Thursday, October 08, 2009

LA LISTA DI FAMIGLIA



It was so many years ago.

La cameretta di un adolescente e dentro una poltrona rovinata, quella del salotto vecchio di casa che non si vuole buttar via. Seduto sopra, un ragazzo con un libro in mano, un po' malinconico, con tanti sogni nel cassetto; é inverno e fuori fa freddo, il cielo grigio e tanta fantasia, così che la mente vola sin laggiù, il Greenwich Village di New York. Quel ragazzo legge la biografia di Bob Dylan, quella di Anthony Scaduto tradotta in italiano e, mentre legge, ascolta Desire, il nuovo disco appena uscito, e quelli più vecchi, quelli dei sessanta, del folksinger di protesta, che poi lui, Dylan, quando mai aveva protestato per qualcosa, che aveva sempre e soltanto camminato dritto per la sua strada. Emozioni, desideri e fantasie che, a distanza di anni, quel ragazzo divenuto uomo ricorda ancora come fosse ieri; ma che non prova più, perchè ora non riesce ad immaginare il Village fuori dalla finestra di casa. Quell'uomo, adesso, prova emozioni differenti, certamente più vere ed anche più esaltanti, perché la realtà é molto meglio della fantasia, ma non riesce più a riprodurre quella sensazione, l'impressione d'esser lì con loro, Bob e Woody, il sabato pomeriggio a casa Gleason, seduti sul divano cantando canzoni, mentre tracciano, inconsapevolmente, un pezzo insostituibile di storia della musica americana.
"(...) Woody chiedeva di lui in continuazione: "Viene oggi il ragazzo? Quando torna il ragazzo?" Si era stabilito un legame tra il morente, creatore della musica popolare moderna e il ragazzo che faceva la sua imitazione, che lo ammirava e che, presto, l'avrebbe superato. Quando non c'era troppa confusione parlavano tra di loro; Bob aspettava pazientemente che il malato formasse le parole che faticavano tanto a venire. Woody non poteva affrontare una conversazione con più persone: si emozionava, balbettava, perdeva il filo del discorso e non riusciva a mettere insieme le parole. Ma con Dylan accovacciato in un angolo ai piedi del suo giaciglio, parlava. Una domenica, una delle prime, Bob gli cantò sottovoce Song To Woody e tutti gli altri, presenti nella stanza, s'interruppero per ascoltarlo. Ricordano che Woody fece un gran sorriso e disse: "E' molto bella, Bob. E' dannatamente bella". Sembrava che Dylan fosse entrato nel suo cuore. Più tardi, dopo che tutti erano andati via, Woody disse ai Gleason: "Quel ragazzo ha una gran voce. Forse non andrà molto lontano con le canzoni che scrive, ma canta come nessuno" (Anthony Scaduto, Bob Dylan - la biografia, Arcana ed.)


Yesterday

In una sola cosa si era sbagliato Woody: il ragazzo, con quelle canzoni, sarebbe andato lontano davvero e quella sera, una sera d'ottobre del 1992, al Madison Square Garden di New York, erano arrivati in tanti a ringraziarlo per tutto questo. Uno stadio stracolmo di gente e sul palco tanti di quegli artisti che altro che Woodstock o Live Aid. Tutti a cantare non le loro canzoni, ma le sue, e spesso anche piuttosto bene, con quel geniaccio di G.E. Smith a fare da direttore artistico e da splendida chitarra solista dovunque ce ne fosse stato bisogno. E poi lui, Dylan, che era arrivato alla fine, in imbarazzo almeno quanto doveva esserlo stato le prime volte che aveva visto Woody, disteso in un triste letto d'ospedale del New Jersey alle prese con quella brutta malattia degenerativa, la corea di Huntington. Chitarra acustica a tracolla ed armonica al collo, passo impacciato come sempre, aveva tirato fuori ancora quella canzone, Song To Woody, il colpo da maestro, l'attenzione ancora una volta spostata da sé; perché non é una celebrazione questa, in fondo, é solo ed ancora un altro pezzo della mia strada e allora non chiedetemi di cantare Blowin' In The Wind, niente hits da classifica questa sera, non questa sera almeno.


Today
Quella sera, ad interpretare una bella versione di You Ain't Goin' Nowhere, briosamente country e con la chitarra di G.E. pronta ad accettare il duello con le loro voci, era salito sul palco un trio di belle ragazze: Shawn Colvin, Mary Chapin Carpenter e Rosanne Cash. Le aveva presentate l'uomo in nero, The man in black Johnny Cash e le telecamere non si erano lasciate sfuggire il tenero bacio del papà alla figlia, un attimo prima che l'esibizione avesse inizio.
La performance di Rosanne rassicurava sul fatto che l'eredità di Johnny fosse in buone mani, ma lui era già preoccupato da tempo per una figlia "ossessionata dai Beatles, dal rock californiano del sud e dalla pop music". E' per quello che, a 18 anni le aveva consegnato una lista con le 100 canzoni country a suo giudizio più importanti di tutti i tempi, dicendole: imparale, figlia mia, cos'altro posso lasciarti; faccio il cantante e questa é la mia vita, life and life only; questo fa parte della mia educazione.




Una faccenda di famiglia, insomma, ma una faccenda importante se Rosanne, a distanza di anni, tira fuori di nuovo quella lista e ne estrae dodici canzoni per il primo album di covers della sua carriera, con un secondo disco, a quanto pare, già pronto nel cassetto. Il risultato é assai pregevole, con qualche ospite d'eccezione a duettare con lei per l'occasione. L'onnipresente Springsteen, naturalmente, ma anche Elvis Costello, Jeff Tweedy e l'inatteso Rufus Wainwright. Le canzoni, naturalmente, sono tra le più belle in assoluto, ma la lista, si sa, l'ha fatta Johnny e sulla qualità di scelta certamente non avevamo dubbio alcuno. Ce n'é per tutti i gusti: Hank Williams, Jimmie Rodgers, The Carter Family, Merle Haggard e Patsy Cline; e non poteva mancare quella Girl From The North Country, con cui Dylan e Cash duettarono nelle memorabili sessions del 1969. Alla fine si rivela un disco estremamente piacevole, un altro album pronto a scaldare le prime sere fredde d'autunno, magari seduti intorno ad un tavolo con gli amici ed una buona bottiglia di vino o di whisky a fare compagnia.


Lunga vita dunque alla famiglia Cash, di cui, tra l'altro, Rosanne parla abbondantemente nel suo blog (http://thelist.tumblr.com/). Anche la bella figlia Chelsea, che ha appena finito di registrare il suo primo disco, pare cominci ad avventurarsi sui sentieri pericolosi della buona musica, senza peraltro lasciarsi condizionare troppo dalla madre ("preferisco starne fuori e lei desidera che io faccia così", dice Rosanne), dalla quale peraltro vorrebbe dei consigli da madre e non da musicista ("come é possibile avere una carriera di successo senza avere per forza anche una vita pubblica?" "Lo sapessi anch'io..." é la risposta...).
Tant'é, auguri di cuore anche a Chelsea, chissà che oltre alla lista non continui a tramandarsi anche il talento di nonno Johnny; per ora mamma Rosanne si accontenta di vedere la figlia indossare splendidamente e volentieri i suoi vecchi stivali da cowboy...


Friday, October 02, 2009

LUCKY OLD MARK


Ascolto Get Lucky, l'ultimo disco di Mark Knopfler e continuo a pensare a paesaggi del nord. Immerso nel traffico, incontro gente frettolosamente in viaggio verso il lavoro, altra che quel lavoro non ce l'ha o, semplicemente, percorre il tragitto che porta verso casa. Persone di ogni tipo, distratte o affaccendate, troppo spesso nervose. Mi piace fermare l'auto davanti alle strisce pedonali, raccogliere il sorriso di chi attraversa la strada, che se é una bella ragazza meglio ancora, ma godendo pure della smorfia del vecchietto incerto nel cammino. Sorriso come anatema dei clacson, quelli isterici dei cretini dietro a me, la cui vita sembra dipenda dal minuto e mezzo che avranno guadagnato, quando, correndo come pazzi, saranno arrivati finalmente in posti dove magari non li aspetta poi nessuno. 
No, non si possono ascoltare così queste canzoni, no davvero: "Prima che la gente avesse gas, tv ed automobili, ci si sedeva intorno a un fuoco, ci si passava la chitarra e si ricordavano canzoni" (Before gas and tv). C'é bisogno di spazi distesi e della luce del tramonto. Non é più il people on tv di Money For Nothing, ma gente seduta intorno a quel fuoco che si passa la bottiglia del vino, racconti di strada che si fanno tradizione: "in the tales of the road, since time out of mind" (Before gas and tv). E' per questo che anch'io, arrivato a questo punto, devo cambiare strada, allungarla, portarla in luoghi improbabili e inattesi, far entrare di nuovo il mare dentro i miei pensieri.

Vorrei invecchiare come Mark, come la sua chitarra, sempre più dolce e sicura. Non più l'assolo devastante di Sultans Of Swing, ma l'arpeggio che entra nelle vene profonde, lasciandovi dentro il brivido che non ha mai fine.  Sono colori pastello, quelli d'indimenticabili paesaggi di Normandia; magie di suoni, radici folk, country e blues malinconicamente e sapientemente intrecciate come solo questo musicista é capace di fare, il cuore che oscilla come un pendolo tra Scozia, Inghilterra del nord e delta del Mississippi. I sessant'anni di Knopfler sono diversi da quelli di Springsteen, giocati sui registri dell'introspezione che rendono lontani i Dire Straits almeno quanto la E Street Band é invece ancora vicina al cuore del Boss. Modalità espressive differenti - non per questo differentemente vere - ma che, nel caso di Mark, rispondono forse un po' di più a quell'esigenza di sintesi interiore di pezzi di vita e d'esperienza musicale che solo la maturità artistica coniugata al genio é in grado di ottenere.

Inframezzato tra il canto di Knopfler ed ogni melodia c'é un canto di popolo, forse autobiografica nostalgia, che si esprime dentro la tranquillità sonora di archi e pianoforte o l'allegria di whistle e violino; frasi luminose di una chitarra, capace di cantare come la più perfetta delle voci ed oggi sempre più in grado di venire dolcemente e magicamente in primo piano anche quando sa mettersi in disparte. 
Il songwriting di Mark Knopfler sembra avviarsi verso una semplicità espressiva solo apparentemente scanzonata ("a volte mi addormento mentre suono la chitarra", ebbe a dire una volta in un'intervista), in realtà figlia di un bagaglio espressivo sempre più colto e cosciente delle proprie radici.
Un disco dopo l'altro, le sue sonorità appaiono sempre più spesso malinconiche, ma, paradossalmente capaci in realtà di rubare la tristezza, quella che ti rende immobile ed incapace di proseguire dritto verso la strada che un Destino buono ha da sempre tracciato dentro la tua storia. La colonna sonora ideale per quest'autunno già iniziato e per mantenere intatte le speranze di un sole d'estate, capaci di scaldare anche il freddo più intenso dell'inverno che verrà. 

Monday, September 28, 2009

JOSEPHINE




Smonti da una notte di guardia in ospedale ed il torpore che ti avvolge é sufficientemente denso per allontanare da te l'insulsa frenesia di tutto il mondo attorno.
Josephine é il disco giusto da metter su, perché la tristezza e la malinconia, che insopportabilmente ti assalgono senza preavviso alcuno, si fondano allo stesso tempo in un'inesplicabile dolcezza. Dolcezza di cui senti d'aver bisogno, ora che vorresti trovarti su spiagge di un mare d'autunno, dove onde e maree cominciano a farsi minacciosamente innanzi a falesie di roccia e case di mattoni.
Non può essere come gli altri un disco che nasce sul ricordo della scomparsa di un amico. Non può essere lo stesso tappeto di chitarre, quello esaltante di Jason Molina e soci, ad accompagnarti mentre percorri la tua strada lungo queste note.
Ma stamani va bene così: é esattamente quello di cui hai bisogno adesso. Ed é per questo che la malinconia si fa dolcezza e la dolcezza si fa affido. Affido che é mettere nelle mani di un Altro il dolore che hai incontrato e quello che senti dentro te, profondamente radicato nella tue contraddizioni e nella tua sempre insostenibile incertezza.
Ma nelle mani di Uno più grande di te, il gusto della vita si ritrova e Josephine é disco troppo breve per durare sino alla fine della strada. Lascia il passo, di nuovo, a quell'allegro tappeto di chitarre, che canta nuovamente la bellezza di sapere che ogni ansia e frenesia é già risolta. La banda della Magnolia Elettrica non smette di farti compagnia e Trials & Errors - prove ed errori, ma guarda un po' - ti ridona il brio e l'energia di cui avevi bisogno, appena un attimo prima d'essere arrivato sin laggiù, alla fine della strada che porta verso casa.

Thursday, September 24, 2009

Tuesday, September 22, 2009

CAHIERS DE FRANCE (5) - BELLEZZA


"Ricordate le valigie": la nostra guida al castello di Amboise, madrelingua italiana ma naturalizzata francese - per cui illustra le stanze del castello parlandoci con uno strano accento,  che mischia il napoletano alla lingua della sua nuova patria - ci sta spiegando della bizzarra abitudine di Francesco I di cambiare casa ogni due mesi. Beato lui che così non si annoiava mai. E beato lui che, per portarsi dietro tutti gli effetti personali, ossia l'arredamento intero, disponeva pure di diverse migliaia di uomini e cavalli al suo servizio. Per cui - ci spiega appunto la guida - se li guardiamo bene, tutti i mobili di quel tempo assomigliano in realtà a bauli, sia che si tratti di tavoli, letti o quant'altro, erano fatti cioé in modo da poter contenere di tutto al loro interno. Delle valigie, insomma, ed é da quel momento che tutti noi cominciamo a guardare gli arredi delle stanze dei castelli di Francia come all'equivalente dei tapis roulants degli arrivi di un aeroporto.
Questa mania di fare le cose in grande, comunque, sotto sotto, era un po' da parvenus; é la guida che ce lo dice e d'altra parte lei é italiana e, si sa, un po' di conflittualità coi cugini d'oltralpe ci sarà sempre; anche i miei figli, senza sapere nulla della storia, nel 2006 volevano andare in gita in Costa Azzurra indossando le magliette dell'Italia campione del mondo ed in fondo adesso mi dispiace un po' d'essere riuscito a suo tempo a convincerli a non farlo.
Comunque, Francesco I, in Italia c'era stato anche lui. A farci un po' di guerre, naturalmente, che per fortuna non gli erano andate tutte bene. Ma alla fine si era innamorato del nostro paese, al punto da convincere una ventina di artisti ad andarsene con lui in Francia, Leonardo Da Vinci compreso, che aveva scavalcato le Alpi a dorso di mulo a più di sessant'anni, poveretto; fatica peraltro ripagata dalla tranquillità degli ultimi anni di vita tra le mura del Clos Lucé, delizioso piccolo castello in quel di Amboise, a due passi dalla corte del suo re.
Un re vanitoso, con la mania di fare cose in grande, ma ferito, suo malgrado, dalla bellezza.

Abbondanza di bellezza ne troviamo in tutti i castelli che abbiamo scelto di visitare, qui nella tranquilla valle che la Loira ha modellato nel corso dei secoli.  Azay-Le-Rideau é deliziosamente appoggiato su un isolotto, come una pietra preziosa incastonata su un anello di pregevole fattura. Chenonceaux, originariamente consegnato in dono a Diana di Poitiers, favorita del re di Francia, diventa oggetto di disputa con la legittima consorte Caterina de' Medici ed il risultato é che ciascuna fa a gara con l'altra per renderlo più bello. Anche nei secoli a venire, quando i periodi di decadenza si fanno inevitabilmente incontro, spunta sempre fuori qualche donna a cercare di restituire bellezza a questo posto e le donne, si sa, di bellezza se ne intendono parecchio.  Chambord, poi, con la sua maestosità, ce lo gustiamo a lungo, pedalando nell'immenso parco che lo circonda, un tempo riserva di caccia del re. E' il luogo dove scopro che Andrea, il mio figlio più piccolo é già bravissimo ad andare in bicicletta da solo, guadagnandomi uun solenne rimprovero da parte di tutti gli altri per la mia ignoranza : "ma come, papà, non lo sapevi?".




Alla fine, nel mio viaggio in Francia, di bellezza ne ho incontrata davvero dappertutto. Anche nelle persone, ovunque gentili, accoglienti, felici del fatto che tu abbia deciso di visitare i loro luoghi. I maligni dicono che che ho incontrato gente così perché mi sono sforzato di parlare nella loro lingua: pare che rivolgendosi a loro in inglese diventino molto più nervosi.  Sarà, ma non importa, qualunque sia stata la ragione, sono contento d'essermi portato a casa abbastanza gioia.
Perché la bellezza é ciò di cui sento il bisogno ogni giorno, quella che percepisco sempre presente in ciò per cui la vita vale la pena d'essere vissuta.
Quando venne a Milano a celebrare il funerale di Luigi Giussani, l'allora cardinal Ratzinger disse che il don Giuss "era cresciuto in una casa povera di pane, ma ricca di musica, e così dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza e non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita, e così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia".
Ecco allora cosa incontrare ogni giorno, anche qui a casa. 
Perché accada che la bellezza non mi abbandoni mai.

Wednesday, September 16, 2009

CAHIERS DE FRANCE (4) - PARIS


L'ile de la Cité é un vascello, la cui prua infrange dolcemente i flutti della Senna.
Mentre i miei figli giocano sereni nei giardini lungo il fianco della cattedrale, io non riesco a smettere di ammirare Nostra Signora di Parigi. Incastonata come l'albero maestro della nave, questo gioiello di pietra ha resistito agli scempi del tempo e degli uomini, sinché qualcuno ha ricominciato a preservarla. C'é poco tempo, più tardi, per visitarla nel dettaglio, oggi c'é il vescovo della città ed é giusto che la cattedrale sia tutta per lui e per il popolo. E, d'altra parte, é per questo che é nata; perché la meraviglia dell'arco a sesto acuto fosse segno di una presenza visibile. E luogo dove dare testimonianza della bellezza di un avvenimento: quello del Verbo incarnato, sempre presente in mezzo a coloro che sono uniti nel Suo nome.
Forse il mistero che mi lega eternamente a questa città é nel cuore di questa cattedrale. E' per questo che continuo a guardarla, a girarle intorno, a scattare mille foto ai suoi portali ed ai gargouilles, fermandomi stupito sempre in modo nuovo, fino a portare a sfinimento una combriccola di moglie e figli che non possono stare all'infinito dentro i miei pensieri. 
Quindi dopo un po' si scappa via, per correre fin lassù in cima, le altezze della Torre Eiffel, dove inseguire il sogno di vivere una città à vol d'oiseau, un luogo alto dove magari assistere a quel "risveglio di campane", descritto così bene da quel Victor Hugo, che come nessun altro amò questa città immensamente: "(...) ascoltate questa piena orchestra di campanili, spandete su tutto il mormorio di mezzo milione di uomini, il lamento eterno del fiume, l'infinito spirare del vento, il quartetto grave e lontano delle quattro foreste schierate sulle colline all'orizzonte, come immensi mantici d'organo, smorzate in questo come in una tinta neutra tutto ciò che lo scampanio della città avrebbe di troppo roco o di troppo acuto, e ditemi se conoscete al mondo qualcosa che sia più ricco, più gioioso, più dorato, più splendente di questo tumulto di campane e campanelle; di questa fornace di musica; di queste diecimila voci di bronzo che cantano insieme dentro flauti di pietra alti trecento piedi; di questa città che é tutta un'orchestra; di questa sinfonia che tuona come l'uragano"  (Notre-Dame De Paris)



Se Parigi val bene una messa, la Sainte Chapelle val bene una coda, neppure, tutto sommato, troppo lunga, anche perché Andrea, il più piccolo, trova il modo per giocare anche lì.
Quando hai visto le vetrate del luogo voluto da San Luigi per custodirvi le reliquie della passione di Cristo, non riesci più a guardarne altre in nessun altro posto.  E' così che si rimane a lungo sospesi, sguardi prolungati per immagazzinare nella memoria immagini che nessun servizio fotografico riuscirà mai a registrare in modo fedele e permanente.  Non c'é nulla che possa riprodurre la luce del sole, magari quella del tramonto, mentre, passando attraverso pitture di vetro dai mille colori, arriva dritta dentro la tua mente ed il cuore delle tue emozioni.  Fremiti e sussulti, fuoriusciti dai rosoni del transetto della cattedrale di Notre-Dame, giunti magicamente fino a qui ed ora rimbalzanti senza sosta da una vetrata all'altra.
Sopravvissuta alle ingiurie del tempo e delle guerre degli uomini, la Sainte Chapelle é un altro gioiello custodito sulla plancia del vascello della Cité.



Prima di cominciare a dipingere il quadro, hanno sistemato tutti la cornice.
I pittori di Montmartre, disposti ordinatamente l'uno accanto all'altro, lungo il profilo quadrato della piazzetta, riescono a coprire la vista dall'orribile serraglio di tavoli di ristorante disposto tutto al centro. E così, nonostante gruppi di turisti spietatamente posti in posa per decine di scatti fotografici di terribile fattura, questo luogo riesce a non perdere il suo fascino.
Dopo un picnic improvvisato, consumato tranquillo in una viuzza laterale, passeggiamo senza fretta, grandi e piccini, lontani finalmente dal traffico e dallo smog, mentre, da lontano, il suono di una fisarmonica accompagna mille pensieri, liberi di correre finalmente senza freni.

Tre o quattro giorni, in una città così, son troppo pochi.
Ce ne vorrebbero dieci, cento, più di tutti quelli che vi ho già passato. Per questo Parigi non mi stanca mai, é un luogo dove non smetterei mai di tornare. Come Roma del resto. O come Assisi. Per mille motivi, simili e differenti allo stesso tempo. Ma anche per l'unico motivo che il cuore, in questi luoghi, non smette mai di battere impazzito.
Ma "una città non basta", scrisse una volta Chiara Lubich, in una sua splendida meditazione.
Non basta perché il cuore dell'uomo desidera qualcosa di ancora più grande delle bellezze di una città. Ed é a questo desiderio che, giunto a casa, decido di puntare; perché la nostalgia non prenda il posto della realtà; perché la bellezza sia contenuta nell'istante, il Mistero dentro l'attimo presente che ti capita innanzi nella vita. 
Attimo da vivere, tutto intero.

"(...) Ma con un Dio che ti visita ogni mattina, se vuoi, una città é troppo poco.
Egli é colui che ha fatto le stelle, che guida i destini dei secoli.
Accordati con Lui e mira più lontano: alla tua patria, al mondo.
Ed ogni tuo respiro sia per questo, per questo ogni tuo gesto; per questo il tuo riposo e il tuo cammino.
Arrivato là, vedrai ciò che più vale e troverai ricompensa al tuo amore.
Fà in modo di non doverti pentire in quell'ora d'aver amato troppo poco"

(Chiara Lubich, Una Città Non Basta)

Wednesday, September 09, 2009

CAHIERS DE FRANCE (3) - SPIAGGE




Alla spiaggia di Etretat si arriva cavalcando lo stupendo pont de Normandie. Bello come i grandi ponti americani e con una vista sull'estuario della Senna capace di spalancarti letteralmente il cuore. Quando arriviamo in fondo, il casellante, madrelingua francese ma padre sardo, decide di raccontarci tutto sulla sua famiglia, riempendoci poi di volantini che narrano la storia di ogni vite e bullone di questo capolavoro dell'ingegneria. Ci saluta tutto allegro e sorridente e noi proseguiamo lungo la campagna francese, ovunque bella e spaziosa e che porta dritto sin lassù, il mare della Manica.
Incontrare le falesie di Etretat, al mattino di una calda giornata di sole, vuol dire fermarsi e innamorarsi a prima vista, consapevoli che la nostalgia per questo luogo non ti lascerà mai più.
Incorniciati tra archi di roccia che si tuffano in un mare scintillante, incontriamo uomini e gabbiani, vento, barche a vela e tavole da windsurf, in un gioco di tempi e di armonie dove nulla sembra fuori posto e fuori luogo. Perfino le crepes, gustate in un ristorantino che in fondo non appare neppure troppo turistico, sembrano più buone di quel che sono, perché poi - non ditelo ai francesi - ci sono posti in Italia dove le fanno pure meglio.
Quando le prime nuvole cominciano ad apparire all'orizzonte e ci fanno comprendere che qui il tempo cambia più rapidamente dei pensieri, noi siano già in viaggio verso Honfleur, dove le scogliere lasciano il passo a coste più tranquille ed il mare s'insinua nel delizioso porto del Vieux Bassin, dove le barche sembrano ancora quelle costruite dai maestri d'ascia di secoli fa, gli stessi che costruirono anche la chiesa di santa Caterina, tutta di legno ed a doppia navata, quasi fosse anche lei una gigantesca doppia barca, pronta ad accogliere le anime erranti naufragate sin qui da luoghi lontani.
Passeggiamo senza meta, mentre la notte scende lentamente, più lentamente che altrove in questi luoghi del nord. Magicamente dipinti dentro ad un quadro impressionista, lasciamo che questo mare entri in noi come la notte, dolcemente, a poco a poco.


"Se vogliamo sbarcare, dovremo portare i nostri porti con noi". Winston Churchill non aveva dubbi, quando decise di costruire in segreto, nelle officine di Londra, il porto artificiale che avrebbe consentito lo sbarco di uomini, tonnellate di merce e migliaia di veicoli blindati sulle spiagge di Normandia.
Quando si arriva ad Arromaches, dove é allestito anche il museo dello sbarco, quello che racconta per filo e per segno quel che accadde il 6 giugno 1944, pezzi di quel vecchio porto sono ancora in vista in mezzo al mare, solo che adesso ci trovi i motoscafi che ci girano intorno o bambini che li osservano sullo sfondo mentre giocano tranquilli sulla spiaggia.
Se ti fermi qualche istante e provi a giocare con l'immaginazione o la memoria di visione di vecchi film, puoi sforzarti di vedere quell'inferno che passò da qui, ma non ci riesci, non ci puoi riuscire davvero fino in fondo.
Ti ci avvicini un po' di più, forse, quando passi dal cimitero americano di Colleville Sur Mer.
E' allora e solo allora, quando passeggi in mezzo alle diecimila croci bianche dei caduti americani, su una tranquilla collinetta posta al di sopra della famigerata spiaggia di Omaha Beach, che la follia della guerra sembra assalirti finalmente tutta intera.
Ma é anche allora che il tuo sguardo riesce a scaricarsi d'angoscia, nel momento stesso in cui si fa capace di diventare preghiera; ed é allora che riesce a guardare di nuovo verso il mare, dove laggiù, in lontananza, cogli le persone passeggiare sotto il sole ed i bambini giocare finalmente coi gabbiani.


Di ritorno da Dinan, delizioso borgo medievale in terra di Bretagna, non c’è tempo per passare da Cancale, l’unico posto dove si possano mangiare ostriche al prezzo delle cozze, permettendosi pure di gustarle sui muretti del porto buttando i gusci alle spalle senza che nessuno abbia qualcosa da ridire. Pazienza, sarà per un'altra volta, tanto più che le ostriche in famiglia pare non piacciano granché.
Ma la strada che costeggia il mare e che da Cancale porta fino alla baia del Mont Saint Michel, quella sì che rimane da godere tutta intera. Lungo il percorso, sfondi di orizzonti dai colori e dalle dimensioni senza tempo; e poi ragazzi che giocano con gli aquiloni (quanto tempo era che non vedevo più?) e strane barche a vela, che corrono su ruote e senza freni, in una spiaggia che sembra non finire più. Più in là, ecco barche ancora più bizzarre, coricate su un fianco e che appaiono quasi senza vita, ma pronte a risorgere appena la marea riempirà di nuovo d’acqua quelli che sembrano canali prosciugati.
Mentre mia moglie ed i miei figli sonnecchiano in macchina lungo la strada, anche i miei pensieri appaiono senza spazio e senza tempo, accoccolati sulle tranquille strade francesi, dove gli automobilisti guidano senza correre e senza spazientirsi mai. Mica come qui da noi, dove un’insensata frenesia, non si sa a quale scopo, sembra dominare ogni percorso.
Avessi avuto con me anche Get Lucky, il nuovo disco di Mark Knopfler, sarebbe stato la colonna sonora perfetta per questi paesaggi di Normandia, angolini d'Inghilterra trapiantati in terra di Francia e dal fascino tutto speciale. 
Vabbé, vorrà dire che me lo ascolterò adesso, mentre viaggio sconsolato, alle prese coi ricordi, lungo tristi strade milanesi senza infamia e senza lode. Una colonna sonora ideale, per un autunno quasi cominciato e per i miei inguaribili sogni ad occhi aperti.


Tuesday, September 01, 2009

CAHIERS DE FRANCE (2) - LA MARIAPOLI DELLE PERSONE




"Quanto manca ancora?""Ma come quanto manca? Il divertimento sta nel viaggio, in questo preciso momento e in quello successivo e così fino a sera. E tu pensi quanti chilometri devi ancora fare o a che ora prevedi di arrivare...".
E' mattina presto e non ho ancora fatto in tempo a mettere il muso dell'auto davanti alla strada che, precise come un orologio svizzero, arrivano le fatidiche parole di mio figlio: "quanto manca?". E' allora che fa capolino nella mia mente questa frase di Roberto Patrignani sulla bellezza del viaggiare, ma mi limito a rispondere: "porta pazienza, Marco, é un viaggio lungo questo, cerca di schiacciare un pisolino...".
D'altra parte come farei a spiegare a mio figlio che adoro viaggiare, che mi viene in mente Kerouac persino quando sono imbottigliato nel traffico e che, se non bastasse, il fatto di mettermi nuovamente in viaggio per Parigi, dopo un milione di anni dall'ultima volta, fa salire l'eccitazione ad un livello quasi insostenibile?
E allora che importa quanto manca, il bello del viaggio é viaggiare, quindi pronti via, ragazzi, e godetevi anche quel che vedrete dai finestrini.

La meta, però, quella sì che é importante, almeno quanto il viaggio.
Se non sei capace di vivere l'esperienza del viaggio, di godere di ogni istante proiettato solo nel futuro di quel che arriverà o nella nostalgia di un passato che non può più tornare, difficilmente riuscirai a stare al mondo con sufficiente dignità e soprattutto con felicità. Ma devi sapere dove stai andando e perché stai facendo quel che fai.
Noi stiamo andando a Parigi ed é già abbastanza eccitante di per sé.
Ma c'é una casa che ci aspetta laggiù, qualche chilometro a sud della periferia della città, la casa che una famiglia di amici ha messo a disposizione della mia perché loro si trovano altrove per qualche giorno; non una casa qualunque, però, da mettere a disposizione quando ce n'é bisogno: questa é davvero la loro casa, quella in cui abitano sempre per il resto dell'anno.
Noi, questi amici, non li abbiamo mai visti: ce li faremo indicare nelle foto, immortalati nei quadretti che hanno appeso in casa. Ma sono amici veri, perché non hanno esitato a mettere in comune con noi ciò che possiedono. Chantal e José sono focolarini della Francia ed in questo momento si trovano in Bretagna in Mariapoli, a vivere quel momento di vacanza e d'incontro che il Movimento dei Focolari moltiplica in tutto il mondo, spesso nel periodo estivo. Mariapoli come città di Maria, luogo in cui provare a formare un bozzetto temporaneo di società nuova fondata sul Vangelo.

Quando arriviamo ad Arny, troviamo Denise ad attenderci in giardino.
E' lì solo per questo: per aspettare il nostro arrivo; é venuta apposta da Parigi per questo e non sapeva neanche l'ora del nostro arrivo, ma non sembra per nulla scocciata, anzi accoglie gli "amici italiani" con un sorriso meraviglioso.
Ci accompagna nel nostro appartamento, che a me pare meglio della reggia di Versailles, arredato con armonia e bellezza e ricavato da alcune stanze in una splendida villa del secolo scorso. Nei giorni successivi sarà soprattutto Cécile, l'altra focolarina che ci raggiunge poco dopo, ad accoglierci sempre con squisita attenzione.
Con mia moglie ed i miei figli, avremo modo di visitare questo luogo, la cittadella del Movimento qui a Parigi che, per ora, é ancora poco sviluppata negli edifici, ma lo é già molto nei cuori di chi vi abita e di chi frequenta questo posto.
Spesso la domenica giungono qui in visita decine di persone, famiglie con bambini, semplicemente per passare un po' di tempo assieme. Prima di partire da Parigi, destinazione Normandia, lasceremo in dono a Chantal ed a José un cesto ricolmo di prodotti tipici nostrani, che avevamo preparato e portato con noi dall'Italia: sapremo dopo pochi giorni che, alla prima occasione, verrà subito condiviso con tutti gli altri.


Quando, con un pizzico di sofferenza, Cécile mi racconta delle difficoltà di espansione che hanno in questo luogo, dei veti dell'amministrazione comunale sui permessi per iniziare a costruire, colgo in lei degli occhi capaci di vedere in ogni avvenimento - sia esso un successo oppure una difficoltà - il disegno di un Altro e quindi che sanno rivestirsi sempre di uno sguardo d'amore luminoso e profondo. "Sai - mi dice - Dio per ora ha voluto così e quindi noi andiamo avanti contenti. Intanto viviamo fino in fondo questa realtà, questa "mariapoli delle persone".
Persone come Cécile e Denise, come Chantal e José, che non avevamo mai visto né incontrato, ma che ci hanno amato di un amore così gratuito e totalitario da farci sentire legati a loro come fratelli e sorelle.

Quando, al mattino della partenza per Honfleur, lascio in mano a Cécile un bigliettino di ringraziamento per i giorni trascorsi, le trasmetto nel mio scritto l'esperienza vera che abbiamo vissuto in questo breve periodo, quella dello spirito di famiglia di cui Chiara Lubich ci ha sempre parlato, divenuto ora suo vero e proprio testamento spirituale, e che non ci farà dimenticare mai più ciò che abbiamo vissuto qui:
Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia” (...) Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “ (Chiara Lubich)


Monday, August 24, 2009

CAHIERS DE FRANCE (1) - ANGELI NELLA BAIA


I riflessi della luce della luna formavano splendidi ricami d'argento sull'acqua. Il mare circondava ormai ogni cosa ed appariva inquietante e calmo allo stesso tempo. Sembrava incredibile che, solo poco tempo prima, centinaia di persone avessero attraversato a piedi la baia proprio là in mezzo. Eppure era proprio così: poche ore appena e la spiaggia sarebbe tornata ancora in superficie ed i gabbiani vi si sarebbero posati di nuovo.
Ogni giorno, più volte al giorno, quel gioco di alta e bassa marea si svolgeva incessantemente, sotto gli occhi della statua dell'arcangelo San Michele, posta lassù a dominare tranquilla quel luogo.
Luogo che potevi scorgere da lontano, molto prima di arrivare al mare, con la sagoma del monte ad ergersi perennemente all’orizzonte come qualcosa di magico ed inaccessibile.
Quanti antichi e nuovi pellegrini erano arrivati fin qui? Quando vi eri entrato anche tu, a tarda sera, era finalmente scomparso il continuo andirivieni delle orde di visitatori, che prima aveva reso quasi impraticabile la ripida via del paese, quella che saliva, lentamente curva, sino all'inizio della lunga rampa che conduceva all'abbazia. Allungando un po' il passo potevi spingerti anche lungo le mura delle torri di guardia e da là in cima lo sguardo verso l'acqua e la sua misteriosa marea si caricava di una sensazione d'incertezza ancor più sottile e penetrante, ma misteriosamente mescolato ad un'inesplicabile attrazione.


Guardavi quelle mura e desideravi che avessero potuto raccontare quello che avevano vissuto.
Allora, socchiusi gli occhi e rivolto lo sguardo verso la piccola foce dell'esile Cuesnon, anch'essa mutevole come le continue maree, ti era parso d'aver visto tutto.
Secoli e secoli scorrere l'uno dietro l'altro, come veloci fotogrammi di un film; e sotto di essi urla strazianti e sommesse preghiere, a fare da voce a quei sassi che non sapevano parlare.
Così eccoti innanzi all'umile Aubert, il vescovo di Avranches tutto intento a costruire pietra su pietra il primo santuario su quell'isolotto di granito, chiedendo ogni notte all'arcangelo Michele la forza di rimanere fedele a quel voto, forza che, a tratti, sembrava inesorabilmente venir meno. Poi altri monaci benedettini a proseguire l'opera e ancora incendi, ricostruzioni ed archi sempre più slanciati verso il cielo, perché la cattedrale é molto più di una chiesa, la cattedrale é una preghiera.
In mezzo, di continuo, la vita di ogni giorno, lo scorrere continuo dei pellegrini, a sfidare acqua e sabbie mobili. Poi di nuovo guerre e ancora mura per difendersi da un'esistenza troppo dura; fino ai centodieci gloriosi paladini, quelli vittoriosi sull'assedio dei ventimila inglesi, l'ordine leggendario dei cavalieri di Saint Michel.
Grida di giubilo, le insegne del re di Francia ancora issate e poi, ineluttabile, il declino; i monaci scacciati, il luogo della fede trasformato in invincibile prigione, la Bastiglia del mare dove far morire gli avversari ed i preti renitenti alla nuova legge, quella della Révolution.
Ma ecco anche le grida ed il terrore spegnersi di nuovo a poco a poco, finché la calma ed il silenzio tornano a regnare, fino a quando la “Merveille” ritorna al suo splendore antico. Ed allora ecco nuove voci a farsi sentire, voci di meraviglia di nuovi viaggiatori di tempi di pace, grida di fronte alle quali queste mura sembrano sorridere quasi compiaciute, loro che si sono fatte capaci di resistere fin qui.


Al mattino di quello stesso giorno eri già stato sin lassù – il cuore della cattedrale – dov’eri giunto a poco a poco, insinuandoti lentamente e faticosamente tra tutta quella gente che invece, alla sera, era sparita, insieme al sopraggiungere dell’alta marea.
Ma là in cima, il punto più alto di tutta l’abbazia, la confusione era sparita come d’incanto e non eri stato in grado di resistere al fascino di quelle voci e del suono dell’arpa e del flauto.
La messa celebrata a mezzogiorno, come San Benedetto usava fare un tempo, da monaci e trappiste che ora ne tramandavano fedelmente la tradizione.
Era così che ti eri fermato a pregare con loro e quell’angolo d’abbazia ti era parso, senza esagerare, vera e propria anticamera di paradiso. Mai, in tutta la tua vita, ti era capitato di sentire armonie di voci e suoni così; mai pregare ti era sembrato più facile di allora.
Uomini e donne ti erano parsi angeli, poi, ad un certo punto, uno di quegli angeli era pure passato tra la gente, per raccogliere le offerte; era in quell'istante che avevi incrociato con sorpresa un viso di giovane donna, volto di una suora sorridente, con occhi azzurri penetranti e affascinanti allo stesso tempo; occhi persino quasi scanzonati, come di chi sa tutto del mondo che si azzuffa fuori ogni momento.
Tra i monaci avevi scorto visi giovani ed anziani, affascinanti anch’essi, ognuno a modo suo; finché, ad un tratto, ne avevi visto uno differente, capelli e barba lunga, l'aspetto dimesso, eppure con la stessa dignità e solennità dei confratelli. Ti era sembrato qualcuno che avesse da raccontare più di tutti gli altri, come di chi avesse vagato a lungo in cerca di qualcosa, prima di arrivare finalmente sin lassù.
Uno che avesse lasciato tutto ciò che possedeva e fosse passato di casa in casa, di ponte in ponte; giorni e notti passate senza sosta in un'insolita città, dove i fiumi, invece che uno, erano due. Quell'uomo sembrava adesso aver trovato ciò che cercava; forse, soprattutto, il significato della propria mendicanza.
Poi, distolto lo sguardo, avevi guardato nuovamente verso l'abside ed il coro e, per un attimo, tra le colonne, l'avevi visto anche tu. La sagoma di un angelo, bello e sorridente e non più misteriosamente sfuggente, come troppo a lungo era stato; anche quell’angelo, forse, aveva trovato un luogo dove smettere di fuggire e di sparire: un luogo in cui far riposare finalmente il proprio desiderio.
Per un istante era parso anche a te d’aver sempre cercato quell’angelo e quel luogo ed in quell’attimo di scoperta, te ne eri dolcemente compiaciuto.
Momenti interminabili di serena compagnia insieme a quei due, la cui storia, forse, apparteneva un poco anche a te.
La storia del ricco, fattosi monaco dopo che straccione e quella di quell'angelo, l'amico dell'arcangelo Michele.
L'angelo venuto sin lassù da quella strano e lontano luogo, dove due fiumi s'intrecciano incessantemente ogni giorno; due fiumi anima di una città: il Rodano e la Saone, maschio e femmina di Lyon.


Note
Testo liberamente ispirato alla canzone di Francesco De Gregori, “L’angelo di Lyon” ed alla magia di Mont Saint Michel.

Monday, July 20, 2009

HAVE A NICE SUMMER




Nulla possono le circostanze quando gli occhi si fanno capaci di guardare in faccia alla realtà come a qualcosa capace di provocare la tua vita, al punto da farle scorgere il significato che la sostiene.
Così, mentre scorri distrattamente la posta elettronica alla sera, ti accorgi che basta poco perché si rompa quella cappa di piombo fatta della stanchezza della giornata, di tutto il caldo, della frenesia e della caduta di ogni entusiasmo che ti pareva di aver scorto da qualche parte al mattino.
Basta che la tua amica Cris ti dica che "tutto é per gridare al mondo la bellezza", che ti richiami al fatto che "qualunque sia il posto, qualunque sia la compagnia" devi avere "a cuore il destino dell'altro, la sua "funzione" tra di voi, perchè ognuno è segno, ed è scelto come segno, e va trattato come Cristo lo ha chiamato".
Il bello é che quell'amica, con quelle righe ti sta semplicemente augurando buone vacanze, cioé ti sta dicendo di prendere sul serio un momento prezioso dell'anno; prezioso perché - se ci tieni - é il momento in cui hai più tempo per pensare a te stesso, cioé ciò per cui pensi valga davvero la pena di spendere il tuo tempo mentre stai al mondo.
Poi - non fai nemmeno in tempo a pensarci troppo su - e ti cade l'occhio sull'ultima lettera di padre Aldo. E sulle ultime parole di Marciana, che - dannazione - é morta di tumore, ma sembra che invece parli proprio della gioia del paradiso:
"Al mio carissimo Padre Aldo.
Il mio viaggio e’ próssimo alla fine e non voglio andarmene senza dirle che ho passato i giorni piu’ belli della mia vita in questa clinica; ho incontrato i miei fratelli e sorelle ammalati come me ai quali ho voluto tanto bene. Mi duole sapere che ho ancora pochi giorni per stare con loro. La prego Padre per l’incarico che le do’: abbia cura di loro, perche’ so che donera’ il meglio di se’, che e’ tanto amore. Ed io da questo momento mi prendero’ cura di lei.


Non so com'é, ma negli ultimi tempi mi capita sempre di più di pensare a quella canzone di Francesco De Gregori, quella dell'angelo di Lione. E quindi di ascoltarla, anche, spesso e volentieri.  E' buffo, quando faccio così con una canzone che mi piace troppo finisce per stufarmi e quindi cerco di non farlo quasi mai, per non rovinare qualcosa di troppo prezioso. 
Ma con questa no, questa non mi stanca mai.
Forse perché parla di uno straccione fattosi libero da tutto, pur di guardare davvero in faccia la realtà, alla ricerca della perla preziosa, dell'unica cosa che conta per davvero.
Ma forse, soprattutto, perché parla di mendicanza, l'unico metodo che sento sempre più vero per tenersi in piedi nella vita.
Quest'estate me ne vado in giro un po', chissà che non lo trovi anch'io quell'angelo di cui parla la canzone. Nascosto dietro quella statua lassù sul monte e in mezzo al mare, quella dell'arcangelo San Michele; oppure in mezzo ai doccioni di una cattedrale, mentre guarda assorto dall'alto la città.
Se lo trovo, comunque, torno indietro a dirlo a tutti, pure qua sopra, se ci riesco.
Intanto metto in pausa il blog per un po': molto meglio quella mendicanza di mille delle mie inutili parole.
Stay warm, my friends, ci si vede un po' più in là.


Thursday, July 16, 2009

AUGURI EMMAUS



Oggi, 16 luglio, é il compleanno di Maria Emmaus Voce, attuale presidente del Movimento dei Focolari. Mi piace ricordare, in questo giorno, questo scritto di Chiara Lubich del 25 dicembre 1973, divenuto vero e proprio suo testamento.
Auguri Emmaus !

“Se oggi dovessi lasciare questa terra, e mi si chiedesse una parola come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi, sicura d’esser capita nel senso più esatto: “siate una famiglia”.
Vi sono tra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali ?
Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola e con l’esempio.
Non lasciate mancar loro, anzi crescete attorno a loro il calore della famiglia.
Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente ?
Siano i fratelli prediletti. Patite con loro, cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori.
Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica, affinché sappiano che essi, più di altri, vi hanno contribuito.
Vi sono coloro che muoiono ?
Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante.
C’é qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo ?
Godete con lui perché la sua consolazione non sia contristata e l’anima non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. 
C’é qualcuno che parte ?
Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dove é destinato.
Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale – quindi neanche le preghiere o la Messa – né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli coi quali vivete.
E dove andate per portare l’Ideale di Cristo, per estendere l’immensa famiglia dell’Opera di Maria, niente farete di meglio che cercare di creare, con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia.
Esso é uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia, é la carità vera, completa.
Insomma se dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse : “Amatevi a vicenda affinché siano tutti uno “.

(Chiara Lubich)

Tuesday, July 14, 2009

14 LUGLIO


"Qual é la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto? L'uomo sputò un grumo di catarro e sangue sulla strada. Alzarmi stamattina, disse. Davvero? No. Non starmi a sentire. Forza, andiamo".
(Cormac McCarthy, La Strada)


Festa nazionale, per i cittadini d'oltralpe, che in questi giorni soffrono pure un po' , perché vedere un italiano in maglia gialla non gli é mai garbato, fin dai tempi di Gino Bartali.
Comunque sia, oggi la grandeur francese non si risparmierà in festeggiamenti, anche se, a ben pensare, ciò che si ricorda, accaduto ducentoventi anni fa, non fu certo un'allegra passeggiata verso la libertà.  Morte e tristezza come in ogni rivoluzione, eccessi e follie in nome di una ragione ben lontana dall'essere tale, se capace persino di trasformare un gioiello dell'arte come la cattedrale di Notre-Dame di Parigi in un deposito di vini. 
Tuttavia quel famoso motto - liberté, égalité, fraternité - ha resistito sino ad oggi come sintesi di ciò che l'uomo moderno ritiene assomigli il più possibile all'idea di civiltà.
Non fosse però che, mentre di libertà ed uguaglianza si é parlato a dismisura, della fraternità sembra non si sia mai occupato quasi nessuno.

La fraternità come il principio disatteso, in realtà unico motore capace di produrre vera libertà ed uguaglianza, perché contenente in sé amore e gratuità.  Una fraternità che nasce dal dono di sé é quanto di più lontano ci sia dal buonismo, peccato della  modernità quasi più dannoso del male che l'uomo é talvolta inconsapevolmente capace di produrre col proprio agire.  Dono di sé che é essenza della vera libertà, perchè si fa capace di amare la circostanza davanti a sé, indipendentemente dai meriti di essa e senza attendere d'essere corrisposto.  
Ci vuole coraggio a vivere così, perché significa sputare sangue per terra e sbattersi per qualcosa che vale la pena d'essere vissuto.  E può apparire senza dubbio anche impossibile, perché é facile sperimentare la resa, nel momento in cui la consapevolezza del limite fa apparire le energie insufficienti a raggiungere lo scopo. 
 
A meno che quel limite sia qualcosa di differente, perché dentro di esso ci si possa sentire afferrati da chi una strada l'ha già tracciata - in modo rivoluzionario - più di duemila anni fa.
Un gancio in mezzo al cielo, quando la via sembra smarrita. 
Uno più grande di quel limite perché l'Unico che l'abbia già preso su di sé.
Allora attaccarsi a quel gancio, magari nel preciso momento del tuo giorno più nero, del tuo fallimento realmente sperimentato, é divenire strumento, cioé testimone, di quella speranza che corrisponde al nome di fraternità.
E allora magari ti accade pure di dare gomito all'amico che ti sta di fianco, per rivolgere insieme lo sguardo verso Ciò che sta davanti.
Portatore di speranza, proprio nel momento più nero della tua giornata.

Monday, July 06, 2009

IO SONO TU CHE MI FAI


"Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio", questa frase di Paolo indica forse l'unica condizione che rende qualsiasi tentativo umano, non violento né artificioso, ma fruttuoso di conoscenza e di bene.
Tutto può essere misteriosamente positivo quando ci si accosta all'uomo, quando ci accostiamo ad un altro, ricordandoci del desiderio d'infinito che costituisce la natura più profonda ed intangibile del nostro io"

(Felice Achilli)



Conservo nella mente pochi istanti, come una breve serie di fotogrammi messi assieme. Ed un rumore, quello dell'urto.
Una domenica sera d'agosto, di qualche anno fa. Sto uscendo da McDonalds con la mia famiglia; di lì a breve, dopo averla accompagnata a casa, me ne andrò a far la notte in ospedale. Prima di cena ci eravamo fermati tutti insieme in chiesa, davanti all'altare della Madonna, dopo la messa nella nostra parrocchia. Un luogo caro a tutti noi, dove riporre le ansie, le brevi gioie, dove affidare la nostra vita insieme.
Pochi attimi, in cui non fai neppure in tempo a renderti conto di ciò che sta per accadere. Mio figlio Marco attraversa la strada, vedo una macchina arrivare ed io non faccio in tempo a fermarlo. Non lo vedo più e sento solo un rumore, il suono dell'urto di un corpo contro un'auto. In quell'istante, rimasto fisso per sempre nella mia memoria, vedo mio figlio già in un altro luogo, oppure ancora tra noi, ma come un pesce rosso, attaccato a mille tubi in un reparto di rianimazione.
Un istante lungo, interminabile, quasi eterno, rotto come d'incanto, ad un certo punto, da un pianto, il pianto di mio figlio.
Mi precipito in mezzo alla strada: Marco sta bene. Andremo in pronto soccorso, ma dopo poche ore saremo tutti insieme a casa: se l'é cavata solo con pochi graffi.
Quel momento della vita si stampa in eterno nella mia mente e diviene cemento tra di noi, specie quando ci fermiamo ancora a riporre i pensieri del nostro cuore davanti all'altare di quella Madonna, spesso - ora come allora - tutti insieme, alla fine della messa domenicale. 
Ma, soprattutto, ciò che si fissa per sempre nel mio cuore da quel giorno é la certezza che i tuoi figli, cioé ciò a cui tieni di più nella vita, coloro per i quali saresti disposto a dare la vita senza pensarci su neppure per un attimo, non sono tuoi.  Cioé sono tuoi e non sono tuoi, perché sono dentro il disegno di un Altro capace di un amore infinitamente più grande del tuo.
Li hai generati tu, ma non li hai fatti tu: "Io sono Tu che mi fai", ci ripete spesso padre Aldo.


Qualche giorno fa un camion investe in pieno un bambino, Andrea Achilli, 12 anni e se lo porta via. Il quarto, l'ultimo dei quattro figli di Felice Achilli, primario cardiologo all'ospedale di Lecco. I soccorsi tempestivi, la corsa all'ospedale, l'intervento chirurgico d'urgenza, ma Andrea non ce la fa. Andrea parte per il cielo. Marco invece é ancora qui con me.  Destini diversi, per motivi sconosciuti e misteriosi. Conosco il dottor Achilli come collega, come presidente per molti anni dell'associazione Medicina e Persona e ne ho sempre apprezzato la capacità di saper trasmettere a tanti altri una modalità nuova, diversa, di far fronte ad una professione così impegnativa come quella di noi medici.
Felice ha scritto una lettera al giornale di Lecco, per ringraziare chi gli é stato vicino e per dare testimonianza di ciò che gli é accaduto.
La trascrivo qui, con una gratitudine in cuore senza limiti davanti a maestri così.
Nella consolazione dello sperimentare sempre di più, ogni giorno, un cammino in cordata. 
E nella certezza che nulla accade per caso, dentro quell' io sono tu come mi fai.  

Egr. direttore,
La ringrazio per l’opportunità che offre a me e alla mia famiglia di ringraziare tutti coloro che ci hanno testimoniato umana vicinanza, in questo momento di dolore indicibile e ineliminabile, per la separazione dal nostro amatissimo ultimo figlio Andrea. E’ infatti per noi impossibile raggiungere ognuno personalmente, come desidereremmo. In questi giorni, misteriosamente segnati per noi non solo dal dolore, ma anche da un’infinita dolcezza, non siamo mai stati soli: né di giorno né di notte, in ospedale prima, a casa poi. Abbiamo percepito di appartenere a un popolo, che vive nel nostro Paese, che ancora riconosce il Mistero di cui è fatta la vita di ogni persona, che “sente” irragionevole considerare la morte come la fine di tutto e percepisce la decisività per la vita della presenza di Dio.
È stato così più facile, per noi, credere alle parole che don Julian Carron ci ha detto nell’omelia: “Non guarderemmo adesso veramente Andrea, se non guardassimo alla totalità della sua vita. E qual è la totalità della sua vita? Non c’è un Andrea che non sia Andrea battezzato e cresimato cioè, un Andrea che è stato legato, per sempre, a Cristo! Non c’è, non c’è un’altra modalità, non c’è un’altra realtà, non c’è un’altra storia, non c’è un altro mondo, non c’è un’altra cosa che può far fuori il fatto che Cristo è risorto. Possiamo sentirlo vicino o lontano, possiamo far prevalere adesso il dolore e lo sconforto, ma la nostra fede non è un sentimento, la nostra fede è una conoscenza nuova”.
In questi giorni stiamo scoprendo un Andrea sconosciuto, con un desiderio infinito, una passione per le cose e le persone, sorprendenti per un bambino della sua età. Sono arrivate persone che lo avevano conosciuto, magari per poche ore o giorni.
Così anche noi abbiamo dovuto riconoscere (ri-conoscere) il fatto: Cristo l’ha afferrato per compiere il desiderio più segreto, più nascosto del suo cuore, il misterioso cuore del nostro amatissimo Andrea, che certamente riabbracceremo, anche se non sappiamo quando. 
Non è vero che “Dio dà e Dio toglie”, Dio ci ha donato Andrea e ha poi compiuto il suo desiderio più vero, ciò che abbiamo visto e udito in questi giorni ce lo dimostra.
Per questo vogliamo ringraziare tutti.

Felice e Daniela, Federica, Chiara e Pietro Achilli


Thursday, July 02, 2009

TONIGHT I'LL BE STAYING HERE WITH YOU


Aveva trascinato con sé sul palco quella cosa nera sera dopo sera, poi, finalmente, vi si era avvicinato.
Una luce fioca ad illuminarla, le prime note che fuoriuscivano da essa e dopo pochi istanti si era capito. "My God, it's a piano", aveva pure esclamato qualcuno. No quello non era un piano e quella non era la sua prima performance in quel modo, in ventiquattro anni di esibizioni in Inghilterra. Era un'altra cosa, molto di più, un viaggio in un universo surreale, forse. La rivincita di Giuda, l'ennesima maschera di quell'uomo, troppo abituato a tirare dritto per la sua strada, solo contro tutti, fiero nella sua corsa dietro al desiderio del destino di se stesso.
Poche note, un inizio quasi timido, poi le mani sempre più veloci lungo la tastiera; la voce inizialmente incerta, poi più sicura, sempre più fiera. Il pubblico non grida più "Giuda!", questa volta é impazzito, cerca di corrergli dietro felice, ma non ce la fa, non ce la può fare, lui corre più veloce, troppo veloce questa volta.
E' partito seduto, poi si aggiusta lo sgabello, le mani via via sempre più impazzite, poi non ce la fa più e si alza in piedi.
Una chitarra, quella meravigliosa di G.E., a stargli dietro, e lui sempre più pazzo, un po' Charlie Chaplin, un po' Jerry Lee Lewis.
Disease Of Conceit, questa sera, é la più grande canzone rock di tutti i tempi, più grande ancora di Like A Rolling Stone.



Poco prima li aveva già condotti tutti per mano fino al paradiso.
"The crowd went bananas", aveva detto quel tale, che poi si era arreso anche lui alla follia,  quando aveva visto il piano. Si era arreso come tutti gli altri, fatti una cosa sola col cantante, lassù sul palco.
I Want You, quella sera, era la canzone del desiderio del cuore corrisposto. Smorfie, sorrisi e poi sempre più allegria, le dita a scorrere matte sulla tastiera della chitarra, le ginocchia piegate come solo a modo suo, le labbra sull'armonica, per terminare una canzone che non riusciva e non doveva mai finire.  
Il pubblico finalmente é con sé, questa sera sì, questa sera che era la musica a suonare attraverso lui, l'incantesimo riuscito, l'alchimia compiuta; ci si trova tutti lassù, dentro territori inesplorati, possiamo gettare le maschere e le difese, finalmente. Siamo tutti un cuore e un'anima sola.



Ed ora, un sacco di tempo dopo, eccoti ancora lì, dietro una pianola che ora sembra non attirare più nessuno, sempre in corsa sul treno sbuffante dei tuoi desideri.
Nessuno freme e trepida adesso, come quella sera all'Hammersmith di Londra, in quel freddo inverno del 1990.
Eppure siamo ancora lì, sbuffanti anche noi, arrabbiati e scontrosi perché tu ci hai abituati così, con la tua assurda abitudine a desiderare sempre qualcosa di troppo grande rispetto a ciò che da soli siamo capaci di ottenere.
Difficilmente la première di Jolene, ieri sera nel Wisconsin, sarà stata anche solo minimamente paragonabile alla Disease Of Conceit di quella sera.
Ma noi, in un modo o nell'altro, finiremo per essere sempre lì con te.
Desiderosi di cogliere l'ultimo  sbuffo d'assoluto sullo slow train di Bob Dylan.
Ancora per una sera, 
questa volta ancora.

Note:
Post liberamente ispirato alla nostalgia,
alla recensione di Clinton Heylen, del concerto di Bob Dylan all'Hammersmith Odeon di Londra, l'8 febbraio di un ormai lontano 1990,
ed al mio inguaribile e neverending love per Bob.