Tuesday, April 27, 2010

DALL'ADIGE AL DON



Occhi grandi e spalancati. Forse ancora spaventati. Me li ricordo ancora oggi come fosse allora. Occhi dentro fisici asciutti, malandati, consumati dalla vecchiaia e dalle malattie. E dalla tanta, troppa sofferenza. Me li ricordo, i reduci ormai anziani della guerra, con quel loro gentile e sommesso "sa, dottore, io ho fatto la campagna di Russia". Ed io lì a non capire, a dire va bene ma che c'entra con quello che lei ha adesso, son passati così tanti anni...
Ma ero troppo giovane e troppo stupido per capire. Così come lo sono adesso, d'altra parte, più vecchio e stanco, ma sempre inadeguato. Incapace nel capire sino in fondo che quel "tu" davanti a me non é solo un malato, ma "la" domanda di un significato, il Senso della propria sofferenza, bisogno d'essere curato ma soprattutto esigenza di un cammino in compagnia, dentro quella stessa sofferenza e dentro tutto il male.


* * * * *



La foto in bianco e nero di un tenente alpino, appoggiata giù per terra, vicino ad un leggio. Poi la voce narrante, splendida, di Federica Toti, il volto illuminato dalle luci soffuse del palco, le mani da una piccola abat-jour posta su di un tavolino. Inizia così "Dall'Adige al Don", musica e letteratura a rappresentare insieme il dramma dei soldati e degli alpini: "Durante la seconda guerra mondiale tra il luglio del 1941 e l'autunno del 1942, furono inviati in Russia circa 230.000 soldati italiani. Costituivano lo CSIR, il Corpo di Spedizione Italiana in Russia, successivamente denominato ARMIR, Armata Italiana in Russia. (...) La spedizione ebbe invece un esito finale disastroso per le potenze dell'asse, costituito da Italia, Germania, Finlandia, Romania, Ungheria, una divisione di volontari spagnoli e piccole unità slovacche e croate e si concluse con la perdita di un numero enorme di soldati...".
E' l'inizio di un urto violento e insieme una carezza, racconto di un'ora e mezza che ti rapisce la mente e il cuore, lasciando le tue membra incollate alla sedia, un'intensità che, a tratti, ti costringe quasi a trattenere il respiro. Sono racconti ora del soldato, ora della sposa o fidanzata che é rimasta a casa, ora del padre rimasto senza il figlio, ora della vedova o della madre che il figlio lo ritrova, ma non si può far capace di raccontare la sua gioia davanti agli occhi disperati di chi ha perso il proprio caro. Testi meravigliosi, scritti da Roberto Curatolo, l'autore stesso impegnato con Federica Toti nella passione del racconto.

E, in mezzo, le canzoni di Massimo Priviero. Splendide canzoni: La Strada Del Davai, Nikolajevka, Pane Giustizia e Libertà, classici alpini rivisitati con una rabbia rock che riesce a rimetterli su strada in una maniera nuova. Musica che si fa poesia e canzoni che diventano racconto, in un incredibile crescendo d'intensità anche nei toni della voce, per uno spettacolo che non vorresti avesse fine.
E' così e solo così che forse riesci anche tu ad entrare dentro gli ultimi istanti della vita di quel giovane tenente, quello che amava così tanto i suoi alpini, occhi girati indietro, la vita passata davanti come un film, l'amore disatteso e un "tornerò" ricacciato in gola sotto i colpi delle granate più fredde della neve: "(...) gli occhi, ruotando verso il cielo livido, non incontrarono l'immagine funeraria di mia madre, né il volto apprensivo e severo di mio padre, ma sbiadirono, nella luce calda dello sguardo innamorato di Alina..."



Fatica, Priviero, a star seduto mentre canta, ma, lui ed i suoi musicisti (tra gli altri, un Michele Gazich spettacolare al violino) riescono a farlo mentre i testi di quel dramma scorrono uno dopo l'altro, uno più feroce e più tenero dell'altro, la stessa solennità capace di rapire tutti. Rispetto e solennità di fronte al dramma della guerra, che a poco a poco sanno farsi tenerezza, sinché giungono ad essere comunione. Perché é questo ciò che accade quando il racconto di quei protagonisti si fa strada tra attori, musicisti e spettatori: ciò che si realizza é una magica alchimia che, in modo misterioso, fa diventare tutti una cosa sola.
Finché, alla fine, riusciamo anche ad alzarci tutti, per un applauso che più che tributo diventa in qualche modo una condivisione, coscienza d'essere entrati dentro la storia tutti insieme.
Ed é solo alla fine, allora, che ci si può alzare per cantare per davvero, cantare tutti insieme quel Nessuna Resa Mai, sorta di manifesto di umana resistenza, perché, prima della fine, si possa ripartire da qui nuovi per davvero.



* * * * *

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"
(M. Priviero, La Strada Del Davai)

"Davai!", "avanti!", urlavano i soldati russi ai prigionieri, italiani e tedeschi, quelli che non erano morti sotto le granate o congelati, costretti a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano provato a fare prima, disperata ritirata alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, quei poveretti che ancora riuscivano a camminare, che i loro compagni di sventura già morti sul campo di battaglia avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.

Ma qualcuno, a tornare a casa, alla fine ce l'aveva fatta. E loro, i sopravvissuti della guerra, avanti nella vita, in qualche modo, c'erano andati. Finché, vecchi e stanchi, erano arrivati sino a qui, davanti a me, con quel loro "sa, dottore...". Ogni acciacco, ogni pianto, ogni incertezza, buttati dentro quello sguardo indietro, l'inferno di un inverno del '43.
Ed ora, potessi tornare indietro, me li abbraccerei tutti, ad uno ad uno.
Adesso sì che lo farei, ora che non li incontro quasi più, perché poco a poco stanno morendo ormai; loro, gli ultimi, destinati a raggiungere tutti gli altri , l'ARMIR che si riforma in un altro luogo, dove deporre finalmente le armi, lassù dove trovare di nuovo la strada che porta verso casa.

Non li abbracciai allora, ma non é un rimpianto. Loro, ne sono certo, avevano già capito. Compreso che nessuno, in fondo, potesse intuire veramente ciò che avevano vissuto, la sofferenza da portare dentro di sé, ogni maledetta alba di ogni nuovo giorno.
Eppure, poco a poco, qualcosa può iniziare a entrare nell'anima anche adesso, dentro le pieghe di una fredda mente e di un arido cuore.
Aiutandosi con chi ha fatto memoria di quegli avvenimenti - certamente - ma facendo anche in modo che mente e cuore siano capaci di farsi compagnia, andare a braccetto tutti e due, sostenendosi l'un altro nel cammino, alla ricerca dell'Amore al quale alla fine, siamo tutti destinati.

E, fatto questo, andare avanti, una strada del davai dentro le incertezze della nostra stessa vita, cercando di non sfuggire più la sofferenza che il nostro passo incrocia ogni momento.

Come Maria, che non chiedeva, ma stabat, ai piedi della croce.
Maria, sicurezza della nostra speranza, madre della nostra povera, stanca, incerta umanità,
figlia di un Amore che si é fatto inchiodare per noi ed é risorto.



Note: le foto sono tratte dal sito di Massimo Priviero (www.priviero.com)

Friday, April 16, 2010

CAHIERS DE FRANCE (7) - SOUTHERN ACCENTS



La lavanda non é ancora in fiore, ma pazienza: if you believe in magic, la Provenza é un luogo che ti può rapire in qualsiasi stagione e per sempre.
La valle del Lubéron, quella dove arriviamo noi, é splendida terra di colline e paesini arroccati in ogni dove, vigneti ovunque (ed irresistibili inviti alla degustazione di domaines che compaiono ad ogni curva della strada) e colori sempre affascinanti, anche ora che di fiori in giro ce ne sono ancora pochi. Il paesino che ci attende - Murs - ha un nome strano, ma in effetti sono proprio quattro case circondate da muri dappertutto; quei muri, specie i più distanti, sono quelli della peste, costruiti qui nel settecento, per difendere gli abitanti da una malattia che poi sarebbe inesorabilmente entrata e mantenuti in seguito, per impedire ai pochi sani di uscire ed ammalarsi fuori. Gli altri muri, invece, i più secolari ancora, sono quelli delle case, che qui chi ha ristrutturato la villetta l'ha fatto su palazzi del millecinquecento, compreso il proprietario del castello, lassù in cima al paese, che ancora oggi é residenza privata, beato lui.

Tanté, sta di fatto che alla sera, quando usciamo a fare quattro passi fuori dal logis, dopo una cena degna della migliore ristorazione francese, l'atmosfera é decisamente spettrale, le vie buie, poche luci nelle case e perfino qualche ululato in lontananza. Meglio tornare dentro allora, che siamo pure stanchi, domani si va in giro e poi i gestori dell'albergo sono pure così gentili. Già, perché le mail che arrivavano da qui giungevano congedandosi con un "provençalement votre" da parte di un'accattivante Laetitia, e vuoi mettere come suona meglio una frase così in francese, rispetto ad un "lombardamente tuo" come ti firmeresti tu?
Come resistere allora e non venire fin quassù? Speriamo solo che di notte non saltino fuori i fantasmi ed i vampiri...


Al mattino dopo, grazie al cielo, ci svegliamo tutti sani, allora c'é modo di cominciare a perder tempo, in giro per questa terra ricca di splendidi profumi, sapori e colori.
Si fa tappa ad Avignone che quattro salti su quel ponte proprio non puoi dire di non averli fatti, poi via di corsa all'Isle Sur Sorgue, che qui chiamano la Venezia provenzale, ma si sa che all'estero appena hanno quattro canali in più gli monta subito l'invidia per quella città sull'acqua, che così bella, però, ce l'abbiamo solo noi. Il paesino, comunque, confronti a parte, é carino per davvero, coi suoi mulini ad acqua, un tempo preziosa fonte d'energia e tuttora perfettamente funzionanti; il fiume, poi - la Sorgue - é quello che affascinò Petrarca facendolo meditare sulle chiare fresce e dolci acque e allora vagabondare un po' da queste parti non é tempo perso neanche per noi, in mezzo a negozietti d'antiquariato strano e paperelle che nuotano tranquille nei canali, salvo fuggire terrorizzate all'arrivo del più piccolo dei miei figli.


Quando giungiamo all'abbazia cistercense di Sénanque, la lavanda non é ancora in fiore e così ci perdiamo quella che é la cartolina di Provenza: un mare color viola in mezzo al verde, con la chiesa e l'azzurro del cielo sullo sfondo. La lavanda non é ancora in fiore, ma il cuore dei monaci, che ci accompagnano con la preghiera ed i canti delle celebrazioni della settimana santa, vale ben più di ogni fotografia di primavera ben riuscita. Dentro le mura della chiesa, il tempo trascorre senza fretta e l'anima sembra trovare quella pace di cui ha un affannoso bisogno, abituata invece com'é ad una frenetica esistenza che l'attanaglia sempre quando é fuori in mezzo al mondo.
Sono momenti spesi bene, quelli passati insieme ai monaci ed alla gente che partecipa alle celebrazioni del giovedì e venerdì santo; anche i ragazzi non avvertono la fatica del restare fermi troppo a lungo e, all'uscita dall'abbazia, di fronte ai colori caldi del tramonto, il senso di un gesto così solenne di preghiera appare come il filo rosso che lega tra di loro tutti i momenti della giornata, luogo dove deporre felicità e speranze, dubbi e desideri, tensioni ed attimi di pace di un'esistenza troppo spesso distratta ed affannata.


Il tempo é davvero generoso, in questo inizio di primavera provenzale e allora é bello continuare ad andare a caccia di colori, anche se la lavanda, ahimé, sbocciata non lo é ancora.
E allora via di nuovo, questa volta si va fino a Roussillon, che di colori ne ha da vendere in qualunque stagione dell'anno. I colori dell'ocra - gialli, rossi ed arancioni - sono così intensi che qui si parla perfino di Colorado provençal (la grandeur dei francesi non si smentisce proprio mai) e si mischiano magicamente al verde dei prati ed all'azzurro del cielo. Il sentiero dell'ocra é una camminata di mezz'ora alla scoperta di scenari sconosciuti, divertente per i bambini (che ne usciranno come se avessero nuotato dentro un campo da tennis in terra rossa) e terra di conquista per chi, macchina fotografica alla mano come me, é pronto a lasciarsi andare ad un delirio di scatti senza fine. La sorpresa del giorno é trovare qui due famiglie di amici di Milano (che non sappiamo essere pure amiche tra di loro!), che a darsi appuntamento apposta non ci si troverebbe proprio, coi quali poi si possono condividere colori, parole, panini nella piazza del paese e café-crème al bar (che qui da queste parti - comunque - il caffé e il cappuccio non riusciranno a farlo proprio mai..). Sono volti, mani e voci, che si uniscono a noi nell'amicizia di un pomeriggio in compagnia, così come nell'unità profonda quando ci si ritroverà insieme anche a Sénanque. E sono pensieri, emozioni ed esperienza di una bellezza che si é fatta strada. Bellezza di amicizie, felici di vivere in comunione ciò che si é e quello che si ha, per mettere tutto, infine, nelle mani di Colui a cui appartiene per davvero. In cambio c'é un centuplo già promesso sin quaggiù, fatto di felicità e di pienezza come ultimo pensiero su cui volare un po' prima di dormire.


Alla fine di tutti questi giorni, quando siamo pronti per partire ed il motore dell'auto é già acceso, la lavanda non é ancora in fiore e allora tornare nella fredda Lombardia é un po' meno dura. Non é facile lo stesso, però, dopo che sapori, odori e colori hanno comunque rapito senza pietà un pezzetto del tuo cuore.
La lavanda non é ancora in fiore, ma quando lo sarà ci rimarrà anche a lungo, colorando ancor più le luci ed i profumi di questa magica terra del sud. E allora perché non girare l'auto un'altra volta e scappare di nuovo fino a qui. Sono accenti del sud - southern accents - di cui ti senti fatto e che ti hanno attratto irresistibilmente senza via di scampo. Sogni di primavera a cui non ti potrai sottrarre, perché anche di questo siamo fatti in fondo, anime sempre in corsa, runnin' down a dream.



Monday, April 12, 2010

TRA I FRANTUMI DELL'IO


"La luce dei fari non riesce ad illuminare la notte, a rompere la cappa di tristezza che mi pesa dentro. Sono a pezzi per l’ira causata da chi mi si è dimostrato ostile e per il tradimento di chi pensavo amico.
Ma non è questo, in fondo, che più mi opprime: insopportabile all’orgoglio è il mio limite, quel sentirmi incapace di uno sguardo di speranza sul reale, nonostante tutto.
Così continuo a guidare, accompagnato dalle note dei Sigur Ros, musica che sa di ghiaccio e brulle lande desolate. Senza la risposta di cui avrei bisogno...." (continua a leggere qui)


Saturday, April 10, 2010

CAHIERS DE FRANCE (6) - IL CUORE, L'ANCORA E LA CROCE




Il cuore pulsante è là, dentro les arènes, oppure nelle vie della città, festanti e colme di folla all'inverosimile, ad Arles come a Les Saintes Maries De la Mer, in questo periodo di feria pasquale, che fa assomigliare un pezzo di Francia del sud ad un angolo di Spagna.
La Camargue é una terra strana, gli uomini più gitani che francesi ed i tori liberi in mezzo ad immensi spazi verdi, allevati dai guardians, uomini fieri in groppa agli splendidi cavalli bianchi tipici di questa zona; uomini e tori che qui sono protagonisti anche di corride, ma con gli animali più fortunati dei fratelli di sangue spagnolo, perché in terra francese la vita viene loro sempre risparmiata e qui l'abilità del toreador é nello schivare l'animale, piuttosto che nell'ammazzarlo.
Non c'é modo di entrare nello splendido anfiteatro romano di Arles, già esaurito da un bel pezzo per la corrida di Pasqua ed allora é bello spostarsi giù, fino alle Saintes Maries De La Mer, dove, dopo la messa, il popolo é in festa a ballare la quadriglia sul sagrato della chiesa.
Il sole ha finalmente fatto capolino, scacciando le nuvole del mattino e la gente, felice, si aggira per le vie del paese, tra mille negozietti che hanno già in bella mostra vestiti ed oggetti che hanno il sapore del mare dell'estate. Ci tuffiamo anche noi, navigando a vista e senza fretta e rimbalzando da un lato all'altro delle piccole stradette del paese, prima di buttarci capo e collo dentro una saporitissima paella, annaffiata da un'ottima birra e dai sorrisi camarguens.



La chiesa di Les Saintes Maries De la Mer sembra un antico fortilizio, baluardo sul mare proprio alla foce del Rodano, dove la tradizione vuole siano arrivate insieme le sante Marie: Maria Maddalena, Maria Jacobé, Maria Salomé (e pure Lazzaro assieme a loro), tutte fatte partire in Palestina, su una barca senza vele e senza remi, da persecutori che le volevano morte a tutti costi e giunte miracolosamente sino a qui, così che la predicazione del Vangelo, invece che naufragare miseramente in mezzo al mare, potesse entrare anche nel cuore dell'Europa, dritta attraverso le porte di Provenza. Si narra che anche santa Sara fosse insieme a loro, anche se non si sa a quale punto del viaggio; sta di fatto che da quei lontani giorni divenne la solenne protettrice dei gitani, che ora si danno appuntamento qui da tutta Europa il 24 maggio di ogni anno, per portare solennemente in processione la statua sino al mare e poi danzare e far festa insieme sino all'alba. Si racconta che anche Dylan - che un po' gitano, almeno negli anni settanta, sotto sotto lo era pure lui - capitasse da queste parti una di quelle volte, con quel capolavoro di Blood On The Tracks già nelle corde della sua chitarra ed il carrozzone della Rolling Thunder Revue pronto a partire per un carosello di spettacoli uno più bello dell'altro.

Mentre mi avvicino ad Aigues Mortes - che in italiano suonerebbe molto peggio che in francese - non ho Dylan nel lettore iPod di sottofondo, ma c'é la musica del cuore che mi accompagna, attraversando le strade affascinanti e paludose che portano giù fino al mare, sulla punta di Port Camargue, dove l'atmosfera non é ancora calda, ma i motori sono già accesi e pronti per il decollo estivo. La città conserva il fascino incredibile che doveva avere in tutto il Medioevo, circondata com'é da possenti mura, disposte a quadrilatero e perfettamente conservate sino ad oggi, insieme ai loro torrioni di guardia. Fascino e terrore assieme, perché quelle mura, volute dal re San Luigi, evocano ancora oggi immagini di feroci attacchi dal mare e di partenza sofferta di crociate. Io, però, conservo nella mente l'armonia di dolci suoni, quelli della musica trasmessa all'interno della chiesa di Notre Dame des Sablons, dove capitava che anche il re santo si fermasse spesso e volentieri in preghiera e capaci di placare ogni oscuro risvolto della mia mente, ancora troppo memore dell'assurda frenesia di Lombardia. Fuori da lì, lungo le strette stradine del paese, l'atmosfera é allegramente caotica e colorita, quanto basta per lanciarsi alla carica di ricordi da portare a casa; i souvenirs, per quelli vecchi come me, prendono la forma di dolciumi, spezie con cui arricchire i cibi che cucineremo a casa e liquori provenzali come la deliziosa Farigoule, ricavata dal timo e capace d'inebriare per bene anche i pensieri più distratti; mia figlia, invece, incrementa inesorabilmente la sua collezione di palline trasparenti con la neve; questa volta ha dentro un bel cavallo bianco con sotto la scritta Camargue: lo guardo un po' perplesso, aspettando di vederne un altro uguale ma nero, in vendita in Italia e con sotto la scritta Maremma. I miei figli, invece, guerrafondai per natura e che la spada l'hanno già presa dalle parti di Mont Saint Michel, questa volta ripiegano sulle mazze e meno male che elmi, scudi, archi e frecce costano troppo, così che si possa ripegare verso casa senza spiegazioni.


Il cuore, l'ancora e la croce, in Camargue li trovi davvero dappertutto: sui muri delle case, in cima ai monumenti, nei mille oggetti e souvenirs. Croce come fede, cuore come carità e l'ancora ed i tridenti dei guardians, posti alle estremità della croce, a far rima con speranza. La fede l'abbiamo percepita forte dentro le mura della chiese, anima di un popolo che fuori abbiamo visto in festa; voci all'unisono in preghiera, a volte abbellite dal suono del flauto, altre volte dalle melodie in fondo al cuore di ciascuno. La speranza si fa strada sempre dentro il cuore di chi attende con fiducia, uno sguardo vero rivolto a tutto ciò che accade. I miei occhi hanno percorso in queste terre spazi liberi ed immensi, a volte risalendo il fiume, altre volte a piedi o con l'auto, che ha attraversato lenta strade diritte che parevano non finire mai; percorsi in mezzo a campi verdi ed ai canali, bracci di mare azzurri e saline color rosa, armoniosamente intrecciati tra di loro; sentieri e vie districati in mezzo ai cavalli bianchi, liberi come il vento in mezzo ai prati ed ai fenicotteri rosa, che dipingono il tramonto di colori ancor più accesi. Difficile dimenticare paesaggi così, musiche dell'anima capaci di distendere e sciogliere ogni tensione contorta dentro sé.

L'ultima visione é quella dei miei figli che corrono spensierati a torso nudo lungo una spiaggia ancora selvaggia e davanti ad un mare d'aprile inaspettatamente calmo. La croce e il cuore si sono ancorati qui ed é difficile ripercorrere la strada che porta verso casa. A meno di caricarla di speranza dentro la gioia di un'esistenza che si sappia riempire di significato sempre ed ovunque ci si trovi. Ma lungo l'autostrada che attraversa sinuosa e veloce la Provenza, quella speranza, lo avverto, ricomincia ad insinuarsi a poco a poco.





Tuesday, April 06, 2010

NESSUNA RESA MAI


"L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque". Basterebbe questa frase di Enzo Jannacci a dare il colpo d'ala a tutta una giornata, costringerla a rialzare lo sguardo da una noia accovacciata, fatta di un oscuro ed egoista ripiegamento su se stessi. E se non bastasse quella frase, sarebbe allora sufficiente il colpo di frusta successivo, quel "ci vorrebbe una carezza del Nazareno", che é apertura d'occhi sul bisogno più intimo e profondo, ciò che davvero risponda al desiderio d'amare e d'essere amati, l'unica cosa che definisca appieno l'essere dell'uomo, sino alle pieghe più nascoste e profonde dell'anima.

Oggi quella carezza arriva sotto forma di una mail mandata da un amico - Massimo Priviero - che inoltra ed invita a trasmettere la lettera di un testimone del disastro del terremoto d'Abruzzo.
Un racconto "chiaro e forte", come lui lo definisce, ma - soprattutto - una carezza, perché "é quel che ci leggerete dentro che forse accarezzerà anche voi", aggiunge alla fine della sua mail ed é davvero così.
Allora grazie Massimo e grazie a te, amico sconosciuto: la tua carezza questa sera é stata in realtà uno scossone, ma di quelli che fanno solo bene. Spintoni che non ti fanno cadere, ma, piuttosto, sono capaci di rimetterti in piedi, dentro la certezza che Cristo é ancora una volta risorto in mezzo a noi.


"Ciao Massimo,
è quasi mezzanotte, non riesco a prendere sonno, e credo che non riuscirò a dormire stanotte; non è una notte come le altre, questa, è la notte del ricordo della tragedia, che un anno fa, colpì la mia città, con la forza devastante del terremoto. E’ passato un anno, ma il ricordo, il dolore, sono ancora vivi, radicati in me, e non credo che potrò mai dimenticare; non sarà mai più possibile essere sereni come prima, nella vita precedente, dopo aver vissuto una simile tragedia.
Stasera, in città, ci saranno molte iniziative per ricordare quella notte, ma io non parteciperò; preferisco rimanere solo, con il mio dolore, per pregare e ricordare gli amici scomparsi, e per scriverti, come feci un anno fa, perché ti considero un amico, una persona speciale; ed è con gli amici che voglio condividere il ricordo, il dolore, la speranza della rinascita. Mio figlio ora ha un anno, è in camera, con la mamma che dorme sereno, e per questo ringrazio il Signore che mi ha dato questa immensa gioia e mi ha evitato il dolore, che invece qualche altro mio concittadino prova ormai già da tempo. E’ passato un anno; molto è stato fatto, ma ancora siamo lontani dal poter dire che si è tornati alla normalità; per quello credo ci vorranno altri venti anni, se tutto va bene.
Ti scrivo dalla mia nuova abitazione; ho trovato una casa in affitto, a circa 20km dall’Aquila, visto che la mia casa è ancora inagibile e che i lavori per la sua riparazione ancora non iniziano, ma non mi lamento; c’è chi ancora si trova in una stanza d’albergo o dentro una caserma, quindi va bene così. E’ dura andare avanti, ma quando il mio piccolo angelo sorride, mi dà una forza, una carica incredibile, per non mollare. E poi ci sono le tue meravigliose canzoni che sembrano scritte per noi aquilani: siamo nati per volare, per cadere prima o poi, non fermarti, non fermarti mai!!!! Io volavo, noi volavamo, siamo caduti, ci rialzeremo, non ci fermeremo mai!!!! E poi Nessuna Resa Mai, che è diventata la canzone simbolo della nostra città; ho un amico che fa il dj per Radio L’Aquila 1, la radio più seguita a L’Aquila, e a furia di rompergli le palle, sono riuscito a fargli trasmettere il pezzo tutti i giorni, fino a farlo diventare la canzone ufficiale del post terremoto. Ho saputo inoltre che anche l’associazione L’Aquila per la vita, che si occupa dell’assistenza a domicilio dei malati di tumore, ha adottato la tua canzone Nessuna Resa Mai, come inno ufficiale, e la cosa mi riempie di gioia; spero di poterti vedere presto in concerto tra le macerie del centro storico; sarebbe memorabile. Grazie, Massimo, grazie come un anno fa, quando la tua musica, le tue parole, la tua poesia, mi hanno aiutato ad andare avanti, con la speranza nel cuore, per un futuro migliore. E, aspetto con ansia, l’uscita del tuo nuovo lavoro, che sarà, come sempre, un capolavoro.
Grazie amico mio e un saluto a tutto il tuo staff che tanto caro fu lo scorso anno."

Adolfo





Note:
foto di Eddy Waldameri, Massimo Priviero live al Rolling Stone di MIlano, 28 marzo 2009

Thursday, April 01, 2010

TRIDUO


Giovedì Santo
In fondo in fondo alla miniera, dove sta l'oro, c'é solo la vena pura. Quella cosa eterna. (...) La cosa che ci fa scodellare benedizioni invece che insulti sulla testa degli sconosciuti. E' sempre la stessa cosa. Ed é una cosa sola. Solo una. (...)
Allora io la metterei così. Direi che la cosa di cui stiamo parlando é sì Gesù, ma Gesù inteso come quell'oro in fondo alla miniera. Lui non poteva scendere sulla terra e prendere la forma di un uomo se quella forma non era fatta apposta per ospitarlo. E se dico che non c'é verso che Gesù sia un uomo senza che un uomo sia Gesù, mi sa che la sparo grossa l'eresia. Ma pazienza"
(tratto da 'Sunset Limited' di Cormac McCarthy)

Venerdì Santo
"Perche' ci si vuole cosi' male? Perche' anch'io mi voglio cosi' male da non tornare sempre al Mistero? Perche' questo restare voltati verso la profondita' dell'abisso a soffocarci della sua assenza di luce e di aria, senza voltarsi - come dovrebbe essere naturale - verso la superficie oltre la quale luce e aria sono di casa e in misura infinita? Perche' questa
innaturalezza nel mendicare ad ogni respiro l'ossigeno della Misericordia?"
(tratto da una mail del mio amico Mino, sempre capace di rompere la durezza del mio cuore)

Sabato Santo
"In tempi in cui era facile sentire gente che intonava con Pete Seeger e Joan Baez 'We Shall Overcome' come canzone nella quale riconoscersi ("Noi trionferemo, un giorno..."), ho sempre preferito guardarmi alla luce di "da un giorno all'altro sarò liberato" perché ho sempre pensato che non ci si libera da soli: la forza di volontà e le buone intenzioni, le ottime idee e le fantastiche trovate del migliore degli affetti non salvano nessuno."
(di Walter Gatti - su "I Shall Be Released" di Bob Dylan - tratto da "Help! il grido del rock")


Pasqua di Resurrezione
"(...) riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l'umanità con l'occhio di Dio che tutto crede perché é Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri (magari sotterrato o segretamente camuffato per vergogna) e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é vita - nel fratello. Risuscitandovi Gesù - altro Cristo, altro uomo-Dio, manifestazione della bontà del Padre quaggiù, Occhio di Dio sull'umanità. Così prolungo il Cristo in me nel fratello e compongo una cellula viva e completa del mistico corpo di Cristo, cellula viva, focolare di Dio, che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce. E' Dio che di due fa uno, ponendosi a terzo, come relazione di essi: Gesù fra noi"
(Chiara Lubich - Risurrezione di Roma, scritto del 29 ottobre 1949)






Sunday, March 21, 2010

RAILROAD MAN


Cos'avresti visto, se avessi percorso con me miglia e miglia, lungo gli stessi binari di quella ferrovia?
Un uomo curvo, forse, a tratti paurosamente incerto nel cammino, il passo sempre più stanco, eppure il volto sorridente. L'avresti visto parlare sempre meno, ma camminare sempre più.
E poi fermarsi, farsi da parte a volte e inciampare, spesso e volentieri.
E cadere - certo - ma rialzarsi dieci, cento, mille volte ancora.
Senza eroismo, però, se non quello che ripone la speranza nella fiducia dell'Amore.
Poi, alla fine del viaggio, un mucchio di guai e peccati da deporre, la sola cosa che non avesse Lui, l'unica da offrire in cambio a Chi avesse regalato tutto il resto.

Guarda questo niente e rendilo tutto col Tuo amore.
Ma spoglialo prima di ogni cosa, fallo morire veramente di ogni orgoglio ed insulsa vanità.
Perché solo così potrà marcire in terra e far germogliare un frutto che abbia davvero sapore.
E farsi felice, al fondo, del viaggio lungo quella ferrovia, di ogni fiore e frutto e volto che ha incontrato.
Perché possa rendere grazie di quel dono inatteso e ricevuto, colmo d'amore donato e ricambiato, alba che risorge dopo ogni tramonto, binari di un'avventura che hai chiamato Vita.

"Mi son messo a morire,
e quel che accade non m’importa più;
ora voglio sparire
nel cuore abbandonato di Gesù.

Tutto questo penare
Per l’avarizia e per la vanità
nell’amore scompare:
ho riacquistato la mia libertà.

Mi son messo a morire
a questa morte che non muore più:
ora voglio gioire
con Dio della sua eterna gioventù."
(Igino Giordani, 1951)


Sunday, March 14, 2010

SOLO GRAZIE


Dicesti un giorno d'essere stata strumento nelle mani di un Altro, suonando una musica il cui spartito era stato scritto in cielo. Dio conosceva la bellezza di questa sinfonia, ma poco a poco la stiamo scoprendo anche noi, perché era stata fatta per essere suonata quaggiù.
Quante volte, Chiara, mi sono sentito strumento stonato alla tua sequela.
Quante volte la musica suonata dalla mia vita l'ho udita soltanto come rumore, perché incapace di farsi sguardo verso l'infinito.
Ma tu quello strumento non l'avresti mai gettato via. Gli avresti chiesto, invece, di accordarsi, andando in risonanza sulle note dell'Amore grande che avevi conosciuto, l'amore di un Dio fattosi abbandono ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"), capace di provare lo strazio dello strappo dal Padre, voragine infinita e nuova pupilla di Dio attraverso cui guardare un'umanità affranta, accecata dall'ira, capace di mettere in croce il suo Signore.

Più passa il tempo, più le croci e gli abbandoni di questo povero strumento scordato non mi appaiono più gli insuccessi, le disunità e i fallimenti quotidiani, quanto l'incapacità d'essere risposta d'amore a quell'Amore grande che mi ha generato e mi sostiene.
Eppure, se in un attimo di follia, buttassi a terra lo spartito, avrei gettato al vento l'opera più sublime che il compositore ha svolto su di me.
E allora riabbracciare quello strumento scordato é riconoscere in Lui il suo fattore, perché solo un Dio così pazzo d'amore da gridare l'abbandono é Colui di fronte al quale posso dire sì, va bene, rimetto i fogli con le note sul leggio e vado avanti nonostante me.

"Guai ai soli!" grida la scrittura e camminare dentro un popolo é ciò che mi ha sempre sostenuto. Il popolo che ha generato Chiara, oggi, é più grande che mai, perché l'abbraccio dell'Amore Abbandonato ha generato il dialogo dove sembrava fosse impossibile davvero.
E' così che oggi, dentro la sinfonia di un'esperienza che é giunta sino ai confini della terra ed ha accolto dentro sé cristiani, fedeli di altre religioni, semplici uomini di buona volontà, può esserci spazio anche per le fragili note suonate dallo strumento dell'anima mia.
Dicesti un giorno: "quando sarò alla tua porta e tu mi chiederai il mio nome, io non ti dirò il mio nome, ti dirò: "Sono "grazie", per tutto e per sempre. Questo é il mio nome".
Oggi, in questo secondo anniversario della tua nascita al cielo, questo povero strumento ringrazia, attraverso te, l'Amore grande che lo ha riaccordato.

UNA SOLA EREDITA'

"Che tutti siano uno (Gv 17,21)
Per quelle parole siamo nati, per l'unità,
per concorrere a realizzarla nel mondo"

Chiara Lubich
(22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)



"Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi - sicura d'esser capita nel senso più esatto - : "Siate una famiglia".
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro.Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all'ultimo istante.
C'é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l'anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.
C'é qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete.
E dove andate per portare l'ideale di Cristo... niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... é, insomma, la carità vera, completa.
Insomma, se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: "Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno".

Chiara

Tuesday, March 02, 2010

WINTERLUDE

"I just knew that what I was doing was extremely honest.
It was all the things I wanted my music to be"
(Bon Iver)


Non c'é niente da fare, mi ricorda troppo Into The Wild.
Questo disco, le sue atmosfere, la storia che sta dietro. Per fortuna non la fine, perché stavolta é lieta, quella di un autore e del suo lavoro, che finiscono su un'etichetta indipendente e trovano anche un po' di fortuna, gente che la ascolta, questa musica, in mezzo a tutta la porcheria che c'é in giro; e si accorge che, accidenti, é proprio bella.
Musica intrisa di bellezza e di malinconia; fredda come freddo é l'inverno del Wisconsin, dove Justin Vernon, in arte Bon Iver (un francesismo, che bizzarra cosa decidere di chiamarsi Buon Inverno), si rifugia un bel giorno, fuggendo dalla delusione di un amore perduto, alle prese con la malattia - una mononucleosi che se l'é presa col suo fegato - insomma il desiderio di starsene da solo per un bel po', tre mesi nella casetta di montagna di suo padre, solo il rumore della natura intorno a sé.
Tre mesi per stare tra sé e sé, curare tutte le proprie ferite, forse non farsi neppure troppe domande, sicuramente senza avere in mente una strenua ricerca dell'ispirazione per comporre un disco, perché lo scopo, lo dice lui, era ben altro: "it wasn't planned, the goal was to hibernate".
E invece piano piano vengono fuori melodie, una dopo l'altra e poi sopra queste i testi, liriche che sappiano galleggiare sopra quegli stessi suoni, che vadano d'accordo con quella dolcezza e con quell'armonia.

Ho letto questa musica e poi mi son seduto ad ascoltare bene le parole.
Ho aspettato a farlo per un po', perché c'era bisogno, prima, di far piazza pulita di tutto quanto intorno a me; eliminare il traffico e poi la frenesia, grida di voci che corrono all'impazzata. Ho messo questo disco quando si é fatto buio, la strada che sfilava finalmente dritta davanti a sé e tutto intorno era solo prati ed alberi e foglie, resi misteriosamente scuri dalla notte.
Allora un po' di malinconia, di questo bellissimo For Emma, Forever Ago, é entrata delicatamente anche dentro me, a fare compagnia alla mia, a dirle non sei sola, non lasciarti andare, perché non siamo mai soli su questa terra, mai, anche quando vorremmo fuggire da tutto il male fuori e dentro noi.

E' allora che mi é venuta in mente quella lettera (1), scritta da un'amica di cui conosco solo il nome. Lettera che parla d'incertezza e depressione, di crisi di panico e poi d'inattesa via d'uscita. Lettera che fa parlare un'anima che quella via d'uscita, finalmente, é in grado di spiegarla, perché ha lasciato che entrasse dritta dentro sé, dentro le proprie ferite e le proprie crepe, smettendo di opporle resistenza.
Una lettera d'amore, perché d'amore si tratta, é quella l'esperienza viva, quando il cuore aderisce con passione al reale stato delle cose: "nell'uomo vi é un'inestinguibile aspirazione nostalgica verso l'infinito... Disagio, insoddisfazione, tristezza, noia, non sono sintomi di una malattia su cui intervenire coi farmaci, come accade sempre più spesso in una società che confonde l'inquietudine del cuore col panico e con l'ansia. Sono piuttosto segni di quale sia la natura dell'io. Il nostro desiderio é più grande di tutto l'universo" (Julian Carron) (2)

Diceva, tanti anni fa, una mia zia ormai anziana, con un'ineffabile e smagliante accento toscano: "mi dispiace morì, perché se ne impara una nova ogni dì". E' proprio vero che ogni giorno c'é una novità inattesa, capace di spalancarti il cuore: oggi quella novità é arrivata col suono di un bel disco e le dolci parole di una lettera che mi ha parlato di speranza.
Non c'é niente da fare, la speranza, quella del Bello e del Vero, non l'ammazzerà mai nessuno.
Perché é bello vivere.
E perché é proprio bella la vita.




Post Scriptum:
grazie a Paolo Cognetti ed al suo blog, che mi ha fatto scoprire quest'autore.

Note:
(1) "Il panico, le quattro frecce e la nostalgia di Lui" - lettera di Alga, Bergamo, tratta dal sito di Tracce: http://www.tracce.it/?id=285
(2) Julian carron - Quella nostalgia verso l'infinito - Corriere della Sera, 24 dicembre 2009

Friday, February 26, 2010

HAPPY HOUR


Se ti piace la buona musica ed il buon vino, allora questo sembra essere il posto giusto, perché, appena entrati nel locale, in mezzo a citazioni sparse, appese ai muri tra una fotografia e l'altra in bianco e nero di vecchi film, spicca una frase di Luigi Giussani che mai ti aspetteresti da uno che di mestiere ha fatto per tutta la vita il prete: "dopo la poesia e la musica, il gusto per la bellezza si esercita negli uomini sul cibo e sul vino".
Ieri sera, però, al Mama Café di Milano, di musica non ce n'era proprio e di buon vino, per la verità, davvero poco, perché il motivo per cui essere lì é un altro ed é gesto di solidarietà per chi, in questo momento, ha ben altro a cui pensare, visto che sta lottando quotidianamente per la mera e semplice sopravvivenza. La serata é organizzata da AVSI e serve per raccogliere fondi per Haiti, di cui già i giornali e le televisioni non parlano più. Non ne parlano non solo perché non fa più notizia, ma perché di fronte ai drammi la prima cosa che si perde é la speranza. Ce lo spiega bene Pippo Ciantia, nel bel mezzo dell'Happy Hour, raccontando a tutti non solo la propria esperienza personale - trent'anni in Uganda come medico e coordinatore ed una vita intera spesa a organizzare progetti internazionali per AVSI - ma anche l'anima di ciò che si vuol fare questa sera, una quarantina di amici radunati insieme per uno scopo. La speranza - dice Pippo - é la prima cosa che rischia di crollare quando tutto sembra insostenibile come in tragedie come questa. E invece rimanere là, non fuggire, significa testimoniare l'opposto, perché la vita dell'uomo é drammatica, ma non tragica, se riconosci che é un bene che appartiene a un Altro. Ci racconta di Fiammetta Cappellini, che molti hanno visto anche in tv, perché lei ad Haiti c'era già prima e da Haiti non é scappata adesso. Ti aspetteresti un'eroina e invece lui, che la conosce, ci racconta di una giovane donna caratterialmente fragile, come a dire - e ce lo sottolinea bene, con un sorriso e un'espressione disarmanti - che nella vita di ciascuno c'é il momento in cui puoi dare il meglio, anche la vita tutta intera, se l'ideale per il quale vale la pena d'essere vissuta é qualcosa di davvero grande.
Ci racconta anche, Pippo, che la prima cosa che ha sempre visto chiedere dalle popolazioni in guerra, in crisi, dentro tragedie come queste, é la disponibilità di scuole dove mandare sin da subito i propri bambini. Come a dire che ci si sforza per il cibo, gli ospedali, le case ed é profondamente giusto, ma se non pensi anche ad educare il cuore, tutto quanto é opera vana perché l'uomo possa sopravvivere sul serio.
E' un happy hour, lo chiamano così, ma dura molto più di un'ora perché la gente ha gioia nello stare insieme e la questione non é un'offerta e via e mettersi a posto la coscienza. La questione é trovare un luogo dove questa coscienza possa essere risvegliata, dentro il senso che puoi dare alla tua esistenza di ogni giorno. Anche senza che ci sia bisogno di andare ad Haiti, perché non é questo a cui sei chiamato oggi. Ma un significato grande da dare alla tua quotidianità, fare bene ciò che ti viene chiesto oggi, lì dove sei - la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo lavoro, il prossimo che incontri ad ogni istante - quello sì, é l'eroismo che viene domandato oggi a te.

Prima di entrare nella saletta del locale, all'inizio della serata, scambio due parole con Pippo, ci si presenta, ci si dice che si fa nella vita di ogni giorno. Parlando del più e del meno mi cita una persona, coinvolta anche lei in un progetto e mi dice una sua frase che suona più o meno così: "sai, io non ho la soluzione per questo problema, ma ci metto tutto il cuore". E' quella che mi porto via e chi mi ritorna in mente un attimo prima di dormire, perché questa é davvero l'anima di tutte le questioni, metterci il cuore, ciò che non facciamo mai abbastanza, pensando sterilmente solo alle soluzioni, che, da sole, inesorabilmente, finiscono per non arrivare mai.

E' un happy hour, lo chiamano così, ma ieri sera é durato molto più di un'ora. Felice, però, lo é stato veramente, perché la gioia nel cuore é l'altra cosa che mi ricordo di ieri sera, prima di addormentarmi.
Pare che lo chiamino centuplo: é ciò che ti ritorna indietro inaspettatamente, quando gratuitamente metti in moto anima, muscoli e cuore per qualcosa di più grande di te.



Donazioni online per Haiti e gli altri progetti internazionali AVSI:

Monday, February 22, 2010

AQUILONI


C'é un film, un po' concerto e un po' documentario, insomma quelle cose che piacciono a noi, fatte di tanta musica, immagini e pensieri, che negli ultimi tempi mi capita di rimettere spesso e volentieri nel lettore dvd di casa. Capita soprattutto in certi momenti, quelli che si coniugano con la malinconia, perché di questa é intriso questo film fino al midollo, dentro i suoni ed i paesaggi di cui é composto. Malinconia, però, capace di condurre altrettanto bene verso la bellezza, attraverso quegli stessi paesaggi ed i tempi straordinariamente morbidi di narrazione.
La band é quella degli islandesi Sigur Ros ed il film, Heima, narra la storia della loro strada verso casa, quella fatta di una serie di concerti svoltisi nella loro terra d'origine, alla fine di un tour mondiale che li aveva portati un po' dappertutto. E' un racconto affascinante, che viene mostrato attraverso splendide riprese, che mostrano i luoghi dove il gruppo si é trovato a suonare; gruppo talvolta solo, dentro le rovine di una fabbrica o fuori sotto un freddo cielo grigio-azzurro del nord, magari vicino ad una casa abbandonata; altre volte in mezzo a pochi spettatori, quasi fosse un tranquillo cantare tra amici intorno al fuoco alla sera, mentre ci si passa la bottiglia del vino e si mangia assieme qualcosa che sia capace di scaldare l'anima oltre ai muscoli ed al cuore. Altre volte ancora il concerto raccoglie molte più persone, ma sempre c'é una natura a fare da sfondo a questi suoni, che li avvolge, ma allo stesso tempo li fa nascere, perché é solo guardando questo film che, forse, si capisce sino in fondo una proposta musicale troppo spesso spacciata frettolosamente per triste e faticosa e quindi altrettanto facilmente allontanata da sé senza provare ad entrarvi sino al profondo.


C'é un passaggio del film in cui anche lo spettatore giunge al concerto a poco a poco, accompagnando a piedi tutti coloro che vede nello schermo e camminando lentamente lungo lo spettacolare altopiano che sovrasta i canyons di Asbyrgi; spettatore che, arrivato infine sul luogo del concerto, si trova assieme a famiglie e bambini, quasi fosse una festa di paese; bambini, tanti, di cui tutto il film é costellato, presenza gioiosamente disposta tra una canzone e l'altra, momenti di gioco spensierati, talora persino in mezzo all'acqua che, a prima vista, sembrerebbe troppo fredda persino per loro, inossidabile gente del nord. Bimbi che, spesso e volentieri, arrivano anche vicino ai musicisti, toccano le loro gambe e gli strumenti, giocano letteralmente con essi. Bambini e ragazzi che, prima del concerto, giocano con decine e decine di aquiloni, magari dopo aver cenato liberi sul prato; aquiloni liberi di volare su nel cielo, sostenuti da fragili ma felici mani.

Ho sognato d'essere libero come un'aquilone anch'io, di staccarmi dalla mia tristezza e dalla malinconia, quando mi assalgono in maniera troppo forte perché io riesca a sopportarla.
Ho pensato al grido di bisogno tutto intorno, quando é troppo forte per essere sufficientemente sostenuto dall'umano dentro me. Grido come bisogno di tornare sulla strada che porta verso casa, un sentiero di certezze e sicurezze che sia più grande del mio stesso camminare, fattosi semplice incedere barcollante, paurosamente incerto sulla consistenza della meta, troppo lontana per essere intravista durante il viaggio.



Un giorno di qualche anno fa uno dei miei figli tornò a casa dalla scuola materna con una richiesta un po' strana: quella di posare il palmo della mia mano su una bacinella piena di colore, per farne poi un'impronta su un foglio tutto bianco. Dopo un po' di tempo, il giorno di San Giuseppe, ritornò a casa col risultato finale, la mia mano intrecciata con la sua e sotto una scritta: "cammino sicuro nel mondo tenendo la mano del mio papà".
Capii quel giorno che un bambino non mette mai in discussione il fatto che il proprio papà o la propria mamma siano capaci di volergli sempre bene, qualunque cosa accada. E' per questo che un bimbo cammina sicuro per il mondo, anche quando sembra che compia gesti inadeguati; il fatto é che lui non mette mai in discussione un amore più grande che lo sostiene in ogni circostanza. Come un aquilone che vola libero nel vento, il bimbo é sicuro di una mano più grande di lui, che lo lascia libero ma sempre lo guida e lo sostiene e, per nessuna ragione, lo abbandonerebbe mai.
E' per questo che il cuore di noi adulti, divenuti troppo grandi e troppo insani, troppe volte vacilla e s'incupisce nella malinconia e nella tristezza più profonda: ha semplicemente smesso di guardare alla mano di un Padre più grande, Uno che non smette mai di camminare insieme a lui, anche nelle circostanze più avverse e misteriose.
Basterebbe ricordarsi di questo, in fondo, per tornare a volare liberi nel cielo.
Come quel gruppo di aquiloni spensierati, sopra un cielo azzurro d'Islanda.

Sunday, February 14, 2010

STAR STAR

Il giorno mi ha sorpreso, mentre scivolavo nel traffico lentamente. L'esercizio di stamani é ripassare inglese con mia figlia, mentre dal lettore cd dell'auto escono le magiche note di una canzone che parla di stelle, buttata in mezzo ad una setlist di fuoco, un concerto a Dublino di Glen Hansard coi suoi Frames. C'é un'armonia che avvolge entrambi, come se quelle stelle fossero comparse all'improvviso, insieme al sole del mattino. La saluto dolcemente, mentre scende dall'auto e s'incammina a scuola: é il secondo volto femminile che avvolge ed abbraccia la mia giornata, dopo quello di mia moglie sull'uscio di casa.
Quante ragazze, lungo la strada che scorre avanti a poco a poco. Mi sembra di vederle, mille storie, dentro gli occhi di tutti quei volti fermi ad aspettare. In attesa di un autobus che arrivi, o ferme davanti alle strisce pedonali, pronte per passare. Fianchi curvi, dolcemente appoggiati alle pensiline, o facce assorte che camminano lentamente, dentro la fantasia della mente o allegre e più vivaci, sotto le cuffiette di un'iPod. Le guardo ad una ad una, le donne che hanno sempre il mondo in mano. Capaci di soffrire come noi uomini non sappiamo fare, di tener duro, di lottare per conquistare un amore spesso non abbastanza degno di loro, cuori arrotondati da troppi spigoli. Donne che cercano sempre l'amore che sia lo scopo ed il guadagno di una vita, spesa tutta intera senza risparmiarsi mai. Donne tenaci, intelligenti, briose nella gioia e fiere e sorridenti nel dolore.

E le ruote scorrono via ancora, sempre più veloci, dedali di strade che lasciano il posto ad una sola via, sempre più diritta, finché le case ed i palazzi se ne vanno e la città lascia il posto ad alberi e cascine, il grigio dell'asfalto che si dissolve all'arrivo della brina che ricopre la campagna.
Ritorno indietro, su quella canzone: é la stella del mattino che mi fa ancora compagnia. Chiudo gli occhi, penso a lei, esprimo un desiderio. E una chitarra dagli accordi aperti torna a farmeli riaprire, mentre il sogno si fa realtà, la gioia di un amore trovato sempre momento per momento, che ha riempito la mia vita e la mia casa, dato alla luce i miei figli, il porto sicuro dove i miei desideri possano finalmente riposare. E poi di più: la gioia di un Amore ancora più grande, più alto, più infinito di tutti i miei pensieri, quello che move il sole e l'altre stelle.

Quando arrivo in fondo a quella strada é finita la canzone, ma mentre l'auto si spegne e la portiera si chiude, so che si é avviato il motore della mia giornata. "L'amore spiazza" recita il volantino di uno spettacolo, appeso in bacheca proprio accanto a dove timbro il cartellino.
Ripongo i dischi nella borsa, riapro di nuovo i miei pensieri, lo sguardo in alto, ora, é diventato una preghiera.
Ne sono sicuro, non ho dubbio alcuno.
Sarà una splendida giornata.



Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know what's going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say the hill's to steep
Well they talk and talk forever
But they just never climb

Falling down into situations
Bringing out the best in you
You're flat on your back again
And star you're ever word I'm heeding
Can you help me to see
I'm lost in the marsh

Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know whats going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say we're all asleep
They'll toss and turn forever
But no rest will they find...


Thursday, February 11, 2010

I FEEL A CHANGE COMIN' ON


Di questioni sociali e politiche, qualcosa doveva pure importare a quel ragazzo, sbarcato a New York City dal freddo Minnesota. Se non altro perché al Village, alla sera, o il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti intorno ad un vecchio e malandato Woddy Guthrie, di quelle questioni erano permeati i discorsi e le canzoni.
Non era difficile, perciò, che emozioni e sentimenti si coagulassero in un senso di speranza, desiderio e percezione di tempi che stessero cambiando, sorta di antesignano "Yes We Can", bandiera di una generazione con tanta voglia di percorrere un sogno d'amore e di giustizia.
Di quel sogno aveva parlato con accenti e tinte forti Martin Luther King, quel giorno a Washington, davanti a migliaia e migliaia di persone in marcia. Ed il ragazzo era lì anche quella volta, tramutando in note le stesse aspirazioni, che non potevano non far parte anche del paesaggio della sua strada. Eppure era la strada stessa ad interessarlo di più, quella alla ricerca di un destino, sorta di percorso di resistenza esistenziale, sotto forma di poesie ricamate sulle corde di una chitarra e di un'armonica a tratti anche sgraziata. Bob Dylan che, nel corso di una vita, di strade ne percorse poi mille ancora, cantando negli stadi e nei teatri, da solo e con altri, davanti a gente comune e presidenti, persino davanti al papa. Dylan che ora canta pure alla casa bianca, di fronte a Obama, a dire che sì, i tempi stanno cambiando anche adesso; ma quel Dylan é anche lo stesso che ammonisce sul political world in cui viviamo, un mondo di saggezza sbattuta in galera, tradita, ingannata, a marcire in una cella, senza nessuno che ne raccolga una traccia (1)
E allora, forse, sono le facce di una stessa persona, Dylan che parla e guarda in faccia al suo destino, e che dice a se stesso (ed a chi voglia ascoltarlo per davvero), che sono i tempi dell'anima che possono non smettere di cambiare, giorno dopo giorno, i cancelli aperti sulla soglia della speranza, so honey, just allow me one more chance.

Ho pensato a quel vecchietto, ancora in giro con la sua chitarra, che ha riempito di dischi la mia casa e coperto di note le canzoni che percorrono i miei pensieri.
Ho pensato ai presidenti, ai sogni e alle speranze della gente comune come me.
Ed ho ripreso in mano l'ultima lettera di padre Aldo Trento, in mezzo ai suoi malati terminali, agli orfani ed ai derelitti del Paraguay. E ad un vicepresidente, quello di quel paese, che tutte le mattine va a trovarlo alle cinque e mezza, per recitar le lodi assieme a lui, perché "pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose" e poi, se no, come si fa "a sopportare la faccia del presidente e dei ministri" ? (2)
Ho pensato a tutto questo ed ho ritrovato la speranza, anche dentro le mie miserie di ogni giorno. E' una strana forza quella che si fa strada e mi fa dire che ce la posso fare anch'io, un'altra volta anche domattina, perché the times they are a-changin' e sì, I feel a change is comin' on. E' una forza che si manifesta sempre nella debolezza, perché si affida alla mano di un Altro, a poco a poco sempre più visibile dentro quella strada.
Quella é la battaglia che infuria là fuori, che scuoterà le finestre e farà tremare i muri. (3)
Ma non mi fa paura: é qualcosa che fa rima con speranza.




Note:
(1) We live in a political world / Wisdom is thrown into jail / It rots in a cell, is misguided as hell / Leaving no one to pick up a trail (Political World, Bob Dylan, 1989)
(2) UN UOMO VERO - lettera di padre Aldo Trento, 9/2/2010
Cari amici,
Dio ci dona sempre qualcuno a cui guardare. A volte è un mendicante che ti chiede e tu lo guardi vedendo in lui la faccia di Cristo, o un bambino abbandonato che si affeziona e a chi gli domanda il suo nome e cognome risponde: Trento Gabriele. A volte è il vicepresidente della Repubblica che era in vacanza in Brasile quando l’ex vescovo presidente lo chiama di urgenza perché deve andare ad incontrare i suoi amici Chavez, Morales e Correa e ovviamente il vice deve assumere la presidenza ad interim. Così Federico, il vice, parte e con la macchina, guidando lui, torna a casa ieri, domenica. Erano le 21 ed era appena entrato in territorio Paraguayo quando mi chiamò: “ Padre Aldo, domani mattina sono lì alle 5 e 30 per recitare Lodi, aspettami.” Rimasi commosso, un uomo, un politico che si preoccupa di avvisarmi che sarà qui alle 5 e 30 per recitare Lodi. Amici, capite? Chi di noi e dei nostri politici si preoccupa di vivere un gesto come questo delle Lodi? Lunedì mattina alle 5 mi alzo, per preparare la colazione, come ogni lunedì per il Presidente in esercizio, perché alle 5 e 30 puntuale arriva. Però questa volta alle 5 e 30 arriva il suo segretario e mi dice: “Padre, Federico ti ha chiamato ieri sera alle 22 per dirti che sarebbe arrivato a casa all’1 della mattina e per chiederti se era possibile dire Lodi alle 7.” Che attenzione, ma che coscienza del Mistero! Alle 7 arriva e dico: “Presidente a quest’ora c’è la processione con il Santissimo nella clinica e l’adorazione”. “Padre, vamos (andiamo)”. E così in compagnia di Gesù abbiamo visitato infermo per infermo, ha fatto anche lui la comunione in ginocchio sul pavimento, ha ascoltato il vangelo del giorno con il commento e poi abbiamo fatto colazione assieme. “Padre, non posso incominciare la settimana senza questo gesto con voi, padri, perché come potrei affrontare gli impegni, le incomprensioni quotidiane? Per me pregare è riconoscere che non sono solo, ma c’è un Altro che mi fa le cose.” Normalmente viene sempre alle 5 e 30 del mattino perché alle 6 questo presidente convoca il consiglio dei ministri, che, essendo un problema, se non guarda prima in faccia Gesù, gli sarebbe impossibile sopportare la faccia del presidente e di certi ministri. C’è davvero tanto da imparare. Ciao, P. Aldo
(3) There's a battle outside and it's ragin' / It'll soon shake your windows and rattle your walls (The Times They Are A-Changin', Bob Dylan, 1964)


(padre Aldo con il vicepresidente del Paraguay)