Saturday, July 25, 2015

CANZONI PER VOLARE



Sembra felice, Stefano Barotti. Lo incontro sul lungomare di Laigueglia, borgo della riviera ligure di ponente annoverato tra i più belli d’Italia, poco prima del suo showcase, in cui presenterà alcuni brani tratti dal suo nuovo disco, Pensieri Verticali. Una performance, quella a cui assisteremo, di una trentina di minuti in tutto, decisamente troppo pochi, non solo per chi ha già imparato ad amare le sue canzoni, ma anche per chi ancora non conosce le sue grandi qualità di musicista e cantautore. In un tardo pomeriggio assolato, è seduto accanto a me, il tavolino di un bar all’aperto a fare da backstage, ed ha appena percorso più di duecento chilometri, per arrivare fin qui dalla sua Toscana. Ha un viso dolce e niente affatto stanco: “Cosa vuoi che siano per un musicista due ore e mezza di strada - scherza, mentre sorseggia un buon bicchiere di vino – praticamente come andare a suonare dietro casa”. Racconta qualcosa di sé, del disco che sembra andare bene, dei prossimi concerti: “non molti – il volto si schiude in un sorriso che la barba non riesce a smorzare - perché tra poco divento babbo e allora devo stare fermo per forza per un po’…”. 



 

Monday, June 01, 2015

LOVE NEEDS A HEART



C’è un uomo sul palco, la chitarra a tracolla, i capelli ingrigiti dal tempo e una mano sul cuore. Ha voglia di dire thank you, e grazie, mille grazie. In questa splendida cornice che stasera è il teatro di Como. In questa, che, per una volta, non è “just another town along the road”, ma una “città per cantare”. Non può conoscerli, quell’uomo, i mille cuori che stanno davanti a lui. Con le loro mille storie, le loro ferite e il desiderio di felicità che le accomuna. Non può conoscerle, ma le attraversa con le sue canzoni. E stringe mani, saluta quelli che può. Le storie che sono arrivate fin sotto il palco, alla fine dello show, che proprio seduti non si può continuare a restare.
Lassù in cima, un altro ragazzo lo osserva. Si è fatto grande, ormai. E’ diventato uomo ed è invecchiato, i capelli si sono ingrigiti anche a lui. Ha cantato, col suo cuore, tutte le canzoni, per tutta la sera. Quel ragazzo, che aveva conosciuto l’uomo sul palco così tanto tempo fa. Diciott’anni o poco più, un disco che arriva a casa con un amico, che ha il suo regalo di Natale da donare. Tony, che ogni volta che veniva con un disco nuovo era un orizzonte infinito che si spalancava. Quell’anno era arrivato con “For Everyman” e il ragazzo aveva scoperto Jackson Browne per non lasciarlo più. Poi Tony si era ammalato, sindrome da immunodeficienza acquisita, l’avevano chiamata. AIDS, una malattia tutta da scoprire, un cammino verso il calvario ancora da percorrere per la medicina. E così, di lì a poco, Tony se ne era andato via, la sua vita spezzata come quella di tanti altri. Lasciando la sua storia e i suoi dischi a quel vecchio ragazzo, che ora ha i capelli grigi ma il cuore ancora tutto intero. (...)

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Saturday, May 23, 2015

HEART OF MINE

"Oh, can't you see that you were born to stand by my side
And I was born to be with you, you were born to be my bride"
(Wedding Song, Bob Dylan)

La prestigiosa rivista Circulation, edita dall’American Heart Association, ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio condotto su oltre 15.000 persone dal 1992 al 2010, dal quale emerge come il divorzio rappresenti un fattore di rischio significativo per l’infarto miocardico acuto. Nella popolazione studiata il rischio è apparso più elevato nel sesso femminile, con una probabilità di evento coronarico superiore del 24% nei soggetti con un divorzio alle spalle e addirittura del 77% per le donne pluridivorziate. Negli uomini l’aumento del rischio appare minore, con un incremento del 10% in caso di un solo divorzio e del 30% in quello di più divorzi. Linda K. George, uno degli sperimentatori, afferma che tale rischio appare paragonabile a quello provocato dall’ipertensione arteriosa e dal diabete mellito ed appare ridotto solo marginalmente in caso di nuovo matrimonio delle donne, mentre si annulla nel sesso maschile.  (....)

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Wednesday, May 13, 2015

PASTORE DI NUVOLE

Lasciate che vi racconti della mia vita attraverso un pugno di canzoni, sembra voler dire Luigi Grechi, che da qualche anno si é riappropriato del suo vero cognome, De Gregori (Grechi era quello della madre), in scena al Nidaba Theatre di Milano qualche sera fa. Da solo, con la sua chitarra acustica, trasforma il piccolo pub milanese nel Folkstudio, lo storico locale di Roma che negli anni sessanta voleva tanto assomigliare ad un pezzo del Greenwich Village di New York. Che poi non è neanche così banale, provare a raccontare di sé, con sincerità e passione come ha fatto questo cantautore, fratello del più celebre Francesco De Gregori, ma, per quelle strane ed imperscrutabili vie del destino, immeritatamente meno celebre. Non è scontato perché molti, di fatto, non lo fanno; lasciano che le canzoni siano talvolta la maschera da indossare sul palco, per camuffare la vita o, tutt’al più, nasconderla, proteggerla dalle troppe ferite e da ogni tentativo d’intrusione. E se è anche vero che le canzoni camminano da sole, capaci, come ogni opera d’arte, di suggerire al tuo cuore il percorso e le strade dove esso ha bisogno d’andare, è altrettanto bello, quando ci è concesso, poter entrare anche nelle pieghe dell’esistenza di chi le ha create, carpire qualche segreto di come siano state costruite, toccare qualche nodo di quella rete di sensazioni e fatti di vita che hanno fatto sì che esse vedessero la luce. (...)

Wednesday, May 06, 2015

CANZONI ROCK SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE

"667 Ne so una più del diavolo" é il titolo del nuovo libro di Fabrizio Barabesi e dell'amico Maurizio Pratelli, da poco disponibile in tutte le librerie ed edito da Arcana. 

Quella che segue é la postfazione che ho scritto per il libro. Il volume é acquistabile a questo link
Buona lettura 

 Rock'n'roll can never die 
"Bologna, 27 settembre 1997, Congresso Eucaristico nazionale. Bob Dylan posa la sua chitarra e si avvicina lentamente al palco, dove è seduto Giovanni Paolo II. Ha appena finito di cantare Knockin’ On Heaven’s Doors e Hard Rain’s A-Gonna Fall ed ora sta andando a salutare il Papa. Cammina di un’andatura incerta, gira e rigira le mani tra di loro. Inciampa lungo i gradini, manca poco che vi cada. Istanti che sembrano infiniti, finché l’uno giunge di fronte all’altro, sino a quando quelle mani, che non sapevano dove stare, vengono strette da un altro. Parole e frasi sconosciute, una serie di sguardi, intensi, poi Dylan torna al suo posto. Giovanni Paolo si risiede, riprende il testo di una delle canzoni più note dell’artista americano – Blowin’ In The Wind – e parla di domande e di strade da seguire: “la risposta non soffia nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice: vieni”. E’ un uomo anziano, vitale nell’anima, ma ormai stanco nel corpo: si rivolge ai presenti, saluta, sorride e se ne va. Bob Dylan riprende chitarra e microfono, canta la sua Forever Young. Poi se ne va pure lui, ognuno di nuovo a percorrere il proprio cammino. Negli anni a seguire, di fronte alle numerose domande, Dylan non rivelerà mai nulla delle emozioni legate a quegli istanti, ad eccezione di un particolare, forse il più importante. E cioè che quello era stato, “semplicemente”, il momento più alto di tutta la sua carriera. Cosa accadde allora, quella sera? Cosa rappresentò quel momento? Un semplice aneddoto? Un episodio da ascrivere come poco rilevante, nella rotolante e variegata storia del rock’n’roll? Forse è davvero così. O forse no.
Se c’è una cosa, che questa strana forma d’arte moderna chiamata rock non ha mai sottovalutato, è il proprio rapporto con la realtà. Nessun artista che abbia preso la propria musica sul serio si è mai sognato di trascurare ciò che la vita gli poneva innanzi e soprattutto di manifestare ad essa un grido, talora confuso e disperato, ma sempre maledettamente sincero: il desiderio profondo della propria felicità. Sino al punto, magari, di pagare il prezzo più alto – la propria vita – se questo si fosse rivelato disatteso. Perché questo bisogno stringente è severo e, allo stesso tempo, anche impaziente: l’urlo amaro dell’ultima canzone di Hank Williams – “I'll Never Get Out of This World Alive" –, edita appena pochi giorni dopo la sua morte, sembra fare eco a quel “vieni come sei, fai in fretta, non fare tardi” di un Kurt Cobain che muore suicida sulla stessa strada di un cuore che non è disposto a fare sconti a niente e nessuno. La stessa canzone d’amore, se in grado di manifestare davvero se stessa, non è mai – come disse una volta Nick Cave – “semplicemente felice”. Essa “deve innanzitutto abbracciare il potenziale per il dolore”. E se le canzoni che parlano d’amore – aggiunge – non hanno dentro “un malessere o un sospiro”, esse “non sono del tutto canzoni d’amore, ma piuttosto canzoni d’odio mascherate da canzoni d’amore e non bisogna credere loro”.
Ecco, allora, qual è il punto. Se una canzone rock giunge alla pretesa di contenere il mondo, allora quel mondo deve avere quella misura d’amore come misura di verità. Perché solo allora è in grado di abbracciare la ferita dell’uomo e, esprimendola, coglierla come una benedizione, senza avere paura di percorrere anche territori bui ed inesplorati, ma che soli possono essere preludio alla possibilità di giungere ad una vita esistenzialmente più sincera, la vera vita buona. Per questo la musica rock non stanca e non stancherà mai chi saprà farsi capace di andare oltre a quei tre minuti e tre accordi che, così spesso, hanno costruito le grandi canzoni. E che, nella sfrontata esibizione della propria esigenza di bellezza, hanno interpellato in qualche modo Dio. “Tutte le canzoni – scrive ancora Nick Cave – si rivolgono a Dio, perché è la casa stregata dal desiderio nella quale abita la vera Canzone d’Amore”.
Allora, per chi scrive, ripensare a quell’incontro tra Bob Dylan e san Giovanni Paolo II, non può essere, certamente, un semplice guardare ad un episodio aneddotico della storia della musica rock, ma ad un vertice di incontro, dentro quel desiderio così profondo del cuore dell’uomo. “Basta poca fede per fare tanta strada – disse Bob Dylan, poco tempo fa, al suo interlocutore di turno, giornalista di Rolling Stone – ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla”. Perciò, la domanda dell’uomo, scritta dentro la musica rock più sincera, difficilmente cesserà di suonare la sua canzone. Ed il rock’n’roll, per dirla con Neil Young, non potrà certamente morire. Mai". 
(Fausto Leali)

Thursday, April 23, 2015

STATE LINE

“C’è sempre questo sogno di scappare, ma non esiste un luogo da cui fuggire, ognuno di noi non fa altro che correre verso se stesso” (Willy Vlautin)


Lei ha soltanto quindici anni. Carica tutte le sue cose sull'auto di famiglia e scappa, perché morire un po’ alla volta a casa, oppure da sola, nel mondo là fuori, non fa davvero differenza. Guida di notte, lungo strade solitarie e deserte, fino ad arrivare al confine, la linea dove riposano tutti i pensieri e i desideri insoddisfatti del suo cuore. Ma non riesce ad attraversarlo. Così torna indietro e dopo trent'anni quel fotogramma è sempre lì, immobile ed uguale, perché non puoi fuggire da nessun posto se nulla al mondo sarà mai una casa. La vita le appare come la stessa scena di uno stesso film. Quella linea sottile ed immobile che tutti possono varcare, salvo lei. (...)



Friday, April 17, 2015

TO LIVE OUTSIDE THE LAW YOU MUST BE HONEST


Confesso che, dopo ripetuti ascolti, Shadows In The Night, l'ultimo lavoro di Bob Dylan, tributo dell'artista a dieci standard americani, tutti parte del repertorio di Frank Sinatra, suscita in me sensazioni differenti, a volte persino diametralmente opposte.
E' una questione che riguarda le sonorità complessive del disco, che non si adattano ad essere ascoltate in qualunque circostanza, né alle prese con qualsivoglia stato d'animo. Accade così che ci siano volte in cui le note di queste canzoni producono fascino ed emozione difficili da raccontare, ma anche altri momenti in cui si fa strada un sottile senso di noia e di disagio. Non è la voce di Dylan a produrre tutto questo, intonata e melodica come non mai, abile a giostrasi sui registri bassi e capace di sviluppare una profondità che appare davvero sorprendente per un artista che ha abbondantemente superato la soglia dei settant'anni.  (...)


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Monday, April 13, 2015

CHINATOWN

Uscire fuori da una notte di guardia e immergermi nella mia città. Milano, chi ti ama? Forse neanche quelli che hai fatto nascere. E neppure quelli a cui, nel bene e nel male, hai dato tutto. Come le anime perse, che sanno di percorrere strade troppo pericolose, sembra tu faccia di tutto per allontanare da te anche chi ti vuol bene. Maleducata e violenta, maltratti l'amato, fuggi da chi, nonostante tutto, ti vuole serrare a sé. Cercarti, riconoscerti negli anfratti dove ti nascondi. Leccare le tue ferite. E dirti che ciò che il cuore desidera esiste e che anche tu, a tua volta maltrattata e violentata, quel cuore lo possiedi ancora.
Quasi ogni settimana ti attraverso da parte a parte, da ovest ad est, dal punto dove tutto sembra tramontare a quello dove la speranza si riaccende. Passo dai grattacieli di Porta Nuova, scruto da lontano le sagome di pietra del Monumentale. Fisso la besta negli occhi. Nei pedoni frettolosi, nelle auto nevrotiche e veloci. Nei passanti dallo sguardo smarrito, senza meta nonostante abbiano un destino.
Ma stamani cammino a piedi. Percorro Paolo Sarpi di un passo lento, vado su e giù mentre la via sonnecchia ancora. Chinatown é zeppa di volti che appaiono come inanimati. Fermi sulla soglia dei negozi, intenti a spazzare il marciapiede, o appoggiati, inerti, lungo il bancone di un bar. Mi sembrano tutti uguali e tutti tristi. Occhi stranieri con lo sguardo fisso nel vuoto. Come questa strada, d'altra parte, dove il sole filtra tra i palazzi senza creare luci né ombre. Un'alternanza di marciapiedi scuri e di palazzi accecanti, senza colori né chiaroscuri.
Fotografo immagini nella mente che poi non riesco a elaborare. Il mio telefono, con la sua fotocamera, é altrove, nelle mani di qualcuno che lo sappia riparare. Scivolato,  é caduto, come capita di sovente nella vita, e si é riempito di crepe. E quelle crepe, invece che far passare la luce, si sono ramificate e moltiplicate a vista d'occhio, come succede spesso ai cuori. Sono cose che ciascuno sa, ma dalle quali non si riesce mai ad imparare abbastanza. Cerco un giornalaio o un negozio di libri e m'imbatto solo in ristoranti chiusi o negozi di bigiotteria. Trovo una chiesa, quella della Santissima Trinità. O forse é lei che ha trovato me. E allora entro.
La chiesa é grande, ma devi andarci dentro per capirlo davvero. Sembra quasi che voglia superare tutte le altre case, arrivare a sfiorare il cielo. Vetrate piccole e poste in alto lasciano filtrare i raggi del sole, che colora coi suoi raggi il pavimento. Tutti i riflessi rubati alla strada sembrano finiti qui e luci ed ombre vanno a convergere nello stesso punto. Un crocifisso con le braccia incurvate e il petto steso in avanti. Un mazzo di gigli in fiore dietro al Suo corpo martoriato. Gesù abbandonato, morto e poi risorto, dicono che non ci sia bisogno d'altro. Che tutto il resto sia corollario. Punto di partenza e punto d'arrivo per ogni cosa.
Prego per un po'. Malamente e distrattamente, come mi capita spesso. Ma prego. Per i miei affetti, per gli amici, per i colleghi di lavoro. Per quella donna troppo giovane per essere volata via proprio durante il mio turno di guardia. E per gli amori inconsolabili che ha lasciato quaggiù. Uno solo é il Consolatore. Uno solo l'abbraccio di una misericordia che non ha mai fine.
Prima di uscire raccolgo un cartoncino. L'annuncio dell'angelo a Maria, scritto in caratteri incomprensibili alla mente, ma sempre conosciuti dal cuore. Torno là fuori. Quell'abbraccio non mancherà. Quei volti non saranno lasciati soli, occhi che ora non sembrano più tristi e neppure tutti uguali. Vado a recuperare un telefonino che, come il mio cuore, é stato riparato da tutte le sue crepe. E sono sulla strada, di nuovo. La strada che porta verso casa. 

Monday, March 30, 2015

I DESTINI INCROCIATI DI JASON E GLEN

Il 16 marzo 2013 il corpo di Jason Molina viene trovato senza vita in un appartamento di Bloomington, città dell’Indiana, l’anonimo Midwest americano. Le complicanze fatali di una malattia legata all’abuso di alcolici se lo sono portato via, all’età di soli 39 anni. L’alcol, in realtà, è solamente un epifenomeno del male del secolo, quel black dog – la sindrome depressiva – che attanaglia senza pietà molte, forse troppe, persone. Mentre mi accingo a scrivere queste righe, che vogliono parlare di musica, il pensiero non può fare a meno di andare alle vittime di un disastro aereo, tragico figlio della stessa malattia e al grido di un perché, che resta domanda senza risposta, sospesa a mezz’aria nel vento (...)

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Wednesday, January 14, 2015

RUE DE LA FRATERNITE'




           «In te misericordia», perché l’uomo cade senza conoscere il dove, il come e il quando.
«In te pietate», perché l’uomo è debole, contraddittorio e fragile fino alla morte.
«In te magnificenza» è il comunicarsi di una forza di vittoria come luce finale.
Bontà è il motivo di azione per l’uomo"

(Luigi Giussani)

Monday, November 24, 2014

IL PRESEPE DI ENNIO


Erano andati da Ennio in un bel pomeriggio di sole. Una di quelle giornate che il mese di ottobre aveva rubato all’estate, dandole in cambio la pioggia di cui, per una volta, l’autunno aveva deciso di disfarsi. Avevano parcheggiato l’auto giù in cortile ed erano saliti in casa, dove lui li aspettava. I pacchi erano già tutti sistemati e catalogati con cura, pronti per essere portati via perché il loro contenuto potesse riprendere vita altrove. Per tanti anni il presepe aveva abbellito la casa di Ennio, quando era Natale. Piccole casette, steccati, giardini e vialetti con la neve. C’era anche uno splendido Babbo Natale e persino una piccola montagna con gli sciatori. Lui aveva sempre pensato che non l’avrebbe mai dato via ad una persona qualunque. A chi fosse capitato, per così dire, alla prima occasione. Aveva aspettato che arrivasse la persona giusta. Così, qualche giorno prima, aveva chiesto a lei se voleva portarselo a casa. Lei che lo aveva sempre assistito, con impegno e con amore. Quello che metteva sempre, peraltro, nel suo lavoro d’ospedale di ogni giorno, nonostante quel clima perenne di nervosismo e scontatezza che, troppo spesso, non faceva cogliere più a nessuno quanto l’eroico potesse diventare quotidiano. Ma talvolta non era così: capitava ci fosse chi sapeva apprezzare fatica e dedizione. Chi non rimanesse indifferente di fronte a ciò che sapeva di amore e di passione. Ed Ennio era uno di questi.

Li aveva accolti, in casa, con una calorosa stretta di mano. Il volto scavato dalla malattia, che ormai si stava prendendo tutto il suo corpo. Ma il sorriso, quello, il tumore non se l’era ancora portato via. E c’era da scommettere che non ci sarebbe mai riuscito. I suoi gesti e le parole, in quei pochi minuti che avevano trascorso insieme, erano come raggi di luce che trapassavano la stanza. Persino il cagnolino sembrava rendersene conto, in quel suo allegro scorrazzare da un angolo all’altro della casa. Ennio raccontava di quel plastico e dei suoi pezzi, costruiti con pazienza un po’ alla volta, lungo il corso degli anni. Ed ora era lì, come a cercare di trasmettere tutto il desiderio di bellezza scritto nel suo cuore, vestito a forma di casette, personaggi, fili e lampadine. Poi erano scesi ed avevano caricato l’auto, così zeppa che non ci sarebbe stato più neanche il sacchetto del pane; avevano salutato e ringraziato Ennio e sua moglie, semplicemente e senza tanti giri di parole, e si erano rimessi in viaggio.

Sulla via del ritorno avevano percorso strade secondarie, attraversando vecchi quartieri che a Milano pensavano non esistessero più. Avevano parlato ancora di lui e della preziosità del vivere bene ogni istante, che invece questa città, folle e frenetica, sembra volerci portare sempre via. Poi, arrivati a casa, avevano scaricato con cura ogni pacco ed avevano riposto tutto in solaio. Lui aveva cercato uno spazio per tutta quella roba, come si cerca il luogo adatto per qualcosa di prezioso. Ma non vedeva l’ora di riportare giù gli scatoloni. Era ancora un po’ presto per addobbare la casa per Natale, ma quest’anno non avrebbe aspettato a lungo per allestire il presepe. Che poi la cosa buffa è che sembrava che, in tutto quel bendidio, mancasse solo la stalla con la statuetta di Gesù. Ma quel che non mancava, ne era certo, era tutto l’amore con cui ogni frammento era stato pensato e costruito. Quello non sarebbe mai passato inosservato, neppure allo sguardo più disattento. L’amore di Ennio era la sostanza di tutto, la corrente che passava attraverso il filo di rame di ogni cavo, la colla che teneva assieme ogni pezzetto di plastica e di legno. Così il Natale di quell’anno, in casa, avrebbero ricostruito tutto con cura, perché niente rischiasse d’andare perduto. Poi, alla fine, insieme alla Madonna, a San Giuseppe ed ai pastori, avrebbero messo anche la statuetta di Gesù, il figlio di Dio che era arrivato, a dare significato a tutto quell’amore, perché Lui era l’Amore. C’era un tempo per tutte le cose, pensavano in famiglia, di fronte ai pezzi del presepe, rimessi ancora una volta tutti insieme. E Gesù, che rinasceva ancora una volta per ogni uomo, era arrivato in quel presepe proprio adesso. Ora che Ennio, che stava per entrare nella casa del Padre, era finalmente pronto ad abbracciarlo.


Tuesday, October 28, 2014

GLI OCCHI DI CATERINA E DI SIMONE

Gli occhi di Caterina corrono su e giù per l’oratorio. Sfrecciano da un angolo all’altro, inseguono ogni cosa con curiosità e stupore. Dall’alto delle spalle del papà, sanno cogliere il particolare di ogni istante, quel frammento nel quale è sempre contenuto il tutto. Gli occhi di Caterina ogni tanto incrociano quelli di Simone. Occhi diversi, eppure con lo stesso sguardo. Quello che racconta del desiderio di Amore e Bellezza scolpito da sempre nel loro cuore (...)

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Thursday, April 17, 2014

OCCHI DI PASQUA

Erano passati anni. Ed era vecchio e stanco, ormai. Eppure ricordava tutto perfettamente, come fosse accaduto pochi istanti prima. Era corso lassù, quel giorno, senza sapere neppure il perché. Qualcosa l'aveva misteriosamente attratto in quel punto, lungo il sentiero. E sì che non era neppure una novità, quel che stava accadendo. Ogni giorno i romani ne ammazzavano qualcuno. Ladri, assassini o semplici oppositori del regime. Avevano inventato quel sistema così barbaro per uccidere la persone - crocifissione, l'avevano chiamato -  che proprio loro, i depositari della legge, gli uomini dotti e sapienti, sembravano i più barbari di tutti, peggio degli animali. Ma tra la gente si mormorava: quell'uomo che stava salendo il Calvario, Gesù di Nazareth, non era passato inosservato. Non che gliene importasse granché a lui, Simone di Cirene, che non aveva mai conosciuto nessuno dei suoi discepoli o di quelli che lo avevano visto o sentito parlare. Ma per qualche strana ragione ora si trovava lì, nel punto del suo passaggio, tra due corridoi di folla che i soldati romani tenevano a bada a forza di pugni, calci e minacce di spada. Poi Gesù era caduto per terra proprio davanti ai suoi occhi, stremato dalla fatica. Ed uno dei soldati aveva tirato proprio lui, Simone, per un braccio e gli aveva intimato di caricarsi la croce sulla spalle. Non aveva neppure provato a farsi da parte e scappare: c'era poco da scherzare con quella gente. Solo, aveva sperato che il suo supplizio durasse un tratto di strada il più breve possibile. Ma in quei pochi istanti aveva incrociato gli occhi di Gesù. Ed era stato come un raggio di luce che era entrato diritto nelle crepe del suo cuore. Quegli occhi erano pieni di strazio, di angoscia e di timore, di sangue e di sudore. Eppure non c'era un barlume di rabbia o di dubbio. L'uomo si era trascinato con lui, carponi, finché i soldati gli avevano tolto la croce di dosso per rigettarla di nuovo su Gesù. Era rimasto lì come impietrito, in mezzo al sentiero, poi, lentamente aveva ripreso a salire, anche lui verso la cima del Calvario. 
Era stato lì tutto il tempo, insieme a pochi altri curiosi e a Maria e Giovanni, la madre e l'amico di quell'uomo. Tutto il tempo di quella folle e atroce crocifissione, e il tempo per udire quel grido assurdo. Colui che dice d'essere il figlio di Dio che urla a gran voce "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Poi non ce l'aveva fatta più. Era davvero troppo ed aveva cominciato a correre giù dal Golgota. Una corsa a perdifiato, i polmoni che scoppiavano, il cuore che batteva nel petto all'impazzata. Era arrivato a Gerusalemme alle tre del pomeriggio e all'improvviso il sole si era oscurato all'orizzonte. Buio in città, buio dappertutto. E il centurione che gli era arrivato quasi addosso, correndo anche lui, sconvolto dopo aver visto il velo del tempio squarciato. "Davvero costui era il figlio di Dio!", gli aveva gridato come un pazzo. 
Poi, seduto in un angolo, aveva incontrato quell'uomo di nome Barabba. Sedeva tranquillo, sembrava l'avesse aspettato da sempre. "Anche tu hai incrociato gli occhi di quell'uomo?", gli aveva chiesto. "So cosa significa, é capitato anche a me". E gli aveva raccontato a lungo di quegli occhi visti anche da lui per un solo istante dopo la scelta della folla alla domanda di Pilato. Occhi sudati e insanguinati, occhi impauriti. Ma occhi ricolmi di un amore infinito. E che non aveva dimenticato mai più.

Adesso, anni ed anni dopo, vedeva con tenerezza tutto il cammino percorso fino a lì. L'incontro con Pietro e Giovanni, che erano corsi quella mattina al sepolcro, il racconto dei discepoli di Gesù risorto e vivo in mezzo a loro. L'amicizia con Barabba e con quel centurione, che si era consolidata poco a poco. E la vita, quotidiana, che si era snocciolata istante dopo istante, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era stato un bel vivere, pur in mezzo alle incertezze ed agli affanni. Una vita di comunione, con Gesù ancora vivo in mezzo a loro, come aveva promesso a quelli che si sarebbero uniti nel Suo nome. 
In cuore, Simone aveva conservato sempre quello sguardo di Gesù, quegli occhi di Pasqua incrociati un giorno sul calvario. Quegli occhi avevano colorato per sempre la domanda e la strada del suo cuore, che ora era colmo di una gratitudine senza fine. E la sua vita, che stava per finire, era stata, da lì, in poi, una meravigliosa avventura insieme a tutti quelli che l'avevano condivisa con lui. 
Una compagnia di uomini in cammino, che Gesù aveva chiamato Chiesa.




Sunday, April 06, 2014

DI GREGOIRE E DEI SUOI MATTI DA SLEGARE. E DELL'INDIFFERENZA.



Grégoire interrompe il suo racconto e si alza di scatto, cogliendo tutti di sorpresa. Solleva lo zaino, estrae una catena e se la mette al collo, per riprendere poi a parlare, tenendola stretta e tirata. E' un modo efficace per far comprendere meglio a chi ascolta, comodamente seduto di fronte, la realtà di cui sta raccontando dall'inizio della serata: quella delle persone affette da disturbi psichici e trattate nei paesi dell'Africa Occidentale con l'abbandono o l'incatenamento a vita, perché ritenute colpite da stregoneria. E' la sera di domenica 9 marzo ed un teatro milanese ospita un incontro con Grégoire Ahongbonon, responsabile dell'Association Saint Camille de Lellis. Uno sguardo profondo e intenso accompagna le sue parole: occhi che trasmettono dolcezza e, allo stesso tempo, una forza d'immense proporzioni. Lo spessore di un uomo che, dopo aver ritrovato Dio, comprende che "ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa".
 
Grégoire nasce nel 1953 in Benin, da genitori contadini che lo educano nella fede cattolica. Nel 1971 emigra in Costa d'Avorio; lavora come riparatore di gomme e, poco a poco, giunge ad un discreto benessere. Si allontana da Dio e dalla chiesa, poi, verso la fine del decennio, alcune disavventure economiche lo portano al fallimento e sull'orlo del baratro. Pensa seriamente al suicidio ma, per una serie di circostanze, compie un pellegrinaggio a Gerusalemme, tornando a casa con una fede riabbracciata. Gira per le strade di Bouaké, la sua città, con questo cuore nuovo e, a quel punto, vede ciò che lo circonda. Si accorge di persone che girano nude, a caccia di qualcosa da mangiare, uomini e donne abbandonati dalle famiglie perché malati di mente: i "dimenticati dei dimenticati". Grégoire vede in loro Gesù ed inizia ad aiutarli come può. Porta da mangiare, trascorre con loro le notti, ma si rende conto che non é abbastanza e si dà da fare, finché riesce ad ottenere di gestire un centro dove accogliere queste persone. Comincia a girare per i villaggi del suo paese e scopre una realtà raccapricciante: molti malati mentali vengono incatenati dalle famiglie, bloccati "come Gesù sulla croce" anche per anni, finché la morte non abbia il sopravvento. Il primo incontro di Grégoire con questa realtà é sconvolgente e da quel giorno non si dà tregua, per riuscire a liberare dai ceppi quanta più gente possibile. Oggi i centri gestiti dalla sua associazione sono cresciuti di numero, operando in Costa d'Avorio, Benin e, prossimamente, anche in Togo.
E' un racconto dettagliato, quello a cui si assiste, difficile da descrivere in poche righe. "Come fate ad andare avanti ed a trovare le risorse di cui avete bisogno?", viene chiesto da uno dei presenti alla fine dell'incontro. "Non sono io che faccio funzionare i centri!" - risponde Grégoire, con tono fermo e deciso - vi ricordate cosa ho detto all'inizio? Io sono un gommista! Avevo i soldi, ma Dio mi ha spogliato di tutto, prima di permettermi di cominciare questa storia. Dunque non sono io, né il mio denaro, che ha avviato tutto questo. Ora abbiamo più di 1350 malati in questi centri, ma chi si occupa di questi poveri e se ne occuperà sempre é la Provvidenza, che opera incessantemente attraverso gli uomini".
 
Si esce dall'incontro come trafitti. Una ferita provocata da una realtà sconosciuta a molti e per questo ancor più dolorosa, ma risanata dallo sguardo di Grégoire, un uomo innamorato di Gesù. Rimane in cuore solo un rammarico. Perché la gente non accorre mai sufficientemente numerosa ad incontri come questo, preferendo le comodità di casa propria? Forse perché la malattia dei tempi moderni, quelli della grande comunicazione di massa, dove viviamo come sconosciuti, pur in mezzo a mille messaggi su telefonini, twitter o facebook, è quella dell'indifferenza. L'ha spiegato bene, lo stesso Grégoire: "Qual é la tentazione che ci allontana da Dio oggi? Satana, che é venuto a seminare l'indifferenza nei nostri cuori. Siamo diventati indifferenti gli uni verso gli altri e non vediamo più la sofferenza di chi ci é accanto. Ma l'unico cammino per la nostra felicità e santità é questo: ama Dio con tutto il tuo cuore e il tuo prossimo come te stesso". Non c'è giudizio, né condanna nei suoi occhi, mentre pronuncia queste parole, anche se é un richiamo forte, che scuote la coscienza di tutti i presenti e rende difficile prendere sonno, una volta ritornati a casa. Ma siamo tutti in cammino e rincuora, al mattino, ricominciare cercando di mutare lo sguardo verso chi ci passa accanto nel momento presente. Vivere l'uno accanto all'altro. Per riscoprire l'io, il fratello e Dio.
 

Tuesday, March 04, 2014

TOCCATO DA UNO SGUARDO

Estate 2013, una famosa località del litorale italiano. Un gruppo di amici mi propone di assistere al nuovo spettacolo di Pietro Sarubbi, “Il mio nome è Pietro” ed a portarci, per giunta, tutta la famiglia. Si va tutti a teatro, questa sera, dai dieci ai cinquant’anni. “Ma sei sicura?”, chiedo timoroso a mia moglie. “Stai tranquillo – mi risponde – vedrai che sarà bello anche per i nostri figli!”. Mi fido, si va. E faccio bene, perché, oltre a passare una splendida serata, scoprirò con sorpresa l’esperienza di un attore, che ha visto la sua vita trasformata dalla partecipazione al film “The Passion” di Mel Gibson. Una vicenda che approfondirò meglio in seguito, leggendo il suo libro “Avrei voluto fare san Pietro, ma sono nato Barabba”, in cui viene brillantemente scritta la storia della sua conversione. 

Domenica 2 febbraio 2014, un teatro milanese. E’ l’occasione per un nuovo incontro con il nostro attore, invitato questa volta a raccontare dal vivo la propria esperienza personale. Sarubbi inizia a parlare, strappando subito più di un sorriso con la propria simpatia. Narra di un’infanzia poco serena, di un carattere esuberante e trasgressivo, della difficoltà a relazionarsi con gli altri. A dodici anni scappa di casa con una ragazzina che fa parte di un circo; sta via qualche mese, lo ritrovano e lui scappa di nuovo. A quattordici finisce dai salesiani, dove i seminaristi vivono accanto a ragazzi accolti in una sorta di comunità di recupero, ma lui continua a compiere gesti che sanno di ribellione e voglia di libertà: “Mi piaceva bruciare le tende o spaccare le vetrate, che da un piccolo gesto nascesse un grande effetto”. Ma, invece di essere punito, ottiene dal suo tutore, don Luigi, un amore inatteso: “da una parte egli smorzava la mia aggressività e dall’altra mi faceva scoprire una tenerezza che mi spiazzava: ma come - mi dicevo - più faccio il cattivo, più questo mi vuole bene?”. In quel piccolo istituto c’è un teatro e Pietro scopre una passione. Studia da attore e, un po’ alla volta, si fa strada. Ma al centro c’è sempre il desiderio del suo cuore: “Ognuno ha un cuore che cerca la bellezza. Ci sono cuori più semplici che si accontentano e cuori complicati che non è semplice fare felici. Ed in questo cercare, io ho fatto tanti errori, girando il mondo. Ma, crescendo, aumentava la consapevolezza di non trovare la risposta”. Continua a recitare, diventa famoso e intanto cerca di “addormentare il disagio”. Beve, passa da una ragazza all’altra, finché, un giorno, ne incontra una che decide di rimanere al suo fianco e gli dona tre figli. Pietro ha quarant’anni e prova a rimettersi in gioco. Parte per gli Stati Uniti, si fa notare, recita in film famosi, finché, un giorno, Mel Gibson lo chiama per prendere parte a “The Passion”. E’ ambizioso, vuol sapere che personaggio deve fare, ma il regista lo tiene sulle spine. Capisce che si tratta di un film sugli apostoli ed é convinto che gli verrà affidata la parte di Pietro, ma scopre che dovrà svolgere invece il ruolo di Barabba. Rimane deluso: si sente sottovalutato perché deve recitare un personaggio che nel film non dice neanche una battuta. Ma la risposta di Gibson lo sorprende: "che differenza credi ci sia tra Barabba che non parla e Pilato che parla dieci minuti in aramaico? Quello che il pubblico capirà é quello che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi". E’ in quel momento che decide di fidarsi e di seguire le indicazioni del regista, persino quella bizzarra di non incrociare mai lo sguardo dell'attore che impersona Gesù, fino al momento in cui, nel film, Barabba guarderà davvero negli occhi del Signore. E lì accade qualcosa di speciale: "Sono colpito dalla profondità del suo sguardo. Mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, e invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo quasi una dolce accettazione. Non é uno sguardo feroce, ma dolce e misericordioso, quasi di preoccupazione per me e per la mia condizione, ed accade una cosa unica nel suo genere e nella sua imprevedibilità: mi perdo in quello sguardo, nello sguardo di Gesù, rimango forse un minuto con gli occhi dentro quello sguardo, immobile, a bocca aperta". E’ una novità sconvolgente, di quelle che non fanno più dormire: “a 43 anni, in un albergo a 5 stelle al centro di Roma, sto tutta la notte sulla sponda del letto, con questo sguardo davanti. Era come una domanda di emergenza che io non capivo”.

Passano i giorni, ma aumenta un’inquietudine e si fa strada la solitudine di un uomo famoso, che non riesce a parlare con nessuno di ciò che ha di più urgente nel proprio cuore. Quando il film esce sugli schermi suscita scalpore; i giornali ne parlano e si scrive anche di lui, Pietro Sarubbi in Barabba. Un sacerdote legge un articolo, dove si racconta ancora di quello sguardo. S’incuriosisce, lo cerca e, una volta trovato, gli chiede di andare a portare la propria testimonianza alla sua comunità. Pietro ha ancora quella domanda che ferisce il suo cuore e va. E’ l’incontro non solo con quel sacerdote, ma con una comunità che lo affascina e lo rapisce in un modo nuovo e inconsueto. Parla ancora con quel prete, vuole capire: “Ma come fate ad essere così? Ma lo sa che io ho un figlio a casa che è sempre così agitato che sembra che abbia una colica renale?”. La risposta è disarmante: “Tu sei la colica renale di tuo figlio! Perché i figli non vogliono sentirsi dire cosa devono fare, vogliono vederlo. E tu cosa gli fai vedere a casa? Quando l’hai abbracciato l’ultima volta?”. Pietro non sa rispondere, ma, arrivato a casa, compie quel gesto: abbraccia il figlio e vede finalmente le lacrime solcare due bellissimi occhi verdi. E’ l’inizio di una nuova storia: “Da questo figlio ritrovato – racconta – ho cominciato a fare un cammino. Volevo rimanere aggrappato a quelle persone, imparare il segreto della felicità e non volevo sbagliare. La mia domanda grande era: ma come è possibile che dentro lo sguardo di un uomo ci sia Cristo? E un giorno quel sacerdote mi butta sulle gambe un libretto. Sopra c’era scritto “Deus Caritas Est”. Non so di cosa si tratti, ma mentre sto sul treno per tornare a casa leggo una frase a caso, la prima che mi capita: “Il Signore, sempre, di nuovo, ci viene incontro attraverso lo sguardo di uomini in cui egli traspare”. C’era dentro la risposta alla mia domanda più dolorosa, scritta dal Papa”. “Ci si può abituare ad uno sguardo?”, viene chiesto a Sarubbi alla fine dell’incontro. Non ci si abitua – risponde - ma lo si cerca disperatamente. E poi aggiunge: “Se voi siete qua è perché siete stati toccati da uno sguardo. Se ognuno di voi non fosse stato toccato da un amico, un parente, un sacerdote, un educatore, cent’anni fa o ieri, non sareste qui. Tante volte, di fronte ad rumore in fondo alla chiesa, la gente si gira; ma se sull’altare c’è Cristo, chi ci si aspetta che entri di più importante da quella porta?”. 

Tante altre cose racconta Pietro Sarubbi, trasmettendo tutto con la sua straordinaria allegria, ma facendo anche cadere più di una lacrima sul volto dei presenti. Perché l’abbraccio della conversione – lo dice lui – è commovente come quello del padre al figliol prodigo. Ed accade così che la sua testimonianza riesca a fare breccia nel cuore di chi ascolta, perché egli stesso ha preso il suo, di cuore, e l’ha messo nudo sul palco, a raccontare di un desiderio di bellezza finalmente realizzato. Un cuore trafitto da uno sguardo, quello di un Altro che è passato come passa la luce attraverso le crepe. E’ per questo che, una volta tornato a casa, il mio cellulare impazzisce e continua a ricevere i messaggi entusiasti degli amici, segno di una gioia che si manifesta senza freni. E mentre ripenso a tutto questo, al film di Mel Gibson ed a questi giochi di sguardi, capisco quale sia il modo migliore di vivere la quaresima che sta per iniziare. Percorrere una strada, accanto all’Uomo dei dolori, per giungere ad un incontro, quello col Risorto, capace di cambiare un’esistenza intera. Nient’altro che quel scrive Sarubbi, nel libro che racconta della sua conversione: “solo io, con la mia valigetta, con dentro il mio povero costume di scena, solo io di fronte alla grandezza della vita che affronto, un po’ come si sarà trovato il povero Simone, con la sua povera sacca da pescatore, i suoi sdruciti calzari e la barba incolta davanti al Messia che gli cambiava nome, lo faceva rinascere uomo nuovo pur lasciandolo com’era, ne cambiava il cuore e attraverso quello lo cambiava tutto”.

Thursday, February 13, 2014

CREDERE PER VEDERE


Domenica, nove del mattino. Ti alzi stanco, come se fosse già sera. Nuvole grigie, cielo basso e non c’è linea all’orizzonte; i tuoi pensieri non riescono a sfumare fino all’infinito. Piove da giorni. Piove sulla cattedrale e sui quartieri di periferia della città. Hanno detto i telegiornali che c’è gente che ha perso la casa o quel poco che possedeva e tu non sei certamente tra costoro, eppure questo pensiero non riesce a consolarti. C’è troppa pioggia anche nel tuo cuore per permetterti di vedere chiaro. E nelle incertezze del giorno che si fa strada, non sembra esserci cavallo sicuro su cui puntare.
C’è un prete sull’altare, ma oggi non basta che sia tuo amico e compagno di cammino. Non serve neppure questo a far smettere di piovere. Legge un libro, dove si narra di un funzionario del re, che sta camminando per andare ad incontrare un uomo di nome Gesù. C’è un sacco di strada, da Cafarnao a Cana e, come se non bastasse, piove che Dio la manda. Si sta inzuppando tutto,  è proprio stanco e sta pensando a quel figlio che muore. Ed a tutti i suoi soldi, che, per la prima volta nella vita, non sono serviti a cambiare la ruota del destino. Non vede l’ora di vederlo, il figlio di Giuseppe, quell’uomo venuto da Nazareth, paese di diseredati che non se li fila mai nessuno. Eppure, lassù a Cana, narrano di meraviglie accadute a un matrimonio. Acqua mutata in vino e vino buono, per giunta, che sono ancora in giro tutti a raccontarne, anche giù a Cafarnao. E intanto continua a piovere, pioggia sottile, che s’infila tra le pieghe dei vestiti, passa sotto la pelle e non riesce ad ammorbidire un cuore che s’indurisce sempre di più, ogni giorno che passa.

Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia”. Che buffo. Si era preparato un sacco di bei discorsi, eppure una volta arrivato lì davanti, non era riuscito a dire nulla di più. E sì che un funzionario del re trova sempre le parole giuste per ogni occasione. Invece questa volta niente. Solo quattro striminzite parole ed il terrore che anche la grandezza di quell’uomo non potesse nulla contro la vita di un figlio che scivola via sempre di più. “Và, tuo figlio vive”: non gli aveva detto nient’altro Gesù. Solo che aveva accompagnato quelle parole con uno sguardo, uno di quelli di cui era capace lui. Quelli che non riesci più a toglierti di dosso, qualunque cosa succeda. E lui quello sguardo se l’era portato con sé, giù di nuovo, di corsa fino a Cafarnao, lungo quella strada faticosamente salita il giorno prima, con la pioggia che, anche lungo la strada del ritorno, non aveva smesso di scendere incessantemente. “Ieri, dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato”. Dopo mezzogiorno! Non un istante prima di quello sguardo. E appena un attimo dopo quell’incontro.

Ti ridesti, come da un sogno e c’è di nuovo il tuo amico, sull’altare, che sta provando a spiegare quella storia. Parla di proverbi, dice che la saggezza popolare non è mica tutto oro che luccica, in fin dei conti. Anzi, che spesso e volentieri certe frasi e luoghi comuni andrebbero proprio ribaltati. Come quello che dice che bisogna vedere per credere, quando, invece, è vero che bisogna credere per saper vedere. Credere per vedere, questa è davvero bella. Ma come ha fatto a venirti in mente, genio di un amico? Se le cose stanno così, allora sì che cambia tutto. Ripensi a quell’uomo, dopo le parole di Gesù. Mica aveva chiesto altre spiegazioni: gli era bastato uno sguardo. E si era rimesso in cammino verso Cafarnao. Chissà quante cose nuove aveva visto, lungo la strada del ritorno. Sempre sotto la pioggia, eppure la luce intorno alle cose era mutata. Scorgeva colori che non aveva mai visto, udiva suoni che non aveva mai sentito. Poi era arrivato da suo figlio, guarito. Poiché aveva creduto in Lui, la realtà gli si era finalmente mostrata. E tutta la sua famiglia avrebbe continuato a credere, d’ora in poi. Per continuare a vedere.

Alzi gli occhi di nuovo, guardi le vetrate al di sopra dell’altare. Da dove arriva la luce che adesso filtra da esse e riempie la chiesa di colori nuovi? C’è di nuovo il sole, là fuori, e sembra voler fare di tutto per entrare. E’ una piccola crepa, quella dalla quale riesce ad entrare anche nel tuo cuore. Già, una piccola crepa, come c’è in tutte le cose e già lo sapevi, in fondo, che è solo dalle crepe che la luce riesce a passare. Leggi le parole del salmo: “Fa splendere il tuo volto sul tuo servo e salvami, per la tua misericordia. Che io non resti confuso, Signore, perché ti ho invocato”. No, non sei confuso, ora, dopo che il Suo sguardo si è posato un’altra volta su di te. Chissà dove lo incontrerai di nuovo, una volta uscito da qui. Magari impresso sul volto degli amici, pochi passi più in là. Perfino davanti ad un caffè al bar dell’oratorio. Un banale e semplice caffè. Ma in compagnia di Gesù.


Thursday, January 02, 2014

NOCC DE CAPUDANN

"Non sto da una parte o dall'altra. Il mio cuore é con le vittime"
(Johnny Cash)

Hello, Hank. Te ne sei andato solo da poche ore, eppure sono più di sessant'anni, ormai. Doveva essere proprio così, quella notte che ti ha portato via a capodanno. Un'auto che corre, strade buie, freddo nelle ossa, ogni tanto una stazione di servizio, chiusa o abbandonata. Ed un cuore che all'improvviso cede, ferito dal troppo dolore urlato dentro alle tue canzoni. Percorro la mia highway 61, svogliato e stanco. Solo. Non c'è più nessuno ormai, il veglione é passato da un pezzo e non c'è più traccia di vita e di baldoria. Eppure ci dev'essere ancora un sacco di gente che soffre laggiù, nascosta nel silenzio. There's a whole lot of people suffering tonight. From the disease of conceit.
Continuo a guidare. Mi aspettano quelle vie di rock'n'roll, laggiù in fondo alla strada, che sono sempre queste strane corsie d'ospedale. Non conosco ancora il dolore e il desiderio disatteso che attende d'incontrarmi senza pietà. Sofferenza, dubbio e angoscia, misti a condivisione e tenerezza, impegno e sacrificio. Ma anche cattiveria, ipocrisia ed errore. E mille aggettivi per descrivere la stessa cosa. Un'umanità angosciata, tradita, abbandonata. Proprio come l'Uomo dei dolori, in quel suo grido assurdo. Lassù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

Ascolto musica stanotte, quella di Hank Williams o di Townes Van Zandt. Ascolto storie. Quelle di chi se ne é andato come un'umbria, la nocc de capudann ed ha bussato alle porte del paradiso. E di tutti gli altri, quelli che hanno cantato e suonato come fuorilegge, e che per essere tali hanno dovuto saper essere onesti. Ho voglia di stare con loro questa sera. Con gli ultimi, coi derelitti e coi diseredati. E provare a scaldare il loro cuore, solo per sentirlo così simile al mio, ferito in tutte le sue contraddizioni. Sai, Hank, non é mica vero che non usciremo mai vivi da questo mondo, come hai cantato nella tua ultima canzone. Ti sei sbagliato, questa volta, amico, anche se spero che le tue ferite siano state finalmente lenite. E' vero, invece, che c'è un Amore che non ci farà mai morire perché ci precede: "Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo" (1 Gv 4,19).
E' questa la buona notizia, grazie a Dio.
Quella che rende nuovo anche quest'anno vecchio già iniziato.


Friday, December 27, 2013

THE BAND IN A CIRCLE

Quando Mike Scott chiama con un pretesto Steve Wickham ed Anto Thistlethwaite nella migliore sala d'incisione di Dublino, la loro band - The Waterboys - sta cavalcando da poco l'onda di un successo inatteso, generata dall'uscita dell'album "This Is The Sea". Entrando in una delle stanze dello studio, i musicisti vedono all'improvviso  i loro strumenti posti in bella mostra e pronti all'uso, rimanendo sulle prime piuttosto sorpresi.  Ma lo stupore lascia presto spazio al divertimento ed al gioioso desiderio di mettersi ancora una volta a suonare insieme: "nel miglior spirito che potessimo immaginare d'avere, mettemmo le sedie in cerchio, e cominciammo a suonare". Sarà solo la prima delle numerose sessions che porteranno, alla fine, all'incisione di quel capolavoro che ancora oggi é "Fisherman's blues", il disco che il gruppo fece uscire due anni più tardi, nel 1988. 
Waterboys, ovvero la bella voce di Mike Scott, sottesa dalla chitarra o dal suo pianoforte "Old England style", originalmente colorata dall'incredibile violino di Steve e dai riff di mandolino o dalle sottolineature del sax di Anto. Waterboys, acronimo di Yeats, come già intelligentemente intuito da qualcuno, ma anche nome di un gruppo di musicisti in grado di portare tutta la poesia delle proprie radici letterarie e culturali in un affascinante miscellanea di suoni; gente capace di mescolare, come nessun'altro era stato forse in grado di fare sino ad allora, la musica celtica con il country di Hank Williams e le canzoni gospel della più autentica anima d'America.
Le sessions di Dublino sarebbero già state in grado di riempire, in quel lontano 23 gennaio del 1986, lo spazio di un intero disco, che molti gruppi musicali d'allora avrebbero volentieri comperato a scatola chiusa pur di costruirvi sopra la propria carriera. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga, in quel momento, per i ragazzi d'acqua, ricca di crocevia e percorsi affascinanti pronti ad aprirsi all'improvviso, viaggiando per altre sedute in studio da una sponda all'altra del mare - Dublino e Berkeley non sono poi così lontani tra loro quando la musica è sincera - ascoltando consigli da chi sa cosa voglia dire produrre musica davvero (quel Bob Johnston che ebbe incontri ravvicinati con Dylan e Leonard Cohen), per tirare le somme, infine, sulle colline della contea di Galway, nella tranquillità e bellezza di un cottage, adagiato sopra alle onde ed al vento di quel Mighty Atlantic che nello stesso periodo sta così bene ispirando anche i Runrig, fratelli di sangue delle Highlands scozzesi.

Ripercorrere oggi il cofanetto di sei cd, "Fisherman's Box", che racchiude tutte le 121 canzoni che portarono al vinile dell'88  e che a tutt'oggi rimane vetta mai più raggiunta dalla band, é operazione che porta a struggente e pericolosa nostalgia dei tempi andati. Già, perché troppo bella fu la favola dei Waterboys perché potesse durare a lungo. Troppo lunatico Mike Scott, sempre esigente col desiderio di bellezza e spiritualità scritto nel fondo del suo cuore e troppo incapace, ahimé, di tenere assieme un gruppo di musicisti così vitali e che sarebbero stati sicuramente capaci di produrre qualche altra gemma negli anni a venire. Ci misero poco, i Waterboys, a sciogliersi dopo Fisherman's Blues. Ci mise poco, lo stesso Mike Scott, a perdersi in una carriera solista che lo avrebbe portato in rivoli secondari, troppo lontani dall'alveo di quel meraviglioso fiume in piena navigato a  fine anni ottanta. E troppo anacronistica appare, tutto sommato, la recente reunion della band, seppure passata non indifferente a molti, in più di un concerto, anche dalle nostre parti.
Ma sebbene questa sia la storia, non fa comunque male rivisitare oggi - e nella sua fase più ispirata - quella che fu la strada di un gruppo capace di lasciare nella musica il proprio segno, piccolo o grande che sia, ma indiscutibilmente unico e affascinante.

Un disco lungo sei cd, da ascoltare con calma, dunque, a piccole dosi, lasciandosi rapire non solo dalle note, ma dalla minuziosa descrizione che Scott fa di ogni circostanza che ha portato all'incisione di ogni singola canzone (un bellissimo libretto, tutto da leggere), sia che si tratti di piccoli divertissements quali l'esilarante I Miss The Road o di epici brani come la sinfonica versone di Higher In Time. C'è proprio di tutto nell'affascinante viaggio lungo queste incisioni. Le canzoni migliori di quel periodo sono presenti, in versioni diverse e spesso non inferiori rispetto a quelle scelte per la pubblicazione finale: Fisherman's Blues, And A Bang On The Year, You In The Sky, Strange Boat, Saints And Angels, When Will Be Married? e tante altre ancora. Ci sono Bob Dylan e Van Morrison  (quest'ultimo rivisitato in una Sweet Thing in versione più estesa rispetto a quella edita nel 1988, il primo in una Girl Of The North Country, ad esempio, da brivido), da sempre muse ispiratrici per Mike Scott. Ci sono canzoni country o gospel improvvisate, rapite dalla tradizione, fatte proprie e rimaneggiate, sino a rinascere in nuove canzoni, non meno belle di quelle tradizionali. Canzoni prese sul serio o per scherzo, da chi sa passare con disinvoltura da Will The Circle Be Unbroken a Sgt Pepper's o This Land Is Your Land, senza far rivoltare Woody Guthrie o qualche Beatle nella tomba, che, anzi, ti sembra quasi di vederli per un attimo sorridere nascosti, quasi a dire che beh, sì, ci sono eredità che per fortuna non vengono smarrite per sempre.
Si potrebbe andare avanti a lungo a parlare di un disco capace di farti passare dalla baldanza allo struggimento, di farti ballare o piangere di malinconia, ma é molto meglio trovare il proprio tempo ed ascoltarlo. E pazienza se si tratta di roba vecchia che, peraltro, non pare affatto consumata. Ed é bello, ascoltando l'ultima canzone - quella Buckets Of Rain di Bob Dylan sottotitolata da Mike Scott con "fai ciò che devi fare e fallo nel migliore dei modi" - lasciare che scorrano i titoli di coda; sono ringraziamenti ad amici, musicisti, tecnici, collaboratori e, alla fine, ad un Altro, riconosciuto come l'artefice di ciò che conta per davvero: "thank you God, for life, love and music". Essere capaci di questo, mettere al posto giusto ciò che vale, é sempre stato il marchio di fabbrica della musica che non muore. Il potere della musica vera, quella che si mette in cerchio ed é capace di donare a chiunque ali per volare.

Tuesday, December 24, 2013

YOU IN THE SKY

Nuvole basse, pioggia sottile. Guido piano, attraverso lentamente la mia città. Oggi l'hai persa, Milano, la tua maledetta, perenne, pazza frenesia. Ed oggi la stai facendo finalmente perdere anche al mio cuore, al mio io sempre indurito dai suoi pensieri. 
You In The Sky é la canzone perfetta per una vigilia di Natale. Pochi accordi e la voce di Mike Scott. S'infila aspra ed acuta tra le auto e le persone. Entra nelle case, trafigge i grattacieli, accarezza le torri del Monumentale. Canta di un desiderio di bellezza, grida la sua gioia e il suo dolore. You In The Sky. Voglio conoscere il perché di queste nuvole tra me e te. Lascia che ti conosca ed apri il mio cuore. Canta la tua canzone, dritta dentro me.
Cosa può mai venire di buono da Nazareth? Ma Nazareth oggi é questa mia città, la Tua città. La Tua canzone che canta dritta dentro il mio cuore. il Verbo di Dio si é fatto carne, tra i grattacieli e le gambe delle persone. Dio in noi é divenuto Dio in mezzo a noi. E questo solo mi basta ad andare avanti lungo la mia strada. You're so beautiful, now, You in the sky. Tu tra di noi.