Sunday, February 25, 2007

IL PAESE DEL SORRISO


Ripensare Bangkok quasi vent'anni dopo é immergersi con la mente in un viaggio d'altri tempi. Quando arrivai lì la globalizzazione era un termine ignoto e il web riguardava solo un ristretto gruppo di informatici americani. Allora per raccogliere informazioni su un paese lontano andavi in libreria, oppure da quell'amico fortunato che aveva girato il mondo ed era sempre pronto a farti vedere le diapositive dei suoi viaggi.
Oggi é tutto diverso ed un viaggio virtuale, fatto di siti internet o dvd guardati su schermi giganti con home theatre ed effetti surround, può dare piacevoli sensazioni anche senza salire fisicamente su un aereo e recarsi di persona in terre lontane.
Certo, rispetto ad un viaggio vero, non é la stessa cosa neppure ora, ma forse una volta arrivare in un paese straniero così distante aveva un po' più di fascino e mistero di quanto ne possa avere adesso.

Scesi dall'aereo, a novembre inoltrato, e la prima sensazione fu quella di un caldo strano, improvviso ed avvolgente, ma non sgradito, primo elemento di novità qual'era; così via la giacca ed il maglione, a dispetto dell'orario serale e poi fuori, a recuperare i bagagli e a superare la prima fila di tassisti, chiassosi e sorridenti, a gara per acchiapparti e portarti chissà dove.
"Taxi !", "Taxi, sir?". "No, thank you", via di corsa, a raggiungere quelli un po' più in là e più tranquilli, perché poi di un taxi avevo pur bisogno per uscire da lì.
E poco dopo eccomi in auto, sulla prima freeway che porta verso il centro, a guardar fuori da un finestrino un mondo sconosciuto, pieno di luci e di scritte incomprensibili.
La prima impressione di Bangkok é quella - affascinante - dello sbarco in un luogo ignoto, allegro e rumoroso, ma tanto bizzarro ed inconsueto quanto quello degli scenari esterni di Blade Runner.
"Hotel Asia, please" - mi rivolgo così al tassista di turno - e dire l'indirizzo é inutile: quelli di Bangkok non conoscono le strade e non sanno neppure leggere le cartine; oggi mi viene da pensare che non siano neppure in grado di gestire un navigatore; però allora sapevano a memoria l'ubicazione di ogni albergo e forse anche adesso sono rimasti uguali.
Così imparai subito la prima regola per girare da queste parti, dove affittare un auto e guidarla da soli é esercizio difficile quanto pericoloso: quando devi andare in un posto ti conviene chiamare un taxi, guardare il nome dell'albergo più vicino e farti portare lì.

Arrivo davanti al mio hotel e la seconda sensazione che subito mi assale sono gli odori.
Strani, dolciastri, talvolta sgradevoli, ma altre volte incredibilmente affascinanti, al punto da attrarre in qualche modo gli altri sensi, quasi che la vista e l'udito e tutto l'immaginario che li accompagna possano andare dietro all'olfatto, un senso che fino a quel momento avevo associato nella mia mente solo agli animali. Negli anni a venire quegli odori rimarranno impressi, anche più di alcune immagini. Immagini però che, pur sopite negli abissi della memoria, riaffiorano all'improvviso, insieme agli attimi di vita che le hanno accompagnate, quando quegli stessi odori fanno capolino di nuovo, magari passeggiando nella chinatown della mia città.
Non é una novità : ci aveva già pensato Proust a descrivere la magia di momenti così, nel suo "Du coté de chez Swann", ma sperimentare di persona qualcosa che prima consideravi solo una bella intuizione letteraria porta con sé un piacevole stupore.

Dopo alcuni istanti sono in albergo. L'ambiente é bellissimo, pieno di comfort, sembra fatto apposta per stupire d'efficienza gli occidentali, ma non c'entra niente con la città e allora in un attimo sono già fuori, a mescolarmi con la vita nelle strade, in una pretesa d'anonimato che qui non può sussistere perché i tratti del mio volto, diversi da quelli di tutti gli altri, m'impediscono di osservare tutto di nascosto. Così mi fermano spesso, continuamente - qui cercano di venderti tutto in qualsiasi momento - ma non importa perché c'é sempre il sorriso dei thailandesi, e allora nulla é fastidioso, anzi, basta rispondere con semplicità e stare al gioco.

La sera Bangkok, già così piena di vita di giorno, si trasforma ancor di più.
Molti si accomodano per terra e cenano tranquilli; compaiono ristoranti improvvisati, fatti di un carretto con sopra stoviglie e fornelli in quantità. C'é tanta povertà ma é anche un modo di vivere la strada e di stare assieme. Passeggio tra la gente e continuo a guardarmi intorno: l'insieme mi colpisce, ma l'occhio prefererisce soffermarsi sui particolari e, ogni volta, appagato, sembra quasi non volersi distaccare più da quel qualcosa di nuovo che per l'ennesima volta lo ha attirato. E' un volto,un gesto inconsueto, frasi e toni di voce sconosciuti; oppure oggetti che sulle prime non riesco ad identificare, immagini da scoprire, da interpretare.

Mi soffermo su uno strano carretto, con una sorta di rete appoggiata sopra in verticale; piccole sagome scure in fila vi sono appese sopra e la luce serale, che filtra attraverso gli spazi liberi, crea una strana sorta di effetto speciale. Sono solo pochi attimi ed il mistero é svelato, quando qualche passante si ferma a comperare quel che non é altro che pesce grigliato pronto per la cena.
Mi sembra abbastanza per questa sera e credo di aver bisogno di un pasto un po' più "normale", così rientro in albergo.
Il flashback successivo della mia memoria é quello di un tempio, il Wat Phra Keo, attiguo al palazzo reale.
L'ho già visitato nei giorni precedenti e tutto quell'insieme d'oro, pietre preziose, statue raffiguranti personaggi strani in pose danzanti, budda dai tratti sereni ed austeri, ha già colpito la mia mente, abituata a scenari occidentali completamente differenti.
Decido però di dedicare ancora un po' di tempo a questo luogo e vi torno nel tardo pomeriggio, acquistando uno degli ultimi biglietti d'ingresso prima della chiusura serale.
Così mi ritrovo quasi da solo, senza più folle di turisti intruppati intorno a guide locali, circondato solo da qualche fedele assorto in preghiera. E' in questi momenti che la prorompente bellezza del tempio passa d'improvviso in secondo piano, lasciando affiorare suoni che il frastuono della gente prima soffocava. Sono i tintinnii dei campanelli appesi lassù, in cima ad ogni stupa e punta di pagoda. Mi fermo quasi incantato e improvvisamente mi sento meno estraneo, più partecipe di quel mondo che non mi appartiene e percepisco il fascino di una serenità talvolta sconosciuta a noi occidentali. Suggestione, ma anche esigenza di spiritualità: molti negli anni settanta giungevano in India o sino a qui alla ricerca di qualcosa di nuovo. Io però non percepisco il contrasto, riesco in qualche modo a pregare anch'io e non sento soluzione di continuità tra la mia fede e l'animo religioso di questi luoghi e di questo popolo.


Un'altra immagine riaffiora ed é quella di un fast food, vicino a un grande albergo, enorme e con stand che offrono cibo di ogni tipo, quasi fosse un'improvvisata fiera alimentare.
Dalla pizza agli involtini primavera, dai menu thailandesi a vere e proprie stranezze, come le bistecche di cobra che però nessuno, evidentemente, si azzarda a comperare.
Ai tavoli c'é gente di ogni tipo, compresi, anche qui, i lavoratori in pausa pranzo.
Il ricordo più curioso però é poco dopo la cassa, dove ognuno prende le posate. Io, dovendo scegliere, non ho dubbi nel prendere la forchetta, ma poi devo capitolare di fronte ad un tedesco che, capelli biondi ed occhi azzurri, mangia davanti a me maneggiando impeccabilmente un paio di bacchette cinesi...

Ultimo ricordo e sono da Asia Book, una delle librerie più grandi della città.
Mi soffermo su uno scaffale con numerose pubblicazioni riguardanti il cosiddetto "cultural shock". Non so di cosa si tratti, ma sembra che molti occidentali lo subiscano quando si trovano a dover stare a lungo da queste parti. Mi tornano in mente le prime immagini della città, su quel taxi filante verso il centro, e mi sembra di capire di cosa si tratti, ma certo é molto di più: un altro modo di pensare, di comunicare, altre radici culturali.
Sfoglio altri libri, mi capita in mano "The stones cry out", di Molyda Szymusiak.
Narra della Cambogia, un paese sfortunato, di cui si parla poco nel mio paese.
Eppure i fatti tragici che lo riguardano non sono poi così lontani.
L'agire di un criminale, Pol Pot, e le conseguenze del suo modello di comunismo rurale, che nella seconda metà dei settanta produssero un genocidio spaventoso, colpendo in toto la popolazione del paese e cancellando completamente tutta la classe dirigente e chiunque avesse un briciolo di cultura. Non so nulla, allora, di quel popolo ed acquisto quel libro, testimonianza drammatica di una sopravvissuta.
Mi capiterà in seguito di trovare anche l'edizione italiana, tradotta da Natalia Ginzburg (1); lo rileggerò e non sarà esercizio inutile : col tempo ho imparato a conoscere meglio la storia, fuori dagli schemi di certa cultura, che giunge a ritenere alcuni fatti tragici più importanti - e quindi sempre degni di maggior rilievo - rispetto ad altri.


La rivista Città Nuova pubblica in questi giorni un bell'articolo di Michele Zanzucchi (2), che fotografa l'attuale situazione del paese. In fondo, penso, non é poi così cambiata e, soprattutto, la globalizzazione non ha aiutato questa nazione ad uscire fuori dai propri limiti.
Limiti fatti di contraddizioni.
Come la voglia di democrazia unita però a continui colpi di stato dei militari, che intervengono ogni volta che il tranquillo regime di pacifica corruzione comincia a tagliarli troppo fuori.
Desiderio di spiritualità, che cogli nel monaco buddista che incroci per strada al mattino, sempre nutrito dalla popolazione, unito alla disinvoltura con cui il paese continua ad accettare prostituzione e traffico di droga come importanti componenti del bilancio economico.
Ricchezza ostentata negli alberghi, a disposizione di turisti occidentali sempre meno critici, a fianco della presenza di vasti strati della popolazione ancora vegetanti negli slums della periferia e con poche speranze di elevarsi ad un rango di maggiore dignità.
Fondamentalmente un paese povero, ma con una dolcezza tutta particolare, che forse noi tracotanti ed esuberanti occidentali dovremmo imparare a conoscere e ad usare, almeno qualche volta.
E' un po' quella che descrive Khru Prateep, ex senatrice, quando conclude il suo incontro con Zanzucchi e parla della povertà del suo paese : "Penso che si debba ridefinire la categoria di poveri. Non basta più il solo criterio della ricchezza, dei beni posseduti. Nella povertà é la sofferenza che conta, i pericoli che si corrono, la tranquillità, l'infelicità insomma". E alla domanda, ma allora qual é la qualità principale dei thailandesi, risponde: "La pazienza. Senza di essa sarebbe saltato tutto per aria da parecchio tempo".



Note:
(1) Molyda Szymusiak - Il racconto di Peuw bambina cambogiana - ed. Einaudi
(2) Michele Zanzucchi - Chiaroscuri, più chiari che scuri - reportage dalla Thailandia - Città Nuova, n° 3/2007

Sunday, February 18, 2007

EMOTIONALLY YOURS


Mons. Luigi Giussani,
15 ottobre 1922 - 22 febbraio 2005

"Di monsignor Giussani ho un ricordo che non si cancellerà mai. Avevo avuto con lui un colloquio personale poco dopo quello storico incontro dei Movimenti con il Papa in piazza san Pietro, la vigilia di Pentecoste del 1998. E' una delle poche volte che ho avuto l'impressione di incontrare un santo, una santità conquistata con non poche sofferenze. (...) quell'incontro era stato per tutti noi, come monsignor Giussani ha poi scritto in una lettera alla sua Fraternità, "la giornata più grande della nostra storia". E aggiungeva : "L'ho detto anche a Chiara e a Kiko, che avevo di fianco in piazza san Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità? La nostra responsabilità é per l'unità, fino a una valorizzazione anche della minima cosa buona che c'é nell'altro". (...) Nel cuore mi resta un'immensa gratitudine per la sua vita spesa senza risparmio a servizio di un carisma che ha immesso nella Chiesa una nuova corrente di intensa vita spirituale, spalancando a migliaia di uomini e donne del mondo l'incontro personale con Gesù e suscitando tante opere concrete in risposta alle attese del nostro tempo. Ora la mia, nostra preghiera é non solo per lui, ma per la sua Opera, nella certezza che porterà nuovi abbondantissimi frutti dello Spirito"
(Chiara Lubich)

Caro don Giuss,
non ti ho conosciuto di persona, ma mi sono affezionato ai tuoi.
Ed è stato come incontrare te.
Così oggi vedo loro, vivo l'amicizia con ciascuno ed é aver davanti te.
Li guardo e ti penso e allo stesso tempo colgo uno sguardo, dolcezza e passione unite insieme.
Doveva essere così, credo, quando incontravi qualcuno. Avevi a cuore il Destino e questo non poteva che essere coinvolgente: nulla dell’umanità di chi ti stava di fronte poteva passare inosservato, perché dietro coglievi il di più.
Allora non vi era spazio per l’indifferenza e molti, colti da quell'abbraccio, non se ne sono andati più.
Come nella canzone di Chieffo "il capitano", tanti dei tuoi hanno capito che “il punto non é guardare il capitano, ma guardare il mare, cioé guardare attraverso la persona del capitano la direzione e l’orizzonte”. E per me, incontrare i tuoi é stato questo: salire su una barca di marinai forti, capaci di issare le vele, titubanti a volte - perché quando salpi dal porto non sai dove troverai la tempesta - ma insicuri sulla rotta mai e sempre certi dell’approdo finale.

Perché lo sguardo verso il mare, ai tuoi, l'avevi insegnato bene.
Ed oggi, nel ricordo della tua partenza, ripenso alle parole di Carron, che descrisse il TUO, all'indomani dell'ultimo giorno quaggiù:

" (...) E' stato uno sguardo di quelli che segnano. Non lo dimenticherò mai. Lo porterò negli occhi per tutta la vita, lo sguardo che Don Giussani aveva l'ultima volta che era lucidamente cosciente, pochi giorni prima di scendere nella profondità dell'Essere, salendo al Cielo. Uno sguardo che ci ha rivolto, fissando noi che eravamo intorno a lui. Era come se fosse ritornato all'improvviso dall'altra riva per dirci: "Ciao!", prima di un lungo viaggio.
Ci ha fissato uno ad uno con quello sguardo penetrante che ti commuoveva fino al midollo. Quante volte aveva guardato così i suoi. Non solo i suoi, ma chiunque entrava nell'orizzonte della sua vita. (...)
Ecco, uno sguardo da amico. Tutta la commozione e l'intensità dell'esperienza umana sgorgano da lì. Proprio come era accaduto a Zaccheo, a cui Gesù disse: "Scendi dall'albero, perché devo venire a casa tua". E quell'uomo si precipitò giù e corse a casa contento come non era stato mai, trafitto da quello sguardo "umano" di Dio. Per tutta la sua vita l'umanità di Don Giussani ci ha comunicato il cristianesimo come esperienza, ben altra cosa che una serie di istruzioni per l'uso o un discorso corretto e pulito. E' una vita, la Chiesa, un'esperienza umana così affascinante che ti cattura. Questa é la sua bellezza. (...)"

Concedimi, alfine, un ultimo pensiero, che é memoria di quell' "Ave Maria splendore del mattino", fatta di note e parole di chi ha saputo cantar bene il tuo Ideale :
Madre tu che soccorri i figli tuoi,
fa’ in modo che nessuno se ne vada,
sostieni la sua croce e la sua strada,
fa’ che cammini sempre in mezzo a noi

Sono versi di chi ha compreso che la grandezza della tua paternità, alla fine, é stato il mettere tutti nelle braccia di una Madre, “sicurezza della nostra speranza”.
Quella figliolanza, questa sera, é anche un po' più mia.

Thursday, February 15, 2007

IL WEST CHE PREFERISCO


E' difficile non innamorarsi subito dell'ultimo disco di Lucinda Williams.
Ma poi, ascolto dopo ascolto, il fascino cresce sempre più.
"West" sembra il punto d'arrivo di un lungo viaggio, che comincia giù in Louisiana, la terra d'origine della cantante, ed attraversa le radici della buona musica americana.
Un viaggio che parte da lontano, dai primi dischi di Lucinda e soprattutto da quel capolavoro che é stato "Car Wheels On A Gravel Road", passando dal blues del sud e dal country sano di Nashville, da note youngiane ed echi di Dylan e di Paisley Underground.
Rock d'annata insomma, come quello dei tempi migliori.
Eppure West é qualcosa in più.
Una tappa, lucidissima, già pietra miliare nella discografia della cantante, ma anche, in un certo senso, straordinario interiore punto d'arrivo.
Il percorso sin qui é minato dalla sofferenza - l'amore deluso, la perdita della madre - ma non vi è rabbia né orgoglio, solo grande maturità, preludio - forse chissà - ad altri approdi, come capita spesso nella vita.
Lo cogli nei testi, lo senti nelle note delle canzoni del disco, per lo più ballate struggenti, ricche di un pathos fuori dal comune, complice anche quella voce, melodica quanto grintosa, strascicata quanto seducente.
Lo dice la stessa Lucinda, quando afferma: "Questo é stato probabilmente il momento più prolifico della mia vita di scrittrice. Sono passata attraverso tanti cambiamenti - la morte di mia madre ed una relazione tumultuosa finita male - perciò é logico che vi sia dolore e lotta, ma tutto approda in uno sguardo verso il futuro. Sono stanca di sentir dire dalla gente che le mie canzoni sono tristi e oscure. C'é molto di più di tutto questo. Alcuni dovrebbero leggere Flannery O'Connor e coglierne l'aspetto oscuro - e lo é, oscuro e disturbante - ma anche quello filosofico della vita, così come quello comico a volte. Credo che nel disco ci sia tutto questo. E' stato come chiudere un cerchio, essere passati attraverso una metamorfosi".

West é un grande album, imperdibile per chi ama il rock e per chi, forse, comincerà ad amarlo ora.
Sarebbe già disco dell'anno se non fosse che siamo solo a febbraio.
Ma vedremo chi sarà capace di tenergli testa...

Friday, February 09, 2007

STRADE DI CAMPAGNA




Quando, al tramonto, mi capita di percorrere quel tratto di strada che porta, nella bassa milanese, da Abbiategrasso a Motta Visconti, passando per zone di campagna ancora intonse e risparmiate dall'edilizia moderna, rovina di tanti paesaggi antichi, l'animo non può fare a meno di distendersi e cogliere attimi della tranquillità di un tempo.
La frenesia cittadina appare davvero lontana da qui e quando la sagoma dell'abbazia di Morimondo comincia a intravedersi, l'immaginazione si spinge ancor più in là nella memoria, quando, su strade sterrate o di selciato, il primo segno di vita era il profilo di una chiesa laggiù, confusa nella nebbia.

Attraverso Morimondo e non posso non pensare a San Riccardo Pampuri.
La figura del santo é molto nota e venerata da queste parti, ma ora Trivolzio, dove riposa il suo corpo, é divenuto meta di pellegrinaggio anche per molti che vengono da fuori.
Quando passo da qui non riesco a non immaginarlo mentre, medico condotto, si aggirava col suo cavallo o la sua bicicletta tra le cascine del tempo, a dispensare tra i poveri cure, assistenza e spesso anche quel poco denaro che riusciva a guadagnare.
Lo vedo al mattino, in quelle giornate di freddo e di nebbia tipiche della bassa, con il lungo elenco delle visite domiciliari da fare, magari pure di lunedì, quando tutto sembra più pesante e gravoso di quel che sia in realtà.
Insomma, lo penso una situazione di lavoro per certi aspetti simile alla mia, in ospedale, ma non mi pare cupo e rattristato, magari anche arrabbiato col mondo intero, come invece capita a volte a me, proprio il lunedì.
Riccardo, invece, me lo immagino diverso, probabilmente come altri vedevano anche Don Giussani, quando affermava che "la giornata più bella della settimana è il lunedì, perchè il lunedì si riinizia, si riinizia il cammino, il disegno, si riinizia l'attuazione della bellezza, della affezione" (1).

Era felice, Riccardo, al mattino, quando si recava in visita ai malati.
Amava persino scherzare, altro che lunedì mattina : "...se non fosse per la responsabilità professionale, dovrei confessare che il mio lavoro si assomiglia ora assai ad un divertimento. Pensa infatti se tale non si potrebbe, fisicamente, chiamare una tranquilla passeggiata giornaliera per belle strade ombreggiate e comodi sentieri, in mezzo al verde giocondo degli alberi e dei prati e fra i boschi disseminati dei più graziosi e variopinti fiori!". (2)
Eppure quel che sembra un atteggiamento ingenuo e superficiale non é l'abito da mettere addosso al dottor Pampuri. Lo scrupolo professionale, che ne fa un medico competente, é sempre in cima ai suoi pensieri: "....Mi sembra che questo sia un chiaro avvertimento del Signore, perché abbia da raccogliermi una buona volta dalla mia troppa dissipazione, tralasciando ogni occupazione o preoccupazione inutile o superflua ed estranea, per attendere con più attenzione ed amore e tranquillità allo studio ed alla cura dei miei ammalati, poiché essendo questi affidati in modo tutto speciale ed esclusivo a me, per dovere professionale, di questi dovrò rendere conto speciale al Signore". (2)


Parole e atteggiamenti d'altri tempi, da primo novecento ?
Forse, ma in fondo, a pensarci bene, non é affatto così.
Attenzione, amore e tranquillità non sono esigenze superate; fanno solo un po' più contrasto coi tempi moderni, frenetici, fuorvianti e frustranti per tutti, sia medici che pazienti.
Il gioco si é fatto più duro, forse, ma la sostanza é ancora la stessa.
E allora grazie, san Riccardo, perché la tua esperienza é ancora presenza e a me serve per ricominciare.

L'auto prosegue, nel suo percorso lungo questa strada.
Dal lettore cd esce la mia amata musica rock, abituale e fidata compagna di viaggio dei miei pensieri; anche lei oggi appare più tranquilla del solito.
Dietro di me un'altra macchina freme, non mi lascia respiro.
Ma la fretta, almeno per oggi, non mi appartiene più.
Rallento e la lascio passare...


Note:
(1) Luigi Giussani - Dal temperamento un metodo - ed. BUR, 2002
(2) Laura Cioni - Il santo semplice. Vita di San Riccardo Pampuri - ed. Marietti

Tuesday, February 06, 2007

SEMI DI FRATERNITA'

Trabzon, Trebisonda in italiano, Turchia.
Prove generali di fraternità nella chiesa di Santa Maria.
Questo é il luogo dove fu ucciso Don Andrea Santoro, il 5 febbraio dello scorso anno.
Nello stesso luogo, ieri, la Messa a suffragio, uno di quegli eventi che non hanno mai risalto sui media, fatte salve poche eccezioni.
Eppure, qui dentro, l'ordinario - una messa a suffragio, appunto - diviene straordinario, nell'abbraccio tra i familiari di Don Andrea e quelli del giovane assassino.
Un gesto piccolo, che non ha bisogno d'interpreti, ma che ha la portata dell'urlo di un umanità ormai stanca di violenza.

No, non é morto invano Don Andrea, non ha creduto in qualcosa d'impossibile.
Ne sono testimoni quelle parole dei genitori di chi ha ucciso: dolore, partecipazione, gioia al vedere la famiglia di Don Santoro e la stessa capacità di perdono dei familiari, unita alla consapevolezza che la forza del cristianesimo é costituita dai suoi martiri.
Semi di fraternità, che continuano ad essere posti nella terra.
Dio solo sa come l'umanità abbia finalmente bisogno di vederne i frutti.

Saturday, February 03, 2007

COMPAGNI DI VIAGGIO



Circondarmi di persone migliori di me é un tipo di assedio che mi é sempre piaciuto.
E di gente così, ne ho incrociata e continuo a incrociarne parecchia.
A volte incontri di un giorno, ma che lasciano il segno; altre volte veri e propri compagni di strada, capaci di autentico sostegno. Gli amici veri, insomma, che ti indicano la strada e ti fanno volare e che se cadi ti aspettano, senza però pretendere mai di prendere il tuo posto, di sostituirsi a te.

La possibilità di una compagnia al cammino é uno dei doni più belli che l'uomo abbia a disposizione.
Uomo nato libero - anche la libertà é donata - ma plasmato di una natura che non é fatta per star da sola. E sempre di più mi sembra che l'uso più straordinario della libertà sia il mettersi al servizio di colui che hai di fronte nell'attimo presente.
Un cammino così, pieno di stupore, attento a ciò che accade, é insieme avventura e apprendimento.
Quel che dovrebbe essere l'educazione, se non fosse pensata - anche nella scuola - ad un misero nozionismo fine a se stesso, fatto di obbligo e di fatica o, peggio, deriva comportamentale figlia di un relativismo etico, che penalizza il significato vero della parola libertà. Educazione invece é scoperta continua, curiosità soddisfatta nella gioia, entusiasmante avventura nello scoprire i mille aspetti della Realtà, sempre mutevole, pronta a mostrarsi in tanti aspetti, come un raggio di luce bianca che si rifrange nei sette colori dell'arcobaleno.

Se l'animo é così disposto é facile trovare maestri in ogni circostanza e non solo quando l'autorevolezza di qualcuno ti colpisce, indipendentemente da come ti senti dentro.
Si può vivere così, allora, certamente, ma é necessario un passo in più che é l'affidarsi, in un certo senso disarmati e senza condizioni.
Tutto questo ha a che fare con l'umiltà e un amico di un tempo fu maestro in questo.
Fu l'amore reciproco a far scoprire a Domenico la dimensione dell'essere umile non per sé, ma per amore del fratello. "Per amore a ciascuno vorrei avere meno entusiasmo, meno parole, e molto più ascolto, più attenzione. Far posto al Gesù presente nell'altro, "non essere per essere", come scriveva Chiara Lubich, per fare entrare Dio nella propria vita". (1)


Domenico non c'é più, un tumore l'ha portato all'Incontro cinque anni fa.
Ma l'educazione di un maestro non si dimentica mai e a me piace ricordarlo così, con le parole di sua figlia Maria Flora:
"Le persone adesso mi appaiono in una luce nuova: se prima cercavo di usare attenzione, cura, nei confronti di chi avevo accanto, adesso sento che papà mi ricorda incessantemente di "non lasciar andare neanche un minuto della mia vita senza amare", ovunque io sia. (...)
Papà amava la leggerezza, che lo portava a farci sorridere di fronte a tanti momenti per noi difficili. Una delle prime notti dopo la sua partenza l'ho sognato. Maglione rosso, al telefono, mi guarda, s'illumina con un meraviglioso sorriso e mi dice: "Non é vero niente, sai ?". Lo guardo perplessa, felice, incredula e ribadisco che, ahinoi, é tutto vero invece. "No - ripete - , non é vero niente. Fai tutto come sempre. Non é cambiato niente
". (1)

Note:
(1) Paolo Crepaz - Frammenti di reciprocità. La vita di Domenico Mangano - ed. Città Nuova

Friday, February 02, 2007

ROCK AND ROLL IS HERE TO STAY


Ma chi l'ha detto che il rock é una cosa che appartiene al passato ?
Certo che quando i capelli grigi cominciano ad essere un po' troppi e si ascoltano con piacere i nuovi lavori di vecchietti come Dylan o Jerry Lee Lewis, qualche dubbio viene sicuramente.
Ma per fortuna basta imbattersi in dischi come il nuovo live dei My Morning Jacket per ritrovare fiducia anche nelle nuove leve.
Freschezza, vitalità ed energia da vendere, unite a classe, virtuosismo e senso melodico sopraffino.
E come tutte le cose sane e belle, che sempre hanno radici ben piantate nelle migliori tradizioni, anche questi ragazzi mostrano un background culturale di tutto rispetto. Andatevi a sentire la loro versione di "It Makes No Difference" sul recente "Endless Highway", album di tributo a The Band, la band americana per eccellenza, e capirete di che stoffa é fatto questo gruppo.

Il rock é vivo e vegeto, per fortuna.
MY MORNING JACKET - OKONOKOS - double live album.
Don't you dare miss it !

Wednesday, January 31, 2007

MEMORIA


E' appena trascorsa la giornata della memoria, eppure sembra che di memoria non ne abbiamo più.
Non é così, in fondo, quando ascoltiamo notizie al giornale radio del mattino, riguardanti l'ennesima strage in Iraq o in quella terra senza pace che é Israele e la Palestina e ci accorgiamo di farlo distrattamente, ormai incapaci di provare emozioni ?
Sembra facile abituarsi al male, far sì che non diventi più storia, oppure - peggio - confinarlo in alcuni territori ben codificati: l'orrore nazista, quello sì, per carità, ma guai a parlare un po' di più di quello comunista o di altri stragi del nostro tempo.

Si fa presto a dividere la gente in buoni e cattivi, in realtà la natura dell'uomo é sempre la stessa e siamo davvero tutti uguali, sempre in bilico tra peccato e redenzione.
Ci aveva visto giusto Claudio Chieffo, quando cantava "La Nuova Auschwitz":

"Io suonavo il violino ad Auschwitz mentre morivano gli altri ebrei,
io suonavo il violino ad Auschwitz mentre uccidevano i fratelli miei,
mentre uccidevano i fratelli miei, mentre uccidevano i fratelli miei...
ci dicevano di suonare, suonare forte e non fermarci mai,
per coprire l’urlo della morte, suonare forte e non fermarci mai,
suonare forte e non fermarci mai, suonare forte e non fermarci mai...
Non è possibile essere come loro,
non è possibile essere come loro...
Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato
c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato,
c’è l’odio ed il peccato, c’è l’odio ed il peccato...
Ora siamo tornati ad Auschwitz dove c’è stato fatto tanto male,
ma non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare
e noi tutti lo possiamo fare e noi tutti lo possiamo fare...
Non è difficile essere come loro
non è difficile essere come loro...
Ora suono il violino al mondo mentre uccidono i nuov iebrei,
ora suono il violino al mondo mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei..."

Parole forti ?
Senza dubbio sì - noi come loro... - ma capaci di scandalizzare solo chi non ha coscienza del proprio limite.
E quanti si sono scandalizzati, adesso come allora, quando la canzone é uscita, quasi quarant'anni fa...

Friday, January 26, 2007

THANK YOU, GARLAND


di Garland Jeffreys

"I live shows, innamorarsi del pubblico, mostrare l'anima e il cuore sul palco sono i miei gioielli. Li proteggo con la mia vita e li regalo liberamente ai miei fans. Cantare e suonare dal vivo é sempre al primo posto. Così tutti voi, giovani cowboys là fuori, tutti voi giovani musicisti, mettetevi davanti al vostro specchio a casa e fate pratica con le vostre mosse. (....)
Sono un ragazzo analogico e il formato digitale si é portato via quello speciale sound, ma questa é una storia per la prossima volta. E' questo avido regime degli imperatori del music business che é andato fin troppo lontano e ormai funziona come una macchina usata e senza spunto. (....)
Staremo a vedere cosa succederà, non si sa mai, ma dopo tutti questi anni, sento di essere finalmente cresciuto. Mi piacciono tutte le cose meravigliose e stare in sintonia tanto con gli alti che con i bassi della vita, e poi le sfide, il buono, il brutto e il cattivo. A dispetto di ogni delusione, e lo ripeto, a dispetto di ogni delusione, continuo a scontrarmi, adoro i bei tempi e continuo a ringraziare il mio potere superiore lassù, per tutte le fantastiche opportunità che ho avuto. (....)
Lasciatevi prendere. Questa cosa chiamata vita é qualcos'altro ed essere un musicista in tutti questi anni é stato formidabile e mi ricorda quanto fortunato può essere un uomo. (....)
E' tempo per ritrovare il contatto umano e spero di rivedervi presto, che sia in un concerto, in un ristorante, a casa mia o a casa vostra, camminando per le strade e in qualsiasi paese, città o nazione, me ne vado cercando soltanto un po' di spicciola conversazione
."

(tratto dal Buscadero, numero di gennaio 2007)

Monday, January 22, 2007

HAPPY BIRTHDAY, CHIARA !

“Vedi io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce.
Mi parve più bella delle altre cose belle e la seguii.
Mi accorsi che era la Verità”

(da una lettera degli anni ’40)

La grande attrattiva del tempo moderno
di Chiara Lubich


Ecco la grande attrattiva
del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:
perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa
un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.
Perché l'attrattiva
del nostro, come di tutti i tempi,
é ciò che di più umano e di più divino
si possa pensare:
Gesù e Maria,
il verbo di Dio, figlio d'un falegname,
la Sede della Sapienza, madre di casa

This is the great attraction
of modern times:
to reach the highest contemplation
while sharing in the life of everyone,
man close to man.
I would say more:
to merge oneself with the crowd
so as to allow the divine to penetrate,
like wine penetrates a piece of bread.
I would even say more:
as sharers in God’s plans for humanity,
to place points of light within the crowd,
while sharing shame, hunger,
troubles,and brief joys.
'Cause the attraction today,
as in all times,
is the highest conceivable of the human and divine:
Jesus and Mary,
The Word of God ,a carpenter's son,
the seat of Wisdom, a mother at home



Wednesday, January 17, 2007

RIFLESSIONI SULL'AGIRE MEDICO

Un po' di tempo fa mi sono imbattuto nella storia di Antonio Rodari.
Antonio era un medico, padre di tre figli, l'ultimo dei quali affetto da sindrome di Down; lavorava all'Istituto dei tumori di Milano e per parecchi anni aveva svolto parallelamente anche la professione di medico di famiglia.
Una gran bella persona, che mi sarebbe piaciuto avere come amico.
Un amico di quelli che non ti lasciano mai in pace, perché il loro agire quotidiano ti interroga continuamente.
Una di quelle persone vere, insomma, che nessuno, passandogli accanto, sembra mai sfiorare invano.
Antonio visse con pienezza anche gli ultimi dieci anni, quelli della malattia, il tumore che lo portò a una precoce dipartita. Malattia che lui non chiamò "disgrazia": preferiva lasciare solo quel "grazia" finale e vivere la questione così.
Leggendo il libro che raccoglie molti dei suoi scritti (1) ho trovato passaggi straordinari, squarci di vita radicalmente e spericolatamente cristiana, nella convinzione che solo un cammino comunitario quale era il suo fosse capace di frutti quali il centuplo quaggiù.
Antonio ha lasciato il segno su molti e continua a farlo anche ora.
Come con me, con alcuni dei suoi pensieri riguardanti l'agire medico, che sono divenuti spunto di profonda riflessione.

"Intorno alle situazioni di dolore si avverte sempre più un vuoto di umanità, un vuoto inteso anche in senso fisico, nel senso che quando la vicenda é giunta ad un punto in cui l'intervento tecnico é inefficace, incomincia una specie di rifiuto e di fuga da parte di tutti.
Il dolore, la sofferenza, la solitudine, l'indigenza, l'handicap, sono considerati nemici da combattere; ma quando la battaglia per la loro eliminazione é perduta, allora diventano aspetti della vita da dimenticare, luoghi da cui fuggire, viene loro negato ogni significato.
Io stesso, quando vengo chiamato ad intervenire in certe situazioni, sento dentro di me come prima reazione un senso di disagio, di paura, d'inadeguatezza; faccio fatica anch'io a non fuggire.
Questo senso di paura e di disagio non sono altro che manifestazioni sul piano sentimentale di una mancanza di chiarezza su quelle che sono le ragioni del vivere e del soffrire" (1)
(Antonio Rodari)

Mi vengono in mente tre piccole esperienze personali.

M. é un infermiera. Quando sua madre viene ricoverata in gravi condizioni assisto a un grande impegno, clinico ed assistenziale, da parte di tutti gli operatori sanitari, agevolato anche dallo spirito di famiglia che coinvolge tutti. Tuttavia mano a mano che le speranze di guarigione si affievoliscono cala l’impegno “tecnico” dei singoli , mentre cresce un disarmante ed umano imbarazzo da parte di molti di fronte ad un dolore che ormai non chiede più rimedi ma solo “compagnia”.
Faccio i conti anch'io col desiderio di fuggire, ma sento crescere in me l'attrattiva verso qualcosa che percepisco essere prezioso. Così trovo la forza di avvicinarmi una volta in più, sedermi su quel letto solo per pochi istanti, senza aver nulla da fare ormai come medico e nulla da dire come uomo; sono i giorni della vigilia di Pasqua e, nella mia impotente e silenziosa presenza di quei momenti, mi par di percepire solo la desolazione di Maria.
Quella sofferenza giungerà al termine nelle ore successive e qualche tempo dopo qualcuno mi ringrazierà per l'aiuto - che a me appariva di non aver dato - di quei momenti.

Se la malattia coinvolge un collega può sortire l'effetto di scardinare un poco un'idea inconscia che un medico rischia di farsi spesso; che cioè gli ammalati stiano sempre dall’altra parte rispetto a quella dove ti sei messo tu e che lo spartiacque tra questi due territori debba sempre avere limiti ben precisi.
Capita con una persona tutti i giorni al mio fianco e mi accorgo di poter far poco dal punto di vista tecnico, ma sento che la questione in gioco é grande. Una volta di più il limite, la circostanza dell’attimo presente mi interroga, mi chiede di prendere una posizione e la grazia di Dio mi consente di non defilarmi una volta di più.
Faccio poco in fondo: una lettera, qualche parola, ma tutto questo diviene base di momenti di condivisione e la nascita di un rapporto nuovo e più profondo.

Un altro giorno, un altro luogo.
Un colloquio con un altro medico, uno di quei rari momenti in cui é possibile andare in profondità.
Mi dice che negli ultimi anni comincia ad averne abbastanza di questo mestiere, perché non riesce più, al termine della giornata, ad appendere il camice e tornarsene a casa senza pensieri.
Non riesce perché comincia a soffrire con le persone, a non sopportare più la propria invadenza nel conoscerne il destino, nell’entrare nelle loro cose più intime.
Mi sento di dirgli che se lui, già professionista eccelso, comincia ad avere dentro questi sentimenti, allora sarebbe davvero un peccato che mollasse tutto così.
E intanto penso a me stesso e mi rendo conto che più vado avanti in questo lavoro, più mi accorgo di come non conti la somma dei successi e dei fallimenti, ma valga soprattutto la condivisione.
E questo è tanto più vero, quanto più ci si misura con il “limite”, ossia col fatto che la medicina non é – appunto – l’arte di saper spostare i “limiti” come le malattie e la morte il più in là possibile, se non addirittura sperare utopisticamente di eliminarli, ma qualcosa di diverso.
Ne parlo di sera a casa, con mia moglie e le confesso di non capire fino in fondo il disagio del collega di fronte a situazioni di sofferenza.
La risposta che mi dà é illuminante: “Certo, é perché non ha ancora trovato la risposta. E’ per questo che un peso così gli risulta insopportabile”.


Il punto allora é proprio questa risposta.
Il culmine della passione di Cristo sembra essere stato il momento in cui, in croce, ha gridato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?” (2) Gesù, che ha già vissuto la sofferenza fisica oltre l’immaginabile, assume su di sé il dolore più atroce: la sensazione d’essere lasciato dal Padre.
Chiara Lubich parla così di quell’attimo d’infinito amore di Dio per l’umanità : “Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull’umanità il Divino, attraverso la ferita dell’Abbandono, che é la pupilla dell’Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell’umanità attraverso la quale si vede Dio” (3).

E' questa allora la prospettiva ?
Questa la modalità per accogliere l'inaccoglibile ?
Personalmente credo proprio di sì, perché questo mi appare essere l'unico terreno dove sia resa possibile la reciprocità.
Ma c'é bisogno d'essere educati e di compiere un cammino insieme.
Citando ancora Antonio Rodari:
"il medico ... deve essere vero con se stesso e con la sua vita. Per poter vivere con verità il destino dell'altro deve essere aiutato a vivere con verità il proprio destino. Deve imparare a giudicare la sua vita e le sue azioni non sulla base del loro esito, ma sulla base di ciò che le muove. E questo avviamento non é istintivo, ma é l'esito di una compagnia e di una educazione.
Quello che permette al medico di non scoppiare dentro un rapporto con una persona che non può ottenere alcun evidente alleggerimento dalla pesantezza della sua situazione e quello che può permettere a chi é nell'indigenza di non disperare é lo scoprire che il vivere insieme quei momenti e con verità l'uno nei confronti dell'altro ha un significato che trascende i limiti dell'esito contingente della vicenda" (4).

Note:
(1) Antonio Rodari - La camomilla ha sconfitto il male - BUR-i libri dello spirito cristiano.
(2) Mc 15,34; cf. Mt 27,46
(3) Chiara Lubich, “Il grido“, ed. Città Nuova, 2000
(4) vd. (1)

Friday, January 12, 2007

PARIS, TEXAS


A distanza di più di vent’anni “Paris, Texas” regge ancora.
Un cult-movie, senza dubbio, con tanto di siti web ad esso dedicati.
Sta di fatto che, a dispetto della storia triste, rimane ancora un gran bel film.
Wim Wenders che si cimenta per la prima volta in una storia d’amore e lo fa in un modo tutto suo.
Un racconto anomalo, tutto americano, frutto della mente di quel Sam Shepard ritrovatosi di lì a poco anche con Bob Dylan, in quella “Brownsville Girl” scritta assieme, anch’essa lontana anni luce dal mito di un’America fuoriuscita da un catologo del Marlboro Country Travel, e capace di compiacersi nel fascino che ne deriva dall'esserne così distante.

Scenari western, deserti del New Mexico e dell’Arizona, girovagati a lungo da Wenders prima del film, in un voyerismo fotografico straordinariamente espressivo, che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, anche nelle numerose mostre allestite sul regista.
Ry Cooder ci mette del suo, con una musica a dir poco stupefacente.
L’uso sagace del bottleneck, la slide guitar, a creare le atmosfere desertiche più idonee alle immagini del film, al punto da costituire non più semplice colonna somora, ma opera a sé stante, capace di suscitare emozioni proprie e muovere l’immaginario in una sorta di etereo trance.
Il tutto avvalendosi dell’aiuto del fidato David Lindley, uno che nei settanta, quando il west-coast sound era un mito per tanti di noi, non era certo lì a fare da spettatore.

Paris, Texas” mi fa venire in mente “On The Road” di Kerouac, ma anche “Uneasy rider” di Mike Bryan, in quel suo viaggiare incessante sulle freeway che attraversano il paese da un lato all’altro: “Io, viaggiando in superstrada, andavo nella stessa direzione di questa cultura, la vivevo dal di dentro, alla massima velocità e con la macchina migliore che potessi permettermi. Niente roulotte con i letti a castello e stufetta a gas per il sottoscritto. Motel e ristoranti da camionisti dall’inizio alla fine del viaggio. Fissa la bestia negli occhi. Ama il tuo vicino di casa. Porgi l’altra guancia”.

Il film non é altro che la storia di una famiglia che non é riuscita a stare in piedi, vittima di quell’America errabonda e perennemente alla ricerca di un’identità, incapace di vivere le proprie responsabilità, ma anche altrettanto piena di quel grido rivolto alla Realtà di farsi presente.
Il grido di Jane (Nastassja Kinski), abbandonata dal marito, allo sbando nel suo sbarcare il lunario nei peep show, ma che nella drammaticità della sua vita non perde una stilla di sangue del suo essere madre del figlioletto Hunter.
Il grido di Travis (Harry Dean Stanton), incapace di resistere alla propria folle gelosia, distruttore di sé e degli altri, ma capace alla fine di recuperare la maternità di Jane, apparentemente relegata in una deriva di sofferenza senza senso.
La soluzione felice sembra ad un passo, ma la storia non può giungere così in là: Travis non appare in grado di riproporre a se stesso una possibilità.

Eppure, alla fine, quel senso di famiglia ti rimane dentro lo stesso.
Quel grido d’impotenza, la deriva sempre possibile dietro l’angolo, non é esclusiva di qualche personaggio estremo, elaborato dalla genialità di un bravo scrittore o regista.
E’ un qualcosa dentro ciascuno di noi, pronto a far capolino appena pensi di poter camminare da solo, nella presunzione di un bastare a noi stessi nella bontà delle passioni e dei sentimenti che abbiamo dentro.
Come dice Paola Scaglione: “A indicare l’orizzonte della vita a due non c’é il reciproco guardarsi negli occhi di chi si illude che si possa amare sul serio l’altro escludendo il resto dell’esistenza, ma il camminare insieme nella medesima direzione. Perché non ha altra scelta chi, pur desiderando amare in modo totale, scopre che la propria fragilità lo rende incapace di una simile pienezza

Sunday, January 07, 2007

PEDANA DI LANCIO


"Si sta facendo buio. Non vedo bene. Non che ci sia molto da vedere, in effetti. C'é troppa confusione. Dovrei dormire, ma sono troppo stanco anche per fare questo.
Mi piacerebbe vedere Clara ed Alessandra. Mi piacerebbe vedere la mia vita. Mi piacerebbe fare tante cose. Tante cose per cui non ho avuto tempo...
Ma come si fa ad avere tempo ?

E' sempre più buio. Ho anche un po' freddo. Non ho più dolore.
Mi hanno spostato di letto. Dove stiamo andando ? Dove mi portano ?
Io non riesco a vedere. Non sento più niente. Niente. Ho di nuovo paura.
Clara ! Alessandra ! Dove siete ? Non lasciatemi solo ...
Ma dove sono andati tutti ?
Ma perché hanno spento la luce ?
E' buio, é sempre più buio. Sempre più buio. "
Nel romanzo di Marco Venturino (1) per il protagonista, Pierluigi Tunesi, ricoverato in rianimazione dopo un'intervento chirurgico, non c'é più speranza : quel buio é l'anticamera della morte.
La storia del libro é spietata e fa riflettere, ma non lascia scampo.
Nel racconto non c'é prospettiva neppure per Luca Gaboardi, responsabile del reparto, che attende la moglie del paziente: "Sono nel mio studiolo e sto aspettando. Sto aspettando le lacrime e il dolore della signora Clara in Tunesi. Lacrime e dolore che conosco bene, che ho visto tante volte. Così come conosco la solita domanda: "Perché é successo ? ". Ma non conosco la risposta".

Quella di Tunesi é l'esperienza estrema: la sua paura é quella finale, terribile, di una malattia vissuta senza speranza.
Eppure basta una circostanza dolorosa qualsiasi e a ciascuno di noi sembra che accada come a lui: qualcuno ha spento la luce.
Cala il buio all'improvviso su circostanze di vita che un attimo prima ti erano apparse diverse, magari anche affascinanti. Buio sulle emozioni, buio anche sulla luce dell'intelletto: ciò che ti pareva d'aver compreso diviene all'improvviso oscuro e privo di significato.
Tuttavia come non sapere che "un prato verdeggiante di notte, quando le tenebre lo coprono, può sembrare non più un prato, però rimane sempre un prato". (2)
Ti sembra di saperlo, ma in realtà lo misconosci: il buio schiaccia e rifiuta l'evidenza.

Ma quel buio che cos'é?
A volte, in un guizzo di scrupolo e di onestà, non appare più l'insieme delle circostanze.
Non più vittima di esse, ma attore di ciò che accade.
L'oscurità é il tuo limite, percepito in tutta la sua consistenza e questo ti opprime ancor di più, ti immobilizza. L'amor proprio e l'orgoglio ferito superano ogni capacità di pazienza.
Se il buio é causato dagli altri ce la puoi fare ancora, ma se é causato da te stesso, i conti non tornano più.

Allora il limite cos'é ?
Ostacolo che ferma la corsa o pedana di lancio su cui salire per andare oltre ?
E' oltraggio a me stesso guardarlo in faccia per quello che é - bisogno di rivolgere lo sguardo ad un Altro - e magari giungere a scoprire che non mi scandalizza più ?
Un prato "rimane sempre un prato", basta guardarlo nella prospettiva giusta, quella dell'Amore.
Perché quello scritto prosegue così : "...Così tu, Gesù in te è sempre bello, lucente, anche se i tuoi occhi lo scorgono nero e pieno di tenebre. Fuga le tenebre con l’amore". (2)

Note:

(1) Marco Venturino - Cosa sognano i pesci rossi - ed. Mondadori.
(2) Chiara Lubich, scritto del 1949

Wednesday, January 03, 2007

TIGHT CONNECTION TO MY HEART

Alla fine non ce l'ho fatta.
Ho resistito per un po' ma alla lunga una menzione sull'ultimo disco di Bob Dylan la dovevo fare.

Un post inutile, forse, a distanza di quattro mesi dall'uscita del disco: chi ama Dylan l'ha già comprato da un pezzo e chi non lo sopporta non lo prenderà comunque.
E poi su questo album si é già detto di tutto.
Critici che l'hanno incensato come capolavoro, vecchi fans che vedono il nostro incamminato sul viale del tramonto, classifiche di tutto il mondo che hanno visto l'album in vetta a lungo (anche se i maligni diranno che é facile andare in testa nelle vendite di cd: chi li compra più ormai, ora che tutto viaggia in mp3?).

Insomma, allora perché parlarne di nuovo ?
Innanzitutto perché a me questo disco, dopo ripetuti ascolti, piace ancora e poi perché una delle canzoni ha dato il titolo al mio blog (Ain't Talkin').
Ma soprattutto perché ho trovato questa citazione su Dylan di Claudio Chieffo (come dire che tra poeti ci si intende) e allora non ho potuto resistere.....

"Lui é IL grande. E' grande perché é un genio. Ed é un genio del bene, perché ha una passione per la verità della sua vita che traspare da ogni canzone. Eppure era partito così male, con una negatività impressionante: ma solo uno che ha una tale passione per il bene può andare avanti fino in fondo pur partendo da una negazione del genere. Non erano domande retoriche le sue: la domanda di Bob Dylan é una domanda vera. Per questo, quando esce un bel disco di Dylan, vale la pena di ascoltarlo"

(Claudio Chieffo)

Monday, January 01, 2007

L'ANNO CHE VERRA'


Se i propositi per il nuovo anno fossero pretesa di maggior fortuna, salute o ricchezza, forse non durererebbero più dello spazio di un brindisi.
A me piace guardare invece alla certezza di una felicità che prosegue, sulla strada di una misericordia come quella di cui parla Paola Scaglione, nel suo libro che racconta della storia di Claudio Chieffo.

Buon anno a tutti.

"... una sola certezza mi rimase inchiodata quel pomeriggio: una strada in cui c'era qualcuno capace di svelare tutto quello che portavo nel cuore, di cantare la vita e la misericordia di Dio senza censurare nulla, con una libertà, una verità e una bellezza commoventi, sarebbe stata la mia strada. E così é stato. E così é. Vorrei poter raccontare di essere stata totalmente fedele a quest'avventura, ma incoparabilmente più affidabile della mia é stata la fedeltà del Padre che dà coraggio e perdono a ogni istante. Guardando indietro scopro ogni volta con stupore e gratitudine che la mia storia é quella di una misericordia che non mi ha mai lasciato sola".

(Paola Scaglione - La mia voce e le mie parole. Claudio Chieffo, una lunga storia di musica e poesia - ed. Ares)

Thursday, December 28, 2006

HAPPY NEW YEAR


"Let us not wallow in the valley of despair, I say to you today, my friends, so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. (...) I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood. (...) I have a dream that one day every valley shall be exalted, and every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight; "and the glory of the Lord shall be revealed and all flesh shall see it together"

"Oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà dell'oggi e di domani, ho ancora un sogno. (...) Ho un sogno, che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di ex schiavi e i figli di ex proprietari di schiavi riusciranno a sedersi insieme al tavolo della fratellanza.(...) Ho un sogno, che un giorno ogni valle sia colmata, e ogni monte e colle siano abbassati, i luoghi tortuosi vengano resi piani e i luoghi curvi raddrizzati. "Allora la gloria del Signore sarà rivelata ed ogni carne la vedrà".

Martin Luther King, Washington Rights March, August 28th, 1963

Wednesday, December 27, 2006

ALBUM OF THE YEAR


JERRY LEE LEWIS
"LAST MAN STANDING" (2006)

The "Killer" is back.
Here's the quintessence of rock'n'roll with blues and country contaminations, in the form of duets with music stars as Springsteen, Fogerty, Neil Young, Little Richard, Willie Nelson, Kristofferson and many others.

An absolute masterpiece from a real genius.
Elvis's gone, Johnny Cash and Carl Perkins too, but Jerry Lee is still here, the "last man standing" .
As Bob Dylan would say "he was so older then, he's younger than that now".
The album of the year !

P.S. If you want to learn more about this, read through Paolo Vites' excellent review (see the link: "Gamblin' Ramblin')

Wednesday, December 20, 2006

BUON NATALE


I dirigenti di IKEA e RINASCENTE hanno pensato bene di togliere i presepi dagli oggetti in vendita sugli scaffali dei loro negozi.
Pare che non sia conveniente dare ospitalità a Gesù, proprio come duemila anni fa.
Peccato, speriamo che invece per molti le cose non stiano affatto così.
Come per Don Camillo e Peppone, capaci ancora di uno sguardo fatto di stupore.....

"....oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
"Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale" annunciò con fierezza Peppone. "Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. E' un fenomeno".
"Lo so" ammise don Camillo. "Anche la poesia per il Vescovo l'aveva imparata a meraviglia".
Peppone si irrigidì.
"Quella é stata una delle vostre più grosse mascalzonate !" esclamò. "Quella me la dovete pagare".
"A pagare e a morire si fa sempre a tempo" ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
"Questo é il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo Peppone" disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
"E questo é don Camillo !" esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
"Bah ! Fra bestie ci si comprende sempre" concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa.
Poi udì risuonarsi all'orecchio le parole della poesia, che oramai sapeva a memoria.
"Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica !" si rallegrò. "Anche quando comanderà la democrazia proletaria, le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie !".

Il fiume correva placido e lento, lì a due passi, sotto l'argine, ed era anch'esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all'acqua, c'eran voluti mille anni.
E soltanto fra venti generazioni l'acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico per fare cosa ?
Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino."

(Giovannino Guareschi)

Saturday, December 16, 2006

NON SOLO WELBY


di Mario Melazzini
primario Day-Hospital oncologico IRCCS S.Maugeri di Pavia
Presidente nazionale AISLA (associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica)

Da quasi quattro anni sono malato di sclerosi laterale amiotrofica, malattia neurodegenerativa che porta a morte i motoneuroni, cellule nervose della corteccia motoria cerebrale, del tronco encefalico e del midollo spinale, portando alla paralisi progressiva della muscolatura volontaria,sino all’arresto respiratorio. Nonostante sia costretto sulla sedia a rotelle, possa solo muovere due dita della mano dx, alimentato artificialmente per via enterale tramite PEG durante la notte, supportato dalla ventilazione non invasiva notturna e parzialmente durante la giornata, totalmente dipendente dagli altri, apprezzo sempre di più quanto sia bello vivere anche in queste condizioni,con dignità e buona qualità di vita e sentirmi ancora utile, prima di tutto a me stesso,ma anche agli altri.Sono inoltre fortunato, in quanto pur la malattia così devastante, lascia totalmente integre le funzioni cognitive:e questo è il valore aggiunto,basta usarlo nel modo giusto.Tutto ciò mi permette di continuare a fare il medico,anzi essere passato dall’altra parte,mi permette di lavorare ancor meglio,con una maggiore attenzione verso i bisogni dei miei pazienti. Ma anche a battermi per la tutela della vita in ogni sua fase: dall’inizio alla fine.
Al di là delle mie convinzioni personali, per altro razionalmente motivate, pur avendo il massimo rispetto delle considerazioni espresse a più riprese dal signor Welby, frutto di evidente sofferenza e di giustificato senso dell’abbandono della vita causato dalla patologia da cui egli è colpito, mi amareggia vedere che si investe moltissimo, in denaro, impegno politico, comunicazione mass-mediatica, per iniziative che vanno in una direzione monotematica incentrata unicamente sul diritto a morire senza quasi mai prendere invece in considerazione le ragioni di chi, pur in condizioni clinico-fisiche,a volte anche peggiori di quelle in cui attualmente si trova Welby, sceglie comunque di continuare a vivere. Posso testimoniare che moltissimi malati che si trovano in condizioni peggiori delle mie, ventilati meccanicamente 24 su 24, alimentati artificialmente per via entrale,con paralisi completa,con unico movimento residuo a carico dei globi oculari,non chiedono che di poter continuare a vivere, e di poterlo fare con dignità. Dovrebbero essere ascoltate con una attenzione pari a quella riservata al “caso Welby” anche le voci dei malati che non misconoscono l’amore per il dono della vita, pur vissuta nella sofferenza e tramite supporti tecnici quali la ventilazione meccanica e/o alimentazione artificiale, tenendo nel contempo in adeguata considerazione le reali condizioni in cui le persone con patologie gravi e le loro famiglie vivono.
Un esempio dolorosamente vistoso di questa contraddizione si è avuto lo scorso 18 settembre a Roma, in piazza Bocca della Verità. Mentre Piergiorgio Welby riceveva poco tempo dopo dalla più alta autorità dello Stato pubblica risposta alla sua richiesta di sospensione delle cure, rimaneva invece inevasa la silenziosa protesta di un gruppo di malati di sclerosi laterale amiotrofica provenienti da tutta Italia. Questi malati chiedevano più assistenza, più tutela della dignità dei pazienti, anche più ricerca vera. Tra di loro, c’erano molte persone in carrozzina, molte ventilate artificialmente, alcune tracheotomizzate; tutte in uno stadio avanzato della malattia ma con la stessa aspirazione: vivere, non morire. Anzi quasi contemporaneamente un mio compagno di malattia, in condizioni di malattia avanzatissima, inviava una missiva al capo dello Stato in cui chiedeva un supporto per poter continuare a vivere. Nessuna risposta.
Ho potuto constatare che, a livello politico e mediatico, chi vuole morire fa notizia, mentre non fa notizia chi – magari trovandosi in identiche o anche peggiori condizioni –viene volutamente trascurato.
Ma queste delusioni non mi abbattono. Hanno invece rafforzato in me la voglia di lottare per tutti coloro che, riuscendo magari a muovere solo gli occhi, vorrebbero avere un computer come quello di Welby per poter parlare. Parlare non di morte, ma di vita. Far sentire le ragionevoli ragioni di chi, nel rispetto di ogni situazione personale, ritiene tuttavia profondamente ingiusta ogni azione che miri attivamente a far morire il paziente.Ciò che manca è una reale presa in carico del malato,la corretta informazione sulla malattia e sulle sue problematiche, la comunicazione personalizzata con la condivisione familiare per poter “spianare” il percorso della consapevolezza per poter facilitare ed applicare concretamente le decisioni condivise durante la progressione della malattia. Non si può chiedere a nessuno di uccidere, di ucciderci. Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l’amore vero non uccide e non chiede di morire.
E’ necessario aprire una concreta discussione su che cosa si stia facendo per evitare l’emarginazione delle persone con gravi patologie invalidanti e su quanto realmente, al momento attuale, si sta investendo nel percorso medico, di continuità assistenziale domiciliare e di cultura della salute e delle problematiche legate alle patologie disabilitanti e alla disabilità in senso lato. chiedendosi con molta sincerità se proprio dalla mancanza sempre più evidente di assistenza domiciliare qualificata, supporto adeguato alla famiglia, reti di servizi sociali e sanitari organizzati,
solidarietà, coinvolgimento e sensibilità da parte dell’opinione pubblica scaturiscano quelle condizioni di sofferenza e di abbandono a causa delle quali alcuni malati chiedono di porre fine alla propria vita.
La vita è un dono e come dice la Senatrice Rita Levi di Montalcini:” Si deve valere sino al minuto in cui si muore e godere ogni minuto del miracolo di essere vivi”.

(tratto dal sito di Medicina e Persona)

Wednesday, December 13, 2006

CHI NON HA TEMPO, SE LO CERCHI !


Un amico che, facendo della fraternità la categoria principale del proprio agire in ambito politico e che, col suo vivere, é stato un maestro in ogni istante, disse una volta una frase che mi rimase alquanto impressa: "Diciamo sempre che non abbiamo tempo. Uno dei primi propositi dovrebbe proprio essere questo: chi non ha tempo, se lo cerchi ! Per dare peso ai rapporti, per dialogare, per recuperare il valore delle piccole cose, se vogliamo essere pronti a fare le grandi".

Ricordo anni fa, quando un famoso spot recitava "contro il logorio della vita moderna", ed erano tempi - a pensarci bene - che questo logorio forse non lo conoscevamo ancora.
Allora in certi momenti, quando la fatica si sente davvero e il tempo sembra mancare sul serio, mi vengono in mente quelle parole di Domenico e queste altre, di Chiara Lubich, da cui lui e molti altri erano e sono costantemente ispirati:
"Quando si accavallano problemi nella tua mente, piglia nelle mani il problema chiave - l'Amore - e sciogli tutto in esso. Verrà l'intimità profonda con Gesù; le tue relazioni con Lui saranno vive e gioiose. Accetta tutto dalla vita, però dopo che hai dato ad essa tutto te stesso".