ma quella stessa fuga giunge a smascherare di nuovo il mio bisogno, un desiderio più profondo che sa di amore e di gratuità. Ma quella gratuità d'amore, io, noi, non siamo capaci di darcela da soli. E' dono ricevuto, dono che va chiesto a Chi gratuitamente ce lo possa dare. Accettare la ferita dell'altro come una benedizione è ritrovare attraente quella strada, rivestita del volto di chi trovo innanzi a me.

Eppure non basta la domanda. E' necessaria, ma non é affatto sufficiente. O, forse, é una domanda differente, quella che questa volta devo formulare.
Non é la domanda dell'amore e della gratuità che non ho, né mai potrò neppur lontanamente possedere. La domanda é una richiesta di presenza. E' che l'Amore si faccia strada in mezzo a noi e rivesta anche la mia di una scia luminosa, nuova e affascinante. La domanda é una Presenza che rinnova, é il Verbo di Dio che si fa carne, che giunge ad abitare in mezzo a noi.
Solo così la carità non é proposito, solo così può reggere: deve farsi storia di semplice comunione. E solo dentro a quella storia, quella carità imperfetta, negligente e traditrice si educa e cresce sempre più, abbraccia la croce, cade e si rialza, riesce a farsi strumento di Uno più grande che ha a cuore il destino buono di ciascuno.
La mia e la tua storia come rivoli che diventano ruscelli, sino a divenire fiume capace di dissetare l'arida terra della nostra umanità.
Questo é il fuoco che Lui é venuto a portare sulla terra e che desiderava rimanesse acceso. Questa é la sfida del Natale, ciò che mi spezza il cuore veramente. "Senza che Cristo sia presenza ora - ora! - io non posso amarmi ora e non posso amare te ora", diceva don Luigi Giussani. E tu, piccolo uomo, vuoi accettare questa sfida insieme a Me?


Thursday, December 10, 2009

SHADOWS AND LIGHTS

"Quando l'ombra della croce sembra togliere la nostra pace, dacci, Signore, d'aderire con immediato amore a quella prova, in modo che il sole della tua presenza brilli senza interruzione nella nostra anima e non abbiamo a privare coloro che vivono con noi, nemmeno per un attimo solo, della pienezza della gioia.
Allora la nostra vita sarà testimonianza della Vita, sovrabbondante, divina e affascinante, che Tu hai portato in mezzo al vuoto ed alla noia ed al lento morire del mondo"

(Chiara Lubich)

Thursday, December 03, 2009

SICK OF LOVE



Sono venti d'inverno, questi che spazzano via la pioggia e la foschia. Il banjo sbarca a West London e cambia il colore del cielo. Atmosfere bluegrass ed oldtime, mescolate a profumi d'Irlanda e ad un mood tutto inglese, capace anche di strizzare l'occhio ad accelerazioni di sapore quasi punk.
Sin dal primo ascolto, questo disco d'esordio di Mumford & Sons ha il potere di travolgerti come un fiume in piena. Armonie vocali da coro a cappella e suoni che passano da una struggente malinconia all'irruenza che accompagna sia l'inquietudine che la gioia. Una musicalità unica, particolare, anche nei numerosi stop & go, che sembrano sottolineare in musica passaggi lirici capaci di mettere in rima la passione.

Eppure questi son ragazzi, quattro londinesi poco più che ventenni, ritrovatisi con l'esplicito comune desiderio di fare della musica che conti, senza, al contempo, prendersi sul serio più di tanto. Una voglia di far musica che li caratterizzava come individui - il percorso di ricerca di ciascuno - ma che, una volta messi insieme, li ha trasformati in qualcosa di diverso. Un rehearsal alla fine del 2007 e - raccontano sul proprio sito - subito, all'istante, la consapevolezza d'essere una band, perché quel desiderio e l'espressività di ogni singolo individuo, si era trasformata in un'esperienza nuova: l'essere una band, scoprire a se stessi territori sconosciuti e inesplorati ("As soon as we sat down together, just the four of us, we knew we had become a band cos what came out was unique to us four as individuals")
E' per questo che Sigh No More dà un brivido immediato, come qualcosa che percepisci nuovo anche se nuovo non é, con tutta quella musica che sa di tradizione, nota dopo nota. Un prodotto nuovo perché nuovo é quello che i musicisti hanno visto uscire da sé stessi lavorando insieme, oltre le proprie capacità e le proprie aspettative. Nuovo perché, paradossalmente, solo ciò che sa fedelmente ancorarsi alle radici da cui é nato, é capace poi di rinnovarsi veramente.

E poi l'amore, dalla prima all'ultima canzone, ma quello vissuto, non quello celebrato.
Amore con la A maiuscola, amore a tutto tondo, che non censura nulla, che é fatto di passione e sofferenza, di momenti di bonaccia ed altri di tempesta feroce.
Nella title track chi narra ha il passo incerto ("one foot in sea and one on shore"), ma non perde mai la dimensione del luogo in cui si trova ("love it will not betray you, dismay or enslave you, it will set you free"). Perché l'amore rende liberi davvero: ama e poi fai ciò che vuoi, diceva sant'Agostino tanto tempo fa. E l'amore é ciò che resta, ciò che dura anche dopo la tempesta: la vita é destinata a decadere ("you must know life to see decay"), ma ciò che é stato fatto per amore alla fine rimarrà: "love will not break your heart / but dismiss your fears / get over your hill and see, what you find there / with grace in your heart and flowers in your hair" ("After The Storm").

Buffo come, nota dopo nota, verso dopo verso, questo disco s'intrecci con l'incertezza del mio passo nel cammino. Il giorno che, misteriosamente, giunge a legarmi a sé non é quello del primo ascolto, anche se l'attrazione é sempre indissolubilmente legata al primo sguardo. Accade invece che il turbinio di suoni, voci e parole mi risollevi proprio all'indomani di certe sconfitte quotidiane, capaci di tramortirti a terra troppo a lungo.
Accade perché il richiamo all'amore é troppo forte. Così forte che ti rialza a poco a poco, ti aiuta a comprendere che non é l'esito delle tue vicende ciò che ti definisce - quello alimenta solo l'orgoglio di te stesso - ma é l'Amore in sé, quello che sfugge ad ogni tua definizione, che rende vera la tua vita. Amore che si compie malgrado la tua incapacità e che, allo stesso tempo, ha bisogno di te e del tuo sì, espresso dentro quell'avventura che si chiama libertà. Libertà di aderire a un disegno e di lasciare agire un Altro, Colui al quale quell'Amore appartiene per davvero, e che ha desiderio di farne partecipe la tua esistenza tutta intera.
Ancora una volta il miracolo si é compiuto e la musica ha adempiuto, a sua volta, al suo dovere.
"La musica - dice l'amico Maurizio Pratelli nel suo blog - non é la cura. La luce, alla fine del tunnel, é l'amore".


Saturday, November 28, 2009

SFIDE


Un minuto a mezzanotte, squilla il telefono. Sto aspettando che mia moglie torni a casa, ma non é lei che sta chiamando. Sul display del cellulare compare "UTIC", unità coronarica: c'é da tornare in ospedale. Dodici ore appena passate là dentro e non é ancora abbastanza. C'é un moto di stizza, ma é la reazione di un istante, qualcosa che per fortuna dura poco. Mi vesto di corsa e dopo poco sono di nuovo fuori sulla strada. "E' una vita rock'n'roll!" dico al collega appena arrivo, il mio sguardo decisamente più assonnato del suo. Ma é un volto che si veste di sorrisi, il nostro, mentre lui é già pronto a partire, per andare ad aprire quella coronaria che si é chiusa, quella che ha portato quella donna fino a qui.
Mentre lui sarà al lavoro in sala di emodinamica, io continuo il mio in ospedale, che qui tempo per fermarsi sembra che non ce ne sia proprio mai. Tornerà dopo un paio d'ore, un lavoro ben riuscito, lo sguardo soddisfatto; é tutto calmo ora, posso tornare indietro anch'io.

Le note di Low Rising sono la colonna sonora ideale, lungo la strada deserta che porta verso casa, una fine nebbiolina umida che bagna di tanto in tanto il parabrezza. Nello stesso istante il collega rimasto in ospedale sta bevendo un té alla macchinetta, quella che entrambi conosciamo bene, quella che ha come sfondo la costellazione delle luci della città. Quattro del mattino e siamo in pista tutti e due, facendoci felici di ciò che accade e dell'essere strumento nelle mani di un Altro, perché un disegno più grande di noi si compia anche dentro la misteriosa circostanza di un dolore.
Ci scambiamo qualche sms: sono cose che vanno condivise queste.

"The road was our school... a goddam impossible way of life", c'é scritto all'interno del vinile di "The Last Waltz", il concerto d'addio di The Band, per il sottoscritto il più grande show di tutti i tempi. Cos'altro é anche questa mia strada, se non questa sfida, la stessa divina e impossibile avventura dell'abbraccio alla realtà, tutta da vivere, passo dopo passo, fino alla fine del viaggio? "Se Dio esiste - scrive un amico francese, diciassette anni come responsabile del dipartimento d'emergenza dell'ospedale di Blois - abita là, nel cuore di quell'uomo". Un paziente "scomodo", di cui lui era stato capace di prendersi cura a dispetto di tutto e di tutti. "E Dio é amore!", aggiunge.
E' tutto dentro qui, niente di più, niente di meno. Si può desiderare di più?


Friday, November 20, 2009

THE RAIN


Una sottile e stringente malinconia continuava ad avvolgere ogni suo pensiero.
Uscì all'aperto ed iniziò a camminare, il passo deciso su quel tappeto di foglie cadute ed ingiallite che ricopriva il marciapiede ed ogni passaggio della mente. Era un autunno strano, questo, ancora caldo, eppure, allo stesso tempo, freddo e raggrinzito come era giusto dovesse essere. Era bello l'autunno, pensava, anche se spesso troppo difficile da sostenere, proprio come la malinconia.
Alzò gli occhi verso il cielo, grigio come sempre, inguaribilmente triste. Cielo scuro e nuvole tetre; nuvole feroci come quelle di cui narrava Claudio, amico di sempre - pensava - eppure mai incontrato prima. Quella sua sua canzone - L'aviatore - gli balenava ogni tanto nella mente ed ora quelle nuvole l'avevano richiamata a sé come d'incanto: "le nuvole della menzogna dicono di essere il cielo, ma sono grigie come l'asfalto e tolgono il respiro; il sole lo vedono solo loro e lo raccontano come gli pare, ma sono nere come la morte e non lasciano respirare".

Le nuvole nere dei sentimenti grigi avevano troppo spesso obnubilato i suoi pensieri, come una cappa di piombo che impediva al suo sguardo di andare poco al di là del proprio naso. Ed ora, come se non bastasse, si era messo pure a piovere, ma in fondo non gl'importava neppure così tanto. Una dolce melodia, anch'essa triste e malinconica, ma in qualche modo differente, aveva ridato all'improvviso brio all'essere del suo cuore. Era un lento risalire, qualcosa che avvertiva incedere a poco a poco, ma inesorabilmente capace di sconfiggere la durezza del suo cuore. Era per quello che la pioggerellina, sempre più fitta, non gli dava più fastidio, neppure ora che solcava ogni ruga del suo volto.
Il cuore, a poco a poco, stava tornando ad essere di carne, capace di nuovo di vedere e respirare.
Ed era solo in quegli istanti che lui era riuscito ad andare oltre la prima strofa di quella canzone. Claudio cantava ancora e mai la sua voce gli era apparsa più sicura. Ora sì che era felice per davvero, anche lui oltre, al di là di quelle nuvole che non erano mai sincere. Volato a vedere un po' più in là, se ne era finalmente compiaciuto: "ma io col mio aereo d'argento ho sfidato le nuvole e, grazie a Dio, ho visto il cielo; e non volevo guardare indietro, non potevo tornare indietro, non volevo tornare".

Era lontano ormai, ma la pioggia, il cielo cupo e il vento non gli facevano più paura.
Ed era proprio là in fondo che aveva incontrato nuovamente lei. Lei che lo aveva sempre accompagnato e sostenuto, che mai si era stancata, in ogni momento, di mostrargli il volto dell'Amore. Si guardarono negli occhi e s'incamminarono di nuovo lungo il viale, mano nella mano, lungo la strada che portava verso casa.
Lei sapeva che l'Amore era stato sempre presente dentro il suo cammino e non si stancava d'insegnarglielo ogni giorno. Lui, ogni tanto faceva finta d'ignorarlo, ma quel giorno non era stato in grado di sfuggire alla bellezza.
Bellezza che aveva incrociato i loro destini un giorno e per sempre.
Bellezza con inscritto dentro di sé un Disegno che ha le sembianze di un volto.
Il volto buono del Mistero fattosi carne per amore.

Thursday, November 19, 2009

RAINY DAY WOMAN

" ‘Cause I heard Jesus, He drank wine
And I bet we’d get along just fine
He could calm a storm and heal the blind
And I bet He’d understand a heart like mine.
Oh yes, He would"
(Miranda Lambert, Heart Like Mine)



Ancora nuvoloni, cieli grigi e giorni di pioggia un giorno sì e un giorno no in quest'affascinante terra che é la pianura padana. Datemi un po' di mare, o almeno un po' di sole per favore. E poi, accidenti, sono pure metereopatico e questo non aiuta.
Allora, almeno, datemi del country, che di quello non riesco a stare senza troppo a lungo e se é country mescolato al rock ancora meglio. Che poi, come se non bastasse, non mi sono ancora ripreso dall'ascolto dei Blue Ridge Rangers di ritorno, l'ultima "fatica" di John Fogerty, che fatica lo é stata per davvero, almeno per me, al punto che, neanche arrivato a metà disco, mi ci sono voluti due ascolti consecutivi di Grievous Angel di Gram Parsons per ritirarmi su. E no, accidenti, non si maltratta il genere così, davvero non si fa. Ma dovevo aspettarmelo da un album dove il buon John, a corto d'idee, invita pure gli Eagles Don Henley e Thimoty B. Schmidt a dividere la partita in sala d'incisione. Com'é che diceva quello là, Drugo, il tizio del Grande Lebowsky? "butta via quella m.. e metti su i Creedence!"...

I Creedence, appunto, sarebbe molto meglio. Ma nel frattempo ho bisogno d'altro, che non si può mica vivere solo di ristampe. E così ecco un dischetto nuovo nuovo, fatto da Miranda Lambert, venticinquenne di belle speranze, peraltro giunta già al terzo album in carriera. Belle come bella é la copertina, perché, lo ammetto, mi ci sono fermato per un po'. D'altra parte anche in libreria si fa così: ci si fa attrarre da titoli, colori e geometrie, ma poi ci si mette pure a leggere, sennò in libreria cosa ci sei andato a fare, allora te ne vai a una mostra di quadri o di fotografia.
Comunque Miranda sarà pure - commenteranno i più maligni - più bella che brava, ma questo disco non é mica solo Nashville, pedal steel guitar e niente testa, tant'é che, arrivato al terzo giro, mi son messo ad ascoltare le canzoni. Ballatone country ariose, mescolate a poderose virate rock'n'roll, con in mezzo pure un po' di deriva verso qualcosa che sa di punk; il tutto sufficiente, insomma, a spazzar via il maltempo dall'orizzonte della mia giornata. Le liriche? Beh, quelle sono così così, anche se Heart Like Mine mi ha fatto fermare qualche istante, non fosse altro perché richiama al fatto che un cuore, per essere ascoltato veramente, ha bisogno di rivolgere lo sguardo verso un Altrove. Questi testi, comunque, sanno di onestà, tant'é che Miranda stessa ci racconta che non tornerebbe indietro di una riga su ciò che ha scritto, perché é tutto parte di ciò che é lei. "If you're into honesty, I have the records for you", dice ridendo e allora prendiamocelo su, questo disco, che poi la ragazza ha solo 25 anni e si farà.

OK, tutto qua, lasciatemi ascoltare queste canzoni e stay tuned, se ne avete voglia.
Prossima fermata del mio country train: le forze naturali di Lyle Lovett; dicono che sia un bel disco, superiore a quello di John Fogerty e probabilmente anche a quello di Miranda. Lui, Lyle, é molto più brutto, però...


Sunday, November 15, 2009

BEING THERE


"I'm trying to break your heart", canta Jeff Tweedy e la platea milanese ha un sussulto, il primo vero sussulto della serata. Una platea che ha gremito ogni ordine di posti per il ritorno in Italia degli Wilco, uno show sold out da mesi, atteso ormai da troppo tempo. Il cuore, Tweedy e soci, nuovi heartbreakers del terzo millennio, lo spezzeranno in realtà di lì a poco, con un'appassionata versione di California Stars di Woody Guthrie. Il cuore pulsante dell'America delle radici e delle tradizioni é già tutto lì, contenuto in quella canzone e nell'alchimia di voce e suoni che trasformano d'incanto via del Conservatorio in Mermaid Avenue.
Per quanto mi riguarda, potrebbe bastare già così, ma per fortuna questo é un concerto degli Wilco e c'é molto, ma molto di più.
Paolo Vites definisce cosmic music il prodotto musicale della band e non si potrebbe trovare definizione migliore. Come descrivere altrimenti il piacevole smarrimento generato dall'impatto sonoro complessivo, quando i musicisti si muovono sui terreni inesplorati della distorsione di chitarre e tastiere, svolti sul tappeto ritmico incessante e martellante generato da quel folletto al basso di John Stirratt e da quel gigante di virtusosismo e muscoli alla batteria che corrisponde al nome di Glenn Kotche? Sono i momenti in cui l'eclettico e geniale Nels Cline sfodera dalle sue chitarre i suoni più improbabili, muovendosi sul palco come fosse stato morso da una tarantola; ma sono anche i momenti in cui l'acustica di Tweedy e la sua voce riemergono improvvisamente, facendo insperatamente e magicamente ripiombare l'ascoltatore in atmosfere intime ed intense raramente sperimentate altrove.
Due ore e mezza di grande musica, in cui puoi trovare tutto ciò che hai sempre desiderato. E' Bob Dylan, é Woody Guthrie, sono i Pink Floyd, oppure gli Stones. No, sono gli Wilco invece, unici e inimitabili, la più grande rock band americana che ci sia in circolazione.
Mi porto a casa immagini e suoni. L'etereo assolo di chitarra di Cline su Impossible Germany, la magia di Via Chicago, il crescendo di wall of sound su Handshake Drugs. E poi Jeff Tweedy, gambe larghe, la cassa della chitarra acustica abbracciata, il manico un po' in giù, ma sì, dai, proprio come faceva lui: Bob Dylan nei sessanta.
Dovessi rubare il lavoro agli amici dell'Armadillo Bar, metterei uno champagne in abbinamento a questo show. Marca e annata? Fate voi. Basta che sia di quello buono. Quale sia il futuro del rock'n'roll, io davvero non lo so. Ma ho voglia di brindare al presente. E il presente si chiama Wilco.