Tuesday, May 24, 2011

24 MAGGIO

"....la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente....
E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta"
(Bob Dylan)




Ah già che oggi é il 24 maggio e quasi non me ne ricordavo più. Cosa grave per un blog che per titolo ha pure messo quello di una sua canzone. Tant'é, me ne sono ricordato adesso, dopo aver corso dietro alle solite mille cose da fare di ogni giorno. E allora happy birthday, Mr. Dylan, che aver settant'anni ed essere ancora on stage, in quel neverending tour che é questa nostra vita, é cosa bella e rispettabile davvero.
Certo che ne son passati di anni, anche per me, da quel primo ascolto su quell'ellepi appena uscito - Desire, che bel nome per un disco - che, se ci penso bene, ci sono dei colleghi che lavorano con me che, quando stavo entrando in negozio a comperarlo, loro non erano neppure ancora nati.
Insomma siamo vecchi, ragazzi, tutti quanti, ma felici del tempo che é passato.
Qualche giorno fa, poi, ho trovato anche una mail di uno studente. Sta preparando una tesi sul Bardo e allora gli é venuto in mente di fare delle domande pure a me. Mi ha chiesto quanto la sua opera abbia ispirato la mia professione, che cosa sia l'ispirazione in senso stretto e, insomma, a quali canzoni di Dylan uno dovrebbe far riferimento.
Beh, ci devo pensare, amico mio e mi ci vuole un po' perché i neuroni, ormai, son quel che sono e tutti i giorni ce n'é pure qualcuno che decide d'andar via. Intanto, però, io continuo a camminare, che di parlare ne ho sempre meno voglia - Ain't Talkin', Just Walkin', appunto- perché l'aderenza al desiderio del cuore del Bello e del Vero ha bisogno di fatti e sempre meno di parole, che "non chi che dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma colui che fa la volontà del Padre mio che é nei cieli". E allora vado avanti - I'm Pressing On - come continua a fare il caro Bob, alla faccia di tutti quelli che lo hanno dato per finito, un milione di volte, da almeno quarant'anni a questa parte.
Buon compleanno, amico, ci si rivede all'Alcatraz quest'estate; tu là sopra, a dar la vita come ogni volta, noi là sotto, a farti da compagni d'avventura, come sempre.





Saturday, May 21, 2011

ONE STEP UP AND TWO STEPS BACK

Un amico che ti manda una foto. E le sofferenze del suo cuore che camminano quotidianamente dentro le tue preghiere.
Un articolo che stai scrivendo per il tuo bollettino parrocchiale. E quella foto che c'entra con quell'avventura.
Un sabato qualunque di maggio, l'anima che non si vuol staccare dalla meraviglia che ha vissuto, l'abbraccio intenso di un milione e mezzo di persone.
Ogni passo avanti, ora, ha le radici in ciò che é stato. Un passo indietro nella mente e nel ricordo, che sostiene i passi avanti del corpo di ogni giorno.

* * *

“Allora siamo d’accordo, siete ospiti a casa mia. Vi aspetto”. L’avventura a Roma, assieme alla mia famiglia, inizia così, a casa di Gianluigi. Che poi non è che ci si conosca così bene e neppure da così tanto tempo. Ma quando l’amicizia inizia a poggiarsi da subito su Ciò che vale, succede spesso che si lascino perdere tanti convenevoli. E così andiamo, ospiti da lui, nella periferia della città, una mansarda che è già piccola per una persona sola, figurarsi per sei. Tant’è vero che il nostro amico tira fuori un materasso, lo mette per terra per sé e ci offre tutti gli altri letti disponibili della casa che, come per miracolo, spuntano fuori da ogni dove. Gianluigi fa il frate, cappellano nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Lui, la festa della beatificazione di Giovanni Paolo II la vivrà in diretta come noi, ma dietro alle spesse mura dove stanno i suoi amici, recluse e guardie carcerarie. E non sarà meno bella e meno intensa di quella di Piazza San Pietro.
La prima emozione forte è al Circo Massimo, al sabato sera. La Roma delle centomila fiammelle delle canzoni di Antonello Venditti adesso è qua, ad illuminare una veglia di preghiera di brividi ed emozioni che ti scorrono sotto la pelle senza volerne sapere di uscire. Sul palco, prima del rosario, si alternano canti a testimonianze: è l’ingresso in un clima, la predisposizione dell’anima a ciò che avverrà il giorno dopo.
La domenica mattina ci si sveglia presto. Fuori non è ancora l’alba, ma, lo scopriremo dopo, è già tardi. Via della Conciliazione è piena e la folla riempie già lo spazio fino a Castel Sant’Angelo ed oltre. Le persone presenti in Piazza, ci raccontano che siano giunte lì sin dalla sera prima. Scendiamo dalla metropolitana e seguiamo la fiumana di gente che si dirige ormai verso i maxischermi posti in vari punti della città. Il nostro è in Piazza Risorgimento, un piazzale piuttosto grande, ma neppure quello abbastanza per tutta la gente che c’é. Nulla è sufficiente per accogliere il milione e mezzo di persone che oggi hanno abbracciato la città.
Siamo tutti pronti con mantelle ed ombrelli: hanno detto che pioverà e ormai le previsioni del tempo non le sbagliano più da un pezzo. Ma oggi no, stavolta le hanno sbagliate in pieno. Perché non hanno tenuto conto di quello che sta accadendo. E che Giovanni Paolo II, lui, non può far piovere su una folla di amici così. E’ per quello che, alla fine della Messa, spunterà anche l’azzurro del cielo. E pure qualche ombrello, certo, ma solo per ripararsi dal troppo sole.
I miei figli resistono che è un piacere, ore e ore passate per terra o in piedi a camminare e pregare. Mai una parola di lamento, la stanchezza non sembra aver fatto parte di quest’evento. Nel mio cuore, intanto, l’emozione è qualcosa che si fa strada a poco a poco. Non si nutre d’immagini, né di suoni o di colori: il maxischermo è troppo lontano e posto di traverso e l’impianto audio potrebbe anche fare meglio il suo dovere. Ma c’è un popolo intorno, che vive, prega e si commuove. Che condivide il giorno della festa. E’ un cammino in cordata che basta a se stesso, che ti fa dire: valeva la pena che ci fossi anch’io.
Il giorno dopo, la messa di ringraziamento col Cardinal Bertone è un crogiuolo in cui fondere tutto ciò che ti è maturato dentro. Duecentomila persone sembrano un piccolo paese rispetto a quanto è accaduto ieri e infatti ci consentono finalmente di accedere alla piazza. Ma è ancora un popolo, immenso, che non vuole saperne d’andar via, che vuol stare col suo papa santo, stringersi attorno alla sua chiesa, continuare a camminare insieme.
E’ giunta l’ora di partire. Il saluto a Gianluigi è un arrivederci tra fratelli che hanno scoperto un legame tra loro che nulla e nessuno potrà ormai spezzare. “Tutto tace e c’è nella mia baita tintinnio di pioggia e soffio di vento”, ci scrive via sms, mentre la nostra auto procede lungo la strada che porta verso casa. E’ nostalgia di un’esperienza, di ciò che abbiamo condiviso. Del Bello e del Vero che ha riempito le piazze e le vie. Di una Chiesa che è famiglia. La grande eredità che ci ha lasciato Giovanni Paolo II.

Thursday, May 12, 2011

LA BICI, LA STRADA E LA CORSA


Il professor Tredici me lo ricordo tranquillo e sorridente, seduto dietro ad una cattedra, più o meno un milione d'anni fa. Era felice perchè era appena tornato da Città Del Messico, con in tasca il record dell'ora di Francesco Moser, della cui squadra, l'équipe Enervit, era il responsabile medico. Io, tranquillo, non lo ero per niente, anche se mi sforzavo d'essere sorridente anch'io. Già, perché lui, il professore, stava per farmi l'esame di anatomia, cioé quell'incubo che ogni studente di medicina si porta dietro per una vita intera, anche dopo che l'ha passato. L'esame andò bene al primo colpo, per fortuna, non so se per via di una preparazione adeguata o del buon umore del mio insegnante. Merito di entrambi, suppongo.
Il professor Tredici l'ho rivisto in televisione, qualche giorno fa. A raccontare della morte sfortunata di un ragazzo belga. "Non avevo mai visto niente di simile", ha detto. Una bicicletta veloce, dritta senza fiato lungo la discesa, ad accompagnare, laggiù in fondo, una vita che era destino finisse in mille pezzi, vicino al ciglio di una strada.

Stamani mi sono svegliato già stanco, voglia di andare a lavorare prossima allo zero. Ma una strada in mezzo ai campi aiuta anche a recuperare il buon umore. Mi sono fermato al solito baretto, una minuscola frazione, poche case in mezzo alla campagna. No, non servono Bloody Mary da queste parti, ma il cappuccio e la brioche accompagnati dalla semplicità e dal sorriso non hanno prezzo. Qualche volta mi siedo pure al tavolino, che c'é anche la gazzetta dello sport, libera lettura a disposizione di chi passa. Nei giorni scorsi ci ho letto sopra le emozioni del mio vecchio cuore rossonero, ma oggi lo sguardo é caduto sull'intervista a Davide Viganò, compagno di squadra di quel ragazzone belga partito prematuramente per il cielo.
"Mai pensato che la bici sia cattiva?", gli ha chiesto il cronista. Come la vita, penso tra me e me, quanto volte pensiamo che sia cattiva pure lei. "Non lo é la bici, non lo é la strada, non lo é la corsa - gli risponde Davide - La bici è speranza, la strada é maestra, la corsa é la vita". E aggiunge: "fino al punto estremo in cui si dona la vita".
"Lei é religioso?". "Sì, cattolico - prosegue lui - "Credo, seguo, prego".
"E in questo momento?", incalza il giornalista. "E' come se ci fossimo fermati tutti, a riflettere. Non più il ciclismo come sport, lavoro, spettacolo, commercio. Ma il ciclismo come umanità, qualità umana". "E adesso Davide?", prosegue lui. Già, perché c'é bisogno di una ragione in più, forse, per continuare ad andare avanti ancora. "Non sarò più quello di prima - risponde - Ma meglio. Io, i miei compagni, gli altri corridori. La morte di Wouter ci ha reso tutti più consapevoli, più responsabili, più umani. Migliori".

Mi alzo, una lacrima, piccola piccola, sta iniziando a solcare impertinente il mio volto assonnato del mattino. E meno male che nessuno se ne é accorto, che a commuoversi, i nfondo, ci si vergogna sempre un po'. Vado a pagare il mio cappuccio e la brioche: due euro e dieci, penso, sono fin troppo pochi per tutto quello che mi é stato dato. Risalgo in macchina: é strano, mi é tornata pure la voglia d'andare a lavorare.
Forse siamo tutti un po' migliori, stamattina.



Monday, May 02, 2011

SI DOVEVA ANDARE

Perché si doveva andare a Roma il 1° maggio lo scrive il mio amico Paolo, con parole capaci di raccontare il mio cuore meglio di quanto avrei potuto fare io.
E' stato bello essere là.
Insieme ad un milione e mezzo di cuori così.

Si doveva andare! Si doveva andare, per un debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II per la sua paternità e per quello che ciascuno di noi ha ricevuto dalla forza della sua testimonianza e dalla sua passione missionaria.
È stato un grande evento, che ha reso memorabile la giornata riempiendola di un’intensità di vita palpabile, penetrante, coinvolgente.
Di questa intensità fa parte la fatica, compagna abituale della gioia in questa vita: la tensione delle prime ore, ancora nel buio della notte, poi alle prime luci dell’alba, premuti in una folla traboccante, astrattamente irrazionale, ma concretamente fatta di volti, non sempre simpatici, eppure ognuno con i segni di una storia personale, intima, che conduceva lì, carica di attesa, alla ricerca di una risposta a una domanda forse non chiara ma insopprimibile, come una promessa non ancora compiuta.
Anch’io, parte di questo popolo, ero lì per vedere di nuovo la potenza di Cristo all’opera, per riconoscere la Sua presenza, che la Chiesa ci indica attraverso la vita di un uomo, di un testimone della fede, ma che si manifesta nella Chiesa stessa, anche in quel luogo, in quel momento, in quella liturgia.
Giovanni Paolo II è stato servitore e guida di questa Chiesa, santo perché innamorato di Cristo, uomo vero perché tutto determinato dalla fede, dalla speranza e dall’amore cristiani.
Di questa conferma ho bisogno, perché anche per me è possibile vivere così, come per tutti, ciascuno rispondendo alla chiamata di Cristo nelle circostanze in cui è posto.
Perciò l’applauso dopo la proclamazione che il Servo di Dio Giovanni Paolo II è Beato è stato l’espressione della speranza, una speranza certa perché fondata su quello che ho visto. È stato il rinnovarsi dell’invito a non avere paura di Cristo, un richiamo di cui ho sempre bisogno.
Sì, dovevo proprio esserci, lì a Roma!
(Paolo Rivera)

Thursday, April 28, 2011

PLAY ME SOMETHING SWEET

Play me something sweet / something strong
That will not break or bend /something that could carry me along
On days when friends can't even help a friend
Let the song inside you / Rise and grow and then
Play me something sweet / And your sweet song
Will help me smile again
(Jono Manson)

Forse potrei anche smetterla di comprare riviste o di navigare in lungo e in largo nella rete, nel tentativo di riuscire a masticare un po' di più quella strana lingua (morta, a parere di alcuni) del nostro rock'n'roll. In fondo mi basta seguire le dritte dei miei bravi spacciatori, quei mentori dietro ai quali conviene sempre andare perché é difficile che non ti dicano i luoghi giusti dove sia conveniente parcheggiare. Uno bazzica le rive del fiume rosso, un altro ama i vinili come me ed altri due si nascondono dietro il buon vino, ma sono sempre stati fondamentalmente dei discografici per passione. Insomma, avete capito di chi parlo e poi basta cliccare sopra i loro blog per capire di che stoffa stiamo parlando.
Tant'é, sta di fatto che grazie ai consigli di costoro, tre cd sono finiti nel lettore di quella scassatissima macchina che ogni giorno mi porta avanti e indietro lungo le strade di questa noiosissima pianura padana e non ne vogliono proprio più sapere di uscire. Che poi l'esercizio di per sé - quello dell'ascolto ripetuto - é pure rischioso, perché quando un disco piace troppo, sarebbe buona cosa ascoltarselo anche un po' di meno, per non trovarsi poi alle prese con quei simpatici sintomi vagali tipo nausea, capogiri e via discorrendo.

Comunque sia, ecco qua. Il primo disco di nome fa John Popper, che con i suoi trovatori di Duskray ha fatto davvero un bel lavoro. Il mio amico Major - il direttore - dice che sembra un disco di Jono Manson con voce diversa più armonica. Sarà. Massimo rispetto per chi in casa sua ha nientepopodimeno che la bandiera del Texas regalatagli dal governatore in persona. E poi lui é uno dei quattro mentori e quindi non si discute. Il fatto é che Jono già mi piace per conto suo, quindi se ci metti la voce di Popper, che non é male, e la sua armonica, che canta meglio di mille altre voci e lancia assoli ancora meglio di cento chitarre, cosa volete che ci faccia se poi mi piace da impazzire?
Il secondo viene dal Good Doctor, col quale mi piacerebbe andare on the road più spesso, se solo potessi. Ma non posso e quindi mi godo almeno le sue dritte. L'ultima di nome fa Kurt Vile e di disco fa una roba del tipo un cerchio di fumo a farmi d'aureola, che già come titolo suona che é un piacere. Le canzoni, poi, suonano ancora meglio e sono chitarre che fanno tintinnare quanto basta il jingle jangle del mattino (o del tramonto, fate voi), come dico sempre io (o lo aveva detto qualcun'altro?) . Sapete quel suono di mercurio - accidenti se mi ricordassi chi é che aveva detto questa cosa - insomma quella roba che, quando la senti, non riesci più a tirar via la musica dai brividi del tuo cuore.
Il terzo, in realtà, é un disco mio, ma l'uomo dei vinili ne ha benedetto la canzone più bella - quella di Porto Cotone - e quindi é come se fosse diventato anche un po' suo. Non é di moda parlare dei francesi in Italia di questi tempi. Ora poi che si stanno comprando tutto, pure il latte, é anche peggio. Ma cosa volete farci, io non riesco a smettere di amare loro ed i paesaggi in cui si trovano ad abitare. Che poi sfido chiunque dovesse incontrare questa ragazza - che di nome fa Isabelle Geffroy, ma chiamatela pure Zaz - mentre canticchia, su, nella piazzetta di Montmartre, come faceva almeno fino a poco tempo fa, a non rimanere affascinato in qualche modo.

Insomma, ho deciso che queste canzoni me le porterò per strada ancora per un po', almeno fino ad un attimo prima che mi vengano pericolosamente a noia e in attesa, naturalmente, delle prossime dritte. A patto che si sblocchi il lettore cd dell'auto perché l'iPod, c'é poco da fare, proprio non riesco a sopportarlo...






Saturday, April 23, 2011

OCCHI DI PASQUA


Auguro a tutti noi occhi di Pasqua,
capaci di guardare nella morte sino a vedere la vita,
nella colpa sino a vedere il perdono,
nella separazione sino a vedere l’unità,
nelle ferite sino a vedere la gloria,
nell’uomo sino a vedere Dio,
in Dio sino a vedere l’uomo,
nell’Io sino a vedere il Tu.
E insieme a questo,
tutta la forza della Pasqua!

(Klaus Hemmerle)

Wednesday, April 20, 2011

CORPI E ANIME

Il paesaggio, in fondo, non doveva essere molto diverso, neanche allora. Strade sterrate al posto di quelle asfaltate, ma per il resto le stesse distese di campi, il marrone intenso della terra arata, l'azzurro del cielo ed il sole del mese d'aprile, già così deliziosamente caldo.
Poche case lontane, in quelle lingue di territorio da Rosate a Gaggiano, o lungo la strada che da Abbiategrasso porta sin giù a Motta Visconti, i confini della campagna milanese con quella di Pavia, a lambire quella splendida cornice che é l'abbazia di Morimondo. Lungo quelle strade, Riccardo Pampuri, medico condotto da quel di Trivolzio ai primi del secolo scorso, aveva iniziato a farsi rapire dal fascino di una vita santamente vissuta, aderendo a un Disegno che all'inizio della sua vita lo portò a visitare ammalati da una cascina all'altra, immerso in paesaggi di campagna simili a questi.

Ho visitato una donna a casa sua. Un'anziana signora, nello stesso luogo dove, pochi anni prima, avevo accompagnato un pezzo di vita del marito. Di lui ricordo il dolcissimo sorriso, la mitezza e i movimenti lenti, un estate serena prima che il Signore se lo portasse via, a pochi giorni dal Natale, il cuore ormai infranto dalle conseguenze di un infarto troppo esteso. Quando sono arrivato a casa, lei era distesa a letto, sorridente, nello stesso lato occupato un tempo dal marito. Un grande letto matrimoniale, ma lo stesso posto occupato da tutti e due. Ci sono tanti modi di mostrare agli altri quanto si possa essere legati, ma ve ne sono alcuni forse un po' più speciali.
E' stato in quella casa che, indegnamente, mi é tornato in mente san Riccardo, le sue uscite d'inverno, gli inverni di una volta, quelli freddi per davvero, su un povere calesse, a visitare di giorno e di notte chiunque avesse bisogno di lui, senza mai un lamento e senza tener nulla per sé, tanto era il suo zelo nel donare tutto ciò che aveva ai poveri.

Tornando a casa, la luce del tramonto si é rimescolata a quei paesaggi, alle sensazioni forti cucite addosso più strette di un abito sotto misura ed alla musica, che sempre mi accompagna. Josh T. Pearson va ascoltato in momenti così, fuori dalla frenesia del traffico e della mente, lontano dalle vie troppo strette della città e dei propri pensieri. Sulle note di quel disco - l'ultimo dei gentlemen di campagna - ho ripensato a corpi e ad anime, a corpi che vedo troppo spesso martoriati e ad anime che vedo, al fondo, sempre inesorabilmente belle; quelle anime a cui teneva tanto san Pampuri, quando ne curava i corpi coi mezzi che aveva a disposizione nel suo tempo.
Se c'é un disco che, di questi giorni, mi fa pensare al corpo e all'anima come alle due cose di cui siamo fatti - indissolubilmente legate tra di loro - é forse questo. Legate come lo sono tra loro la voce e la chitarra di Josh con il violino di Warren Ellis. Come le liriche e le armonie delle canzoni, solo apparentemente tristi e difficili, in realtà dolcissime e piene di speranza al di là del dolore. Come la via crucis di una settimana santa, capace di portarti, alla fine, alla Resurrezione, perché é questa la verità più bella e più forte della fede.

Poi, quando sono arrivato in città, mi sono fermato nel mio negozio di dischi preferito e mi sono comprato il cd, dando corpo all'anima di canzoni, troppo freddamente uscite sotto forma di files da un iPod, ma entrate già prepotentemente nel mio cuore.
Vivere in questo brulichio di case e di palazzi grigi, in fondo - ho pensato tra me e me - lontano dal verde dei prati e dall'azzurro del cielo, dovrà pur servire a qualcosa, una volta tanto.


Friday, April 08, 2011

FERITE NELLA NOTTE



Strana notte, questa. Notte di sogni, di speranze talvolta disattese. Notte di realtà, di vita dura e di dolore. Una notte come tante altre, una notte come sempre. In questo posto dove ogni ora é uguale all'altra, dove il giorno é uguale alla notte e la domenica assomiglia al lunedì.
Notte d'ospedale. Con la macchinetta del caffé sempre al solito posto, così ci torno, anche stavolta, tre del mattino e questo é il mio posto preferito, dove riposa tutta l'incertezza del mio cuore e dei miei pensieri.
Cinquanta centesimi, le monete cascano giù, ad una ad una, rimbombando nel silenzio di un luogo che, a quest'ora, cerca di far dormire anche il dolore.
Il mio non dorme, però, non stasera, almeno.
Le luci della città sono sempre là, spesso sono loro che mi aiutano a capire. Quando la sofferenza ti passa accanto troppo veloce, anch'essa presa da quell'assurda frenesia che sembra possedere sempre qualsiasi istante, allora hai bisogno di un'ora in mezzo alla notte per capire il senso di quel che accade.

Qualche giorno fa una sentenza della Cassazione ha annullato l'assoluzione di un collega. Un cardiologo ospedaliero, il mio stesso lavoro, l'identico mare in tempesta in cui naviga anche la mia barca, giorno o notte che sia. Un'assoluzione ribadita su tre gradi di giudizio e ribaltata da una sentenza assurda, figlia di un sistema giudiziario capace di ridiscutere più volte le stesse cose e dare poi un parere diverso, senza che siano emersi nel frattempo elementi nuovi. Linee guida, preziosi strumenti del nostro agire quotidiano, frutto dell'esperienza accumulata da centinaia di trials ed elaborate dall'American Heart Association e dall'American College of Cardiology o dalla European Society of Cardiology (le massime autorità mondiali in campo cardiologico) definite dai magistrati come argomenti di dubbia scientificità (1). Un medico trattato alla stessa stegua di qualsiasi criminale, da giudici che ci si domanda se siano degni di questo nome. I giudici italiani. Un collega, un dottore come me e come tanti altri, abituato a lottare ogni giorno col dolore e con la malattia. Che ha studiato e imparato con sudore, lavorato e vissuto per curare la gente. Che, come tanti, si é fatto compagno delle ferite che ha incontrato. Medico come colui che é sempre presente sul campo anche quando arriva la morte, morte che giunge quando deve giungere, perché inscritta dentro un Disegno di cui fa parte e che si chiama Vita. Sorella morte, parte, anch'essa, della Bellezza che ci é stata data un giorno e che é sempre nelle mani di un Amore più grande di noi e delle nostre miserie.

Ricordo un giorno in cui fui interrogato dalla polizia giudiziaria. Un uomo e una donna. Lui sembrava Serpico; lei giovane e avvenente, tacchi a spillo e una minigonna da urlo. E poi pensi che certe cose accadano solo nei film. Furono comunque estremamente gentili e rispettosi, entrambi squisitamente professionali. Si trattava della vicenda di un ultranovantenne, ammalato di un tumore allo stadio terminale, arrivato in pronto soccorso a seguito di un arresto cardiaco extraospedaliero. Quando arrivò in ospedale ci fu ben poco da fare: il Signore aveva deciso di chiamarlo a sé. Le figlie, avvocato, sporsero denuncia. Ma la vicenda finì in nulla, per fortuna. Perché non c'era reato, evidentemente: it's life and life only, avrebbe cantato Dylan, se avesse voluto narrare di quel fatto. E allora perché denunciare dei medici e a che scopo? Per denaro, forse? Qual é il confine tra il dolore e la menzogna, tra l'affrontare con realtà e responsabilità la durezza della vita ed il manipolarla invece a nostro piacimento?

Ci sono momenti in cui non ce la faccio davvero più.
Perché é sempre più difficile andare avanti a fare con passione ed onestà questo mestiere. Un lavoro che non rimane mai lasciato lì, in ufficio al venerdì, come un mucchio di carte appoggiate sulla scrivania e che, se ci sarà tempo, verranno forse evase al lunedì. No, questo vivere sono notti di guardia che ti porti dentro, che arrivano fino a casa anche al mattino, gli occhi strapazzati dalla stanchezza e dalla sofferenza che ti é passata accanto. Che ti svegliano quando ti addormenti sul divano, che t'interrogano mentre guardi il sole tramontare lungo una strada trafficata, mentre il solito cretino suona il clacson dietro alla tua auto mentre stanco te ne torni a casa, cretino alle prese con un'assurda frenesia che non ha ancora imparato a conoscere i tempi del proprio traguardo.
Cosa ne sanno costoro, quelli che credono di sapere sempre tutto, quelli che scrivono sui giornali o parlano in televisione di malasanità? Cosa conoscono dell'impegno e della concentrazione che metti dentro con fatica tutti i giorni? Cosa comprendono di quel che vuol dire tener duro, sempre e ad ogni costo? E cosa ne sanno quelli che mandano quelle pubblicità alla radio, al mattino mentre te ne torni un'altra volta in ospedale: "Chi di voi non é parte lesa? Apri un'agenzia in franchising!"? Cosa ne sanno di quelle ferite che fanno male anche lontano, lungo la strada che porta verso casa?

Ma non riusciranno a vincere. Non arrivaranno a togliermi la voglia di lottare, a levarmi di dosso la convinzione che quella ferita che incontro é benedetta perché é la mia stessa ferita. Che la domanda di significato che incontro nella sofferenza é la mia domanda, quella che interoga la mia carne e la mia intelligenza, quella che, tormento e delizia insieme, mi dà la possibilità di giocare la mia libertà fino in fondo. E che, alla fine del viaggio, rafforza la mia fede, i miei gesti, le parole, le opere e persino le miserie, poste in grembo ogni giorno alla Misericordia che sempre più sostiene ogni mio agire.
E certo che poi é anche una vita rock'n'roll, questa. Anche se loro, i rockers di mestiere, forse sono trattati meglio e più benvoluti di quei poveretti che fanno i medici in ospedale. Ma non importa, é questo il palcoscenico che ho scelto un giorno e sono ancora felice di suonare le date del mio neverending tour.
Perché é in notti come queste che benedico ancora una volta il mio mestiere.
Un'altra notte d'ospedale per sentirmi vivo.




Note:
(1) Nell'era della cosiddetta "Evidence Based Medicine" le linee guida costituiscono un indispensabile strumento per ogni medico, per operare al meglio ai fini di una corretta diagnosi e terapia nei confronti di ciascun paziente. Frutto dell'esperienza di migliaia di trials scientifici ed elaborate dai massimi organismi delle singole discipline, rappresentano di fatto lo "stato dell'arte" medica. La sentenza della Cassazione riporta queste stupefacenti parole sull'argomento: "(...) nulla si conosce dei contenuti di tali linee guida, né dell'autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse s'intende perseguire"....

Sunday, March 27, 2011

SOLO UNA CANZONE


Quoi que tu fasses, je ne sais pas / ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / faut-il encore qu’on raconte / que quelques chose nous revienne / faut-il qu’on soit seul sur terre, ici aussi

Boire pour la soif, je ne sais pas / ce qui de nous deux restera / tu dis mais je ne regarde pas / je n’ai jamais vu la mer / mais j’en ai vu des noyés / comment fais-tu pour oublier, pour oublier / et la pluie qui revient dans nos voix / pas une chanson, je ne pense à toi / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit

Et quoi que je fasse, / je ne sais pas ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / aller auprès des phares / et la vie est sans fard / à Port Coton qu’on se revoit / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit
(Port Coton / Raphael - Zaz )



Port Coton é un angolo dell'isolabella, la Belle Ile del sud della Bretagna, anfratto di rocce, spiaggia mai quieta, frustate di vento e di mare stregato. Clemenza del tempo albergata altrove, acqua che ribolle, come la lava adirata di un vulcano. Onde e spruzzi per un ricamo d'ovatta biancastra, affascinante e terribile allo stesso tempo. Terra di Merlino abbandonata dai viaggiatori, un faro d'inverno, solo in balia del freddo e delle correnti dell'oceano.

Port Coton é una canzone. Che parla di mare e di gente che non l'ha mai visto. Ma che ha visto un sacco di annegati. O ha fatto finta di non vederli. Giovani europei di un tempo, gente dell'ovest a cui la guerra é stata solo raccontata, da libri dalle pagine ingiallite o labbra di reduci vecchi e noiosi, che ormai sembrano non interessare più nessuno. Eppure la guerra é sempre lì, ad un passo, i suoi padroni vivi e vegeti, come sempre. Vissuta lungo i confini del sud o dell'est. Vista dentro occhi di ragazze, sguardi spauriti di giovani madri resi vuoti dal troppo dolore che gli é passato dentro.

Port Coton é una canzone. Che parla della speranza che rischia di morire dentro noi. Una morte fatta di abitudine, d'indifferenza, d'egoismo che é la pasta di cui siamo fatti, dalla pelle fin giù nel profondo, dentro al midollo. Di occhiate rivolte di fianco, o verso il basso, o - ancora peggio - ripiegate su se stesse, al di dentro, come se quegli occhi che ci furono donati un giorno non fossero stati fatti dritti, posti sul capo per guardare avanti, tesi verso quel prossimo che é lo specchio della nostra stessa vita.
Port Coton é la mia meschinità. Luogo di desiderio e di contraddizione. Il Bello e il Vero non accolti. L'umile e l'indifeso mai abbracciati abbastanza.


Port Coton é una canzone. Cantata da una donna, voce roca e voce dolce, voce talvolta disperata.
Port Coton é una canzone che accompagna la mia strada, che mi porta dove devo andare. E' uno sguardo verso l'alto, é una preghiera. Certezza che dopo la burrasca e il vento - le onde che turbano la mente, lungo il percorso di pensieri, parole, atti ed omissioni - c'é sempre un sereno che ritorna, sole mai tramontato per sempre all'orizzonte. Alba che porterà bonaccia dopo la galleria oscura di una una notte buia e senza stelle.

Port Coton é la musica del cuore, che cresce giorno dopo giorno, che ringiovanisce mano a mano che invecchia il corpo, che la polvere si accumula, che i peccati riempono sempre più l'anfora di una Misericordia che si fa più grande a mano a mano che passa il tempo.
Port Coton, in fondo, é solo una canzone. Ma é anche il luogo dove la mia burrasca trova finalmente pace. La sconfitta definitiva di ogni inquietudine e tempesta. Il sì detto ad un Altro, dentro l'unico grande dono che mi rimane in mano. Quello della mia libertà.


Wednesday, March 16, 2011

METTI UNA SERA A MILANO



"E adesso si mette pure a piovere....": provo a protestare un po', ma mia figlia mi richiama subito all'ordine: "E cosa vuoi che sia, papi, di fronte a quello che ha patito Gesù...".
E no, che non si fa così, cara la mia Chiara. Proprio no.
E sì che sono stato pure bravo: una giornata dura di lavoro in ospedale, poi alle 18 puntuale in parrocchia per la messa con gli amici focolarini, un'oretta giusta giusta per cenare e sistemare la cucina... e alle 20 tutta la famiglia davanti alla chiesa, in partenza per la via crucis cittadina con l'arcivescovo, dietro alla croce di San Carlo. E allora avrò pur diritto di dire qualcosa... e invece no: mia figlia mi richiama subito all'essenziale.
Che poi non piove. Eh già. Lo dovevo sapere che é sempre così, in fondo. Dio non si lascia mai battere in generosità.
E così, tant'é: tutti e 5 dietro alla croce di San Carlo ed alla reliquia del Santo Chiodo: io, mia moglie ed i nostri tre figli: Chiara di 15 anni, Marco di 12 ed Andrea di 8. Ed oltretutto resistono che é un piacere, fino alla fine della processione. Due ore e mezza secche, compresa l'omelia del nostro amato cardinale. Che, alla fine, sono pure allegri e brillanti: quasi mezzanotte sul tram, al ritorno verso casa, e si fa pure fatica a tenerli fermi.

Comunque, l'altra sera, é stato proprio bello.
Camminare lentamente, pregare dietro alle splendide meditazioni ed a quella croce, ricentrare tutto su quella Misericordia dove riesco sempre a deporre, alla sera, la durezza del mio cuore.
Guardavo la magia notturna della nostra città, le guglie del Duomo, quelle vie illuminate dalla fede che le camminava dentro. Lo sguardo, tra una preghiera e l'altra si posava ora su quella bellezza, ora sui volti che riempivano le vie. Tanti giovani, ma anche alcune persone anziane, coppie di sposi e fidanzati, preti e suore, gente di ogni ceto ed ogni età.
Poi, dentro alla cattedrale, il calore e la solennità allo stesso tempo. L'amore mai sopito per l'arte gotica, ricordi - magici e indelebili - di messe benedettine all'abbazia di Mont Saint Michel o di Sénanque o, più moderne, a Chiaravalle, insieme alle scuole dei miei figli. La sensazione, al fondo, di una Bellezza che si fa strada, l'unica capace ancora di rapire il cuore ferito dell'uomo moderno.
Poi mi é venuta in mente quella meditazione di Chiara Lubich: "Risurrezione di Roma", e tutto si é rivestito di nuova luce, cosicché Milano, così attraente quella sera, ha acquistato, come d'incanto, un fascino più intenso e più vero:
"(...) cosicché, riaprendo gli occhi sul di fuori, vedo l'umanità con l'occhio di Dio, che tutto crede perché é Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é Vita - nel fratello" (scritto del 29 ottobre 1949)

Ci voleva una serata a Milano, con la mia famiglia, un po' di amici e la croce di San Carlo, per ritrovare di nuovo la Bellezza dietro alla quale questo disgraziato d'uomo vecchio non vuole mai saperne di andare. Ma non é una novità, la povertà della mia fede.
Lo é sempre, invece, vedere una comunità che, giorno dopo giorno, é capace di cambiare un pezzetto del mio cuore.
E' di questo che sono profondamente grato.
All'Amore che ho incontrato un giorno.


Sunday, March 13, 2011

IL SEGRETO DI CHIARA


Chiara Lubich (22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)

Ho visto una sola volta Chiara da vicino. Ricordo che mi ero precipitato giù, lungo la scala che lei avrebbe disceso, per arrivare tra i primi vicino alla sua macchina. Era venuta ad un incontro a cui partecipavo anch'io, più di un migliaio di persone, sapete quelle cose che chiamano ritiri e che, volta dopo volta, cambiano un pezzo del tuo cuore anche quando sembra troppo duro. Che poi certi passaggi forti di quei momenti - i ritiri, appunto - io me li ricordo anche nei luoghi più improbabili. Come quando ti trovi in cucina, ad esempio, a mettere in una gigantesca lavastoviglie i piatti di quelle centinaia di persone che hanno appena finito di cenare. E magari a farti spiegare come si fa da una focolarina giovane e sorridente con un inconfondibile accento del Sud America o di un paese africano che non ti ricordi neanche dove si trova. Ho sempre pensato che la strana felicità provata in quegli istanti - che alla fine del lavoro sei puro unto fino alle orecchie, stanco morto e sogni una birra fresca anche in gennaio - avesse in sé qualcosa di profondamente soprannaturale.
Tant'é, comunque, quel giorno mi trovai davvero vicino a Chiara, solo che ero dalla parte sbagliata della macchina, opposta a quella dalla quale sarebbe poi salita. Così non riuscii a salutarla ed a stringerle la mano. Ma ero comunque ad un passo da lei. E mi ricordo il silenzio intorno e certi sguardi come una delle cose più sacre della mia vita. C'erano decine di persone vicino a quell'auto ed ogni mezzo metro c'era una mano che stringeva quella di Chiara. Lei avanzava lentamente, qualche istante per ciascuna di quelle mani e di quei volti che volevano salutarla, dirle che le volevano bene, farle capire quanto era stata madre per ciascuno. Lo sguardo di Chiara era impressionante. Profondo, sorridente e penetrante. Una penetranza d'amore, come se quella persona che lei aveva davanti a sé, fosse stata l'unica presente in quel momento e nella sua vita. La stessa intensità distribuita ad ognuno, prima di salire in macchina e salutare poi tutti insieme con la mano dal finestrino. Uno sguardo che ho portato dentro per anni e che mi trovo addosso ancora adesso, perché ha fatto scuola nel mio cuore.
Mi ha fatto capire cosa significhi amare la persona che la circostanza della vita ti mette davanti nell'attimo presente. Quello che hai di fronte, in quell'istante. E in quell'istante solo lui. Sia tua moglie o tuo figlio, il collega o il tuo capo. O il passante che incrocia la tua strada. Stessa intensità per ciascuno. Stessa dose d'amore.

* * *

Rocca di Papa é un delizioso paesino dei Castelli Romani, adagiato sulle alte sponde del lago di Albano. Ci fanno dell'ottimo vino, da quelle parti e si mangia pure bene, non solo porchetta e scottadito. Rocca di Papa é anche il cuore pulsante del Movimento dei Focolari. Lì c'é la casa di Chiara e la sua tomba, posta in una cappella all'interno del Centro Mariapoli. Chi si trovasse da quelle parti, non avrà difficoltà a passare dentro per un saluto o una preghiera: la porta del Centro é sempre aperta per chiunque. L'ho fatto un po' di volte anch'io, a volte senza sapere neppure cosa chiedere o cosa dire, ma solo per mettere il mio cuore davanti al suo e lasciare che sul nulla d'amore di entrambi quei cuori potesse nascere qualcosa di nuovo e di grande. Quest'inverno, poi, sono stato anche a visitare la sua casa. Anche da lì passano ogni anno migliaia e migliaia di persone, ma non é un museo, quello che vi si trova. Dentro, ad accogliere ciascuno, ci sono le focolarine che stavano con Chiara e che sono ancora lì, vivendo la normalità della quotidianità e dei loro incarichi di ogni giorno. Ho attraversato, insieme a decine e decine di altri amici, il salottino e lo studio dove ogni giorno lavorava, la cappellina che comunicava direttamente con lo studio, centro della casa, la stanza da letto dove é morta alle due del mattino del 14 marzo, dopo aver salutato e stretto le mani, l'ultimo giorno della sua vita terrena, delle centinaia di persone giunte a porgerle l'ultimo saluto.
Non mi ricordo cosa mi sia passato per la mente, passando da una stanza all'altra, scambiando qualche parole con le compagne di Chiara, facendomi raccontare di quell'aria di paradiso che si é respirata per anni in quella casa. Ma ricordo una sensazione di bellezza, una volta uscito da lì, bellezza come unica cosa capace ancora di rapire il mio cuore, ferito tropo spesso dalla sua stessa durezza.

* * *

Se dovessi portare via con me una sola cosa come la più preziosa di Chiara, quella che più me la fa sentir madre ogni giorno, forse prenderei una frase ed uno sguardo. La frase é la risposta che lei diede all'ultima domanda di un'intervista che Flaminia Morandi le fece nel 1997 per l'emittente Sat2000. Lo sguardo é quell'istante di silenzio, che precedette la risposta, come a dire, sì, questa é davvero la chiave che apre ogni porta.
"C'è un segreto, un segreto che lei pensa che sia alla base di tutto questo?", le aveva chiesto la Morandi. "Amare", aveva risposto Chiara. E poi, dopo una pausa lunga ed intensa come di chi sta per darti in mano la cosa più importante che possiede: "Dio é amore. Amare é tutto".

(L'intervista con Flaminia Morandi, sulla rete, non l'ho trovata. Ma anche questa con Sandra Hoggett non é niente male....)


Sunday, March 06, 2011

WHAT CAN YOU DO FOR ME


There’s just one thing

I want to ask you to do
Be gentle with this heart
That now belongs to you
And it will pay you back in kind
Anything that you desire, I don’t mind
What can I,
What can I do for you
What can I,
Do for you
What can I do
(John Popper - What Can I Do For You)




Sto rischiando grosso di diventar noioso. Sempre in ballo con questa faccenda del cuore.
Ma oggi é tutto il giorno che mi ronza in testa una canzone, che di titolo fa What Can I Do For You e di autore fa John Popper, appena uscito con un nuovo disco che suona che é davvero un gran piacere. Tutto il giorno che ci penso e tutto il giorno che non riesco a darmi pace, perché "cosa posso fare per te", é una bella domanda, in fondo, qualcosa che sottende ricerca e significato, uno scopo, una tensione; insomma il motivo per cui, quando sei sceso dal letto alla mattina, i tuoi piedi cominciano a percepire il gusto di correre dietro a quelle strane e scomode circostanze che qualcuno chiama vita quotidiana.
Va bene, sono confuso e contorto, in ciò che scrivo e spesso pure in ciò che penso, ma quella domanda, dicevo, continuava a girarmi intorno ed aveva pur bisogno di risposta, prima o poi; così io, oggi, non ho smesso d'andare in giro, certo che primo o poi l'avrei trovata. E c'é voluta, un'altra volta ancora, una voce e una chitarra.
La voce, quella di Riro Maniscalco. La chitarra, la sua e quella di un manipolo di amici, chiamati a condividere con lui il palco, in una sera, per una manciata di canzoni, alcune tratte dal suo splendido disco "Sketches of You", altre, invece, non sue, ma non meno vissute e trascinanti.
Del suo disco non parlerò qui, l'ha già fatto l'amico Paolo Vites sul suo blog, anche fin troppo bene. Ma Riro, questa notte, mi ha forse dato la risposta che cercavo. Si é fermato - a un certo punto - ed ha tirato fuori tutto l'amore per il blues del Delta che ha sempre contraddistinto la sua vita: "Il blues é il desiderio di un bene assente" - ha detto - ed é stato lì che mi é parso di capire. Perché il bene non é mai abbastanza, ne abbiamo un bisogno incessante, che si fa strada tanto più quanto si manifesta, giorno per giorno, la nostra debolezza.
Ecco perché il cuore c'entra anche questa notte, e quel desiderio diventa la risposta che ho cercato tutto il giorno. "Cosa posso fare per te" é desiderio che diventa corrispondenza. Corrispondenza di fronte alle mani di tutti i destini che incontro, istante dopo istante, lungo le strade di tutte le mie giornate. Non faccio altro che andare incontro a un "tu", ogni momento, ha detto ancora Riro - tanti tu con la "t" minuscola; ma dietro a quei tu c'é un "Tu" con la t maiuscola che dà senso a tutto il nostro agire.
Quel che posso fare é tutto qui: corrispondere a quel Tu, che mi ha già dato ciò di cui ho bisogno. Ho visto cose grandi, quelle che Tu puoi fare per me e cos'altro potrei fare se non rispondere all'amore con l'amore. E corrispondere, al fondo, non é poi così complicato come parrebbe a prima vista: é una faccenda semplice, invece.
Basta lasciare che il cuore torni dove é sempre stato di casa.




Post Scriptum
Riro Maniscalco scrive anche degli ottimi libri, io, per esempio, ne avevo già parlato qui.
Ma trovate tutto sul suo sito '
blues and mercy'

Wednesday, March 02, 2011

LE LONG DE LA ROUTE

Prenons-nous la main

Le long de la route
Choisissons nos destins
Sans plus aucun doute
J'ai foi et ce n'est rien
Qu'une question d'écoute
D'ouvrir grand nos petites mains
Coûte que coûte

Sono stufo di svegliarmi così. Troppo stanco, già dal mattino. E poi 'sto cielo grigio e il mare che é sempre troppo lontano. Non sei fatta per me, Padania mia. E non son fatti per me quei volti che incontrerò anche stamani, che ce l'han sempre su col mondo intero, che guarda quello lì cos'é che ha fatto e guarda quello là, che non ha fatto mai abbastanza.
No, non si riesce a tirar sera in questo modo, c'é bisogno di qualcosa, un supplemento d'amore, forse. Ma anche quel qualcosa non sembra mai abbastanza. E allora ci fosse almeno un po' di sole, lungo questa strada triste e sempre uguale.

E invece sì, che é bastato poco. E' bastato lo sguardo di un amico. L'ho incontrato presto, sette e mezza del mattino, una messa nelle aule di scuola coi miei figli delle medie e del liceo. Quell'amico era vestito da prete e m'ha fatto uno scherzo. Da prete. M'ha detto, mentre dormivo ancora, di guardare a un cuore e m'ha detto che quel cuore é il centro di tutto quel che sono.
E m'ha fregato, porca miseria, perché, puntato lo sguardo sul cuore, quello poi s'é posato anche sull'anima e dentro di lei ha ritrovato il desiderio, che pareva irrimediabilmente ormai perduto. Desiderio di vivere una giornata diversa, nonostante il cielo ed i pensieri troppo grigi. Desiderio ricentrato sull'aiuto di un Amico.

Uscito da lì il miracolo era già compiuto, anche se io dormivo ancora un poco. Ma ho visto la mia Highway 61 rivestirsi, come d'incanto, dei colori illuminati dal sole di un giorno terso senza nuvole. Poi, quando mi sono svegliato, ho cominciato a stringere la mano di un sacco di destini. Ed il mio, di destino, ha riabbracciato da solo la sua strada.
E, alla fine, dopo un giorno d'ascolto tutto intero, mi sono trovato, alla sera, anche a cantare.
Robe proprio strane, queste. Miracoli che accadono lungo la strada.
Gioie della vita di ogni giorno, le long de la route.


Friday, February 25, 2011

INCONTRI E FERITE. ARGILLA. E BELLEZZA.

"siamo fatti d'argilla, che si forma, però, non involontariamente, quindi solo da incontri e luoghi, ma anche volontariamente, cioé secondo le nostre scelte".
Poche righe, alla fine di un tema fatto in classe, un voto portato a casa da firmare da parte di mio figlio, 12 anni, seconda media. Mi ci fermo sopra un po', leggo e rileggo questa frase. E' proprio vero che capita che i nostri figli ci facciano, a volte, anche da padri e madri.

Quante volte mi sento d'argilla, perché sperimento la mia fragilità di fronte a ciò che il cuore sente come vero e quello che le mani e i piedi non sono capaci di tramutare coscientemente in azioni. A prima vista verrebbe da scoraggiarsi, ma ho smesso da tempo di scandalizzarmi della mia incoerenza ed incapacità. Ogni volta, invece, sperimento la gioia nel riaffidarmi a un Altro. Uno nella cui misericordia posso riporre, alla sera, tutta la durezza del mio cuore e l'infedeltà nel rispondere alla Bellezza che ho incontrato un giorno.

Questa sera, però, forse anche grazie a mio figlio, sento come una delle cose più vere della mia vita anche un'altra cosa, letta e riletta più volte. E forse sentita ora anche un po' più bella. E' una cosa, una frase, che c'entra con gli incontri e con i luoghi. Ma anche con la volontà e le nostre scelte.
La metto qua, come ultimo pensiero della sera, prima di affidarmi di nuovo.
Per poi tornare a volare un po'. Ed incontrare di nuovo la Bellezza.
Perché domani, a Dio piacendo, sarà di nuovo un nuovo giorno.
Tutto da vivere.

"prima o poi ogni persona fa un'esperienza che segna l'inizio della sua piena maturità: capisce nella propria carne e intelligenza che, se vuole sperimentare la benedizione legata al rapporto con l'altro/a, deve accettarne la ferita. Comprende, cioé, che non c'é vita buona senza passare attraverso il territorio buio e pericoloso dell'altro, e che qualunque via di "fuga" da questo "combattimento" e da questa agonia conduce inevitabilmente verso una condizione umana senza gioia" (Luigino Bruni - la ferita dell'altro - ed. Città Nuova)


Wednesday, February 23, 2011

WAITING FOR LUCINDA



Diciamoci la verità: Little Honey non era poi granché. Un bell'esercizio di blues del delta, infarcito qua e là anche di belle ballatone country, ma un disco, tutto sommato, senz'anima, finito, dopo qualche ascolto neanche troppo frettoloso a prendere polvere sullo scaffale. E d'altra parte non era mica facile ripetere il miracolo di West, il lavoro che, nel 2007, aveva fatto nuovamente breccia in una moltitudine di cuori, almeno tutti quelli che avevano provato a lenire le proprie ferite lungo le note di Essence e di Car Wheels On A Gravel Road.
Ora, a distanza di due anni, quella voce ci riprova. La voce sensuale, strascicata, meravigliosamente rock di Lucinda Williams. Una voce che sembra una scopata a ritmo di rock'n'roll e attenzione che non sono io a dirlo, ma l'amico Vites, che io, si sa, sono troppo bigotto per dire certe cose.
Tant'é, sta di fatto che intorno alla voce di Lucinda é stato fatto tutto Blessed, il disco nuovo in uscita il 1 marzo in tutti i vostri negozi di dischi preferiti, ammesso che di negozi di dischi ce ne siano ancora in giro. Ah già, ma c'é iTunes e allora va bene lo stesso. Allora la voce, dicevamo. Beh, la Williams dice che Don Was ci ha costruito intorno tutto il disco: "Lucinda vocal's, the most important thing", secondo lui. E allora é già un bel partire, perché poi, nelle sessions di registrazione, pare ci sia stato pure un clima un po' speciale: "Alla fine della giornata tutti erano felici. Nessuno se ne é andato in preda a cattive sensazioni su tutto quello che abbiamo fatto".
Il resto lo fa uno sguardo diverso sulla vita di Lucinda, forse più sereno dopo il matrimonio e certamente più maturo nella capacità di scrittura: non più solo cuori feriti e strascicati, ma uno sguardo sull'umanità più profondo; c'é spazio per esempio, per meditare sulla triste dipartita di Vic Chesnutt (Seeing Black) e dell'ex manager Frank Calliari (Copenaghen). Ma al fondo, forse, c'é anche uno sguardo più felice: "Ho una diversa prospettiva adesso e spero d'essere più saggia con gli anni che passano. C'é stanchezza, ma anche una sorta di gioia, come nella canzone "Born To Be Loved". Ecco forse é questo il vero tema di tutto l'album". Già, perché in molti hanno chiesto alla Williams perché avesse intitolato proprio Blessed il proprio disco e Lucinda, finora, ha evitato accuratamente di rispondere. Anche se ha invitato però la gente a postare sul suo sito cosa volesse dire per ciascuno quella parola e qualche filmato interessante su YouTube qualcuno l'ha già messo.
Insomma, non so se il nuovo disco di Lucinda Williams sarà bello oppure no, ma, almeno per quel che mio riguarda, la sensazione é che l'attesa possa non andar delusa.


Gli anni passano per Lucinda, 58 all'anagrafe e più di trenta di carriera. C'é bisogno di ritmi più distesi, non solo dell'anima, ma anche delle corde delle proprie chitarre, luoghi dai quali scacciar via il rumore. Vale anche per me, che sono un po' più giovane di lei, ma mica poi neanche tanto. Vale per le mie scorribande personali lungo certi sentieri grigi della mente, ma anche accanto a quelli più solari, quando si scioglie la rugiada del mattino. E' questa la bellezza che deve farsi strada. Ed é per questo che ai primi di marzo, il nuovo disco di Lucinda Williams troverà il suo spazietto in mezzo agli altri dischi del mio scaffale.
Per lasciare andare un po' il mio cuore ancora a caccia di bellezza.
Bellezza come unica cosa ancora capace di ferire il cuore dell'uomo moderno.







Tuesday, February 15, 2011

TIGHT CONNECTION TO MY HEART




Io mi ricordo com'era andata all'Hammersmith Odeon, anche se non c'ero. A Londra, un sacco di anni fa. Me la ricordo, amico, la tua faccia e la folla impazzita tutta intorno. Com'é che dicono da quelli parti? Bananas? Ecco, appunto, matti da legare, tutti quanti. The crowd went bananas, avevano scritto: era proprio quello che era successo. Stavi cantando I Want You, poi chissà cosa ti era preso. Avevi visto una bella ragazza appena giù dal palco, o qualcos'altro era passato per la tua mente. Sta di fatto che avevi cominciato ad ondeggiare con le anche e poi a fare quelle smorfie strane, che a noi sono sempre parsi dei sorrisi.
L'altra sera l'hai fatto di nuovo. Sei salito sul palco, il passo incerto come sempre. Così incerto che quasi inciampi e cadi. Come quella volta, il primo gradino della scala prima di andare a salutare il papa. E poi certo che hai sorriso. Dicono che sei antipatico sul palco, ma non é vero, a me hai sempre fatto una tenerezza immensa. E' che hai sempre rischiato la tua vita, là sopra, quasi ogni sera, da un sacco di tempo a questa parte. E peccato che siano pochi quelli che l'hanno capito veramente.
Così é stato bello vederti, ma bello veramente. Hai fregato il mio cuore, un 'altra volta ancora. In mezzo a tutti quei ragazzi, poi, che pendevano dalle tue labbra. Come sempre, d'altra parte, come tutti. E poi, alla fine, un assolo mal riuscito d'armonica, come a dire: hey ragazzi, é stato bello, ma adesso andate avanti voi, che io vi ho già tracciato la strada lungo la quale dovrete sempre andare. Grazie Bob, ci si rivede alla prossima, quando vuoi; tu lassù sul palco, pianola, chitarra, armonica, voce arrochita, quello che ti pare. Noi là sotto, in prima fila come sempre, per non farti mai sentire solo. Sarà dura, sai, per noi, quel maledetto giorno che non ci sarai più.



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Friday, February 11, 2011

UNA SCIA DI LUCE


Milano, basilica di Sant'Ambrogio, 10 febbraio 2010. Una delle chiese più affascinanti della città, cariche di storia e di vita di santi, é gremita. Ma non é una messa, quella che si celebra questa sera. Seduti davanti ad un elegante tavolino rosso ci sono Maria Teresa e Ruggero Badano, i genitori di Chiara "Luce", la giovane ragazza di Sassello dichiarata dalla Chiesa beata lo scorso 25 settembre. Di fronte a loro gente di ogni età, ma i giovani sono davvero tanti. Ed é giusto che sia così, perché quando la giovane Badano é morta aveva solo diciott'anni. E "quando in cielo arriva una ragazza di diciott'anni si fa festa", aveva detto lei un giorno.

Questo blog ha già parlato di Chiara (http://talkin-walkin.blogspot.com/2010/09/chiara-luce-badano-life-love-light.html), non ne ripeterà dunque, in queste poche righe, la storia. Quella storia, comunque, da me ben conosciuta e raccontata da Maria Teresa e Ruggero, ha fatto scendere, sul volto di chi vi scrive e non solo, più di una lacrima anche ieri sera. Perché la santità attrae ancora, se il tuo cuore, anche se ferito, si fa capace di non chiudere la porta al desiderio. E quel cuore, quando trova un luogo capace di farvi riposare le sue durezze, si commuove eccome.
Mentre tornavo a casa con mia moglie, rimeditavo nel profondo di quel cuore tutto ciò che avevo visto e sentito. Ed é soprattutto uno sguardo quello che ancora adesso mi é rimasto dentro. Lo sguardo di Ruggero negli occhi di Maria Teresa mentre parlava. Profondo, dolcissimo, straordinariamente intenso. E quello di lei quando parlava lui. Uguale, ma diverso allo stesso tempo, altrettanto carico d'amore. E' quell'amore che sa farsi uno, che fa il vuoto per accogliere il tutto dell'altro. Ed é lo sguardo di chi, da genitore, si é scoperto misteriosamente figlio di chi ha generato, perché ciascuno ha accolto l'Amore più grande, che ha consentito ad ognuno di rinascere nuovo in Dio.
Se dovessi lasciare tutto e trattenere una cosa sola, ecco cosa stringerei forte a me: quello sguardo, capace di creare una scia di luce.
Lo sguardo di due genitori, che desideravano tanto una figlia, arrivata dopo undici anni d'attesa e che l'hanno ridonata a Dio dopo altri diciotto. Per poi ridonarla alla Chiesa. E per ridarla adesso - ieri sera come ogni volta che raccontano di lei e di loro - ovunque vengano chiamati perché diano testimonianza di ciò che é accaduto.
Perché Chiara, adesso, é davvero di tutti.