Wednesday, January 31, 2007

MEMORIA


E' appena trascorsa la giornata della memoria, eppure sembra che di memoria non ne abbiamo più.
Non é così, in fondo, quando ascoltiamo notizie al giornale radio del mattino, riguardanti l'ennesima strage in Iraq o in quella terra senza pace che é Israele e la Palestina e ci accorgiamo di farlo distrattamente, ormai incapaci di provare emozioni ?
Sembra facile abituarsi al male, far sì che non diventi più storia, oppure - peggio - confinarlo in alcuni territori ben codificati: l'orrore nazista, quello sì, per carità, ma guai a parlare un po' di più di quello comunista o di altri stragi del nostro tempo.

Si fa presto a dividere la gente in buoni e cattivi, in realtà la natura dell'uomo é sempre la stessa e siamo davvero tutti uguali, sempre in bilico tra peccato e redenzione.
Ci aveva visto giusto Claudio Chieffo, quando cantava "La Nuova Auschwitz":

"Io suonavo il violino ad Auschwitz mentre morivano gli altri ebrei,
io suonavo il violino ad Auschwitz mentre uccidevano i fratelli miei,
mentre uccidevano i fratelli miei, mentre uccidevano i fratelli miei...
ci dicevano di suonare, suonare forte e non fermarci mai,
per coprire l’urlo della morte, suonare forte e non fermarci mai,
suonare forte e non fermarci mai, suonare forte e non fermarci mai...
Non è possibile essere come loro,
non è possibile essere come loro...
Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato
c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato,
c’è l’odio ed il peccato, c’è l’odio ed il peccato...
Ora siamo tornati ad Auschwitz dove c’è stato fatto tanto male,
ma non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare
e noi tutti lo possiamo fare e noi tutti lo possiamo fare...
Non è difficile essere come loro
non è difficile essere come loro...
Ora suono il violino al mondo mentre uccidono i nuov iebrei,
ora suono il violino al mondo mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei..."

Parole forti ?
Senza dubbio sì - noi come loro... - ma capaci di scandalizzare solo chi non ha coscienza del proprio limite.
E quanti si sono scandalizzati, adesso come allora, quando la canzone é uscita, quasi quarant'anni fa...

Friday, January 26, 2007

THANK YOU, GARLAND


di Garland Jeffreys

"I live shows, innamorarsi del pubblico, mostrare l'anima e il cuore sul palco sono i miei gioielli. Li proteggo con la mia vita e li regalo liberamente ai miei fans. Cantare e suonare dal vivo é sempre al primo posto. Così tutti voi, giovani cowboys là fuori, tutti voi giovani musicisti, mettetevi davanti al vostro specchio a casa e fate pratica con le vostre mosse. (....)
Sono un ragazzo analogico e il formato digitale si é portato via quello speciale sound, ma questa é una storia per la prossima volta. E' questo avido regime degli imperatori del music business che é andato fin troppo lontano e ormai funziona come una macchina usata e senza spunto. (....)
Staremo a vedere cosa succederà, non si sa mai, ma dopo tutti questi anni, sento di essere finalmente cresciuto. Mi piacciono tutte le cose meravigliose e stare in sintonia tanto con gli alti che con i bassi della vita, e poi le sfide, il buono, il brutto e il cattivo. A dispetto di ogni delusione, e lo ripeto, a dispetto di ogni delusione, continuo a scontrarmi, adoro i bei tempi e continuo a ringraziare il mio potere superiore lassù, per tutte le fantastiche opportunità che ho avuto. (....)
Lasciatevi prendere. Questa cosa chiamata vita é qualcos'altro ed essere un musicista in tutti questi anni é stato formidabile e mi ricorda quanto fortunato può essere un uomo. (....)
E' tempo per ritrovare il contatto umano e spero di rivedervi presto, che sia in un concerto, in un ristorante, a casa mia o a casa vostra, camminando per le strade e in qualsiasi paese, città o nazione, me ne vado cercando soltanto un po' di spicciola conversazione
."

(tratto dal Buscadero, numero di gennaio 2007)

Monday, January 22, 2007

HAPPY BIRTHDAY, CHIARA !

“Vedi io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce.
Mi parve più bella delle altre cose belle e la seguii.
Mi accorsi che era la Verità”

(da una lettera degli anni ’40)

La grande attrattiva del tempo moderno
di Chiara Lubich


Ecco la grande attrattiva
del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:
perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa
un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.
Perché l'attrattiva
del nostro, come di tutti i tempi,
é ciò che di più umano e di più divino
si possa pensare:
Gesù e Maria,
il verbo di Dio, figlio d'un falegname,
la Sede della Sapienza, madre di casa

This is the great attraction
of modern times:
to reach the highest contemplation
while sharing in the life of everyone,
man close to man.
I would say more:
to merge oneself with the crowd
so as to allow the divine to penetrate,
like wine penetrates a piece of bread.
I would even say more:
as sharers in God’s plans for humanity,
to place points of light within the crowd,
while sharing shame, hunger,
troubles,and brief joys.
'Cause the attraction today,
as in all times,
is the highest conceivable of the human and divine:
Jesus and Mary,
The Word of God ,a carpenter's son,
the seat of Wisdom, a mother at home



Wednesday, January 17, 2007

RIFLESSIONI SULL'AGIRE MEDICO

Un po' di tempo fa mi sono imbattuto nella storia di Antonio Rodari.
Antonio era un medico, padre di tre figli, l'ultimo dei quali affetto da sindrome di Down; lavorava all'Istituto dei tumori di Milano e per parecchi anni aveva svolto parallelamente anche la professione di medico di famiglia.
Una gran bella persona, che mi sarebbe piaciuto avere come amico.
Un amico di quelli che non ti lasciano mai in pace, perché il loro agire quotidiano ti interroga continuamente.
Una di quelle persone vere, insomma, che nessuno, passandogli accanto, sembra mai sfiorare invano.
Antonio visse con pienezza anche gli ultimi dieci anni, quelli della malattia, il tumore che lo portò a una precoce dipartita. Malattia che lui non chiamò "disgrazia": preferiva lasciare solo quel "grazia" finale e vivere la questione così.
Leggendo il libro che raccoglie molti dei suoi scritti (1) ho trovato passaggi straordinari, squarci di vita radicalmente e spericolatamente cristiana, nella convinzione che solo un cammino comunitario quale era il suo fosse capace di frutti quali il centuplo quaggiù.
Antonio ha lasciato il segno su molti e continua a farlo anche ora.
Come con me, con alcuni dei suoi pensieri riguardanti l'agire medico, che sono divenuti spunto di profonda riflessione.

"Intorno alle situazioni di dolore si avverte sempre più un vuoto di umanità, un vuoto inteso anche in senso fisico, nel senso che quando la vicenda é giunta ad un punto in cui l'intervento tecnico é inefficace, incomincia una specie di rifiuto e di fuga da parte di tutti.
Il dolore, la sofferenza, la solitudine, l'indigenza, l'handicap, sono considerati nemici da combattere; ma quando la battaglia per la loro eliminazione é perduta, allora diventano aspetti della vita da dimenticare, luoghi da cui fuggire, viene loro negato ogni significato.
Io stesso, quando vengo chiamato ad intervenire in certe situazioni, sento dentro di me come prima reazione un senso di disagio, di paura, d'inadeguatezza; faccio fatica anch'io a non fuggire.
Questo senso di paura e di disagio non sono altro che manifestazioni sul piano sentimentale di una mancanza di chiarezza su quelle che sono le ragioni del vivere e del soffrire" (1)
(Antonio Rodari)

Mi vengono in mente tre piccole esperienze personali.

M. é un infermiera. Quando sua madre viene ricoverata in gravi condizioni assisto a un grande impegno, clinico ed assistenziale, da parte di tutti gli operatori sanitari, agevolato anche dallo spirito di famiglia che coinvolge tutti. Tuttavia mano a mano che le speranze di guarigione si affievoliscono cala l’impegno “tecnico” dei singoli , mentre cresce un disarmante ed umano imbarazzo da parte di molti di fronte ad un dolore che ormai non chiede più rimedi ma solo “compagnia”.
Faccio i conti anch'io col desiderio di fuggire, ma sento crescere in me l'attrattiva verso qualcosa che percepisco essere prezioso. Così trovo la forza di avvicinarmi una volta in più, sedermi su quel letto solo per pochi istanti, senza aver nulla da fare ormai come medico e nulla da dire come uomo; sono i giorni della vigilia di Pasqua e, nella mia impotente e silenziosa presenza di quei momenti, mi par di percepire solo la desolazione di Maria.
Quella sofferenza giungerà al termine nelle ore successive e qualche tempo dopo qualcuno mi ringrazierà per l'aiuto - che a me appariva di non aver dato - di quei momenti.

Se la malattia coinvolge un collega può sortire l'effetto di scardinare un poco un'idea inconscia che un medico rischia di farsi spesso; che cioè gli ammalati stiano sempre dall’altra parte rispetto a quella dove ti sei messo tu e che lo spartiacque tra questi due territori debba sempre avere limiti ben precisi.
Capita con una persona tutti i giorni al mio fianco e mi accorgo di poter far poco dal punto di vista tecnico, ma sento che la questione in gioco é grande. Una volta di più il limite, la circostanza dell’attimo presente mi interroga, mi chiede di prendere una posizione e la grazia di Dio mi consente di non defilarmi una volta di più.
Faccio poco in fondo: una lettera, qualche parola, ma tutto questo diviene base di momenti di condivisione e la nascita di un rapporto nuovo e più profondo.

Un altro giorno, un altro luogo.
Un colloquio con un altro medico, uno di quei rari momenti in cui é possibile andare in profondità.
Mi dice che negli ultimi anni comincia ad averne abbastanza di questo mestiere, perché non riesce più, al termine della giornata, ad appendere il camice e tornarsene a casa senza pensieri.
Non riesce perché comincia a soffrire con le persone, a non sopportare più la propria invadenza nel conoscerne il destino, nell’entrare nelle loro cose più intime.
Mi sento di dirgli che se lui, già professionista eccelso, comincia ad avere dentro questi sentimenti, allora sarebbe davvero un peccato che mollasse tutto così.
E intanto penso a me stesso e mi rendo conto che più vado avanti in questo lavoro, più mi accorgo di come non conti la somma dei successi e dei fallimenti, ma valga soprattutto la condivisione.
E questo è tanto più vero, quanto più ci si misura con il “limite”, ossia col fatto che la medicina non é – appunto – l’arte di saper spostare i “limiti” come le malattie e la morte il più in là possibile, se non addirittura sperare utopisticamente di eliminarli, ma qualcosa di diverso.
Ne parlo di sera a casa, con mia moglie e le confesso di non capire fino in fondo il disagio del collega di fronte a situazioni di sofferenza.
La risposta che mi dà é illuminante: “Certo, é perché non ha ancora trovato la risposta. E’ per questo che un peso così gli risulta insopportabile”.


Il punto allora é proprio questa risposta.
Il culmine della passione di Cristo sembra essere stato il momento in cui, in croce, ha gridato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?” (2) Gesù, che ha già vissuto la sofferenza fisica oltre l’immaginabile, assume su di sé il dolore più atroce: la sensazione d’essere lasciato dal Padre.
Chiara Lubich parla così di quell’attimo d’infinito amore di Dio per l’umanità : “Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull’umanità il Divino, attraverso la ferita dell’Abbandono, che é la pupilla dell’Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell’umanità attraverso la quale si vede Dio” (3).

E' questa allora la prospettiva ?
Questa la modalità per accogliere l'inaccoglibile ?
Personalmente credo proprio di sì, perché questo mi appare essere l'unico terreno dove sia resa possibile la reciprocità.
Ma c'é bisogno d'essere educati e di compiere un cammino insieme.
Citando ancora Antonio Rodari:
"il medico ... deve essere vero con se stesso e con la sua vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. Deve imparare a giudicare la sua vita e le sue azioni non sulla base del loro esito, ma sulla base di ciò che le muove. E questo avviamento non é istintivo, ma é l'esito di una compagnia e di una educazione.
Quello che permette al medico di non scoppiare dentro un rapporto con una persona che non può ottenere alcun evidente alleggerimento dalla pesantezza della sua situazione e quello che può permettere a chi é nell'indigenza di non disperare é lo scoprire che il vivere insieme quei momenti e con verità l'uno nei confronti dell'altro ha un significato che trascende i limiti dell'esito contingente della vicenda" (4).

Note:
(1) Antonio Rodari - La camomilla ha sconfitto il male - BUR-i libri dello spirito cristiano.
(2) Mc 15,34; cf. Mt 27,46
(3) Chiara Lubich, “Il grido“, ed. Città Nuova, 2000
(4) vd. (1)

Friday, January 12, 2007

PARIS, TEXAS


A distanza di più di vent’anni “Paris, Texas” regge ancora.
Un cult-movie, senza dubbio, con tanto di siti web ad esso dedicati.
Sta di fatto che, a dispetto della storia triste, rimane ancora un gran bel film.
Wim Wenders che si cimenta per la prima volta in una storia d’amore e lo fa in un modo tutto suo.
Un racconto anomalo, tutto americano, frutto della mente di quel Sam Shepard ritrovatosi di lì a poco anche con Bob Dylan, in quella “Brownsville Girl” scritta assieme, anch’essa lontana anni luce dal mito di un’America fuoriuscita da un catologo del Marlboro Country Travel, e capace di compiacersi nel fascino che ne deriva dall'esserne così distante.

Scenari western, deserti del New Mexico e dell’Arizona, girovagati a lungo da Wenders prima del film, in un voyerismo fotografico straordinariamente espressivo, che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, anche nelle numerose mostre allestite sul regista.
Ry Cooder ci mette del suo, con una musica a dir poco stupefacente.
L’uso sagace del bottleneck, la slide guitar, a creare le atmosfere desertiche più idonee alle immagini del film, al punto da costituire non più semplice colonna somora, ma opera a sé stante, capace di suscitare emozioni proprie e muovere l’immaginario in una sorta di etereo trance.
Il tutto avvalendosi dell’aiuto del fidato David Lindley, uno che nei settanta, quando il west-coast sound era un mito per tanti di noi, non era certo lì a fare da spettatore.

Paris, Texas” mi fa venire in mente “On The Road” di Kerouac, ma anche “Uneasy rider” di Mike Bryan, in quel suo viaggiare incessante sulle freeway che attraversano il paese da un lato all’altro: “Io, viaggiando in superstrada, andavo nella stessa direzione di questa cultura, la vivevo dal di dentro, alla massima velocità e con la macchina migliore che potessi permettermi. Niente roulotte con i letti a castello e stufetta a gas per il sottoscritto. Motel e ristoranti da camionisti dall’inizio alla fine del viaggio. Fissa la bestia negli occhi. Ama il tuo vicino di casa. Porgi l’altra guancia”.

Il film non é altro che la storia di una famiglia che non é riuscita a stare in piedi, vittima di quell’America errabonda e perennemente alla ricerca di un’identità, incapace di vivere le proprie responsabilità, ma anche altrettanto piena di quel grido rivolto alla Realtà di farsi presente.
Il grido di Jane (Nastassja Kinski), abbandonata dal marito, allo sbando nel suo sbarcare il lunario nei peep show, ma che nella drammaticità della sua vita non perde una stilla di sangue del suo essere madre del figlioletto Hunter.
Il grido di Travis (Harry Dean Stanton), incapace di resistere alla propria folle gelosia, distruttore di sé e degli altri, ma capace alla fine di recuperare la maternità di Jane, apparentemente relegata in una deriva di sofferenza senza senso.
La soluzione felice sembra ad un passo, ma la storia non può giungere così in là: Travis non appare in grado di riproporre a se stesso una possibilità.

Eppure, alla fine, quel senso di famiglia ti rimane dentro lo stesso.
Quel grido d’impotenza, la deriva sempre possibile dietro l’angolo, non é esclusiva di qualche personaggio estremo, elaborato dalla genialità di un bravo scrittore o regista.
E’ un qualcosa dentro ciascuno di noi, pronto a far capolino appena pensi di poter camminare da solo, nella presunzione di un bastare a noi stessi nella bontà delle passioni e dei sentimenti che abbiamo dentro.
Come dice Paola Scaglione: “A indicare l’orizzonte della vita a due non c’é il reciproco guardarsi negli occhi di chi si illude che si possa amare sul serio l’altro escludendo il resto dell’esistenza, ma il camminare insieme nella medesima direzione. Perché non ha altra scelta chi, pur desiderando amare in modo totale, scopre che la propria fragilità lo rende incapace di una simile pienezza

Sunday, January 07, 2007

PEDANA DI LANCIO


"Si sta facendo buio. Non vedo bene. Non che ci sia molto da vedere, in effetti. C'é troppa confusione. Dovrei dormire, ma sono troppo stanco anche per fare questo.
Mi piacerebbe vedere Clara ed Alessandra. Mi piacerebbe vedere la mia vita. Mi piacerebbe fare tante cose. Tante cose per cui non ho avuto tempo...
Ma come si fa ad avere tempo ?

E' sempre più buio. Ho anche un po' freddo. Non ho più dolore.
Mi hanno spostato di letto. Dove stiamo andando ? Dove mi portano ?
Io non riesco a vedere. Non sento più niente. Niente. Ho di nuovo paura.
Clara ! Alessandra ! Dove siete ? Non lasciatemi solo ...
Ma dove sono andati tutti ?
Ma perché hanno spento la luce ?
E' buio, é sempre più buio. Sempre più buio. "
Nel romanzo di Marco Venturino (1) per il protagonista, Pierluigi Tunesi, ricoverato in rianimazione dopo un'intervento chirurgico, non c'é più speranza : quel buio é l'anticamera della morte.
La storia del libro é spietata e fa riflettere, ma non lascia scampo.
Nel racconto non c'é prospettiva neppure per Luca Gaboardi, responsabile del reparto, che attende la moglie del paziente: "Sono nel mio studiolo e sto aspettando. Sto aspettando le lacrime e il dolore della signora Clara in Tunesi. Lacrime e dolore che conosco bene, che ho visto tante volte. Così come conosco la solita domanda: "Perché é successo ? ". Ma non conosco la risposta".

Quella di Tunesi é l'esperienza estrema: la sua paura é quella finale, terribile, di una malattia vissuta senza speranza.
Eppure basta una circostanza dolorosa qualsiasi e a ciascuno di noi sembra che accada come a lui: qualcuno ha spento la luce.
Cala il buio all'improvviso su circostanze di vita che un attimo prima ti erano apparse diverse, magari anche affascinanti. Buio sulle emozioni, buio anche sulla luce dell'intelletto: ciò che ti pareva d'aver compreso diviene all'improvviso oscuro e privo di significato.
Tuttavia come non sapere che "un prato verdeggiante di notte, quando le tenebre lo coprono, può sembrare non più un prato, però rimane sempre un prato". (2)
Ti sembra di saperlo, ma in realtà lo misconosci: il buio schiaccia e rifiuta l'evidenza.

Ma quel buio che cos'é?
A volte, in un guizzo di scrupolo e di onestà, non appare più l'insieme delle circostanze.
Non più vittima di esse, ma attore di ciò che accade.
L'oscurità é il tuo limite, percepito in tutta la sua consistenza e questo ti opprime ancor di più, ti immobilizza. L'amor proprio e l'orgoglio ferito superano ogni capacità di pazienza.
Se il buio é causato dagli altri ce la puoi fare ancora, ma se é causato da te stesso, i conti non tornano più.

Allora il limite cos'é ?
Ostacolo che ferma la corsa o pedana di lancio su cui salire per andare oltre ?
E' oltraggio a me stesso guardarlo in faccia per quello che é - bisogno di rivolgere lo sguardo ad un Altro - e magari giungere a scoprire che non mi scandalizza più ?
Un prato "rimane sempre un prato", basta guardarlo nella prospettiva giusta, quella dell'Amore.
Perché quello scritto prosegue così : "...Così tu, Gesù in te è sempre bello, lucente, anche se i tuoi occhi lo scorgono nero e pieno di tenebre. Fuga le tenebre con l’amore". (2)

Note:

(1) Marco Venturino - Cosa sognano i pesci rossi - ed. Mondadori.
(2) Chiara Lubich, scritto del 1949

Wednesday, January 03, 2007

TIGHT CONNECTION TO MY HEART

Alla fine non ce l'ho fatta.
Ho resistito per un po' ma alla lunga una menzione sull'ultimo disco di Bob Dylan la dovevo fare.

Un post inutile, forse, a distanza di quattro mesi dall'uscita del disco: chi ama Dylan l'ha già comprato da un pezzo e chi non lo sopporta non lo prenderà comunque.
E poi su questo album si é già detto di tutto.
Critici che l'hanno incensato come capolavoro, vecchi fans che vedono il nostro incamminato sul viale del tramonto, classifiche di tutto il mondo che hanno visto l'album in vetta a lungo (anche se i maligni diranno che é facile andare in testa nelle vendite di cd: chi li compra più ormai, ora che tutto viaggia in mp3?).

Insomma, allora perché parlarne di nuovo ?
Innanzitutto perché a me questo disco, dopo ripetuti ascolti, piace ancora e poi perché una delle canzoni ha dato il titolo al mio blog (Ain't Talkin').
Ma soprattutto perché ho trovato questa citazione su Dylan di Claudio Chieffo (come dire che tra poeti ci si intende) e allora non ho potuto resistere.....

"Lui é IL grande. E' grande perché é un genio. Ed é un genio del bene, perché ha una passione per la verità della sua vita che traspare da ogni canzone. Eppure era partito così male, con una negatività impressionante: ma solo uno che ha una tale passione per il bene può andare avanti fino in fondo pur partendo da una negazione del genere. Non erano domande retoriche le sue: la domanda di Bob Dylan é una domanda vera. Per questo, quando esce un bel disco di Dylan, vale la pena di ascoltarlo"

(Claudio Chieffo)

Monday, January 01, 2007

L'ANNO CHE VERRA'


Se i propositi per il nuovo anno fossero pretesa di maggior fortuna, salute o ricchezza, forse non durererebbero più dello spazio di un brindisi.
A me piace guardare invece alla certezza di una felicità che prosegue, sulla strada di una misericordia come quella di cui parla Paola Scaglione, nel suo libro che racconta della storia di Claudio Chieffo.

Buon anno a tutti.

"... una sola certezza mi rimase inchiodata quel pomeriggio: una strada in cui c'era qualcuno capace di svelare tutto quello che portavo nel cuore, di cantare la vita e la misericordia di Dio senza censurare nulla, con una libertà, una verità e una bellezza commoventi, sarebbe stata la mia strada. E così é stato. E così é. Vorrei poter raccontare di essere stata totalmente fedele a quest'avventura, ma incoparabilmente più affidabile della mia é stata la fedeltà del Padre che dà coraggio e perdono a ogni istante. Guardando indietro scopro ogni volta con stupore e gratitudine che la mia storia é quella di una misericordia che non mi ha mai lasciato sola".

(Paola Scaglione - La mia voce e le mie parole. Claudio Chieffo, una lunga storia di musica e poesia - ed. Ares)

Thursday, December 28, 2006

HAPPY NEW YEAR


"Let us not wallow in the valley of despair, I say to you today, my friends, so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. (...) I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood. (...) I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; "and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together"

"Oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà dell'oggi e di domani, ho ancora un sogno. (...) Ho un sogno, che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di ex schiavi e i figli di ex proprietari di schiavi riusciranno a sedersi insieme al tavolo della fratellanza.(...) Ho un sogno, che un giorno ogni valle sia colmata, e ogni monte e colle siano abbassati, i luoghi tortuosi vengano resi piani e i luoghi curvi raddrizzati. "Allora la gloria del Signore sarà rivelata ed ogni carne la vedrà".

Martin Luther King, Washington Rights March, August 28th, 1963

Wednesday, December 27, 2006

ALBUM OF THE YEAR


JERRY LEE LEWIS
"LAST MAN STANDING" (2006)

The "Killer" is back.
Here's the quintessence of rock'n'roll with blues and country contaminations, in the form of duets with music stars as Springsteen, Fogerty, Neil Young, Little Richard, Willie Nelson, Kristofferson and many others.

An absolute masterpiece from a real genius.
Elvis's gone, Johnny Cash and Carl Perkins too, but Jerry Lee is still here, the "last man standing" .
As Bob Dylan would say "he was so older then, he's younger than that now".
The album of the year !

P.S. If you want to learn more about this, read through Paolo Vites' excellent review (see the link: "Gamblin' Ramblin')

Wednesday, December 20, 2006

BUON NATALE


I dirigenti di IKEA e RINASCENTE hanno pensato bene di togliere i presepi dagli oggetti in vendita sugli scaffali dei loro negozi.
Pare che non sia conveniente dare ospitalità a Gesù, proprio come duemila anni fa.
Peccato, speriamo che invece per molti le cose non stiano affatto così.
Come per Don Camillo e Peppone, capaci ancora di uno sguardo fatto di stupore.....

"....oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
"Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale" annunciò con fierezza Peppone. "Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. E' un fenomeno".
"Lo so" ammise don Camillo. "Anche la poesia per il Vescovo l'aveva imparata a meraviglia".
Peppone si irrigidì.
"Quella é stata una delle vostre più grosse mascalzonate !" esclamò. "Quella me la dovete pagare".
"A pagare e a morire si fa sempre a tempo" ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
"Questo é il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo Peppone" disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
"E questo é don Camillo !" esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
"Bah ! Fra bestie ci si comprende sempre" concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa.
Poi udì risuonarsi all'orecchio le parole della poesia, che oramai sapeva a memoria.
"Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica !" si rallegrò. "Anche quando comanderà la democrazia proletaria, le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie !".

Il fiume correva placido e lento, lì a due passi, sotto l'argine, ed era anch'esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all'acqua, c'eran voluti mille anni.
E soltanto fra venti generazioni l'acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico per fare cosa ?
Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino."

(Giovannino Guareschi)

Saturday, December 16, 2006

NON SOLO WELBY


di Mario Melazzini
primario Day-Hospital oncologico IRCCS S.Maugeri di Pavia
Presidente nazionale AISLA (associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica)

Da quasi quattro anni sono malato di sclerosi laterale amiotrofica, malattia neurodegenerativa che porta a morte i motoneuroni, cellule nervose della corteccia motoria cerebrale, del tronco encefalico e del midollo spinale, portando alla paralisi progressiva della muscolatura volontaria,sino all’arresto respiratorio. Nonostante sia costretto sulla sedia a rotelle, possa solo muovere due dita della mano dx, alimentato artificialmente per via enterale tramite PEG durante la notte, supportato dalla ventilazione non invasiva notturna e parzialmente durante la giornata, totalmente dipendente dagli altri, apprezzo sempre di più quanto sia bello vivere anche in queste condizioni,con dignità e buona qualità di vita e sentirmi ancora utile, prima di tutto a me stesso,ma anche agli altri.Sono inoltre fortunato, in quanto pur la malattia così devastante, lascia totalmente integre le funzioni cognitive:e questo è il valore aggiunto,basta usarlo nel modo giusto.Tutto ciò mi permette di continuare a fare il medico,anzi essere passato dall’altra parte,mi permette di lavorare ancor meglio,con una maggiore attenzione verso i bisogni dei miei pazienti. Ma anche a battermi per la tutela della vita in ogni sua fase: dall’inizio alla fine.
Al di là delle mie convinzioni personali, per altro razionalmente motivate, pur avendo il massimo rispetto delle considerazioni espresse a più riprese dal signor Welby, frutto di evidente sofferenza e di giustificato senso dell’abbandono della vita causato dalla patologia da cui egli è colpito, mi amareggia vedere che si investe moltissimo, in denaro, impegno politico, comunicazione mass-mediatica, per iniziative che vanno in una direzione monotematica incentrata unicamente sul diritto a morire senza quasi mai prendere invece in considerazione le ragioni di chi, pur in condizioni clinico-fisiche,a volte anche peggiori di quelle in cui attualmente si trova Welby, sceglie comunque di continuare a vivere. Posso testimoniare che moltissimi malati che si trovano in condizioni peggiori delle mie, ventilati meccanicamente 24 su 24, alimentati artificialmente per via entrale,con paralisi completa,con unico movimento residuo a carico dei globi oculari,non chiedono che di poter continuare a vivere, e di poterlo fare con dignità. Dovrebbero essere ascoltate con una attenzione pari a quella riservata al “caso Welby” anche le voci dei malati che non misconoscono l’amore per il dono della vita, pur vissuta nella sofferenza e tramite supporti tecnici quali la ventilazione meccanica e/o alimentazione artificiale, tenendo nel contempo in adeguata considerazione le reali condizioni in cui le persone con patologie gravi e le loro famiglie vivono.
Un esempio dolorosamente vistoso di questa contraddizione si è avuto lo scorso 18 settembre a Roma, in piazza Bocca della Verità. Mentre Piergiorgio Welby riceveva poco tempo dopo dalla più alta autorità dello Stato pubblica risposta alla sua richiesta di sospensione delle cure, rimaneva invece inevasa la silenziosa protesta di un gruppo di malati di sclerosi laterale amiotrofica provenienti da tutta Italia. Questi malati chiedevano più assistenza, più tutela della dignità dei pazienti, anche più ricerca vera. Tra di loro, c’erano molte persone in carrozzina, molte ventilate artificialmente, alcune tracheotomizzate; tutte in uno stadio avanzato della malattia ma con la stessa aspirazione: vivere, non morire. Anzi quasi contemporaneamente un mio compagno di malattia, in condizioni di malattia avanzatissima, inviava una missiva al capo dello Stato in cui chiedeva un supporto per poter continuare a vivere. Nessuna risposta.
Ho potuto constatare che, a livello politico e mediatico, chi vuole morire fa notizia, mentre non fa notizia chi – magari trovandosi in identiche o anche peggiori condizioni –viene volutamente trascurato.
Ma queste delusioni non mi abbattono. Hanno invece rafforzato in me la voglia di lottare per tutti coloro che, riuscendo magari a muovere solo gli occhi, vorrebbero avere un computer come quello di Welby per poter parlare. Parlare non di morte, ma di vita. Far sentire le ragionevoli ragioni di chi, nel rispetto di ogni situazione personale, ritiene tuttavia profondamente ingiusta ogni azione che miri attivamente a far morire il paziente.Ciò che manca è una reale presa in carico del malato,la corretta informazione sulla malattia e sulle sue problematiche, la comunicazione personalizzata con la condivisione familiare per poter “spianare” il percorso della consapevolezza per poter facilitare ed applicare concretamente le decisioni condivise durante la progressione della malattia. Non si può chiedere a nessuno di uccidere, di ucciderci. Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l’amore vero non uccide e non chiede di morire.
E’ necessario aprire una concreta discussione su che cosa si stia facendo per evitare l’emarginazione delle persone con gravi patologie invalidanti e su quanto realmente, al momento attuale, si sta investendo nel percorso medico, di continuità assistenziale domiciliare e di cultura della salute e delle problematiche legate alle patologie disabilitanti e alla disabilità in senso lato. chiedendosi con molta sincerità se proprio dalla mancanza sempre più evidente di assistenza domiciliare qualificata, supporto adeguato alla famiglia, reti di servizi sociali e sanitari organizzati,
solidarietà, coinvolgimento e sensibilità da parte dell’opinione pubblica scaturiscano quelle condizioni di sofferenza e di abbandono a causa delle quali alcuni malati chiedono di porre fine alla propria vita.
La vita è un dono e come dice la Senatrice Rita Levi di Montalcini:” Si deve valere sino al minuto in cui si muore e godere ogni minuto del miracolo di essere vivi”.

(tratto dal sito di Medicina e Persona)

Wednesday, December 13, 2006

CHI NON HA TEMPO, SE LO CERCHI !


Un amico che, facendo della fraternità la categoria principale del proprio agire in ambito politico e che, col suo vivere, é stato un maestro in ogni istante, disse una volta una frase che mi rimase alquanto impressa: "Diciamo sempre che non abbiamo tempo. Uno dei primi propositi dovrebbe proprio essere questo: chi non ha tempo, se lo cerchi ! Per dare peso ai rapporti, per dialogare, per recuperare il valore delle piccole cose, se vogliamo essere pronti a fare le grandi".

Ricordo anni fa, quando un famoso spot recitava "contro il logorio della vita moderna", ed erano tempi - a pensarci bene - che questo logorio forse non lo conoscevamo ancora.
Allora in certi momenti, quando la fatica si sente davvero e il tempo sembra mancare sul serio, mi vengono in mente quelle parole di Domenico e queste altre, di Chiara Lubich, da cui lui e molti altri erano e sono costantemente ispirati:
"Quando si accavallano problemi nella tua mente, piglia nelle mani il problema chiave - l'Amore - e sciogli tutto in esso. Verrà l'intimità profonda con Gesù; le tue relazioni con Lui saranno vive e gioiose. Accetta tutto dalla vita, però dopo che hai dato ad essa tutto te stesso".

Friday, December 08, 2006

IN MEMORIA DI MATTHEW


Ebola é uno strano virus, bizzarro e terribile allo stesso tempo.
Come il più temibile dei guerrieri di un tempo, compare all’improvviso in luoghi inattesi, distrugge quasi tutto ciò che incontra ed altrettanto in fretta scompare, lasciando dietro a sé sangue, lacrime e desolazione.
E’ una malattia quasi sempre letale, altamente contagiosa e impietosa nelle sue manifestazioni cliniche: una febbre emorragica che non risparmia alcun distretto dell’organismo.
A tutt’oggi é un male incurabile e difficilmente troverà mai qualcuno, industria farmaceutica o istituto di ricerca, che la consideri un grosso affare commerciale in cui valga la pena d’investire.
Troppo pochi, in fondo, i morti e troppo poveri e remoti i luoghi in cui é solito colpire.

Quando Ebola arriva in Uganda, nell’autunno del 2000, trova ad accoglierlo anche un’istituzione tra le più luminose di tutto il continente africano: il St. Mary’s Lacor Hospital, fondato dai coniugi Lucille e Piero Corti.
Quando il virus giunge lì trova ad attenderlo Matthew Lukwiya, un giovane e brillante medico ugandese che Piero Corti ha voluto alla guida del suo ospedale. Dotato di grandi capacità professionali, egli é tornato tra la sua gente dopo gli studi in Inghilterra, per servirla in spirito di amore ed umiltà, rinunciando ad una carriera in occidente che certamente non l’avrebbe privato di soddisfazioni.
Matthew riconosce subito, sin dalle prime segnalazioni di alcune morti sospette nel suo distretto, la possibilità che il terribile virus abbia di nuovo fatto capolino in terra d’Africa e giunge rapidamente alla diagnosi, avvalendosi di alcune strutture specializzate in indagini virologiche del Sud Africa. La notizia giunge rapidamente anche al prestigioso Center of Communicable Diseases (CDC) di Atlanta, massimo organo scientifico nel campo delle malattie infettive, che manderà una propria delegazione di studio e supporto nel giro di poco tempo.

Il personale dell’ospedale affronta l’emergenza medica con una dedizione mai vista.
Per curare il male non c’é terapia ma qui si assiste al “prendersi cura” degli ammalati ; sembra una banalità trattandosi di operatori sanitari, eppure c’é dell’eroico in tutto questo: quando Ebola si affaccia su qualche finestra del mondo suscita solo terrore e fuga ed anche questa reazione lo distingue tragicamente da altre malattie.
L’operato del personale in quelle settimane sarà memorabile. Il St.Mary Lacor pagherà la propria moneta con la perdita di tante vite, ma otterrà alla fine il risultato insperato di aver contenuto la mortalità globale in numeri che, seppur spaventosi, saranno decisamente ridotti rispetto alle precedenti epidemie.
Eppure il miracolo del Lacor Hospital é soprattutto la drammatica risposta positiva ad un interrogativo fondamentale : vale la pena ed é in grado un medico, un infermiere, di rischiare e giungere a dare la vita semplicemente per aiutare un altro uomo a soffrire e morire con dignità ?


Gaetano é un amico ed un collega e viene chiamato ai primi di dicembre per assistere il dottor Matthew. Quell’uomo, messosi in prima linea, ha finito per contrarre la malattia ed ora c’é bisogno di un anestesista esperto per effettuare un tentativo disperato, mai messo in pratica sino ad allora: provare ad intubare e ventilare meccanicamente un paziente affetto da insufficienza respiratoria nel contesto della malattia emorragica. Gaetano giungerà in extremis, a compiere un atto reso ormai inutile dallo stadio della malattia. Assisterà Matthew fino all’ultimo e racconterà poi a tanti l’eccezionalità di quei momenti:
Rientrai ad Hoima il 5 dicembre in tarda serata; avevo assistito il dr. Matthew Lukwiya fino alla sua morte, avvenuta la notte precedente, e quindi alla sua tristissima sepoltura all’interno dell’ospedale. Mentre mi avvicinavo a casa scorrevano nella memoria tutti i fatti e gli incontri vissuti; mi rendevo conto che nella tragedia che aveva colpito l’ospedale di Lacor c’era qualcosa di grande, un avvenimento che stava cambiando radicalmente molte persone, in particolare quelli che avevano offerto la vita fino al sacrificio e quelli che, mossi da una gratuità esemplare, continuavano il loro lavoro accanto ai malati. E’ proprio vero che Dio, nel Suo mistero, opera il miracolo del cambiamento ”.

Poco prima di morire, Matthew aveva pregato: “O mio Dio, mio Dio, penso proprio che dovrò morire sulla breccia nell’esercizio del mio dovere, ma voglio essere l’ultimo”.
Sabato 9 dicembre 2000 é il primo giorno senza morti di Ebola in Uganda.
I malati sopravvissuti nei reparti cominciano a riprendersi.
Le parole di Matthew sono state profetiche, non vi saranno più vite umane perdute.
Ebola si ritira, l’avventura d’amore al Lacor Hospital prosegue.

Personale sanitario morto per Ebola negli ospedali di Lacor e Gulu:
Dott. Matthew Lukwiya, 43 anni, sovrintendente medico
Ajok Christine, 20 anni, studentessa
Ayella Daniel, 24 anni, studentessa
Aol Monika, 20 anni, studentessa
Ongebo Hellen, 34 anni, studentessa
Suor Pierina Asenzo, 40 anni, studentessa paramedico
Ajok Simon Victor, 32 anni, caposala
Kia Florence, 27 anni, infermiera
Akullo Grace, 27 anni, infermiera,
Oto Maburu, infermiera
Auma Mary Immaculate, 25 anni, infermiera
Lanyero Christine, 31 anni, ausiliaria
Odota Margaret, 42 anni, ausiliaria
Aryemo Santina, 26 anni, ausiliara

Letture consigliate:
Alberto Reggiori – Dottore é finito il diesel – ed. Marietti 1820
Elio Croce – Più forte di Ebola – ed. Ares

Monday, December 04, 2006

WELCOME BACK, GREEN ON RED !


This is my family on stage” : it’s Dan Stuart speaking, while introducing the band in the concert at the London Astoria, last 16th January.
If you loved the so-called Paisley Underground (though Dan would disagree about this label) and the “Americana” category of music, here’s a reason to be happy this year : the reunion of Green On Red.
Dan, talking in an interview, said once about himself : “If you live in New York City and are driving here in the west, you can see a sign like “Next gas station 100 miles” and think: “what the hell can I stay here ?” If you are from Tucson, Arizona, surely you relax and feel at home”.
Well, I think this is the sound of the band, pure “desert rock”, country and psychedelic music mixed together, a strange and explosive cocktail coming out by virtue of each member’s style: Dan Stuart’s lachrymose singing ( Neil Young revisited ?), Chuck Prophet’s ravaging guitar solos, Chris Cacavas’ mercury-like keyboards. You will find Jack Waterson too, playing a throbbing vital bass and here’s the whole original band, with the exception of drummer Alex MacNicol (who died in the meantime, his death maybe precipitating this reunion), Jim Bogios filling his place.
Last 16th January the band came back in London, to play the show that was cancelled exactly 19 years before, after Dan Stuart was declared insane while leaving the stage in Athens in a fit of spectacular crack-up. The set list was exactly the same they should play at the time and what a show it was. After London, Green on Red played a few shows this summer in Europe, always well received.
I do hope in a new album of the band now.
Meanwhile I’m still happy to be listening to their past discography.
If you have the time, try to do the same, you should not be disappointed.


GREEN ON RED DISCOGRAPHY
( 1 to 5 stars, subjective grading of course….)

“Two Bibles” (EP, 1981) (**)“Green On Red” (EP, 1982) (**)“Gravity Talks” (1983) (****)“Gas Food Lodging” (1985) (****)“No Free Lunch” (1985) (***)“The Killer Inside Me” (1987) (****)“Here Come The Snakes” (1989) (****)“This Time Around” (1989) (**)
"Live At The Town And Country Club" (1989) (***)
“Scapegoats” (1991) (***)“Too Much Fun” (1992) (**)

DANNY AND DUSTY (members of Green On Red, Dream Syndicate, Long Ryders) - “The Lost Weekend” (1985) (****)

Friday, December 01, 2006

THAT ALL MAY BE ONE



"E' stato un momento meraviglioso. Grazie Santità, si ricordi di noi"
"It was a wonderful moment. Thank You His Holiness, remember about us".
Istanbul's Mufti Mustafa Cagrici

"Lo Spirito Santo ci aiuterà a preparare il grande giorno del ristabilimento della piena unità, quando e come Dio vorrà. Allora potremo rallegrarci ed esultare veramente".
"The Holy Spirit will help us to prepare the great day of the recovery of deep unity, as and when God wills. Then we will really rejoice and exult".
Benedict XVI and Patriarch Bartholomew I

Tuesday, November 28, 2006

IL DIALOGO DELL'AMORE


Penso al viaggio del Papa in Turchia, l'ho in cuore, e mi viene in mente un amico.
Ulisse Caglioni era un sacerdote focolarino, partito da questa terra il 1° settembre del 2003.
Non era una di quelle amicizie fatte di occasioni frequenti, no tutt'altro.
Ma era una persona speciale, di quelle che incontri poche volte, lasciano un segno indelebile nel tuo cuore e tu sai che quel rapporto nulla e nessuno lo cancellerà più.
Ulisse aveva vissuto più di trent'anni in Algeria, un quotidiano semplice ma eroico, nelle cose di tutti i giorni e con quella solida tempra degna delle sue origini bergamasche.
Piccoli e grandi avvenimenti di tutti giorni, amare quello che ti sta di fronte nell'attimo presente, niente di più e niente di meno, ma alla fine della sua vita un seme che già aveva dato tanto frutto.

Poco prima della dipartita di Ulisse, così scrive Farouk, un suo amico musulmano, uno come tanti altri che lo aveva incontrato ed era rimasto conquistato:
"Carissimo Ulisse,
tu ci hai donato la tua vita,
tu ci hai donato la vita.
La tua vita intera é stata consacrata per testimoniare la presenza di Dio e del suo Amore.
Dopo la tua partenza per Roma, guardo intorno, in particolare a Tlemcen, e vedo le cose che tu hai costruito, piantato, fatto crescere; in più continuo a dirmi: Al di là di tutto, la cosa più bella che tu hai costruito é l'Ideale dell'Unità nella terra dell'Islam, nel cuore dei musulmani. Oggi quell'Ideale é nostro. Allora io comprendo in maniera certa e in concreto ciò che Chiara Lubich ha detto: "vi é una cosa che non verrà mai meno, é Dio". Oggi esiste una comunità, un popolo di Chiara in mezzo ai musulmani.
E' per tutto ciò che io ti ho sempre considerato come mio padre, come il padre fondatore. Tu hai donato il tuo amore a ciascuno, grandi e piccoli, in ogni momento. Tutti si ricordano di te; tutti vogliono vivere come tu hai vissuto, anche quando poteva essere pericoloso.
Mi ricordo ancora adesso quando tu mi hai detto: "tu non devi preoccuparti di fare tante cose, la cosa più importante é che tu devi agire dentro di te, vale a dire devi cambiare te stesso". Da allora sono passati degli anni, in me resta l'Ideale, e la mia vita é tesa verso di Lui. Prego perché la semente che é in me possa germogliare e generare altri semi tra i musulmani.
Io accolgo la tua offerta, mentre prego Dio di mantenermi fedele al suo amore perché l'avventura continui.
Prego Dio perché ti avvolga della sua Misericordia.
Restiamo uniti nella sua Misericordia.

Friday, November 24, 2006

OCCHI E STELLE


di Alberto Reggiori
" Di notte, quando attraversiamo quella fetta di buio che ci separa dalla casa dove dormiamo, e gli occhi, invece che investigare il terreno su cui poso i piedi, scoprono il cielo scintillante di stelle equatoriali che brulicano, formicolano e pulsano in quella pace immensa che la accoglie, ecco, allora é davvero difficile pensare che sotto questa volta ci sia un pezzo di terra bella come l'Uganda in una situazione così triste; tutto appare così poco significativo alla vista di quelle stelle ma nello stesso tempo tutto é così terribilmente serio, tragico, definitivo. Eppure questi brulicanti astri, questa tenebra misteriosa sono il vero punto da cui guardare tutto, anche le tragedie di questa terra, perché se non abbiamo un punto di vista diverso, distaccato, non capiamo cosa abbiamo davanti agli occhi. Se non ci stacchiamo da ciò a cui siamo avvinghiati, non riusciamo a vedere. Lo sguardo cade pesantemente ai nostri piedi e poche volte si alza alle stelle. E' un problema di stelle e di occhi, dunque, la vita.
(tratto da "Dottore, é finito il diesel. La vita quotidiana di un medico in Uganda, fra ammalati. poveri e guerriglia", di Alberto Reggiori, ed. Marietti)

Monday, November 20, 2006

MI SOVVIEN L'ETERNO


A volte mi torna in mente Leopardi.
Anni fa, al liceo, mi affascinò come nessun altro.
Sulle prime quel pessimismo debordante parve schiacciarmi, ma poi bastò poco per superare il disagio; mai nessuno era stato così capace di partire dal limite, da tutto ciò che sa di finitezza, di precarietà, per giungere al desiderio dell’eterno, “L’infinito ”, appunto.
Non mi sembrava di prender lucciole per lanterne nel cogliere in tutto questo una religiosità che mi affascinava, ma non era popolare – neppure allora – una piega interpretativa così.
Criticuccia di destra ” , ricordo, fu l’appellativo dato al mio modo di veder le cose dalla mia insegnante d’italiano ed io la contestai a suo tempo; ma ricordo quanto, in fondo, ci stimassimo a vicenda.
Non conoscevo Don Giussani, ma appresi più tardi della sua passione per il poeta e del suo autorevole pensiero nell’accostarne il desiderio del cuore al senso religioso dell’uomo. Appresi anche di come tutto questo non fosse stato esente da critiche, ma fui felice, comunque, di scoprire che quella che era stata una semplice sensazione di ragazzo, coinvolto a modo suo dalle liriche di un grande poeta, fosse qualcosa in più di una semplice questione d’impatto emotivo.

Oggi, ad anni di distanza e vedendo crescere i miei figli a vista d’occhio, mi domando spesso cosa voglia dire “educare” e mi tornano in mente quegli anni. Li confronto in qualche modo con questi, troppo colmi di disimpegno e di violenza, come testimoniano gli episodi di bullismo, sempre più presenti nelle prime pagine dei giornali.
Allora, spesso, ripenso a Don Giussani e quella sua frase all’indomani dell’assassinio dei nostri soldati a Nassyria: “se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio ”.
Non so cosa voglia dire educare, guardo i miei figli e vado così spesso in crisi; ma spero di passargli in qualche modo un’esperienza : quella che parte dal limite, il mio, per cogliere la tensione all’infinito, al desiderio di un Altro.
Proprio come Leopardi, checché ne dicano i critici letterari.

Thursday, November 16, 2006

UNA CROSTA DA ROMPERE


Ci sono mattine in cui, al risveglio, mi ritrovo appesantito ancora dal negativo incontrato il giorno prima; giorni in cui il sorgere del sole, le ritrovate energie, non bastano a ricoprire di fascino l’irrompere di una nuova giornata, tutta da vivere con pienezza. So già che gioia ed allegria si mescoleranno inesorabilmente ad imprevisti scomodi e fastidiosi, a rabbie e paure, ad ostacoli in apparenza insormontabili. E mi ribello, incapace di riconoscere in quelle circostanze il Suo volto, quando, in un eccesso di follia d’amore, ha gridato anche Lui “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?”.
Allora, quando riesco, mi affido, e questa - invariabilmente - diventa la via d’uscita, capace, di dare la svolta alla mia giornata.
Perché “c’é una crosta da rompere”, ogni momento, come racconta Emilio Bonicelli, scrittore e giornalista del "Sole 24ore" in questo suo splendido libro:

Quando, avvolto nella coperta dorata, mi portavano lungo i corridoi dell’ospedale verso la dolorosa TBI, chiudevo gli occhi e desideravo di vedere il volto di Maria. Lo stesso volto del quadro che avevo lasciato nella mia camera. E invece di fronte a me compariva solo una crosta, come la pelle nera di un serpente. La luce stava dietro.
C’é una crosta da rompere. Da rompere ogni giorno. La crosta dell’egoismo e dell’invidia, la crosta della banalità e della meschinità, la crosta della violenza e della solitudine, la crosta della malattia e della morte. Ma la crosta é mescolata in modo profondo e umiliante alle nostre ossa e togliercela di dosso non ne siamo capaci. Noi desideriamo, cerchiamo, ci disperiamo, ma solo una grazia può squarciare quel velo. Solo lo stupore di fronte al mistero di Dio che viene a immischiarsi con noi e rende possibile una terra nuova.
La crosta non é scomparsa, ma un giorno, chiudendo gli occhi si é lacerata, come un’iniziale ferita, e da quel taglio scendeva la luce. La luce di Cristo, che gratuitamente si dona, che entra in noi e ci insegna ad amare. Nella carne, nella terra arata, nella collera, nella dimenticanza, nella selva che confonde la luce, nell’amicizia che sostiene. Ma, da questo grano della vita, a ogni istante possiamo alzare a lui lo sguardo, come mani levate, e la fede cambia la pioggia, cambia il dolore, cambia le ferite. Non più gelida notte, ma fervida attesa in cui, nella fraternità, si afferma la comunione. Luce del giorno che viene, per essere come lui nel suo amore. Sino a che la terra arata, il corpo segnato, le mani affaticate, le ginocchia infiacchite diventano culla di una gioia che nessuno può strappare. Culla di conversione.”

(tratto da “Ritorno alla vita. Il cammino di un uomo che lotta per vincere la leucemia”, di Emilio Bonicelli, ed. Jaca Book)