Sunday, December 07, 2008

AMICI CIOE' TESTIMONI

(padre Aldo Trento, coi suoi bambini della parrocchia San Rafael di Asunciòn, durante il grest estivo)


Un commento dell'amico Alessandro, sul suo bellissimo blog "Amici di Simone", alla lettera di padre Aldo pubblicata anche sul mio, mi offre spunto per una riflessione personale.
Qual é il rischio di fronte a testimonianze così forti, come queste che ci arrivano dal Paraguay ?
Il primo é l'indifferenza, né più ne meno ciò che fanno i nostri media occidentali, censurando ostinatamente la cronaca bianca, ritenendola non interessante, incapace di fare notizia, o, peggio, persino fastidiosa nella propria intrinseca e contagiosa positività.
Ma un rischio ancora più grande é che chi é in grado di riconoscere il bene possa sentirlo lontano da sé, non applicabile alla propria vita.
Scrive Alessandro, riferendosi al "miracolo" dell'opera di padre Aldo: "Veramente un miracolo! Più miracoloso è il fatto che uno come me possa dire "anch'io voglio vivere così, con questa tensione e questo sguardo al Mistero" e non dire solo "pero' che bravo sto Padre Aldo...".
Ecco, proprio questo é il punto, l'unica cosa davvero importante.
Il fatto, cioé, che un avvenimento così riguardi seriamente la mia vita di ogni giorno.
Scrivo queste righe all'indomani di una delusione personale, vissuta sul mondo del lavoro e fatta d'incomprensione sul mio operato, cioè di piccola ma sensibile persecuzione.
Il rischio che un fatterello così aumenti l'ira, scoraggi, distolga l'attenzione da ciò che conta, insomma, abbassi la "tensione" e "lo sguardo al Mistero", é un pericolo troppo grande perché possa essere preso sottogamba.
Ma é ancora padre Aldo a tracciare la strada, ad esempio quando parla del suo incontro con Don Giussani: "Lui mi ha abbracciato dicendomi: "la tua vocazione ti ha portato dentro una storia grande!". E mentre io volevo raccontargli tutti i miei problemi e i miei dubbi, lui mi ha detto una cosa importantissima: "Dio ti abbraccia non nonostante ciò che ti succede e nonostante il tuo limite, ma dentro ciò che ti succede, ti afferra dentro il tuo limite". Quella di don Giussani é una posizione sconvolgente, se penso a tutto il moralismo di tanti tra noi sacerdoti. Così lui mi accolse e mi prese con sé, dandomi sempre paternità, giudizio e amicizia" (1).


Quella paternità é ciò che a volte cerco affannosamente, specie quando le cose vanno storte (proprio come il fatterello di questi giorni!) e si dispongono nella vita come io non vorrei. Ancora, qualche giorno fa, ripassare davanti alla tomba del don Gius, al Monumentale, era questo tipo di ricerca, unendo ad essa la preghiera intensa capace di colmare la difficoltà di non poter unire quel gesto al pellegrinaggio da Chiara Lubich, colei che mi é madre, ma che fisicamente si trova a Rocca di Papa e quindi non raggiungibile come lo é il don Gius, magari al mattino presto, all'indomani di una notte di guardia in ospedale.
Ma a questi gesti, sempre capaci di donare pace e significato alla mia esistenza, oggi si é aggiunta una consapevolezza in più.
Ed é quella che incontrare testimoni, cioé amici, implica la certezza che di quella testimonianza e di quell'appartenenza fai inderogabilmente parte anche tu, con tutto il tuo vivere, senza che nulla di ciò che ti accade debba esser censurato.
Questa responsabilità e questo sentirmi implicato é il nuovo vigore della mia giornata.
Non perché oggi mi senta migliore di ieri, ma perché la nuova consapevolezza é, come diceva il don Gius, che "la mia responsabilità é per l'unità, fino alla valorizzazione della minima cosa buona che c'é nell'altro".
E' una misura d'amore quella che mi contraddistingue, Amore per la mia persona innanzitutto - appartengo a Cristo! - ma che si riverbera verso la Sua presenza in ogni fratello che mi si para innanzi.
Ma tutto (com'é importante questo!) dentro quel limite, "dentro ciò che ti succede", perché Lui "ti afferra" dentro lì.
In questo il mio quotidiano viene salvato anche oggi, anzi oggi più di ieri.
L'avere intorno amici, cioè testimoni, come padre Aldo, come Alessandro, come tanti altri ancora, non fa che tenere costantemente desto questo desiderio.
Cosa potrei desiderare di più?


Note:
(1) tratto da "Cronache dal nuovo mondo - Paraguay, la missione di padre Aldo Trento", di Roberto Fontolan, ed. San Paolo.

Friday, December 05, 2008

CRONACHE DAL PARAGUAY


Mi giunge oggi questa lettera di un amico: padre Aldo Trento, da Asuncion, Paraguay.
Commentarla significa sciuparla: preferisco posarla qui e lasciare che possa allargare il cuore ad altri - di passaggio da questo blog - così come é accaduto a me.
La metto a fianco d'immagini, un video che narra di un luogo che sa di paradiso, la parrocchia San Rafael, la "cittadella dell'amore in Paraguay".



Cari amici,
Siamo convinti o no che esiste la Provvidenza e che il principio dell'economia è il Santissimo Sacramento e l´Adorazione?
Questa mattina presto stavo con gioia, come tutte le mattine, davanti al Santissimo esposto, in adorazione, quando suona il cellulare: “Pronto sono padre Aldo”.
“Padre sono la deputata Olga Ferreira… desidero comunicarti che il parlamento ha votato all'unanimitá di portare il finanziamento ordinario della Clinica da 1.270.000.000 a 1.400.000.000. La tua amica ed “ex alunna” senatrice Zulma Gomez, presidente della commissione “salute” del Senato, ha vinto.  Padre sono felice e anche se é ancora notte, volevo comunicarti la mia gioia. Un abbraccio e buona giornata”

Chi ha orecchi intenda. Sono tornato davanti al Santissimo commosso, con le lacrime. Una volta ancora Lui ha risolto tutto, sì perché Lui e solo Lui è il Parrocco, l'economo, il direttore sanitario, il capo.
E pensare che la senatrice Zulma Gomez, quando era nostra alunna alla facoltá di medicina di Villarrica, per mangiare cercava nei rifiuti delle immondizie qualche pezzo di carne. Che grande storia ho vissuto con lei, povera ragazza con 4 figli a 25 anni sola, e adesso é quello che é.
E per di piú se avessimo chiesto 2000 milloni invece di 1.300 lei li avrebbe ottenuti tutti. Mi ha detto: “il prossimo anno, padre Aldo, mi arrangio io a fare le domande al Parlamento e chiederó 2000 milloni. Significa 400.000 dollari”
"Con questa somma copriamo il 60% delle spese ordinarie della Clinica.  Mentre la nuova Clinica ci costa 1.300.000 dollari, che la Provvidenza certamente anche attraverso di te ci fará avere”.
Ieri sera c´è stato qui con noi il vicepresidente della Repubblica, Dr. Franco. Ha partecipato alla Messa, letto la lettura, ha vissuto con allegria l'atto conclusivo della scuola e ha mangiato con i miei bambini.
Ha detto “ma Padre, qui si vede cosa vuol dire educazione…non ho mai visto una cosa simile”.
Davvero Giussani é vivo e il rischio educativo é palpabile, presente… prenderlo sul serio cambia tutto e tutti.
Grazie Gesú e Madonnina cara per questi regali.
Peró senza dolore, senza adorazione continua tutto ció sarebbe impossibile. 
E´Lui, solo Lui che fa….CHIARO!
L´universitá serve ma solo dentro questa posizione, questa certezza.
Con affetto.

Padre Aldo


Tuesday, December 02, 2008

PRONTO SOCCORSO




Si stava profilando come una giornata troppo dura.
Turno di "urgenze" e chiamate conseguenti da ogni dove; telefono che squilla, cicalino che suona: c'era bisogno in pronto soccorso, nei reparti di degenza e la gente era già lì anche in ambulatorio, che aspettava da un bel po'. Insomma, mi stavano cercando dappertutto, praticamente da ogni angolo dell'ospedale. Ed ovunque era richiesta anche premura, così che cominciavo a desiderare fortemente il dono dell'ubiquità, per riuscire in qualche modo a tirare sera.
"Non ce la posso fare", mi dicevo, ed allo scoraggiamento iniziava a subentrare vera e propria ribellione alla realtà.
Quindi cominciavo pure ad arrabbiarmi.
Per giunta ci si era messo pure quel collega (per la verità un amico): neanche lui mi aveva risparmiato la chiamata. Così, quand'ero arrivato lì, in pronto soccorso, non avevo fatto nulla per nascondere il malessere e il disagio e gli avevo detto di non poterne più.
Lui non aveva fatto nulla per scrollarsi di dosso tutto il mio malumore - pare che gli amici veri facciano così - e si era fermato, guardandomi per un attimo fisso negli occhi. "Vatti a leggere la prefazione di Rose sul libro "E' mezzanotte dottor Schweitzer", mi aveva detto.
E poi, non contento, ci aveva pure piazzato un bel sorriso, lasciandomi lì come un cretino.

Così, alla sera, ero andato a leggermela, quella benedetta prefazione (la si trova a questo link) e, riaffacciatomi col mio sguardo alla finestra della realtà, avevo capito da dove poter ricominciare per vivere bene all'indomani.
Ricominciare, peraltro, non partendo dalla presunzione di essere cambiato, ma dalla nuova consapevolezza di un'appartenenza, capace di rendere nuovo il quotidiano.
Rose, infermiera a Kampala, in Uganda e che ha a che fare ogni giorno coi malati di AIDS, spiega molto bene di cosa si tratta.
Io, per quel che mi riguarda, devo solo ricordarmi che sì, si può vivere così, ed é davvero tutta un'altra cosa.
Devo anche dirlo a lui, al mio amico, quando capita e ringraziarlo per il suo richiamo.
Magari quando mi chiamerà la prossima volta.
Dal pronto soccorso.

"Solo appartenendo si risponde al bisogno"
di Rose Busingye

"Ciò che è accaduto al dottor Schweitzer accade anche a noi oggi. Era un grande uomo, ma il suo problema - che è il problema di tutti gli uomini - è che partiva da sé, mentre il punto è che l’uomo originariamente appartiene. Siamo così pieni di distrazioni che non sappiamo nemmeno cosa ci fa alzare al mattino. Le nostre azioni sono dettate o dall’istinto o da interessi politici/pratici o, come diceva don Giussani, a volte «viviamo dormendo». Proprio don Giussani una volta mi ha detto: «Vai allo specchio e guarda, guarda quella faccia tonda. Guardala e pensa: “Questa faccia me l’ha data un Altro”. (...) Nel cuore del dottor Schweitzer c’è una grande generosità, quella che abbiamo tutti, anche nel nome di Gesù. Anch’io ho vissuto così. Andavo in ospedale perché volevo guarire i pazienti che incontravo. Volevo lavorare per la presenza di Gesù nei malati, negli orfani, nei poveri... Finché le cose andavano bene dicevo: «Che bello Gesù!». Poi le cose cominciarono a non andare come volevo: i malati che cercavo di guarire morivano, i poveri non erano soddisfatti di ciò che davo loro, gli amici - cosa peggiore - erano scontenti. Non andava bene niente! Sono andata in crisi e ho pensato: me ne vado. Ho cominciato a vivere e lavorare veramente quando qualcuno mi ha detto: «Tu sei mia». In quel momento ho incominciato a intravvedere un significato per la mia vita. Una luce ha cominciato a illuminare la realtà tutta. Ho iniziato a scoprire la verità della mia stessa esistenza. Da quel momento è nata un’attrattiva, un’affezione, una tenerezza verso di me e verso gli altri.
Ho cominciato a lavorare e a vivere veramente quando ho saputo rispondere concretamente alla domanda: «Di chi sono, a chi appartengo?». Quando questa domanda si è incarnata in facce precise, con nome e cognome, paradossalmente sono diventata libera, appartenendo. Quando sei libera finalmente puoi stare di fronte alla realtà senza paura, puoi affrontare tutto perché sai di chi sei. Chi è libero non pretende più dagli altri, perché ha già tutto. (...) solo nel momento in cui ho scoperto me stessa, cioè ho riconosciuto la presenza di Cristo vivo e non l’immagine che avevo di Lui, ho smesso di correre dietro le cose. Questa verso Gesù era una corsa che a fine giornata mi lasciava estenuata e scontenta. Ora, invece, nell’appartenenza ho scoperto me stessa e ciò che posso dare agli altri è una sovrabbondanza del mio rapporto con Cristo (...) . Sono andata in crisi quando, come il dottor Schweitzer, ho pensato che tutto dipendesse da me. Se l’uomo non vive questa appartenenza, riempie il vuoto della propria esistenza con cose da fare, che alla fine sono solo un fascio di reazioni. L’attrattiva originale si riduce nella pretesa di misurare la realtà; allora tutto diventa moralismo, l’insicurezza la fa da padrona. Quello che io ho di più, rispetto al dottor Schweitzer, è questa esperienza di appartenenza a Cristo, un legame che mi definisce per sempre. È lo stesso sguardo che aveva padre Carlo, che stabilisce il contenuto e il metodo del mio lavoro: comunicare la commozione per la sconfinata grandezza dell’esistenza di ciascuno e offrire quella compagnia al Destino che ha abbracciato e abbraccia la mia vita. Ciò che è mancato al dottor Schweitzer è proprio non capire che non si può aiutare l’altro se non si appartiene.

Saturday, November 29, 2008

SECURE

Vorrei farmi certo,
che la mia sicurezza é quando le mie infedeltà mi hanno fatto incerto su di me.

Anche oggi, un'altra volta ancora, t'incontro in cima a una montagna, 
costruita coi miei tradimenti, col freddo che ho procurato in Te, in me, in tutti i fratelli che non ho saputo o voluto amare.
Mi abbracci lassù ed é quello di cui ho bisogno.

SentrirTi così mi dà gioia: é ciò che non alimenta il mio orgoglio.
La Tua forza si manifesta nella mia debolezza e posso ricominciare,
anche per oggi, un'altra volta ancora,

secure




Secure (Genrosso)

When I trust in you, you give me everything
When I trust in you, you give it to me all
When I trust in you, take away my weaknesses
'cause I am with you, my friend, secure

Wednesday, November 26, 2008

LETTERA D'AMORE

Lascia che anche stasera io sia l'ultimo a dormire.
Guardarti mentre sogni e ringraziare Dio d'averti incontrata.
Sfiorare te, e i nostri bambini, con la struggente certezza che il desiderio di felicità dimora già in mezzo a noi.
Ho bisogno di questa dolcezza prima di addormentarmi anch'io.
Ho bisogno che si faccia strada a poco a poco e prenda il posto della frenesia e del grigiore. Tutta la giornata, d'un tratto, come un volo: fotogrammi di un film ad uno ad uno.
Ed un pupilla nuova per guardarli, l'Amore versato su noi, l'occhio di un Dio che abbraccia le miserie di ogni istante.
Quel che resta di me - alla fine del giorno - scorre lungo le note di una dolce melodia.... 



Cosa Resta Di Me (Genrosso)

Cosa resta di me / quando il giorno va via
Che cosa potrò dare io / con queste mani vuote?
Cosa mai darà forza alla mia voce
Cosa mai darà fiato alla mia corsa
Se  non quel po' d'amore / nato dalle mie lacrime

Stanca nella sera / dorme la collina
Non un suono, non parole / si alzano nel vento
Come un cuore gonfio / il mondo soffre il suo lamento
Che profondità 
In quei silenzi / che possibilità

Strana prospettiva / magica alchimia
Lentamente nella vita / cambiano i valori
Il pianto brilla nelle mani / brilla più dell'oro
Che serenità
In questa sera / che se ne va

Monday, November 24, 2008

BUON LUNEDI'


Ho un amico che, con una fedeltà impressionante, mi manda ogni mattina, via SMS, un augurio di buona giornata.
Lo fa anche con altri, così che tutti si possa essere consapevoli di quanto una vita "in cordata" possa dare molto più senso ad ogni cosa. 
Spesso é un semplice "buon lunedì", altre volte é un "buona domenica con il sole", ma può essere anche "buon martedì con la pioggia". Come a dire: la Bellezza non dipende da quisquilie come il tempo o come tu ti senti dentro, la Bellezza é dentro la realtà che ti si fa incontro, il punto é se la vuoi vedere o no.

Da ingrato quale spesso sono nella vita, non gli rispondo mai o quasi mai.
L'altro giorno, però, uscendo di casa al mattino presto e col morale già sin troppo sotto i tacchi, l'ho voluto fare, per dirgli subito che il suo buongiorno era la prima cosa bella che avevo incontrato al mattino.
Lui mi ha risposto di nuovo e mi ha pure un po' sgridato, ricordandomi, in poche parole, tutto il positivo della mia vita.  E così mi ha spiazzato di nuovo, perché gli amici veri son così: non sono compiacenti e non ti lasciano mai tranquillo.
Alla fine del suo SMS, però ha anche aggiunto "andiamo avanti insieme".

"Andare avanti", allora, prima di tutto. Perché quando il limite ti opprime, invece che chiedere aiuto ad un Altro, ritieni legittimo fermarti - "oggi voglio rimanere spento" cantava Vasco - ignorando che chi non va avanti non sta fermo, ma va indietro.
E "insieme", perché quell'insieme rende il cammino non più fatica, ma gioia di una compagnia. 
Compagnia di Lui, perché "dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".

L'SMS di stamani é "buona settimana": grazie, amico mio, per avermi ricordato tutto questo anche stamattina. 
Un'altra volta ancora.

Sunday, November 16, 2008

PRENDERSI CURA?

"Ci vuole una grande umanità per capire che la cosa più difficile da sopportare é il dolore
e la cosa di cui abbiamo più bisogno é che nel dolore ci sia qualcuno con noi che condivide e ci aiuta a non essere soli.
Ci vuole solo una grande, infinita, straordinaria umanità"
(Enzo Piccinini, chirurgo)

"Una persona é più dell'individuo biologico, psicologico e sociologico che la definisce. In essa vibra un fattore che non possiamo definire, ma possiamo riconoscere. E' ciò che risponde all'idea di Mistero. Infatti anche in presenza di punteggi di qualità di vita negativi é possibile la felicità, e anche tutte le condizioni migliori non la garantiscono. E' sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Negare questa verità é un primo atto d'irragionevolezza scientifica.
La conoscenza é una finestra spalancata sul reale, non una scatola in cui rinchiuderlo."
(dal catalogo della mostra di Medicina e Persona "Misurare il desiderio infinito?)



Premessa
Più passa il tempo, nell'esercizio della professione medica, più si fanno strada in me sentimenti e sensazioni nuove.
Cresce l'esperienza, la pratica clinica e cresce la conoscenza, attraverso lo studio e la lettura di quel bagaglio sempre più ricco ed ampio costituito dalla letteratura medica.
Ma, paradossalmente, pur dentro un lavoro sempre più caratterizzato dalla possibilità di migliorare la qualità di vita e la sopravvivenza dei pazienti, affiora anche un certo senso d'incertezza e di disagio, di fronte alla complessità di questo mestiere, per cui - in un certo senso - più sai, più ti accorgi di non sapere.
Eppure, mentre compi ogni giorno gli atti della tua professione, ti accorgi sempre più che tutto quel lavoro, nella misura in cui lo compi con zelo e con passione, diviene a poco a poco condivisione e compagnia al Destino.
Allora e solo allora, se ti sforzi di farti capace di comprendere fino in fondo ciò che accade davanti a te, sei capace di accettare anche le sconfitte, che così cessano di divenire frustranti, quasi fossero un fallimento di tutto il tuo lavoro.
Ma non é semplice e scontato: é anch'esso duro lavoro - interiore questa volta - su cui sei costretto a ricominciare ogni giorno.

Flashback
Agosto 2008, Rimini, Meeting per l'amicizia tra i popoli.
Incontro la mia amica Anna pochi passi fuori dalla mostra. Lei, invece, é in fila per entrare.
Mi chiede: "sei stato alla mostra, vero? Ti é piaciuta?".
Ha un sorriso sul volto che mi provoca e costringe la mia gioia a fuoriuscire: "E' bellissima! - le rispondo - questa é la lezione che nessuno mi ha mai fatto all'università".
"L'avevo capito dal tuo sguardo...", mi risponde. Ed io mi rendo conto di quanto la Bellezza che ho incontrato si sia resa evidente: ha attraversato due volti che si sono incrociati per caso e li ha messi gioiosamente in relazione tra di loro.
Saluto Anna, un po' frettoloso: devo raggiungere mia moglie e i miei figli.
Ma, ne sono certo, la mostra piacerà anche a lei.

Misurare il desiderio infinito?
Cosa c'é di commovente e coinvolgente in una mostra?
Tante cose. Incontrare testimoni, ad esempio. Come il prof. Pierre Mertens, che, parlando della figlia, nata con la spina bifida e morta pochi anni dopo, dice: "la cosa più bella che mi é capitata nella vita é mia figlia Liesje". I medici che Pierre incontra sono spietati quando Liesje nasce: secondo loro non dovrebbe neppure vivere; ma quella figlia, nei pochi anni vissuti, li smentisce: la gioia che dispensa a chi le sta intorno riempe di significato ciò che accade ed aiuta ciascuno a vivere meglio il proprio destino. Conclude Mertens: "all'inizio della storia c'era stato un giovane dottore che quando aveva finito di rispondere alla mia ultima domanda é rimasto lì. In quel momento di silenzio ci siamo incontrati. Consolare vuol dire non fuggire, restare con qualcuno a dispetto del disagio profondo che il dolore e la sofferenza dell'altro provocano in noi. Come terapeuta, io riconosco una cosa fondamentale: i momenti più intensi non sono quelli dove io mi presto alle interpretazioni, ma quelli in cui sono il testimone della sofferenza più profonda. Quando io sperimento in me il grado d'intolleranza. Quando mi obbligo a restare. Perché per chi soffre, il fatto di sentire che non é solo, in questi momenti di disperazione, apre le porte alla speranza. Mol ed io abbiamo la coscienza che é Lies che ci aiuta a superare i momenti difficili".


Mario Melazzini, primario oncologo e docente universitario, é un altro testimone. Ammalato di SLA dal 2003 ed oggi alimentato con sondino, dopo essersi misurato con l'impotenza della medicina aveva persino considerato il suicidio assistito; oggi benedice la vita e ti dice: "avendo la fortuna di una mente lucida e consapevole, mi sono reso conto di quanto possa ancora dare e ricevere a chi mi vive accanto, alla famiglia, agli amici, ai colleghi di lavoro, al mondo esterno. L'essere conta più del fare".

Ma di cosa parla questa mostra? Di qualità della vita. Possibile? E allora cosa c'entrano personaggi così? Stiamo parlando di sofferenza estrema e allora dov'é la qualità?
"La qualità della vita" é il sottotitolo della mostra. Il titolo é "misurare il desiderio infinito?".
Allora cosa stiamo cercando di fare?
Forse stiamo provando a conoscere anche ciò che é mal misurabile, ma non per questo svuotato di significato. Allora il problema é che occorre un altro metodo ed ecco il perché dei testimoni.
Qualcuno cioé che ti racconti che, al contrario di quanti affermano che "non si può vivere così", si può provare invece ad entrare in un universo differente. E magari scoprire che anche il nostro concetto di qualità può subire variazioni. Paola Marenco, ematologa, curatrice insieme a Giorgio Bordin della mostra, dice nell'introduzione, citando il carnet de voyage di Marie Michèle Poncet, pittrice che racconta la propria malattia attraverso i quadri: "lo sguardo acuto dell'artista sulla realtà vede ciò che accade nella circostanza concreta e risalendo fino a cercarvi un significato, scopre come la malattia possa non essere ostacolo alla vita, ma vibrazione di un pezzo di vita più intensa, di un'attesa più importante". Fino al punto di affermare che "ciò che accade di nuovo attraverso la malattia" é "qualcosa che prima non c'era e che fa della vita "un'altra, più bella".

A questo punto, allora, si può capire anche Felice Achilli, primario cardiologo, che, sempre nell'introduzione alla mostra, parla di Eluana Englaro: "Eluana Englaro é nel suo letto, probabilmente una suora la sta guardando, come si guarda una figlia, le sta riassettando le lenzuola. Non ha una malattia inguaribile, non ha bisogno di farmaci, non é una malata terminale: ma ha bisogno di qualcuno che l'assista, le dia da bere e da mangiare. Ma qualcuno ha detto che non é vita, il padre ha chiesto una stanza d'ospedale in affitto, perché il suo "medico curante" possa sospenderle idratazione ed alimentazione, possa sottrarle vita. Una vita indegna, che (dicono) lei non avrebbe desiderato vivere. Una vita senza qualità adeguata".



Epilogo
Cosimo Calò é stato per anni il medico di Chiara Lubich.
E' morto tanti anni prima di lei; ora ha incontrato nuovamente la sua amata paziente lassù.
C'é un libro che racconta la sua vita, che porta come sottotitolo: "la misura dell'amore: senza misura". Scrive Silvano Cola, l'autore: "la parola del Vangelo che ha illuminato Chiara ed ha travolto nella sua scia migliaia di persone, che si consacrano all'unità per rispondere alla preghiera di Gesù: "che tutti siano uno", era diventata anche per lui l'Ideale da incarnare nella vita. Ma Cosimo é medico, il suo mondo sono i pazienti. E' qui il suo banco di prova. E una luce particolare lo investe, come una grazia ad hoc, come una scoperta: "Io in loro" (Gv, 17,22). Gesù é nei malati, negli angosciati, nei volti sfigurati da qualsivoglia sofferenza. Ecco la sua nuova deontologia medica: "Ho scoperto Lui nell'uomo".

Chi vedeva Cosimo visitare gli ammalati - si racconta nel libro - aveva talora l'impressione di vedere Maria accanto al Figlio.
Anche San Riccardo Pampuri visitava così.
Anche i medici che fanno compagnia a padre Aldo Trento nella sua clinica per malati terminali in Paraguay sono così.
Tanti colleghi che conosco provano a vivere così, nel loro semplice, banale, faticoso e stressante lavoro quotidiano di medici ospedalieri e medici di famiglia.
Oggi io voglio stare con loro e riscoprire le ragioni più profonde della mia professione.
C'é un desiderio d'infinito nel mio cuore e nulla lo potrà sconfiggere, ormai.
Non ci riusciranno i giudici, con le loro inique sentenze, né primari ed amministratori di ospedale che non l'abbiano ancora compreso.
Ma, soprattutto, c'é la compagnia di un Dio, protagonista di un amore infinito, in quel suo misterioso grido sulla croce - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - grido che ha ridato significato e speranza ad ogni dolore.
E c'è la compagnia di Maria, il suo Stabat ai piedi della croce, anche lei "sicurezza della nostra speranza", come disse un giorno Don Giussani.
E questo mi basta per andare avanti.



Fonti citate:
1) catalogo della mostra di Medicina e Persona: "Misurare il desiderio infinito? La qualità della vita", edizioni Itaca (http://www.itacaedizioni.it/) .
Per una descrizione della mostra vedasi anche questo link.
2) Silvano Cola - "Cosimo Calò. La misura dell'amore: senza misura" - Città Nuova ed.

Friday, November 14, 2008

SHAME


"Ho fatto le prove generali, siamo tutti pronti! Non ho fretta di morire, ma non ho paura, sono serena e in pace, perché io sono una donna fortunata".
Sono parole di Elena, le prime parole citate dal prete durante l'omelia del suo funerale. Elena era un'amica di famiglia, una giovane donna, medico anestesista, madre di bambini.
Elena era malata di SLA - la famigerata "sclerosi laterale amiotrofica" - non ha mai maledetto la vita ed é morta quando é giunto il suo momento, certamente in odore di santità.
Scriveva, poco tempo prima: "(...) anch'io, come Luca Coscioni, parlo con un sintetizzatore vocale e sono tetraparetica ma credo che l'omicidio di un essere umano, pur piccolo come un embrione, non può condurre a niente di buono"


Morire di fame e di sete.
Non lo augureresti al tuo peggior nemico.
Può capitare per disgrazia, per sciagura; succede al protagonista di Into The Wild, ad esempio, nel film di Sean Penn che narra di una storia realmente accaduta.
Oppure può trattarsi di condanna a morte. Come quella di Massimiliano Kolbe, perpetrata da "giudici" che indossavano l'uniforme di ufficiali nazisti.

E allora evitiamo, almeno, di farla soffrire, Eluana, non é vero? Bontà loro.
Perché finora l'abbiamo accudita, assistita, nutrita, le abbiamo fatto compagnia. E qualcuno ha chiamato tutto questo "accanimento terapeutico".
Ma adesso dovremo trovare dei medici che somministrino farmaci, perché la sospensione dell'assistenza di Eluana comporta giorni di agonia prima che giunga la fine e allora richiede sedazione.
E d'altra parte anche ai condannati a morte per iniezione letale si somministrano anestetici generali, prima d'iniettare il cloruro di potassio che gli fermerà il cuore. Cuore che si ferma di fibrillazione ventricolare, una morte molto più veloce di quella per disidratazione.

Pena capitale, allora, perché di questo stiamo parlando.
Questo é l'eutanasia, quella che i giudici della Corte d'Appello e poi di Cassazione non hanno avuto il coraggio di chiamare col suo nome.
Eutanasia, aborto, pena capitale; nomi diversi per descrivere la stessa cosa: l'arrogarsi un diritto che l'uomo - al di là di ogni convinzione religiosa - non possiede: quello di disporre della vita, propria ed altrui.
Che vergogna all'indomani di una sentenza così.
E che tristezza.


Comunicati stampa:
Medicina e Persona (http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=8717)
Scienza&Vita (http://www.scienzaevita.org/)
Comunione e Liberazione (http://www.clonline.org/articoli/ita/vol_Eluana1108.pdf)

Post Scriptum:
l'editoriale di oggi di Medicina e Persona, a cura di Clementina Isimbaldi e Felice Achilli, esprime molto meglio delle mie parole perché non si può condividere ciò che i giudici hanno sentenziato in questi giorni.
Il testo completo si trova qui: http://www.medicinaepersona.org/cm/rassegna.jhtml?param1_1=N11d9afc97f079d7ef7d&param2_1=N11d9afc97f079d7ef7d
da esso traggo solo queste poche righe: le ha scritte Giacomo Leopardi:
"questo malato é assolutamente sfidato e morrà di certo... I suoi parenti per alimentarlo, come richiede la malattia, si scomoderanno realmente nelle sostanze: essi ne soffriranno danno vero, anche dopo morto il malato... Che cosa dice la nuda e secca ragione? Sei un pazzo se l'alimenti. Che cosa dice la natura? Sei un barbaro e uno scellerato se per alimentarlo non fai e non soffri il possibile"

Wednesday, November 05, 2008

CAN'T ESCAPE FROM YOU


"Neanche questo ti piace?": mi rivolgo a mia figlia dodicenne, il volto assonnato del mattino, mentre dall'autoradio fuoriescono le note della splendida Mississippi. La sua risposta é di quelle che non lasciano scampo: "sono tutte uguali...". Niente da fare, anche stamani i Finley battono Bob Dylan uno a zero e a scuola, coi suoi compagni sarà difficile che menzioni l'ultimo album del nostro. Peccato perché Tell Tale Signs é davvero uno dei dischi più belli di Bob Dylan e comunque il migliore da più di dieci anni a questa parte, da quando uscì Time Out Of Mind, nel 1997.


"Where the fuck is 'Blind Willie McTell??? How could you leave that off the album? It's the greatest song..." Reagisce così, tempo fa, Larry "Ratso" Sloman ascoltando Infidels; e Bill Graham ha un sussulto, quasi pronto a saltar su dalla sedia: ma perché Bob Dylan ha sempre questo vizio di lasciar fuori dai dischi alcuni dei suoi pezzi migliori?
Eppure la risposta di Bob é di quelle in grado di spiazzare chiunque: "Aw, Ratso, don't get so excited. It's just an album - é solo un disco, in fondo - I've made thirty of them - ne ho già fatti altri trenta..." (1)
Impagabile Bob Dylan. C'é poca gente in giro così capace d'ironia.
Ed eccolo qui, allora, Tell Tale Signs, ottava puntata della saga delle "Bootleg Series", un doppio cd pieno zeppo di outtakes ed unreleased songs, che poi alla fine vuol dire scarti di registrazione, ma roba che la maggior parte degli altri artisti farebbe carte false per avere sui propri dischi, gente che venderebbe l'anima al diavolo come Robert Johnson, pur di farne il disco "buono" di un'intera carriera.
Ci sono altre gemme, per la verità, come una splendida Ring Them Bells (tratta dagli shows "unplugged" al Supper Club di New York, nel 1993) o la dolce ed acustica Cocaine Blues, o, ancora, le potenti High Water e Lonesome Day Blues.

Non é un caso, comunque, che molte delle canzoni di un album così bello derivino dalle sessions di Oh Mercy e di Time Out Of Mind. Dylan stesso riconosce una magia tutta particolare, presente in sala di registrazione in quei giorni, merito anche di Daniel Lanois (2): "avevo una totale ammirazione per l'operato di Lanois. Molto di quello che aveva fatto era unico e destinato a durare. Danny e io ci saremmo rivisti dieci anni dopo e avremmo lavorato insieme un 'altra volta (le sessions di Time Out Of Mind, nda) con lo stesso intenso coinvolgimento e con la stessa eccitazione. Avremmo fatto un altro disco, ripartendo da capo e ricominciando da dove avevamo smesso". Dylan, come poche altre volte nella sua carriera, aveva trovato un produttore capace di entrare in sintonia con la sua anima e la sua poesia ("eravamo spiriti fratelli") ed il risultato erano sì canzoni, ma forse anche qualcosa di più, qualcosa che riguarda ciò che sei ed il destino verso il quale ti sei messo in cammino: "le canzoni erano state scritte per la gloria dell'uomo, non per la sua sconfitta, ma anche prese tutte insieme non esauriscono di certo la mia visione della vita. A volte le cose che si amano di più e che rivestono il più grande significato non volevano dire niente la prima volta che le abbiamo viste o sentite. Vale anche per alcune di quelle canzoni" (3).
Ascoltare alcune di queste canzoni, allora, significa entrare in un universo tutto particolare, dove anche due versioni differenti dello stesso brano non sono mera ripetizione, ma diverse sfaccettature di un'esperienza a tratti anche esaltante: "si può andare avanti all'infinito a variare tempi e ritmi. Sarebbe stato bello se qualcuno avesse prestato attenzione a questo aspetto, alle combinazioni ritmiche all'interno della canzone invece che alla canzone, la quale era perfettamente in grado di prendersi cura di se stessa" (4)


Forse é proprio perché le canzoni di Dylan sono in grado di "prendersi cura di se stesse", che si rendono capaci d'intrecciarsi coi fili dell'esistenza non solo di Dylan, ma di chiunque voglia implicarsi in un ascolto disposto a lasciarsi condurre lontano.
Tell Tale Signs é pieno di canzoni così. Da Most Of The Time a Mississippi. Da Red River Shore a 'Cross The Green Mountain. Da Dreamin' Of You a Series Of Dreams. Ognuna di esse meriterebbe un capitolo a sé, un momento su cui fermarsi a pensare. Magari non per cambiare un'esistenza, perché quella ha bisogno di altro, che le dia spessore e significato. Anche Neil Young, d'altra parte, ha detto di recente, nel suo Just Singing A Song Won't Change The World: "puoi cantare del bisogno di un cambiamento, beh devi fare il tuo cambiamento personale, puoi essere quello che stai cercando di dire, ma cantare una canzone non cambia il mondo" (5). E Dylan sarebbe stato d'accordo sin dall'inizio, sin da quando, nei primi anni '60, qualcuno gli affibbiò l'etichetta di folksinger di protesta, mentre lui aveva già cominciato semplicemente a raccontare di sé a chiunque avesse voglia, allora come adesso, di fargli compagnia laggiù sotto il palco.


Ma se le canzoni, come ogni forma d'arte, hanno un merito, é anche quello di farti intravedere la Bellezza. E questa é sempre un tramite, capace di metterti in contatto con Qualcosa o Qualcuno di più grande.
Dylan ha sempre avuto la capacità di fornirmi uno di quei canali diretti, di mettere lì, a mia disposizione, pezzi di bellezza capaci di divenire richiamo. Nulla di strano, allora, che spesso e volentieri, ed in modo del tutto arbitrario ma altrettanto legittimo, continui ad esercitare su di me un fascino che ha questa sfaccettatura tutta particolare: una possibilità d'intreccio positivo con le righe dritte e storte della mia esistenza.
Come mi accade, ad esempio, sulle note di Mississippi.
Provo a percorrerla, allora, lungo le note splendide, intimiste, della sua versione acustica.
Vi riconosco il percorso di un cammino, una strada a tratti stanca e disillusa ("Every step of the way, we walk the line/Your days are numbered, so are mine/Time is piling up, we struggle and we stray/We're all boxed in, nowhere to escape"). Eppure c'é una voce, povera voce, che grida per un perché ("I need something strong to distract my mind/I'm gonna look at you 'til my eyes go blind") ed é vero che "la nave é andata in pezzi e affonda in fretta", "ma il mio cuore non é stanco, é libero e leggero/non sento che affetto per chi ha navigato con me".
Forse una Compagnia al cammino mi ha fatto scoprire Chi é misericordia e allora é quella che ridesta il desiderio e dona nuova forza all'andare avanti : "Stick with me baby, stick with me anyhow/things should start to get interesting right about now"/"sta' qui con me, sta' con me in ogni maniera/é adesso che le cose si fanno interessanti".
Una magia mi avvolge, arrivato alla fine della canzone.
Accadrà ancora, con Dreamin' Of you, ad esempio. O con Red River Shore.



(Mississippi, live in Oregon, 9 october 2001)


Chissà cos'é che, arrivato alla fine dell'album, mi fa guardare a Dylan in preda ad una nuova sensazione. La musicalità eccellente, la sua performance vocale, la qualità dei brani pubblicati, ma forse e soprattutto quell'amicizia in musica di così lunga data. E la consonanza con l'esperienza dell'anima diviene così intensa che ad un certo punto, in un esercizio soggettivo quanto avventato, mi é venuto da pensare a questo disco come ad un percorso interiore di Dylan, il racconto del suo stesso incedere verso il Destino.
Lo guardo nel video dell'ultima canzone, una splendida 'Cross The Green Mountain, quasi viaggio esistenziale illustrato da quadri che raccontano della guerra di secessione americana.
In un video che accompagna la canzone, un inedito Dylan vestito da ufficiale, guarda il viso del compagno morto - I look into my eyes of my merciful friend - chiedendosi disperatamente : is this the end?
Qual é, Bob, il tuo sguardo verso il punto d'arrivo del tuo percorso, lontano dal mito di te stesso, che per tutta la vita, peraltro, hai voluto e saputo tener lontano, e sempre più nudo, senza sconti con te stesso e chi hai di fronte - like a complete unknown - nel raccontare di te?
Quel che é certo é che io non posso fare a meno di ascoltarti e di seguirti fino in fondo, proprio come il titolo di quella canzone, scritta per un film che non é mai stato fatto.
Dopo tutto rimarrò sempre e soltanto Emotionally Yours e quel che più conta, appunto, in fondo é proprio questo: Can't Escape From You.





Note:
(1) tratto dal libretto allegato al doppio cd
(2) tratto da Bob Dylan - Chronicles - ediz. italiana a cura di Feltrinelli
(3) ibid.
(4) ibid.
(5) tratto dall'articolo di Paolo Vites "CSNY. Il prezzo della libertà", JAM n.152, ottobre 2008

Saturday, November 01, 2008

TO BE A SAINT IN THE CITY



"(...) Victor non è riconducibile alla sua dolorosissima malattia, perché è Cristo. E allora se è Cristo, capite che è il Paradiso qui in terra. Io non posso stare senza contemplarlo, perché è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili. Certamente senza prendere sul serio la vita, come ci ricorda Giussani nel Senso Religioso citando quel pezzo di un dialogo fra Richard e la vecchina nonna Henry, è impossibile riconoscere in questi fatti la grande Presenza, il Mistero che da senso e bellezza a tutto…  Quando lo si riconosce come mi ha detto l’altro giorno Cristina, la giovane mamma di una delle casette di Betlemme, con 14 bambini da 0 a 11 anni: “padre, da quando Dio mi ha tolto le mie uniche due figlie del mio matrimonio. Nageli di 6 anni e Natali di 9, e mi ha chiamato ad essere madre di tutti questi bimbi ho capito che per me essere madre significa non possedere mai i miei figli. Ogni attimo li guardo, li amo immensamente, ma so che non saranno mai miei e che prima o poi se ne andranno. Ma questa è la mia vocazione. Mi tortura il cuore, però se Gesù vuole questo è anche vero che mi ha regalato un vero cuore di mamma: farli crescere e poi lasciarli andare seguendo il disegno buono di Dio... ed io rimanere ogni volta a ricominciare e pregare”.  Questa è la santità."

(dalla lettera di padre Aldo Trento del 22 ottobre 2008)


Post Scriptum
grazie all'amico Renzo Cozzani, che oggi, giorno di Ognissanti, mi ha mandato questo video del Boss...

Saturday, October 25, 2008

HO SOLO LE HAWAII




Maui, Hawaii, the Westin Maui Hotel


Questo libro di Riro Maniscalco, mi ha appassionato subito, fin dal titolo - Mi mancano solo le Hawaii - perché io, invece, ho solo le Hawaii. Anche un pezzetto di Los Angeles, per la verità - una giornata su e giù per gli Universal Studios e per Hollywood Boulevard (ma Julia Roberts non l'ho mai incontrata) - ed un un po' più lungo - tre giorni - di San Francisco, una splendida città, che mi rimarrà sempre nel cuore.
Accadde nell'ottobre 1995, un'avventura vissuta con mia moglie (ai tempi in attesa della nostra prima figlia!) e che entrambi non dimenticheremo mai.
Ma dell'America, ahimé, mi manca tutto il resto. Sogni coltivati sin da ragazzo, ascoltando Bob Dylan e tutta la musica rock americana che trovai, sogni fatti di Route 66 mai percorsa, di paesaggi alla Paris Texas, di indiani che non salteranno mai fuori dagli speroni rocciosi della Monument Valley.
Dreams on the road, su highway che corrono dritte fino all'infinito, con la polizia che ti corre dietro quando vai troppo forte, invece di fregarti a casa con la foto dell'autovelox; di autoradio che se l'accendi salta fuori Hank Williams e Johnny Cash e non Radio Deejay.
Insomma tutti sogni che resteranno tali, perché dove vai oggi se hai famiglia e tre figli e fai già fatica a tirare fine mese? Ma tant'é, in fondo se anche riuscissi un giorno o l'altro a guidare una bella Chevrolet - la Chevy, come la chiama Riro - forse scoprirei che era tutto diverso da come me l'ero immaginato.


Hollywood Boulevard, LA: "Dany, parcheggia tu la macchina, che io scendo a prendere il pane e il giornale..."


Maui, la spiaggia dell'Hotel Westin Maui. "Ma se ci siamo stati l'altro giorno, come mai qui non ho la pancia e i capelli sono tutti neri??"


E allora, insomma, questo libro lo dovevo leggere per forza.
Perché é un libro sul viaggiare ed il viaggiare é ancora uno di quei sogni del cassetto.
"
Andiamo. Non so dove, ma l'importante é andare", scriveva Jack Kerouac nel suo On The Road e così Jackson Browne, un'altra delle colonne sonore della mia esistenza, che canta "Non so dove stia correndo, sto solo correndo": é in Running On Empty, la title track di un disco che mi porterei sulla classica isola deserta.
Ma il mito di Kerouac e la lettura del suo libro mi hanno sempre messo una profonda tristezza, perché correre per correre o andare per andare non possono rimanere tali, così senza uno scopo. Altrimenti l'euforia é giocoforza l'anticamera della disperazione. Così avevo bisogno di un altro libro, di un'altra storia. E meno male che é arrivato il libro di Riro.
Riro Maniscalco l'ho visto quest'estate al Meeting di Rimini, sul palco insieme a John Waters, Walter Gatti ed agli amici Paolo Vites e Stefano Rizza, a presentare "
Help! Il Grido del Rock", un altro di quei libri che non si dovrebbe perdere nessuno. E' un italiano trapiantato in America, lo dice lui nel sottotitolo del libro e "Mi mancano solo le Hawaii" sono i suoi appunti di viaggio in lungo e in largo per gli USA.
Un libro bello, appassionante, estremamente divertente. Così gradevole che, ad un certo punto della lettura, ho dovuto cominciare a rallentare; anche a tavola faccio così quando ho davanti qualcosa di gustoso: non mi piace l'idea che una cosa bella e buona passi troppo in fretta. Così sono andato un po' più piano, per andare dietro al viaggio, per farlo anche un po' più mio, per entrare di più dentro un'esperienza di vita.
Tornando a Kerouac, ricordo che invece, quando lessi
On the Road, feci fatica ad arrivare in fondo. Perché proprio di fatica era pieno il racconto, pur conservando un fascino tutto particolare. Quel viaggiare fine a se stesso alla fine era proprio questo: solo una gran fatica. E la disperazione é ciò che rimane se il tuo andare non possiede il desiderio del bello; disperazione da cui, oltre tutto, non ti liberi più se alla fine essa stessa si autoalimenta nel sottile compiacimento di sé.

In questo libro, invece, si recupera la gioia del viaggiare, forse perdendo qualcosa del mito, ma guadagnando quel sottofondo che é amicizia, un modo d'intendere l'esistenza che ha il sapore di famiglia, una compagnia che sottende ad ogni avvenimento od avventura.
In fondo anche la bellezza della natura, così prorompente negli scenari americani, perde significato se vista come qualcosa a sé, senza legame con il resto: "
la felicità non é reale se non é condivisa" scrive nel suo diario Chris McCandless - il personaggio di cui narra lo splendido film Into The Wild di Sean Penn - immerso nella bellezza di una natura cercata a lungo, ma prigioniero allo stesso tempo di una solitudine che lo porterà all'autodistruzione.


San Francisco, downtown. "Fausto, fai una foto da qui, che secondo me viene bene!".
"(...) ma perché le mogli hanno sempre ragione? (beh, quasi sempre....)"


Allora datemi retta, mettetevi a leggere questo libro anche voi.
Vi avventurerete così in mille posti, come, ad esempio, ad East New York ed immaginerete la faccia di quel poliziotto, mentre dice "
this is East New York. You don't want to be here", o quella della cameriera di Mancos, Colorado, dopo che hai fatto l'errore di ordinare una birra...
O ancora penserete d'essere lì anche voi, immersi in stupendi paesaggi texani, o a bordo di motoslitte nel parco di Yellowstone, oppure ancora a far due passi fuori dalla casa degli amici ad Anchorage, Alaska:
"(...) però se vedi l'alce o il grizzly, stattene immobile e aspetta che se ne vada..."
Arriverete in fondo al libro in un baleno, ve l'ho già detto, e vi dispiacerà.
Ma quando avrete chiuso l'ultima pagina del libro, una cosa rimarrà lì con voi, senza fretta d'andar via, ed é lo spirito che pervade tutto il vivere di cui si é letto. Dice Riro:
"(...) "qualche tempo fa ho "cambiato natura". Sono un "naturalizzato americano", con tanto di doppia cittadinanaza e doppio passaporto. Ho fatto bene o male? L'ho fatto. L'ho fatto perché questa é oggi la mia vita e ho sempre pensato che l'unico modo per vivere quel che può durare anche solo un attimo é di viverlo come se fosse per sempre. Bisogna fare così anche quando si viaggia".
Vivere ogni attimo come se fosse per sempre é quel che mi fa sentire vicino ad uno come Riro.
E come a Riro anche a tanti altri amici, alcuni anche comuni ad entrambi.
Forse il fascino del libro, alla fine, sta tutto qui: in quella frase della Dichiarazione d'Indipendenza citata nel racconto: "
vita, libertà e ricerca della felicità". Questo, dice Riro, é qualcosa che gli corrisponde, che sente come suo.
Ecco perché mi piace come scrive: tutto questo corrisponde anche a me.



Post Scriptum
C'é un'altra cosa che mi ha fatto ripiombare di schianto nei miei sogni di ragazzo targati USA ed é il nuovo disco di
Bob Dylan, Tell Tale Signs. Lasciatemelo ascoltare ancora per un po' - erano anni che non ascoltavo musica bella così - e poi ci scrivo sopra qualcosa...

Wednesday, October 22, 2008

HO UNA SOLA MADRE SULLA TERRA

"Ho una sola madre sulla terra:
Maria Desolata.
Non ho altra madre fuor di Lei.
In Lei è tutta la Chiesa per l’eternità,
e tutta l’Opera nell’unità.
Nel suo disegno è il mio.
Andrò pel mondo rivivendoLa.
Ogni separazione sarà mia.
Ogni distacco dal ben che ho fatto
un contributo a edificar Maria.
Nel suo 'stabat' il mio stare
Nel suo 'stabat' il mio andare.
'Hortus conclusus'
e 'fonte sigillato'
coltiverò le sue virtù più amate,
perché sul nulla silenzioso di me
sfolgori la sapienza di Lei.
E molti, tutti,
i suoi figli prediletti,
i più bisognosi della sua misericordia,
abbiano dovunque la sua materna presenza
in un’altra piccola Maria."

Chiara Lubich
Oberiberg, 20 agosto 1962






Bob Dylan, 'Cross The Green Mountain

Saturday, October 18, 2008

STABAT


Avrei voluto esser qui, a parlare del nuovo libro di Riro Maniscalco o del disco di Bob Dylan.
Lo farò, certamente, ma oggi é giorno di arresto per i miei scritti e i miei pensieri.

Arresto come quello cardiocircolatorio, causato dall'infarto che si é portato via davanti ai miei occhi un uomo poco più che quarantenne, marito e padre di figli troppo piccoli per capire.
Quando fai il cardiologo e lavori in ospedale, il quotidiano é sempre eroico, perché fa i conti tutti i giorni sia con le tragedie - come questa - che con le gioie di situazioni insperatamente superate.
Se questo é il tuo lavoro e la tua passione sai che va bene così e non vorresti né potresti mai trovarti in nessun altro luogo.
Ma di fronte al dramma di una vita, ripresa da un Altro quando é giunta al momento cui era destinata, la tua professionalità non basta e l'unica posizione possibile di fronte al reale é quella di Maria, nel suo stabat, di fronte alla croce di Gesù.
E quando le lacrime riescono forse ad andar via un poco - anche se non vanno via i pensieri - perché sei già preso dentro al lavoro ed all'assistere quelli che arrivano dopo, senti crescere in cuore la gratitudine, per un mestiere che forse non ti lascerà mai tranquillo, ma ti richiama ogni giorno all'essenziale:

"Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza!"
Questa è la frase più importante per tutta la storia della Chiesa; in essa si esaurisce tutto il cristianesimo.
«Tu sei la sicurezza della nostra speranza» indica il fiorire delle cose. Senza la Madonna noi non potremmo essere sicuri del futuro, perché la sicurezza del futuro ci viene da Cristo: il Mistero di Dio che si fa uomo. Non sarebbe potuto accadere questo, non si sarebbe potuto neanche ridire, se non avessimo avuto la Madonna"

(Luigi Giussani)

Tuesday, October 14, 2008

SCUOLA DI MEDICINA


Nel luogo dove io lavoro - in ospedale - si svolgono spesso riunioni.
E lì si parla di casi clinici e di organizzazione, di carichi di lavoro e di costi.
Peccato che non si parli mai di ciò che conta veramente, perché darebbe molto più senso alla mia giornata, spesso complessa e faticosa.
Ma, per fortuna, in questi giorni c'é padre Aldo Trento, che di mestiere fa il sacerdote in Paraguay, ma che si occupa così bene di ospedali che vorrei fosse il mio direttore generale.
Anche se, forse, non accetterebbe mai un ruolo del genere, perché - come ci spiega bene nella sua ultima lettera - lui il direttore generale ha già capito da un pezzo che é un Altro.

Già, le lettere di padre Aldo.
Ne arrivano parecchie in questi giorni e così noi, suoi amici, non possiamo che farcene felici.
L'ultima, poi, ha tutta l'aria d'essere una di quelle lezioni che all'università non mi hanno mai fatto.
Peccato, perché, quando studiavo, avevo tanta voglia d'incontrare gente così e invece non mi é mai capitato. Ma ad imparare c'é sempre tempo ed a me, nonostante i capelli grigi, la voglia di andare a lezione non é ancora passata.
E allora grazie padre Aldo, per tutto ciò che vivi e ci comunichi.
Ecco qui qualcosa del suo ultimo scritto:

"(...) nella mia clinica il direttore generale é il Santissimo Sacramento. Dio mio se tutti, o alcuni per lo meno, capissero che gli ospedali rischiano di essere dei frigoriferi solo perché non si mette il Santissimo Sacramento ben visibile come direttore generale. Mi chiedo: perché perdere un sacco di tempo a parlare di riforme sanitarie senza capire che l'unico problema delle riforme é che Cristo rioccupi il posto che gli compete? Siamo testardi come gli economisti che in generale non capiscono mai che il principio dell'economia si chiama "Provvidenza Divina". Ma perché é fallita quella banca americana che ha messo in tilt l'economia? Perché la Divina Provvidenza non esiste più nelle coscienze, neanche come sostantivo. (...)
A un ammalato che può interessare un ospedale in cui non accade ciò che accade nel mio ospedale, che é un'ipotesi altamente positiva per affrontare tutto?
Capite che quando si parte da un'ipotesi positiva é conseguente che nasca un'ospedale come questo, perché qui ciò che accade non é l'esperienza della morte, ma del destino, del Mistero che fa tutte le cose. Qui il Mistero é chiarissimo. Io lo vedo guardando gli ultimi sospiri del moribondo, affannosi fintanto che il Mistero lo prende per mano e se lo porta con sé, lasciandomi vedere nel volto bello del morto, pieno di pace, il segno della Sua Presenza.
Insomma termino, perché altrimenti vi stancherei, mentre io vibro, raccontando queste cose.
Un abbraccio,
padre Aldo"


(la parrocchia San Rafael, ad Asuncion, Paraguay, al cui interno si trova una clinica per malati terminali, un asilo, un centro di distribuzione di beni per i poveri, un centro culturale, ed altro ancora)

Friday, October 10, 2008

EROI

"Ognuno ha i propri eroi, non é vero? Per molti Mohammed Alì é un eroe. Ed Albert Einstein, lui era un eroe, certamente. Credo che potreste dire che Clark Gable lo fosse. E Michael Jackson. Bruce Springsteen. Ma a me non importa di queste persone. Nessuno di loro é un eroe, non significano nulla per me. Mi spiace, ma le cose stanno così. Voglio cantarvi una canzone sul mio eroe..."
(Bob Dylan on stage, 1986, prima di In The Garden, la sua canzone sull'Uomo del Getsemani)




C'é una frase, citata da Giovanni Paolo II a proposito di San Benedetto, che spessa gira e rigira nella mia mente e che mi sembra sempre attuale.
E' quella che parla di eroismo e di quotidianità: "era necessario che l'eroico diventasse quotidiano ed il quotidiano eroico". 
Mi é sempre piaciuta perché mi rimette sempre in gioco e, allo stesso tempo, possiede un fascino particolare in quel suo dare dignità a tutto ciò che pare troppo piccolo nelle fatiche della giornata.
Oggi trovo, sul blog dell'amico Paolo Vites, una frase di Bob Dylan, che sembra dare un fascino aggiuntivo a quello che già mi ronza in testa:
"L'eroe é chi capisce il grado di responsabilità che deriva dalla sua libertà".
Dove sta quel fascino se non in quel giocarsi fino in fondo dentro un approccio alla realtà che é libertà?  Libertà vera, intesa come antitesi a disimpegno e fatalismo, a pregiudizio e presunzione.
Libertà cioé di rispondere con l'amore a quello che nella vita ti si para innanzi, stessa libertà che si tratti di gioia o di dolore, di successi o fallimenti, quelli che Kipling definiva impostori.
C'é eroismo in tutto questo ed é terribilmente eccitante.

Eppure può essere illusione e delusione, più terribile di altro se questo approccio rimane idea e non esperienza.
Perché mi é già capitato troppe volte che l'euforia - la voglia d'essere eroi - si trasformi in sconforto, nel momento in cui il tuo limite, la tua incapacità, trasforma la realtà in qualcosa d'impossibile da abbracciare.
C'é un solo modo per venirne fuori ed ha la forma del cammino in una compagnia.
Questa compagnia é un'umanità che si fa capace di superare i propri limiti perché permette ad un Altro di dimorare in mezzo a lei : "dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro", ha detto Gesù.

Mentre scrivo queste righe, un'altra frase gira e rigira nella mia mente e sembra illuminare sentimenti ed esperienze di una luce nuova.  
Me l'ha mandata un amico - uno di quegli amici veri, che rendono quella compagnia realtà e non idea - in occasione della triste circostanza della partenza per il cielo di una persona a lui cara: "oggi ho toccato con mano che la nostra compagnia, la chiesa, é davvero il corpo fisico di Cristo; quando uno di noi se ne va, questo corpo si lacera con dolore immenso, ma subito siamo ripresi nell'abbraccio della compagnia".
Grazie, amico mio, questa frase, questa sera, me la porto via con me.
Col desiderio di non lasciarla mai - quest'unità tra noi - qualunque cosa accada.
E di continuare a rendere eroico il quotidiano.


Post Scriptum
Non é un caso, credo, che questi pensieri affiorino il giorno del primo anniversario della nascita al cielo della mia nonna Teresa. Grazie, nonna, anche tu fai parte di quella compagnia e sei ancora qui, nella stessa casa. Solo in un'altra stanza.

Monday, October 06, 2008

VINCOLI DI GIOIA




"Il giorno per me incomincia alle 5 del mattino e termina alle 23. Sono un po' stanco, lo ammetto, ma Gesù é con me tutto il giorno, tutti i giorni, così che tutto é più semplice e bello"
(padre Aldo Trento)

Basterebbe una frase così, l'incipit della lettera di padre Aldo Trento, pubblicata da Avvenire il 1 ottobre (leggi il resto dell'articolo qui o sul bellissimo blog degli Amici di Simone) per vivere bene la propria giornata, dovunque ci si trovi.
Ma conviene andare più in là e fare propria una storia, la sua, che sembra di ordinaria follia.
Sembra, perché invece, quella di questo sacerdote - che vive in Paraguay da 19 anni, dirige una clinica per malati terminali e si occupa di famiglie e di educazione - é storia ordinaria, perché lui é la persona più normale che ci si possa immaginare.
Così normale che, quando tutto ebbe inizio, il primo a non credere in se stesso era proprio lui, schiacciato dalla depressione, una malattia sempre più frequente e così atroce perché toglie la speranza.  Una speranza che pareva svanita, ma che rifiorì in un abbraccio, quello con Don Giussani. E quando il don Gius, dopo averlo amato fino in fondo, gli dice vai, sei pronto, lui si fida e parte per il Paraguay, dentro quell'abbraccio e sicuro di Colui che fa nuove tutte le cose. L'uomo spogliatosi di tutto, rinasce nuovo e l'annuncio - un seme marcito nella terra - ora dà frutto cento volte tanto. 

Mi sento indegno a parlare di padre Aldo sul mio blog, ma non posso farne a meno.
Perché sono giorni che leggo e rileggo le sue lettere, dopo aver ascoltato la sua splendida testimonianza al Meeting e mille pensieri affollano la mia mente, nel vedere spunti continui per la mia vita, la mia povera vita di ogni giorno.
E ce n'é uno, in particolare, che mi affascina più di tutti gli altri: quello dell'adesione alla realtà.
Basta un po' di coraggio, anche quando ti sembra che ti manchino le forze, ma lo sforzo di un'obbedienza così, tutti i momenti, é quello che rende la vita valevole d'essere vissuta. Proprio come dice lui in quella lettera : "(...) mi piace pensare che tutto questo bel "casino" che la Provvidenza ha messo in piedi ad Asuncion non esisterebbe se non avessi cercato in tutti i modi di obbedire alla realtà".
Non sembra avere altro modo Dio, di affascinarci al Suo disegno, di rendere partecipe la nostra libertà, se non questo: metterci davanti a qualcosa ed a qualcuno, metterci di fronte la realtà.
Come quella di questi giorni, una crisi che pare aver messo in ginocchio l'occidente, crisi del capitalismo, ma che lascia intravedere, sullo sfondo, una crisi ben più profonda di valori.
L'hanno già preso in giro in molti, ma oggi Benedetto XVI ha detto la cosa più saggia che abbia sentito da molti giorni a questa parte e cioé che il denaro passa e solo la parola di Dio resta.
Ma tant'é, la gente é strana e spesso s'infastidisce a sentirsi dire cose vere.
Anche i miei figli a volte fanno così, quando li sgridi e in cuor loro sanno che hai ragione, ma non lo vogliono ammettere.
Il fatto é che siamo tutti uguali, tutti recalcitranti, sempre pronti a sfuggire la fatica, credendo sempre di saperla più lunga. Ma basta poco, in fondo ed é lo spazio di un istante: ti accorgi che alla fine c'é Uno che é sempre lì, pronto ad aspettarti; Uno - come dice padre Aldo - che ti fa dire che "tutto é più semplice e più bello".


Questa sera, quando l'esame di coscienza della mia giornata s'avvicina, guardare in faccia la realtà e desiderare l'obbedienza al Vero rimane la sfida più affascinante che ci sia.
Obbedire alla realtà, nel condividere gioie e dolori degli amici e di chi ti passa accanto.
Nel dire sì alla circostanza scomoda e inattesa.
Nell'aderire ai successi ottenuti - e magari attesi! - ma solo nel momento in cui ti sei fatto capace di metterli nelle mani di un Altro, perché non sono tuoi: é a Lui che appartengono davvero.
Un sì che é sentir te stesso servo inutile, ma strumento prezioso alla Sua opera.
Un sì nel sentirti - lo volesse il cielo! - stanco alla sera per aver troppo amato...
Un sì, alla fine del giorno, che si fa povero di ogni cosa e si addormenta - felice finalmente - nel sentirsi legato a mille vincoli di gioia, come in quella frase di Tagore che l'amico Factum ha messo in cima al suo blog:

la mia liberazione non é nella rinuncia, 
sento l'abbraccio della libertà in mille vincoli di gioia