Sunday, March 27, 2011

SOLO UNA CANZONE


Quoi que tu fasses, je ne sais pas / ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / faut-il encore qu’on raconte / que quelques chose nous revienne / faut-il qu’on soit seul sur terre, ici aussi

Boire pour la soif, je ne sais pas / ce qui de nous deux restera / tu dis mais je ne regarde pas / je n’ai jamais vu la mer / mais j’en ai vu des noyés / comment fais-tu pour oublier, pour oublier / et la pluie qui revient dans nos voix / pas une chanson, je ne pense à toi / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit

Et quoi que je fasse, / je ne sais pas ce que ça remplace / et derrière nous / c’est encore à l’ombre / aller auprès des phares / et la vie est sans fard / à Port Coton qu’on se revoit / dans ce monde inhabitable / il vaut mieux danser sur les tables / à Port Coton qu’on se revoit, qu’on se revoit
(Port Coton / Raphael - Zaz )



Port Coton é un angolo dell'isolabella, la Belle Ile del sud della Bretagna, anfratto di rocce, spiaggia mai quieta, frustate di vento e di mare stregato. Clemenza del tempo albergata altrove, acqua che ribolle, come la lava adirata di un vulcano. Onde e spruzzi per un ricamo d'ovatta biancastra, affascinante e terribile allo stesso tempo. Terra di Merlino abbandonata dai viaggiatori, un faro d'inverno, solo in balia del freddo e delle correnti dell'oceano.

Port Coton é una canzone. Che parla di mare e di gente che non l'ha mai visto. Ma che ha visto un sacco di annegati. O ha fatto finta di non vederli. Giovani europei di un tempo, gente dell'ovest a cui la guerra é stata solo raccontata, da libri dalle pagine ingiallite o labbra di reduci vecchi e noiosi, che ormai sembrano non interessare più nessuno. Eppure la guerra é sempre lì, ad un passo, i suoi padroni vivi e vegeti, come sempre. Vissuta lungo i confini del sud o dell'est. Vista dentro occhi di ragazze, sguardi spauriti di giovani madri resi vuoti dal troppo dolore che gli é passato dentro.

Port Coton é una canzone. Che parla della speranza che rischia di morire dentro noi. Una morte fatta di abitudine, d'indifferenza, d'egoismo che é la pasta di cui siamo fatti, dalla pelle fin giù nel profondo, dentro al midollo. Di occhiate rivolte di fianco, o verso il basso, o - ancora peggio - ripiegate su se stesse, al di dentro, come se quegli occhi che ci furono donati un giorno non fossero stati fatti dritti, posti sul capo per guardare avanti, tesi verso quel prossimo che é lo specchio della nostra stessa vita.
Port Coton é la mia meschinità. Luogo di desiderio e di contraddizione. Il Bello e il Vero non accolti. L'umile e l'indifeso mai abbracciati abbastanza.


Port Coton é una canzone. Cantata da una donna, voce roca e voce dolce, voce talvolta disperata.
Port Coton é una canzone che accompagna la mia strada, che mi porta dove devo andare. E' uno sguardo verso l'alto, é una preghiera. Certezza che dopo la burrasca e il vento - le onde che turbano la mente, lungo il percorso di pensieri, parole, atti ed omissioni - c'é sempre un sereno che ritorna, sole mai tramontato per sempre all'orizzonte. Alba che porterà bonaccia dopo la galleria oscura di una una notte buia e senza stelle.

Port Coton é la musica del cuore, che cresce giorno dopo giorno, che ringiovanisce mano a mano che invecchia il corpo, che la polvere si accumula, che i peccati riempono sempre più l'anfora di una Misericordia che si fa più grande a mano a mano che passa il tempo.
Port Coton, in fondo, é solo una canzone. Ma é anche il luogo dove la mia burrasca trova finalmente pace. La sconfitta definitiva di ogni inquietudine e tempesta. Il sì detto ad un Altro, dentro l'unico grande dono che mi rimane in mano. Quello della mia libertà.


Wednesday, March 16, 2011

METTI UNA SERA A MILANO



"E adesso si mette pure a piovere....": provo a protestare un po', ma mia figlia mi richiama subito all'ordine: "E cosa vuoi che sia, papi, di fronte a quello che ha patito Gesù...".
E no, che non si fa così, cara la mia Chiara. Proprio no.
E sì che sono stato pure bravo: una giornata dura di lavoro in ospedale, poi alle 18 puntuale in parrocchia per la messa con gli amici focolarini, un'oretta giusta giusta per cenare e sistemare la cucina... e alle 20 tutta la famiglia davanti alla chiesa, in partenza per la via crucis cittadina con l'arcivescovo, dietro alla croce di San Carlo. E allora avrò pur diritto di dire qualcosa... e invece no: mia figlia mi richiama subito all'essenziale.
Che poi non piove. Eh già. Lo dovevo sapere che é sempre così, in fondo. Dio non si lascia mai battere in generosità.
E così, tant'é: tutti e 5 dietro alla croce di San Carlo ed alla reliquia del Santo Chiodo: io, mia moglie ed i nostri tre figli: Chiara di 15 anni, Marco di 12 ed Andrea di 8. Ed oltretutto resistono che é un piacere, fino alla fine della processione. Due ore e mezza secche, compresa l'omelia del nostro amato cardinale. Che, alla fine, sono pure allegri e brillanti: quasi mezzanotte sul tram, al ritorno verso casa, e si fa pure fatica a tenerli fermi.

Comunque, l'altra sera, é stato proprio bello.
Camminare lentamente, pregare dietro alle splendide meditazioni ed a quella croce, ricentrare tutto su quella Misericordia dove riesco sempre a deporre, alla sera, la durezza del mio cuore.
Guardavo la magia notturna della nostra città, le guglie del Duomo, quelle vie illuminate dalla fede che le camminava dentro. Lo sguardo, tra una preghiera e l'altra si posava ora su quella bellezza, ora sui volti che riempivano le vie. Tanti giovani, ma anche alcune persone anziane, coppie di sposi e fidanzati, preti e suore, gente di ogni ceto ed ogni età.
Poi, dentro alla cattedrale, il calore e la solennità allo stesso tempo. L'amore mai sopito per l'arte gotica, ricordi - magici e indelebili - di messe benedettine all'abbazia di Mont Saint Michel o di Sénanque o, più moderne, a Chiaravalle, insieme alle scuole dei miei figli. La sensazione, al fondo, di una Bellezza che si fa strada, l'unica capace ancora di rapire il cuore ferito dell'uomo moderno.
Poi mi é venuta in mente quella meditazione di Chiara Lubich: "Risurrezione di Roma", e tutto si é rivestito di nuova luce, cosicché Milano, così attraente quella sera, ha acquistato, come d'incanto, un fascino più intenso e più vero:
"(...) cosicché, riaprendo gli occhi sul di fuori, vedo l'umanità con l'occhio di Dio, che tutto crede perché é Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é Vita - nel fratello" (scritto del 29 ottobre 1949)

Ci voleva una serata a Milano, con la mia famiglia, un po' di amici e la croce di San Carlo, per ritrovare di nuovo la Bellezza dietro alla quale questo disgraziato d'uomo vecchio non vuole mai saperne di andare. Ma non é una novità, la povertà della mia fede.
Lo é sempre, invece, vedere una comunità che, giorno dopo giorno, é capace di cambiare un pezzetto del mio cuore.
E' di questo che sono profondamente grato.
All'Amore che ho incontrato un giorno.


Sunday, March 13, 2011

IL SEGRETO DI CHIARA


Chiara Lubich (22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)

Ho visto una sola volta Chiara da vicino. Ricordo che mi ero precipitato giù, lungo la scala che lei avrebbe disceso, per arrivare tra i primi vicino alla sua macchina. Era venuta ad un incontro a cui partecipavo anch'io, più di un migliaio di persone, sapete quelle cose che chiamano ritiri e che, volta dopo volta, cambiano un pezzo del tuo cuore anche quando sembra troppo duro. Che poi certi passaggi forti di quei momenti - i ritiri, appunto - io me li ricordo anche nei luoghi più improbabili. Come quando ti trovi in cucina, ad esempio, a mettere in una gigantesca lavastoviglie i piatti di quelle centinaia di persone che hanno appena finito di cenare. E magari a farti spiegare come si fa da una focolarina giovane e sorridente con un inconfondibile accento del Sud America o di un paese africano che non ti ricordi neanche dove si trova. Ho sempre pensato che la strana felicità provata in quegli istanti - che alla fine del lavoro sei puro unto fino alle orecchie, stanco morto e sogni una birra fresca anche in gennaio - avesse in sé qualcosa di profondamente soprannaturale.
Tant'é, comunque, quel giorno mi trovai davvero vicino a Chiara, solo che ero dalla parte sbagliata della macchina, opposta a quella dalla quale sarebbe poi salita. Così non riuscii a salutarla ed a stringerle la mano. Ma ero comunque ad un passo da lei. E mi ricordo il silenzio intorno e certi sguardi come una delle cose più sacre della mia vita. C'erano decine di persone vicino a quell'auto ed ogni mezzo metro c'era una mano che stringeva quella di Chiara. Lei avanzava lentamente, qualche istante per ciascuna di quelle mani e di quei volti che volevano salutarla, dirle che le volevano bene, farle capire quanto era stata madre per ciascuno. Lo sguardo di Chiara era impressionante. Profondo, sorridente e penetrante. Una penetranza d'amore, come se quella persona che lei aveva davanti a sé, fosse stata l'unica presente in quel momento e nella sua vita. La stessa intensità distribuita ad ognuno, prima di salire in macchina e salutare poi tutti insieme con la mano dal finestrino. Uno sguardo che ho portato dentro per anni e che mi trovo addosso ancora adesso, perché ha fatto scuola nel mio cuore.
Mi ha fatto capire cosa significhi amare la persona che la circostanza della vita ti mette davanti nell'attimo presente. Quello che hai di fronte, in quell'istante. E in quell'istante solo lui. Sia tua moglie o tuo figlio, il collega o il tuo capo. O il passante che incrocia la tua strada. Stessa intensità per ciascuno. Stessa dose d'amore.

* * *

Rocca di Papa é un delizioso paesino dei Castelli Romani, adagiato sulle alte sponde del lago di Albano. Ci fanno dell'ottimo vino, da quelle parti e si mangia pure bene, non solo porchetta e scottadito. Rocca di Papa é anche il cuore pulsante del Movimento dei Focolari. Lì c'é la casa di Chiara e la sua tomba, posta in una cappella all'interno del Centro Mariapoli. Chi si trovasse da quelle parti, non avrà difficoltà a passare dentro per un saluto o una preghiera: la porta del Centro é sempre aperta per chiunque. L'ho fatto un po' di volte anch'io, a volte senza sapere neppure cosa chiedere o cosa dire, ma solo per mettere il mio cuore davanti al suo e lasciare che sul nulla d'amore di entrambi quei cuori potesse nascere qualcosa di nuovo e di grande. Quest'inverno, poi, sono stato anche a visitare la sua casa. Anche da lì passano ogni anno migliaia e migliaia di persone, ma non é un museo, quello che vi si trova. Dentro, ad accogliere ciascuno, ci sono le focolarine che stavano con Chiara e che sono ancora lì, vivendo la normalità della quotidianità e dei loro incarichi di ogni giorno. Ho attraversato, insieme a decine e decine di altri amici, il salottino e lo studio dove ogni giorno lavorava, la cappellina che comunicava direttamente con lo studio, centro della casa, la stanza da letto dove é morta alle due del mattino del 14 marzo, dopo aver salutato e stretto le mani, l'ultimo giorno della sua vita terrena, delle centinaia di persone giunte a porgerle l'ultimo saluto.
Non mi ricordo cosa mi sia passato per la mente, passando da una stanza all'altra, scambiando qualche parole con le compagne di Chiara, facendomi raccontare di quell'aria di paradiso che si é respirata per anni in quella casa. Ma ricordo una sensazione di bellezza, una volta uscito da lì, bellezza come unica cosa capace ancora di rapire il mio cuore, ferito tropo spesso dalla sua stessa durezza.

* * *

Se dovessi portare via con me una sola cosa come la più preziosa di Chiara, quella che più me la fa sentir madre ogni giorno, forse prenderei una frase ed uno sguardo. La frase é la risposta che lei diede all'ultima domanda di un'intervista che Flaminia Morandi le fece nel 1997 per l'emittente Sat2000. Lo sguardo é quell'istante di silenzio, che precedette la risposta, come a dire, sì, questa é davvero la chiave che apre ogni porta.
"C'è un segreto, un segreto che lei pensa che sia alla base di tutto questo?", le aveva chiesto la Morandi. "Amare", aveva risposto Chiara. E poi, dopo una pausa lunga ed intensa come di chi sta per darti in mano la cosa più importante che possiede: "Dio é amore. Amare é tutto".

(L'intervista con Flaminia Morandi, sulla rete, non l'ho trovata. Ma anche questa con Sandra Hoggett non é niente male....)


Sunday, March 06, 2011

WHAT CAN YOU DO FOR ME


There’s just one thing

I want to ask you to do
Be gentle with this heart
That now belongs to you
And it will pay you back in kind
Anything that you desire, I don’t mind
What can I,
What can I do for you
What can I,
Do for you
What can I do
(John Popper - What Can I Do For You)




Sto rischiando grosso di diventar noioso. Sempre in ballo con questa faccenda del cuore.
Ma oggi é tutto il giorno che mi ronza in testa una canzone, che di titolo fa What Can I Do For You e di autore fa John Popper, appena uscito con un nuovo disco che suona che é davvero un gran piacere. Tutto il giorno che ci penso e tutto il giorno che non riesco a darmi pace, perché "cosa posso fare per te", é una bella domanda, in fondo, qualcosa che sottende ricerca e significato, uno scopo, una tensione; insomma il motivo per cui, quando sei sceso dal letto alla mattina, i tuoi piedi cominciano a percepire il gusto di correre dietro a quelle strane e scomode circostanze che qualcuno chiama vita quotidiana.
Va bene, sono confuso e contorto, in ciò che scrivo e spesso pure in ciò che penso, ma quella domanda, dicevo, continuava a girarmi intorno ed aveva pur bisogno di risposta, prima o poi; così io, oggi, non ho smesso d'andare in giro, certo che primo o poi l'avrei trovata. E c'é voluta, un'altra volta ancora, una voce e una chitarra.
La voce, quella di Riro Maniscalco. La chitarra, la sua e quella di un manipolo di amici, chiamati a condividere con lui il palco, in una sera, per una manciata di canzoni, alcune tratte dal suo splendido disco "Sketches of You", altre, invece, non sue, ma non meno vissute e trascinanti.
Del suo disco non parlerò qui, l'ha già fatto l'amico Paolo Vites sul suo blog, anche fin troppo bene. Ma Riro, questa notte, mi ha forse dato la risposta che cercavo. Si é fermato - a un certo punto - ed ha tirato fuori tutto l'amore per il blues del Delta che ha sempre contraddistinto la sua vita: "Il blues é il desiderio di un bene assente" - ha detto - ed é stato lì che mi é parso di capire. Perché il bene non é mai abbastanza, ne abbiamo un bisogno incessante, che si fa strada tanto più quanto si manifesta, giorno per giorno, la nostra debolezza.
Ecco perché il cuore c'entra anche questa notte, e quel desiderio diventa la risposta che ho cercato tutto il giorno. "Cosa posso fare per te" é desiderio che diventa corrispondenza. Corrispondenza di fronte alle mani di tutti i destini che incontro, istante dopo istante, lungo le strade di tutte le mie giornate. Non faccio altro che andare incontro a un "tu", ogni momento, ha detto ancora Riro - tanti tu con la "t" minuscola; ma dietro a quei tu c'é un "Tu" con la t maiuscola che dà senso a tutto il nostro agire.
Quel che posso fare é tutto qui: corrispondere a quel Tu, che mi ha già dato ciò di cui ho bisogno. Ho visto cose grandi, quelle che Tu puoi fare per me e cos'altro potrei fare se non rispondere all'amore con l'amore. E corrispondere, al fondo, non é poi così complicato come parrebbe a prima vista: é una faccenda semplice, invece.
Basta lasciare che il cuore torni dove é sempre stato di casa.




Post Scriptum
Riro Maniscalco scrive anche degli ottimi libri, io, per esempio, ne avevo già parlato qui.
Ma trovate tutto sul suo sito '
blues and mercy'

Wednesday, March 02, 2011

LE LONG DE LA ROUTE

Prenons-nous la main

Le long de la route
Choisissons nos destins
Sans plus aucun doute
J'ai foi et ce n'est rien
Qu'une question d'écoute
D'ouvrir grand nos petites mains
Coûte que coûte

Sono stufo di svegliarmi così. Troppo stanco, già dal mattino. E poi 'sto cielo grigio e il mare che é sempre troppo lontano. Non sei fatta per me, Padania mia. E non son fatti per me quei volti che incontrerò anche stamani, che ce l'han sempre su col mondo intero, che guarda quello lì cos'é che ha fatto e guarda quello là, che non ha fatto mai abbastanza.
No, non si riesce a tirar sera in questo modo, c'é bisogno di qualcosa, un supplemento d'amore, forse. Ma anche quel qualcosa non sembra mai abbastanza. E allora ci fosse almeno un po' di sole, lungo questa strada triste e sempre uguale.

E invece sì, che é bastato poco. E' bastato lo sguardo di un amico. L'ho incontrato presto, sette e mezza del mattino, una messa nelle aule di scuola coi miei figli delle medie e del liceo. Quell'amico era vestito da prete e m'ha fatto uno scherzo. Da prete. M'ha detto, mentre dormivo ancora, di guardare a un cuore e m'ha detto che quel cuore é il centro di tutto quel che sono.
E m'ha fregato, porca miseria, perché, puntato lo sguardo sul cuore, quello poi s'é posato anche sull'anima e dentro di lei ha ritrovato il desiderio, che pareva irrimediabilmente ormai perduto. Desiderio di vivere una giornata diversa, nonostante il cielo ed i pensieri troppo grigi. Desiderio ricentrato sull'aiuto di un Amico.

Uscito da lì il miracolo era già compiuto, anche se io dormivo ancora un poco. Ma ho visto la mia Highway 61 rivestirsi, come d'incanto, dei colori illuminati dal sole di un giorno terso senza nuvole. Poi, quando mi sono svegliato, ho cominciato a stringere la mano di un sacco di destini. Ed il mio, di destino, ha riabbracciato da solo la sua strada.
E, alla fine, dopo un giorno d'ascolto tutto intero, mi sono trovato, alla sera, anche a cantare.
Robe proprio strane, queste. Miracoli che accadono lungo la strada.
Gioie della vita di ogni giorno, le long de la route.


Friday, February 25, 2011

INCONTRI E FERITE. ARGILLA. E BELLEZZA.

"siamo fatti d'argilla, che si forma, però, non involontariamente, quindi solo da incontri e luoghi, ma anche volontariamente, cioé secondo le nostre scelte".
Poche righe, alla fine di un tema fatto in classe, un voto portato a casa da firmare da parte di mio figlio, 12 anni, seconda media. Mi ci fermo sopra un po', leggo e rileggo questa frase. E' proprio vero che capita che i nostri figli ci facciano, a volte, anche da padri e madri.

Quante volte mi sento d'argilla, perché sperimento la mia fragilità di fronte a ciò che il cuore sente come vero e quello che le mani e i piedi non sono capaci di tramutare coscientemente in azioni. A prima vista verrebbe da scoraggiarsi, ma ho smesso da tempo di scandalizzarmi della mia incoerenza ed incapacità. Ogni volta, invece, sperimento la gioia nel riaffidarmi a un Altro. Uno nella cui misericordia posso riporre, alla sera, tutta la durezza del mio cuore e l'infedeltà nel rispondere alla Bellezza che ho incontrato un giorno.

Questa sera, però, forse anche grazie a mio figlio, sento come una delle cose più vere della mia vita anche un'altra cosa, letta e riletta più volte. E forse sentita ora anche un po' più bella. E' una cosa, una frase, che c'entra con gli incontri e con i luoghi. Ma anche con la volontà e le nostre scelte.
La metto qua, come ultimo pensiero della sera, prima di affidarmi di nuovo.
Per poi tornare a volare un po'. Ed incontrare di nuovo la Bellezza.
Perché domani, a Dio piacendo, sarà di nuovo un nuovo giorno.
Tutto da vivere.

"prima o poi ogni persona fa un'esperienza che segna l'inizio della sua piena maturità: capisce nella propria carne e intelligenza che, se vuole sperimentare la benedizione legata al rapporto con l'altro/a, deve accettarne la ferita. Comprende, cioé, che non c'é vita buona senza passare attraverso il territorio buio e pericoloso dell'altro, e che qualunque via di "fuga" da questo "combattimento" e da questa agonia conduce inevitabilmente verso una condizione umana senza gioia" (Luigino Bruni - la ferita dell'altro - ed. Città Nuova)


Wednesday, February 23, 2011

WAITING FOR LUCINDA



Diciamoci la verità: Little Honey non era poi granché. Un bell'esercizio di blues del delta, infarcito qua e là anche di belle ballatone country, ma un disco, tutto sommato, senz'anima, finito, dopo qualche ascolto neanche troppo frettoloso a prendere polvere sullo scaffale. E d'altra parte non era mica facile ripetere il miracolo di West, il lavoro che, nel 2007, aveva fatto nuovamente breccia in una moltitudine di cuori, almeno tutti quelli che avevano provato a lenire le proprie ferite lungo le note di Essence e di Car Wheels On A Gravel Road.
Ora, a distanza di due anni, quella voce ci riprova. La voce sensuale, strascicata, meravigliosamente rock di Lucinda Williams. Una voce che sembra una scopata a ritmo di rock'n'roll e attenzione che non sono io a dirlo, ma l'amico Vites, che io, si sa, sono troppo bigotto per dire certe cose.
Tant'é, sta di fatto che intorno alla voce di Lucinda é stato fatto tutto Blessed, il disco nuovo in uscita il 1 marzo in tutti i vostri negozi di dischi preferiti, ammesso che di negozi di dischi ce ne siano ancora in giro. Ah già, ma c'é iTunes e allora va bene lo stesso. Allora la voce, dicevamo. Beh, la Williams dice che Don Was ci ha costruito intorno tutto il disco: "Lucinda vocal's, the most important thing", secondo lui. E allora é già un bel partire, perché poi, nelle sessions di registrazione, pare ci sia stato pure un clima un po' speciale: "Alla fine della giornata tutti erano felici. Nessuno se ne é andato in preda a cattive sensazioni su tutto quello che abbiamo fatto".
Il resto lo fa uno sguardo diverso sulla vita di Lucinda, forse più sereno dopo il matrimonio e certamente più maturo nella capacità di scrittura: non più solo cuori feriti e strascicati, ma uno sguardo sull'umanità più profondo; c'é spazio per esempio, per meditare sulla triste dipartita di Vic Chesnutt (Seeing Black) e dell'ex manager Frank Calliari (Copenaghen). Ma al fondo, forse, c'é anche uno sguardo più felice: "Ho una diversa prospettiva adesso e spero d'essere più saggia con gli anni che passano. C'é stanchezza, ma anche una sorta di gioia, come nella canzone "Born To Be Loved". Ecco forse é questo il vero tema di tutto l'album". Già, perché in molti hanno chiesto alla Williams perché avesse intitolato proprio Blessed il proprio disco e Lucinda, finora, ha evitato accuratamente di rispondere. Anche se ha invitato però la gente a postare sul suo sito cosa volesse dire per ciascuno quella parola e qualche filmato interessante su YouTube qualcuno l'ha già messo.
Insomma, non so se il nuovo disco di Lucinda Williams sarà bello oppure no, ma, almeno per quel che mio riguarda, la sensazione é che l'attesa possa non andar delusa.


Gli anni passano per Lucinda, 58 all'anagrafe e più di trenta di carriera. C'é bisogno di ritmi più distesi, non solo dell'anima, ma anche delle corde delle proprie chitarre, luoghi dai quali scacciar via il rumore. Vale anche per me, che sono un po' più giovane di lei, ma mica poi neanche tanto. Vale per le mie scorribande personali lungo certi sentieri grigi della mente, ma anche accanto a quelli più solari, quando si scioglie la rugiada del mattino. E' questa la bellezza che deve farsi strada. Ed é per questo che ai primi di marzo, il nuovo disco di Lucinda Williams troverà il suo spazietto in mezzo agli altri dischi del mio scaffale.
Per lasciare andare un po' il mio cuore ancora a caccia di bellezza.
Bellezza come unica cosa ancora capace di ferire il cuore dell'uomo moderno.







Tuesday, February 15, 2011

TIGHT CONNECTION TO MY HEART




Io mi ricordo com'era andata all'Hammersmith Odeon, anche se non c'ero. A Londra, un sacco di anni fa. Me la ricordo, amico, la tua faccia e la folla impazzita tutta intorno. Com'é che dicono da quelli parti? Bananas? Ecco, appunto, matti da legare, tutti quanti. The crowd went bananas, avevano scritto: era proprio quello che era successo. Stavi cantando I Want You, poi chissà cosa ti era preso. Avevi visto una bella ragazza appena giù dal palco, o qualcos'altro era passato per la tua mente. Sta di fatto che avevi cominciato ad ondeggiare con le anche e poi a fare quelle smorfie strane, che a noi sono sempre parsi dei sorrisi.
L'altra sera l'hai fatto di nuovo. Sei salito sul palco, il passo incerto come sempre. Così incerto che quasi inciampi e cadi. Come quella volta, il primo gradino della scala prima di andare a salutare il papa. E poi certo che hai sorriso. Dicono che sei antipatico sul palco, ma non é vero, a me hai sempre fatto una tenerezza immensa. E' che hai sempre rischiato la tua vita, là sopra, quasi ogni sera, da un sacco di tempo a questa parte. E peccato che siano pochi quelli che l'hanno capito veramente.
Così é stato bello vederti, ma bello veramente. Hai fregato il mio cuore, un 'altra volta ancora. In mezzo a tutti quei ragazzi, poi, che pendevano dalle tue labbra. Come sempre, d'altra parte, come tutti. E poi, alla fine, un assolo mal riuscito d'armonica, come a dire: hey ragazzi, é stato bello, ma adesso andate avanti voi, che io vi ho già tracciato la strada lungo la quale dovrete sempre andare. Grazie Bob, ci si rivede alla prossima, quando vuoi; tu lassù sul palco, pianola, chitarra, armonica, voce arrochita, quello che ti pare. Noi là sotto, in prima fila come sempre, per non farti mai sentire solo. Sarà dura, sai, per noi, quel maledetto giorno che non ci sarai più.



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Friday, February 11, 2011

UNA SCIA DI LUCE


Milano, basilica di Sant'Ambrogio, 10 febbraio 2010. Una delle chiese più affascinanti della città, cariche di storia e di vita di santi, é gremita. Ma non é una messa, quella che si celebra questa sera. Seduti davanti ad un elegante tavolino rosso ci sono Maria Teresa e Ruggero Badano, i genitori di Chiara "Luce", la giovane ragazza di Sassello dichiarata dalla Chiesa beata lo scorso 25 settembre. Di fronte a loro gente di ogni età, ma i giovani sono davvero tanti. Ed é giusto che sia così, perché quando la giovane Badano é morta aveva solo diciott'anni. E "quando in cielo arriva una ragazza di diciott'anni si fa festa", aveva detto lei un giorno.

Questo blog ha già parlato di Chiara (http://talkin-walkin.blogspot.com/2010/09/chiara-luce-badano-life-love-light.html), non ne ripeterà dunque, in queste poche righe, la storia. Quella storia, comunque, da me ben conosciuta e raccontata da Maria Teresa e Ruggero, ha fatto scendere, sul volto di chi vi scrive e non solo, più di una lacrima anche ieri sera. Perché la santità attrae ancora, se il tuo cuore, anche se ferito, si fa capace di non chiudere la porta al desiderio. E quel cuore, quando trova un luogo capace di farvi riposare le sue durezze, si commuove eccome.
Mentre tornavo a casa con mia moglie, rimeditavo nel profondo di quel cuore tutto ciò che avevo visto e sentito. Ed é soprattutto uno sguardo quello che ancora adesso mi é rimasto dentro. Lo sguardo di Ruggero negli occhi di Maria Teresa mentre parlava. Profondo, dolcissimo, straordinariamente intenso. E quello di lei quando parlava lui. Uguale, ma diverso allo stesso tempo, altrettanto carico d'amore. E' quell'amore che sa farsi uno, che fa il vuoto per accogliere il tutto dell'altro. Ed é lo sguardo di chi, da genitore, si é scoperto misteriosamente figlio di chi ha generato, perché ciascuno ha accolto l'Amore più grande, che ha consentito ad ognuno di rinascere nuovo in Dio.
Se dovessi lasciare tutto e trattenere una cosa sola, ecco cosa stringerei forte a me: quello sguardo, capace di creare una scia di luce.
Lo sguardo di due genitori, che desideravano tanto una figlia, arrivata dopo undici anni d'attesa e che l'hanno ridonata a Dio dopo altri diciotto. Per poi ridonarla alla Chiesa. E per ridarla adesso - ieri sera come ogni volta che raccontano di lei e di loro - ovunque vengano chiamati perché diano testimonianza di ciò che é accaduto.
Perché Chiara, adesso, é davvero di tutti.

Monday, January 24, 2011

ESSERE SEMPRE FAMIGLIA


Mentre l'ascensore risaliva lentamente in cima, lassù in unità coronarica dal reparto di rianimazione, continuavo a ripensare dolcemente a quello sguardo. Gli occhi sorridenti del collega, di fronte al mio: "Ciao, sono venuto a vedere se avevi bisogno di una mano". Già, perché lui non mi aveva mica chiamato ed era per quello che avevo incrociato il suo volto un pò' stupito. Ma era bastato poco perché il nostro lavorare assieme diventasse un circolo virtuoso, fatto di cenni d'intesa, condivisione d'esperienza fianco a fianco, battute scherzose con tutto il personale, il paziente reso felice e sereno da quel nostro lavorare insieme.
E pensare che con quel medico, un po' di tempo prima, c'era stato pure uno scazzo non da poco. Ma era per quello che ero tornato giù da lui, la prima scusa colta al volo appena qualche giorno dopo, pronto a dare un aiuto anche quando non era stato chiesto. La volontà di ricucire un rapporto e ricomporre un'unità; l'esigenza più sentita, il desiderio del cuore più profondo.

Più tardi, in auto, verso sera, sul percorso che porta verso casa, il più piccolo dei miei figli è seduto sul sedile di fianco al mio, al ritorno da un pomeriggio di compiti e di giochi da un amico. Ripenso alla sua manina, stretta a lungo poco prima, lungo il pezzo di strada per raggiungere la macchina, parcheggiata questa volta un po' lontano. Una Milano frenetica mi circonda, riempita dai suoi clacson stupidi e nervosi, pazzi e incomprensibili come sempre. Ma la gioia del cuore é più forte del rumore che sta intorno. Come mi ero fatto felice, in quei momenti, di stringere le sue dita tra le mie e com'erano simili, quei piccoli sprazzi di felicità, a quelli sperimentati poche ore prima col collega! Un padre e un figlio che camminano per mano, faccenda ben diversa da un rapporto tra due uomini al lavoro, eppure, al fondo, la stessa insopprimibile esigenza: quella di far famiglia, ovunque mi trovassi, qualunque fosse la cosa chiestami da fare, in quello strano e curioso intreccio di circostanze che usano chiamare vita di ogni giorno.

Era in quegli istanti che mi era tornato in mente il verso di una canzone tanto amata. Perché My Back Pages, ogni tanto, faceva inevitabilmente capolino nella mente: “Ero così vecchio allora, sono molto più giovane adesso”. Già, capitava sempre più spesso che mi sentissi proprio così: inaspettatamente giovane, alla faccia del tempo che passava, magari proprio al mattino di giornate in cui la vita pareva trascinarsi stancamente, come se non avesse quasi più nulla da dire.
Ma allora che cos’era, che rendeva nuovamente ed improvvisamente giovane una strada, liberandola dai pesi e dalle fatiche inesorabilmente accumulati? L’incontro con un avvenimento, forse, un fatto che stava riaccadendo ora, rendendo nuova e quindi giovane ogni cosa. Cos'altro poteva essere, se non quell'essere famiglia, sperimentato in piccoli ma intensi frammenti di reciprocità, dentro il sorriso di un collega o la manina stretta forte di un bambino? E cosa se non il desiderio che a quell'essere famiglia, non si anteponesse mai più nulla, fosse anche ogni mio gesto il più ispirato alla migliore idea di morale, di bene o di giustizia? Non era quello il punto e neppure la coerenza nella risposta alla Bellezza ed al Bene incontrati un giorno. No, la risposta era il desiderio di un cuore. Andare dietro al sogno di creare sempre più, ogni giorno, con discrezione, prudenza e, allo stesso tempo, decisione, quello spirito di famiglia che era la vera carità insegnataci un giorno da Gesù: “Amatevi a vicenda affinché tutti siano uno”.

* * * *

Ora, mentre a tarda sera una folla di pensieri e di emozioni prova a farsi anche scrittura, mi accorgo di guardare sempre più alla mia esistenza col desiderio di stupore e di entusiasmo di un bambino. La vita non é invecchiare, ma scoprirsi sempre più giovani e felici nello scorgere il disegno di un Altro che si svela a poco a poco.
Si può maturare, dentro questa storia e, a Dio piacendo, essere di spettacolo a noi stessi ed agli altri, giungendo, allo stesso tempo ad una pienezza di vita affascinante ed inattesa.
Come quella che raccontava tempo fa un amico, poco prima d’essere chiamato inaspettatamente al cielo: “se dovessi paragonare la mia vita come si è svolta, userei questa metafora: la mia vita è come una mongolfiera. Più vado, più m’innalzo, più m’impegno. Più sono dentro a questa vita, più scopro degli aspetti dell’umano che mi erano impossibili prima: una capacità di fedeltà, di amicizia, di lealtà, di ripresa, d’indomabilità che non avevo mai pensato prima. Perciò, da ultimo, è una gratitudine che caratterizza la mia vita. Per questo non ho paura a donarla tutta”.

Monday, January 10, 2011

NIGHT VISIONS



Night Visions
One year at a glance, all along the music of my dreams

Si era svegliato all'improvviso mentre sognava d'essere a New York City. Conosceva così bene quella città, anche se non vi era stato mai. Provò a trastullarsi ancora per un po', in quello strano limbo che era il dormiveglia del mattino, luogo dove realtà e fantasia si mescolavano in quel modo così sfacciato. Non aveva troppa voglia di ritornare alla realtà. Era stato un anno duro, quello, ed ogni giorno sembrava troppo difficile da vivere di nuovo. Anche se sapeva che, una volta svegliatosi ben bene, avrebbe ripreso ad intravedere il disegno buono, quello che lega come un filo rosso le cose tra di loro. Quel filo sembrava ricomporre un vestito nuovo, più bello e luminoso dell'abito di prima; ma scucire il vestito vecchio di dosso gli aveva fatto male.
Provò a tornare nel suo limbo per un po', cullandosi lungo la musica che l'aveva trafitto e attraversato, lungo quell'anno che se n'era andato via da poco. E si riaddormentò, ritrovandosi ancora per un po' nelle vie di quella metropoli misteriosa e trasparente.

Una chitarra acustica, violenta ed allo stesso tempo aggraziata; un fingerpicking deciso, a far da sottofondo ad una voce acuta e squillante, nati entrambi accovacciati in qualche posto, in mezzo ai vicoli stretti di Gamla Stan, attanagliati dal freddo e dal ghiaccio e poi volati via, fino ad altre strade, anch'esse ricoperte dalla neve, ma larghe e scaldate dalla folla e dalle auto di una città alla ricerca di un Greenwich Village che non c'era più. The Tallest Man On Earth aveva dolcemente riscaldato le sue mani ed i suoi piedi intirizziti dal freddo, The Wild Hunt l'aveva ricondotto fin lassù, un ragazzo e una ragazza abbracciati, gli stivali nella neve, i palazzi sullo sfondo, un vecchio furgoncino parcheggiato lungo la via.
Poi un'altra chitarra l'aveva bruscamente riportato via, fino ad East New York, il posto dove non dovresti mai stare. Poliziotti lungo la via, sguardi lanciati dentro la sua auto con fare minaccioso e quella chitarra che continuava a suonare così strana. Ma come cavolo faceva Neil Young a tirare fuori dei suoni fatti in questo modo? E quel titolo bizzarro, Le Noise, mezzo francese e mezzo inglese, che poi ce ne fossero in giro di rumori fatti così bene. Suonava come un ornitorinco, aveva detto qualcuno, quel ragazzotto di sessant'anni che aveva ancora voglia d'indossare la sua camicia ed i suoi jeans e di dire all'America qualcosa.
Ma se ne doveva andare in fretta da quel quartiere, così girò l'auto in qualche modo e si ritrovò indietro, lungo avenues larghe e più rassicuranti. Parcheggiò la macchina e si mise a camminare; lo fece a lungo, finché arrivò a vedere il mare. Si appoggiò alla balaustra del ponte e si mise a fissarlo. Il mare, d'inverno, gli faceva sempre un po' malinconia. I Midlake e John Grant avevano provato a raccontargliela nel profondo, ma lui non ce l'aveva fatta ad ascoltarli. Troppa tristezza e lui non era riuscito a sostenerla fino in fondo, così aveva deciso di spazzarla via. Forse ci sarebbe voluto il coraggio degli altri, ma non gliene importava troppo, in fondo, preferiva evitare di percorrere sentieri troppo pericolosi per lui. Così aveva preso con sé le dolci melodie di una donna e con quelle si era infilato di corsa nel piano bar più vicino sulla strada, pronto ad annegare i suoi pensieri in una calda tazza di caffé. Natalie Merchant, lei sì che aveva le chiavi per entrare nel suo cuore. Canzoni e poesia, musica e letteratura insieme, un disco - Leave Your Sleep - tutto da leggere ed ascoltare, anche se lui, il suo sonno ed i suoi sogni, non voleva saperne di lasciarli andare. Tant'é, se ne rimase lì al caldo per un po', poi quando si sentì di nuovo a posto, uscì fuori all'aperto. L'inverno, come d'incanto, aveva lasciato il posto al sole ed una piacevole brezza estiva sembrava avvolgere ogni cosa. Là, vicino al parco, si era radunata un bel po' di gente ed era ancora una donna che cantava. Accompagnata ora dalla sua chitarra, ora dal piano, la sua voce era sensuale e dirompente. Un nome d'altri tempi e d'altri luoghi - Terra Naomi - mentre una canzone dal titolo esaustivo - Go Quietly - dava al suo passo il ritmo giusto per andare. C'era un bel po' di gente, intorno, ad ascoltare, così aveva cercato un tavolino anche per sé e si era seduto per un po'.
Da quel posto, un bel po' di tempo fa, si potevano scorgere le Twin Towers, laggiù sullo sfondo. Ora tutto questo non c'era più. Ma si ricordò che un giorno aveva visto qualcosa capace di rompere il dolore che ora stava tutto intorno. Un gruppetto di uomini, camminare ora cantando, ora in silenzio ed in preghiera, dietro a una croce che, dal ponte di Brooklyn era arrivata fin lassù, a Ground Zero, come chiamavano adesso quel luogo di pianto e stridore di denti.
La ragazza aveva smesso di cantare ed era andata via. Anche tutta la gente sembrava essere svanita in un istante. Come al solito, la musica aveva portato troppo in là tutti i suoi pensieri. Frugò nella borsa, alla ricerca dei suoi libri o di un giornale, non aveva ancora voglia di alzarsi ed andarsene via da lì. Trovò un disco, ah già, eccoli qua, anche loro, quelli della Nazionale. Come gli erano piaciuti anche questi, lui che non li conosceva ancora. High Violet era un gran bel disco, ma lui era andato a scoprire anche gli altri, quelli che parlavano di tristi e sporchi amanti e di strani alligatori. Fortunato lui, che li aveva scoperti prima che fosse troppo tardi.
Nella borsa c'erano altri dischi e accidenti forse era per quello che pesava così tanto; mannaggia a lui che non riusciva mai a mettere tutta la sua musica nell'iPod e preferiva averla ancora in quelle strane, scomode e squadrate scatole di plastica, che sembrava non interessassero più a nessuno. Queste due, poi, erano proprio grosse. Una se la tirava dietro da un pezzo, più di un anno di sicuro. The Live Anthology, c'era scritto sopra, come dire un'enciclopedia, portatela dietro tutta, che così saprai sempre il significato d'ogni cosa. E poi, di fianco a Tom Petty anche Bob Dylan, che poi, in fondo, quei due erano sempre stati culo e camicia. Quella, poi, pesava ancor di più: The Original Mono Recordings c'era scritto. Scoppiò in una fragorosa risata, chissà se c'era in giro ancora qualcuno che sapeva cosa volesse dire quella buffa parola: mono. Ma a lui non importava nulla di quello che gli altri non sapevano, lui ne conosceva bene il significato. C'era dentro tutta la New York City che non c'era più, tutta la musica e le parole che aveva sempre conosciuto. E, in quel momento, gli sembrò di non aver bisogno di nient'altro.

Lo squillo del telefono lo risvegliò bruscamente: "dottore, ha chiamato il pronto soccorso, hanno detto se può scendere che c'é un paziente da vedere". Non era più tempo di sognare, adesso: la realtà, sotto forma di un cuore fatto di carne, l'aveva richiamato bruscamente a sé. Mise su gli zoccoli e si fiondò rapidamente in ascensore. Faceva sempre fatica a saltare all'improvviso giù dal letto, ma non era infastidito, questa volta.
Mentre scendeva dal decimo piano, pensò a tutta quella buona musica che l'aveva attraversato quell'anno, musica che gli aveva scaldato il cuore. Come la vita, d'altra parte. Anzi era quest'ultima che, lungo quella colonna sonora, glielo aveva scaldato ancor di più. Anno di Grazia 2010, così l'avrebbe chiamato. E, dietro l'angolo, un anno nuovo che stava già correndo.
Era una gratitudine, quella che si faceva strada come sentimento prepotente del suo cuore.
E lui, la sua vita, non aveva più paura di donarla tutta.






Sunday, January 02, 2011

UN FOGLIO DI CARTA BIANCO

Voltare l'ultima pagina del calendario é come fermarsi alla stazione di benzina, rifare il pieno, controllare i bagagli, fare una sosta al bar e poi ripartire senza indugi lungo la strada polverosa.
Ho trovato questa frase di Joe Strummer, non mi dispiace affatto come compagna di viaggio. La metto sul sedile di dietro, quello di fianco é già occupato: c'é seduta una Misericordia che sostiene ogni miglio della mia strada.
Buon anno, fratelli e sorelle, non smettete di scrivere su quel foglio bianco la vostra storia d'amore.

"Il passato é passato. Ho sempre voluto vivere nel presente. Il foglio di carta bianco é sempre lo stesso: lo devi riempire. E' pazzesco, ma é così. Bisogna guardare in faccia al passato, e io sono fiero di quell oche ho fatto, ma é molto meglio vivere il presente e non pensarci troppo. Come ha già detto Bob Dylan: don't look back" (1)

Note:
(1) tratto da: Marco Denti, Rock'n'roll, Selene edizioni

Sunday, December 26, 2010

LACRIME NELLA PIOGGIA



Fuori la pioggia sembra non cessare mai. Il cielo é grigio, poco fa era nero, solo qualche rara insegna luminosa sullo sfondo.
Notte di guardia, guardia dura. Notte di un Natale che anche oggi se ne va.
Ho visto la vita rinascere, quando sembrava nulla potesse più salvarla.
Ed ho visto giungere la morte, quando nulla l'ha potuta più fermare.
Ho visto cose che parrebbero aliene ed invece sono ciò che di più umano c'é in questa vita, fatta troppo spesso di apparenze ed inutilità. Dentro quelle strane galassie, ho sperimentato tutta la mia fragilità ed impotenza, il passo si é fatto incerto, le mani tremanti, il pensiero confuso e smarrito. Ci voleva che Tu prendessi le mie mani e le cambiassi con le Tue, perché io riuscissi a penetrare lo spazio più profondo. Che Tu indossassi il camice di un amico e ti mettessi a lavorare al mio fianco, come si fa in una vera squadra, quella capace di giocare con il cuore.
Ci voleva che, ancora una volta, mi mostrassi che "io sono Tu che mi fai".

In una notte in cui il Natale se ne va, al mattino rinasce la speranza, a fianco di un Dio che non ha paura di sporcarsi le mani per camminare dentro la nostra fragile, titubante, desiderosa e grandiosa umanità.
Hai scelto d'essere qui, in mezzo a noi.
E il tempo della nostra vita non rimarrà come lacrime nella pioggia.
Di cos'altro potremmo aver bisogno lungo la nostra notte oscura?

"Oggi un uomo é morto in rianimazione ed ha donato gli organi. Stanotte altri uomini rinasceranno, proprio nella notte in cui é nato il figlio di Dio. Ti rendi conto che lavoro meraviglioso é il nostro? Gestire ed aiutare il dono della vita: cosa c'é di più affascinante?"

grazie, amico, you know who you are


Sunday, December 19, 2010

BUON NATALE DAL PARAGUAY


lettera di Aldo Trento

"Cari amici, buon Natale, in particolare ai moltissimi amici che con le loro e-mail mi hanno confidato i loro dolori, difficoltá, le loro sofferenze e spesso la loro non voglia di vivere. Per me è stata una grazia perchè chiunque soffre lo sento parte con me e con il mare di dolore che mi circonda, del dolore di Cristo, di ciò che manca alla passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa. Vi ringrazio di cuore perchè le vostre ferite non solo mi impediscono di essere un borghese, cioè un uomo senza domanda, senza drammaticità, bensi di vivere dentro le circostanze della vita con gli occhi fissi sul Mistero. È come se il vostro, il nostro dolore mi rendesse sempre più cosciente di cosa significa essere sospeso su un pieno, su una certezza.
Vi confesso che, tutte le sere, quando a tarda notte vado a dormire dopo aver visitato le diverse opere della parrocchia, dove vedo e sento solo il dolore dei miei figli, dai piccoli appena nati e abbandonati, delle bambine vittime della violenza, agli ammalati terminali e anziani raccolti nelle strade, riconosco come il Mistero domina la mia vita riempendola di pace. Che bello essere presi, dominati da quel "TU" ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, perchè sono Suo, come ci ricorda il profeta Isaia. Come vorrei che le tante persone depresse, stanche di vivere, vittime di mille fantasie e di cui conosco personalmente cosa significa, riconoscessero, anche quando l'angoscia sembra soffocarle che, comunque, il Mistero è un Fatto presente, è un abbraccio che non permettera mai che ci perdiamo. Il problema non è il dolore, la depressione, la malattia ma la libertà di riconoscere in quel "Tu che mi fai" la propria consistenza. Ci sono dei momenti in cui non vedo niente, ma il giudizio è chiaro e me lo ripeto continuamente: "Tu, o Cristo mio" e sempre ritrovo l'energia per camminare.

Vi chiedo, mentre lo chiedo a me, di non mettere dei "se", dei "ma", dei "però", fra noi e Cristo, perché questo sarebbe la unica grande fregatura e ci perderemmo la festa della vita. Il Mistero ama chi rischia, chi non ha paure della realtà, e spesso si diverte permettendoci di arrivare fino al bordo dell'abisso, ma poi, come d'improvviso, quando tutto sembra perduto, ci salva prendendoci per i capelli. Da vent'anni sperimento questo fatto, anche a livello economico. Pensate alle centinaia di migliaia di Euro di cui hanno bisogno queste opere! Eppure arriva l'ultimo giorno del mese e la Provvidenza arriva. All'inizio chi lavorava con me si spaventava, l'amministrazione andava in crisi, mentre per me era tutto semplice e lo è tutt'ora: "Signora (all'amministratrice) mancano ancora due giorni per pagare il salario ai 180 dipendenti del Mistero, unico padrone di questa opere, per cui di che si preoccupa?". E il giorno seguente la Provvidenza arrivava con i soldi necessari, nè uno in più, nè uno in meno. Anche su questo il Mistero mi tiene sempre sospeso e quindi sempre mendicando. Non so come pagherò lo stipendio di Gennaio alle 180 persone, cioè famiglie, ma per questo non perdo il sonno perchè ho la certezza assoluta che il Padrone, quel "Tu che mi fai", al momento giusto sará lì per pagare. Che razza di libertà mi dona stare davanti, davanti a quel Tu che mi domina, abbracciandomi.

Ieri mi ha donato due nuovi figlioletti. Guardateli nella foto. Sono gemelli, sono stati abbandonati dalla mamma e per via del maltrattamento sofferto a motivo della "mamma" hanno ambedue una paralisi cerebrale, per cui, ancora di più, mi lacerano il cuore nel tenerli in braccio. Hanno un anno ed otto mesi e pesano ognuno 6 kg. La loro storia è di una sofferenza terribile. Eppure il Mistero si è occupato di loro e me li ha donati. La prima notte hanno pianto tutta la notte, ma questa sera erano già più tranquilli fra le mie braccia.
In fondo se il nostro abbraccio è il frutto delle esperienza del "Tu che mi fai" si trasmette per osmosi anche a loro, la cui innocenza è stato lacerata delle violenza di tutti noi quando ci dimentichiamo di essere relazione con il Mistero.
Guardandoli, penso a quella povera donna che, certamente, sarà stata vittima anche lei di altra violenza. Li affido alle vostre preghiere, como affido la terza casetta di Betlemme e la nuova casa per le bambine violentate e incinte, che inauguriamo alla vigilia di Natale. Come vedete, Gesù me ne fa di regali regali, che sono anche per voi. È proprio bello essere bruciati dall'amore per Cristo, perchè il proprio cuore brucia di amore per l'uomo.

Buon Natale

P. Aldo


Friday, December 17, 2010

HEAVEN'S DOORS

In fondo il Natale é di tutti. Di chi l'ha ridotto a fiera consumistica e di chi riesce a viverlo in una sorta di purezza francescana. Della donna in carriera che parcheggia il SUV in doppia fila e di chi, ad Haiti, non ha ancora un tetto sotto cui stare.
Il fatto é che, alla fine, chi più chi meno, chi inconsapevolmente e chi, invece, con un cuore desideroso di cose grandi, stiamo tutti bussando alle porte del paradiso.
Io, a questo Natale, ci sono arrivato così così, ancora troppo incerto lungo il cammino che porta a spalancare le porte senza timori a Cristo. Ma Lui, quel Bambino, rinasce per tutti e quindi anche per me. Basta poco per accogliere chi si é fatto niente, una capanna come tetto ed un bue ed un asino come riscaldamento della casa. Basta la povertà di un pastore errante, che, nella notte che ridona la speranza al mondo, sta in ginocchio con pari dignità a fianco di un re che porta oro, incenso o mirra.

Davanti a ciascuno c'è il Salvatore e le porte del paradiso sono già aperte per tutti. Non c'é più bisogno di bussare, ormai, Dio ha già risposto facendosi carne in mezzo a noi: "vi sarà aperto", ci ha detto. Si tratta di fare il passo.
E di entrare.



Saturday, December 11, 2010

SHOOTING STARS




Thank your luckystars all the way
No one thought you'd still be here today
(Neal Casal, Luckystars)

Le canzoni di Neal Casal accompagnano dolcemente i miei percorsi autostradali. Adoro i dischi di quest'uomo. Ricordo un'intervista, letta da qualche parte un po' di tempo fa, dove gli si diceva che in fondo era un vero peccato che lui fosse il chitarrista di Ryan Adams e non viceversa. Neal si era trincerato dietro un sorriso, neppure troppo compiacente: "sono felice di fare il mio lavoro", aveva risposto. Una lezione d'umiltà che solo pochi sono capaci di dare.
Già, che bella cosa l'umiltà. Una virtù che conosco e pratico troppo poco. Ma non é mai troppo tardi per riprendere a percorrere il cammino buono.

Seen a shooting star tonight
And I thought of me
If I was still the same
If I ever became what you wanted me to be
Did I miss the mark or over-step the line
That only you could see?
Seen a shooting star tonight
And I thought of me
(Bob Dylan, Shooting Star)

Non c'é solo Neal, c'é anche Dylan con me, lungo i miei viaggi di ogni giorno. Lui non mi abbandona mai. E questa notte la mia musica e la mia strada mi hanno riportato qui: quel decimo piano, con le luci della città laggiù sullo sfondo. Come ogni giorno, peraltro, da molto tempo a questa parte. Casa e ospedale, andata e ritorno, stesso percorso rotolante avanti e indietro, punteggiato dalle canzoni, ma spesso e volentieri anche da pensieri che diventano preghiera.
Così, due o tre del mattino, quel che é, e sono un'altra volta qui, davanti alla mia dolce e cara macchinetta del caffé. In fondo questo é il mio personale osservatorio sul mondo. Anzi, soprattutto su me stesso. Il castello esteriore e quello interiore, che vedo venir su, pietra dopo pietra, a poco a poco. E questa notte, oltre alla luci della città, ci sono anche le stelle. Stelle cadenti e stelle fisse, luminose, dritte in mezzo al cielo.
Su quelle cadenti sto imparando tante cose, ora che molta acqua é passata sotto i ponti ed altrettanta ne sta passando ad ogni istante. Che si tratti di rivoli o fiumi in piena, comunque, é sempre ed invariabilmente acqua benedetta, che mi piaccia o no. Che si tratti di fonte che disseta o burrasca dalle conseguenze scomode o inattese.
Il fatto é che, in ogni circostanza, c'é una ricchezza di grazia che non manca mai.


La prima stella cadente é stata questo blog e tutto quello che si é portato dietro troppo a lungo. Uno scenario infarcito di orgoglio e narcisismo, distaccato quanto basta dalla realtà e da coloro che mi hanno sempre voluto bene. E allora perché tornarci sopra di nuovo, dopo aver detto di non volerne più sapere? Forse perché é vero quello che mi ha detto un caro amico: "Il blog aveva luci ed ombre. Delle ombre sai ormai tutto: autogratificazione, esercizio d'estetica, eccessivo tempo, esclusivo rifugio, proprieta' privata.... Litanie in negativo. Le parole sono diverse, ma la musica e' la stessa. Non senti? Turris eburnea, ianua coelis, salus..., refugium..., consolatio.... Le luci dovrebbero valere di piu', ne hai i segni... e anch'io gironzolavo con piacere nel giardino dei tuoi pensieri, traendone beneficio..."
Riproporsi qui, allora - di tanto in tanto e con più saggezza ed equilibrio - significa provare ad indossare un vestito nuovo, che quelle ombre sappia scrollarsele davvero di dosso. E' un passaggio delicato, questo, molto profondo. Ma possibile. Ed io voglio provarci, in qualche modo.
Un blog fatto di carne e di sangue, come la vita vera, l'unica che conta, non quella inutile e virtuale. E messa nelle mani di un Altro. Come strumento e testimonianza del Suo amore.



La seconda stella cadente é stata, di nuovo, un vestito. Il camice da dottore, questa volta, messo da parte per un istante perché in quelle stanzette d'ospedale, adesso, c'é il volto di persone amate. Tutta la sicurezza di un mestiere a lungo collaudato vacilla paurosamente ed il volto del turbamento é scorto con chiarezza da chi ti sta davanti. Al collega che ti chiede come stai, rispondi senza pudore, svelando la tua debolezza senza veli, ma gli mostri anche che il trovarsi dall'altra parte sia parte di quell'educazione di cui hai bisogno, per andare avanti a fare sempre meglio questo mestiere così strano. Non é così, di solito, non é così quando il male riguarda tutti gli altri, e chi ti ascolta ti dice che é legittimo che ognuno tiri su le sue difese. Altrimenti - ti risponde - come faremmo a farcela ad andare avanti? E invece no che non é neppure così, se ti guardi davvero fino in giù nel profondo, senza sconto alcuno: "Il medico deve essere vero con se stesso e con la sua vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. Deve imparare a giudicare la sua vita e le sue azioni non sulla base del loro esito, ma sulla base di ciò che le muove. E questo avviamento non é istintivo, ma é l'esito di una compagnia e di una educazione."(Antonio Rodari).
Le difese non servono a nulla, certamente non ad andare avanti meglio . Stelle cadenti anche loro, questa sera.

L'ultima stella che ho visto andare giù é la stella del mio io.
In fondo quell'io, senza un abbraccio d'amore che lo sostenga e dal quale lui non tenti di fuggire, non é altro che un idolo, un dio decapitato. Un "Dio", appunto, che, con la testa mozza, diventa solo un "io": povera cosa. Ma se quell'io agisce come un "Tu che mi fai", allora sì che diventa un uomo, capace di fare cose grandi, perché strumento dell'Amore che, fattosi carne sino a provare l'abbandono, alla fine del terzo giorno é finalmente risorto.
La pretesa di un amore, elargito a prescindere da quel Tu che mi fai, é l'ultima stella a cadere questa notte. Se c'é qualcosa da donare ancora, saranno frutti di alberi cresciuti da semi che hanno saputo marcire nella terra. Note di una canzone da sempre amata.
Musica che continua ad accompagnare ogni mio passo, anche questa notte.





In mezzo a tante stelle cadenti, questa notte ne ho vista una fissa, lassù in mezzo al cielo, a forma di cometa. E mi é sembrata infinitamente più bella delle altre.
Qualche giorno fa un vicino di casa si é lamentato con l'amministratore di condominio per il monopattino di mio figlio, lasciato troppo spesso, a detta sua, sullo zerbino di casa nostra, in quel cosiddetto "spazio comune" che non deve essere occupato da oggetti personali. Sarà che i bambini, al giorno d'oggi, danno fastidio a molti. Io, comunque, il monopattino l'ho tirato dentro, ma qualche giorno fa, mentre sistemavo gli addobbi natalizi, oltre ad appendere due angioletti sulla porta, ho messo sul muro del pianerottolo - spazio comune, appunto - anche un disegno che uno dei miei figli ha fatto un po' di tempo fa. Un pezzo di cartone rotondo, qualche bel colore ed una scritta al centro, che recita così: "Vieni Signore Gesù".
Questa sera, mentre vedo cadere le stelle cariche dei peccati del mondo, ne guardo un'altra, luce fissa in mezzo al cielo e più bella delle altre, e penso a quella frase, che invoca la venuta e la presenza di Quel bambino. L'unica speranza per questo mondo triste ed affaticato, ma che possiede ancora un cuore capace di desiderare cose grandi.

Thursday, December 02, 2010

STILL WALKIN'


Molta acqua é passata sotto ai ponti e può darsi che questo blog riapra, un giorno o l'altro.
Se mai lo farà, sarà sempre e soltanto per condividere la certezza che sotto ogni cammino c'é un disegno buono.
E, in ogni caso, avrà con sé una modalità nuova:

"innalza gli scritti con la tua vita
innalza la tua vita con gli scritti"

(Igino Giordani)

stay warm, my friends

Friday, November 05, 2010

AIN'T TALKIN', JUST WALKIN'


Dopo quattro anni di vita questo blog chiude, un grazie di cuore a chi mi ha seguito sino a qui.
Gli amici restano, quelli veri non si perdono mai, aveva scritto tempo fa un amico.
Vale anche per me.
Un abbraccio.

Tuesday, November 02, 2010

STELLE DEL CAMMINO


Lo ricordo ancora bene, quel mattino di un giorno di ottobre. Un pallido sole riscaldava appena l'aria di un autunno inoltrato milanese. La stanchezza di una notte di guardia passata in ospedale faceva da contrasto col moto incessante e frenetico della città. Ma intorno al Famedio e lungo i tranquilli viali del Cimitero Monumentale, tutto sembrava ricomporsi in una dimensione del tempo e dello spazio più sensata.
Lì dentro i soliti turisti giapponesi, poi qualche distinta ed isolata persona, un mazzo di fiori in mano, il ricordo del proprio caro dipinto sul volto disteso. Poi, lungo il percorso che dall'ingresso porta alla cripta, anche uno strano viavai di persone comuni. Giovani studenti, col casco della moto, lavoratori con la borsa in mano, persino mamme alle prese con le proprie carrozzine. Anche loro qui, per lo stesso motivo per cui quel giorno ero giunto anch'io. Erano venuti a trovare don Giussani. Mi fermo ad osservarli, lungo quel percorso e poi davanti alla sua tomba e, quella che mi avvolge, é una strana sensazione. Qualcosa che scaccia il senso lugubre di morte che ricopre gli splendidi monumenti di questo luogo d'arte di Milano. Che ha a che fare con la gioia, invece, col viaggio di singole persone che vivono, percorrono la gioia ed il dolore, passano di qua. E sanno affidarsi in ogni istante.
Mentre sono davanti alla lapide del don Giuss, penso a quel fiore, gettato da mia moglie prima che la lastra di marmo chiudesse definitivamente allo sguardo il corpo di quel prete brianzolo, che amava le sigarette ed il buon vino, ma che più di tutto aveva amato il Volto ed il Destino di tanta gente incontrata giorno dopo giorno, persone che poi non avevano più cessato di seguirlo. Che privilegio aveva avuto, mia moglie, ad essere presente in quel momento, a tradurre in un gesto tutta la sostanza del suo cuore. Era per quello che dietro a quella lapide c'era un pezzo anche del mio. Ed era per quello che quel mattino mi trovavo lì.
"Chi é don Luici Ciussani?", mi aveva chiesto quel signore là davanti, l'accento simpaticamente inglese. "E' il fondatore di Comunione e Liberazione", avevo risposto un po' sorpreso, quasi incapace di esprimere sul serio l'entusiasmo del mio cuore. "Oh, beautiful!", mi aveva risposto lui, sottolineando tutto con uno splendido sorriso, quasi a dirmi: si capisce che questo é un luogo vivo, vivo per davvero.

Altre volte ero tornato laggiù, spesso di ritorno da quelle mie notti lungo le torri di guardia.
Quel mattino faceva freddo, sembrava autunno, invece che aprile: "smonto dalla guardia in ospedale. E' stata dura questa notte, c'é stato da combattere laggiù. Il freddo mi avvolge. Il gelo dell'aria, quello della sofferenza che ho incontrato, quello - soprattutto - delle miserie di me stesso, che a volte mi attanagliano senza pietà". Ero tornato da Giussani, ora che avevano traslato il suo corpo dalla cripta sotto al Famedio ad una bella cappellina, proprio al centro del viale principale. Chiara Lubich era appena partita e, dopo la sua nascita al cielo, avevo un irrefrenabile bisogno di venire ancora qui.
Un calore s'era fatto strada a poco a poco, ora che la figliolanza era divenuta, finalmente, completa. E dentro di essa si era fatta strada anche quella pace che troppo spesso non ho. Stavo imparando a riconoscerLo sempre più, ad andare al di là della piaga, dentro quel grido misterioso emesso in croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", che aveva spalancato l'umanità all'Amore infinito.
Non c'era più gelo in quel mattino: "sto imparando ad abbandonare in Te tutto quel freddo, per incontraTi in ogni fratello che mi si para innanzi, in quell'avventura sempre nuova e affascinante che é l'attimo presente della vita".

Ma quella figliolanza aveva ancora una tensione. Bisogno di un segno tangibile, un luogo fisico, visibilità di una memoria. Oggi il Comune di Milano ce l'ha messo. Ha ricordato Chiara, sua cittadina onoraria, trascrivendone il nome al Famedio, aggiungendolo a quello di tanti altri illustri. In un giorno di pioggia, tanti volti si ritrovano qui, volti a tratti solenni ed a tratti incuriositi ed anche un po' intirizziti, ma con un senso di affezione che si fa strada lungo l'ascolto delle parole del sindaco Moratti. La cittadinanza a Chiara era stata votata all'unanimità in quel consiglio comunale del 30 ottobre 2003, con una motivazione che ne sottolineava il suo impegno a coltivare ovunque i semi del bene. E Chiara, nel corso del conferimento solenne del 20 marzo 2004, aveva esortato la città tutta "a divenire una stella che indichi il cammino a tanti: una profezia di che cosa potrebbe essere il mondo se tutti gli uomini la imitassero".
Mentre ascolto, di tanto in tanto mi guardo intorno, ho già salutato qualche amico e qualche sorriso fa in tempo ancora ad incrociarsi. Poi il mio sguardo, quasi d'istinto, si rivolge lassù in alto. Il cielo é stellato per davvero, un blu intenso, dipinto per esteso lungo le volte del Pantheon. Stelle che indichino il cammino, uomini vivi, uomini veri, che abbiano a cuore la fraternità. E' questo che aveva a cuore Chiara. Ed é per questo che sono qui. Non per ascoltare parole, seppur belle ed accorate. Ma per posare uno sguardo lassù, terreno fertile dove farne crescere le radici, perché possa poi diventar capace d'amare la circostanza che si fa carne, volto di ogni prossimo che incontro.


Capiterà ancora, di tanto in tanto, che io mi ritrovi qui. E' un luogo, questo pezzo di Milano, che dà sicurezza al mio passo incerto e mi piace ritornarvi per far memoria di ciò che mi sostiene. Mi fermo un po', prego, mi riaffido. Poi torno là fuori e riprendo a camminare, nell'attimo presente della vita. Chi mi é padre e madre mi accompagna sempre, insieme ai santi ed agli amici che mi hanno preceduto.
E' un gusto del vivere che si fa strada, momento su momento.
Ed io, trafitto da un raggio di sole, non mi sono mai sentito solo.


Assisi 2000, Comunione tra carismi from Thomas Klann on Vimeo.