Sunday, September 04, 2011

UNA VIA D'AMICIZIA


Il fast food del Meeting é pieno di gente, come al solito. Un tavolo conquistato con fatica, ma un tavolo, da riempire con gli amici, alla fine si trova sempre. Lo Stefanone é seduto davanti a me, pacioso e sorridente. Poco più tardi me lo ritroverò anche sullo sfondo di una bella foto, il mio figlio più piccolo sulle sue spalle e, dietro, un titolo, che parla d'esistenza che si fa capace di diventar certezza. Me lo ricordo, Stefano, quando aveva quindici anni e adesso é un simpatico ingegnere di un metro e novanta, che quando ho un problema col computer me lo risolve sempre. E che quando ho visto per la prima volta un computer, lui era appena nato e accidenti al tempo che passa così in fretta. "Ma perché uno che non é di CL deve leggere Tracce?", mi chiede. Suo padre, il mio amico Paolo, mi guarda con un sorriso. "Spiegaglielo tu", sembra volermi dire con lo sguardo. "Ne hai uno davanti - gli rispondo - che ama quella rivista e non é del Movimento". "Vabbé, ma tu non fai testo - mi dice - il Movimento ce l'hai in famiglia". Già, come se bastasse. Non é mica questo il punto. Il punto, gli dico, é che, se non si sta attenti, siamo sempre alle prese coi pregiudizi. Giudizi, cioé, dati senza avere a cuore di provare a conoscerla, una famiglia. Ecco cos'é che ci frega sempre, perché la vera conoscenza presuppone il desiderio e l'amore, amore incondizionato per ciò che hai di fronte e ti sfiora nell'istante.
Ed é solo facendo così, solo con uno sguardo largo, carico d'amore, che puoi sperare d'afferrare qualcosa della Bellezza che ti passa accanto.

Quante volte sono già stato al Meeting? Non me lo ricordo più. Tante, certamente. Così tante che questo é un posto dal quale, alla fine dell'estate, non mi riesce più di non passare. Perché qui, ogni volta, inevitabilmente, é un nuovo inizio. E si sa che l'anno nuovo comincia a settembre e non solo per quelli che vanno a scuola.
Che poi, a scuola, in fondo abbiamo bisogno di andare sempre tutti e guai a chi crede d'aver già imparato e capito tutto. Anzi, io a quasi cinquant'anni, se ho compreso qualcosa é quanto sia sempre più grande il cumulo delle mie incertezze e fallimenti. Ma anche, per fortuna (o si chiama grazia?), di quanto ci sia sempre più Chi sostiene ogni giorno il mio passo.
Vabbé, sta di fatto che questa del Meeting é davvero una gran bella scuola. Fa venir voglia di rimettersi con nuova lena sui banchi di scuola della vita.

La prima isola di buona energia, che incontro lungo la mia navigazione, si chiama rapporti. Il primo giorno, quando attraversiamo la fiera di Rimini, troviamo un amico ad ogni passo. E' un soffermarsi continuo, che allarga, un po' alla volta, questo benedetto cuore, che, se non stai attento, rischia sempre d'indurirsi. Ogni volta é così - ci diciamo con mia moglie - tutti gli anni la stessa cosa. La prima cosa che ti colpisce del Meeting quando arrivi qui. Incontrare continuamente un pezzo della tua storia, dentro al volto degli amici a cui stringere la mano, da abbracciare dopo un po' che non ci si vede, con cui raccontarsi di come va e di come ciò che stai vivendo sta di nuovo rimettendo in pista la tua strada. Amici che, allo stesso tempo, sono tali perché son testimoni. Testimoni, se non altro, dello sperimentare che l'essere uniti nel Suo nome, genera la Sua presenza. E con Cristo che cammina insieme a noi, tutto, anche i corridoi della fiera, diventa davvero un'altra cosa.

Lungo quei corridoi, a un certo punto, incrocio anche padre Aldo. Sta parlando con Stefano Alberto, ma intorno, stranamente, non c'é nessuno. Basterebbe poco, mettersi un attimo in disparte ed approfittare, appena libero, per stringergli la mano. Ma non c'é tempo e forse non é neppure il caso: mia moglie e gli amici chiamano a sé e l'attimo fuggente scappa via. Lo ritroverò, comunque, padre Aldo, l'ultimo giorno, quello dell'incontro più importante; quello che spiega a tutti noi il titolo di un libro - "Ciò che abbiamo di più caro", dialoghi di don Giussani con gli universitari - ma anche l'essenza di ciò che sta a tutti a cuore.
"Chi sei tuo o Cristo - ci racconta con incredibile trasporto - che, a distanza di 22 anni, mi fai essere qui a dire che è vero quello che Giussani testimonia? Se sono qui è per testimoniare che non c’è nulla, nemmeno la follia, che possa impedire all’uomo di dire tu a Cristo. Solo adesso, dentro un lungo, faticoso, doloroso cammino, io posso dire che Lui, il mistero fatto carne in Cristo, è ciò che di più caro possiedo, perché tocco con mano adesso (ora, altrimenti non avrebbe più senso) che io, proprio io con la mia follia, sono ciò che è più caro per lui, per il mistero, per Cristo”.
Da questa esperienza del mistero, da questo riconoscimento ‘io sono tu che mi fai’, da questa drammatica letizia è sbocciata la coscienza del mio io. A pagina 286 del libro, in una lezione tenuta a Corvara proprio dal professor Borgna, si legge: ‘Mi ha impressionato il fatto che siamo tutti folli... non facciamo fatica a capire che l’equilibrio assoluto non ce l’ha nessuno. Da questa mancanza di equilibrio, di proporzione scaturisce quella irrequietezza di cui si parlava, che può andare a finire nell’angoscia’. Questa dissociazione dell’io, questa follia appartiene a tutti perché frutto, sono parole di don Giussani, del peccato originale”.
“Cosa mi ha salvato da questa mia pazzia, cosa ha ricostituito il mio io dissociato? Un incontro, non un incontro qualsiasi ma con qualcuno con cui ho sperimentato la stessa tenerezza di Gesù con Giovanni e Andrea, Zaccheo, l’adultera, la samaritana, Matteo. Un incontro mendicato, cercato disperatamente perché senza una libertà instancabile che grida, l’io non si muove: l’incontro con don Giussani, l’abbraccio di don Giussani. Mi ricordo il giorno, era il 25 marzo 1989. Rivedo gli occhi luminosi di quell’uomo mentre mi parlava di Cristo parlando lui con Cristo. Quell’abbraccio era l’abbraccio di Dio. Dal giorno di quell’abbraccio ho sperimentato la differenza tra l’essere figli e discepoli
”.
Quello di padre Aldo, alla fine, é un grido che sa di passione: “L’esperienza dell’abbraccio è una necessità, perché la vita non si impara: è ricevuta. È trasmessa da un padre. Mi ami tu? Un abbraccio che si trasforma in amicizia, compagnia, sostegno”.

Amici, cioé testimoni, al Meeting ce n'é ad ogni angolo. Come Veronica Asaba, per esempio, giunta sino a qui dall'Uganda. Il libro che racconta la sua storia - "La ragazza che guardava il cielo", di Alberto Reggiori - risulterà il più venduto. E sentendola parlare si capisce il perché. La strada che porta alla sua conversione non passa solo dalle stazioni della malattia (la sieropositività), della morte e dell'abbandono dei familiari, ma soprattutto da quelle, numerose, degli amici. Ancora loro. Quelli di Veronica sono gente che l'accompagna davanti al padre, solo per dirgli: "Noi siamo amici di sua figlia, vogliamo che sia felice e vogliamo accompagnarla verso il battesimo". E padre che, davanti ai testimoni, finalmente capisce e dona il suo permesso. “Padre, lascia che ti dica una cosa - sono le parole di Veronica, alla fine del libro - il regalo più dolce e voltarsi indietro e poter sorridere e guardare con tenerezza il dolore passato, che non è stato inutile. Beato l’uomo e la donna che possono voltarsi indietro e sorridere a qualcuno”.

Testimoni sono Marcos Zerbini e Paul Bhatti, che ti raccontano come si possa fare politica in modo nuovo, perché l'esistenza é diventata certezza di un Incontro. Paul Bhatti é un pakistano, già medico in Italia ed ora Consigliere del Primo Ministro del Pakistan per le minoranze religiose. Paul ha preso il posto di Shahbaz, suo fratello, ucciso da estremisti islamici nel febbraio di quest'anno. Legge il suo testamento, diffuso dalla stampa in occasione della sua morte. Roba già sentita? Macché, é roba che ti fa scorrere un brivido sotto la pelle anche se te la dovessero rileggere ogni giorno. "Mi é stato chiesto di porre fine alla mia battaglia - aveva detto Shabhaz - ma io ho sempre rifiutato, perfino a rischio della mia vita stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni, parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù". Senti Shahbaz e guardi Paul. Lo stesso volto, la stessa passione. Lo stesso cuore che desidera cose grandi. Anche a costo della vita.
E poi arriva Marcos, parla poco dopo Paul. Marcos Zerbini, chi é costui? Un altro politico? Anche, certamente. Ma c'é di più. Marcos parla alla fine. Del suo impegno nel parlamento brasiliano e non solo. Con sua moglie Cleuza ha fondato l’Associaçào dos Trabalhadores Sem Terra, che nel corso di pochi anni ha aiutato 100 mila persone ad acquistare un terreno ed una casa di proprietà. Il 24 febbraio 2008, di fronte a 50 mila persone, Marcos e Cleuza consegnano il loro movimento nelle mani di Julián Carrón, responsabile di Comunione e Liberazione. Lo sappiamo già un po' tutti, ma lui non ce la fa: sente il bisogno di raccontare di nuovo la sua storia. Ed é questo, in fondo, che abbiamo bisogno di sentire anche noi.
"E' stato grazie all'incontro col carisma di don Giussani - dice Marcos - che abbiamo cominciato a capire la nostra stessa vita. Abbiamo visto davanti ai nostri occhi, in un istante, tutto il filmato della nostra vita. Eravamo "impiegati di Cristo", ma oggetto del Suo amore. E' fondamentale fare esperienza di quest'amore e di quest'abbraccio. Solo così possiamo vivere la politica in modo adeguato. Solo così possiamo vivere il lavoro in modo adeguato. Solo così possiamo vivere il matrimonio in modo adeguato. Solo così possiamo vivere la vita in modo adeguato. Cerchiamo di ascoltare sempre di più il cuore, il sentimento e la gioia, strumento che Dio ci dà per capire il Vero, ciò che veramente ci corrisponde. Come dice Carron: "una bussola che ci mostra la strada sino a Lui".
"Grazie amici - finisce Marcos - per averci aiutato a costruire questa storia, affinché io e Cleuza potessimo incontrarla. Voi, amici, avete letteralmente salvato la nostra vita, aiutandoci ad incontrare il Volto di Cristo incarnato. Per questo vogliamo riaffermare il nostro amore, la nostra fedeltà a questa storia"

La storia di Marcos, in fondo, é la mia storia. Stessa gratitudine per un abbraccio. Stessa memoria di un incontro. Quello che feci, anni fa, con colei che sarebbe divenuta mia moglie ed i suoi amici, che risvegliarono in me un desiderio ed una nostalgia. Perché senza desiderio e nostalgia di tutto ciò che sa di bellezza, pienezza e verità, é difficile tirar sera senza lacrime e rimpianti. Quando li incontrai avevo messo dietro alle spalle da tempo la volontà di seguire le orme di Cristo dentro la sequela di una vita di comunità. Ma il fascino di un'amicizia mi riconquistò. E mi rimise sulla mia strada, dentro la Chiesa e dietro al carisma di Chiara Lubich e del suo Movimento dei Focolari. E' per questo che ciò che ho di più caro, oltre a Cristo stesso, é una foto che fa bella mostra di sé al centro del salotto di casa: quella di Chiara e di don Giussani che si stringono la mano, sullo sfondo della cattedrale dedicata al primo papa della Chiesa.
Ed é per questo che, come Marcos, non posso che essere grato, finché avrò vita, dell'aver incontrato Dio dentro una via d'amicizia. Gratitudine e memoria. Felicità di un centuplo già sperimentato quaggiù. Così ogni mattina, finché, l'ultimo giorno, come disse Chiara, vorrò anch'io arrivare davanti a Lui col "mio sogno più folle": "portarti il mondo tra le mie braccia".
"Padre, che tutti siano uno!"



Tuesday, August 23, 2011

CAHIERS DE FRANCE (13) - VIANDANTI


Il mio viaggio finisce dov'era cominciato: davanti al mare. Perché tutte le strade finiscono sempre davanti al mare. Mentre scrivo queste righe - carta e penna come una volta - il sole é caldo, le onde lontane e la gente é ancora a casa a dormire. Le prime ore di uno splendido mattino su una spiaggia della riviera ligure di Ponente. Il mattino, al mare, é il momento migliore, quando i dolori ed i fantasmi della notte se ne sono andati via e la speranza si riaccende, prima che, anche qui, il mondo si rimetta a correre e ad urlare.

Alla fine ho scoperto cosa significa, in bretone, Startijenn. No, come si pronuncia, ancora non l'ho capito. Ma il significato di questa parola é energia ed io, isole di buona energia, ne ho trovate davvero tante. Eppure la cosa più bella l'ho pescata una volta giunto a casa. Ed anche questo lo sapevo. Che tutte le strade, prima o poi, riconducono a casa. La cosa più bella - dicevo - l'ho trovata leggendo una frase di Benedetto XVI al milione di giovani della spianata di Madrid: "Non siamo viandanti verso l'abisso, verso il silenzio del nulla o della morte. Siamo pellegrini verso di Lui, che é la nostra meta e la nostra origine".

E allora adesso sì, che sono pronto per ripartire di nuovo ed ancora verso il mare. Il muso dell'auto, stavolta, puntato verso sud, una Rimini dove altre centinaia di migliaia di persone stanno già scommettendo su una nuova avventura.
Quella che l'esistenza possa diventare un'immensa certezza.

(6-fine)


Monday, August 22, 2011

CAHIERS DE FRANCE (12) - PIETRE VIVE



Accadde di notte. Fosse sogno o realtà, poco importa. Una notte d’autunno di quel lontano 708, notte poco tranquilla in cui ad Aubert, vescovo di Avranches, venne negato il riposo. L’arcangelo Michele lo scosse dal sonno, ordinandogli di trasformare in santuario il monte Tombe, isolotto di granito in mezzo alla baia più infestata dalle maree di tutta Francia. Inizia così la storia di Mont Saint Michel, il luogo più visitato del paese, tappa per secoli del perocorso di pellegrini, in cammino verso Roma o Santiago. I monaci benedettini vi giungono appena i duchi di Normandia hanno la compiacenza d’andar via ed é un nuovo inizio: l’abbazia romanica che viene su; poi è fuoco d’incendio, che costringe a ricominciare un’altra volta, e tutto, merletti di pietra ed archi rampanti, è sempre più proiezione verso il cielo: nasce la Merveille ed il suo splendore, spirituale e intellettuale, rischiara tutta la comunità.
Mont Saint Michel è ultimo lembo di terra normanna, ma guide di Bretagna e Normandia ne rivendicano ciascuna appartenenza a sé. Come il gioiello più prezioso di un tesoro, si fa a gara per averne il possesso. L’ingresso al Monte, un portico che fa breccia nella possente cinta delle mura, dà accesso ad una stretta via, che, dopo la locanda della Mère Poulard, s’inerpica lentamente in alto, verso la chiesa.
Ogni ombra del fascino antico è irrimediabilmente persa per chi percorre questa via nelle comode ore del giorno; molto meglio giungervi all’imbrunire, quando il terreno è ormai sgombro dei turisti e le ombre iniziano ad allungarsi sinistre nella baia, facendo a gara con la marea montante. Il nostro ennesimo viaggio, lungo scale, cortili e stanze dell’abbazia, predilige questa volta le ore notturne, dove i giochi di luce creati dai moderni padroni della cattedrale hanno saputo creare impagabili suggestioni. Poi, arrivati lassù, nell’abside della chiesa, monaci e suore vi cantano come solo gli angeli sono capaci di fare. Sono i canti della Fraternità di Gerusalemme, nuova incarnazione del mai defunto carisma di San Benedetto. E quando, all’indomani, nel corso della liturgia domenicale, quegli stessi monaci e suore, passeranno di panca in panca per stringere col loro sorriso le mani dei fedeli, l’unione tra terra e cielo non sembrera più il già e non ancora, ma un sogno che, come d’incanto, è diventato realtà.

Altri monaci ed altre suore, della medesima comunità, ravvivano oggi il fuoco della fede anche a Vézelay. Un gioiello d’architettura, nel cuore di una Borgogna che non è solo vigne e campi di frumento, lasciato troppo a lungo in balia di occhi oscurantisti e illuministi, ma per fortuna conservato intatto sino ad ora. Dopo la guerra, nel 1946, pellegrini d’ogni nazione s’incamminarono sino a qui, desiderando di ritrovare nella fede un’ideale che nessuna bomba facesse più crollare. Ogni popolo dietro ad una croce di legno, finché anche la comunità dei prigionieri tedeschi chiese di costruirne una, per unirsi a quel nuovo cammino di speranza. Oggi tutte quelle croci fanno bella mostra di sé, lunga la navata della splendida abbazia, ma quella di Germania è la più bella: dice al mondo che il male non prevarrà, non avrà l’ultima parola sul destino delle cose.





Obiettivo della Fraternità monastica di Gerusalemme è l’essere pietre vive, testimoniando la bellezza della liturgia. E basta davvero poco per rendersi conto di come sappiano fare bene il proprio lavoro. La comunità cristiana è forse piccola a Vézelay, come lo è a Le Mont Saint Michel, ma è viva e sana. Ma anche questa storia, del seme che sembra morire in inverno per poi rinascere a primavera, è storia già scritta. Storia singolare, ma sempre attuale. “il germe sembra rinascere proprio là dove la terra sembrava inaridita” - scrive Marina Corradi su un editoriale di Avvenire dello scorso 11 agosto, dopo un viaggio a Parigi ed in Spagna - dove sembra prevalere la secolarizzazione. Ma “il seme morto rispunta, invece, ancora, ostinato; e vive e genera, duemila anni dopo”.

(5-continua)


Friday, August 19, 2011

CAHIERS DE FRANCE (11) - NOSTRA SIGNORA DI CHARTRES


Non è un lungo pellegrinaggio a piedi, quello che mi porta fino a qui, un cammino come quello che Charles Péguy fece da Parigi. Eppure il percorso che mi conduce a Chartres è, a suo modo, altrettanto intenso e affascinante. Per mesi ho studiato ogni pietra di questa cattedrale, ho cercato di entrare nel mistero della capacità di carpentieri, scultori e mastri vetrai, che in soli ventisei anni riuscirono ad innalzare quel capolavoro d’arte gotica che è la cattedrale di Notre-Dame. Ventisei anni a partire da un venerdì di giugno del 1194, in cui un furioso incendio risparmiò solo la cripta e le torri della facciata dell’edificio principale ed in cui si pensò che il Velo della Vergine, quello indossato da Maria il giorno dell’Annunciazione, fosse andato irrimediabilmente perso tra le fiamme. Fu il suo insperato ritrovamento tra le braci, invece, a fare da vera e propria testata d’angolo della costruzione di una nuova chiesa, quella – più bella – che forse la Madonna voleva per sé ed alla cui ricostruzione una comunità intera - vescovi e commercianti, umile popolo e cavalieri - volle dedicare tutta la fatica ed il proprio denaro.

Ho già percorso altre volte la strada che, dalla periferia sud-ovest di Parigi, conduce sino a qui: la campagna della Beauce, infinite distese di prati verdi e campi di granturco, dai quali, già a molti chilometri di distanza, si possono scorgere le guglie della cattedrale svettare verso il cielo. Il viaggio è più veloce di quando viaggiatori e pellegrini di un tempo lo percorrevano a piedi o a cavallo, ma le sensazioni non sono poi così diverse, per uomini che abbiano conservato intatto il desiderio del proprio cuore.
Perciò, quando giungo davanti alla facciata, mi sembra d’avere in tasca, in qualche modo misterioso, le chiavi per aprire finalmente i cancelli della Bellezza, il portone dell’infinito capace di farsi solida certezza. Nel suo discutibile libro “I misteri della cattedrale di Chartres” – discutibile perché distorce, con occhio esoterico e massone, la realtà – Louis Charpentier almeno una cosa giusta era giunto ad affermarla: “l’armonia è rimasta intatta… e nessuno può vantarsi, anche intellettualmente, di uscire dalla cattedrale di Chartres identico a quello che era prima di penetrarvi”. E' proprio così: non si può rimanere indifferenti in questo posto. Ma il possesso di quelle chiavi non é esclusivo: si tratta di qualcosa alla portata di tutti, di chiunque abbia conservato un cuore sincero, non corrotto dal tempo e dalle cose, e capace ancora di desiderare cose grandi.

Il sole, passando attraverso il blu cobalto delle vetrate, illumina magicamente anche gli angoli più remoti della cattedrale, mentre fuori la luce di un tramonto surreale – quasi le dieci di sera e dietro ad ogni individuo si staglia ancora chiara la sua ombra – incornicia uno dopo l’altro i meravigliosi portali. L’angolo nord-est, direzione del sorgere del giorno al solstizio d’estate, è il luogo dove tutto reinizia, la porta della Natività, il compimento della Nuova Alleanza. Come uomini del Medioevo, incapaci di leggere e scrivere, ma custodi ancora di quel cuore sincero, si può compiere un percorso che, passando dal portale sud, giunga infine sino al Portal Royal, l’ovest della cattedrale e rintracciare così tutte le sorgenti del sapere. Non c’è contraddizione tra scienza e fede: Dio s’è incarnato e tutta la sua vita è qui rappresentata; ma la vita dell’uomo è importante ai Suoi occhi e la continuità della creazione è scolpita negli uomini al lavoro, nei numeri, nel suo sapere. Non ci sono urla né stridore di denti per chi sia stato capace di conservare quel cuore di carne. Il giudizio universale del portale sud e la rappresentazione dell’apocalisse ad ovest, l’ingresso della cattedrale, posto là dove il sole tramonta, non sono luogo di mistero e di paura, ma di speranza per chi si dirige ad est, verso il Levante, dove apparirà, come un nuovo sole, Cristo che sconfigge tutte le nostre fatiche e il nostro dolore. Anche il labirinto, tristemente coperto dalle sedie, al centro dell’enorme navata centrale, non è luogo che quel cuore lo schiacci o lo opprima. I pellegrini che lo percorrono in ginocchio oggi non ci sono più, ma l’ultimo passo, il “salto nella gioia” si può compiere anche adesso, ché la via d’uscita è uno sguardo verso l’alto ed il mito di Crosso, il combattimento di Teseo col Minotauro, è storia del passato: non siamo fatti per luoghi di morte, ma per la vita. E percorrendo in lungo e in largo tutta la cattedrale, le necessarie soste davanti a Notre-Dame de la Belle Verrière, al Velo della Vergine, a Notre-dame du Pilier, lo sguardo non riesce a fare a meno di andare continuamente fin lassù, le volte della chiesa. Perché la magia di quest’edificio di pietra è anche questa: un luogo dove mura, colonne ed archi rampanti convergono le forze verso il basso, attira invece irresistibilmente i nostri occhi verso l’alto. Nulla è superfluo, tutto è necessario. Ma ciò che è necessità, qui si é fatto anche Bellezza.

Alla fine, quando il giorno se ne va, giunge anche per me il momento d’andar via. Anche se non si tratta di un addio: piuttosto di un arrivederci, perché prima o poi qui ci tornerò. Ma c’è un’esistenza, là fuori, che chiama a sé, esistenza destinata a diventar certezza, ancor più bella - se vissuta bene nell’attimo presente - di dieci, cento, mille cattedrali. Nell’Annuncio a Maria, di Paul Claudel, Anna Vercors dice a Pietro di Craon, costruttore di cattedrali: “Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire”. Eccola, la vita che chiama a sé, l’avventura che mi aspetta. Ed é semplice, in fondo, basta saperle obbedire. Con Amore. Nella certezza che il nostro nome, da sempre, è già stato pronunciato. Da un Altro.

(4-continua)

Tuesday, August 16, 2011

CAHIERS DE FRANCE (10) - COSMIC FOLK



Ma come diavolo si pronuncia Startijenn?
Ecco quel che ci vorrebbe adesso, penso tra me e me, mentre cammino lungo la spiaggia di Perros Guirec, al ritorno da una scorpacciata di ostriche mangiate sul muretto di Cancale; ostriche pagate al prezzo delle cozze e coi gusci rigorosamente buttati giù, lungo la riva del porto, che così fan tutti da queste parti e non c’è nessun vigile che si sogni di venire a multarti, perché questa è proprio la tradizione del paese. Ci vorrebbe una bella birra o una buona bottiglia di sidro, possibilmente con un po’ di buona musica intorno, ecco quel che ci vorrebbe. Ed accade. Avviene che, come d’incanto, la musica venga a me. Si materializza dal nulla ed io non posso fare a meno di andarle incontro. Mi avvicino, arrivo sotto al palco, è un’isola di buona energia di cui abbiamo tutti bisogno.
Sono melodie dolci e accattivanti, a tratti quasi stregate. Note forti, decise, suonate con vigore. E chi é quello, lassù sul palco, che suona il suo strumento che sembra Jimi Hendrix mentre dà fuoco alla sua chitarra? Altro che flauto: con buona pace di Ian Anderson e dei suoi Jethro Tull (mai piaciuti i Jethro Tull), quella che sta suonando quel ragazzo é una bombarda ed è davvero tutta un’altra cosa. E il tipo lì a fianco, con la cornamusa, chi è che mi ricorda? Ma sì, è Malcolm Jones dei Runrig, è altrettanto bravo e spacca, eccome se spacca, pure lui. E poi la fisarmonica, che qui la chiamano accordéon diatonique, che potenza anche quella, insomma bisogna stare attenti, perché qua è tutto letteralmente un bombardamento. Dietro a tanta manna solista, poi, ecco il basso pulsante ed un drumming preciso, che fanno da perfetto tappeto sonoro su cui far scorrere la voce del cuore, ed una chitarra ritmica, che compie egregiamente il suo dovere. Quella di questi ragazzi è musica totale, folk rock cosmico, la lezione di Alan Stivell mandata a memoria e spinta oltre, fin lassù, dove danzano i folletti, le streghe e tutti i nostri sogni rock’n’roll. E Van De Sfroos dove sei, che manchi solo tu, e stasera il bretone è come il laghée e parliamo tutti la stessa lingua.


Ma la cosa più incredibile da vedere è la gente che balla sotto il palco tutte le danze della tradizione bretone. E come è bello vedere giovani ed anziani, accomunati dalla stessa passione, gioia e desiderio di stare insieme. Ecco cos’è la vera musica popolare, quella che non rinnega le radici, coniuga il passato col presente e sa far convivere le conquiste di un tempo e le giuste ambizioni per il futuro. Scatto qualche foto, sono così stordito che mi dimentico di avere in tasca un telefonino, con cui fare un filmato della festa. Poi mi avvicino al banchetto del merchandising: “le dernier?”, mi chiede il tizio là sotto. Sì, dammi l’ultimo, amico, e peccato che non ho abbastanza soldi per comprarli tutti, i vostri dischi.
Mi tocca andar via quando il leader della band inizia a presentare i musicisti, poco prima dei bis finali. Mia moglie ed i miei figli reclamano a sé una presenza, é giusto così, ma è davvero difficile scendere giù dal pianeta su cui ero salito insieme a questi extraterrestri. Sarà per la prossima volta, ragazzi, che ora che vi ho trovato, non vi perdo più di vista per davvero. Già, ma come cavolo si pronuncia Startijenn?

(3-continua)


Saturday, August 13, 2011

CAHIERS DE FRANCE (9) - EDEN A' L'OUEST


Vi è qualcosa d’atavico e ineffabile nell’abitudine dell’uomo a dirigersi così spesso ad ovest. Popoli interi o singoli emigranti, l’attrazione a seguire il corso del sole e giungere laggiù dove tramonta appare come qualcosa d’irresistibile. Anche l’asse longitudinale delle grandi cattedrali, quello che dall’abside percorre tutta la navata per giungere sino alla facciata della chiesa, è quasi sempre costruito lungo questo percorso che da est porta ad ovest, fino al luogo che si contrappone al Levante, dove apparirà, come un nuovo sole, Cristo che sconfigge la morte. Per questo a Chartres, ma anche nelle altre numerose chiese che fiorirono nel XII secolo in Francia, è rappresentata l’Apocalisse nel portone principale. Eppure il volto di Gesù, al centro del timpano del Portal Royal, non è di quelli che incutono timore; è un viso dolce, invece, quasi che la Parusia non sia un evento di cui aver paura, ma istante in cui tutta la vita dell’uomo possa finalmente ricomporsi in un’armonia a lungo cercata, in mezzo a mille dolori ed affanni.

Sarà pur vero che quel che importa non è dove si va, ma andare, eppure l’attrazione a puntare il muso dell’auto verso quel benedetto ovest, che fa capolino anche nei più oscuri meandri della mia mente, è troppo forte per opporvi un’adeguata resistenza. Allora i 160 chilometri che separano il tranquillo golfo del Morbihan dalla fine di tutte le terre, la Pointe Du Raz, estremità ovest del Finistère, sono nulla in confronto al desiderio di giungere sino ai confini di queste terre di mezzo. La strada da percorrere, diritta e silenziosa, ha intorno a sé una cornice di sole e nuvole di pioggia che danzano tra loro, mentre il sottofondo è un affascinante tappeto sonoro, strano mélange tra tradizione celtica e rock, come solo la musica di Alan Stivell è stata, negli anni, capace di fare. Suoni e canzoni ascoltati mille volte e che sembrano riuscire finalmente a liberarsi dallo spartito che le ha tenute rinchiuse, ora che hanno ritrovato la strada che porta verso casa. E quando, come richiamati da una sorta di magica alchimia, i fratelli di Scozia dei Runrig fuoriescono prepotentemente anche loro dall’iPod, ecco finalmente, lungo le note di Loch Lomond, stagliarsi all’orizzonte le lunghe scogliere della Finis Terrae.
Alla Pointe Du Raz, però, non si arriva poco dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio ed è giusto che sia così, perché la Bellezza è qualcosa che merita d’essere conquistato con fatica e con sudore. Ci sono ancora venti minuti da fare a piedi, lungo il sentiero che s’insinua tra rocce e campi d’erica in fiore e che, poco a poco, lasciano che lo sguardo giunga a conquistare sempre di più il mare.
Mare che, però, non è mai disposto a farsi afferrare per intero. E’ lui il vero padrone della terra, con le onde che, anche oggi, giorno di bonaccia, minacciano pericolosamente i fari più lontani, laggiù dove s’intravede l’Ile de Sein e ancora più in là, ove vi è solo il colosso di Ar-Men.

Eppure non può essere inferno, tutto questo, penso mentre, seduto sul bordo della scogliera, guardo il via vai incessante delle onde. Non lo è il faro di Ar-Men, così come quello della Jument, a dispetto della paura che il mare ha sempre messo addosso ai loro guardiani. Non lo è neppure il maestoso faro di Punta Saint Mathieu, l’altro estremo occidentale del Finistère, costruito a ridosso delle rovine di quell’antica abbazia che monaci benedettini erano venuti a costruire proprio qui, perché, ancora una volta, l’ovest non è più luogo dove tutto finisce, ma dove la Bellezza è risorta perché la gioia e la speranza possano non avere più fine.


E mentre, tranquillo, guardo ancora una volta tutta quella distesa d’acqua, alle mie spalle la statua di Notre-Dame des Naufragés, ultimo baluardo sulla terraferma della Pointe Du Raz ed unico porto sicuro per noi, poveri pellegrini in balia dell’ira della tempesta, mi tornano alla mente le parole che un prete brianzolo, che tanto aveva amato il mare, pronunciò un giorno neppure così lontano: “ma calmo o agitato, silenzioso od irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza; il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito”







(2-continua)

Wednesday, August 10, 2011

CAHIERS DE FRANCE (8) - ALTA MAREA


Rigiro tra le mani un libro, lo sfoglio, lo leggo qua e là. Cosa ci faccio qui, una mostra sul Madagascar nel mezzo del cuore della Bretagna, proprio non lo so; a me che, oltretutto, gli oggetti d’arte africana non sono neppure mai piaciuti più di tanto. Ma, tant’è, avevamo promesso a quel simpatico prete tutto nero e sorridente, incontrato a messa e poi di nuovo per strada, che saremmo passati a dare un’occhiata, perciò eccoci qui. Il libro che ho in mano, però, con l’Africa non c’entra proprio niente. In copertina il primo piano di un uomo bretone di circa cinquanta, sessant’anni, un bel cappellone di paglia in testa, l’espressione di chi abbia trovato il posto dove stare, dopo tanto peregrinare nella vita. “Sul cammino di mio padre”, è il titolo, che dice già tutto della storia di quest’uomo. Un percorso, faticoso, lungo le proprie radici, sulla strada che porta verso casa. Per un attimo mi c’immedesimo anch’io, su queste strade di Bretagna che non sono quelle delle mie radici, ma che ho già percorso quasi trent’anni fa e che cerco inutilmente di riconoscere ad ogni passo, mano a mano che le percorro. Alla fine lascio giù il libro, senza sapere il perché, esco dalla mostra e m’incammino nuovamente lungo la stradina che porta giù, al porto di Saint Goustan. E’ uno sbaglio e me ne accorgerò quando sarà irrimediabilmente troppo tardi per tornare indietro a comperarlo, la possibilità mancata di entrare dentro la storia vera di un uomo di quassù, d’immedesimarmi di più in ciò che mi stupisce e m’incanta ad ogni istante in queste terre del nord. Ma posso sempre provare a scrivere la mia, di storia, quella di un’avventura colta come qualcosa che sempre ci è dato, senza che nulla sia mai tolto. Ed è questo il fascino che m'attrae, ogni giorno che passa, a dispetto di un passo che talora sembra trascinarsi stanco.

Quando torniamo all’incantevole porticciolo di Saint Goustan, la marea ha raggiunto quasi il marciapiede, lambendo i copertoni delle auto lasciate incautamente parcheggiate, nonostante un bel divieto reciti tanto di data ed orario. In ogni tratto di costa, la vita di Bretagna viene scandita dalle regole del mare. Un’andirivieni incessante e quotidiano, l'acqua che avanza e si ritira, mutando continuamente i profili del paesaggio e la possibilità di percorrere alcune strade al posto di altre. Nella baia di Mont Saint Michel, il mare compie percorsi fino a quindici chilometri e nei secoli passati più di un pellegrino si trovò sorpreso nelle morse mortali della sabbie mobili o delle onde giunte al galoppo all’improvviso. In un’istante mi ritrovo col pensiero lungo l’infinita spiaggia di Perros Guirec: il tramonto estivo, in queste terre del nord, sorprende i pensieri anche con l’orologio che scandisce quasi le dieci di sera. Laggiù in fondo, dove ora c’è quiete e spiaggia deserta, solo poche ore fa una moltitudine di gente approfittava del sole ancora caldo ed alcuni ragazzi si gettavano da un trampolino in mezzo al mare; ora che tutto tace, quello stesso trampolino appare come una sorta di piccolo faro, appoggiato sulla spiaggia a difesa di una riva che ha respinto l’assalto dell’acqua, che ora scorre lontana. Quasi ovunque, lungo tutta la costa di questa regione di Francia, sorta di baluardo a forma di sperone, affacciato ad ovest nelle acque della Manica, si possono trovare barche coricate lungo un fianco, l’albero maestro inclinato, quasi che le vele siano ormai senza vita, ma capaci invece, come d’incanto, di tornare a galleggiare di nuovo poco dopo, pronte a riaffrontare un mare che le sfida incessantemente ogni giorno.
Quella che si fa strada, nell’animo e nella mente, a poco a poco, è un’attrazione magica e irresistibile per questo gioco quotidiano del mare. Alta e bassa marea come cerchi concentrici che avvolgono di continuo il percorso dell’esistenza, rendondola mutevole e affascinante ad ogni istante.
Di fronte al piccolo molo in pietra, che unisce alla terraferma l’affascinante Saint Cado, piccolo paese posto su di un isolotto, al centro del golfo creato dalla Ria d’Ethel, c’è una serie di fotografie d’autore; in una di esse è ripreso un vecchio pescatore, abiti sdruciti, stivaloni alti, il volto consumato dalle rughe. Sotto la foto una scritta, la testimonianza della sua esistenza: “non sono mai andato via da questo posto, la mia barca, i miei pesci, il mare e la mia casa: che bisogna c’era d’andare altrove?”. Ecco tutto ciò che conta, al di là delle maree, del tempo variabile, del mare che non sai mai se sarà bonaccia o tempesta: la vita reale, vissuta con pienezza e con Bellezza. E nella certezza che ogni mattina – immancabilmente e dolcemente - viene a visitarci dall’alto un sole che sorge.


(1-continua)

Sunday, July 17, 2011

FARI, ROTTE E CERTEZZE

Li chiamavano "inferno". Il faro della Jument, al largo dell'isola di Ouessant. Quello di Ar-Men, oltre l'ultimo lembo di terra dell'Ile-de-Sein. Torri enormi in mezzo al mare, là dove non c'è più nulla, solo oceano e vento, ad ovest del Finistère. Giganti di pietra capaci di resistere all'urto di un mare furioso, costruiti con fatica e perdita di vite umane.
I guardiani, portati fin laggiù con barche incapaci di attraccare, venivano calati con le funi e poi lasciati lì; vi rimanevano settimane, anche mesi di fila, senza che nessuno riuscisse più ad avvicinarsi per dare loro il cambio, portarli in salvo. La storia dei guardiani dei fari é realtà e leggenda, parte di un passato che non tornerà più. Oggi tutti i fari di Bretagna sono automatizzati e forse é giusto che sia così, in un mondo che non ha più voglia di rischiare.
Mentre scrivo queste righe, il motore dell'auto già acceso, un percorso ed una destinazione già tracciati, ma dentro l'anima anche la consapevolezza che l'importante in fondo non é dove si va, ma il modo in cui andare, ho davanti la copertina di una rivista, un faro sullo sfondo - ma guarda un po' - e sotto una frase: "E l'esistenza diventa un'immensa certezza".
E' proprio così, a dispetto di tutto ciò che quell'esistenza rischia di schiacciarla. A dispetto dei dolori e del cinismo incrociati sulla strada. Dell'incapacità di riconoscere uno sguardo di misericordia prima di tutto su noi stessi. A dispetto di tutto, c'é la certezza di un Amore che tutto avvolge. Troppa gente spegne il motore, misconosce una Presenza, ferma l'auto e smette di percorrere la strada. Io no, non ho intenzione d'interrompere il cammino. E di perdere la chance che accadano cose che mi facciano sorprendere di Lui all'opera. Un desiderio del Bello e del Vero, incontrato dentro l'umanità che si racconterà nelle persone che mi verranno incontro.

La luce del faro che illumina la mia strada non é un bagliore a intermittenza, in balia di un dispositivo automatico e a rischio d'incepparsi sul più bello. E' un fascio di luce costante, azionato da un Guardiano che é sceso a fare compagnia a quella strada perché non sia più inferno ma paradiso, già da subito e sin quaggiù.
Si tratta solo di stare al gioco e di combattere la buona battaglia, fino alla fine.
Stay tuned and have a good time, friends. It's still a rock'n'roll life.


Wednesday, July 13, 2011

UN COUP DE LUMIERE MORTELLE

Accecato dalla notte, a colpi di luce mortale. Eblouiée par la nuit é la canzone di Zaz che mi accompagna sin dalle luci dell'alba. C'è un non so che di sinistro in quella voce così acuta, giocata su registri impossibili ed allo stesso tempo capaci di comporre una melodia struggente, di quelle dal lasciare in repeat nel lettore cd e nella mente.
Poi, a mezzogiorno, tutto accade. Un infermiere si getta dagli ultimi piani dell'ospedale, troppo stanco per sopportare il proprio male di vivere, a dispetto del sorriso e della dispinibilità mostrati a chiunque lo incontrasse ogni giorno. La luce di mezzogiorno é il colpo di luce mortale che si fa strada sui volti di ciascuno. Dopo, il resto della giornata ospedaliera é un trascinarsi stanco, dove i gesti di tutti sono rallentati, le parole, inutili, ridotte al minimo indispensabile, mentre i malati continuano a richiamare a sé una presenza, la risposta alle proprie ferite.

"E' così che funziona allora
": é questa la frase che mi rimbalza da un capo all'altro della mente, una frase già scritta, già letta, e che ha senso anche in questa circostanza. E' così che funziona, dunque: un giorno siamo lì, incazzati e di corsa come sempre, e il giorno dopo non ci siamo più. Perché quella a cui rischiamo di correre dietro é la nostra ansia ed insoddisfazione. Quando non diventa vera e propria depressione - la malattia del secolo, l'ha definita qualcuno - come nel caso di quel povero ragazzo il cui volto, adesso, rimane stampato nella mente di ciascuno.

Mando un veloce sms a mia moglie, poco prima di uscire. Tra poco me ne andrò, per essere, domani, a Dio piacendo, ancora una volta in questo posto, luogo di pianto e stridore di denti, punto di partenza, a volte, per la strada che porta verso casa. "Signore, cosa é l'uomo perché te ne curi?", le scrivo. Eppure l'hai fatto poco meno di te. "E' come una foglia trasportata dal vento", mi risponde.

La risposta a ciò che sembra senza speranza é riscoprire un Amore ed una Misericordia che sappiano accogliere tutte le durezze del nostro cuore.
Un cuore fragile come una foglia sbattuta dal vento, ma fatto per desiderare cose grandi.
La via d'uscita, quella che il falsario cerca di nasconderti ad ogni costo, é metterlo tra le braccia di Colui a cui appartiene.
Per riscoprire che ciò che il tuo cuore desidera esiste. E che quel qualcosa si chiama Bellezza.
A dispetto di ogni croce ed ogni dolore.


Thursday, July 07, 2011

LE LONG DE LA ROUTE, ONCE AGAIN


Ho scritto di lampi nel buio e di ferite nella notte. Di Frankie, di Judas e di Travis, volti incontrati lungo corsie d'ospedale, fermi al semaforo a chiedere la carità, o chissà dove, che ogni luogo, in fondo, é uguale all'altro. Destini incrociati ed amore incondizionato per la mia storia come per quella altrui: un "che ne sarà di loro?" che prende consapevolezza che la questione dell'io é un tu. Un Tu che, se lo sai guardare, giù nel profondo, indossa la T maiuscola, e che, solo vestito di quell'abito, si fa capace di recuperare il senso di ciò che accade.

Credo d'aver scritto abbastanza, a dispetto del poco che ho vissuto in pienezza e verità. Tempo di cambiar rotta, dunque, a caccia di bellezza ed in ansiosa attesa che la realtà continui ad educare il cuore, ché la strada non va cercata: é lei che ti viene innanzi da sé.
Io, sul sedile a fianco del mio, continuo ad avere, quale compagno di via, Uno che possiede un cuore nel quale deporre tutte le durezze del mio. E grazie al cielo che é così, ossia che lo sguardo su me stesso assuma sempre più le sembianze di una goccia mentre cade in un oceano di Misericordia infinita. Con quel Compagno accanto, seduto vicino a me, non ho più timore a rimettere il muso dell'auto davanti alle incerte superstrade della vita.

Quest'estate tornerò dalle parti dell'arcangelo San Michele e poi lontano, ancora più in là, ove si ode solo il rumore delle mareggiate contro gli scogli, illuminate a tratti dalla luce lampeggiante dei fari. Ci sarà tempo e modo, forse, per riaprire i miei cahiers de France e raccontare nuovamente qualcosa, di luoghi selvaggi e di gente di mare, i profili resi sempre diversi dall'incessante viavai delle maree. Nel frattempo che si stia bene tutti, amici, passanti e compagni di viaggio, ci si rivede solo un po' più in là.
Perché non c'é via o cammino che, alla fine, non riconduca lungo la strada che porta verso casa.


Tuesday, June 28, 2011

PORTANDO TUTTO A CASA

Aveva visto Travis fermo al semaforo, il mattino di una già afosa giornata di giugno. Il solito sguardo perso, gli abiti sdruciti, il cappellino in testa, l'aspetto triste e trasandato. Adesso però stava mangiando un biscotto, girato verso l'altro lato della strada. Lui aveva abbassato il finestrino, qualche monetina in mano, ma Travis si era messo in tasca il bicchiere con cui chiedeva sempre la carità. Aveva rallentato apposta per dargli qualcosa, fermandosi pure all'incrocio col semaforo giallo, mentre il traffico impazzito già gli suonava dietro per sorpassarlo. Non li aveva neppure sentiti, quegli stupidi clacson della città. E dal basso della polvere della sua vecchia auto, non riusciva neppure a distinguere i tratti decisi della rabbia a bordo dei SUV che gli sfrecciavano accanto.
Poi Travis si era finalmente girato verso di lui ed aveva tirato fuori il bicchiere dalla tasca. Un sorriso quasi ironico e beffardo, ma allo stesso tempo di una tenerezza immensa. Nessuna fretta nel vivere il suo tempo, neppure nell'approfittare di un gesto di carità. E così le monetine erano scese, risuonando, nel fondo del bicchiere, solo quando era giusto che vi dovessero arrivare.
Cosa ci faceva lì Travis, in uno squallido semaforo di periferia? In una Milano, Lombardia non così tanto diversa da una Parigi, Texas? Una città carica degli stessi guai, delle medesime speranze disattese, un unico fagotto di tristezze e desolazioni infinite? Lo salutò con la mano, mentre il verde del semaforo, comparso inesorabilmente e troppo presto, l'aveva costretto ad andar via. E mentre l'auto si allontanava provò a tener desto nella mente il ricordo di quell'uomo, che non desiderava volasse via con la stessa rapidità con cui era apparso.
"Cosa ne sarà di loro?" : era quello lo sguardo che stava imparando, a poco a poco, ad avere su chiunque gli fosse veramente caro. Uno sguardo che fosse capace d'appassionare il suo cuore, vecchio ed indurito, al Destino dell'altro. Provò a rivestire di quell'abito anche il volto dell'uomo incontrato poco prima. Pensò alla moglie ed ai figli che magari aveva avuto e che adesso erano in giro chissà dove; ad una vita diventata diseredata all'improvviso, ma che sempre sarebbe stata, comunque, nel Cuore di un Altro, che un Destino buono l'aveva pensato anche per lui, come per ciascuno di tutti gli altri. "Cosa é l'uomo perchè te ne curi?" : questo era l'uomo, niente di più e niente di meno. Eppure un Dio aveva dato la vita per lui.

Era arrivato finalmente a casa, la strada porta sempre verso casa, alla fine del giorno o della notte. Mentre parcheggiava l'auto in garage si accorse che anche quella volta aveva portato con sé un cumulo di polvere e che gli sarebbe riuscito sempre più difficile scrollarsela di dosso. Avrebbe fatto una doccia, certamente, appena dopo aver varcato la soglia e posato la borsa, ma sapeva già che non sarebbe bastato. Eppure non gli dispiacque affatto, quel mattino, anzi ne fu persino felice, perché si stava inevitabilmente affezionando a quel denso strato che gli si stava formando addosso. E tutta quella polvere incontrata - ormai - era sempre più l'unica cosa, giorno dopo giorno, di cui avesse voglia di scrivere e raccontare.

"la narrativa riguarda tutto ciò che é umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa"
(Flannery O'Connor)

Wednesday, June 22, 2011

THE BALLAD OF FRANKIE LEE AND JUDAS PRIEST


"Eternità?" chiese Frankie Lee, con voce fredda come il ghiaccio
"Già" disse Judas Priest, "Eternità", o magari vuoi chiamarla Paradiso.
"Io non la chiamo proprio niente" ribatté Frankie Lee con un sorriso
"Come vuoi" disse Judas Priest, "ci vediamo fra un po' "

Quella volta non ce l'aveva fatta. A guardare in faccia Frankie Lee. "Hey, doctor, come è andato l'esame?", gli aveva chiesto lui. "Tutto bene, niente di particolare", gli aveva risposto, pure un po' scocciato ed annoiato. "Meno male, almeno un esame che va bene", aveva aggiunto Frankie. Rispondono sempre tutti così, aveva pensato, mentre si avviava a scrivere il referto sul computer; sempre la stessa storia, gli dici che va tutto bene e si lamentano comunque di qualcosa. Poi l'infermiera l'aveva preso per un braccio, nascosto dietro il paravento, dove Frankie non vedeva. "Oggi gli hanno fatto diagnosi di un cancro; è già pieno di metastasi", gli aveva detto lei. Una sberla in pieno viso, a risvegliarlo da tutto il suo maleducato torpore. Era a quel punto che il dottore non era più riuscito a guardare in faccia Frankie, anche se adesso era diventato facile essere un po' più gentile ed educato. Quella ferita dell'altro, incontrata tutti i giorni, così difficile da abbracciare ogni maledetta volta.
Poi Frankie era uscito dall'ambulatorio, per fortuna qualcuno se l'era portato via anche in fretta. E lui, allora, si era messo sotto a lavorare, di buona lena, impegno e sudore, senza risparmiarsi fino alla fine del giorno. E senza farsi troppe domande.

Poi, arrivato a sera, lei gli aveva raccontato di Judas Priest. Pochi giorni di vita, la stessa malattia di Frankie, solo piazzata in un posto diverso. Ma come diavolo si fa a lavorare in oncologia, aveva pensato lui, molto meglio avere a che fare con le ferite del cuore, c'è molta più soddisfazione. Che poi, quelle ferite, lui che le curava tutti i giorni, gli sembravano sempre più cose di cui fosse difficile prendersi cura. Invocava la stanchezza e lo stress, pure la vecchiaia a volte. ma la verità era che quel suo vecchio cuore stava diventando giorno dopo giorno solo più indurito.
Judas aveva lottato otto anni con la bestia ed ora sembrava davvero giunto alla fine. Judas non aveva fede, solo un amico - un compagno - a percorrere con lui anche l'ultimo tratto di strada. Judas aveva al collo la catena di un rosario, rosario di Lourdes. Regalato da amici, a lui che diceva di non credere. Ma non riusciva più a staccarsene, te lo diceva con un gran sorriso: "non potrei mai più togliermelo di dosso", aveva detto a lei.

Lui, the doctor, era sempre più spesso troppo confuso ed impotente. La morte e la sofferenza, compagni di strada sempre più stretti, apparivano giorno dopo giorno sempre più ingombranti. Ma non ne provava fastidio, in fondo, solo un senso d'inadeguatezza sempre più grande di fronte a ciò che sapeva sempre più di sacro. La morte e la sofferenza restavano un mistero. Come quello di un Dio che sulla croce grida l'assurdo dell'abbandono dal Padre. La redenzione - invece - quella appariva sempre più una una certezza. Sperimentata ogni volta nel volto di ciascuno.

Si mise a pregare, quella sera, più intensamente di quanto avesse fatto tante altre volte. Ed era felice di trovarsi, all'indomani, ancora una volta laggiù in trincea.
Non aveva nulla da donare, se non la pochezza di sé. Ma la voglia di farsi compagno di strada, insieme all'Uomo dei dolori, quella si era fatta prepotentemente strada nel suo cuore. Ci avrebbe provato un'altra volta, all'indomani. A fare ciò di cui gli sembrava di non esser mai capace. Prendersi cura di ciò che gli sarebbe passato accanto. E dei Frankie e dei Judas che avrebbe incontrato di nuovo. In fondo, pensò - sceso finalmente da tutta la propria supponenza - non era chiamato a fare altro se non questo.


Monday, June 20, 2011

YOU SEE ME ON STREET


Something is happening here, but you don't know waht it is. Do you mister Jones?

Ancora un paio di notti e sarai di nuovo tra noi. Non riuscirò ad esserci, probabilmente, ed è un peccato, con tutte le volte che ti ho visto fino a qua; perdermi proprio la sera dei tuoi settant'anni. Quasi come sbagliare un calcio di rigore, mancare ad un appuntamento così. Ma tant'è, le cose vanno come devono andare, ed io, in fondo, non ho poi così paura di sbagliare, che non è da questi particolari che si giudica un campione.
Chissà se mercoledì sera, a Milano come in qualunque data in giro per il neverending tour, saprai finalmente cosa sta succedendo quaggiù. Ne dubito fortemente. La faccenda esistenziale, al fondo, è ancora rischiare la vita su quel palco, costi quel che costi, non il sapere esattamente quel che ci accade sopra.
Come nella vita, in fondo. Mica sempre ti è dato di sapere, di capire. Ma è bello giocare, provare a scagliare il pallone forte in porta. Vita da mediano che sia, o centravanti che non ha paura di sbagliare. Quel che conta è sapere che quello che ti passa la palla ha dentro il cuore un Destino che è scritto per il bene, proprio come l'avversario che quel pallone cerca di portarlo via. E appassionarsi a quel gioco di squadra che è lo stare in campo tutti insieme, è questo il bello, amici ed avversari, ma abbracciati tutti da un unico e solo Disegno buono.
Buon compleanno, vecchio Bob, have a nice staying here, one more time, spero ci si riveda presto, anche da queste parti.
Io, intanto, continuo a giocare.

Wednesday, June 15, 2011

UN LIBRO PER L'ESTATE

Due bambini, vicini di casa, che giocano assieme a soldatini, a basket o a calcetto. Poi i due amici crescono e percorrono strade sempre più diverse: uno, attivista della Fgci, impegnato politicamente, l’altro che entra in seminario. Non si sentono più per anni, poi, all’improvviso, lui, con una mail, ricontatta l’amico prete: “Ti ricordi di me? Giochi ancora a basket?”. Comincia così il dialogo tra don Paolo Zago e “Nic”, il suo amico ateo. Dalle mail si passa rapidamente ad una serie d’incontri, a volte dietro ad una pizza o un boccale di birra. I loro discorsi vertono su tutto, anche su argomenti scabrosi: la fede, i soldi della Chiesa, la vicenda della pedofilia; l’amico vuol sapere - “cosa fa un prete tutto il giorno?” -, entrare nell’intimo dell’esperienza dell’altro, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze. Il prete ci sta, si mette a nudo, in un rapporto che, via via, diviene sempre più profondo e finisce per mettere in luce anche l’animo dell’altro. Eppure non è chiaro perché Nic l’abbia ricontattato, dopo tutto quel tempo: cosa c’è dietro a quegli interrogativi?
Il libro di Paolo Zago - Prete in comunità - edito da Città Nuova per la collana Passaparola, si legge d’un fiato ed è un affascinante e profondissimo excursus dentro l’esperienza di vita dell’autore. “Ma cosa vuol dire fare il prete oggi?”, chiede l’amico a don Paolo, ad un certo punto. “Significa essere dentro una comunità - gli viene risposto - Il prete è espressione della comunità e nello stesso tempo ciò che fa è per creare comunione. Un tempo l’idea di una parrocchia era quella dei laici che danno una mano al prete; oggi è quella di un prete che si mette a servizio dei laici”. Questa comunità, quella degli amici di don Paolo, si affaccia anche alla finestra che l’amico ha spalancato, con tutto il suo desiderio di capire. Tra quegli amici, una sera, c’è anche don Carlo, un perenne, splendido sorriso, che talvolta accompagna anche uno straordinario talento di pianista; Nic vuole che suoni per lui qualcosa e, mentre la musica di Liszt si fa strada tra di loro, don Paolo si accorge che una sorta di miracolo è già compiuto: “quando l’umanità si racconta, pur con tutte le sue diversità, trova terreno in cui attecchire in ogni cuore aperto al vero e al bello”. Il segreto del libro e dell’avventura dei due amici è forse tutto qui, in quel terreno reso fertile dal dialogo d’amore tra due persone, terreno in, cui, poi, sarà un Altro a seminare ciò che il cuore desidera nel suo intimo più profondo. Rimane solo un dubbio: cosa ha spinto Nic a contattare quel suo amico prete, dopo tutti quegli anni trascorsi altrove? E’ la felice sorpresa che si scopre alla fine del libro.

Thursday, June 09, 2011

LAMPI NEL BUIO


Una colonna interminabile di auto sotto la pioggia battente. Luci rosse e bianche e, ogni tanto, un lampo nel buio. Ma non basta a schiarire il grigio dell'asfalto e del cielo. Il lampo è l'illusione di un istante, attimo di luce che precede tuono e tremore, oscurità che ritorna, istante di un cammino che si fa di nuovo paurosamente incerto.
La strada surreale che porta verso casa, quella di un giugno già iniziato che vorrebbe assomigliare al più buio degli inverni, assomiglia maledettamente all'animo pigro di un mattino e di una giornata proseguita lungo pericolose rotte di frenesia e tempesta. Troppo spesso la realtà s'impone come una burrasca, pronta ad infrangere il litorale dell'apparente tranquillità di un animo non predisposto ad accogliere l'imprevisto della via.
Anche stamani il rischio è stato questo. Quello di non vedere la ferita dell'altro. Che ti viene sempre incontro sotto forma di mare in tempesta, di tuono che segue il lampo di luce.
Pazienti ovunque, in ambulatorio e in pronto soccorso, in reparto e lungo i corridoi dell'ospedale. Realtà posta innanzi alla tua vita, in una misura colma, piena, quasi insostenibile. Quantità in eccesso che richiede qualità abbondante. La ferita dell'altro che interpella la tua. La tua pochezza ed incapacità, le tue miserie, che chiedono soltanto misericordia ad un Altro più grande di tutto ciò che incontri.

Ho provato ad amare il prossimo che ho incrociato ad ogni istante. A metterci dentro tutto l'impegno e la professionalità che mi rimane. I muscoli e la mente, impiegati senza risparmiarsi, finché non fossero resi stanchi e madidi di sudore. Puoi arrivare a tanto, non in ogni istante forse, ma ce la puoi fare. Eppure non basta. Non basta perché nulla cambia, finché l'io non si pone consapevolmente davanti a un tu.
E' stato così che, tornando a casa, tutti i volti incontrati lungo la giornata, li ho come visti ripassare quando quello stesso giorno volgeva ormai alla fine. Ogni volto è un Destino ed è solo la passione per quel Destino che può cambiare il mio modo d'amare.
Il destino di chi ho accanto, innanzitutto, quello della moglie, dei figli, degli amici con cui si condivide da sempre il cammino. E per i quali senti di provare una tenerezza immensa. E' un volto che puoi porre sullo stesso piano di quello del paziente incontrato su una barella con l'infarto, o in ambulatorio, il passo incerto mentre entrava. O di quello dell'insegnante, del genitore del compagno di classe del figlio, incontrato di corsa davanti a scuola. Persino di quell'uomo sempre là, allo stesso posto, sotto la pioggia o sotto il sole, fermo ad un semaforo a chiedere la carità.
Questo é voler bene per davvero, attaccarsi con tenacia e tenerezza al Destino di ciascuno, farsi uno con lui. Solo così la realtà non ti ricatta più e la tua libertà é rigiocata davvero nell'Amore.
E allora ricomincerò la mia giornata, amando tutti in questo modo, con questo sguardo di passione. E se troverò qualcuno, lungo la mia strada, disposto a patteggiare unità sul nulla d'amore dei nostri singoli cuori, allora saprò che quel legame nulla e nessuno lo potrà mai più spezzare.


Tuesday, May 24, 2011

24 MAGGIO

"....la ragione per cui un artista sta di fronte alla gente....
E' vivere ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera. Rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta"
(Bob Dylan)




Ah già che oggi é il 24 maggio e quasi non me ne ricordavo più. Cosa grave per un blog che per titolo ha pure messo quello di una sua canzone. Tant'é, me ne sono ricordato adesso, dopo aver corso dietro alle solite mille cose da fare di ogni giorno. E allora happy birthday, Mr. Dylan, che aver settant'anni ed essere ancora on stage, in quel neverending tour che é questa nostra vita, é cosa bella e rispettabile davvero.
Certo che ne son passati di anni, anche per me, da quel primo ascolto su quell'ellepi appena uscito - Desire, che bel nome per un disco - che, se ci penso bene, ci sono dei colleghi che lavorano con me che, quando stavo entrando in negozio a comperarlo, loro non erano neppure ancora nati.
Insomma siamo vecchi, ragazzi, tutti quanti, ma felici del tempo che é passato.
Qualche giorno fa, poi, ho trovato anche una mail di uno studente. Sta preparando una tesi sul Bardo e allora gli é venuto in mente di fare delle domande pure a me. Mi ha chiesto quanto la sua opera abbia ispirato la mia professione, che cosa sia l'ispirazione in senso stretto e, insomma, a quali canzoni di Dylan uno dovrebbe far riferimento.
Beh, ci devo pensare, amico mio e mi ci vuole un po' perché i neuroni, ormai, son quel che sono e tutti i giorni ce n'é pure qualcuno che decide d'andar via. Intanto, però, io continuo a camminare, che di parlare ne ho sempre meno voglia - Ain't Talkin', Just Walkin', appunto- perché l'aderenza al desiderio del cuore del Bello e del Vero ha bisogno di fatti e sempre meno di parole, che "non chi che dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma colui che fa la volontà del Padre mio che é nei cieli". E allora vado avanti - I'm Pressing On - come continua a fare il caro Bob, alla faccia di tutti quelli che lo hanno dato per finito, un milione di volte, da almeno quarant'anni a questa parte.
Buon compleanno, amico, ci si rivede all'Alcatraz quest'estate; tu là sopra, a dar la vita come ogni volta, noi là sotto, a farti da compagni d'avventura, come sempre.





Saturday, May 21, 2011

ONE STEP UP AND TWO STEPS BACK

Un amico che ti manda una foto. E le sofferenze del suo cuore che camminano quotidianamente dentro le tue preghiere.
Un articolo che stai scrivendo per il tuo bollettino parrocchiale. E quella foto che c'entra con quell'avventura.
Un sabato qualunque di maggio, l'anima che non si vuol staccare dalla meraviglia che ha vissuto, l'abbraccio intenso di un milione e mezzo di persone.
Ogni passo avanti, ora, ha le radici in ciò che é stato. Un passo indietro nella mente e nel ricordo, che sostiene i passi avanti del corpo di ogni giorno.

* * *

“Allora siamo d’accordo, siete ospiti a casa mia. Vi aspetto”. L’avventura a Roma, assieme alla mia famiglia, inizia così, a casa di Gianluigi. Che poi non è che ci si conosca così bene e neppure da così tanto tempo. Ma quando l’amicizia inizia a poggiarsi da subito su Ciò che vale, succede spesso che si lascino perdere tanti convenevoli. E così andiamo, ospiti da lui, nella periferia della città, una mansarda che è già piccola per una persona sola, figurarsi per sei. Tant’è vero che il nostro amico tira fuori un materasso, lo mette per terra per sé e ci offre tutti gli altri letti disponibili della casa che, come per miracolo, spuntano fuori da ogni dove. Gianluigi fa il frate, cappellano nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Lui, la festa della beatificazione di Giovanni Paolo II la vivrà in diretta come noi, ma dietro alle spesse mura dove stanno i suoi amici, recluse e guardie carcerarie. E non sarà meno bella e meno intensa di quella di Piazza San Pietro.
La prima emozione forte è al Circo Massimo, al sabato sera. La Roma delle centomila fiammelle delle canzoni di Antonello Venditti adesso è qua, ad illuminare una veglia di preghiera di brividi ed emozioni che ti scorrono sotto la pelle senza volerne sapere di uscire. Sul palco, prima del rosario, si alternano canti a testimonianze: è l’ingresso in un clima, la predisposizione dell’anima a ciò che avverrà il giorno dopo.
La domenica mattina ci si sveglia presto. Fuori non è ancora l’alba, ma, lo scopriremo dopo, è già tardi. Via della Conciliazione è piena e la folla riempie già lo spazio fino a Castel Sant’Angelo ed oltre. Le persone presenti in Piazza, ci raccontano che siano giunte lì sin dalla sera prima. Scendiamo dalla metropolitana e seguiamo la fiumana di gente che si dirige ormai verso i maxischermi posti in vari punti della città. Il nostro è in Piazza Risorgimento, un piazzale piuttosto grande, ma neppure quello abbastanza per tutta la gente che c’é. Nulla è sufficiente per accogliere il milione e mezzo di persone che oggi hanno abbracciato la città.
Siamo tutti pronti con mantelle ed ombrelli: hanno detto che pioverà e ormai le previsioni del tempo non le sbagliano più da un pezzo. Ma oggi no, stavolta le hanno sbagliate in pieno. Perché non hanno tenuto conto di quello che sta accadendo. E che Giovanni Paolo II, lui, non può far piovere su una folla di amici così. E’ per quello che, alla fine della Messa, spunterà anche l’azzurro del cielo. E pure qualche ombrello, certo, ma solo per ripararsi dal troppo sole.
I miei figli resistono che è un piacere, ore e ore passate per terra o in piedi a camminare e pregare. Mai una parola di lamento, la stanchezza non sembra aver fatto parte di quest’evento. Nel mio cuore, intanto, l’emozione è qualcosa che si fa strada a poco a poco. Non si nutre d’immagini, né di suoni o di colori: il maxischermo è troppo lontano e posto di traverso e l’impianto audio potrebbe anche fare meglio il suo dovere. Ma c’è un popolo intorno, che vive, prega e si commuove. Che condivide il giorno della festa. E’ un cammino in cordata che basta a se stesso, che ti fa dire: valeva la pena che ci fossi anch’io.
Il giorno dopo, la messa di ringraziamento col Cardinal Bertone è un crogiuolo in cui fondere tutto ciò che ti è maturato dentro. Duecentomila persone sembrano un piccolo paese rispetto a quanto è accaduto ieri e infatti ci consentono finalmente di accedere alla piazza. Ma è ancora un popolo, immenso, che non vuole saperne d’andar via, che vuol stare col suo papa santo, stringersi attorno alla sua chiesa, continuare a camminare insieme.
E’ giunta l’ora di partire. Il saluto a Gianluigi è un arrivederci tra fratelli che hanno scoperto un legame tra loro che nulla e nessuno potrà ormai spezzare. “Tutto tace e c’è nella mia baita tintinnio di pioggia e soffio di vento”, ci scrive via sms, mentre la nostra auto procede lungo la strada che porta verso casa. E’ nostalgia di un’esperienza, di ciò che abbiamo condiviso. Del Bello e del Vero che ha riempito le piazze e le vie. Di una Chiesa che è famiglia. La grande eredità che ci ha lasciato Giovanni Paolo II.

Thursday, May 12, 2011

LA BICI, LA STRADA E LA CORSA


Il professor Tredici me lo ricordo tranquillo e sorridente, seduto dietro ad una cattedra, più o meno un milione d'anni fa. Era felice perchè era appena tornato da Città Del Messico, con in tasca il record dell'ora di Francesco Moser, della cui squadra, l'équipe Enervit, era il responsabile medico. Io, tranquillo, non lo ero per niente, anche se mi sforzavo d'essere sorridente anch'io. Già, perché lui, il professore, stava per farmi l'esame di anatomia, cioé quell'incubo che ogni studente di medicina si porta dietro per una vita intera, anche dopo che l'ha passato. L'esame andò bene al primo colpo, per fortuna, non so se per via di una preparazione adeguata o del buon umore del mio insegnante. Merito di entrambi, suppongo.
Il professor Tredici l'ho rivisto in televisione, qualche giorno fa. A raccontare della morte sfortunata di un ragazzo belga. "Non avevo mai visto niente di simile", ha detto. Una bicicletta veloce, dritta senza fiato lungo la discesa, ad accompagnare, laggiù in fondo, una vita che era destino finisse in mille pezzi, vicino al ciglio di una strada.

Stamani mi sono svegliato già stanco, voglia di andare a lavorare prossima allo zero. Ma una strada in mezzo ai campi aiuta anche a recuperare il buon umore. Mi sono fermato al solito baretto, una minuscola frazione, poche case in mezzo alla campagna. No, non servono Bloody Mary da queste parti, ma il cappuccio e la brioche accompagnati dalla semplicità e dal sorriso non hanno prezzo. Qualche volta mi siedo pure al tavolino, che c'é anche la gazzetta dello sport, libera lettura a disposizione di chi passa. Nei giorni scorsi ci ho letto sopra le emozioni del mio vecchio cuore rossonero, ma oggi lo sguardo é caduto sull'intervista a Davide Viganò, compagno di squadra di quel ragazzone belga partito prematuramente per il cielo.
"Mai pensato che la bici sia cattiva?", gli ha chiesto il cronista. Come la vita, penso tra me e me, quanto volte pensiamo che sia cattiva pure lei. "Non lo é la bici, non lo é la strada, non lo é la corsa - gli risponde Davide - La bici è speranza, la strada é maestra, la corsa é la vita". E aggiunge: "fino al punto estremo in cui si dona la vita".
"Lei é religioso?". "Sì, cattolico - prosegue lui - "Credo, seguo, prego".
"E in questo momento?", incalza il giornalista. "E' come se ci fossimo fermati tutti, a riflettere. Non più il ciclismo come sport, lavoro, spettacolo, commercio. Ma il ciclismo come umanità, qualità umana". "E adesso Davide?", prosegue lui. Già, perché c'é bisogno di una ragione in più, forse, per continuare ad andare avanti ancora. "Non sarò più quello di prima - risponde - Ma meglio. Io, i miei compagni, gli altri corridori. La morte di Wouter ci ha reso tutti più consapevoli, più responsabili, più umani. Migliori".

Mi alzo, una lacrima, piccola piccola, sta iniziando a solcare impertinente il mio volto assonnato del mattino. E meno male che nessuno se ne é accorto, che a commuoversi, i nfondo, ci si vergogna sempre un po'. Vado a pagare il mio cappuccio e la brioche: due euro e dieci, penso, sono fin troppo pochi per tutto quello che mi é stato dato. Risalgo in macchina: é strano, mi é tornata pure la voglia d'andare a lavorare.
Forse siamo tutti un po' migliori, stamattina.



Monday, May 02, 2011

SI DOVEVA ANDARE

Perché si doveva andare a Roma il 1° maggio lo scrive il mio amico Paolo, con parole capaci di raccontare il mio cuore meglio di quanto avrei potuto fare io.
E' stato bello essere là.
Insieme ad un milione e mezzo di cuori così.

Si doveva andare! Si doveva andare, per un debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II per la sua paternità e per quello che ciascuno di noi ha ricevuto dalla forza della sua testimonianza e dalla sua passione missionaria.
È stato un grande evento, che ha reso memorabile la giornata riempiendola di un’intensità di vita palpabile, penetrante, coinvolgente.
Di questa intensità fa parte la fatica, compagna abituale della gioia in questa vita: la tensione delle prime ore, ancora nel buio della notte, poi alle prime luci dell’alba, premuti in una folla traboccante, astrattamente irrazionale, ma concretamente fatta di volti, non sempre simpatici, eppure ognuno con i segni di una storia personale, intima, che conduceva lì, carica di attesa, alla ricerca di una risposta a una domanda forse non chiara ma insopprimibile, come una promessa non ancora compiuta.
Anch’io, parte di questo popolo, ero lì per vedere di nuovo la potenza di Cristo all’opera, per riconoscere la Sua presenza, che la Chiesa ci indica attraverso la vita di un uomo, di un testimone della fede, ma che si manifesta nella Chiesa stessa, anche in quel luogo, in quel momento, in quella liturgia.
Giovanni Paolo II è stato servitore e guida di questa Chiesa, santo perché innamorato di Cristo, uomo vero perché tutto determinato dalla fede, dalla speranza e dall’amore cristiani.
Di questa conferma ho bisogno, perché anche per me è possibile vivere così, come per tutti, ciascuno rispondendo alla chiamata di Cristo nelle circostanze in cui è posto.
Perciò l’applauso dopo la proclamazione che il Servo di Dio Giovanni Paolo II è Beato è stato l’espressione della speranza, una speranza certa perché fondata su quello che ho visto. È stato il rinnovarsi dell’invito a non avere paura di Cristo, un richiamo di cui ho sempre bisogno.
Sì, dovevo proprio esserci, lì a Roma!
(Paolo Rivera)