Monday, May 31, 2010

GRAZIE IVAN

"La bicicletta insegna cos'é la fatica, cosa significa salire e scendere - non solo dalle montagne, ma anche dalle fortune e dai dispiaceri - insegna a vivere. Il ciclismo é un lungo viaggio alla ricerca di se stessi" (Ivan Basso)

Scrissi di lui all'indomani dell'ennesima brutta pagina di doping nello sport, colpevole come tutti gli altri, ma forse con un pizzico di coraggio in più.
Dopo quei giorni Ivan Basso ha lavorato duramente, nell'umiltà e nel sudore, attraversando - come scrive la gazzetta dello sport di oggi - momenti "in cui pedali per ore solo come un cane nella tua notte infinita e dubiti che esista un'altra alba".
Quell'alba é arrivata ieri, nella splendida cornice dell'arena di Verona e allora lasciatemi gioire per un po' insieme a tutti quelli che questo ciclismo non hanno mai smesso di amarlo, anche mentre attraversava le pagine più buie della sua storia.
Ho visto le lacrime di Mourinho mentre stringe Materazzi e, pur da vecchio cuore rossonero, mi sono emozionato un po' anch'io. Ma l'abbraccio di Ivan Basso alle figlie, mentre compie l'ultimo metro in bici sulla passerella di Verona, con buona pace degli amici interisti, é la più bella immagine di sport che abbia visto da un sacco di tempo a questa parte.
E in un'epoca di giustizialismo e nuovi dei mediatici, sempre pronti ad indicare i peccati senza parlare mai di vie d'uscita, pronti a giudicare il prossimo senza guardare mai alle travi presenti negli occhi propri, é bello vedere immagini di redenzione come questa.
Grazie Ivan, ora ti aspettiamo sulle strade di Francia, a sfidare Contador.
Che bello che sarebbe vederti sfilare in giallo lungo i campi Elisi.

Saturday, May 29, 2010

RELEASED


Che voglia di scappare da tutto, che ti aveva assalito all'improvviso.
Fuggire da pazienti ed elettrocardiogrammi, via lontano, da tutto il male, quello intorno, con la sua richiesta incessante che ci fosse qualcuno che se ne prendesse cura e quello dentro sé, sempre troppo difficile da sostenere.
Ti era venuta voglia di scappare via, in caduta libera e correre libero, dentro un prato pieno di fiori, sbocciati su piante nate da semi marciti tra le lacrime e cresciute dentro una terra ricoperta solo da brina e notti senza stelle. Correre fino a non sentire più le gambe dal dolore e poi arrivare giù, giù, fino al mare, per sedersi un po', affaticato e oppresso, finché non fosse tramontato il sole, finché la tristezza non se ne fosse andata via tutta per davvero, imbarcata per sempre per lidi lontani, sulla prima barca giunta all'alba del nuovo giorno.

Eppure ti ricordavi che era già successo. Ricordavi che ce l'avevi fatta.
Tirar su quelle povere ossa al mattino e non sentirti già così stanco da far sembrare impossibile il tirar sera.
Le disunità e le lacerazioni dell'anima possono anche far questo: distruggere il corpo come se avesse lavorato tutto il giorno in un cantiere. La fatica e l'ira, gli scatti d'impazienza, la risposta infedele al Volto buono che ti viene incontro dentro l'imprevisto dell'attimo presente, tutto ti aveva disteso a terra, stordito, reso confuso e dolorante. Ma gli incidenti di percorso, le asperità del cammino, tutto ciò, lo sapevi, non poteva definirti appieno. Anche se ti aveva ridotto così, sanguinante, mentre continuavi a ripeterti "non é nulla, it's life and life only", la vita soltanto, in fondo.
Ma il giorno prima, sulle scogliere aguzze del tuo io, avevi provato a ricostruire tutto quanto. Anzi, non avevi fatto nulla, in fondo, ti eri messo solo da parte, lasciando che un Altro rimettesse su casa dalle macerie frutto dell'agire del tuo io sulle circostanze.
Era stato così, ti eri messo sotto, di buzzo buono, a ricostruire ogni rapporto, libero finalmente dall'orgoglio della stima di te stesso; libero cioé vuoto e quindi pronto a lasciarti riempire da qualcosa o da qualcuno: volti e braccia, sguardi e pensieri, idee e desiderio d'ascolto di chi ti si parava innanzi di volta in volta.
Era pure arrivato l'sms di quell'amica, piombato addosso come un macigno quasi inopportuno, ma liberatorio, invece, proprio davanti a quel paziente, in quell'ambulatorio, nel momento della fatica e del cedimento: "il mio prossimo paziente, una fatica immensa.. mi viene in mente padre Aldo: mi inginocchio davanti ai miei malati perché sono Cristo. Veni Sancte Spiritus. E' tutto quello che posso offrire nella mia poca umanità! Che grazia oggi averlo sperimentato!".

Per quello al mattino di quel giorno ce l'avevi fatta.
Per quello ti eri alzato finalmente riposato.
Caduta l'ideologia di te stesso - quella falsa stima basata sui successi, ma così rapida a crollare sempre, inesorabile, davanti ai fallimenti - era rimasta in piedi solo la persona dentro la sua libertà.
Già, la libertà, che bella che era, ora che cominciavi a provarne il gusto. Libertà dal giudizio su di te e sugli altri, libertà nel saperti mettere finalmente nelle mani di un Altro più grande di tutto il tuo agire. Era stato necessario che diventassi nudo, invisibile, una pietra rotolante, dura roccia divenuta finalmente fango, capace di farsi spalmare, di diventare quella scultura che l'Artista aveva in mente sin da principio, sin da quando contemplava assorto la massa informe di marmo grezzo, pronto ad essere colpito dallo scalpello.

Allora, alla fine della corsa, adesso potevi anche tornare.
Non eri un angelo caduto, in fondo, perché quella caduta libera ti aveva reso libero per davvero. Potevi ricominciare un'altra volta, in quella vita insostenibilmente rock'n'roll. E riprendere su di te il nuovo dolore e la nuova tristezza del giorno che sarebbe venuto. Ma pronto e preparato, questa volta, perché reso capace da Qualcuno di prendertene finalmente cura, l'alba di un nuovo giorno in cui Quel dolore l'avevi riconosciuto uguale al tuo.
Ti era tornata voglia di rischiare, di smettere di difenderti, perché era vero, come si era sentito rispondere Enzo quella volta, che ti stavi comportando come se tutto dipendesse dalle tue mani e che stavi andando avanti cercando quello che meno ti feriva, che ti mettesse a posto senza rischiare (1).
No, non poteva durare all'infinito, l'alba del giorno nuovo adesso era arrivata, quella che un Altro aveva già preso su di sé.
Lui, l'Abbandonato, l'Uomo dei dolori, Colui che aveva già sciolto in sé anche tutti i nostri, una volta per sempre, alle ore tre di un giorno di tanti anni fa.



Note:
(1) Enzo é Enzo Piccinini e la questione del difendersi, del rischiare e della libertà la raccontò magistralmente un giorno : "(...) ero lì in corridoio, Giussani si avvicina e dice: «Come va?». Io dico: «Non c’è male». Lui si ferma: «Come, non c’è male? Cosa c’è?». Dico: «No, stupidaggini. Dopo quello che abbiamo detto prima lì all’incontro, queste sono stupidaggini. Dai, andiamo, non importa». Lui si è fermato di colpo, era stanchissimo, si è fermato di colpo (in corridoio - eh! - passava la gente): «Ma scusami, Enzo, con tutte le stupidaggini che ci diciamo, quando c’è una cosa che conta davvero non ne parliamo?». Io rimango inchiodato e dico: «Scusami, guarda, non volevo, ma m’è successo questo e mi do un po’ di colpe, insomma, non riesco più a dormire. Cioè, dormo un’ora, poi mi viene in mente questa cosa. E anche mia moglie è preoccupata, perché dopo un’ora che dormo mi alzo su, e va un po’ avanti così». Lui mi guarda e mi dà una risposta che era la più impensata in assoluto, non potevo neanche immaginarla. Mi guarda e mi fa: «Ma Enzo, proprio tu», ma con una faccia delusa: «Proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse?! È come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più». Poi fa: «Comunque, in ogni caso, io ne voglio riparlare. Puoi venire appena puoi?». Figurati! Due giorni dopo ero su. Così, ci vediamo a pranzo e dice: «Allora, racconta di nuovo». Allora ho accennato, però gli ho detto: «Senti, Giussani, guarda io non voglio rubarti del tempo, perché poi adesso ho capito. Guarda, da me c’è una cappellina e adesso io prima di andare in sala operatoria vado lì e dico una preghiera e le cose si rimettono insieme. Sono più tranquillo». Lui scatta: «Enzo, ma che pregare e pregare! Il problema non è pregare, è che tu non sai offrire. Il tuo problema è che non sai offrire, e offrire significa che la realtà non è una cosa che hai in mano tu, non è tua, e che tutto quel che si fa è come se avesse dentro la domanda che il Signore, padrone di questa realtà, si riveli, perché è così che si vive, e tu, guarda - te l’ho detto, ma te lo ridico un’altra volta - smetterai di fare quel che fai e avrai paura di rischiare»

Sunday, May 23, 2010

L'APPARIR DEL VERO


"(...) Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano."
(A Silvia, Giacomo Leopardi)

Di fronte all'apparir del vero, l'esistenza può sbandare paurosamente, perché la realtà spesso non é carezza, ma urto violento, scossone, buco nero capace di mandare fuori strada.
E' allora che l'auto perde di vista il traguardo, sbaglia una curva, s'inerpica lungo salite impossibili per poi correre senza controllo lungo discese che sembrano non finire mai. Così il senso del viaggio s'identifica con le difficoltà del percorso e con le sue emozioni, sale sino alle stelle, a volte, ma poi sprofonda dentro lo scoramento dei momenti più bui.
Come una pietra rotolante, essa si dimentica che il viaggio, per quanto terribile o affascinate che sia, al fondo rimane un mezzo e non un fine.

Ma quando uno sguardo largo e misericordioso riesce alla fine a raccattare quell'auto dentro la sua avventura, allora le fa capire che non é mai stata sola. Ed é in quel preciso istante, solo in quello, che lungo quella superstrada misteriosa si accorge d'essere in compagnia in mezzo a tanti altri viaggiatori.
L'apparir del vero, in quel momento, si copre di una carezza, quella del Nazareno.
E quella carezza, come d'incanto, rimette l'auto in carreggiata, le fa risalire la strada, rivedere il punto d'arrivo, un orizzonte che porta verso casa.
Oggi quella carezza passa attraverso i gesti e le parole di un'amica. Grazie Manu.
"l'unità é la trasparenza della Sua presenza tra noi. Lui rassicura e dona nuovo vigore ai nostri cuori, a tratti stanchi ma trepidanti nell'attesa. L'amicizia che in Lui ci dona é sostegno, provocazione, offerta"


Friday, May 14, 2010

SINGIN' IN THE RAIN


C'é una languida voce e una liquida chitarra ad accompagnare le assonnate emozioni del mattino. Niente di meglio di Jason Molina, mentre la pioggia sembra non voler cessare mai, con "Oh, Grace" a fare da splendida ouverture di un album - Josephine - sempre rimasto nelle pieghe più nascoste degli abiti che mi porto addosso. L'auto percorre la sua strada, cercando la sua via attraverso linee di forzata resistenza e contro un diluvio di pensieri troppo spesso cupi. Eppure questa volta sembra essere una mattina un po' diversa.
Solo pochi istanti prima qualcosa di nuovo era accaduto. Tutti quei ragazzi del liceo nell'aula, insieme ad alcuni delle medie, compagni di scuola dei miei figli e pure qualche bambino della scuola elementare; sguardi sereni, pieni di vita, così belli da vedere. Poi, in mezzo a loro, avevo scorto a poco a poco anche quelli degli adulti, il preside vicino al genitore, il professore seduto di fianco all'impiegata dell'amministrazione.
E una cattedra, laggiù in fondo, cattedra che ogni mercoledì diventa altare. E, dietro a quell'altare, il don Carlo, l'amico che ogni settimana celebra la Messa, prima che tutti si corra in classe, al lavoro oppure a casa, viaggiando come pazzi dietro a mille cose, così che ogni giorno abbia inesorabilmente i suoi affanni e la sua pena. Era stato allora che una sottile gioia mi aveva avvolto e, mentre la mente si era fatta faticosamente anche preghiera, avevo scorto anche quella foto, proprio dietro alla cattedra - a quell'altare! - con quella bella fotografia del cielo a fare da sfondo a tutti i miei pensieri. Non un crocifisso e neppure un icona di Maria, ma la frase di uno scrittore russo, Vasilij Grossman, già capace di pagare un tempo duramente la propria passione per la vita vera: "l'anima di ogni singola vita, nella sua irripetibilità, nella sua unicità, é la libertà".

Fuori da lì, la faccenda della grazia mi aveva allora interpellato, continuando a farlo anche dopo, senza tregua, mentre la pioggia scorreva incessantemente lungo la mia strada. E chiederla, senza remore né timore alcuno, era diventato il moto più vero del mio cuore, l'agire sincero della mia libertà. Solo così facendo era accaduto che, come l'azzurro spuntato finalmente in fondo al cielo, vedessi quella stessa grazia farsi strada a poco a poco, lungo il percorso di tutta la giornata; grazia pronta a sostenere ogni gesto ed ogni mia intenzione, sia dentro il successo che dentro il fallimento, vera e propria risposta all'agire di quella libertà.
Quante volte la mente e il cuore mi erano apparsi confusi, in affanno, assorti dentro una sorta di sottile compiacimento delle mie stesse emozioni, quasi affogati in giorni di diluvio, in cui sembrava impossibile che l'anima si facesse capace di riscoprire la bellezza! Ma l'irrompere della grazia in risposta all'agire della mia libertà diventava ora il riapparir del vero proprio nel momento in cui meno me lo sarei aspettato.

Dicono che continui a piovere, lo leggo e lo sento dire dappertutto, pure nei blog dei miei amici, quindi deve essere proprio vero.
Ma io, stamattina, sono sicuro d'aver visto spuntare là in fondo il sole.
E' per questo che mi son messo pure a cantare.
Grace finds beauty in everything, after all.


Thursday, May 06, 2010

FRIENDS


Andai a cercarlo un freddo mattino d'inverno. Nuvole grigie e pioggia, alba senza sole dopo una notte buia e senza stelle, passata lungo le torri di un'infinita guardia d'ospedale. In tasca un indirizzo sicuro, ma, arrivato lì, non lo trovai: lui, al cimitero di Bruzzano non c'era più. Trasferito altrove, mi disse poi un amico, sul lago, forse in una cappella di famiglia, certamente in un posto molto più bello di quello.
Mi spiacque, e molto, perché Antonio era entrato dritto negli anfratti più profondi del mio cuore ed ora io avevo bisogno in qualche modo d'incontrarlo. Ma fu il dispiacere di un istante, una tristezza subito fugata via dalla certezza che potevo continuare a vederlo con gli occhi dell'anima e del cuore. E questo mi bastava.
Antonio Rodari era un medico, padre di tre figli, l'ultimo dei quali affetto da sindrome di Down; lavorava all'Istituto dei Tumori di Milano e per parecchi anni aveva svolto parallelamente anche la professione di medico di famiglia. Si era ammalato di un tumore al rene, un giorno d'estate del 1979. L'intervento chirurgico, la convalescenza e poi il ritorno a casa, la ripresa del lavoro, la vita in famiglia e con gli amici, più bella e più intensa di prima. Chiede, con insistenza, solo una grazia: quella di poter vivere altri dieci anni, il tempo d'accompagnare il figlio più grande sino ai vent'anni. E il Signore gliela concede, prendendolo con sé un altro giorno d'estate, nel 1990: "In fondo una guarigione del corpo, che comunque il Signore potrebbe accordare a me come a chiunque, sarebbe pur sempre una guarigione provvisoria - aveva detto un giorno - invece il ritornare e l'essere accolti nella sua casa é un abbraccio definitivo, per l'eternità, per la vita".
Comincia a scrivere il suo diario nel periodo dell'intervento, poi prosegue ad annotare tutta la sua vita, sin quasi alla fine. Scrive del lavoro, della famiglia, della comunità di amici che sempre lo sostiene ed é giudizio sulla sua esistenza. Parla della malattia che lui non chiamò mai "disgrazia": preferendo lasciare solo quel "grazia" finale e vivere la questione così. Il diario diventa, dopo la sua morte, un libro: "La camomilla ha sconfitto il male". Già, perché un giorno, il significato più profondo della vita e del dolore, lui l'aveva compreso fissando lo sguardo dentro un campo di fiori: "sembrerà incredibile, ma ciò che in questo momento mi costringe a conservare la speranza, mi lega quasi inesorabilmente ad una fede che le circostanze di per sé non giustificherebbero minimamente é un banalissimo giardino pieno di camomilla, di camomilla intesa come pianticella recante all'apice una miriade di piccoli fiori dalla corolla giallo-oro, circondata da una linea di piccoli petali bianchi. E' la memoria di quest'incontro che ho fatto da bambino, che ha generato in me una gioia indimenticabile, che giustifica ora la mia speranza in Cristo".

* * * * *

Quella stretta di mano, forte, te la ricordavi ancora.
Eppure lo scontro era stato duro, senza esclusione di colpi. Posizioni inconciliabili, apparentemente senza possibilità di una via d'uscita condivisa. Ma alla fine c'erano state quelle parole strane, quegli sguardi così nuovi e tu capivi che non potevi censurare la realtà, deformarla a tuo piacimento per compiacerti dentro le tue ragioni. Non quella volta, almeno.
Dentro quel litigio - furibondo - lui ti aveva ringraziato per avergli parlato, per essere tornato indietro da lui. Ed alla fine aveva pure stretto la tua mano, in un gesto che ti aveva sorpreso e colpito letteralmente in contropiede. Aveva persino avuto parole di stima per la tua fede e per la tua famiglia, eppure tu non gliene avevi mai parlato sino ad allora.
Era così che ti era tornato in mente Domenico, quell'amico così caro. La sua lezione, tu non l'avevi mai dimenticata. T'aveva aiutato a diventare uomo, e tu, grazie a lui, grazie al suo cammino in compagnia col tuo, avevi afferrato la presenza di una Misericordia più grande, che sempre ti guardava anche quando tu non la vedevi, pronta a liberarti dall'esito delle vicende della vita. Avevi compreso - finalmente - che relazione non é attendere la soddisfazione di ciò che é andato bene, ma credere al senso dell'altro che ti sta davanti, anche dentro il contrasto e l'incomprensione.
Domenico Mangano, alla fine, s'era ammalato di tumore. Ed anche lui, come Antonio, non smetteva mai di ringraziare. Anche quel giorno, in cui aveva appreso la notizia che, nonostante undici cicli di chemioterapia, la metastasi al polmone s'era ingrandita; lì per lì aveva fatto fatica ad accettare quell'urto violento, che aveva fatto di nuovo irruzione dentro la sua vita, ma poi era accaduto qualcosa: "(...) Il giorno dopo, di buon mattino, durante la mia quotidiana, lunga passeggiata, ho chiesto a Gesù e a Maria perché non vivessi la stessa gioia dell’anno scorso, all’apparire del tumore, dopo l’operazione, nei cicli di chemio… E ho sentito forte una voce che mi diceva: “Non fermarti al particolare, a questo pezzo di vita che stai vivendo; guarda l’insieme, il traguardo: la santità, il Paradiso. E’ necessaria una sterzata per non sbagliare strada! E una gioia immensa ha invaso il mio animo, una gioia ancora più grande della precedente."
Poi, quel giorno, poco tempo prima di morire, aveva parlato davanti a tutta quella gente, s'era messo a raccontare a tutti dove stava il segreto di quel gusto per la vita, come rivestirsi di un abito di speranza che non si sporca mai . E tu, quelle parole, non le avresti lasciate mai più, te le saresti portate addosso per sempre: "la nostra vocazione, cioé il nostro essere figli di Chiara (Chiara Lubich, nda), comporta che noi costruiamo rapporti d'amore, che significa amare colui che mi sta di fronte nell'attimo presente. Questo amore, questo uscire da me stesso, questo farmi uno, questo amare per primo, questo amare senza giudicare, questo amore, comporta una risposta che può essere un rifiuto o un'accettazione. Se é un rifiuto, é la nascita di Gesù Abbandonato, e l'abbraccio di Gesù abbandonato é sempre un Gesù riconosciuto e perché riconosciuto, quel Gesù emana il suo spirito, cioé emana lo Spirito Santo, che raggiunge anche quella persona che rifiuta il nostro amore e lo raggiunge in un modo misterioso che noi non sappiamo, ma lo raggiunge, come raggiunge noi. Se c'é invece un gesto d'accettazione, indipendentemente dal fatto che lui sia o no cristiano, che lui sia o non un credente, indipendentemente da questo fatto, per il semplice fatto che c'è un sorriso o c'è una manifestazione di reciprocità, nasce Gesù perché anche lui ha abbracciato Gesù abbandonato. Cioé in un certo senso anche lui é uscito da se stesso ed é una cellula, é un seme. Se noi questo rapporto lo portiamo avanti, vediamo che genera delle cose meravigliose".

* * * * *

E poi, alla fine, era arrivato pure Enzo, che una volta per tutte ti aveva spiegato cosa significasse voler bene. Aveva preso l'esempio più calzante, una di quelle cose vissute anche da te, non una ma dieci, cento volte. Tornare a casa tardi, alla sera, il fisico e la mente quasi consumati dall'intensità di una giornata vissuta con pienezza sino in fondo. E, laggiù nelle loro stanze, rischiarati dalla luce soffusa di una lampadina accesa da lontano, quei "gomitoli" nel letto, i tuoi figli addormentati e tu a prenderteli su, ad accarezzarli e baciarli, a dire a te stesso più che a loro, ma sì, mi sembra proprio di volergli bene. "Non é mica così che si vuol bene!" gli aveva risposto invece di getto Don Giussani. E poi aveva aggiunto: Guarda, il modo vero di voler bene è che proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e rascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: “Che ne sarà di loro?”, perché voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no».
Anche Enzo Piccinini era diventato uno di quegli amici di cui non avresti più potuto fare a meno. Ma anche Enzo, il Signore se l'era portato via con sé. Ma che razza di amministratore é - aveva esclamato quell'amica - il propreitario di un'azienda che lascia andare via i suoi uomini migliori? Un mistero difficile da spiegare, eppure Enzo é ancora lì, insieme a Domenico e ad Antonio, a prendere per mano ogni istante della mia vita insieme a quella di tanti altri amici.

* * * * *

Le vite di questi uomini sono diventate un libro, uno per ciascuno e c'é dentro tutto questo e anche di più. Così, se avete un po' di tempo, voi amici miei, voi viandanti che passate da questo blog, spegnete la musica, le voci, le luci della città e mettetevi a leggere per un po'. Procuratevi questi libri ed entrate dentro la storia di Antonio, di Domenico e di Enzo. E quando, voltata l'ultima pagina, vi ritroverete un'altra volta dentro la vostra strada, piena di quelle luci, di quella musica e di quelle voci, scoprirete che il Bello e il Vero che vi pareva d'aver perso erano sempre stati lì.
E che la vita, come diceva Enzo,"è un’ipotesi positiva" e che il tempo "che per tutti è sinonimo di decadenza, lavora in positivo". "Se guardo la mia vita - diceva Enzo - che razza di roba è successa! Dico sempre: se è successo così fino adesso, immaginiamoci cosa succederà nel futuro! Ne vedremo delle belle. È interessante, no? È un’avventura".
Proprio così, un'avventura, da vivere sino in fondo, ma soprattutto da non vivere da soli, perché non siamo stati fatti per camminare da soli.
E con gratitudine, come diceva ancora lui, che alla fine aggiungeva riguardo alla vita: "perciò non ho paura di darla tutta".

Antonio Rodari - La camomilla ha sconfitto il male - BUR
Paolo Crepaz - Frammenti di reciprocità. La vita di Domenico mangano - Città Nuova
Emilio Bonicelli - Enzo. Un'avventura di amicizia - Marietti 1820

Tuesday, April 27, 2010

DALL'ADIGE AL DON



Occhi grandi e spalancati. Forse ancora spaventati. Me li ricordo ancora oggi come fosse allora. Occhi dentro fisici asciutti, malandati, consumati dalla vecchiaia e dalle malattie. E dalla tanta, troppa sofferenza. Me li ricordo, i reduci ormai anziani della guerra, con quel loro gentile e sommesso "sa, dottore, io ho fatto la campagna di Russia". Ed io lì a non capire, a dire va bene ma che c'entra con quello che lei ha adesso, son passati così tanti anni...
Ma ero troppo giovane e troppo stupido per capire. Così come lo sono adesso, d'altra parte, più vecchio e stanco, ma sempre inadeguato. Incapace nel capire sino in fondo che quel "tu" davanti a me non é solo un malato, ma "la" domanda di un significato, il Senso della propria sofferenza, bisogno d'essere curato ma soprattutto esigenza di un cammino in compagnia, dentro quella stessa sofferenza e dentro tutto il male.


* * * * *



La foto in bianco e nero di un tenente alpino, appoggiata giù per terra, vicino ad un leggio. Poi la voce narrante, splendida, di Federica Toti, il volto illuminato dalle luci soffuse del palco, le mani da una piccola abat-jour posta su di un tavolino. Inizia così "Dall'Adige al Don", musica e letteratura a rappresentare insieme il dramma dei soldati e degli alpini: "Durante la seconda guerra mondiale tra il luglio del 1941 e l'autunno del 1942, furono inviati in Russia circa 230.000 soldati italiani. Costituivano lo CSIR, il Corpo di Spedizione Italiana in Russia, successivamente denominato ARMIR, Armata Italiana in Russia. (...) La spedizione ebbe invece un esito finale disastroso per le potenze dell'asse, costituito da Italia, Germania, Finlandia, Romania, Ungheria, una divisione di volontari spagnoli e piccole unità slovacche e croate e si concluse con la perdita di un numero enorme di soldati...".
E' l'inizio di un urto violento e insieme una carezza, racconto di un'ora e mezza che ti rapisce la mente e il cuore, lasciando le tue membra incollate alla sedia, un'intensità che, a tratti, ti costringe quasi a trattenere il respiro. Sono racconti ora del soldato, ora della sposa o fidanzata che é rimasta a casa, ora del padre rimasto senza il figlio, ora della vedova o della madre che il figlio lo ritrova, ma non si può far capace di raccontare la sua gioia davanti agli occhi disperati di chi ha perso il proprio caro. Testi meravigliosi, scritti da Roberto Curatolo, l'autore stesso impegnato con Federica Toti nella passione del racconto.

E, in mezzo, le canzoni di Massimo Priviero. Splendide canzoni: La Strada Del Davai, Nikolajevka, Pane Giustizia e Libertà, classici alpini rivisitati con una rabbia rock che riesce a rimetterli su strada in una maniera nuova. Musica che si fa poesia e canzoni che diventano racconto, in un incredibile crescendo d'intensità anche nei toni della voce, per uno spettacolo che non vorresti avesse fine.
E' così e solo così che forse riesci anche tu ad entrare dentro gli ultimi istanti della vita di quel giovane tenente, quello che amava così tanto i suoi alpini, occhi girati indietro, la vita passata davanti come un film, l'amore disatteso e un "tornerò" ricacciato in gola sotto i colpi delle granate più fredde della neve: "(...) gli occhi, ruotando verso il cielo livido, non incontrarono l'immagine funeraria di mia madre, né il volto apprensivo e severo di mio padre, ma sbiadirono, nella luce calda dello sguardo innamorato di Alina..."



Fatica, Priviero, a star seduto mentre canta, ma, lui ed i suoi musicisti (tra gli altri, un Michele Gazich spettacolare al violino) riescono a farlo mentre i testi di quel dramma scorrono uno dopo l'altro, uno più feroce e più tenero dell'altro, la stessa solennità capace di rapire tutti. Rispetto e solennità di fronte al dramma della guerra, che a poco a poco sanno farsi tenerezza, sinché giungono ad essere comunione. Perché é questo ciò che accade quando il racconto di quei protagonisti si fa strada tra attori, musicisti e spettatori: ciò che si realizza é una magica alchimia che, in modo misterioso, fa diventare tutti una cosa sola.
Finché, alla fine, riusciamo anche ad alzarci tutti, per un applauso che più che tributo diventa in qualche modo una condivisione, coscienza d'essere entrati dentro la storia tutti insieme.
Ed é solo alla fine, allora, che ci si può alzare per cantare per davvero, cantare tutti insieme quel Nessuna Resa Mai, sorta di manifesto di umana resistenza, perché, prima della fine, si possa ripartire da qui nuovi per davvero.



* * * * *

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"
(M. Priviero, La Strada Del Davai)

"Davai!", "avanti!", urlavano i soldati russi ai prigionieri, italiani e tedeschi, quelli che non erano morti sotto le granate o congelati, costretti a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano provato a fare prima, disperata ritirata alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, quei poveretti che ancora riuscivano a camminare, che i loro compagni di sventura già morti sul campo di battaglia avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.

Ma qualcuno, a tornare a casa, alla fine ce l'aveva fatta. E loro, i sopravvissuti della guerra, avanti nella vita, in qualche modo, c'erano andati. Finché, vecchi e stanchi, erano arrivati sino a qui, davanti a me, con quel loro "sa, dottore...". Ogni acciacco, ogni pianto, ogni incertezza, buttati dentro quello sguardo indietro, l'inferno di un inverno del '43.
Ed ora, potessi tornare indietro, me li abbraccerei tutti, ad uno ad uno.
Adesso sì che lo farei, ora che non li incontro quasi più, perché poco a poco stanno morendo ormai; loro, gli ultimi, destinati a raggiungere tutti gli altri , l'ARMIR che si riforma in un altro luogo, dove deporre finalmente le armi, lassù dove trovare di nuovo la strada che porta verso casa.

Non li abbracciai allora, ma non é un rimpianto. Loro, ne sono certo, avevano già capito. Compreso che nessuno, in fondo, potesse intuire veramente ciò che avevano vissuto, la sofferenza da portare dentro di sé, ogni maledetta alba di ogni nuovo giorno.
Eppure, poco a poco, qualcosa può iniziare a entrare nell'anima anche adesso, dentro le pieghe di una fredda mente e di un arido cuore.
Aiutandosi con chi ha fatto memoria di quegli avvenimenti - certamente - ma facendo anche in modo che mente e cuore siano capaci di farsi compagnia, andare a braccetto tutti e due, sostenendosi l'un altro nel cammino, alla ricerca dell'Amore al quale alla fine, siamo tutti destinati.

E, fatto questo, andare avanti, una strada del davai dentro le incertezze della nostra stessa vita, cercando di non sfuggire più la sofferenza che il nostro passo incrocia ogni momento.

Come Maria, che non chiedeva, ma stabat, ai piedi della croce.
Maria, sicurezza della nostra speranza, madre della nostra povera, stanca, incerta umanità,
figlia di un Amore che si é fatto inchiodare per noi ed é risorto.



Note: le foto sono tratte dal sito di Massimo Priviero (www.priviero.com)

Friday, April 16, 2010

CAHIERS DE FRANCE (7) - SOUTHERN ACCENTS



La lavanda non é ancora in fiore, ma pazienza: if you believe in magic, la Provenza é un luogo che ti può rapire in qualsiasi stagione e per sempre.
La valle del Lubéron, quella dove arriviamo noi, é splendida terra di colline e paesini arroccati in ogni dove, vigneti ovunque (ed irresistibili inviti alla degustazione di domaines che compaiono ad ogni curva della strada) e colori sempre affascinanti, anche ora che di fiori in giro ce ne sono ancora pochi. Il paesino che ci attende - Murs - ha un nome strano, ma in effetti sono proprio quattro case circondate da muri dappertutto; quei muri, specie i più distanti, sono quelli della peste, costruiti qui nel settecento, per difendere gli abitanti da una malattia che poi sarebbe inesorabilmente entrata e mantenuti in seguito, per impedire ai pochi sani di uscire ed ammalarsi fuori. Gli altri muri, invece, i più secolari ancora, sono quelli delle case, che qui chi ha ristrutturato la villetta l'ha fatto su palazzi del millecinquecento, compreso il proprietario del castello, lassù in cima al paese, che ancora oggi é residenza privata, beato lui.

Tanté, sta di fatto che alla sera, quando usciamo a fare quattro passi fuori dal logis, dopo una cena degna della migliore ristorazione francese, l'atmosfera é decisamente spettrale, le vie buie, poche luci nelle case e perfino qualche ululato in lontananza. Meglio tornare dentro allora, che siamo pure stanchi, domani si va in giro e poi i gestori dell'albergo sono pure così gentili. Già, perché le mail che arrivavano da qui giungevano congedandosi con un "provençalement votre" da parte di un'accattivante Laetitia, e vuoi mettere come suona meglio una frase così in francese, rispetto ad un "lombardamente tuo" come ti firmeresti tu?
Come resistere allora e non venire fin quassù? Speriamo solo che di notte non saltino fuori i fantasmi ed i vampiri...


Al mattino dopo, grazie al cielo, ci svegliamo tutti sani, allora c'é modo di cominciare a perder tempo, in giro per questa terra ricca di splendidi profumi, sapori e colori.
Si fa tappa ad Avignone che quattro salti su quel ponte proprio non puoi dire di non averli fatti, poi via di corsa all'Isle Sur Sorgue, che qui chiamano la Venezia provenzale, ma si sa che all'estero appena hanno quattro canali in più gli monta subito l'invidia per quella città sull'acqua, che così bella, però, ce l'abbiamo solo noi. Il paesino, comunque, confronti a parte, é carino per davvero, coi suoi mulini ad acqua, un tempo preziosa fonte d'energia e tuttora perfettamente funzionanti; il fiume, poi - la Sorgue - é quello che affascinò Petrarca facendolo meditare sulle chiare fresce e dolci acque e allora vagabondare un po' da queste parti non é tempo perso neanche per noi, in mezzo a negozietti d'antiquariato strano e paperelle che nuotano tranquille nei canali, salvo fuggire terrorizzate all'arrivo del più piccolo dei miei figli.


Quando giungiamo all'abbazia cistercense di Sénanque, la lavanda non é ancora in fiore e così ci perdiamo quella che é la cartolina di Provenza: un mare color viola in mezzo al verde, con la chiesa e l'azzurro del cielo sullo sfondo. La lavanda non é ancora in fiore, ma il cuore dei monaci, che ci accompagnano con la preghiera ed i canti delle celebrazioni della settimana santa, vale ben più di ogni fotografia di primavera ben riuscita. Dentro le mura della chiesa, il tempo trascorre senza fretta e l'anima sembra trovare quella pace di cui ha un affannoso bisogno, abituata invece com'é ad una frenetica esistenza che l'attanaglia sempre quando é fuori in mezzo al mondo.
Sono momenti spesi bene, quelli passati insieme ai monaci ed alla gente che partecipa alle celebrazioni del giovedì e venerdì santo; anche i ragazzi non avvertono la fatica del restare fermi troppo a lungo e, all'uscita dall'abbazia, di fronte ai colori caldi del tramonto, il senso di un gesto così solenne di preghiera appare come il filo rosso che lega tra di loro tutti i momenti della giornata, luogo dove deporre felicità e speranze, dubbi e desideri, tensioni ed attimi di pace di un'esistenza troppo spesso distratta ed affannata.


Il tempo é davvero generoso, in questo inizio di primavera provenzale e allora é bello continuare ad andare a caccia di colori, anche se la lavanda, ahimé, sbocciata non lo é ancora.
E allora via di nuovo, questa volta si va fino a Roussillon, che di colori ne ha da vendere in qualunque stagione dell'anno. I colori dell'ocra - gialli, rossi ed arancioni - sono così intensi che qui si parla perfino di Colorado provençal (la grandeur dei francesi non si smentisce proprio mai) e si mischiano magicamente al verde dei prati ed all'azzurro del cielo. Il sentiero dell'ocra é una camminata di mezz'ora alla scoperta di scenari sconosciuti, divertente per i bambini (che ne usciranno come se avessero nuotato dentro un campo da tennis in terra rossa) e terra di conquista per chi, macchina fotografica alla mano come me, é pronto a lasciarsi andare ad un delirio di scatti senza fine. La sorpresa del giorno é trovare qui due famiglie di amici di Milano (che non sappiamo essere pure amiche tra di loro!), che a darsi appuntamento apposta non ci si troverebbe proprio, coi quali poi si possono condividere colori, parole, panini nella piazza del paese e café-crème al bar (che qui da queste parti - comunque - il caffé e il cappuccio non riusciranno a farlo proprio mai..). Sono volti, mani e voci, che si uniscono a noi nell'amicizia di un pomeriggio in compagnia, così come nell'unità profonda quando ci si ritroverà insieme anche a Sénanque. E sono pensieri, emozioni ed esperienza di una bellezza che si é fatta strada. Bellezza di amicizie, felici di vivere in comunione ciò che si é e quello che si ha, per mettere tutto, infine, nelle mani di Colui a cui appartiene per davvero. In cambio c'é un centuplo già promesso sin quaggiù, fatto di felicità e di pienezza come ultimo pensiero su cui volare un po' prima di dormire.


Alla fine di tutti questi giorni, quando siamo pronti per partire ed il motore dell'auto é già acceso, la lavanda non é ancora in fiore e allora tornare nella fredda Lombardia é un po' meno dura. Non é facile lo stesso, però, dopo che sapori, odori e colori hanno comunque rapito senza pietà un pezzetto del tuo cuore.
La lavanda non é ancora in fiore, ma quando lo sarà ci rimarrà anche a lungo, colorando ancor più le luci ed i profumi di questa magica terra del sud. E allora perché non girare l'auto un'altra volta e scappare di nuovo fino a qui. Sono accenti del sud - southern accents - di cui ti senti fatto e che ti hanno attratto irresistibilmente senza via di scampo. Sogni di primavera a cui non ti potrai sottrarre, perché anche di questo siamo fatti in fondo, anime sempre in corsa, runnin' down a dream.



Monday, April 12, 2010

TRA I FRANTUMI DELL'IO


"La luce dei fari non riesce ad illuminare la notte, a rompere la cappa di tristezza che mi pesa dentro. Sono a pezzi per l’ira causata da chi mi si è dimostrato ostile e per il tradimento di chi pensavo amico.
Ma non è questo, in fondo, che più mi opprime: insopportabile all’orgoglio è il mio limite, quel sentirmi incapace di uno sguardo di speranza sul reale, nonostante tutto.
Così continuo a guidare, accompagnato dalle note dei Sigur Ros, musica che sa di ghiaccio e brulle lande desolate. Senza la risposta di cui avrei bisogno...." (continua a leggere qui)


Saturday, April 10, 2010

CAHIERS DE FRANCE (6) - IL CUORE, L'ANCORA E LA CROCE




Il cuore pulsante è là, dentro les arènes, oppure nelle vie della città, festanti e colme di folla all'inverosimile, ad Arles come a Les Saintes Maries De la Mer, in questo periodo di feria pasquale, che fa assomigliare un pezzo di Francia del sud ad un angolo di Spagna.
La Camargue é una terra strana, gli uomini più gitani che francesi ed i tori liberi in mezzo ad immensi spazi verdi, allevati dai guardians, uomini fieri in groppa agli splendidi cavalli bianchi tipici di questa zona; uomini e tori che qui sono protagonisti anche di corride, ma con gli animali più fortunati dei fratelli di sangue spagnolo, perché in terra francese la vita viene loro sempre risparmiata e qui l'abilità del toreador é nello schivare l'animale, piuttosto che nell'ammazzarlo.
Non c'é modo di entrare nello splendido anfiteatro romano di Arles, già esaurito da un bel pezzo per la corrida di Pasqua ed allora é bello spostarsi giù, fino alle Saintes Maries De La Mer, dove, dopo la messa, il popolo é in festa a ballare la quadriglia sul sagrato della chiesa.
Il sole ha finalmente fatto capolino, scacciando le nuvole del mattino e la gente, felice, si aggira per le vie del paese, tra mille negozietti che hanno già in bella mostra vestiti ed oggetti che hanno il sapore del mare dell'estate. Ci tuffiamo anche noi, navigando a vista e senza fretta e rimbalzando da un lato all'altro delle piccole stradette del paese, prima di buttarci capo e collo dentro una saporitissima paella, annaffiata da un'ottima birra e dai sorrisi camarguens.



La chiesa di Les Saintes Maries De la Mer sembra un antico fortilizio, baluardo sul mare proprio alla foce del Rodano, dove la tradizione vuole siano arrivate insieme le sante Marie: Maria Maddalena, Maria Jacobé, Maria Salomé (e pure Lazzaro assieme a loro), tutte fatte partire in Palestina, su una barca senza vele e senza remi, da persecutori che le volevano morte a tutti costi e giunte miracolosamente sino a qui, così che la predicazione del Vangelo, invece che naufragare miseramente in mezzo al mare, potesse entrare anche nel cuore dell'Europa, dritta attraverso le porte di Provenza. Si narra che anche santa Sara fosse insieme a loro, anche se non si sa a quale punto del viaggio; sta di fatto che da quei lontani giorni divenne la solenne protettrice dei gitani, che ora si danno appuntamento qui da tutta Europa il 24 maggio di ogni anno, per portare solennemente in processione la statua sino al mare e poi danzare e far festa insieme sino all'alba. Si racconta che anche Dylan - che un po' gitano, almeno negli anni settanta, sotto sotto lo era pure lui - capitasse da queste parti una di quelle volte, con quel capolavoro di Blood On The Tracks già nelle corde della sua chitarra ed il carrozzone della Rolling Thunder Revue pronto a partire per un carosello di spettacoli uno più bello dell'altro.

Mentre mi avvicino ad Aigues Mortes - che in italiano suonerebbe molto peggio che in francese - non ho Dylan nel lettore iPod di sottofondo, ma c'é la musica del cuore che mi accompagna, attraversando le strade affascinanti e paludose che portano giù fino al mare, sulla punta di Port Camargue, dove l'atmosfera non é ancora calda, ma i motori sono già accesi e pronti per il decollo estivo. La città conserva il fascino incredibile che doveva avere in tutto il Medioevo, circondata com'é da possenti mura, disposte a quadrilatero e perfettamente conservate sino ad oggi, insieme ai loro torrioni di guardia. Fascino e terrore assieme, perché quelle mura, volute dal re San Luigi, evocano ancora oggi immagini di feroci attacchi dal mare e di partenza sofferta di crociate. Io, però, conservo nella mente l'armonia di dolci suoni, quelli della musica trasmessa all'interno della chiesa di Notre Dame des Sablons, dove capitava che anche il re santo si fermasse spesso e volentieri in preghiera e capaci di placare ogni oscuro risvolto della mia mente, ancora troppo memore dell'assurda frenesia di Lombardia. Fuori da lì, lungo le strette stradine del paese, l'atmosfera é allegramente caotica e colorita, quanto basta per lanciarsi alla carica di ricordi da portare a casa; i souvenirs, per quelli vecchi come me, prendono la forma di dolciumi, spezie con cui arricchire i cibi che cucineremo a casa e liquori provenzali come la deliziosa Farigoule, ricavata dal timo e capace d'inebriare per bene anche i pensieri più distratti; mia figlia, invece, incrementa inesorabilmente la sua collezione di palline trasparenti con la neve; questa volta ha dentro un bel cavallo bianco con sotto la scritta Camargue: lo guardo un po' perplesso, aspettando di vederne un altro uguale ma nero, in vendita in Italia e con sotto la scritta Maremma. I miei figli, invece, guerrafondai per natura e che la spada l'hanno già presa dalle parti di Mont Saint Michel, questa volta ripiegano sulle mazze e meno male che elmi, scudi, archi e frecce costano troppo, così che si possa ripegare verso casa senza spiegazioni.


Il cuore, l'ancora e la croce, in Camargue li trovi davvero dappertutto: sui muri delle case, in cima ai monumenti, nei mille oggetti e souvenirs. Croce come fede, cuore come carità e l'ancora ed i tridenti dei guardians, posti alle estremità della croce, a far rima con speranza. La fede l'abbiamo percepita forte dentro le mura della chiese, anima di un popolo che fuori abbiamo visto in festa; voci all'unisono in preghiera, a volte abbellite dal suono del flauto, altre volte dalle melodie in fondo al cuore di ciascuno. La speranza si fa strada sempre dentro il cuore di chi attende con fiducia, uno sguardo vero rivolto a tutto ciò che accade. I miei occhi hanno percorso in queste terre spazi liberi ed immensi, a volte risalendo il fiume, altre volte a piedi o con l'auto, che ha attraversato lenta strade diritte che parevano non finire mai; percorsi in mezzo a campi verdi ed ai canali, bracci di mare azzurri e saline color rosa, armoniosamente intrecciati tra di loro; sentieri e vie districati in mezzo ai cavalli bianchi, liberi come il vento in mezzo ai prati ed ai fenicotteri rosa, che dipingono il tramonto di colori ancor più accesi. Difficile dimenticare paesaggi così, musiche dell'anima capaci di distendere e sciogliere ogni tensione contorta dentro sé.

L'ultima visione é quella dei miei figli che corrono spensierati a torso nudo lungo una spiaggia ancora selvaggia e davanti ad un mare d'aprile inaspettatamente calmo. La croce e il cuore si sono ancorati qui ed é difficile ripercorrere la strada che porta verso casa. A meno di caricarla di speranza dentro la gioia di un'esistenza che si sappia riempire di significato sempre ed ovunque ci si trovi. Ma lungo l'autostrada che attraversa sinuosa e veloce la Provenza, quella speranza, lo avverto, ricomincia ad insinuarsi a poco a poco.





Tuesday, April 06, 2010

NESSUNA RESA MAI


"L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque". Basterebbe questa frase di Enzo Jannacci a dare il colpo d'ala a tutta una giornata, costringerla a rialzare lo sguardo da una noia accovacciata, fatta di un oscuro ed egoista ripiegamento su se stessi. E se non bastasse quella frase, sarebbe allora sufficiente il colpo di frusta successivo, quel "ci vorrebbe una carezza del Nazareno", che é apertura d'occhi sul bisogno più intimo e profondo, ciò che davvero risponda al desiderio d'amare e d'essere amati, l'unica cosa che definisca appieno l'essere dell'uomo, sino alle pieghe più nascoste e profonde dell'anima.

Oggi quella carezza arriva sotto forma di una mail mandata da un amico - Massimo Priviero - che inoltra ed invita a trasmettere la lettera di un testimone del disastro del terremoto d'Abruzzo.
Un racconto "chiaro e forte", come lui lo definisce, ma - soprattutto - una carezza, perché "é quel che ci leggerete dentro che forse accarezzerà anche voi", aggiunge alla fine della sua mail ed é davvero così.
Allora grazie Massimo e grazie a te, amico sconosciuto: la tua carezza questa sera é stata in realtà uno scossone, ma di quelli che fanno solo bene. Spintoni che non ti fanno cadere, ma, piuttosto, sono capaci di rimetterti in piedi, dentro la certezza che Cristo é ancora una volta risorto in mezzo a noi.


"Ciao Massimo,
è quasi mezzanotte, non riesco a prendere sonno, e credo che non riuscirò a dormire stanotte; non è una notte come le altre, questa, è la notte del ricordo della tragedia, che un anno fa, colpì la mia città, con la forza devastante del terremoto. E’ passato un anno, ma il ricordo, il dolore, sono ancora vivi, radicati in me, e non credo che potrò mai dimenticare; non sarà mai più possibile essere sereni come prima, nella vita precedente, dopo aver vissuto una simile tragedia.
Stasera, in città, ci saranno molte iniziative per ricordare quella notte, ma io non parteciperò; preferisco rimanere solo, con il mio dolore, per pregare e ricordare gli amici scomparsi, e per scriverti, come feci un anno fa, perché ti considero un amico, una persona speciale; ed è con gli amici che voglio condividere il ricordo, il dolore, la speranza della rinascita. Mio figlio ora ha un anno, è in camera, con la mamma che dorme sereno, e per questo ringrazio il Signore che mi ha dato questa immensa gioia e mi ha evitato il dolore, che invece qualche altro mio concittadino prova ormai già da tempo. E’ passato un anno; molto è stato fatto, ma ancora siamo lontani dal poter dire che si è tornati alla normalità; per quello credo ci vorranno altri venti anni, se tutto va bene.
Ti scrivo dalla mia nuova abitazione; ho trovato una casa in affitto, a circa 20km dall’Aquila, visto che la mia casa è ancora inagibile e che i lavori per la sua riparazione ancora non iniziano, ma non mi lamento; c’è chi ancora si trova in una stanza d’albergo o dentro una caserma, quindi va bene così. E’ dura andare avanti, ma quando il mio piccolo angelo sorride, mi dà una forza, una carica incredibile, per non mollare. E poi ci sono le tue meravigliose canzoni che sembrano scritte per noi aquilani: siamo nati per volare, per cadere prima o poi, non fermarti, non fermarti mai!!!! Io volavo, noi volavamo, siamo caduti, ci rialzeremo, non ci fermeremo mai!!!! E poi Nessuna Resa Mai, che è diventata la canzone simbolo della nostra città; ho un amico che fa il dj per Radio L’Aquila 1, la radio più seguita a L’Aquila, e a furia di rompergli le palle, sono riuscito a fargli trasmettere il pezzo tutti i giorni, fino a farlo diventare la canzone ufficiale del post terremoto. Ho saputo inoltre che anche l’associazione L’Aquila per la vita, che si occupa dell’assistenza a domicilio dei malati di tumore, ha adottato la tua canzone Nessuna Resa Mai, come inno ufficiale, e la cosa mi riempie di gioia; spero di poterti vedere presto in concerto tra le macerie del centro storico; sarebbe memorabile. Grazie, Massimo, grazie come un anno fa, quando la tua musica, le tue parole, la tua poesia, mi hanno aiutato ad andare avanti, con la speranza nel cuore, per un futuro migliore. E, aspetto con ansia, l’uscita del tuo nuovo lavoro, che sarà, come sempre, un capolavoro.
Grazie amico mio e un saluto a tutto il tuo staff che tanto caro fu lo scorso anno."

Adolfo





Note:
foto di Eddy Waldameri, Massimo Priviero live al Rolling Stone di MIlano, 28 marzo 2009

Thursday, April 01, 2010

TRIDUO


Giovedì Santo
In fondo in fondo alla miniera, dove sta l'oro, c'é solo la vena pura. Quella cosa eterna. (...) La cosa che ci fa scodellare benedizioni invece che insulti sulla testa degli sconosciuti. E' sempre la stessa cosa. Ed é una cosa sola. Solo una. (...)
Allora io la metterei così. Direi che la cosa di cui stiamo parlando é sì Gesù, ma Gesù inteso come quell'oro in fondo alla miniera. Lui non poteva scendere sulla terra e prendere la forma di un uomo se quella forma non era fatta apposta per ospitarlo. E se dico che non c'é verso che Gesù sia un uomo senza che un uomo sia Gesù, mi sa che la sparo grossa l'eresia. Ma pazienza"
(tratto da 'Sunset Limited' di Cormac McCarthy)

Venerdì Santo
"Perche' ci si vuole cosi' male? Perche' anch'io mi voglio cosi' male da non tornare sempre al Mistero? Perche' questo restare voltati verso la profondita' dell'abisso a soffocarci della sua assenza di luce e di aria, senza voltarsi - come dovrebbe essere naturale - verso la superficie oltre la quale luce e aria sono di casa e in misura infinita? Perche' questa
innaturalezza nel mendicare ad ogni respiro l'ossigeno della Misericordia?"
(tratto da una mail del mio amico Mino, sempre capace di rompere la durezza del mio cuore)

Sabato Santo
"In tempi in cui era facile sentire gente che intonava con Pete Seeger e Joan Baez 'We Shall Overcome' come canzone nella quale riconoscersi ("Noi trionferemo, un giorno..."), ho sempre preferito guardarmi alla luce di "da un giorno all'altro sarò liberato" perché ho sempre pensato che non ci si libera da soli: la forza di volontà e le buone intenzioni, le ottime idee e le fantastiche trovate del migliore degli affetti non salvano nessuno."
(di Walter Gatti - su "I Shall Be Released" di Bob Dylan - tratto da "Help! il grido del rock")


Pasqua di Resurrezione
"(...) riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l'umanità con l'occhio di Dio che tutto crede perché é Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri (magari sotterrato o segretamente camuffato per vergogna) e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é vita - nel fratello. Risuscitandovi Gesù - altro Cristo, altro uomo-Dio, manifestazione della bontà del Padre quaggiù, Occhio di Dio sull'umanità. Così prolungo il Cristo in me nel fratello e compongo una cellula viva e completa del mistico corpo di Cristo, cellula viva, focolare di Dio, che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce. E' Dio che di due fa uno, ponendosi a terzo, come relazione di essi: Gesù fra noi"
(Chiara Lubich - Risurrezione di Roma, scritto del 29 ottobre 1949)






Sunday, March 21, 2010

RAILROAD MAN


Cos'avresti visto, se avessi percorso con me miglia e miglia, lungo gli stessi binari di quella ferrovia?
Un uomo curvo, forse, a tratti paurosamente incerto nel cammino, il passo sempre più stanco, eppure il volto sorridente. L'avresti visto parlare sempre meno, ma camminare sempre più.
E poi fermarsi, farsi da parte a volte e inciampare, spesso e volentieri.
E cadere - certo - ma rialzarsi dieci, cento, mille volte ancora.
Senza eroismo, però, se non quello che ripone la speranza nella fiducia dell'Amore.
Poi, alla fine del viaggio, un mucchio di guai e peccati da deporre, la sola cosa che non avesse Lui, l'unica da offrire in cambio a Chi avesse regalato tutto il resto.

Guarda questo niente e rendilo tutto col Tuo amore.
Ma spoglialo prima di ogni cosa, fallo morire veramente di ogni orgoglio ed insulsa vanità.
Perché solo così potrà marcire in terra e far germogliare un frutto che abbia davvero sapore.
E farsi felice, al fondo, del viaggio lungo quella ferrovia, di ogni fiore e frutto e volto che ha incontrato.
Perché possa rendere grazie di quel dono inatteso e ricevuto, colmo d'amore donato e ricambiato, alba che risorge dopo ogni tramonto, binari di un'avventura che hai chiamato Vita.

"Mi son messo a morire,
e quel che accade non m’importa più;
ora voglio sparire
nel cuore abbandonato di Gesù.

Tutto questo penare
Per l’avarizia e per la vanità
nell’amore scompare:
ho riacquistato la mia libertà.

Mi son messo a morire
a questa morte che non muore più:
ora voglio gioire
con Dio della sua eterna gioventù."
(Igino Giordani, 1951)


Sunday, March 14, 2010

SOLO GRAZIE


Dicesti un giorno d'essere stata strumento nelle mani di un Altro, suonando una musica il cui spartito era stato scritto in cielo. Dio conosceva la bellezza di questa sinfonia, ma poco a poco la stiamo scoprendo anche noi, perché era stata fatta per essere suonata quaggiù.
Quante volte, Chiara, mi sono sentito strumento stonato alla tua sequela.
Quante volte la musica suonata dalla mia vita l'ho udita soltanto come rumore, perché incapace di farsi sguardo verso l'infinito.
Ma tu quello strumento non l'avresti mai gettato via. Gli avresti chiesto, invece, di accordarsi, andando in risonanza sulle note dell'Amore grande che avevi conosciuto, l'amore di un Dio fattosi abbandono ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"), capace di provare lo strazio dello strappo dal Padre, voragine infinita e nuova pupilla di Dio attraverso cui guardare un'umanità affranta, accecata dall'ira, capace di mettere in croce il suo Signore.

Più passa il tempo, più le croci e gli abbandoni di questo povero strumento scordato non mi appaiono più gli insuccessi, le disunità e i fallimenti quotidiani, quanto l'incapacità d'essere risposta d'amore a quell'Amore grande che mi ha generato e mi sostiene.
Eppure, se in un attimo di follia, buttassi a terra lo spartito, avrei gettato al vento l'opera più sublime che il compositore ha svolto su di me.
E allora riabbracciare quello strumento scordato é riconoscere in Lui il suo fattore, perché solo un Dio così pazzo d'amore da gridare l'abbandono é Colui di fronte al quale posso dire sì, va bene, rimetto i fogli con le note sul leggio e vado avanti nonostante me.

"Guai ai soli!" grida la scrittura e camminare dentro un popolo é ciò che mi ha sempre sostenuto. Il popolo che ha generato Chiara, oggi, é più grande che mai, perché l'abbraccio dell'Amore Abbandonato ha generato il dialogo dove sembrava fosse impossibile davvero.
E' così che oggi, dentro la sinfonia di un'esperienza che é giunta sino ai confini della terra ed ha accolto dentro sé cristiani, fedeli di altre religioni, semplici uomini di buona volontà, può esserci spazio anche per le fragili note suonate dallo strumento dell'anima mia.
Dicesti un giorno: "quando sarò alla tua porta e tu mi chiederai il mio nome, io non ti dirò il mio nome, ti dirò: "Sono "grazie", per tutto e per sempre. Questo é il mio nome".
Oggi, in questo secondo anniversario della tua nascita al cielo, questo povero strumento ringrazia, attraverso te, l'Amore grande che lo ha riaccordato.

UNA SOLA EREDITA'

"Che tutti siano uno (Gv 17,21)
Per quelle parole siamo nati, per l'unità,
per concorrere a realizzarla nel mondo"

Chiara Lubich
(22 gennaio 1920 - 14 marzo 2008)



"Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi - sicura d'esser capita nel senso più esatto - : "Siate una famiglia".
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro.Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all'ultimo istante.
C'é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l'anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.
C'é qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete.
E dove andate per portare l'ideale di Cristo... niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... é, insomma, la carità vera, completa.
Insomma, se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: "Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno".

Chiara