Sunday, January 13, 2008

DIECI POSSON BASTARE


E' tempo di sondaggi e classifiche sulle migliori uscite discografiche del 2007 e allora provo anch'io a prendere i miei album preferiti per rimetterli nel lettore cd.
Scelte personali, naturalmente, ma se volete un consiglio, comprateli, scaricateli, rubateli agli amici, ma perdete un po' del vostro tempo per ascoltarli.
Dieci dischi per scoprire che il rock'n'roll avrà pure i suoi begli anni, ma gode ancora di ottima salute.



RYAN BINGHAM - MESCALITO. "Ryan Bingham knows a thing or two about pain" : lo spazio dell'artista su MySpace.com inizia così nel presentare questo splendido suo primo vero lavoro. E l'esperienza di vita vissuta di Ryan trasuda da ogni angolo di queste splendide canzoni, fatte di una voce roca e potente, su una musica roots-oriented ma nel contempo estremamente giovane e nuova.
Indispensabile.


COWBOY JUNKIES - TRINITY REVISITED. Sono tornati in quella chiesetta di tanti anni fa con qualche amico in più (Ryan Adams, tra gli altri) ed hanno rifatto il loro disco d'esordio, il più bello a tutt'oggi del gruppo. Una musicalità splendida ed avvolgente, di marchio famiglia Timmins, unico ed inimitabile. E poi c'é una Sweet Jane da brivido, la versione definitiva di questa splendida canzone; ma state tranquilli, non l'ho mica detto io: é stato un certo Lou Reed.
Magico ed inebriante.


EAGLES - LONG ROAD OUT OF EVEN. Questo piace anche a mia figlia, che altrimenti ascolta Finley e High School Musical. Quando le ho detto che questi signori sono tutti sulla sessantina, mi ha guardato stranita; come a dire: ma ci sono in giro dinosauri che cantano ancora bene ? E invece le aquile sono tornate e sono più giovani che mai. Ed é un country-rock che si ascolta davvero con piacere. Quando poi attaccano Busy Being Fabulous, prima ti fregano con quella musica, che ti fa ripiombare dritto dentro Hotel California come fosse ieri; poi, come se non bastasse, giocano pure la carta dell'autoironia: "eravamo così impegnati ad essere favolosi / troppo presi per pensare a noi"; e terminata la canzone, si mettono pure a ridere.
Rivitalizzante.



MARK KNOPFLER - KILL TO GET KRIMSON. Uno ci proverebbe anche a vivere di nostalgia pensando ai Dire Straits, ma finché Mark continua a fare dischi così, non é proprio possibile. E ormai si prende pure il gusto di non fare neppure apparire troppo la sua Fender, tanto é buono il prodotto del suo lavoro. Grande, grandissimo autore, che migliora con gli anni, come un vecchio whisky delle Highlands.
Come Romeo and Juliet : romantico.




LUCINDA WILLIAMS - WEST. Lucinda che non sbaglia un colpo da anni. Ed arriva quasi a firmare il suo capolavoro, se non fosse che quel Car Wheels On A Gravel Road sembra ancora oggi troppo bello per essere vero. Ma in West c'é tutta la maturità di una donna che ha sofferto abbastanza, in una profondità d'animo che inizia a divenire ricerca di significato. Ed il suono é quello che corre dritto su un'autostrada, che inizia laggiù in Louisiana e finisce sulla West coast.

Sensuale ed elettrizzante.


ENDLESS HIGHWAY - THE MUSIC OF THE BAND. I primi a chiamarsi così - The Band, Il Gruppo - ed anche gli ultimi che l'abbiano potuto fare. Perché nessuno potrà mai più essere come loro. Questo disco di tributo al più grande gruppo rock americano di sempre, però, non é la solita compilation di artisti vari, pronta per andare frettolosamente a prendere polvere sullo scaffale. Tanti classici, rivisitati con amore e maestria, che non si smette di riascoltare con piacere.
Classico.



BRUCE SPRINGSTEEN - MAGIC. Vabbè, musicalmente e concettualmente mi era piaciuto di più Live in Dublin, ma alla fine Magic mi attira in modo superiore. Il Boss continua ad essere rocker tra i più travolgenti e non solo fra quelli della propria età; e poi - in una linea ideale che parte da The Rising e prosegue con Devils & Dust, passando per le Seeger sessions - possiede anche uno sguardo ormai maturo verso quell'America là fuori, senza smettere un attimo di lavorare sempre più dentro di sé; come nel capolavoro del disco: I'll work for your love. Inossidabile proprio come un vecchio e vero amico.
Rassicurante.




JOHN FOGERTY - REVIVAL. Alla fine, quando ti sei rotto le scatole di musica che non vale niente finisci sempre per fare una cosa: vai a rovistare tra i tuoi vecchi cd e tiri fuori i Creedence. E John, a dispetto dei suoi sessant'anni ha ancora un tale energia che al confronto Mick Jagger appare quasi un dilettante. Niente di nuovo - Revival, appunto - ma non smetteresti mai di ascoltarlo.
Elettrico.





MARY CHAPIN CARPENTER - THE CALLING.
PORTER WAGONER - WAGONMASTER.
Ero indeciso tra i due e allora li metto insieme: un re ed una regina del country. Porter che fa uno dei dischi più belli della sua carriera, ad ottant'anni suonati e solo poco tempo prima, purtroppo, di lasciarci per stages di cieli e terre nuove. Mary Chapin che fa capire che é vera cantautrice a tutto tondo. Buoni per ogni occasione, anche fuori da Nashville. E ricchi di classe da vendere.
Cristallini.

CLAUDIO CHIEFFO - E' BELLA LA STRADA. Alla fine almeno un italiano lo dovevo mettere per forza. E allora scelgo lui, anche se col rock non c'entra mica tanto. E allora perché ? Perché se si parla di Bellezza non si può non pensare a Claudio ed anche con tanta nostalgia. Ma non troppa, perché lui non é partito: é presente tra noi come e più di prima. Un disco completo, questo, vero e proprio greatest hits dell'autore, ma soprattutto inciso con l'anima, di chi é già e di chi non é ancora. Per non smettere di pensare. E di amare.



Buon ascolto, dunque: a me questi dischi piacciono tutti, ma proprio tutti.
Il migliore ? Beh, se dovessi scegliere strizzerei l'occhio a Claudio, ma lui gioca in un campionato a parte, come quello dei fuoriclasse della NBA. Comunque se proprio dovessi decidere per uno tra tutti gli altri, finirei per ascoltare lei....
Buon anno allora and have fun, it's only rock'n'roll...


Monday, January 07, 2008

EPIFANIA

Quando rientriamo in paese é un vero e proprio sospiro di sollievo.
Qualche ora fa, quattro passi nel centro di Cortina si erano rivelati sempre più un tuffo in quanto di più stonato l'uomo sia in grado di costruire, in mezzo ad un paradiso naturale quale realmente é un angolo di dolomiti.
Non era solo il défilé, degno di Via della Spiga a Milano - persino i cani non vengono risparmiati da orribili "cappottini" firmati - o la sfilza d'inarrivabili hotel a cinque stelle e negozi dove il prezzo di un vestito supera lo stipendio di un dirigente d'azienda, ma anche l'assistere ad improbabili scenette familiari, dove una giovane signora detta al telefonino ordini sul menu serale, mentre la piccola figlia, totalmente ignorata dalla madre, si affida alla baby-sitter extracomunitaria (vestita non certo come loro), per trovare uno spazio di gioco e d'attenzione che le spetterebbe di diritto.
Sarà una personale forma d'allergia verso tutto quanto sa di snob, ma alla fine ci sembra davvero tutto una gigantesca nota stonata.
Ci risolleviamo guardando i nostri figli giocare indifferenti per le vie del centro: loro sembrano avvertire un disagio minore, saltando con indifferenza dalla statua di un pinguino a quella di un orso polare, anch'essi - a voler ben vedere - piuttosto fuori luogo, ma capaci comunque di strappare un sorriso.

Canale d'Agordo, invece, sembra l'opposto di tutto quel che abbiamo visto sinora.
Un paese piccolo, con poche case e poca gente per le strade, dove il tempo pare si sia fermato.
Te ne accorgi quando con la macchina sfiori i balconi di vecchie abitazioni, oggi trasformati in legnaie o fienili, che sembra debbano cadere da un momento all'altro, non resistendo a rumori che non siano più di uno scalpiccio di asini o cavalli o del vociare delle persone.
E invece questo posto, per certi versi quasi dimenticato o abbandonato, é un luogo importante, perché qui é nato papa Luciani.
Ma non te ne accorgeresti neppure, se non fosse per una sua foto, neanche troppo appariscente, posta all'ingresso del paese e per una piccola statua all'interno della parrocchia.
E l'impressione che ne ricavi, alla fine, é che la celebrità qui possa persino dar fastidio e allora si preferisce assumere un'aria dimessa, quasi trasandata.
Ma mentre cammino per queste vie, la sensazione che nell'animo si fa strada, non é quella della stravaganza o della sciatteria, bensì dell'umiltà; una lettura di questi giorni - la vita di Caterina da Siena (1) - per un attimo si affaccia nella mia mente come una possibile chiave di lettura. Non sarà che a Dio piaccia, a volte, di confondere le anime dei dotti e degli intelligenti ?
Una volta perfino Bob Dylan l'aveva messo sulla copertina di un suo disco : "ti ringrazio Padre, perché hai rivelato queste cose ai semplici" (2).   E allora mi viene in mente una frase che ho letto su quel libro:

(...) "Lei ottiene sempre una risposta, come tutti noi quando siamo sinceri nel chiedere, e umili e pazienti nell'ascoltare" rispose il frate. "Ha detto al Signore: "Sono solo una donna ignorante, cosa posso fare ?", e lui ha risposto : "Al mio cospetto non ci sono né uomini né donne, né dotti né ignoranti. Ma so che in tempi recenti la superbia di coloro che si definiscono dotti e saggi é arrivata a tali estremi che ho deciso di innalzare gli umili. Per questo manderò uomini e anche donne privi di sapere, per mortificare la conoscenza che costoro credono di avere". "L'ho imparato a memoria" disse fra' Tommaso con una smorfia. "E' bene non dimenticarlo".


Deve calare la sera, però, perché la magia di questo posto venga fuori davvero.
Lasciata finalmente l'auto, mia moglie ed io passeggiamo per le strade, mentre i bambini ingaggiano una furibonda battaglia a palle di neve.  E ci fermiamo, sempre più incantati, ad ogni angolo, quando dal buio spuntano presepi uno più bello dell'altro.
Grazie al cielo non c'é ombra di tutte le forme di babbo Natale di cui é infestata la città.  Qui, invece, assisti ad una gara di bellezza e man mano che procedi nelle vie del paese, ancor meno appariscente di prima - se mai fosse possibile - avvolto com'é nell'oscurità, non puoi fare a meno di sentir crescere in cuore una gratitudine sempre più grande, alla vista di quel Dio che s'é fatto bambino e che é diventato davvero nulla per apparire sempre più simile a noi.
Poi, all'improvviso, quasi nascosto dalle case, ecco apparire un piccolo giardino, memoriale dei dispersi di Russia della seconda guerra mondiale. Sulle prime non lo vedi neanche, perché non é neppure illuminato e allora ti ci addentri, abituandoti pian piano a quell'unico bagliore che fuoriesce dalle finestre illuminate delle abitazioni circostanti. Poi cerchi d'immaginare quello che comunque non riesci a vedere, perché tutto é sepolto sotto una spessa coltre di neve, che ormai ha coperto il paese da un paio di giorni. Allora ti domandi ancora una volta il perché della noncuranza di questo strano paese, vorresti che qualcuno quel giardino lo tenesse più pulito e illuminato, ma poi ti viene in mente che proprio sotto una neve così quegli uomini hanno dato la vita tanti anni fa per una guerra assurda...


La nostra abitazione di questi giorni é una deliziosa casetta alpina, gestita da Angelo e Valeria, insieme ai loro cinque figli. Niente di strano fin qui, se non fosse che loro, durante l'anno, lavorano e studiano altrove. Una storia nata da un gesto di gratuità, gestire una casa rimessa in piedi dalla diocesi di Ferrara, e messa a disposizione di persone e famiglie che possano fare vacanze a prezzi più accessibili di ciò che ormai c'é in giro. E una storia che prosegue, nella gioia che vedi nei loro volti, quando ti servono a tavola alla sera o quando - studentesse prossime alla laurea - le ritrovi al mattino, intente alla pulizia delle stanze, senza il minimo accenno a qualsivoglia forma di disagio o di fatica.
La sera della vigilia dell'Epifania, mia moglie ed io ci ritroviamo seduti con Angelo al bar; Chiara, la nostra figlia più grande é lì con noi, mentre i maschietti si divertono al calcetto. Poco fa la Befana é venuta a trovare tutti i bambini della casa, alla fine della cena, ed ha distribuito doni a tutti, tra l'incredulità dei più piccoli. Poco a poco la confidenza con Angelo cresce e ci si racconta sempre più della propria vita. Lo stupore che accompagna questa nuova amicizia che nasce si accompagna a quello sempre rinnovato ogni giorno e che diviene gratitudine : è il riscoprire la Bellezza che hai incontrato un giorno e che ha reso la tua vita nuova una volta per tutte.
Se Epifania é manifestazione, la presenza di Gesù tra coloro che sono uniti nel suo nome diventa qualcosa di realmente tangibile e riempie il cuore come nient'altro.
Quando ci salutiamo prima d'andare a letto é una buona notte che appare speciale, come quella che possono augurarsi vecchi amici di sempre.

Lungo il viaggio di ritorno a Milano ripenso a questi giorni e mi viene in mente che, invece che in montagna, avevamo in progetto di andare a Praga.
Un soggiorno a trovare una cara amica, ma poi i programmi sono cambiati.
Sarà per la prossima volta, ma mi accorgo che ora dovevamo essere qui, perché qualcosa di nuovo doveva riaccadere.
E quando alla sera, con mia moglie ed i figli, ci ritroviamo in chiesa, per la messa dell'Epifania, il frate che celebra la funzione chiede durante l'omelia : "ma se i magi si presentassero oggi e chiedessero a voi dove andare per trovare Gesù, dove li mandereste ?".
"Nella vostra famiglia, nei luoghi di lavoro, in mezzo ai vostri amici", ci suggerisce.
A me viene spontaneo un pensiero: forse anche in una deliziosa casetta alpina, in uno sperduto paesino in mezzo alle dolomiti.

Note:
(1) Louis de Wohl - La mia natura é il fuoco. Vita di Caterina da Siena - BUR
(2) "I thank thee, o Father, Lord of heaven and earth, because Thou hast hidden these things from the wise and prudent, and hast revealed them unto babies" (Matthew 11:25) La frase si trova nella copertina interna dell'album Shot Of Love.

Sunday, December 30, 2007

HOPE FOR A NEW YEAR


Quando ero ragazzo, a volte, mi capitava di cantare insieme agli amici una canzone del Gen Rosso che cominciava così : "E' un nuovo giorno, una nuova speranza, posso ricominciare".
Quella canzone mi é tornata in mente in questi giorni di fine dicembre, in una fase del tempo - le soglie di un anno nuovo - in cui si é alle prese con un nuovo inizio.
E in momenti in cui gli auguri cominciano a giungere da ogni parte, a dispetto di un mondo che invece sembra davvero non volerne sapere di diventare migliore, mi é capitato di rimettere nel lettore cd Streetlight, colonna sonora del musical omonimo, che il gruppo continua a rappresentare sui palcoscenici di tutto il mondo.


E' il racconto di una storia vera, quella di Charles Moates, che vive nella fossa - The Hole - un quartiere malfamato della Chicago dei sixties. Charles ed alcuni suoi amici formano la Streeetlight band ; si trovano spesso in un garage per le prove e stanno preparando un concerto da tenere in Malcolm X Boulevard. Quel gruppo di amici é speciale: sono ragazzi che impegnano le proprie forze per la costruzione di un mondo unito e lo fanno anche attraverso la musica.
Jordan é amico di Charles e fa parte di una banda locale - The Gang - che si é imposta nel controllo del quartiere. La banda rivale - The Devil G - nel corso di un'irruzione improvvisa a cui fa seguito una sparatoria, provoca la morte di Lisa, fidanzata di Jordan e sorella di Tray, capo di The Gang.
L'omicidio scatena la vendetta di The Gang, ma Charles, pur appartenenedo alla fossa, non accetterà di rispondere alla violenza con la violenza.
Anche l'amicizia di Charles con Jordan verrà messa a dura prova dalla spirale di questa violenza, e Charles stesso pagherà alla fine con la vita la propria coerenza.
Per Jordan la domanda di significato di fronte al mistero dell'esistenza sorgerà come un grido acutissimo al termine di questa storia, ma la vita e l'esperienza di Charles e dei suoi amici rimarrà "stella vera, che non si spegne più".

La speranza di un mondo nuovo nasce dal dolore abbracciato per amore.
Qualche anno fa a Chicago, così come ogni giorno qui e ovunque, adesso ancora, alle soglie di un anno nuovo.
Per il sogno di un Dio che si rinnova : "Padre, che tutti siano uno" (Gv, 17,21)


"Vedremo le terre, leggeremo la storia,
ameremo la patria l'uno dell'altro.

Al di là delle lingue, al di là delle razze,
ameremo la fede l'uno dell'altro.

Vivremo speranze, porteremo dolori,
ameremo il cammino l'uno dell'altro.

Al di là del passato, di ferite lontane,
costruiremo il futuro
l'uno dell'altro.

Io ci sto !
Tu ci stai ?
Tu ci stai !
Io ci sto:
a giocarmi tutto,
a dare la vita per te.

Io ci sto !
Tu ci stai ?
Tu ci stai !
a dare la mia vita
perché sia così !

L'uno dell'altro."

(L'uno dell'altro - Streetlight, the musical - Gen Rosso)

Tuesday, December 18, 2007

NATALE

"Gesù non é un mito, é un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia. Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che Egli ha percorso. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le sue parole. Egli é morto ed é risorto... e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio é divenuto realtà."

(Benedetto XVI)


William Congdon, Natività, 1960


Chissà se certe sensazioni le prova anche chi non é nato qui.
Scoprire il fascino di una città, che sembra fare di tutto per apparire brutta.
Eppure Milano, al mattino presto, ti trasmette qualcosa di sé che non puoi trovare altrove.
Mi viene sempre in mente Fabio Concato, con quella sua canzone e allora provo anch'io a camminare e gioire nel "vederla sonnecchiare" e accorgermi "che é bella, prima che cominci a correre e ad urlare".

Ma queste mattine, nell'aria, c'é qualcosa in più.
Come una magia, che riesce a incidere la crosta del freddo e - soprattutto - delle tristezze del cuore, che, se non stai attento, può assalirti fin dai primi istanti del giorno, appena metti giù i piedi dal letto.
In queste mattine esco prima dell'alba, coi miei due figli più grandi e ci incamminiamo verso la chiesa, prima che qualunque altra attività abbia inizio.
Sono i giorni della novena di Natale e forse qualcosa di diverso nell'aria lo percepisci già per questo.
Ma poi il paesaggio dell'anima si arricchisce di luoghi e di persone.
In quelle vie, così deliziosamente ancora deserte, man mano che ci si avvicina, vedi pian piano spuntare le persone, prima ad una ad una, poi a piccoli gruppetti, come rivoli di ruscelli che alla fine riempono il letto di un fiume più grande, vuoto fino ad un attimo prima, come in attesa di qualcosa.
Quando arrivi in chiesa ti accorgi che c'é dentro una folla, quasi spropositata per quell'ora del giorno e allora cerchi un posto a sedere e ti guardi intorno; dopo, a poco a poco, volgi lo sguardo verso Colui che sei venuto a trovare di prima mattina.
Poi, alla fine, ti alzi dai banchi e allora ti accorgi dei tanti volti amici.
Quelli di sempre, con cui si condivide il cammino, poi gli amici dei tuoi figli; ma anche i conoscenti, il vicino di casa, persino il vecchio compagno del liceo.
E allora saluti tutti - buona giornata ! - ma poi ti muovi, perché é già ora di correre: a scuola, al lavoro e chissà dove, in questa frenetica, impossibile, adorabile città.

Ma quando alla sera, la mente ripercorre ciò che ti é accaduto, capisci finalmente cos'é quella magia che semplici emozioni ti avevano fatto in qualche modo percepire.
E' la realtà di un popolo, che ti sostiene e, piano piano, ti educa e ti cambia, giorno dopo giorno.
E' la realtà di un Dio, Emmanuele - Dio con noi - che ancora una volta, in questi giorni di fine d'anno, si é reso visibile in mezzo agli uomini che Egli ama.
Allora ti addormenti sereno, perché - ora sì - hai finalmente trovato un luogo in cui far riposare la durezza del tuo cuore.
Domani - a Dio piacendo - sarà di nuovo un nuovo giorno.
Tutto da vivere.

Che sia un buon Natale,
anche per tutti coloro che passeranno da qui

Wednesday, December 12, 2007

UNA ROSA NEL DESERTO

UNA ROSA NEL DESERTO
Schizzi ed emozioni suscitati dall'ascolto di un album mai dimenticato




La rivista musicale Jam pubblica questo mese uno splendido e dettagliatissimo articolo su un disco pubblicato esattamente vent'anni fa.
Una lunga ed affascinante cover story, che affonda la propria analisi mettendo in relazione la musica e gli spazi del deserto.
Anche la celebrazione di un vecchio album, però, quasi come a dire: beh, mettetevi il cuore in pace, meglio guardare a quanto di bello ci ha fornito il passato, perché lavori così ormai non li fa quasi più nessuno.
Chissà, potrebbe essere davvero così, o forse lo sguardo critico di tutti noi, che stiamo invecchiando col rock, diviene sempre più nostalgico ed incapace di cogliere le novità.
Certo però che di uscite recenti, ascoltate anche con piacere, ma troppo precocemente finite a far la polvere sugli scaffali, in giro ce ne sono davvero parecchie.
Ma questo disco invece no.
A distanza di vent'anni, The Joshua Tree degli U2 é ancora capace di rinascere a vita nuova ad ogni ascolto.

La musica ti colpisce fin dalle prime note, quelle di un organo che introduce la prima canzone - Where The Streets Have No Name - lasciando subito spazio alla chitarra di The Edge.
Ed il suono che esce da quell'amplificatore ti rapisce subito, per non lasciarti più fino alla fine del disco; un martello incalzante ed inebriante - come in Trip Through Yor Wires o In God's County, ad esempio -, tanto che vorresti non finisse mai di colpire; lo senti duellare ovunque, col basso pulsante di Adam Clayton, con l'armonica e la voce - la splendida voce - di Bono, con le atmosfere di tutto l'album, ora desertiche e rarefatte ora letteralmente devastanti come uragani, in una battaglia che, alla fine, non conosce vinti ma solo vincitori.

Il disco si apre con un trittico da leggenda: Where The Streets Have No Name, I Still Haven't Found What I'm Looking For e With Or Without You.
Se é vero che "nei loro momenti più alti, le canzoni rock danno voce alla ferita dell'uomo che cerca di afferrare il mistero" (1), qui si parte dalle strade drammaticamente senza nome, per dare volto a qualcosa che riempa di significato una ricerca disperata:


Io credo nel regno che verrà,
Allora tutti i colori verranno versati in uno solo.
Sì sto ancora correndo,
Tu hai rotto i vincoli,
Sciogliesti le catene,
Portasti la croce
del mio peccato,
del mio peccato.
Lo sai che credo,
Ma non ho ancora trovato ciò che sto cercando (2)



Bullet The Blue Sky é il suono che ti circonda, quando sopra di te il cielo é una plumbea minaccia che sembra voler inghiottire il deserto. Questa canzone é uno dei centri nevralgici di tutto il disco e, di fatto, accade anche che il primo lavoro che palesa l'amore per l'America di questi ragazzi irlandesi sia un atto d'accusa contro certo imperialismo stelle e strisce:

Attraverso i muri sentiamo gemere la città,
fuori c'é l'America,
fuori c'é l'America.
Attraverso il campo vedi il cielo squarciato,
vedi la pioggia attraverso una ferita aperta,
battere sulle donne e i bambini,
che corrono,
tra le braccia
dell'America


Dolore vissuto e presagio di minaccia ancora, che sembra dissolversi d'incanto quando la chitarra distorta lascia spazio alla bottleneck di Running To Stand Still. La disperazione é ancora vicina ("lei patirà il gelo dell'ago, sta correndo per restare ferma"), ma nella musica il bianco e nero del cielo sembrano lasciare spazio a squarci improvvisi di sereno, che ti conducono ad un tramonto intenso ed inatteso, dolce e struggente almeno quanto l'armonica di sottofondo, alla fine della canzone.

A questo punto, quando la musica era di vinile, avresti girato il disco ed era come l'alba di un nuovo giorno.

Red Hill Mining Town ti accoglie così, ma stavolta non c'é respiro fin dal mattino, in un nuovo quotidiano che, appena iniziato, vede già arrivare senza gioia le luci della notte: "il nostro amore ha visto giorni migliori / sto tenendo duro / sei tutto ciò che é rimasto a cui aggrapparsi / guarda le luci spegnersi su Red Hill".

La tristezza é un grido acutissimo, ma non può, non deve morire su se stessa e finire in un vicolo cieco.   Alcuni anni dopo Bono arriverà a dirci: "(...) tutti hanno questo vuoto. Alcuni più nero e più vasto di altri. Esso corre dritto nella tristezza. E' questo che ti fa gridare a Dio". (3)
La tentazione é forte, fortissima, come in Exit, o nella finale Mothers Of The Disappeared, ma il paese di Dio - God's County - sembra davvero lì ad un passo : "abbiamo bisogno di nuovi sogni stanotte / rosa del deserto".

The Joshua Tree non ti lascia tranquillo.
E' un disco musicalmente splendido: ci sono gli U2 in forma come non mai e c'é l'ottimo lavoro di produzione di Brian Eno e Daniel Lanois.
Ma, soprattutto, é un corpo con un'anima.
Per questo non smette di stupire ed é capace ancora di rivelare nuovi spiragli di luce ad ogni nuovo ascolto.
Oggi come allora.
E ancora per almeno altri vent'anni.



Post scriptum:E' uscita nei negozi l' anniversary edition del disco: una confezione deluxe comprendente due cd, comprensivi delle canzoni originali, delle b-side dei singoli e di cinque inediti,  unitamente ad un ricco libretto e ad un dvd con un concerto del gruppo, tenutosi a Parigi il 4 luglio 1987.
Un'occasione in più per riscoprire uno dei capolavori della discografia degli U2.

Note:
(1) Leonardo Eva, Walter Muto, Paolo Vites - Good Rockin' Tonight - Itaca edizioni
(2) "I Still Haven't Found What I'm Looking For"
(3) ibid. (1)

Friday, December 07, 2007

REALTA'

Alla fine sembrava la scena di un film.
Di quelli con Bud Spencer e Terence Hill, che se uno comincia a dare uno spintone, tutti si prendono a cazzotti non si sa bene perché.
Un ufficio postale qualunque; tanta gente, come spesso accade; tutti nervosi, come quasi sempre succede.
Un signore che ha perso il turno, ma vuole passare ugualmente davanti a tutti.
Anziani pensionati che si arrabbiano, forse già stanchi della vita e per di più irrisi da quel signore con un: "voi cos'avete da fare tutto il giorno ? Io sono uno che lavora".
Spunta fuori il direttore dell'ufficio, tenta di riportare le persone alla realtà, ma alla fine é aggredito anche lui.
"Chiamate il 113" - dice alle sue impiegate - "ora ci scappa anche una querela".
E' davvero troppo, mi monta un senso di tristezza insopportabile; butto il mio numeretto nel cestino e me ne vado fuori: la raccomandata la spedirò domani.

Salto su in macchina, ho ancora così tante cose da fare e il traffico che c'é in giro non fa presagire nulla di buono.
La musica dentro il lettore cd. Accidenti, le vie di Milano non assomigliano per niente a quelle di Nashville, ma con un po' di fantasia posso immaginarmi anche là, basta lasciarsi trasportare da un'armonica o da una steel guitar.
Qualche giorno fa ho letto il brano di un'intervista ad un giornalista musicale (1).
Parlava di emozioni, proprio quelle di cui sento di aver maledettamente bisogno ora:
"La mappa resta aperta se la musica é una sola, per chi suona e per chi ascolta. Se chi suona va verso chi ascolta. Se chi ascolta va verso chi suona. Queste sono le direzioni, perché é proprio così: chi ascolta reinventa la musica ed é almeno la metà di un processo e il rock'n'roll é stato ed é magnifico in questo. Non hai bisogno della Scala. Non ti serve un'orchestra. E nemmeno lo smoking. Ti basta una chitarra, o ancora meno un disco, una canzone alla radio, per sentirti una rock'n'roll star o magari per sentirti meno solo, o meglio ancora, parte di qualcosa. Magari é solo un'emozione, una sensazione, ma basta e avanza a cambiarti la vita".

Mi sembra vero tutto questo.
Sono già dentro quel dannato traffico - sempre lui - ma De Gregori attacca "compagni di viaggio" ed io non mi sento più così tanto solo.


Certi momenti forti della vita, chissà perché, si accompagnano spesso ad una buona tavola ed al buon vino.
Lo sapeva anche Gesù, che quando il gioco si faceva duro provava ad incontrare le persone anche lì. Come quel giorno, che aveva visto Zaccheo sull'albero e gli aveva detto di sbrigarsi ad andar via di là: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" (2).
O come quell'ultima volta, l'ultima cena, quando provò a spiegare loro la dimensione ed il significato ultimo di un incontro, capace di divenire dimora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui" (3)

Una cena tra amici - colleghi nella vita - qualche giorno fa mi ha ridato speranza.
Le parole di un amico speciale, meditate insieme, davanti a una zuppa di pesce e ad un bicchiere di vino.
La premessa di una realtà complessa, quella del nostro lavoro di medici, sempre più difficile da vivere. E la tristezza, spesso, di vedere cose che non cambiano mai: "Aiutaci a capire in quale situazione siamo, che cosa sta acacdendo intorno e che cosa sta accadendo in noi, in modo da chiarire le ragioni di una diffusa stanchezza, quella che fa dire ad alcuni tra noi: "non ce la faccio più. Ditemi la ragione per cui valga la pena di andare avanti a fare questo mestiere dopo 10, 20, 30 anni. Non cambia niente..."
Parole dure ? Certamente, ma chi non può dire di passare momenti di stanchezza così, qualunque "mestiere" si faccia ?
Ma poi parlando ad uno ad uno, la speranza si riaffaccia, ed é legata alla presenza di Uno più grande tra noi, che ci costringe a guardare in faccia alla realtà in un modo nuovo: "E' successo qualcosa che ha ridestato l'interesse, che ci ha rimesso in moto: sì, l'incontro: qualcosa che si é insediato in noi e che ha ridestato tutte le nostre esigenze".

Uscendo da lì, quella sera, la realtà non mi faceva più così paura.
E' un abbraccio diverso, quello che si fa strada nel cuore, che non guarda più al particolare.
Neanche quello del mio limite, di fronte a circostanze spesso più grosse di me, che mi fanno sentire solo col pallone in mano, davanti al dischetto del rigore.
E - in fondo - é quello che cantava anche De Gregori, quando, risalito in macchina, ho rimesso su la musica, a farmi compagnia lungo la strada:

"Mino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non é da questi particolari che si giudica un giocatore.
Un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall'altruismo, dalla fantasia
".

Il coraggio che si é dato un gruppo di amici.
E che mi ha fatto, ancora una volta, ricominciare.


Note:
(1) "Il Rock'n'roll di Marco Denti" - intervista di Luca Miele a Marco Denti
http://www.bombacarta.com/?p=562#more-562

(2) Vangelo di Luca, 19, 1-10
(3) Vangelo di Giovanni, 6, 56, 14-20

Saturday, December 01, 2007

UN MEDICO PERFETTO ?

"A volte con questa stampella mi scambiano per un paziente. - Allora metti il camice come tutti noi. - No, altrimenti mi scambiano per un medico"
(Doctor House)


Quella volta era accaduto qualcosa di speciale.
Il collega, per una volta, si era confidato; aveva aperto uno spiraglio del proprio cuore in un ambiente, quello di lavoro, che di solito non concede spazi a debolezze, stati d'animo, desideri e aspettative.
Tutti i luoghi di lavoro, d'altra parte, appaiono ormai drammaticamente simili: conta solo la velocità e la quantità; il valore della persona solo raramente viene messo in rilievo e la qualità sembra non interessare più a nessuno.

Lui, invece, si era sfogato e mi aveva detto che era stanco di stare in ospedale.
Stanco perché non riusciva più ad appendere il camice e tornarsene a casa, lasciandosi il lavoro alle spalle. La sofferenza che incontrava ogni giorno cominciava a farsi strada in maniera troppo prepotente e lui, a sua volta, non sopportava la propria invadenza nel conoscere il destino degli altri.
Ricordo che in qualche modo rimasi male; era uno dei colleghi professionalmente più validi che avessi mai incontrato: ora che provava anche questo, sarebbe stato davvero un peccato se avesse mollato tutto così.

Ci rimasi male, anche perché quel desiderio di umanità che i pazienti hanno sempre nei confronti dei medici, io lo riconoscevo come un bisogno e quel giorno mi parve, nello sguardo del collega, desiderio ingiustamente disatteso.
Eppure quante volte, prima d'allora, mi ero ribellato a quella pretesa di mestiere inteso come missione, schiacciato invece dalla pericolosità e dal rischio, dalla pressione e dalla responsabilità di un quotidiano che talvolta sembra impossibile da vivere ?

Ma qual é il ruolo del medico ?
La questione se la pone anche il British Medical Journal, in un recente editoriale. (1)
E, nel farlo, inizia col citare una serie di attributi.
Come quello dell'imperturbabilità, ad esempio, quella di cui parlava William Osler rivolgendosi ai suoi studenti di medicina: "due qualità possono far decollare o affondare le vostre vite. La prima qualità: imperturbabilità. Il medico deve apparire calmo in mezzo alla tempesta e mostrare lucidità nei momenti di grande rischio: "E' essenziale infondere sicurezza nei pazienti impressionabili o impauriti".
E la seconda qualità, prosegue poi Osler é l'equanimità: tolleranza ed attitudine a non giudicare mai il prossimo.
Ma poi l'articolo menziona altre caratteristiche: altruismo, modestia, diligenza, desiderio di fare sempre la cosa giusta.
E ancora: destrezza nel gestire situazioni incerte, nel raccogliere informazioni in fretta, nel prendere decisioni giuste anche sotto pressione; capacità di mostrare empatia ed ascolto.

Insomma, i medici parrebbero persone davvero speciali: gente proprio fuori dal comune.
Ma l'articolo va oltre tutto ciò.
Vuole prendere giustamente in considerazione anche l'aspettativa del paziente: é un altro marcatore di qualità.
Ed é facile immaginare quale possa essere la soddisfazione di quest'ultimo: il paziente prende in grandissimo rilievo l'umanità del medico; tuttavia, allo stesso tempo, non é disposto a fare a meno di un'ineccepibile competenza, sin nei più minimi particolari.

Allora viene da pensare che forse tutto questo sia un po' troppo quasi per chiunque.
Anche per i medici, persone che hanno percorso un sentiero un po' particolare, quando hanno scelto questo mestiere - verrebbe da dire vocazionale - ma uomini, anche loro, come tutti gli altri.

Un'altra citazione, me la si perdoni, ma uno cerca di attingere saggezza ovunque sia possibile.
E' tratta da una mostra - "Che cosa posso fare per te" - nata dall'esperienza di Medicina e Persona. (2)
L'introduzione della mostra comincia con un pensiero di John Updike : "confidiamo nei medici e negli infermieri. Per necessità li veneriamo; immaginiamo che la loro istruzione, competenza professionale e pia dedizione li abbia spogliati da ogni incertezza e agitazione, dalla repulsione che noi, nei loro panni, sperimenteremmo al vedere quello che loro vedono ed al doverlo curare. Il sangue, il pus e il vomito non fa venir loro il mal di stomaco; la senilità e la demenza non li spaventa (...) la carne e le sue malattie sono oggetto di diagnosi infallibili e cure efficaci".
E quell'introduzione prosegue così: "niente é più lontano dalla verità. Noi operatori sanitari soffriamo intensamente il contraccolpo della realtà nella quale lavoriamo: malattie, dolore, morte. Questo accade perché ci dedichiamo a esseri che non solo soffrono, ma cercano il senso della propria sofferenza. L'educazione che riceviamo non ci prepara ad affrontare questi temi in modo che non feriscano i nostri cuori".

Questo sì, é maledettamente vicino alla verità.
L'università non é mai stata maestra in tal senso e potrebbe non esserlo mai, se non accoglie un rischio educativo, nel desiderio di cambiare se stessa.
E quella ricerca del senso della sofferenza é, nella mia personale esperienza, sempre più il valore aggiunto di ciò che incontro costantemente e continuamente ogni mattina, subito pochi istanti dopo aver timbrato il cartellino all'ingresso del mio ospedale.

La sofferenza che interroga il paziente, costretto a fare i conti con la sua malattia, é la stessa sofferenza che, in forme diverse, irrompe nella mia vita di ogni giorno, portando con sé l'analoga richiesta di scovarne un significato.
Ed il desiderio di felicità, che alberga nel cuore di ciascuno, offuscato da quella stessa sofferenza, irrompente e inopportuna, invasiva e destruente, é quello che sia il paziente che il medico cercano, ma non perché coinvolti nei rispettivi ruoli alla ricerca di una soluzione che renda soddisfatti entrambi (la guarigione della malattia), ma semplicemente perché é un qualcosa che cercano comunque in quanto uomini.

La fede mi ha sempre aiutato, non a comprendere le ragioni del dolore, che resta Mistero inspiegabile nella vita dell'uomo, ma a rendermi capace di mutare uno sguardo, ossia di provare a guardare la stessa realtà con occhi differenti.
Una personalità carismatica del nostro tempo, Chiara Lubich, parlò un giorno proprio di sguardo, quello di un Dio morto misteriosamente in croce; e poiché di sguardo si tratta, citò le pupille di Occhi attraverso i quali Dio guarda l'umanità:
"Gesù é Gesù Abbandonato (3). Perché Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull'Umanità il Divino, attraverso la Ferita dell'Abbandono, che é la pupilla dell'Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell'umanità attraverso la quale si vede Dio". (4)


E' condivisibile tutto ciò, nel quotidiano agire con pazienti, colleghi e gli altri operatori sanitari ?
Mi auguro davvero di sì, ma mi rendo conto che ha a che fare con la ricerca di ciascuno - me compreso - della Verità.
Credo però che tutto non si possa solo condurre ad un percorso individuale, quasi fosse una sorta di ascesi personale, "religiosa" o "laica" che sia.
Credo invece che, proprio perché siamo uomini, si debba cercare un terreno di condivisione, ossia di cammino insieme.
Mi ha sempre colpito una frase di Giancarlo Cesana, docente di Medicina del Lavoro all'Università degli Studi di Milano-Bicocca:
"L'errore formativo più grande é quello di ritenere che la coscienza individuale possa reggere indefinitamente grazie a una coerenza ferrea a principi che, una volta acquisiti, mai sono messi in discussione.
Non si può essere veramente amici degli uomini se non si vive di amicizia.
E l'amicizia non é altro che una correzione (che letteralmente significa "reggere insieme") del cammino ideale e morale di ciascuno verso il compimento del proprio destino" (5).


Si può vivere così ?
Certamente sì, per lo meno si può tendere a questo.
Allora diventa vero quel pensiero che é la conclusione della sopracitata mostra "Che cosa posso fare per te" : "Il bene si comunica in modo tale che unisce. Se in un ospedale c'é un'infermiera con senso di responsabilità, che mette il cuore in quello che fa ed é atea, e nello stesso posto ce n'é un'altra conosciuta per la sua religiosità cattolica, con la stessa passione e che mette il cuore in quello che fa, é impossibile che queste due non stiano insieme. Questo permetterà loro di creare una nuova vita all'interno delle strutture lavorative. Senza tendere a questo il cristiano non é cristiano - e l'uomo non é uomo". (6)

Proprio così: insieme.
Alla faccia del dottor House, che comunque rappresenta sempre una bella provocazione...

Note:
(1) Fiona Godlee - The role of the doctor - BMJ 2007; 335 (17 november)
(2) "Che cosa posso fare per te? Medico e paziente di fronte al dolore" - Medicina e Persona
(3) "Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Eloì, eloì, lemà sabactani ?", che significa : "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" (Mc, 15-34)
(4) Chiara Lubich - Il grido - Città Nuova editrice

(5) Giancarlo Cesana - Il "ministero" della salute - Studio editoriale fiorentino
(6) ibid. (2)

Friday, November 23, 2007

DEDICATO A CLAUDIO / 2

Tratto da YouTube, con un grazie a chi ha messo in rete queste immagini

Tuesday, November 20, 2007

DEDICATO A CLAUDIO

Non é sempre brutta la malinconia.
Sarà perché lui adesso non é più qui, su questa terra - anche se la sua presenza ora é più forte che mai - ma quando entro in casa e le note di “Come la rosa” mi avvolgono all'improvviso, non riesco proprio a spazzarla via, e in qualche modo vorrei che non finisse mai.
Poso la borsa, vado a cambiarmi, torno in soggiorno e incontro mia moglie: “sai – le dico – secondo me questo ...” Non mi lascia finire la frase: “.. é il disco più bello di Chieffo”.
Abbiamo pensato la stessa cosa, nello stesso istante.


Come La Rosa
é un disco straordinario.
Pieno di struggente malinconia, in cui la forza di Chieffo, la potenza della sua voce e delle sue parole, si colora, in modo assolutamente unico, di una dolcezza e di una tristezza tutte particolari.
E' il disco che Claudio incise con il pianista David Horovitz, che forse comprese il suo animo più di molti altri.
Il clima in studio, durante la registrazione, dovette essere davvero qualcosa di speciale. Racconta Horowitz stesso: “Lavoro ormai da anni con alcuni dei maggiori musicisti professionisti, che di solito vengono nel mio studio a registrare il loro pezzo e poi, finita la session, ripongono i loro strumenti e se ne vanno. Quelli che hanno suonato nel suo cd, invece, volevano ascoltare altre sue canzoni, suonare ancora. E non era solo per le sue canzoni, era anche per Claudio: erano così presi dalla sua persona, dal suo entusiasmo, dalla sua sincerità...”

Il violino di Charles Libove, ne La Canzone Del Destino, ti entra sotto la pelle e sembra non voler uscire più, lasciandoti addosso solo brividi. E’ una canzone dedicata ai figli e quando Claudio lo sentì suonare, esclamò: “Questo é uno tra i suoni di violino più belli che io abbia mai sentito”.
Era uno Stradivari quel violino. Racconta ancora Horowitz: “Sapevo che ne possedeva uno, ma ci conosciamo da trent’anni e non lo avevo mai visto. Tra altri venti violini che usa aveva scelto quello, che non gli avevo mai sentito suonare. “Oggi ho portato lo Stradivari, perché so che a questo disco tieni in modo particolare”, ha spiegato. E quella é stata l’unica volta, da quando conosco Claudio, in cui non é riuscito a dire una sola parola.”

L’aviatore ha una chitarra che ti fa volare, proprio alla fine del brano, sempre più su, dopo aver “sfidato” le “nuvole della menzogna”, “giocato” con esse, puntando “dritto contro il sole”, respirando forte e cominciando a salire, finché “sull’aereo d’argento abbiamo vinto le nuvole e grazie a Dio, questo é il cielo e non vogliamo guardare indietro, non possiamo tornare indietro, non vogliamo tornare..."

Ho sempre amato la notte.
Ma non quel buio che circonda il fascino della trasgressione.
Quel luogo, invece, dove la frenesia lascia spazio alla memoria, allo sguardo su ciò che ti é accaduto: dove Lo hai visto oggi, dove Lo hai incontrato ?
Quante volte, nelle mie notti di guardia in ospedale, mi sono affacciato, tra un'urgenza e l'altra, a guardar fuori le luci della città; momenti d'improvvisa calma, in cui quegli occhi che prima avevano affrontato il dolore, sembravano poter abbracciare tutta l'umanità.
Anche a casa, spesso, sono l'ultimo ad andare a dormire.
E allora passo a guardare i miei figli e a volte mi fermo sul bordo del loro letto.
Penso alla vita che avranno, ai dolori e dispiaceri che vorrei potessero evitare.
La canzone di Chieffo dedicata a un suo figlio - Canzone di Benedetto - mi fa pensare ad un amore più grande del mio:

Dormi, dormi, dormi, io ti guardo,
accarezzo i tuoi piccoli pensieri:
ti darò l'orizzonte che non muore,
oggi, domani e ieri...

Il grande Muratore ha costruito una casa per te,
l'ha fabbricata sulla roccia
e la notte
si sente il mare
e neanche il vento che soffia forte
la farà crollare...

Come La Rosa finisce spesso, in questi giorni, nel lettore cd della mia auto.
Quante volte la strada ha mescolato fantasia e realtà, sogni ed inventari di giornate intere.
Bilanci rivestiti di un'esistenza condivisa: pensiero di amici che ti richiamano ad un Altro.
E allora preghi, spesso e volentieri, ma lo puoi fare anche con una canzone, Canzone di Maggio:

Gli amici, o quanti amici quella sera,
i canti, i canti come una preghiera

Vive i giorni nella gioia chi mi ha dato prigioniero il cuore:
l'Amico non l'abbandona nella sera,
il canto, il canto come una preghiera


Quando ascolti un disco così, vorresti che lo conoscessero tutti.
Vorresti che il bello si facesse strada, molta più strada di tutta quella che fa spesso il male.
Ma non é questo il punto, in fondo: il Bello si fa strada da solo, noi - a voler vedere bene davvero - siamo solo strumenti.
Come quel giorno di quel concerto, un concerto che Chieffo fece davanti a diecimila persone.
Il giorno dopo, sui giornali, neanche una riga, come se non fosse successo niente.
Ma aveva suonato con lui Mark Harris, pianista ed arrangiatore americano, che gli disse: “Vedi: il successo non é il successo, il successo é che é successo: per quelle diecimila persone e per noi, ieri sera, é successo, é successo qualcosa”. E Chieffo aggiunse: “E lui mi ha aiutato a capire che il successo non é quando c’é un riscontro, ma quando accade qualcosa”.

Io a quel concerto non c'ero, ma oggi é accaduto qualcosa anche a me.
Mi é bastato ascoltare un disco.
Mi é bastato spalancare il cuore.

Post Scriptum:
Ho visto due volte Claudio Chieffo in concerto.
La prima volta al meeting di Rimini, qualche anno fa e la seconda in un’intima chiesetta di Abbiatgrasso.
Sono rimasti ricordi incancellabili. Ma quello che me lo ha fatto scoprire sul serio é il racconto della sua vita nel libro di Paola Scaglione “La mia voce e le tue parole” (ediz. Ares). Da questo libro, che ha anche prefazioni di Jesus Carrascosa, di mons. Luigi Negri, e del mio buon amico Paolo Vites, sono tratte molte delle citazioni di questo post.
A dire il vero, Chieffo lo avevo incontrato anche molto tempo prima, più o meno a diciott’anni, durante un servizio d’ordine ad un Congresso Eucaristico Nazionale, a Monza, sotto il diluvio universale.
Doveva cantare insieme a molti altri e non volevano farlo passare perchè non l’avevano riconosciuto: quella volta lui si era arrabbiato un po’....

Sunday, November 11, 2007

RIEDUCATO DAL DOLORE

"Gesù che grida a gran voce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34) (...) Non é simile a lui forse l'angosciato, il solo, l'arido, il deluso, il fallito, il debole ? Non é immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli, tra Chiese, tra brani di umanità con ideologie contrastanti ? Non é figura di Gesù che perde, per così dire, il senso di Dio, che s'é fatto "peccato" per noi - come dice Paolo (2Cor 5,21) - il mondo ateizzante, laicista, decaduto in ogni aberrazione ? (...)
Infinito mistero, dolore abissale che Gesù ha provato come uomo e che dà la misura del suo amore per gli uomini, in quanto ha voluto prendere su di sé la separazione che li teneva lontani dal Padre, colmandola. E così ci ha redenti" . (1)
(Chiara Lubich)

In una sua recente intervista, Massimo Priviero manifesta chiaramente il suo pensiero sulla musica italiana: "In Italia ci sono i cantautori, i cantanti. Gran parte dei cantautori italiani poi non ha voce ed i suoni sono sempre quelli. Ai cantautori non é mai stato chiesto di usare la voce in modo particolare, di curare i testi sì, ma la voce non era mai così importante"
Credo che Massimo, uno dei pochi veri rocker italiani, abbia fondamentalmente ragione.
Forse é per questo che la musica italiana non mi é mai piaciuta granché.
Perché, come dice sempre lui, se ti senti "figlio del rock, del blues, del rock'n'roll", la musica che ascolti é quella americana." (2)
Qualche eccezione però, per quel che mi riguarda, c'é sempre stata, soprattutto quando mi pareva di scorgere, anche in qualcosa di nostrano, quel grido dell'anima che della musica rock ha sempre rappresentato il catalizzatore della mia attenzione.
Così l'ultima uscita discografica, dopo qualche anno di silenzio, di Roberto Vecchioni - Di Rabbia E Di Stelle - non ha potuto lasciarmi indifferente.
Perché dentro questo lavoro c'é tutto quello che potresti trovare in un vecchio blues d'autore.
Ed in concomitanza con l'arrivo del disco, Avvenire pubblica un'intervista (3), che inaspettatamente svela il "rischio educativo" a cui lui non ha voluto sfuggire, rileggendo alcuni passaggi particolarmente dolorosi della sua vita recente.

"Vecchioni, dov'era finito...Vecchioni?"
"Con l'età diventa difficile dare filo conduttore alla vita. E spesso mi sono sentito disarmato, da un sistema che spaccia per verità l'esibizionismo di gente che se soffrisse davvero non lo andrebbe a dire in tv. Anche l'amore mi é parso a tratti non più raggiungibile. Negli ultimi anni insomma ho passato momenti duri e sicuramente nei dischi si sentiva. Ma il peggio sono stati gli ultimi due anni, con la sofferenza per i problemi che ha avuto mio figlio".
"Eppure proprio ora lei sembra rinato. E si sente bene proprio nella canzone per suo figlio".
"Già. La più drammatica della mia vita, scritta in uno stanzino buio in due ore. Una preghiera, forse una "bestemmia", non so. Un patto impossibile con Dio. Non ti offro la mia vita, é già tua; ti dò quanto ho vissuto se tu dai a mio figlio le tue rose blu. Però é vero, questa canzone mi ha rieducato. In fondo ho sempre tratto la speranza dal dolore: ho ripreso a farlo. Forse anche con più misura e sincerità di un tempo. "
"Ma fra le sue 'stelle' Dio c'é davvero ?""In questi ultimi due anni mi sono avvicinato molto a Dio. La mia fede é cresciuta anche per i dolori che ho vissuto in questo tempo: ci deve essere una forza credibile che va oltre la mediocrità terrena. Spesso prego. Dico l'Ave Maria, il Credo, il Pater Noster. Il bello é che con Dio si può parlare ovunque, in chiesa come per strada. "


Non riesco a non pensare a Vecchioni - milanese come me - sulla cattedra in mezzo ai suoi studenti del liceo. E penso anche a quei due anni di giovane docenza, assistente di "storia delle religioni" all'Università Cattolica di Milano.
Chissà se, anche solo per un attimo, ha mai incontrato Don Giussani, quell'uomo che un giorno decise di gettare tutto se stesso in mezzo a tanti giovani, mollando l'ordinarietà di un tranquillo insegnamento in seminario.
Forse no, ma mi piace credere che quello Sguardo, di cui il "Don Giuss" si é fatto sempre tramite, perché molti riuscissero a scorgerlo, oggi abbia colpito anche il professor Vecchioni.
Da quel che dice e quel che ci regala nel suo ultimo disco, sembrerebbe proprio di sì.
Note:
(1) Chiara Lubich - Gesù Abbandonato e la notte collettiva e culturale - Gen's, maggio-agosto 2007.
(2) L'intervista a Massimo Priviero é pubblicata dal Buscadero n.295. E' uscito da poco l'ultimo cd dell'artista- Rocks And Poems - splendido album di covers, da Bob Dylan a Bruce Springsteen, da Paul Simon a Tom Waits, tributo a maestri di fronte ai quali l' allievo non sfigura affatto. Ci sono anche le versioni in lingua inglese di due tra le più belle canzoni di Priviero, Dolce Resistenza e La Marcia Del Davai. Da ascoltare assolutamente.
(3) Andrea Perinelli - "Il dolore per mio figlio mi ha avvicinato a Dio" - Avvenire, 10/11/2007

Saturday, November 10, 2007

ROCK'N'ROLL CAN NEVER DIE


John Fogerty al David Letterman Show, 2 october 2007

"I was so much older than, I'm younger than that now"...

Sunday, November 04, 2007

UN POMERIGGIO A COMETA


Per favore non ditegli mai che sono bravi.
Tra tutte, sembra che questa sia l'unica frase che dia loro fastidio.
Eppure verrebbe voglia di dirglielo, che bravi lo sono sul serio, perché la storia di Erasmo ed Innocente Figini appare davvero speciale.
Una storia che comincia con un bambino in affido, che Erasmo accetta nella sua famiglia e che continua con la richiesta d'aiuto al fratello, per compiere questo gesto insieme.
L'amicizia con Don Giussani, che dice ai due fratelli di "andare a vivere insieme" e poi un'apertura che cresce, affido dopo affido.

Erasmo racconta l'origine di tutto: "Vent'anni fa suona il telefono, alzo la cornetta. E' don Aldo Fortunato che mi dice: "Erasmo, tu conosci tanta gente a Como; mi daresti una mano a collocare un bambino presso una famiglia ? Non può stare nella mia struttura, é un bambino sieropositivo. In quel momento lì, io e Serena, mia moglie - Serena era vicino a me al telefono - immediatamente gli abbiamo detto sì, lo prendiamo noi, che famiglia vuoi cercare ?".
"L'arrivo di questo estraneo - continua Serena - che poi é diventato, invece, parte del tuo cuore, ha permesso di scoprire che la paternità e la maternità, dentro la nostra vita, era un seme che non era germogliato neppure con l'arrivo dei nostri due figli naturali. Perché questo bambino, bisognoso di tutto, ha permesso di conoscere la bellezza del cuore di ciascuno di noi".
Erasmo prosegue il racconto delle origini: "Subito dopo i nostri genitori, i nostri amici erano contrari. Serena lavorava ancora a tempo pieno e anch'io. L'appartamento era piccolo. Il buon senso ti avrebbe fatto dire : no, é impossibile. E se avessimo detto no, probabilmente Cometa non sarebbe neanche venuta fuori, perché il coinvolgimento che io ho chiesto a mio fratello di darci una mano sulla sieropositività, la sua risposta non é stata solo un coinvolgimento da medico, é stato un coinvolgimento totale, suo e di sua moglie. E poi da lì é partito tutto".


Tutto dunque parte da qui, dall'accoglienza di un bimbo in affido, e dal fidarsi di due fratelli, Erasmo ed Innocente, che danno retta al loro amico, don Giussani, che dice loro, cogliendo il desiderio di comunione che c'era nei loro cuori: "andate a vivere insieme".
Ora Cometa é un'associazione, ricca e variegata, ma prima di tutto é un luogo dove questa comunione si é allargata, al punto da essere sperimentabile da chiunque passi da qui anche solo per una semplice visita.
Oggi in quella casa nella periferia di Como ci sono quattro famiglie, ognuna mediamente con dieci figli a testa, tra quelli naturali e quelli in affido.
Ma la casa, allargatasi, é divenuta una "città nella città".
60 bambini che, dopo la scuola, trovano una proposta educativa attraverso l'aiuto allo studio e le attività espressive e ricreative; un'Associazione Sportiva, che coinvolge stabilmente più di 115 ragazzi; una fondazione - Cometa Fondazione - che dà un'opportunità concreta a ragazzi che hanno abbandonato la scuola senza alcuna propsettiva lavorativa; 100 ragazzi coinvolti nel Liceo del Lavoro, in cui "l'esperienza affascinante del valore educativo del lavoro dà motivazione per l'apprendimento, voglia di costruire, possibilità di divenire grandi, diventando proposta anche per gli adulti".
Il progetto futuro é ampliare il piccolo borgo con alcune piazzette, una scuola, botteghe di artigiani, un micro nido e nuove case per l'accoglienza, "per far spazio ad un'esperienza che cresce ogni giorno, perché la proposta di bene incontrata possa raggiungere tutti".



Quando arrivo lì in visita, con la mia famiglia ed un nutrito gruppo di amici, la prima cosa che mi colpisce é la bellezza e l'armonia di quel luogo.
Innocente - qui per tutti é "il Cente" - ci spiega poi che non é così strano, perché la bellezza é la "cosa che assomiglia di più alla Verità".
Giriamo la casa, vediamo gli uffici, le aule di scuola, la casetta, dal di fuori, di un gruppo di "Memores Domini", consacrati laici a vita comune, che sono venuti a vivere anche loro qui.
La sala da pranzo é uno spettacolo: le dimensioni sono quelle delle sale dei conventi di una volta, con un bel tavolo lungo a ferro di cavallo ed un fiore davanti ad ogni posto a tavola.
Sembra un luogo dove sia difficile mantenere l'ordine (in quanti mangiano alla volta ?), ma invece scopri che é un luogo privilegiato d'incontro: molti hanno scoperto Cometa semplicemente cominciando con lo stare a tavola insieme.



Ci si ritrova tutti in giardino, per una merenda insieme, ma anche per una chiacchierata con il Cente, che racconta ancora una volta l'esperienza vissuta in questi anni.
C'é spazio anche per le domande, innocenti e forse un po' scontate, ma preludio a risposte sempre illuminanti.
Come quando qualcuno domanda come fanno ad andare avanti, visto che a noi, con due o tre figli, a volte sembra già difficile. Lui rimbalza la domanda e dice "non so come fate voi ad andare avanti; se siete soli, al giorno d'oggi, non ce la potete fare, io quando qui ho bisogno, chiedo una mano". E allora capisci che é un cammino di popolo quello che ti sostiene: se hai scoperto qualcosa per cui vale la pena di vivere, per cui il tuo desiderio di felicità diviene realtà tangibile per te stesso, allora lo comunichi ad altri e tutto questo diventa credibile e genera al tempo stesso comunione. Ed é quella comunione che ti fa andare avanti, non senza fatiche magari, ma non ti chiedi più se ce la fai: ti accorgi invece che del gusto di una vita fatta così non puoi proprio più fare a meno.



Tornato a casa, alla sera, la cena con mia moglie e i miei figli, mi appare inaspettatamente nuova. Ripenso agli amici, con cui faticosamente cerco di percorrere il mio cammino di condivisione, nelle piccole ed ordinarie cose della realtà di tutti i giorni, ma quando credo e mi affido al disegno di un Altro, non meno denso di quella pienezza che ho incontrato in quella casa, a pochi chilometri dalla mia.
E mi tornano in mente, con gratitudine, quelle parole di Erasmo che ho udito oggi: "Io non riesco mai a capire - rispondo sempre a tutti - come si potrebbe vivere in un modo diverso. Io senza un luogo come questo, che mi obbligasse a stare sulla realtà in modo così stringente, non so proprio come potrei vivere."
Allora finalmente capisco ciò che mi ha reso nuovo questa sera.
Non é stato il vedere l'eroico divenuto quotidiano, ma é stata la dimensione di un incontro.
Mi chiedo tante volte cosa voglia dire incontrare Gesù nella mia vita di ogni giorno e troppo spesso mi dimentico di quelle Sue parole: "chi incontra voi, che siete miei discepoli, incontra me".
Ecco cosa ha reso davvero felice il mio cuore questa sera, l'incontro con Lui e il desiderio di continuare un cammino di comunione.
E' il dono più grande che mi sono portato a casa da Cometa.


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