Wednesday, February 23, 2011

WAITING FOR LUCINDA



Diciamoci la verità: Little Honey non era poi granché. Un bell'esercizio di blues del delta, infarcito qua e là anche di belle ballatone country, ma un disco, tutto sommato, senz'anima, finito, dopo qualche ascolto neanche troppo frettoloso a prendere polvere sullo scaffale. E d'altra parte non era mica facile ripetere il miracolo di West, il lavoro che, nel 2007, aveva fatto nuovamente breccia in una moltitudine di cuori, almeno tutti quelli che avevano provato a lenire le proprie ferite lungo le note di Essence e di Car Wheels On A Gravel Road.
Ora, a distanza di due anni, quella voce ci riprova. La voce sensuale, strascicata, meravigliosamente rock di Lucinda Williams. Una voce che sembra una scopata a ritmo di rock'n'roll e attenzione che non sono io a dirlo, ma l'amico Vites, che io, si sa, sono troppo bigotto per dire certe cose.
Tant'é, sta di fatto che intorno alla voce di Lucinda é stato fatto tutto Blessed, il disco nuovo in uscita il 1 marzo in tutti i vostri negozi di dischi preferiti, ammesso che di negozi di dischi ce ne siano ancora in giro. Ah già, ma c'é iTunes e allora va bene lo stesso. Allora la voce, dicevamo. Beh, la Williams dice che Don Was ci ha costruito intorno tutto il disco: "Lucinda vocal's, the most important thing", secondo lui. E allora é già un bel partire, perché poi, nelle sessions di registrazione, pare ci sia stato pure un clima un po' speciale: "Alla fine della giornata tutti erano felici. Nessuno se ne é andato in preda a cattive sensazioni su tutto quello che abbiamo fatto".
Il resto lo fa uno sguardo diverso sulla vita di Lucinda, forse più sereno dopo il matrimonio e certamente più maturo nella capacità di scrittura: non più solo cuori feriti e strascicati, ma uno sguardo sull'umanità più profondo; c'é spazio per esempio, per meditare sulla triste dipartita di Vic Chesnutt (Seeing Black) e dell'ex manager Frank Calliari (Copenaghen). Ma al fondo, forse, c'é anche uno sguardo più felice: "Ho una diversa prospettiva adesso e spero d'essere più saggia con gli anni che passano. C'é stanchezza, ma anche una sorta di gioia, come nella canzone "Born To Be Loved". Ecco forse é questo il vero tema di tutto l'album". Già, perché in molti hanno chiesto alla Williams perché avesse intitolato proprio Blessed il proprio disco e Lucinda, finora, ha evitato accuratamente di rispondere. Anche se ha invitato però la gente a postare sul suo sito cosa volesse dire per ciascuno quella parola e qualche filmato interessante su YouTube qualcuno l'ha già messo.
Insomma, non so se il nuovo disco di Lucinda Williams sarà bello oppure no, ma, almeno per quel che mio riguarda, la sensazione é che l'attesa possa non andar delusa.


Gli anni passano per Lucinda, 58 all'anagrafe e più di trenta di carriera. C'é bisogno di ritmi più distesi, non solo dell'anima, ma anche delle corde delle proprie chitarre, luoghi dai quali scacciar via il rumore. Vale anche per me, che sono un po' più giovane di lei, ma mica poi neanche tanto. Vale per le mie scorribande personali lungo certi sentieri grigi della mente, ma anche accanto a quelli più solari, quando si scioglie la rugiada del mattino. E' questa la bellezza che deve farsi strada. Ed é per questo che ai primi di marzo, il nuovo disco di Lucinda Williams troverà il suo spazietto in mezzo agli altri dischi del mio scaffale.
Per lasciare andare un po' il mio cuore ancora a caccia di bellezza.
Bellezza come unica cosa ancora capace di ferire il cuore dell'uomo moderno.







Tuesday, February 15, 2011

TIGHT CONNECTION TO MY HEART




Io mi ricordo com'era andata all'Hammersmith Odeon, anche se non c'ero. A Londra, un sacco di anni fa. Me la ricordo, amico, la tua faccia e la folla impazzita tutta intorno. Com'é che dicono da quelli parti? Bananas? Ecco, appunto, matti da legare, tutti quanti. The crowd went bananas, avevano scritto: era proprio quello che era successo. Stavi cantando I Want You, poi chissà cosa ti era preso. Avevi visto una bella ragazza appena giù dal palco, o qualcos'altro era passato per la tua mente. Sta di fatto che avevi cominciato ad ondeggiare con le anche e poi a fare quelle smorfie strane, che a noi sono sempre parsi dei sorrisi.
L'altra sera l'hai fatto di nuovo. Sei salito sul palco, il passo incerto come sempre. Così incerto che quasi inciampi e cadi. Come quella volta, il primo gradino della scala prima di andare a salutare il papa. E poi certo che hai sorriso. Dicono che sei antipatico sul palco, ma non é vero, a me hai sempre fatto una tenerezza immensa. E' che hai sempre rischiato la tua vita, là sopra, quasi ogni sera, da un sacco di tempo a questa parte. E peccato che siano pochi quelli che l'hanno capito veramente.
Così é stato bello vederti, ma bello veramente. Hai fregato il mio cuore, un 'altra volta ancora. In mezzo a tutti quei ragazzi, poi, che pendevano dalle tue labbra. Come sempre, d'altra parte, come tutti. E poi, alla fine, un assolo mal riuscito d'armonica, come a dire: hey ragazzi, é stato bello, ma adesso andate avanti voi, che io vi ho già tracciato la strada lungo la quale dovrete sempre andare. Grazie Bob, ci si rivede alla prossima, quando vuoi; tu lassù sul palco, pianola, chitarra, armonica, voce arrochita, quello che ti pare. Noi là sotto, in prima fila come sempre, per non farti mai sentire solo. Sarà dura, sai, per noi, quel maledetto giorno che non ci sarai più.



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Friday, February 11, 2011

UNA SCIA DI LUCE


Milano, basilica di Sant'Ambrogio, 10 febbraio 2010. Una delle chiese più affascinanti della città, cariche di storia e di vita di santi, é gremita. Ma non é una messa, quella che si celebra questa sera. Seduti davanti ad un elegante tavolino rosso ci sono Maria Teresa e Ruggero Badano, i genitori di Chiara "Luce", la giovane ragazza di Sassello dichiarata dalla Chiesa beata lo scorso 25 settembre. Di fronte a loro gente di ogni età, ma i giovani sono davvero tanti. Ed é giusto che sia così, perché quando la giovane Badano é morta aveva solo diciott'anni. E "quando in cielo arriva una ragazza di diciott'anni si fa festa", aveva detto lei un giorno.

Questo blog ha già parlato di Chiara (http://talkin-walkin.blogspot.com/2010/09/chiara-luce-badano-life-love-light.html), non ne ripeterà dunque, in queste poche righe, la storia. Quella storia, comunque, da me ben conosciuta e raccontata da Maria Teresa e Ruggero, ha fatto scendere, sul volto di chi vi scrive e non solo, più di una lacrima anche ieri sera. Perché la santità attrae ancora, se il tuo cuore, anche se ferito, si fa capace di non chiudere la porta al desiderio. E quel cuore, quando trova un luogo capace di farvi riposare le sue durezze, si commuove eccome.
Mentre tornavo a casa con mia moglie, rimeditavo nel profondo di quel cuore tutto ciò che avevo visto e sentito. Ed é soprattutto uno sguardo quello che ancora adesso mi é rimasto dentro. Lo sguardo di Ruggero negli occhi di Maria Teresa mentre parlava. Profondo, dolcissimo, straordinariamente intenso. E quello di lei quando parlava lui. Uguale, ma diverso allo stesso tempo, altrettanto carico d'amore. E' quell'amore che sa farsi uno, che fa il vuoto per accogliere il tutto dell'altro. Ed é lo sguardo di chi, da genitore, si é scoperto misteriosamente figlio di chi ha generato, perché ciascuno ha accolto l'Amore più grande, che ha consentito ad ognuno di rinascere nuovo in Dio.
Se dovessi lasciare tutto e trattenere una cosa sola, ecco cosa stringerei forte a me: quello sguardo, capace di creare una scia di luce.
Lo sguardo di due genitori, che desideravano tanto una figlia, arrivata dopo undici anni d'attesa e che l'hanno ridonata a Dio dopo altri diciotto. Per poi ridonarla alla Chiesa. E per ridarla adesso - ieri sera come ogni volta che raccontano di lei e di loro - ovunque vengano chiamati perché diano testimonianza di ciò che é accaduto.
Perché Chiara, adesso, é davvero di tutti.

Monday, January 24, 2011

ESSERE SEMPRE FAMIGLIA


Mentre l'ascensore risaliva lentamente in cima, lassù in unità coronarica dal reparto di rianimazione, continuavo a ripensare dolcemente a quello sguardo. Gli occhi sorridenti del collega, di fronte al mio: "Ciao, sono venuto a vedere se avevi bisogno di una mano". Già, perché lui non mi aveva mica chiamato ed era per quello che avevo incrociato il suo volto un pò' stupito. Ma era bastato poco perché il nostro lavorare assieme diventasse un circolo virtuoso, fatto di cenni d'intesa, condivisione d'esperienza fianco a fianco, battute scherzose con tutto il personale, il paziente reso felice e sereno da quel nostro lavorare insieme.
E pensare che con quel medico, un po' di tempo prima, c'era stato pure uno scazzo non da poco. Ma era per quello che ero tornato giù da lui, la prima scusa colta al volo appena qualche giorno dopo, pronto a dare un aiuto anche quando non era stato chiesto. La volontà di ricucire un rapporto e ricomporre un'unità; l'esigenza più sentita, il desiderio del cuore più profondo.

Più tardi, in auto, verso sera, sul percorso che porta verso casa, il più piccolo dei miei figli è seduto sul sedile di fianco al mio, al ritorno da un pomeriggio di compiti e di giochi da un amico. Ripenso alla sua manina, stretta a lungo poco prima, lungo il pezzo di strada per raggiungere la macchina, parcheggiata questa volta un po' lontano. Una Milano frenetica mi circonda, riempita dai suoi clacson stupidi e nervosi, pazzi e incomprensibili come sempre. Ma la gioia del cuore é più forte del rumore che sta intorno. Come mi ero fatto felice, in quei momenti, di stringere le sue dita tra le mie e com'erano simili, quei piccoli sprazzi di felicità, a quelli sperimentati poche ore prima col collega! Un padre e un figlio che camminano per mano, faccenda ben diversa da un rapporto tra due uomini al lavoro, eppure, al fondo, la stessa insopprimibile esigenza: quella di far famiglia, ovunque mi trovassi, qualunque fosse la cosa chiestami da fare, in quello strano e curioso intreccio di circostanze che usano chiamare vita di ogni giorno.

Era in quegli istanti che mi era tornato in mente il verso di una canzone tanto amata. Perché My Back Pages, ogni tanto, faceva inevitabilmente capolino nella mente: “Ero così vecchio allora, sono molto più giovane adesso”. Già, capitava sempre più spesso che mi sentissi proprio così: inaspettatamente giovane, alla faccia del tempo che passava, magari proprio al mattino di giornate in cui la vita pareva trascinarsi stancamente, come se non avesse quasi più nulla da dire.
Ma allora che cos’era, che rendeva nuovamente ed improvvisamente giovane una strada, liberandola dai pesi e dalle fatiche inesorabilmente accumulati? L’incontro con un avvenimento, forse, un fatto che stava riaccadendo ora, rendendo nuova e quindi giovane ogni cosa. Cos'altro poteva essere, se non quell'essere famiglia, sperimentato in piccoli ma intensi frammenti di reciprocità, dentro il sorriso di un collega o la manina stretta forte di un bambino? E cosa se non il desiderio che a quell'essere famiglia, non si anteponesse mai più nulla, fosse anche ogni mio gesto il più ispirato alla migliore idea di morale, di bene o di giustizia? Non era quello il punto e neppure la coerenza nella risposta alla Bellezza ed al Bene incontrati un giorno. No, la risposta era il desiderio di un cuore. Andare dietro al sogno di creare sempre più, ogni giorno, con discrezione, prudenza e, allo stesso tempo, decisione, quello spirito di famiglia che era la vera carità insegnataci un giorno da Gesù: “Amatevi a vicenda affinché tutti siano uno”.

* * * *

Ora, mentre a tarda sera una folla di pensieri e di emozioni prova a farsi anche scrittura, mi accorgo di guardare sempre più alla mia esistenza col desiderio di stupore e di entusiasmo di un bambino. La vita non é invecchiare, ma scoprirsi sempre più giovani e felici nello scorgere il disegno di un Altro che si svela a poco a poco.
Si può maturare, dentro questa storia e, a Dio piacendo, essere di spettacolo a noi stessi ed agli altri, giungendo, allo stesso tempo ad una pienezza di vita affascinante ed inattesa.
Come quella che raccontava tempo fa un amico, poco prima d’essere chiamato inaspettatamente al cielo: “se dovessi paragonare la mia vita come si è svolta, userei questa metafora: la mia vita è come una mongolfiera. Più vado, più m’innalzo, più m’impegno. Più sono dentro a questa vita, più scopro degli aspetti dell’umano che mi erano impossibili prima: una capacità di fedeltà, di amicizia, di lealtà, di ripresa, d’indomabilità che non avevo mai pensato prima. Perciò, da ultimo, è una gratitudine che caratterizza la mia vita. Per questo non ho paura a donarla tutta”.

Monday, January 10, 2011

NIGHT VISIONS



Night Visions
One year at a glance, all along the music of my dreams

Si era svegliato all'improvviso mentre sognava d'essere a New York City. Conosceva così bene quella città, anche se non vi era stato mai. Provò a trastullarsi ancora per un po', in quello strano limbo che era il dormiveglia del mattino, luogo dove realtà e fantasia si mescolavano in quel modo così sfacciato. Non aveva troppa voglia di ritornare alla realtà. Era stato un anno duro, quello, ed ogni giorno sembrava troppo difficile da vivere di nuovo. Anche se sapeva che, una volta svegliatosi ben bene, avrebbe ripreso ad intravedere il disegno buono, quello che lega come un filo rosso le cose tra di loro. Quel filo sembrava ricomporre un vestito nuovo, più bello e luminoso dell'abito di prima; ma scucire il vestito vecchio di dosso gli aveva fatto male.
Provò a tornare nel suo limbo per un po', cullandosi lungo la musica che l'aveva trafitto e attraversato, lungo quell'anno che se n'era andato via da poco. E si riaddormentò, ritrovandosi ancora per un po' nelle vie di quella metropoli misteriosa e trasparente.

Una chitarra acustica, violenta ed allo stesso tempo aggraziata; un fingerpicking deciso, a far da sottofondo ad una voce acuta e squillante, nati entrambi accovacciati in qualche posto, in mezzo ai vicoli stretti di Gamla Stan, attanagliati dal freddo e dal ghiaccio e poi volati via, fino ad altre strade, anch'esse ricoperte dalla neve, ma larghe e scaldate dalla folla e dalle auto di una città alla ricerca di un Greenwich Village che non c'era più. The Tallest Man On Earth aveva dolcemente riscaldato le sue mani ed i suoi piedi intirizziti dal freddo, The Wild Hunt l'aveva ricondotto fin lassù, un ragazzo e una ragazza abbracciati, gli stivali nella neve, i palazzi sullo sfondo, un vecchio furgoncino parcheggiato lungo la via.
Poi un'altra chitarra l'aveva bruscamente riportato via, fino ad East New York, il posto dove non dovresti mai stare. Poliziotti lungo la via, sguardi lanciati dentro la sua auto con fare minaccioso e quella chitarra che continuava a suonare così strana. Ma come cavolo faceva Neil Young a tirare fuori dei suoni fatti in questo modo? E quel titolo bizzarro, Le Noise, mezzo francese e mezzo inglese, che poi ce ne fossero in giro di rumori fatti così bene. Suonava come un ornitorinco, aveva detto qualcuno, quel ragazzotto di sessant'anni che aveva ancora voglia d'indossare la sua camicia ed i suoi jeans e di dire all'America qualcosa.
Ma se ne doveva andare in fretta da quel quartiere, così girò l'auto in qualche modo e si ritrovò indietro, lungo avenues larghe e più rassicuranti. Parcheggiò la macchina e si mise a camminare; lo fece a lungo, finché arrivò a vedere il mare. Si appoggiò alla balaustra del ponte e si mise a fissarlo. Il mare, d'inverno, gli faceva sempre un po' malinconia. I Midlake e John Grant avevano provato a raccontargliela nel profondo, ma lui non ce l'aveva fatta ad ascoltarli. Troppa tristezza e lui non era riuscito a sostenerla fino in fondo, così aveva deciso di spazzarla via. Forse ci sarebbe voluto il coraggio degli altri, ma non gliene importava troppo, in fondo, preferiva evitare di percorrere sentieri troppo pericolosi per lui. Così aveva preso con sé le dolci melodie di una donna e con quelle si era infilato di corsa nel piano bar più vicino sulla strada, pronto ad annegare i suoi pensieri in una calda tazza di caffé. Natalie Merchant, lei sì che aveva le chiavi per entrare nel suo cuore. Canzoni e poesia, musica e letteratura insieme, un disco - Leave Your Sleep - tutto da leggere ed ascoltare, anche se lui, il suo sonno ed i suoi sogni, non voleva saperne di lasciarli andare. Tant'é, se ne rimase lì al caldo per un po', poi quando si sentì di nuovo a posto, uscì fuori all'aperto. L'inverno, come d'incanto, aveva lasciato il posto al sole ed una piacevole brezza estiva sembrava avvolgere ogni cosa. Là, vicino al parco, si era radunata un bel po' di gente ed era ancora una donna che cantava. Accompagnata ora dalla sua chitarra, ora dal piano, la sua voce era sensuale e dirompente. Un nome d'altri tempi e d'altri luoghi - Terra Naomi - mentre una canzone dal titolo esaustivo - Go Quietly - dava al suo passo il ritmo giusto per andare. C'era un bel po' di gente, intorno, ad ascoltare, così aveva cercato un tavolino anche per sé e si era seduto per un po'.
Da quel posto, un bel po' di tempo fa, si potevano scorgere le Twin Towers, laggiù sullo sfondo. Ora tutto questo non c'era più. Ma si ricordò che un giorno aveva visto qualcosa capace di rompere il dolore che ora stava tutto intorno. Un gruppetto di uomini, camminare ora cantando, ora in silenzio ed in preghiera, dietro a una croce che, dal ponte di Brooklyn era arrivata fin lassù, a Ground Zero, come chiamavano adesso quel luogo di pianto e stridore di denti.
La ragazza aveva smesso di cantare ed era andata via. Anche tutta la gente sembrava essere svanita in un istante. Come al solito, la musica aveva portato troppo in là tutti i suoi pensieri. Frugò nella borsa, alla ricerca dei suoi libri o di un giornale, non aveva ancora voglia di alzarsi ed andarsene via da lì. Trovò un disco, ah già, eccoli qua, anche loro, quelli della Nazionale. Come gli erano piaciuti anche questi, lui che non li conosceva ancora. High Violet era un gran bel disco, ma lui era andato a scoprire anche gli altri, quelli che parlavano di tristi e sporchi amanti e di strani alligatori. Fortunato lui, che li aveva scoperti prima che fosse troppo tardi.
Nella borsa c'erano altri dischi e accidenti forse era per quello che pesava così tanto; mannaggia a lui che non riusciva mai a mettere tutta la sua musica nell'iPod e preferiva averla ancora in quelle strane, scomode e squadrate scatole di plastica, che sembrava non interessassero più a nessuno. Queste due, poi, erano proprio grosse. Una se la tirava dietro da un pezzo, più di un anno di sicuro. The Live Anthology, c'era scritto sopra, come dire un'enciclopedia, portatela dietro tutta, che così saprai sempre il significato d'ogni cosa. E poi, di fianco a Tom Petty anche Bob Dylan, che poi, in fondo, quei due erano sempre stati culo e camicia. Quella, poi, pesava ancor di più: The Original Mono Recordings c'era scritto. Scoppiò in una fragorosa risata, chissà se c'era in giro ancora qualcuno che sapeva cosa volesse dire quella buffa parola: mono. Ma a lui non importava nulla di quello che gli altri non sapevano, lui ne conosceva bene il significato. C'era dentro tutta la New York City che non c'era più, tutta la musica e le parole che aveva sempre conosciuto. E, in quel momento, gli sembrò di non aver bisogno di nient'altro.

Lo squillo del telefono lo risvegliò bruscamente: "dottore, ha chiamato il pronto soccorso, hanno detto se può scendere che c'é un paziente da vedere". Non era più tempo di sognare, adesso: la realtà, sotto forma di un cuore fatto di carne, l'aveva richiamato bruscamente a sé. Mise su gli zoccoli e si fiondò rapidamente in ascensore. Faceva sempre fatica a saltare all'improvviso giù dal letto, ma non era infastidito, questa volta.
Mentre scendeva dal decimo piano, pensò a tutta quella buona musica che l'aveva attraversato quell'anno, musica che gli aveva scaldato il cuore. Come la vita, d'altra parte. Anzi era quest'ultima che, lungo quella colonna sonora, glielo aveva scaldato ancor di più. Anno di Grazia 2010, così l'avrebbe chiamato. E, dietro l'angolo, un anno nuovo che stava già correndo.
Era una gratitudine, quella che si faceva strada come sentimento prepotente del suo cuore.
E lui, la sua vita, non aveva più paura di donarla tutta.






Sunday, January 02, 2011

UN FOGLIO DI CARTA BIANCO

Voltare l'ultima pagina del calendario é come fermarsi alla stazione di benzina, rifare il pieno, controllare i bagagli, fare una sosta al bar e poi ripartire senza indugi lungo la strada polverosa.
Ho trovato questa frase di Joe Strummer, non mi dispiace affatto come compagna di viaggio. La metto sul sedile di dietro, quello di fianco é già occupato: c'é seduta una Misericordia che sostiene ogni miglio della mia strada.
Buon anno, fratelli e sorelle, non smettete di scrivere su quel foglio bianco la vostra storia d'amore.

"Il passato é passato. Ho sempre voluto vivere nel presente. Il foglio di carta bianco é sempre lo stesso: lo devi riempire. E' pazzesco, ma é così. Bisogna guardare in faccia al passato, e io sono fiero di quell oche ho fatto, ma é molto meglio vivere il presente e non pensarci troppo. Come ha già detto Bob Dylan: don't look back" (1)

Note:
(1) tratto da: Marco Denti, Rock'n'roll, Selene edizioni

Sunday, December 26, 2010

LACRIME NELLA PIOGGIA



Fuori la pioggia sembra non cessare mai. Il cielo é grigio, poco fa era nero, solo qualche rara insegna luminosa sullo sfondo.
Notte di guardia, guardia dura. Notte di un Natale che anche oggi se ne va.
Ho visto la vita rinascere, quando sembrava nulla potesse più salvarla.
Ed ho visto giungere la morte, quando nulla l'ha potuta più fermare.
Ho visto cose che parrebbero aliene ed invece sono ciò che di più umano c'é in questa vita, fatta troppo spesso di apparenze ed inutilità. Dentro quelle strane galassie, ho sperimentato tutta la mia fragilità ed impotenza, il passo si é fatto incerto, le mani tremanti, il pensiero confuso e smarrito. Ci voleva che Tu prendessi le mie mani e le cambiassi con le Tue, perché io riuscissi a penetrare lo spazio più profondo. Che Tu indossassi il camice di un amico e ti mettessi a lavorare al mio fianco, come si fa in una vera squadra, quella capace di giocare con il cuore.
Ci voleva che, ancora una volta, mi mostrassi che "io sono Tu che mi fai".

In una notte in cui il Natale se ne va, al mattino rinasce la speranza, a fianco di un Dio che non ha paura di sporcarsi le mani per camminare dentro la nostra fragile, titubante, desiderosa e grandiosa umanità.
Hai scelto d'essere qui, in mezzo a noi.
E il tempo della nostra vita non rimarrà come lacrime nella pioggia.
Di cos'altro potremmo aver bisogno lungo la nostra notte oscura?

"Oggi un uomo é morto in rianimazione ed ha donato gli organi. Stanotte altri uomini rinasceranno, proprio nella notte in cui é nato il figlio di Dio. Ti rendi conto che lavoro meraviglioso é il nostro? Gestire ed aiutare il dono della vita: cosa c'é di più affascinante?"

grazie, amico, you know who you are


Sunday, December 19, 2010

BUON NATALE DAL PARAGUAY


lettera di Aldo Trento

"Cari amici, buon Natale, in particolare ai moltissimi amici che con le loro e-mail mi hanno confidato i loro dolori, difficoltá, le loro sofferenze e spesso la loro non voglia di vivere. Per me è stata una grazia perchè chiunque soffre lo sento parte con me e con il mare di dolore che mi circonda, del dolore di Cristo, di ciò che manca alla passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa. Vi ringrazio di cuore perchè le vostre ferite non solo mi impediscono di essere un borghese, cioè un uomo senza domanda, senza drammaticità, bensi di vivere dentro le circostanze della vita con gli occhi fissi sul Mistero. È come se il vostro, il nostro dolore mi rendesse sempre più cosciente di cosa significa essere sospeso su un pieno, su una certezza.
Vi confesso che, tutte le sere, quando a tarda notte vado a dormire dopo aver visitato le diverse opere della parrocchia, dove vedo e sento solo il dolore dei miei figli, dai piccoli appena nati e abbandonati, delle bambine vittime della violenza, agli ammalati terminali e anziani raccolti nelle strade, riconosco come il Mistero domina la mia vita riempendola di pace. Che bello essere presi, dominati da quel "TU" ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, perchè sono Suo, come ci ricorda il profeta Isaia. Come vorrei che le tante persone depresse, stanche di vivere, vittime di mille fantasie e di cui conosco personalmente cosa significa, riconoscessero, anche quando l'angoscia sembra soffocarle che, comunque, il Mistero è un Fatto presente, è un abbraccio che non permettera mai che ci perdiamo. Il problema non è il dolore, la depressione, la malattia ma la libertà di riconoscere in quel "Tu che mi fai" la propria consistenza. Ci sono dei momenti in cui non vedo niente, ma il giudizio è chiaro e me lo ripeto continuamente: "Tu, o Cristo mio" e sempre ritrovo l'energia per camminare.

Vi chiedo, mentre lo chiedo a me, di non mettere dei "se", dei "ma", dei "però", fra noi e Cristo, perché questo sarebbe la unica grande fregatura e ci perderemmo la festa della vita. Il Mistero ama chi rischia, chi non ha paure della realtà, e spesso si diverte permettendoci di arrivare fino al bordo dell'abisso, ma poi, come d'improvviso, quando tutto sembra perduto, ci salva prendendoci per i capelli. Da vent'anni sperimento questo fatto, anche a livello economico. Pensate alle centinaia di migliaia di Euro di cui hanno bisogno queste opere! Eppure arriva l'ultimo giorno del mese e la Provvidenza arriva. All'inizio chi lavorava con me si spaventava, l'amministrazione andava in crisi, mentre per me era tutto semplice e lo è tutt'ora: "Signora (all'amministratrice) mancano ancora due giorni per pagare il salario ai 180 dipendenti del Mistero, unico padrone di questa opere, per cui di che si preoccupa?". E il giorno seguente la Provvidenza arrivava con i soldi necessari, nè uno in più, nè uno in meno. Anche su questo il Mistero mi tiene sempre sospeso e quindi sempre mendicando. Non so come pagherò lo stipendio di Gennaio alle 180 persone, cioè famiglie, ma per questo non perdo il sonno perchè ho la certezza assoluta che il Padrone, quel "Tu che mi fai", al momento giusto sará lì per pagare. Che razza di libertà mi dona stare davanti, davanti a quel Tu che mi domina, abbracciandomi.

Ieri mi ha donato due nuovi figlioletti. Guardateli nella foto. Sono gemelli, sono stati abbandonati dalla mamma e per via del maltrattamento sofferto a motivo della "mamma" hanno ambedue una paralisi cerebrale, per cui, ancora di più, mi lacerano il cuore nel tenerli in braccio. Hanno un anno ed otto mesi e pesano ognuno 6 kg. La loro storia è di una sofferenza terribile. Eppure il Mistero si è occupato di loro e me li ha donati. La prima notte hanno pianto tutta la notte, ma questa sera erano già più tranquilli fra le mie braccia.
In fondo se il nostro abbraccio è il frutto delle esperienza del "Tu che mi fai" si trasmette per osmosi anche a loro, la cui innocenza è stato lacerata delle violenza di tutti noi quando ci dimentichiamo di essere relazione con il Mistero.
Guardandoli, penso a quella povera donna che, certamente, sarà stata vittima anche lei di altra violenza. Li affido alle vostre preghiere, como affido la terza casetta di Betlemme e la nuova casa per le bambine violentate e incinte, che inauguriamo alla vigilia di Natale. Come vedete, Gesù me ne fa di regali regali, che sono anche per voi. È proprio bello essere bruciati dall'amore per Cristo, perchè il proprio cuore brucia di amore per l'uomo.

Buon Natale

P. Aldo


Friday, December 17, 2010

HEAVEN'S DOORS

In fondo il Natale é di tutti. Di chi l'ha ridotto a fiera consumistica e di chi riesce a viverlo in una sorta di purezza francescana. Della donna in carriera che parcheggia il SUV in doppia fila e di chi, ad Haiti, non ha ancora un tetto sotto cui stare.
Il fatto é che, alla fine, chi più chi meno, chi inconsapevolmente e chi, invece, con un cuore desideroso di cose grandi, stiamo tutti bussando alle porte del paradiso.
Io, a questo Natale, ci sono arrivato così così, ancora troppo incerto lungo il cammino che porta a spalancare le porte senza timori a Cristo. Ma Lui, quel Bambino, rinasce per tutti e quindi anche per me. Basta poco per accogliere chi si é fatto niente, una capanna come tetto ed un bue ed un asino come riscaldamento della casa. Basta la povertà di un pastore errante, che, nella notte che ridona la speranza al mondo, sta in ginocchio con pari dignità a fianco di un re che porta oro, incenso o mirra.

Davanti a ciascuno c'è il Salvatore e le porte del paradiso sono già aperte per tutti. Non c'é più bisogno di bussare, ormai, Dio ha già risposto facendosi carne in mezzo a noi: "vi sarà aperto", ci ha detto. Si tratta di fare il passo.
E di entrare.



Saturday, December 11, 2010

SHOOTING STARS




Thank your luckystars all the way
No one thought you'd still be here today
(Neal Casal, Luckystars)

Le canzoni di Neal Casal accompagnano dolcemente i miei percorsi autostradali. Adoro i dischi di quest'uomo. Ricordo un'intervista, letta da qualche parte un po' di tempo fa, dove gli si diceva che in fondo era un vero peccato che lui fosse il chitarrista di Ryan Adams e non viceversa. Neal si era trincerato dietro un sorriso, neppure troppo compiacente: "sono felice di fare il mio lavoro", aveva risposto. Una lezione d'umiltà che solo pochi sono capaci di dare.
Già, che bella cosa l'umiltà. Una virtù che conosco e pratico troppo poco. Ma non é mai troppo tardi per riprendere a percorrere il cammino buono.

Seen a shooting star tonight
And I thought of me
If I was still the same
If I ever became what you wanted me to be
Did I miss the mark or over-step the line
That only you could see?
Seen a shooting star tonight
And I thought of me
(Bob Dylan, Shooting Star)

Non c'é solo Neal, c'é anche Dylan con me, lungo i miei viaggi di ogni giorno. Lui non mi abbandona mai. E questa notte la mia musica e la mia strada mi hanno riportato qui: quel decimo piano, con le luci della città laggiù sullo sfondo. Come ogni giorno, peraltro, da molto tempo a questa parte. Casa e ospedale, andata e ritorno, stesso percorso rotolante avanti e indietro, punteggiato dalle canzoni, ma spesso e volentieri anche da pensieri che diventano preghiera.
Così, due o tre del mattino, quel che é, e sono un'altra volta qui, davanti alla mia dolce e cara macchinetta del caffé. In fondo questo é il mio personale osservatorio sul mondo. Anzi, soprattutto su me stesso. Il castello esteriore e quello interiore, che vedo venir su, pietra dopo pietra, a poco a poco. E questa notte, oltre alla luci della città, ci sono anche le stelle. Stelle cadenti e stelle fisse, luminose, dritte in mezzo al cielo.
Su quelle cadenti sto imparando tante cose, ora che molta acqua é passata sotto i ponti ed altrettanta ne sta passando ad ogni istante. Che si tratti di rivoli o fiumi in piena, comunque, é sempre ed invariabilmente acqua benedetta, che mi piaccia o no. Che si tratti di fonte che disseta o burrasca dalle conseguenze scomode o inattese.
Il fatto é che, in ogni circostanza, c'é una ricchezza di grazia che non manca mai.


La prima stella cadente é stata questo blog e tutto quello che si é portato dietro troppo a lungo. Uno scenario infarcito di orgoglio e narcisismo, distaccato quanto basta dalla realtà e da coloro che mi hanno sempre voluto bene. E allora perché tornarci sopra di nuovo, dopo aver detto di non volerne più sapere? Forse perché é vero quello che mi ha detto un caro amico: "Il blog aveva luci ed ombre. Delle ombre sai ormai tutto: autogratificazione, esercizio d'estetica, eccessivo tempo, esclusivo rifugio, proprieta' privata.... Litanie in negativo. Le parole sono diverse, ma la musica e' la stessa. Non senti? Turris eburnea, ianua coelis, salus..., refugium..., consolatio.... Le luci dovrebbero valere di piu', ne hai i segni... e anch'io gironzolavo con piacere nel giardino dei tuoi pensieri, traendone beneficio..."
Riproporsi qui, allora - di tanto in tanto e con più saggezza ed equilibrio - significa provare ad indossare un vestito nuovo, che quelle ombre sappia scrollarsele davvero di dosso. E' un passaggio delicato, questo, molto profondo. Ma possibile. Ed io voglio provarci, in qualche modo.
Un blog fatto di carne e di sangue, come la vita vera, l'unica che conta, non quella inutile e virtuale. E messa nelle mani di un Altro. Come strumento e testimonianza del Suo amore.



La seconda stella cadente é stata, di nuovo, un vestito. Il camice da dottore, questa volta, messo da parte per un istante perché in quelle stanzette d'ospedale, adesso, c'é il volto di persone amate. Tutta la sicurezza di un mestiere a lungo collaudato vacilla paurosamente ed il volto del turbamento é scorto con chiarezza da chi ti sta davanti. Al collega che ti chiede come stai, rispondi senza pudore, svelando la tua debolezza senza veli, ma gli mostri anche che il trovarsi dall'altra parte sia parte di quell'educazione di cui hai bisogno, per andare avanti a fare sempre meglio questo mestiere così strano. Non é così, di solito, non é così quando il male riguarda tutti gli altri, e chi ti ascolta ti dice che é legittimo che ognuno tiri su le sue difese. Altrimenti - ti risponde - come faremmo a farcela ad andare avanti? E invece no che non é neppure così, se ti guardi davvero fino in giù nel profondo, senza sconto alcuno: "Il medico deve essere vero con se stesso e con la sua vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. Deve imparare a giudicare la sua vita e le sue azioni non sulla base del loro esito, ma sulla base di ciò che le muove. E questo avviamento non é istintivo, ma é l'esito di una compagnia e di una educazione."(Antonio Rodari).
Le difese non servono a nulla, certamente non ad andare avanti meglio . Stelle cadenti anche loro, questa sera.

L'ultima stella che ho visto andare giù é la stella del mio io.
In fondo quell'io, senza un abbraccio d'amore che lo sostenga e dal quale lui non tenti di fuggire, non é altro che un idolo, un dio decapitato. Un "Dio", appunto, che, con la testa mozza, diventa solo un "io": povera cosa. Ma se quell'io agisce come un "Tu che mi fai", allora sì che diventa un uomo, capace di fare cose grandi, perché strumento dell'Amore che, fattosi carne sino a provare l'abbandono, alla fine del terzo giorno é finalmente risorto.
La pretesa di un amore, elargito a prescindere da quel Tu che mi fai, é l'ultima stella a cadere questa notte. Se c'é qualcosa da donare ancora, saranno frutti di alberi cresciuti da semi che hanno saputo marcire nella terra. Note di una canzone da sempre amata.
Musica che continua ad accompagnare ogni mio passo, anche questa notte.





In mezzo a tante stelle cadenti, questa notte ne ho vista una fissa, lassù in mezzo al cielo, a forma di cometa. E mi é sembrata infinitamente più bella delle altre.
Qualche giorno fa un vicino di casa si é lamentato con l'amministratore di condominio per il monopattino di mio figlio, lasciato troppo spesso, a detta sua, sullo zerbino di casa nostra, in quel cosiddetto "spazio comune" che non deve essere occupato da oggetti personali. Sarà che i bambini, al giorno d'oggi, danno fastidio a molti. Io, comunque, il monopattino l'ho tirato dentro, ma qualche giorno fa, mentre sistemavo gli addobbi natalizi, oltre ad appendere due angioletti sulla porta, ho messo sul muro del pianerottolo - spazio comune, appunto - anche un disegno che uno dei miei figli ha fatto un po' di tempo fa. Un pezzo di cartone rotondo, qualche bel colore ed una scritta al centro, che recita così: "Vieni Signore Gesù".
Questa sera, mentre vedo cadere le stelle cariche dei peccati del mondo, ne guardo un'altra, luce fissa in mezzo al cielo e più bella delle altre, e penso a quella frase, che invoca la venuta e la presenza di Quel bambino. L'unica speranza per questo mondo triste ed affaticato, ma che possiede ancora un cuore capace di desiderare cose grandi.

Thursday, December 02, 2010

STILL WALKIN'


Molta acqua é passata sotto ai ponti e può darsi che questo blog riapra, un giorno o l'altro.
Se mai lo farà, sarà sempre e soltanto per condividere la certezza che sotto ogni cammino c'é un disegno buono.
E, in ogni caso, avrà con sé una modalità nuova:

"innalza gli scritti con la tua vita
innalza la tua vita con gli scritti"

(Igino Giordani)

stay warm, my friends

Friday, November 05, 2010

AIN'T TALKIN', JUST WALKIN'


Dopo quattro anni di vita questo blog chiude, un grazie di cuore a chi mi ha seguito sino a qui.
Gli amici restano, quelli veri non si perdono mai, aveva scritto tempo fa un amico.
Vale anche per me.
Un abbraccio.

Tuesday, November 02, 2010

STELLE DEL CAMMINO


Lo ricordo ancora bene, quel mattino di un giorno di ottobre. Un pallido sole riscaldava appena l'aria di un autunno inoltrato milanese. La stanchezza di una notte di guardia passata in ospedale faceva da contrasto col moto incessante e frenetico della città. Ma intorno al Famedio e lungo i tranquilli viali del Cimitero Monumentale, tutto sembrava ricomporsi in una dimensione del tempo e dello spazio più sensata.
Lì dentro i soliti turisti giapponesi, poi qualche distinta ed isolata persona, un mazzo di fiori in mano, il ricordo del proprio caro dipinto sul volto disteso. Poi, lungo il percorso che dall'ingresso porta alla cripta, anche uno strano viavai di persone comuni. Giovani studenti, col casco della moto, lavoratori con la borsa in mano, persino mamme alle prese con le proprie carrozzine. Anche loro qui, per lo stesso motivo per cui quel giorno ero giunto anch'io. Erano venuti a trovare don Giussani. Mi fermo ad osservarli, lungo quel percorso e poi davanti alla sua tomba e, quella che mi avvolge, é una strana sensazione. Qualcosa che scaccia il senso lugubre di morte che ricopre gli splendidi monumenti di questo luogo d'arte di Milano. Che ha a che fare con la gioia, invece, col viaggio di singole persone che vivono, percorrono la gioia ed il dolore, passano di qua. E sanno affidarsi in ogni istante.
Mentre sono davanti alla lapide del don Giuss, penso a quel fiore, gettato da mia moglie prima che la lastra di marmo chiudesse definitivamente allo sguardo il corpo di quel prete brianzolo, che amava le sigarette ed il buon vino, ma che più di tutto aveva amato il Volto ed il Destino di tanta gente incontrata giorno dopo giorno, persone che poi non avevano più cessato di seguirlo. Che privilegio aveva avuto, mia moglie, ad essere presente in quel momento, a tradurre in un gesto tutta la sostanza del suo cuore. Era per quello che dietro a quella lapide c'era un pezzo anche del mio. Ed era per quello che quel mattino mi trovavo lì.
"Chi é don Luici Ciussani?", mi aveva chiesto quel signore là davanti, l'accento simpaticamente inglese. "E' il fondatore di Comunione e Liberazione", avevo risposto un po' sorpreso, quasi incapace di esprimere sul serio l'entusiasmo del mio cuore. "Oh, beautiful!", mi aveva risposto lui, sottolineando tutto con uno splendido sorriso, quasi a dirmi: si capisce che questo é un luogo vivo, vivo per davvero.

Altre volte ero tornato laggiù, spesso di ritorno da quelle mie notti lungo le torri di guardia.
Quel mattino faceva freddo, sembrava autunno, invece che aprile: "smonto dalla guardia in ospedale. E' stata dura questa notte, c'é stato da combattere laggiù. Il freddo mi avvolge. Il gelo dell'aria, quello della sofferenza che ho incontrato, quello - soprattutto - delle miserie di me stesso, che a volte mi attanagliano senza pietà". Ero tornato da Giussani, ora che avevano traslato il suo corpo dalla cripta sotto al Famedio ad una bella cappellina, proprio al centro del viale principale. Chiara Lubich era appena partita e, dopo la sua nascita al cielo, avevo un irrefrenabile bisogno di venire ancora qui.
Un calore s'era fatto strada a poco a poco, ora che la figliolanza era divenuta, finalmente, completa. E dentro di essa si era fatta strada anche quella pace che troppo spesso non ho. Stavo imparando a riconoscerLo sempre più, ad andare al di là della piaga, dentro quel grido misterioso emesso in croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", che aveva spalancato l'umanità all'Amore infinito.
Non c'era più gelo in quel mattino: "sto imparando ad abbandonare in Te tutto quel freddo, per incontraTi in ogni fratello che mi si para innanzi, in quell'avventura sempre nuova e affascinante che é l'attimo presente della vita".

Ma quella figliolanza aveva ancora una tensione. Bisogno di un segno tangibile, un luogo fisico, visibilità di una memoria. Oggi il Comune di Milano ce l'ha messo. Ha ricordato Chiara, sua cittadina onoraria, trascrivendone il nome al Famedio, aggiungendolo a quello di tanti altri illustri. In un giorno di pioggia, tanti volti si ritrovano qui, volti a tratti solenni ed a tratti incuriositi ed anche un po' intirizziti, ma con un senso di affezione che si fa strada lungo l'ascolto delle parole del sindaco Moratti. La cittadinanza a Chiara era stata votata all'unanimità in quel consiglio comunale del 30 ottobre 2003, con una motivazione che ne sottolineava il suo impegno a coltivare ovunque i semi del bene. E Chiara, nel corso del conferimento solenne del 20 marzo 2004, aveva esortato la città tutta "a divenire una stella che indichi il cammino a tanti: una profezia di che cosa potrebbe essere il mondo se tutti gli uomini la imitassero".
Mentre ascolto, di tanto in tanto mi guardo intorno, ho già salutato qualche amico e qualche sorriso fa in tempo ancora ad incrociarsi. Poi il mio sguardo, quasi d'istinto, si rivolge lassù in alto. Il cielo é stellato per davvero, un blu intenso, dipinto per esteso lungo le volte del Pantheon. Stelle che indichino il cammino, uomini vivi, uomini veri, che abbiano a cuore la fraternità. E' questo che aveva a cuore Chiara. Ed é per questo che sono qui. Non per ascoltare parole, seppur belle ed accorate. Ma per posare uno sguardo lassù, terreno fertile dove farne crescere le radici, perché possa poi diventar capace d'amare la circostanza che si fa carne, volto di ogni prossimo che incontro.


Capiterà ancora, di tanto in tanto, che io mi ritrovi qui. E' un luogo, questo pezzo di Milano, che dà sicurezza al mio passo incerto e mi piace ritornarvi per far memoria di ciò che mi sostiene. Mi fermo un po', prego, mi riaffido. Poi torno là fuori e riprendo a camminare, nell'attimo presente della vita. Chi mi é padre e madre mi accompagna sempre, insieme ai santi ed agli amici che mi hanno preceduto.
E' un gusto del vivere che si fa strada, momento su momento.
Ed io, trafitto da un raggio di sole, non mi sono mai sentito solo.


Assisi 2000, Comunione tra carismi from Thomas Klann on Vimeo.

Tuesday, October 26, 2010

LONG AGO, FAR AWAY


Se una sola canzone come Like A Rolling Stone, ha avuto la capacità di generare un libro intero, sebbene scritto dal grande Greil Marcus, su un'uscita discografica come le rimasterizzazioni mono dei primi otto dischi di Bob Dylan, si potrebbe scrivere un'enciclopedia intera.
Dal 1961, anno in cui fu registrato il primo lp "Bob Dylan", alla fine di dicembre del 1967, momento d'uscita di "John Wesley Harding", c'é un intervallo di tempo che equivale ad un intero percorso generazionale. All'inizio c'é un ragazzo che, al sabato pomeriggio, si ritrova a casa Gleason, per sedersi sul divano, chitarra e armonica con sé, fianco a fianco di un Woody Guthrie stanco ed ammalato, ma capace di riconoscere la vera novità che avanza. Lo aspettava sempre, il vecchio Woody: "viene oggi, il ragazzo?", la mente dritta e sicura, l'unica cosa non tremante di quel corpo, ferocemente attanagliato dalla corea di Huntington. Un ragazzino affascinato dalla vita alla quale si stava affacciando, dall'America dei sessanta e dalle scintille della scena musicale folk di allora. Un giovane a tratti insicuro - "accadeva che improvvisamente, un istante prima di cominciare, dicesse:'non ne ho voglia, andiamo a casa'. E io: 'Bob devi andare avanti" (Mikki Isaacson) - ma allo stesso tempo entusiasta e deciso come pochi altri: "dava l'impressione di essere uno che conosce tutte le regole e le trasgredisce regolarmente.. si mascherava da quello che non sa nulla ma si capiva che sapeva quello che faceva e che ignorava le regole deliberatamente: e la cosa funzionava" (Dave Van Ronk). (1)

Ma Dylan, che doveva andare avanti, lo sapeva bene. E in questi dischi ci sono tutti i paesaggi della sua avventura. Il fascino di quella voce narrante, che percorre le emozioni della propria particolarissima esistenza e fa da colonna sonora degli scenari più importanti. La Civil Rights March di Washington é ancora una chitarra acustica che suona, così come lo é il timore di una nuova e devastante guerra atomica, una tragica e definitiva hard rain che i signori della guerra rischiano di far scoppiare nei difficili giorni della crisi missilistica di Cuba del '63. Ma il ragazzo che cresce e si fa uomo é una musica e un'anima che si fanno sempre più complesse e articolate. Il suono diventa di mercurio ed é la vita che si stratifica lungo avvenimenti intensi. Da Bringin' It All Back Home fino a Blonde on Blonde c'é spazio per il matrimonio con Sara, forse l'unico vero grande amore di Bob, per i figli, per una vita on the road sempre più sfida con se stesso e con un pubblico che non capisce quante le sue ruote corrano sempre troppo veloci. L'anticlimax del festival di Newport del '65, la sfida a duello col pubblico inglese dei concerti del '66, sono l'epifenomeno di un'unicità artistica che non può fare a meno di lasciare un segno indelebile nella storia della musica che amiamo. E' per questo che una canzone come Like A Rolling Stone può produrre un libro intero. "Suonate fottutamente forte!", aveva gridato ai suoi musicisti quella sera, alla Free Trade Hall di Manchester, perché no, accidenti, lui non era Giuda, come aveva urlato quel ragazzo giù nel pubblico. Lui stava andando semplicemente dritto per la propria strada, l'aveva sempre fatto tutto il tempo ed il problema degli altri era il non comprenderne la sincerità e la passione. Scrive Greil Marcus, di quel momento leggendario: "Dylan si accolla la canzone come se non avesse mai sentito un fardello simile in tutta la sua vita. Non la canzone, ma tutto quello che era venuto prima e lo scontro che rimane. E' una stanchezza che va oltre il corpo, é uno stato dell'essere; si muta in rimpianto. Poi ogni emozione é possibile. La quarta strofa e l'ultimo ritornello portano via il tetto dell'edificio, spazzano via tutti i limiti della canzone, con quello che a prima vista sembra rabbia che si trasforma dentro ogni parola in un abbraccio, poi avversione, poi sgomento: lo stesso cantante é impaziente di vedere quello che seguirà. Robbie Robertson accompagna la canzone che va avanti per quasi un altro minuto, quasi rifiutandosi di lasciar andar via la gente. Quando finisce, l'applauso sommerge qualsiasi altro rumore". (2)

Tra il penultimo e l'ultimo disco di questo cofanetto, rispettivamente Blonde On Blonde e John Wesley Harding, c'é ancora una volta un universo intero. Dall'orlo dell'abisso, il rischio grosso di finire prematuramente un'esistenza che correva ormai decisamente fuori giri, alla vita familiare di Woodstock, forse l'unico periodo sereno della vita di Bob. L'incidente motociclistico del 29 luglio 1966 é uno spartiacque, uno stop certamente non cercato, ma forse esistenzialmente atteso, una modalità per ripartire, provando a riconsiderare tutto da un punto di vista diverso. "Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean, sono tutti morti", aveva scritto una volta e Dylan non poteva e non voleva essere un faro generazionale, sorta di nuovo messia per qualsivoglia turbamento o desiderio di cambiamento di tutti coloro che si sentivano identificati in lui, col rischio di mettere poi a repentaglio la sua stessa vita lungo un'insostenibile accelerazione. Il suo percorso artistico e musicale era certamente espressione tra le più sensibili della sua epoca, ma comunque sempre e soltanto descrizione della ricerca di significato per la sua stessa vita. "Io scrivo canzoni, una poesia é un uomo nudo.. qualcuno dice che io sono un poeta", aveva detto ancora, e allora che senso ha cercare di rendere ancor più nudo un uomo che si é già reso pietra rotolante, che, come la donna della sua canzone, é invisibile, adesso, e non ha più niente da nascondere? E' più logico, invece, che sia il prodotto di quell'arte - le canzoni - ad avere dignità per camminare da sé, perché ognuno possa farlo proprio, lasciando che l'autore continui a percorrere la sua strada. Se, dunque, "una canzone é qualcosa che può camminare da sola", che ciascuno percorra il proprio viaggio, anche grazie ad essa. Magari insieme, però, perché la condivisione non é esclusa da questa modalità e proposta di cammino. E, d'altra parte, se il Never Ending Tour é ancora in corso e il vecchio Bob é ancora lì sul palco a riproporsi senza tregua, significa che, a dispetto di un'impressione fredda e distaccata, c'é un bisogno reale di andare avanti insieme: "Dicono 'Dylan non parla mai'. Che accidenti c'é da dire ? Non é quella la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente. Un artista ha uno scopo differente. Io non voglio essere insensibile e dire che non me ne importa niente. Ti importa, ti importa molto altrimenti non saresti lì. Ma c'é un diverso tipo di connessione. Non é una cosa leggera. E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta" (3).



Che si provi, allora, a ripercorre un lungo pezzo della strada di Dylan, attraverso l'ascolto sincero e appassionato degli otto affascinanti dischi di questo cofanetto. Sono canzoni scritte tanto tempo fa - long ago, far away - ma sembravano così vecchie allora, sono molto più giovani, adesso. E magari accadrà anche a noi, come al protagonista di Masked & Anonymous, di scoprire dove stanno di casa quella verità e quella bellezza di cui abbiamo sempre bisogno: "sono sempre stato un cantante e probabilmente niente di più. A volte non é abbastanza conoscere il significato delle cose, a volte abbiamo bisogno di non saperne il significato. Le cose stanno cadendo a pezzi, specialmente il buon ordine di regole e leggi. Il modo in cui guardiamo al mondo é il modo in cui siamo fati. Se lo guardi da un giardino fiorito tutto sembra perfetto. Sali su una vetta più alta e vedrai saccheggi e omicidi. La verità e la bellezza sono negli occhi dell'Onnipotente: ho smesso di preoccuparmi di capire cosa succede molto tempo fa".




Note:
(1) da: Anthony Scaduto, Bob Dylan, la biografia, Arcana ed.
(2) da: Greil Marcus, Like A Rolling Stone, Donzelli ed.

(3) intevista di Jonathan Lethem per Rolling Stone, settembre 2006,



Sunday, October 24, 2010

REALTA'

"Papi, qual é la cosa più bella del tuo lavoro?". Ancora una volta mia figlia mi spiazza. E no, che non si fa così, che diamine. Non si fanno queste domande a tavola alla sera, coi miei due figli più piccoli che, invece di mangiare, fanno il solito casino. Ed io, in questo momento, mica sono di guardia in unità coronarica, magari alle prese con un turno di quelli che sembra che sia arrivata l'apocalisse là fuori, oppure alle tre del mattino davanti alla macchinetta del caffé, quella che ha per sfondo le luci della città e le montagne tutte intorno all'orizzonte.
No, non si fa così, cara figlia mia, che poi dopo cena al lavoro ci devo andare per davvero e se fai in questa maniera, finisce che mi tocca mettermi a pensare al modo in cui ci vado e così mi vengono in mente sia gli entusiasmi e le passioni, che le infedeltà e i fallimenti. Insomma quel misto di vittorie ed insuccessi, i soliti maledetti impostori, che non c'é una volta che siano serviti a tenermi veramente in piedi.
"Sai qual é la cosa più bella? - le rispondo dopo averci pensato per un po' - E' che non c'é nessun lavoro come questo che ti metta così tanto di fronte al reale. Perché sia colui che soffre che quello che se ne prende cura, si trovano davanti alla domanda più profonda di significato del proprio cuore. Ed hanno la possibilità di condividere questo pezzo di strada insieme".

Non sono più a cena coi miei figli e con mia moglie, adesso: sono arrivato dove dovevo andare, lungo le torri di guardia di un'altra notte in ospedale. Ma per questa volta il sasso é stato lanciato ed io sono stato ben felice d'essermi chinato per raccoglierlo. Magari per ricordarmi che quel pezzo di strada, per fortuna, non é condiviso solo da me e da chi mi troverò davanti anche stasera.
Ma anche e soprattutto dall'Amor che move il sole e l'altre stelle.

Wednesday, October 13, 2010

SWEET HOMETOWN

Possibile che nessuno l'avesse sentito? Eppure aveva urlato, parole così forti da entrare dritte nelle orecchie, sino a trafiggere il cervello. Oltre il volume, tirato al massimo, delle cuffiette del suo iPod, strette tra il bavero dell'impermeabile, tirato su a fare da scudo contro il freddo del vento e serrato con le mani a sé, quasi a proteggere l'anima e il cuore. "C'è qualcuno vivo là fuori?", aveva gridato, più forte della musica che accompagnava i suoi passi in quella Milano così gelida già in autunno. No, non c'era nessuno in giro, nessuno vivo, neppure in mezzo a quella folla che gli camminava intorno. Erano tutti soli, o male accompagnati; tutti alle prese col proprio male di vivere, lo sguardo ostinatamente verso il basso, il passo veloce, corpi abituati a urtarsi gli uni gli altri, facendosi maleducatamente largo nelle strade, rese strette dalla presenza dei troppi guai.
Che razza d'infanzia aveva avuto, là dentro? Forse era per quello che non se la ricordava più. Niente prati verdi, né biciclette; non cieli azzurri, o nuvole nel cielo. Solo nebbia, asfalto ed orizzonti grigi e piovosi. Ed ora le cercava, disperatamente, quelle nuvole, ma quelle che vedeva erano tetre come i suoi pensieri. Avrebbe voluto volare su, sempre più su, fino a vederlo bene, quel cielo che aveva sempre e soltanto immaginato. E come un aviatore, sparire poi lassù in cima, spegnere il motore, respirare forte e vedere se gli fosse riuscito di non tornare più indietro. Sentire la musica vera, la musica del silenzio che ci fa cantare...


Quando si risvegliò era seduto sul sedile dell'auto, ferma lungo una stradina di campagna, via secondaria rispetto a quella principale, la provinciale che era solito percorrere tutti i giorni. Davanti a lui, il bosco di pioppi non c'era più. Era rimasto solo un po' di prato e quel sottile fiumicello, un rigagnolo in realtà, ora che le piogge tardavano a farsi vedere. Tutti gli alberi erano stati tagliati e portati via, segati per bene, resi legna da ardere per le moderne stufe. Si erano portati via anche quello, l'albero caduto, lasciato di traverso lungo quel sottile rivo d'acqua, abbattuto chissà quando e da che cosa, un colpo di vento, una grandinata forte di un giorno ormai lontano. Quell'albero era rimasto a lungo là disteso, i rami ormai avvizziti, privati della vita delle radici, ma rimasti abbarbicati al fusto delle altre piante ancora in piedi, nel disperato tentativo di rimanere aggrappati a qualcosa che potesse donar loro ancora un po' di vita.
Ogni tanto ritornava là, giungeva in quel luogo facendo viaggiare l'auto lentamente, poi spegneva il motore e si fermava per un po'. Si era affezionato a quel tempo e a quello spazio, all'albero caduto, agli alberi ancora in piedi che a quello sdraiato continuavano a voler bene. Ci tornava soprattutto quando era la sua vita a traballare, quando i pensieri ed i gesti si mettevano ad attraversare gallerie oscure, quando, per le sue infedeltà e contraddizioni, cessava di amare. A volte scendeva dall'auto e si metteva volentieri a camminare, il terreno ad impolverare le scarpe ed i calzoni. E spesso, poco a poco, quel passeggiare diventava anche preghiera, luogo di ritrovo del senso più profondo che anche nei momenti bui gli sembrava di cogliere dalle circostanze e dalle cose. Quel groviglio di tronchi, fusti, rami intrecciati tra di loro era il senso di comunità che avvolgeva tutto. E qualche volta, in fondo a quel rivo d'acqua, gli era parso di veder sorgere anche il sole.

Si svegliò di nuovo. Era sempre in mezzo alla gente, le cuffiette dell'iPod ancora addosso e qualcuno, urtandolo lungo il marciapiede, aveva mormorato un sommesso "scusi". Allora aveva tolto elmo ed armatura. Via la musica ed il cappello, un respiro profondo a far entrare tutta l'aria e anche lo smog della città. Poi si era messo pure a sorridere alla gente, quella che, prima, gli sembrava non si curasse minimamente di nessuno, ma che ora, invece, sentiva misteriosamente legata a sé.
Aveva cominciato a fissare la bestia negli occhi, ma si era tolto prima tutte le armi di dosso. Non era una sfida a duello, quella che si stava per compiere. Era, invece, uno sguardo largo che si faceva strada, diverso, in qualche modo anche armonioso e misericordioso, su tutto ciò che vedeva e sentiva attorno a sé.
Sapeva che era difficile amare quel luogo se non ci si era nati. Difficile come difficile é amare chi é irascibile e scontroso, chi non compie il primo passo, perché il suo cuore si é indurito, a furia del dolore dal quale ha dovuto difendere se stesso o che, suo malgrado, ha dovuto lasciare entrare dentro sé. Ma nessuno é indifferente all'amore. E quella frenetica e nevrotica città era fatta di tanti volti, nessuno dei quali avrebbe rifiutato quel poco d'amore che lui, adesso, aveva voglia di donare.
Così si era messo ad osservare le persone, ad una ad una. I volti dei bambini, o quelli dei vecchi coi sacchetti della spesa. Gli yuppies in carriera e poi i ragazzi, le donne, gli extracomunitari incrociati mille volte, sempre fermi agli stessi semafori a chiedere la carità. Ecco dov'era bella la sua povera città. Non nelle piazze o nei monumenti e nemmeno nei teatri o nei caffé. Era bella dentro quei visi e quegli sguardi, che a fermarsi ad osservarli, invece che a schivarli, ci si accorgeva di come ognuno avesse dentro la sua strada. E che la strada, per quanto tortuosa e impervia potesse essere o apparire, aveva sempre la faccia di un Destino buono, che ha a cuore il desiderio più profondo del tuo cuore, quello che fa rima con felicità.
C'era una frase, forte, che si era fatta carne, frase scritta da poco da un ragazzo, partito troppo presto per il cielo. Quella frase, ora, sembrava dare senso anche ad ogni conto che sembrava quasi inesorabilmente non tornare: "Non esiste luogo in cui non ci sia la possibilità di creare unità, ogni persona la porta dentro, ma la esprime in modi diversi e bisogna amare senza condizioni".

Da quel giorno decise di voler essere una frase incarnata, parola vissuta, ma sentiva d'aver bisogno ancora di qualcosa. Di un modello, forse. Di un aiuto, certamente.
All'improvviso si trovò davanti ad un portone e lì, dipinto, vide quello che cercava. Il volto di una donna, l'amore di una Madre: eccola, era, quella, la misura. L'Amore mescolato tra tutti, uomo accanto a uomo, come s'inzuppa un frusto di pane nel vino.
Ce la poteva fare, ora sì che ne era certo, ora che non era più da solo, alle prese col deserto lastricato composte da tutte le sue inutili e buone intenzioni; ora l'aiuto di cui aveva bisogno sarebbe arrivato in ogni istante, da Chi era disposto a donarlo gratuitamente, chiesto, com'era, da un cuore sincero.
Respirò a pieni polmoni, l'aria non sembrava poi così tanto inquinata, in fondo. E guardò, un po' più in là, lontano: in mezzo all'asfalto, alle auto ed alla gente, c'era pure un po' di verde.
Tirò un sospiro profondo, per la prima volta si sentiva libero davvero.
E, anche se ci era nato, si accorse di non averla mai amata così tanto, quella sua nevrotica, impossibile, fantastica città.


Ringraziamenti:
A Paolo Vites, per la foto che ha scattato, riprodotta qua sopra e rapita da un portone di città e che trovate pubblicata sul suo blog, a questo link.
A Claudio Chieffo, Bruce Springsteen, Chiara Lubich, che hanno incrociato, come capita spesso, i miei pensieri.
E a Luca, cui é dedicato questo post, partito troppo presto da quaggiù, ma certamente felice, ora che é nel seno del Padre.

Wednesday, October 06, 2010

HUNGRY HEART




"Quando ho accettato di sedermi, di nuovo, di fronte alle cento canzoni di Bruce Springsteen (macché, sono molte di più), per tradurle, spiegarle, amarle di nuovo, l'ho fatto per riappropriarmi di qualcosa che sento mio. E' quel sentiero che ogni tanto amo percorrere a ritroso, come il protagonista di Long Walk Home. Che ha visto un bel pezzo di vita passare davanti ai suoi occhi, molte cose e volti, cambiare, eppure torna davanti alle botteghe di una volta, infila dentro la testa per capire chi c'é e chi é andato via. E' un processo bello e doloroso. In una parola: inevitabile".
C'é forse bisogno di queste parole di Ermanno Labianca, tratte dall'introduzione di Talk About A Dream - uno dei suoi libri di testi commentati di Bruce Springsteen - per indicare la modalità giusta con cui calarsi nella musica di For You 2, il tributo a The Boss di un folto gruppo di artisti italiani, uscito su doppio cd in questi giorni per la nuova nata casa discografica Route 61. Perché ripercorrere queste canzoni é di fatto un'affacciarsi a quelle botteghe, per vedere che le vecchie canzoni che abbiamo amato non se ne sono mai andate via.
E' per questo, allora, che il fatto che un manipolo d'italiani provi a reinterpretarle possiede un senso, spazzando via ogni sensazione di déjà vu o d'inutilità. E' un qualcosa, invece, che ha a che fare con la canzone popolare, col fatto che quella canzone, perché resasi capace di raccontare qualcosa che é di tutti, può essere fatta propria da ciascuno, mantenendo intatta la poesia e la verità che ha dentro sé. Se quello di Springsteen é spesso un acquerello, dove trovare dipinta quella terra di mezzo abitata dalle speranze andate in frantumi dell'american dream, allora non é difficile trovare rispecchiate in esso le nostre stesse aspettative, i sogni, tutti i dolori e le brevi gioie di esistenze che, al fondo, hanno le stesse esigenze interiori, perché il desiderio del cuore dell'uomo é lo stesso, sia che si trovi nelle pianure del Nebraska o sulle colline dei castelli romani.
Il rock'n'roll - diceva Springsteen - era l'America vera che ti entrava in casa. Qualcosa, dunque, che ha a che fare con la vita, mai ripetitiva, mai uguale a se stessa. Ecco perché gli artisti di questo disco compiono un esperimento che può dirsi riuscito, perché il loro mettersi di fronte a una cover diviene lo spalancare una porta e permettere a quel desiderio del cuore di trovare la propria via d'uscita, fare esperienza di vita e dimostrare a se stesso che esiste.
Allora, anche musicalmente, ci sta tutto. Come le diversioni chitarristiche di PJ Faraglia su State Trooper e Cadillac Ranch, la rilettura italiana di Metamoros Banks da parte di Luigi Mariano, o, ancora, le suggestioni irlandesi dei Modena City Ramblers su The Ghost Of Tom Joad. Ma anche le versioni, ricche di pathos, di canzoni come Radio Nowhere (Daniele Groff), Sherry Darling e Be True (Lorenzo Bertocchini), Eyes On The Prize (Tenca/Severini/Basile), Tomorrow Never Knows (Francesco Lucarelli), la spettacolare Land Of Hope And Dreams dei Mardi Gras e tante (tutte?) altre ancora.
Ma, soprattutto, ci sta che la scelta delle canzoni e lo stile musicale sia quello che predilige i tempi lunghi e distesi, la ballata struggente, il rock che lascia il passo al folk o al country malinconico; un percorso narrativo che si dimentica dei muscoli perché col tempo c'é sempre più bisogno di spazio per pensare piuttosto che per correre e ballare.

La mia Route 61 é spesso una strada che schiva il traffico cittadino, per infilarsi sinuosa a ridosso dei campi, di cui ora l'autunno sta smorzando i colori. Curve vicino ai fossi, tratti dove sei costretto a rallentare l'auto, ma anche la frenesia stessa dei pensieri, appesantiti da notti talora insonni o da giornate dove la sofferenza che ho incontrato ha reso troppo affranto anche il mio cuore. In mezzo ai tempi dell'anima, anche queste canzoni trovano, in questi giorni, il loro giusto spazio, così come lo trova uno sguardo sempre più profondo sul senso delle circostanze e di ciò che mi accade intorno. Sempre di cuore si tratta, ma non quello fatto di sentimentalismi. Un cuore, invece, ogni giorno sempre più affamato - Hungry Heart - di quello che é vero e di tutto ciò che dura e che non può morire.
Quella frase, che mi ha rincorso tutta estate - e di cui ne ho intravisto, a tratti, il senso - continua a non darmi tregua neanche adesso. "Quello che il tuo cuore desidera, esiste": basta tenerlo a mente spesso, fare in modo da non dimenticarlo, attaccarlo, sorta d'ideale post-it, proprio a ridosso dei pensieri.
Solo così il pensare e, ma sì, anche il correre delle mani e dei piedi nei gesti d'ogni giorno, o al ritmo della musica buona, acquista senso. Ed anche la mente trova quel filo rosso che lega le cose tra di loro, anche quando quelle stesse cose sembrano così misteriosamente scollegate. Basta che tutto si rivesta di uno Sguardo largo, diverso, ricco di quella Misericordia e di quell'Amore che tu non hai e che non ti puoi dare da solo.
Anche mentre ascolti un disco di tributo alle canzoni di Bruce Springsteen.

Links:
il progetto e tutte le info sul disco: http://www.foryouspringsteen.com/
la casa discografica Route 61: http://www.route61music.com/