Tuesday, July 17, 2012

FARI, GUARDIANI, ROTTE E DESIDERI

Pare proprio che l'ultimo guardiano rimasto sia lui, un enogourmet itinerante i cui racconti quotidiani appassionano più di un lettore al bar degli armadilli. Apprendo dal suo diario di bordo che ormai anche l'ultimo faro di Francia, tra Gironde e Charente, é andato tristemente verso un destino automatizzato. Già me ne accorsi tempo fa, nel selvaggio Finistère: niente più che solide mura circolari e fredde luci intermittenti, a far da ultimo baluardo alle poche navi che ancora avessero voglia di sfidare il mare tra Ar-Men e la punta di San Matteo. Poche speranze, quindi, di trovare adesso qualche uomo di guardia più a sud, lungo le più tranquille rive che dalla Costa Brava giungono sino alle lagune della Camargue. Tant'é, i motori sono già accesi e comunque di fari, rotte e guardiani ho già scritto altrove e adesso non troverei parole migliori a far da compagnia al mio nuovo viaggio.

Di desideri, però, il mio vecchio cuore non riesce proprio a fare senza, così li metto sempre in valigia per benino al loro posto. Uno su tutti: quello di bellezza, che, a braccetto con la malinconia, accompagna sempre i percorsi, gli arrivi e, immancabilmente, ogni ricordo e ripartenza. Perché non può non esserci, anche la malinconia, se quella bellezza l'hai sfiorata anche solo per un istante. 
La cercherò sotto la cupola della Sagrada, dove qualcun'altro già l'aveva scorta  ("Vorrei essere toccato da tutta questa bellezza"), prima di rendere canzone - Amazing Grace - il proprio bisogno di preghiera. E la rincorrerò, da ovest verso est, fino ad arrivare dove il sole rinasce su tre accordi e un desiderio. Di verità. E di ricerca dell'infinito. Perché il rock'n'roll é soprattutto questo, parola di John Waters e, accidenti, anche parola mia. 

E poi, alla fine del mio viaggio, me ne tornerò a casa, un passo avanti al desiderio. Perché il desiderio, da solo, non basta, non basta davvero a se stesso. Bisogna saper volere. Ed essere onesti. "To be outside the law you must be honest", aveva detto quel tale. Che in autunno, ritorna un'altra volta a cantar canzoni. Che belle notizie. E che bella la strada. Per chi cammina. E per chi va.

Monday, June 11, 2012

UNA PALLINA DA TENNIS. E L'INSOPPRIMIBILE ESIGENZA DEL CUORE

Match point della partita di semifinale. Il tempo non è bello: c’è un sacco di vento che alza la terra rossa del campo da tennis. L’avversaria risponde al servizio, ma la palla ritorna, diritta e precisa, nuovamente dall’altra parte. Tocca terra, urta un’altra pallina, lasciata lì incautamente dopo il punto precedente, e schizza via, imprendibile. Gioco, set, incontro, e la finale, sogno coltivato a lungo durante dure ore d’allenamento, pronto a materializzarsi all’improvviso. Perché le regole sono precise: è responsabilità di ciascun giocatore pulire la propria metà campo dalle palline rimaste a terra. Oppure si potrebbe rigiocare il punto, ma è lo sfidante che lo ha fatto in quel modo che ha facoltà di decidere.

In quei pochi istanti passano nella mente di Chiara mille pensieri. Quel film, visto decine di volte perché piace così tanto al suo fratello più piccolo, dialoghi mandati a memoria, automobili rese vive come persone grazie alla magia dei cartoni animati. Il vecchio DOC, auto da corsa ormai in pensione, che spiega al giovane Saetta McQueen che la Piston Cup non è altro che una coppa vuota e che non serve a nulla se il tuo unico scopo nella vita è sempre e soltanto quello di voler vincere a tutti i costi. E il giovane Saetta, che, memore delle lezioni di quel vecchio amico e maestro, nella gara più importante, dopo l’incidente di King, anziché tagliare il traguardo vittorioso, torna indietro per spingere l’auto avversaria fino al traguardo, arrivando ultimo. “Cosa vuoi fare, Chiara? Vuoi rigiocare il punto o andare in finale?”, grida l’allenatore, non riuscendo a trattenere, nel frattempo, una sonora risata. Momenti ancora più brevi, uno dopo l’altro, mentre il pubblico osserva, perplesso e curioso. Una decisione da prendere subito, senza incertezze. E’ allora che alla ragazza viene in mente anche quel che aveva udito al mattino. Una frase detta durante un incontro con altri amici, coi quali da un po’ di tempo condivide il proprio cammino. Parole sentite anche qualche settimana prima, migliaia di giovani radunati assieme per il triduo pasquale, dietro ad un’esperienza che ti dice che ciò che il cuore desidera esiste ed è un bisogno di felicità e di bellezza scritto da sempre dentro a quel cuore. Dovete essere leali con la realtà, le avevano detto quel mattino. E non dovete ridurre il vostro desiderio.

 “Allora, Chiara?”, grida ancora il maestro. “Allora rigiochiamo!”, risponde la ragazza. L’applauso del pubblico sorge impetuoso e scrosciante, come la ragazza non ne aveva mai sentiti in vita sua. L’avversaria se ne sta andando, ma si ferma e si volta stupita. Si rigioca il punto. Sempre match point della semifinale. Sempre ad un passo dalla vittoria. La ragazza rigioca. E perde. Perde la coppa che aspetta da quattro anni e che l’avversaria aveva già vinto l’anno prima. Ma non è triste, anzi: prova una felicità mai sperimentata prima d’allora. L’applauso del pubblico ora è inarrestabile, l’allenatore corre da lei, l’abbraccia, le fa i complimenti per come ha giocato, le dice che non ha mai visto niente di simile. Lui che gioca a tennis da una vita. Lui come suo padre, anch’egli allenatore, e neppure lui spettatore di qualcosa di simile sui campi di gioco.

Quando torna a casa, alla sera, la gioia del racconto, assaporato a tavola insieme ai fratelli ed ai genitori, ha il sapore del buon cibo ed il calore e la bellezza della fiamma della candela che la sua famiglia usa mettere a tavola ad ogni cena. Il giorno dopo squilla il telefono: dall’altro capo del telefono l’allenatore, che vuol parlare con la ragazza e poi con la madre. Vuole capire. Vuole sapere che cos’è quel qualcosa che ha fatto vibrare il suo cuore in quel modo. La mamma di Chiara prova a spiegare. Gli racconta di quel cammino fatto di piccoli passi di ogni giorno, vissuto in cordata in famiglia e con gli amici, e che fa del percorso della vita una splendida avventura, a sedici anni come a cinquanta. “E’ così grande l’esigenza del nostro cuore che a volte rimaniamo sconcertati – si era sentite dire la ragazza in quei giorni di ritiro – Niente ci dà pace. Niente ci appare all’altezza dei nostri desideri. Che tenerezza verso di sé ci vuole per non disertare il proprio cuore! Ma chi non demorde, prima o poi, capirà perché ne valeva la pena: per scoprire il fascino di Cristo”. Quel pomeriggio di un giorno ventoso, Chiara, correndo dietro ad una pallina da tennis, non aveva disertato il desiderio del suo cuore. E quel desiderio era diventato esperienza di stupore ai suoi occhi ed a quelli di molti altri. Anche quelli del suo giovane allenatore di tennis, il cui vecchio cuore aveva vibrato in quel modo così forte ed inatteso.

Sunday, June 03, 2012

HOUSE OF THE RISING SUN



Sullo striscione della classe di liceo di mia figlia, esposto in piazza Duomo venerdì per l’arrivo del Papa, c’è il verso di una canzone da sempre amata: “Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”. Dove sto andando – mi chiedo anche oggi, cinque e mezza, fermo alla stazione del filobus – circondato dalla mia famiglia e da tutti gli amici di San Protaso? C’è la messa all’aeroporto di Bresso, momento conclusivo dell’Incontro Mondiale delle famiglie, ma non è la grandezza dell’evento che  scalda il freddo cuore del mattino. Lo è piuttosto l’ultimo pensiero su cui mi sono addormentato poche ore prima, il testamento di colei che da molti anni guida costantemente il mio cammino. Uno solo è il Maestro ma le parole di Chiara Lubich hanno raddrizzato spesso i miei sentieri: “Se oggi dovessi lasciare questa terra – aveva scritto – e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto, siate una famiglia”. Ecco dove sto andando stamani, dietro a quel desiderio scritto da sempre nel mio cuore. Lo spirito di famiglia, da portare ovunque, con i figli e gli amici come sul luogo di lavoro. “Non anteponete mai qualsiasi attività di ogni genere – aveva scritto Chiara quel giorno – né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete”.
Eppure l’esperienza del mio limite sembra essere sempre lì, pronta a fare capolino quando meno te l’aspetti, scoraggiare tutte le buone intenzioni di cui è sempre lastricata l’anima mia. Come i discepoli di Galilea, brano del Vangelo di oggi, anch’io, quando Lo vedo, continuo a prostrarmi, eppure dubito. Nella mia infedeltà ed incoerenza d’ogni giorno. La risposta sembra stare nel bastone sul quale Benedetto XVI si appoggia quando scende dall’auto per salire sull’altare, dopo il bagno di folla in mezzo a questo milione di amici che occupa stamani la spianata del Parco Nord. Un bastone a forma di croce, l’amore di un Dio che si è fatto Abbandono e che ha vinto ogni infedeltà ed ogni mio peccato. Il resto è solo una festa. Festa delle famiglie, festa degli amici che ho intorno. Festa del mio cuore. Contemplo il mistero della Vita della Trinità ed intravedo la possibilità, come c’invita il Santo Padre nella Sua omelia,  di “vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria”, chiamato a “vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze”, tassello di un mosaico anch’io, capace, col mio contributo di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto.
Quando esco con la mia famiglia dal Parco Nord, al termine della celebrazione, incontro gli amici più inattesi. In mezzo ad un milione di persone, sono tra gli sguardi e gli abbracci più intensi. Non ho più paura adesso. “Io sono con voi – dice Gesù agli undici di Galilea – tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ed anche il mio passo ora è sicuro. Cammina l’uomo, quando sa bene dove andare.


Tuesday, May 29, 2012

PER AMORE

Ha fatto la cosa più rock'n'roll di tutte. Andare dietro al desidero ed all'attesa che aveva nel cuore. Non vada, signor parroco, non entri in chiesa, che qua tra un po' viene giù tutto. E lui niente, non ascolta nessuno, entra dritto e deciso: c'è la piccola statua della Madonna da salvare. 
Il Signore se l'é preso quand'era pronto: al culmine di un atto d'amore. A noi, ora, colmare col nostro, di amore, ciò che resta da fare. Basterebbe riempire di esso anche solo l'attimo presente del nostro povero e misero agire quotidiano, lì dove Dio ci ha messo giorno su giorno. A Maria non smettere di fare ciò che ha sempre fatto, sin da quando Giovanni l'ha presa con sé dopo la morte del Suo Figlio in croce. 
Aiutare i figli che così tanto Ella ama.

Wednesday, May 23, 2012

BECAUSE THE NIGHT


"Something is happening here and you don't know whati it is. Do you, mr. Jones?"

Mi sono svegliato al tremare del letto. Nel silenzio dell'oscurità ho udito vibrare le mura della stanza. Non ci siamo detti nulla in quegli istanti, solo ci siamo stretti forte la mano. Fuori di noi la paura, dentro le mani il nostro amore. Senza parole, di notte, solo il nostro amore.
A chi appartiene la notte?

Percorrere la città quando tutto é oscuro. Incrociare volti così diversi da quelli che sfilano via senza ragione durante il giorno. Ogni frenesia é scomparsa all'orizzonte insieme al sole e con essa l'illusione che solo ciò che é veloce abbia ancora un senso. Attimi uno dopo l'altro, fatti di un nervosismo presuntuoso, villano ed ignorante. Eppure non sono altre facce, quelle della notte, ma gli stessi, identici, visi di ogni giorno. Lineamenti di volti divenuti finalmente anima e pensiero, liberi di camminare davanti ad una strada libera. Tratti di un pennello che dipinge espressioni nuove.
Milano di notte é povertà e criminalità percepibile e vistosa, ma anche, soprattutto, gente comune che smette di correre e di urlare. Un gigante d'argilla che, dopo il tramonto, cade a terra, sgretolato dalle mille crepe che l'hanno attraversato durante il giorno. E che, curvato finalmente lo sguardo su di sé, scorge quello spazio largo e disteso che non trovava prima.

C'é bisogno di percorrerla al buio, la città. Quando le auto sono chiuse dentro ai garages o ferme a ridosso dei marciapiedi vuoti. E di guardare. Non smetterei mai di farlo. Attraversarla da un capo all'altro e fermarmi ad osservare. Un viso triste, chino sulla fermata di un autobus che non arriva mai e che quando giunge non ha più un posto dove poterti portare. Un volto che avanza, inesorabilmente lento, pedalando su una bicicletta sgangherata. Una coppia che si bacia, una scritta sul muro, o un ubriaco fermo, appoggiato ad un lampione. Ogni faccia col suo dramma dentro, o con la gioia d'un istante durato troppo poco. Per tutti lo stesso, insopprimibile, desiderio di felicità. Milano di notte é la Milano esistenziale, quella più facile da amare. Se ci fossero finestre senza tende, in questa brutta e insopportabile città, potresti leggere le stesse storie anche negli occhi sepolti dentro appartamenti troppo piccoli per contenere le vicende di un'esistenza intera.

Se c'é qualcosa che sta accadendo ora, la notte é il momento in cui quel qualcosa si fa tenero e struggente. Ed é ora che non voglio lasciarmelo sfuggire. Perché sappia riconoscerlo anche domattina, quando tutto sarà più insopportabile ed irato. Il grido di un'umanità ferita, ma desiderosa di qualcosa di grande, perché plasmata a modello della Bellezza. Il grido di un Dio, che - crocifisso perché pazzo d'amore - s'é fatto addirittura abbandono. Pupilla attraverso la quale Egli vede il suo popolo. E pupilla nostra attraverso la quale noi siamo in grado di vedere finalmente Dio.
C'è una crepa in ogni cosa, ma la terra di sogni e di speranze ora si svela.
E' così che di solito passa la luce.


Monday, May 07, 2012

UNA BRICOLA A FURMA DE CRUUS

Che cos'è il tempo, Davide? Ho chiuso gli occhi come hai detto tu, almeno per un po', lungo la carrellata di ricordi che hai messo proprio all'inizio del tuo spettacolo. Li ho chiusi e in un istante la magica alchimia che sai creare con le parole mi ha preso con sé e trascinato via lontano. Slogans pubblicitari, flashes del tempo che fu, prima di uno spettacolo di canzoni. Poi, quando li ho riaperti, mi sono pure vergognato un po'. Ho evitato di guardare se chi era seduto di fianco a me aveva seguito il tuo consiglio, se li aveva chiusi per davvero o riaperti all'improvviso, prima del tempo. "Quelli che hanno chiuso gli occhi hanno la mia età" - hai detto - interrompendo di colpo l'inarrestabile fluire del tuo parlare, ed io non mi sono sentito vecchio, in quel momento, proprio per niente. Semplicemente ricco di tutto quel che avevo vissuto sino a qui.

Una magica alchimia la tua, come sempre, esaltata dalla dimensione intima e raccolta del teatro Smeraldo di Milano. E che peccato che, proprio questo luogo che ci ha visto ballare e sognare, ridere e scherzare, piangere e crescere tante volte insieme, tra poco non ci sarà più. Un teatro che chiude,  un colpo di spugna su mile frammenti, fatti di musica e di parole, pezzi di vita che si danno la mano, chi sul palco a raccontarli, chi laggiù in fondo, l'ultima fila della balconata, a sentirli come se fossero i suoi.
Che con te, Davide, ogni volta é così, quando metti in scena quel fiume di poesia di cui sei capace. Scherzi, ridi, ci prendi in giro, ci fai cantare e ballare e poi sterzi all'improvviso, ci trascini giù nel profondo, là dove é nostalgia di bellezza e magia, di vita dura e voglia di mistero, di desiderio di afferrare il senso delle cose.
Come la dura pioggia che cade ogni giorno, per esempio, e che questa sera é un meraviglioso medley con A Hard Rain's A-Gonna Fall di Dylan e la splendida New Orleans, una delle poche canzoni che non riesco mai a smettere di ascoltare. E' così facile sentire quella pioggia come vera, vera come quella degli affanni di ogni giorno. Sentirla inzuppare l'anima prima ancora che il vestito, appesantirne il corpo al punto che in certi momenti sembra quasi non che riesca più a tirarsi su. O come la scia costruita lungo una vita di sacrifici, orgoglio e dignità della propria famiglia e del proprio lavoro, eredità da lasciare a un figlio, che sarà - come te - Costruttore di motoscafi a modo suo. Un altro pezzo di storia, unico ed insostituibile come lo é la tessera di un mosaico, perché il disegno, tutto intero, abbia un senso, segno di una storia che la "breva" proverà "a scancélà", ma che "la porterà mai via".
Le canti tutte, Davide, le tue canzoni. Le canti tutte, questa sera. E sarà pur vero che questa mini serie di quattro date é, in fondo, il "best of Davide Van De Sfroos" tour, da ricomprarsi in doppio cd anche se quelle canzoni le abbiamo già tutte vissute ed ascoltate. Ma é anche vero che risentirsele di nuovo, stanotte, fa bene a te e pure a noi. Perchè non si smetta, per noia o per stanchezza, di continuare a guardare a tutto ciò che dà senso all'esistenza, a ciò che sa di bello e di vero, che non toglie il gusto della vita sia dentro la gioia che nel dolore. Sono raggi di sole nella pioggia, le tue storie e le tue canzoni, che la trafiggono incessantemente e fanno brillare quella scia d'asfalto lungo la quale corrono i nostri pensieri e tutta la strada - tanta - che abbiamo ancora da fare.

Ho un solo rammarico, caro Davide. Almeno a Milano, 40 Pass la potevi pure cantare. 
Perché se é vero che quei corsari della Bovisa non sono frutto della tua immaginazione, ma gente che hai incontrato veramente, é altrettanto vero che "trii come luur" - ce lo hai insegnato tu - siamo anche noi. E che quella Madunina, "la sarà anca piscinina", ma "la riess amò a brilà" e "anca a scultà".
Forse é tutto qui il Grande Mistero e non c'é più bisogno di continuare a chiedersi, con Lucio Dalla, cosa sarà che fa crescere gli alberi o morire a vent'anni anche se vivi fino a cento... In questa vita che vìvum e sògnum de sfroos, c'è da fare solo una cosa: pregare il Signore a bassa vuus.
Ognuno con la sua bricòla. Una bricòla a furma de cruus.

Saturday, April 14, 2012

YOUNGER THAN THAT NOW

Compiere gli anni fa pensare a molte cose. Se poi sono cinquanta, come mi é capitato da poco, i pensieri sono ancor di più.
A me, tra le mille gioie ed i dolori, viene in mente solo una parola: gratitudine per tutto ciò che ha incrociato la mia strada. 

Poi oggi, senza una ragione precisa, sono andato a riprendermi un post scritto qualche tempo fa. E' uno dei più letti di questo blog, e mi sono accorto che calza a pennello con quest'anniversario. 
E che continua a fare rima col mio cuore.

Friday, April 06, 2012

A SCUOLA D'AMORE SOTTO LA CROCE

Gesù, nell'ora in cui facciamo memoria della tua morte, vogliamo fissare il nostro sguardo d'amore sulle sofferenze indicibili da Te vissute.
Sofferenze tutte raccolte nel misterioso grido lanciato sulla croce prima di spirare: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?"
Gesù, sembri un Dio tramontato all'orizzonte: il Figlio senza Padre, il Padre privo del Figlio.
Quel tuo grido umano-divino, che ha squarciato l'aria sul Golgota, ci interroga e stupisce ancor oggi, ci mostra che qualcosa di inaudito é accaduto.
Qualcosa di salvifico: dalla morte é scaturita la vita, dalle tenebre la luce, dalla separazione estrema l'unità.
La sete di conformarci a te ci porta a riconoscerti abbandonato, ovunque e comunque: nei dolori personali e in quelli collettivi, nelle miserie della tua Chiesa e nelle notti dell'umanità, per innestare, ovunque e comunque, la tua vita, propagare la tua luce, generare la tua unità.
Oggi come allora, senza il tuo abbandono, non ci sarebbe Pasqua.

(Anna Maria e Danilo Zanzucchi - tratto dalle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo, 6 aprile 2012)

Saturday, March 10, 2012

OUR LOVE IS ALL WE HAVE

L'hanno fatto di nuovo. Mettere a ferro e fuoco un'arena a colpi di mitragliatrici Fender o Rickenbacker. Come fanno da anni, peraltro, quei folletti di nome Wilco, che imperversano, indisturbati, nelle praterie del rock'n'roll. Questa volta si chiama Alcatraz, la prigione dalla quale stanno cercando di uscire, ma non c'é verso, nessuno uscirà vivo da qui, miei cari, perché il pubblico italiano - é l'introverso Jeff Tweedy che lo dice, non Bruce Springsteen il piacione - é il migliore del mondo. E noi lo sappiamo bene, noi che abbiamo reso sold out questo locale già da un sacco di mesi. Lo so bene anch'io, che da quando li vidi per la prima volta al conservatorio due anni fa, deicisi di non perdermi più un loro concerto per nessuna ragione al mondo. Lo comprende anche il mio amico Marco, che non li aveva mai visti suonare dal vivo. Il mio amico Marco che non si é ancora stufato d'insegnarmi a suonare la chitarra, una pazienza infinita con me che tanto non imparerò mai. Questa la facciamo sabato, mi dice dopo un assolo devastante di Nels Cline, la cui anima sembra voler fare di tutto per uscire da un corpo perennemente in pena, passando da riff ed infinite strade inesplorate che percorrono ogni tipo di suono. E come no, amico mio, la facciamo quando vuoi questa canzone. Chiamami anche stanotte, io sono già pronto.

E comunque meno male che siamo all'Alcatraz stasera. Che il conservatorio avrà pure tutta un'altra acustica, ma come si fa a starsene seduti tranquilli quando lassù, sul palco, sta accadendo di tutto? E dice anche questo, Jeff, a un certo punto, che é bello essere qui, davanti ad un pubblico in piedi che balla e canta con loro, conosce a memoria quasi tutte le loro canzoni.
E' per questo, forse, che a un certo punto comincia anche a sorridere. Un sorriso all'inizio un po' sornione, sguardi d'intesa lanciati ai membri della band, ma che, a poco a poco, si fanno sempre più larghi e distesi, rivolti verso quella gente sotto il palco pronta a condividere la festa. Ci sono tutte le canzoni dei Wilco, questa sera: tante dal nuovo album - The Whole Love - ma almeno una anche di tutti gli altri. E i sorrisi le attraversano tutte, sempre più. Fino a quella Jesus, etc. in cui la furia delle note sembra fermarsi all'improvviso e dilatarsi in una dimensione finalmente senza spazio e senza tempo. Tweedy lascia il microfono, vuole cantarla insieme al pubblico e ci riesce. Allarga le braccia: "Our love is all we have", canta. Possiamo fermarci qui, Jeff. O almeno il mio concerto, quello potrebbe fermarsi anche qui. Our love, tutto quel che abbiamo. Non abbiamo biosgno d'altro per andare avanti in questo mondo. La certezza di un Amore più grande sopra di me e di te. Un amore elargito gratuitamente, gratuitamente da redistribuire tra di noi.
Jeff non si ferma, però, e non si fermano i suoi; rimettono in moto il motore, lo lanciano all'impazzata fino alla fine: Hoodoo Voodoo é l'apoteosi finale, energia ed allegria senza fine. Anche un tecnico del suono impazzisce e salta sul palco, balla e batte il tempo, la faccia di Frank Zappa e a torso nudo come Iggy Pop. Due ore e passa di concerto, sorridono tutti alla fine, anche Cline che finalmente si é quietato.
"See you next time", ci dicono mentre vanno via.
Stanne certo, Jeff, noi ci saremo.
With our love. It's all we have.




Friday, March 09, 2012

ESSENZIALITA' E CONDIVISIONE


di Silvano Gianti

Quali le possibili vie d'uscita dall'attuale crisi che ha investito l'economia non solo del vecchio continente, ma del mondo intero, lasciando fuori ben pochi Paesi? Come ragire e su cosa puntare per riemeregere? Di questi argomenti si é riflettuto a Milano nel corso di un convegno proposto dal Movimento dei Focolari dal titolo "Essenzialità e condivisione: una via d'uscita dalla crisi?". Un'occasione di riflessione e progettualità non solo per Milano, ma per l'intero paese, collegato a quel progetto di nuovo impegno per l'Italia che i Focolari hanno lanciato a metà gennaio...

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Thursday, February 23, 2012

STORIE DI SEMPLICE COMUNIONE


Nel silenzio del momento dell'elevazione sembra ancor più solenne e affascinante. Il suono delle campane, le campane del duomo di Milano. E' in quel momento che lo sguardo, assorto in preghiera, si rialza e guarda un popolo che riempe la cattedrale tutta intera. Non c'é più un posto, né a sedere né in piedi, per il popolo del don Gius, nell'anniversario del suo Dies Natalis, celebrato insieme al suo arcivescovo. Ed io lì con loro, con mia moglie e la mia figlia più grande. Con tutta la mia storia ed un suo pezzo che passa anche da qui.
Ed é in quel momento che mi commuovo per la seconda volta.

La prima era stata alla fine dell'omelia, quando Scola dice a tutti che é l'Unità la strada maestra per me, per te, per tutti. Cita Pentecoste '98, dice che "comunione" é "liberazione". Ed io ripenso a quella foto, appesa nel salotto di casa: Chiara che dà la mano a Giussani davanti alla cattedrale del primo papa della Chiesa. "Siamo una cosa sola", aveva detto il don Gius quel giorno: "L'ho detto anche a Chiara e a Kiko che avevo di fianco in piazza San Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?".
Unità, oggi come allora, oggi più di allora.

La terza commozione é un sorriso. Il sorriso di Scola, quando lascia perdere il suo scritto e parte "a braccio", tira fuori quello che ha nel cuore. E' la fine della celebrazione. Ha appena parlato Carron, ha ringraziato lui, il don Gius e tutti i presenti. Una benedizione finale e si va tutti a casa. E invece no. Il cuore dell'arcivescovo torna fuori, ed ha ancora qualcosa da dire a quello di tutti noi. Parla dei sorrisi di Giussani, tutti i tipi di sorrisi di cui quell'uomo era capace. Dice che ce n'é uno speciale, quello che ti riservava quando gli chiedevi aiuto. Un sorriso meno gioioso, brioso, ma profondo e penetrante. Un sorriso che era abbraccio. "Non ti risparmiava niente, il don Gius", ci dice, "ma soprattutto non ti risparmiava il tuo bene". "Ed é così che si fa ad amare", aggiunge.

C'è bisogno di un amore così per andare avanti, un amore che ha a cuore il tuo bene. Questo é il sorriso di Dio, da dispensare al fratello che ti passa accanto. Il 14 marzo saremo di nuovo lì, col nostro arcivescovo ed il popolo focolarino in Sant'Ambrogio. Per il dies natalis di Chiara, questa volta. Per dire con la nostra vita che l'unità é possibile. Che il testamento di Gesù é l'eredità più preziosa.
E che la comunione tra gli uomini é la nostra unica e vera liberazione.


Sunday, February 12, 2012

SCUOLA DI MATEMATICA

Una bella domenica di gennaio, il freddo non ancora intenso come quello del febbraio che deve ancora venire. Un gruppo di amici, famiglie, bambini, gente di ogni età. E un prete in mezzo a loro, quello che si diverte sempre a spiazzarti. C'é il vangelo di Matteo, durante la messa, quello che parla dei pani e dei pesci. Quello che lo conoscono anche i sassi, anche quelli che a messa, tutte le domeniche, non ci vanno affatto. Nell'omelia ci chiede quale operazione abbia compiuto Gesù quella volta, quel provocatore dell'amico prete. E ci frega anche stavolta. Perché per tutti, grandi e piccini presenti, la risposta è una sola: moltiplicazione. Non é una moltiplicazione, amici, ci siete cascati ancora. E' una divisione, quella che fece Gesù quella volta, tanti anni fa. Anzi, di più: una condivisione. Ed il risultato è la sovrabbondanza: una folla intera che mangia e si sfama, migliaia di persone sedute in riva al lago. E dodici ceste piene di pezzi di pane e di pesce portate via perché avanzate alla fine. Ciò che opera la Grazia, davanti a un cuore sincero, è sempre di dare oltre la misura di cui hai bisogno.

A scuola di condivisione, in realtà, avevamo cominciato ad andare già un paio d’ore prima, ascoltando il racconto di Paolo ed Enza, una coppia della comunità Sichem di Olgiate Olona, che ci aveva raccontato la loro esperienza. Otto famiglie che hanno cercato e trovato una nuova casa, le une accanto alle altre, per condividere gioie, speranze, sofferenze, e per allargare la propria casa all’accoglienza verso altre persone e famiglie in condizioni di temporaneo bisogno. Tre cortili di una cascina ben ristrutturata, dove anche armonia e bellezza sono il segno di una fraternità vissuta. Paolo ci parla di “pregiudizio positivo”, che è lo sguardo verso il fratello che a loro piace avere in ogni circostanza, e si potesse prendere di loro anche solo una cosa da portare a casa, basterebbe già questa a cambiare lo stile della nostra giornata. E’ bello sentirli parlare di alleanza tra famiglie che si apre all’accoglienza ed è per questo che quel Vangelo di Matteo e quell’omelia trovano poi terreno fertile su cui plasmare menti che stanno provando ad andare ad una scuola di matematica nuova, dove s’insegna che la condivisione genera più dell’addizione e della moltiplicazione.

Lo si sperimenta già a tavola, per il pranzo, dove la comunione è d’anima e di beni. Si divide quel che c’è: il cibo ed il desiderio di bellezza che ciascuno ha dentro sé e che si esprime nell’allegria e nell’armonia del nostro stare insieme. Il pomeriggio, in visita alla Badia di San Gemolo é l’occasione per continuare a mettere in pratica ciò che poco a poco stiamo imparando. “Siamo pronti a perdere la testa per Dio?”, ci provoca ancora don Paolo, davanti alle reliquie del Santo e nel luogo in cui egli fu martirizzato, una cappellina distante una quindicina di minuti dalla Badia, raggiunta dopo una bella passeggiata nel bosco. Scegliere la strada della fraternità in Cristo non è, evidentemente, solo questione di convenienza. E’ desiderio di bellezza, entusiasmo del cuore che comincia a palpitare nel petto quando incontra l’Amato, desiderio, una volta trovata la perla preziosa, di vendere tutti i propri beni per acquistare solo quella.

Alla fine del giorno, è un piccolo gruppetto di amici, quello che si saluta sorridente davanti alle macchine, prima d’intraprendere la strada che porta verso casa; poche persone, forse, qualcosa d'insignificante davanti alla grandezza del mondo che c'é là fuori, con tutte le sue tristezze e i suoi dolori, ma che ha con sé la perla preziosa: Gesù tra loro perché uniti nel Suo nome. E che, a Lui piacendo e se vivrà così, può diventare sale della terra, proprio come quei pochi pani e pesci che hanno nutrito una folla intera.
Mentre l’auto corre veloce lungo la strada, l’orizzonte oltre il parabrezza è un tramonto fatto di spicchi rosso fuoco, che contendono all’azzurro gli spazi del cielo. La bellezza del creato è la cornice di un quadro, quella che una piccola comunità di persone ha dipinto nel suo essere famiglia. Cosa desiderare d’altro, se non di continuare ad essere il pennello nelle mani di un Altro?

Saturday, January 21, 2012

KING OF THE VILLAGE


"gli occhi chiusi di Jamie e quel suo viso con una smorfia di sorriso, raccontano qualcosa in più di quel che sentiamo o vediamo. C'è così tanta vita dentro la sua musica, che quando la incontri non puoi rimanerne indifferente. Ti mette ai suoi piedi con quelle onde che vibrano passione e sincerità. E quando ti rialzi, è bello sapere che il cerchio non si è ancora spezzato."


"This is my voice / I have no choice": canticchia, scherzando, Keith Rose, il bassista di Bocephus King, mentre prova il microfono, arpeggiando, nel frattempo, sulle corde del suo strumento. E' anche questo - penso tra me e me, mentre sorseggio il mio drink - il bello del rock'n'roll e della sua lingua madre, l'inglese: bastano pochi accordi, quattro parole in rima, e sei già dentro qualcosa che ha in sé tutte le possibilità di farti vibrare il cuore. Bocephus King lo avevo incrociato poco prima, fuori dal locale, attanagliato da un gelo che sembrava essere arrivato direttamente da Vancouver assieme a lui, mentre cercava di azzeccare la porta giusta per entrare; adesso é lì anche lui a provare, davanti a quei quattro gatti che, molto più tardi, all'inizio dello show, saluterà con un "welcome Nidaba People!", che neanche fossimo al Madison Square Garden di New York.
Che poi, stasera, il Nidaba, minuscolo ma affascinante locale milanese, assomiglia un po', in fondo, ad uno di quei posti dove un bel po' di tempo fa potevi imbatterti per caso, se ti trovavi a passeggiare su e giù per MacDougal Street. Ed é vero che la Milano della recessione del 2012 non assomiglia neanche lontanamente al Greenwich Village dei '60, ma é altrettanto vero che alla buona musica, per fortuna, non le riesce mai di morire, anche in tempi di crisi del rock e non solo di quello.


Il concerto vero e proprio, Jamie Perry, in arte Bocephus King, lo inizia quando l'orologio sta scoccando allegramente le undici di sera: prima di allora, dopo quella mezz'oretta di prove in cui é riescito a far entrare un po' di tutto, ha preferito trascorrere il tempo chiacchierando con vecchi e nuovi amici, seduti ai tavoli qua e là. E' forse per questo, la mente del musicista lasciata insieme all'ultimo boccale di birra abbandonato sul bancone del bar, che la prima parte del concerto scorre via piatta e senza troppi acuti, risvegliata solo alla fine da una bella versione di Willie Dixon God Damn!, calda e vibrante al punto giusto ed in grado di traghettarci verso una seconda parte dello show, a mezzanotte inoltrata, che sarà tutta un'altra cosa. Un po' perché sul palco cominciano a salire Marco Python Fecchio con la sua chitarra ed una violinista davvero brava, ad aggiungere energia e poesia nelle giuste dosi, e un po' perché Bocephus tira finalmente fuori la voce, le canzoni e pure il cuore. Canzoni, le sue, che in realtà non conosco, perché questo artista canadese, non l'ho mai sentito cantare prima d'ora: "devi andare al Nidaba a sentirlo", mi aveva scritto l'amico Maurizio Pratelli e non c'é niente di meglio che fidarsi dei consigli degli amici. Quelle che riconosco, però, sono una manciata di cover che Bocephus sembra d'essere in grado di fare meglio di chiunque altro. Come quando, ad esempio, canta Isn't It A Pity di George Harrison o una Will The Circle Be Unbroken che non riesci a non saltar su dalla sedia ed andresti di corsa sul palco a cantarla insieme a lui, tanto é bella. O come quando tira fuori dal cappello a cilindro una Papa Was A Rolling Stone, così bella e intensa che un tizio davanti a me si mette a piangere quando finisce la canzone, tanto era il tempo - dice - che non la sentiva suonare così.
E' quasi l'una e mezza e Bocephus suona ancora, come e meglio di prima; lo guardi e pensi che potrebbe tirare tranquillamente mattina, lui e noi insieme a lui e senza neanche troppe birre a farci compagnia. Mi tocca andar via, invece, e son sicuro che mi perderò una di quelle Racing In The Street che solo lui é in grado di fare. Ma io, tra poche ore, devo passare dalle note di una chitarra ad una manciata di volti sdraiati su letti d'ospedale ed é giusto che sia così, ad ognuno il suo, basta non smettere di mettere il cuore con passione, lì dove si é chiamati a stare.

Mentre torno a casa ripenso a quel tizio e al fatto che si può arrivare a piangere per una canzone. Forse é un po' eccessivo per un classico dei Temptations, seppur suonato bene. Ma dove ci sono lacrime ed emozioni puoi trovare anche cuori desiderosi d'incontrare ciò che sa d'amore vero e sono segni di speranza attaccato ai quali mi piace poter sempre stare.
Io, intanto, da domani voglio procurarmi tutti i dischi di Bocephus che, per una notte, é stato il re del Greenwich Village del mio cuore. Che la prossima volta che vengo a sentirlo, voglio riconoscerle, le sue canzoni. Chissà che non scappi una lacrima anche per quelle.


Friday, December 30, 2011

HURT AND BLESSED, HEART OF MINE

Dolore e benedizione bussano a braccetto alla porta del mio cuore.
Ho trovato una bella canzone, Johnny Cash, ed una bella frase, Benedetto XVI.
Entrambi sanno sempre come fare a ferirlo.

Buon anno a chiunque passerà da qui.

"L'uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?
Quando, in una prima fase dell'assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l'ordine dell'esistenza umana, si ha l'impressione che le cose funzionino ancora abbastanza bene, anche senza Dio.
Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l'uomo, nell'ebbrezza del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, "perde" sempre di più la vita.
La sete di infinito é presente nell'uomo in maniera inestirpabile. L'uomo é stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui"
(Benedetto XVI)

Sunday, December 18, 2011

IN UN FRAMMENTO, IL TUTTO

L'hanno fatto di nuovo. Mi hanno spostato un'altra volta la macchinetta del caffé. E stavolta l'hanno messa laggiù in fondo, in un angolo, incastrata tra tavoli e sedie ricoperti da teli impolverati, arredi di un salone d'ospedale che qualcuno sta aggiustando. Lavoro di operai, sincronizzato con quello di medici e infermieri, tecnici di laboratorio e portantini, umanità che corre, sbuffa, piange, ride, si abbraccia e si scontra in questo luogo senza spazio e senza tempo, dove si prova a rabberciare le ferite dei corpi, senza occuparsi mai abbastanza di quelle dell'anima.
Perché lo facciano - spostare in continuazione quella benedetta macchinetta del caffé - ancora non l'ho capito. Forse é per confondermi le idee, distogliere la mia attenzione su ciò che vale veramente, quello che mi tiene in piedi, alle tre del mattino come a mezzogiorno.
Il panorama e le luci della città, però, sono sempre al loro posto. Quelle non sono riusciti a toglierle, non ce l'hanno fatta con loro. E così sono finite a fare da sfondo a una finestra lunga, disposta davanti ad uno spazio enorme, tutto nuovo. Disposizioni anti-incendio, hanno spiegato. Già, come se bastasse. Creare un po' di spazio intorno alle ferite che bruciano per mettere tutto a posto, spegnere ogni tipo di fuoco. Le ferite di chi sta qui dentro e le altre, di tutti quelli che sono ancora fuori.

Ci sono un sacco di ferite in giro, se ne sente parlare in continuazione, anche adesso che é Natale, questo Natale che tanta gente dice di non sentire più. A dire il vero, non so se l'abbiano mai sentito prima. Ho una gran paura di no. Forse erano troppo presi a pensare a molte cose che non c'entravano nulla e così, adesso che cominciano a scarseggiare anche quelle, sentono tremare il terreno sotto i loro piedi.
Qualche giorno fa ne ho letta una veramente bella. Parlava del sogno di una giovane donna, sogno terribile. Lei si sveglia al mattino e corre dal marito. E' fragile e talvolta un po' insicura, come tutte le donne che aspettano un bambino. E dice che non riesce a capire quel sogno, ma crede che riguardi il figlio che sta per arrivare. Solo che quel figlio non lo nomina nessuno, anche se tutti corrono in giro da settimane a preparare quella che sembra una gigantesca festa di compleanno per lui. Lui però non c'é, non compare, non viene mai neppure nominato. "Sai Giuseppe? - gli confida tra le lacrime - Tutto era così bello e la gente così contenta, ma io avevo una gran voglia di piangere perché nostro figlio era completamente ignorato, non desiderato nella sua festa...".

Desiderio. Strana parola. Una di quelle che la gente oggi ignora. O che forse, invece, in qualche modo conosce ancora, ma ne ha perso di vista il vero significato. Cosa desiderare oggi? Di uscire dalla crisi? Di avere un futuro dall'orizzonte meno incerto? Di soffrire di meno e godere e divertirsi di più? Certo, a nessuno piace soffrire, ma il desiderio é qualcosa che ha a che fare coi bisogni e con il cuore, e che trascende il fatto che la vita debba passare a volte anche da una porta stretta.
Se il desiderio ha a che fare col bisogno, mi viene da pensare ad Uno che partiva sempre da quello per muovere ogni suo passo. Uno vissuto tanti anni fa, e che era nato proprio a Natale. Uno che partiva dal bisogno per poi condividere tutto l'umano con uno stile di vita proprio, che gli derivava da un rapporto d'amore: quello che viveva all'interno della Trinità. Perciò, alla fine, la domanda di pienezza e di felicità, costitutiva del cuore dell'uomo, finiva per avere un reale compimento. Ecco perché c'é un sacco di gente - me compreso - che rischia di non sentire più né questo né tutti gli altri Natali che verranno. Perché se non si parte da qui - il vero bisogno del nostro cuore - tutto si svuota di consistenza.

Ho preso il mio caffé, laggiù alla macchinetta, e me lo sono portato fino a qua, quella finestra lunga davanti alle luci della città. Toh, non me ne ero accorto prima, ma adesso ci hanno aggiunto davanti qualcosa. Un tavolino del soggiorno, ricoperto da un telo, e sopra le casette, la grotta ed i pastori. E' davvero tutta un'altra cosa adesso. Ora sì che il panorama mozzafiato di quassù comincia a rispondere ad un bisogno.
E' un piccolo frammento di gioia, quello che si fa strada, mentre il mio sguardo si sposta dalla città per soffermarsi su quel Bambino, piccolo e indifeso, ma capace di riscattare tutta l'umanità. Ed é come se, a poco a poco, anche i mille occhi che stanno laggiù, dentro tutte le case illuminate della città, convergessero il loro sguardo fino a qui, una piccola capanna, un frammento d'universo.
Ma in quel frammento c'é il Tutto ed io non ho bisogno d'altro per sentire che adesso davvero ogni cosa mi appartiene: "Tutto é vostro - diceva San Paolo - ma voi siete di Cristo e Cristo é di Dio".
Che bella avventura, l'attimo presente della vita.

Sunday, December 11, 2011

SAVE IT FOR A RAINY DAY


Continuava a piovere incessantemente. Ogni goccia infradiciava di continuo il suo corpo e i suoi pensieri, senza riuscire a lavare la mente da tutte le polveri sottili che continuavano ad inquinarlo sempre più. Quanto grande era la distanza tra quel che sentiva di voler essere e la sperimentazione del suo quotidiano fallimento, quella contraddizione chiamata peccato, che la società moderna aveva tragicamente svuotato di significato, lasciando l'umanità alla deriva di se stessa e rapinandola dal desiderio più grande che essa possedeva: quello della redenzione.

Quella sera non riusciva ad addormentarsi. Ogni volta era così: un desiderio irriducibile di tornare sui suoi passi, correggere pensieri, parole, opere ed omissioni, collimarle una volta per tutte alle intenzioni, quelle di cui é lastricato quel luogo dove é sempre pianto e stridore di denti. Eppure, poco a poco, stava cominciando a capire. Da pietra che rotola, cominciava a sentirsi finalmente uomo nudo sul palcoscenico della vita. Si stava svuotando un po' alla volta del suo orgoglio ed era doloroso, certo, ma gli stava facendo sperimentare il dolcissimo gusto della libertà. L'indomani sarebbe tornato su quei passi, ma solo per chiedere scusa dell'ira dei suoi gesti e delle sue parole. Avrebbe affrontato il conflitto, scacciato l'ansia che gli creava lo starci dentro, e provato a ricreare un frammento di fraternità. La forza, che sentiva di non avere, l'avrebbe chiesta ad un Altro. E quella sera, prima d'addormentarsi, la chiese anche a tutti gli amici che erano già lassù, quelli partiti troppo presto da quaggiù, quelli che, perché viventi nell'abbraccio di un Padre, ora erano capaci d'amare d'un amore senza limiti.

Lacrime e gioia accompagnarono con stupore il suo cammino il giorno dopo. E fu sperimentare il già e non ancora: la voglia di verità e bellezza che abbiamo dentro e come essa debba tragicamente convivere con la capacità di far del male. Ma capì ugualmente che si può essere amici, cioé testimoni, anche dentro la contraddizione, perché é sempre e soltanto l'amore di un Altro che si fa strada da sé.
Le polveri sottili continuavano a sporcare gli abiti e la mente, ma ormai non gl'importava più, ora che una misericordia lo aveva abbracciato e poteva sentirne forte il suo calore.
D'ora in avanti l'avrebbe portata sempre con sé.
E avrebbe salvato ogni nuovo giorno di pioggia.


Friday, December 02, 2011

INNI


"Quand Sigur Ros joue, les volcans islandais font silence"


Sigur Ros é il nome dato ad un gruppo post-rock, recita l'onnipresente ed onniscente Wikipedia, Treccani degli studenti di oggi, ragazzi abituati a gestire l'enorme flusso d'informazioni presente oggi nella rete, spesso senza aver acquisito né il senso critico per valutarle, né una conseguente capacità di analisi e di concentrazione su qualcosa che duri più di un paio di minuti. Problema che riguarda anche gli adulti, d'altra parte. Si scorre tutto velocemente ed anche un blog diventa valido solo se si aggiorna quotidianamente, se acquista lettori in base al flusso, neanche si trattasse di FTSE Mib o Dow Jones invece che di narrativa. Il figlio di un mio amico, ottimo scrittore, ha un blog, dove pubblica un post al mese. Uno solo e non di più, perché - dice - altrimenti non riesce più ad applicarsi seriamente alla lettura ed alla propria scrittura, lui che scrive come minimo tre o quattro ore al giorno, perché scrivere é un lavoro come un altro e quindi bisogna continuare a praticarlo con impegno e serietà, ogni giorno. Un post al mese, che viene voglia di leggere più di una volta al mese. C'é da imparare da gente così.


Post-rock, dunque. E cosa vuol dire? Che il rock é morto? Già lo sapevamo. Epoche della musica come quelle della storia, moderna e post-moderna? Mah, argomenti di poco interesse, tutto sommato. Quel che conta é che la musica sia buona e basta. E l'ultimo disco del gruppo islandese, primo vero lavoro dal vivo della band, é cosa bella e giusta.
Dice il sito ufficiale che quello di Inni é una sorta di percorso a ritroso, una strada di ritorno dopo essere partiti ed arrivati a Heima, che sposta l'attenzione sui singoli musicisti e sul prodotto del loro stare insieme - la musica - dipinto con le sole tinte del bianco e nero.
E' davvero così. Se Heima ci aveva affascinato con il magico accostamento delle sonorità di Jonsi & soci ai colori suggestivi dei paesaggi delle terre del nord, allo stesso modo é il bianco e nero che serve ora a camminare lentamente, ma con intensità, lungo questo nuovo percorso così introspettivo. A corredo del doppio cd, un dvd con immagini dal vivo, anch'esse prevalentemente in bianco e nero e filmate con una tecnica di ripresa che intensifica le emozioni attraverso tagli ed inquadrature bizzarre o messe a fuoco inusuali. Si é costretti a concentrarsi sulla musica, lasciando perdere tutti gli orpelli che non servono a penetrarne i recessi più nascosti per raggiungerne il senso più profondo. E si finisce per identificare quella stessa musica con il musicista e il suo strumento, si tratti dello xilofono o della bowed guitar (la chitarra suonata con l'archetto) oppure della stessa voce, quando utilizza ad esempio il vonleska (hopelandic, nella lingua inglese), efficacissimo metodo - accentuato dall' eterea voce in falsetto di Jonsi - che perde di vista il testo per trasformare le parole stesse in suoni da accoppiare alle melodie degli strumenti stessi.

In fondo mi sento un po' post-rock anch'io. Non m'interessano più gli stereotipi, le enciclopedie od infinite recensioni storico-biblio-musico-saccentografiche sparpagliate ormai un po' dappertutto. Mi appassiona sempre più ciò che riguarda la vita, musica che sia in grado di farmi aggrappare alla realtà, circostanze abbracciate e capaci di muovere l'anima ed il cuore, cuore attaccato dove deve stare, sul disegno del Volto buono del Mistero che ha a cuore sempre e soltanto il nostro bene.
Poco importa poi che questo accada mentre le note della musica fuoriescono dallo stereo dell'auto, riuscendo a trapassare anche la nebbia più fitta che la circonda al mattino, oppure nel profondo della notte, quando tutto ormai si é addormentato intorno a te ed al tuo sonno mancano ormai solamente le preghiere e l'ultimo esame di coscienza del giorno.
Un inno é qualcosa che nasce da quello che ti é maturato dentro e che ha fatto uscire gratitudine e gioia, desiderio e speranza che poggia su ciò che non muore. Musica come questa ci riesce, che poi si tratti di rock o post-rock é solo un dettaglio.
E' di anima che si tratta. E questo mi basta.

Tuesday, November 22, 2011

SHELTER FROM THE STORM

Ecco, é solo questo, in fondo. Una canzone da far camminar da sola.
Le hai dato vita e l'hai lasciata andare, tutto qua.
Solo questo il trucco, così semplice il tuo segreto.
Un uomo nudo, lassù sul palco, senza più nulla da nascondere. Pietra che non rotola più, direzione di casa che non é più smarrita. Cercasti tutto il tempo quella strada, tu che eri nato troppo lontano dal luogo dove saresti dovuto stare. Ma ora, finalmente essa era là, rifugio dalla tempesta, attraente come donna dai bracciali d'argento ai polsi e fiori tra i capelli. "Laggiù, più avanti, uno strano mondo stava per svelarsi, un mondo tuonante, dagli spigoli taglienti come fulmini". Molti non capirono, o non vollero capire. Ma tu entrasti senza esitare, e noi con te. Thank you Bob.


Wednesday, November 16, 2011

TOGETHER THROUGH LIFE

Cosa sta accadendo ora, Mr. Jones? In questo lunedì sera, in un palazzetto dello sport prestato al rock e gremito in ogni ordine di posti da migliaia di altri mister Jones, ognuno con la propria storia dentro, da vivere e raccontare. Ciascuno alle prese col proprio lunedì, col giorno più bello della settimana - come diceva quel tale tempo fa - perché lunedì é il giorno in cui tutto reinizia ed ogni cosa riaccade.
Quando scendo dall'auto, ho in mente la copertina di un disco. Non c'é la neve e non ci sono le auto del Greenwich Village di New York, anzi c'é solo la grigia ed umida nebbia di Milano, che rischia di raggelare il cuore. Ma chi mi stringe sottobraccio e scende dalla macchina con me, quella metà del mio cuore che ha già scaldato da un pezzo l'altra, e continua a farlo in ogni istante, rende il parcheggio del forum di Assago il luogo più caldo ed assolato al mondo. Le due metà di un cuore, insieme ad un altro concerto di Dylan. Together Through Life.

E pensare che questa sera non dovevo neppure essere qua. Due biglietti cercati troppo tardi, amici sguinzagliati alla ricerca di ciò che non c'é più. Desiderio che diviene rabbia per l'occasione perduta e poi, piano piano, lascia spazio ad uno sguardo verso le circostanze che ti dice che non sei tu ad organizzare la vita, perché quella stessa vita non si lascia organizzare da te. Ed é solo allora, quando lo sguardo si muta in amore anche verso ciò che é scomodo e stretto, che il miracolo accade. Bisogna saper perdere tutto per ritrovare ciò che vale. E allora anche i biglietti del concerto di Bob Dylan e Mark Knopfler saltano fuori. Yes, I believe in magic e il sogno si tramuta in realtà: la magia di due sedie in tribuna d'onore e di un posto auto dentro al forum. E quando, col telefono, ringrazio ancora un'altra volta l'amico grazie al quale siamo qui, la sua risposta é un disarmante "grazie a te per la tua amicizia". Together Through Life - appunto - anche qui.

Ricordo quando, nel 1979, uscì Slow Train Coming, il disco di Dylan della "conversione" alla fede cristiana, il disco fatto assieme a quel pezzo di storia del rock che porta il nome di Dire Straits. Decine di penne scrissero fiumi di parole, molte - come spesso accade - anche inutili. Io, che avevo solo orecchie per sentire, mi feci felice di quel lavorare assieme di Bob & Mark e, perché no, di partecipare di quel che Dylan aveva da dire e da dare, dentro quell'ennesimo pezzo di esistenza che aveva voglia di raccontare attraverso le sue canzoni.
L'amore per Dylan e per Knopfler ha continuato a camminare in tutti questi anni, due passioni a braccetto tra di loro, la gioia di poterli vedere sul palco ancora adesso, le rughe sul volto, i capelli di Mark che non ci sono più, andati via come la voce di Dylan, ma entrambi con la stessa voglia di rischiare la vita ancora là sul palco; loro due come ciascuno di noi, che rispetto a quel palco stiamo lì sotto, ma tutti uguali nel condividere l'avventura di una storia. Quando parte "Brothers in arms" non é nostalgia dei Dire Straits che si fa strada, ma solo un brivido che scorre sotto la pelle e che ti dice che in fondo é propro questo che siamo, tutti quanti: fratelli d'arme, nonostante tutto. Lo scrivo ad un amico, un sms sulle note della canzone, lui é appena un po' più avanti di me, lo posso vedere laggiù nel parterre. Non mi risponde subito, aspetta la canzone successiva a farlo: "On a speedway to Nazareth", mi scrive. Together Through Life, one more time.

Sul concerto di Dylan ho già letto e sentito tanto. Tutto e il contrario di tutto. Che Dylan ha ancora una bellissima voce, una nuova voce, un'altra di tutte le sue voci. O che di voce, invece non ne ha più. Che la band gira a mille, che Charlie Sexton l'ha rivitalizzata. O che invece questa degli Stu Kimball e dei Tony Garnier é ancora la stessa band di zombies che girava sino a poco tempo fa. Che il Dylan che suona la chitarra monoaccordo, l'armonica monofonica, le tastiere plinky plonk é inascoltabile. E che invece no, é Jerry Lee Lewis, é Robert Johnson, é - semplicemente - sempre e soltanto Bob Dylan. Che il suono di questa band é inascoltabile e che no, che diamine, é una fucina che sprigiona energia e passione.
Di tutto questo, al fondo, non m'importa nulla. Ho sentito i brividi lungo una Tangled Up in Blue dove l'uomo, inquieto, vagava per il palco convinto che a quel Mister jones stesse finalmente per accadere qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse. E mi sono accasciato sulla sedia davanti all'anticlimax di Spirit On The Water. L'ho guardato mentre cercava di ridar vita per l'ennesima volta ad una furiosa Highway 61 o ad una sempiterna Like A Rolling Stone. L'ho guardato, con tenerezza, quando ha alzato le braccia, neanche fosse, la sua, una recita del Pater Noster, alla fine dello show.
Non m'importa nulla, perché quel che mi sta a cuore veramente sono pezzi di strada percorsi assieme. Anche stasera ero qui, con Dylan, con Mark e qualche migliaio di altra gente. Pezzi di vita, cuori mescolati assieme, frammenti di reciprocità. Non c'é da scriverci sopra e neppure c'é bisogno di parlare. Solo di camminare insieme, lungo la strada che porta verso casa. Ain't talkin', just walkin'. Together Through Life.