Monday, March 30, 2015

I DESTINI INCROCIATI DI JASON E GLEN

Il 16 marzo 2013 il corpo di Jason Molina viene trovato senza vita in un appartamento di Bloomington, città dell’Indiana, l’anonimo Midwest americano. Le complicanze fatali di una malattia legata all’abuso di alcolici se lo sono portato via, all’età di soli 39 anni. L’alcol, in realtà, è solamente un epifenomeno del male del secolo, quel black dog – la sindrome depressiva – che attanaglia senza pietà molte, forse troppe, persone. Mentre mi accingo a scrivere queste righe, che vogliono parlare di musica, il pensiero non può fare a meno di andare alle vittime di un disastro aereo, tragico figlio della stessa malattia e al grido di un perché, che resta domanda senza risposta, sospesa a mezz’aria nel vento (...)

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO A QUESTO LINK



Wednesday, January 14, 2015

RUE DE LA FRATERNITE'




           «In te misericordia», perché l’uomo cade senza conoscere il dove, il come e il quando.
«In te pietate», perché l’uomo è debole, contraddittorio e fragile fino alla morte.
«In te magnificenza» è il comunicarsi di una forza di vittoria come luce finale.
Bontà è il motivo di azione per l’uomo"

(Luigi Giussani)

Monday, November 24, 2014

IL PRESEPE DI ENNIO


Erano andati da Ennio in un bel pomeriggio di sole. Una di quelle giornate che il mese di ottobre aveva rubato all’estate, dandole in cambio la pioggia di cui, per una volta, l’autunno aveva deciso di disfarsi. Avevano parcheggiato l’auto giù in cortile ed erano saliti in casa, dove lui li aspettava. I pacchi erano già tutti sistemati e catalogati con cura, pronti per essere portati via perché il loro contenuto potesse riprendere vita altrove. Per tanti anni il presepe aveva abbellito la casa di Ennio, quando era Natale. Piccole casette, steccati, giardini e vialetti con la neve. C’era anche uno splendido Babbo Natale e persino una piccola montagna con gli sciatori. Lui aveva sempre pensato che non l’avrebbe mai dato via ad una persona qualunque. A chi fosse capitato, per così dire, alla prima occasione. Aveva aspettato che arrivasse la persona giusta. Così, qualche giorno prima, aveva chiesto a lei se voleva portarselo a casa. Lei che lo aveva sempre assistito, con impegno e con amore. Quello che metteva sempre, peraltro, nel suo lavoro d’ospedale di ogni giorno, nonostante quel clima perenne di nervosismo e scontatezza che, troppo spesso, non faceva cogliere più a nessuno quanto l’eroico potesse diventare quotidiano. Ma talvolta non era così: capitava ci fosse chi sapeva apprezzare fatica e dedizione. Chi non rimanesse indifferente di fronte a ciò che sapeva di amore e di passione. Ed Ennio era uno di questi.

Li aveva accolti, in casa, con una calorosa stretta di mano. Il volto scavato dalla malattia, che ormai si stava prendendo tutto il suo corpo. Ma il sorriso, quello, il tumore non se l’era ancora portato via. E c’era da scommettere che non ci sarebbe mai riuscito. I suoi gesti e le parole, in quei pochi minuti che avevano trascorso insieme, erano come raggi di luce che trapassavano la stanza. Persino il cagnolino sembrava rendersene conto, in quel suo allegro scorrazzare da un angolo all’altro della casa. Ennio raccontava di quel plastico e dei suoi pezzi, costruiti con pazienza un po’ alla volta, lungo il corso degli anni. Ed ora era lì, come a cercare di trasmettere tutto il desiderio di bellezza scritto nel suo cuore, vestito a forma di casette, personaggi, fili e lampadine. Poi erano scesi ed avevano caricato l’auto, così zeppa che non ci sarebbe stato più neanche il sacchetto del pane; avevano salutato e ringraziato Ennio e sua moglie, semplicemente e senza tanti giri di parole, e si erano rimessi in viaggio.

Sulla via del ritorno avevano percorso strade secondarie, attraversando vecchi quartieri che a Milano pensavano non esistessero più. Avevano parlato ancora di lui e della preziosità del vivere bene ogni istante, che invece questa città, folle e frenetica, sembra volerci portare sempre via. Poi, arrivati a casa, avevano scaricato con cura ogni pacco ed avevano riposto tutto in solaio. Lui aveva cercato uno spazio per tutta quella roba, come si cerca il luogo adatto per qualcosa di prezioso. Ma non vedeva l’ora di riportare giù gli scatoloni. Era ancora un po’ presto per addobbare la casa per Natale, ma quest’anno non avrebbe aspettato a lungo per allestire il presepe. Che poi la cosa buffa è che sembrava che, in tutto quel bendidio, mancasse solo la stalla con la statuetta di Gesù. Ma quel che non mancava, ne era certo, era tutto l’amore con cui ogni frammento era stato pensato e costruito. Quello non sarebbe mai passato inosservato, neppure allo sguardo più disattento. L’amore di Ennio era la sostanza di tutto, la corrente che passava attraverso il filo di rame di ogni cavo, la colla che teneva assieme ogni pezzetto di plastica e di legno. Così il Natale di quell’anno, in casa, avrebbero ricostruito tutto con cura, perché niente rischiasse d’andare perduto. Poi, alla fine, insieme alla Madonna, a San Giuseppe ed ai pastori, avrebbero messo anche la statuetta di Gesù, il figlio di Dio che era arrivato, a dare significato a tutto quell’amore, perché Lui era l’Amore. C’era un tempo per tutte le cose, pensavano in famiglia, di fronte ai pezzi del presepe, rimessi ancora una volta tutti insieme. E Gesù, che rinasceva ancora una volta per ogni uomo, era arrivato in quel presepe proprio adesso. Ora che Ennio, che stava per entrare nella casa del Padre, era finalmente pronto ad abbracciarlo.


Tuesday, October 28, 2014

GLI OCCHI DI CATERINA E DI SIMONE

Gli occhi di Caterina corrono su e giù per l’oratorio. Sfrecciano da un angolo all’altro, inseguono ogni cosa con curiosità e stupore. Dall’alto delle spalle del papà, sanno cogliere il particolare di ogni istante, quel frammento nel quale è sempre contenuto il tutto. Gli occhi di Caterina ogni tanto incrociano quelli di Simone. Occhi diversi, eppure con lo stesso sguardo. Quello che racconta del desiderio di Amore e Bellezza scolpito da sempre nel loro cuore (...)

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO A QUESTO LINK

Thursday, April 17, 2014

OCCHI DI PASQUA

Erano passati anni. Ed era vecchio e stanco, ormai. Eppure ricordava tutto perfettamente, come fosse accaduto pochi istanti prima. Era corso lassù, quel giorno, senza sapere neppure il perché. Qualcosa l'aveva misteriosamente attratto in quel punto, lungo il sentiero. E sì che non era neppure una novità, quel che stava accadendo. Ogni giorno i romani ne ammazzavano qualcuno. Ladri, assassini o semplici oppositori del regime. Avevano inventato quel sistema così barbaro per uccidere la persone - crocifissione, l'avevano chiamato -  che proprio loro, i depositari della legge, gli uomini dotti e sapienti, sembravano i più barbari di tutti, peggio degli animali. Ma tra la gente si mormorava: quell'uomo che stava salendo il Calvario, Gesù di Nazareth, non era passato inosservato. Non che gliene importasse granché a lui, Simone di Cirene, che non aveva mai conosciuto nessuno dei suoi discepoli o di quelli che lo avevano visto o sentito parlare. Ma per qualche strana ragione ora si trovava lì, nel punto del suo passaggio, tra due corridoi di folla che i soldati romani tenevano a bada a forza di pugni, calci e minacce di spada. Poi Gesù era caduto per terra proprio davanti ai suoi occhi, stremato dalla fatica. Ed uno dei soldati aveva tirato proprio lui, Simone, per un braccio e gli aveva intimato di caricarsi la croce sulla spalle. Non aveva neppure provato a farsi da parte e scappare: c'era poco da scherzare con quella gente. Solo, aveva sperato che il suo supplizio durasse un tratto di strada il più breve possibile. Ma in quei pochi istanti aveva incrociato gli occhi di Gesù. Ed era stato come un raggio di luce che era entrato diritto nelle crepe del suo cuore. Quegli occhi erano pieni di strazio, di angoscia e di timore, di sangue e di sudore. Eppure non c'era un barlume di rabbia o di dubbio. L'uomo si era trascinato con lui, carponi, finché i soldati gli avevano tolto la croce di dosso per rigettarla di nuovo su Gesù. Era rimasto lì come impietrito, in mezzo al sentiero, poi, lentamente aveva ripreso a salire, anche lui verso la cima del Calvario. 
Era stato lì tutto il tempo, insieme a pochi altri curiosi e a Maria e Giovanni, la madre e l'amico di quell'uomo. Tutto il tempo di quella folle e atroce crocifissione, e il tempo per udire quel grido assurdo. Colui che dice d'essere il figlio di Dio che urla a gran voce "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Poi non ce l'aveva fatta più. Era davvero troppo ed aveva cominciato a correre giù dal Golgota. Una corsa a perdifiato, i polmoni che scoppiavano, il cuore che batteva nel petto all'impazzata. Era arrivato a Gerusalemme alle tre del pomeriggio e all'improvviso il sole si era oscurato all'orizzonte. Buio in città, buio dappertutto. E il centurione che gli era arrivato quasi addosso, correndo anche lui, sconvolto dopo aver visto il velo del tempio squarciato. "Davvero costui era il figlio di Dio!", gli aveva gridato come un pazzo. 
Poi, seduto in un angolo, aveva incontrato quell'uomo di nome Barabba. Sedeva tranquillo, sembrava l'avesse aspettato da sempre. "Anche tu hai incrociato gli occhi di quell'uomo?", gli aveva chiesto. "So cosa significa, é capitato anche a me". E gli aveva raccontato a lungo di quegli occhi visti anche da lui per un solo istante dopo la scelta della folla alla domanda di Pilato. Occhi sudati e insanguinati, occhi impauriti. Ma occhi ricolmi di un amore infinito. E che non aveva dimenticato mai più.

Adesso, anni ed anni dopo, vedeva con tenerezza tutto il cammino percorso fino a lì. L'incontro con Pietro e Giovanni, che erano corsi quella mattina al sepolcro, il racconto dei discepoli di Gesù risorto e vivo in mezzo a loro. L'amicizia con Barabba e con quel centurione, che si era consolidata poco a poco. E la vita, quotidiana, che si era snocciolata istante dopo istante, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era stato un bel vivere, pur in mezzo alle incertezze ed agli affanni. Una vita di comunione, con Gesù ancora vivo in mezzo a loro, come aveva promesso a quelli che si sarebbero uniti nel Suo nome. 
In cuore, Simone aveva conservato sempre quello sguardo di Gesù, quegli occhi di Pasqua incrociati un giorno sul calvario. Quegli occhi avevano colorato per sempre la domanda e la strada del suo cuore, che ora era colmo di una gratitudine senza fine. E la sua vita, che stava per finire, era stata, da lì, in poi, una meravigliosa avventura insieme a tutti quelli che l'avevano condivisa con lui. 
Una compagnia di uomini in cammino, che Gesù aveva chiamato Chiesa.




Sunday, April 06, 2014

DI GREGOIRE E DEI SUOI MATTI DA SLEGARE. E DELL'INDIFFERENZA.



Grégoire interrompe il suo racconto e si alza di scatto, cogliendo tutti di sorpresa. Solleva lo zaino, estrae una catena e se la mette al collo, per riprendere poi a parlare, tenendola stretta e tirata. E' un modo efficace per far comprendere meglio a chi ascolta, comodamente seduto di fronte, la realtà di cui sta raccontando dall'inizio della serata: quella delle persone affette da disturbi psichici e trattate nei paesi dell'Africa Occidentale con l'abbandono o l'incatenamento a vita, perché ritenute colpite da stregoneria. E' la sera di domenica 9 marzo ed un teatro milanese ospita un incontro con Grégoire Ahongbonon, responsabile dell'Association Saint Camille de Lellis. Uno sguardo profondo e intenso accompagna le sue parole: occhi che trasmettono dolcezza e, allo stesso tempo, una forza d'immense proporzioni. Lo spessore di un uomo che, dopo aver ritrovato Dio, comprende che "ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa".
 
Grégoire nasce nel 1953 in Benin, da genitori contadini che lo educano nella fede cattolica. Nel 1971 emigra in Costa d'Avorio; lavora come riparatore di gomme e, poco a poco, giunge ad un discreto benessere. Si allontana da Dio e dalla chiesa, poi, verso la fine del decennio, alcune disavventure economiche lo portano al fallimento e sull'orlo del baratro. Pensa seriamente al suicidio ma, per una serie di circostanze, compie un pellegrinaggio a Gerusalemme, tornando a casa con una fede riabbracciata. Gira per le strade di Bouaké, la sua città, con questo cuore nuovo e, a quel punto, vede ciò che lo circonda. Si accorge di persone che girano nude, a caccia di qualcosa da mangiare, uomini e donne abbandonati dalle famiglie perché malati di mente: i "dimenticati dei dimenticati". Grégoire vede in loro Gesù ed inizia ad aiutarli come può. Porta da mangiare, trascorre con loro le notti, ma si rende conto che non é abbastanza e si dà da fare, finché riesce ad ottenere di gestire un centro dove accogliere queste persone. Comincia a girare per i villaggi del suo paese e scopre una realtà raccapricciante: molti malati mentali vengono incatenati dalle famiglie, bloccati "come Gesù sulla croce" anche per anni, finché la morte non abbia il sopravvento. Il primo incontro di Grégoire con questa realtà é sconvolgente e da quel giorno non si dà tregua, per riuscire a liberare dai ceppi quanta più gente possibile. Oggi i centri gestiti dalla sua associazione sono cresciuti di numero, operando in Costa d'Avorio, Benin e, prossimamente, anche in Togo.
E' un racconto dettagliato, quello a cui si assiste, difficile da descrivere in poche righe. "Come fate ad andare avanti ed a trovare le risorse di cui avete bisogno?", viene chiesto da uno dei presenti alla fine dell'incontro. "Non sono io che faccio funzionare i centri!" - risponde Grégoire, con tono fermo e deciso - vi ricordate cosa ho detto all'inizio? Io sono un gommista! Avevo i soldi, ma Dio mi ha spogliato di tutto, prima di permettermi di cominciare questa storia. Dunque non sono io, né il mio denaro, che ha avviato tutto questo. Ora abbiamo più di 1350 malati in questi centri, ma chi si occupa di questi poveri e se ne occuperà sempre é la Provvidenza, che opera incessantemente attraverso gli uomini".
 
Si esce dall'incontro come trafitti. Una ferita provocata da una realtà sconosciuta a molti e per questo ancor più dolorosa, ma risanata dallo sguardo di Grégoire, un uomo innamorato di Gesù. Rimane in cuore solo un rammarico. Perché la gente non accorre mai sufficientemente numerosa ad incontri come questo, preferendo le comodità di casa propria? Forse perché la malattia dei tempi moderni, quelli della grande comunicazione di massa, dove viviamo come sconosciuti, pur in mezzo a mille messaggi su telefonini, twitter o facebook, è quella dell'indifferenza. L'ha spiegato bene, lo stesso Grégoire: "Qual é la tentazione che ci allontana da Dio oggi? Satana, che é venuto a seminare l'indifferenza nei nostri cuori. Siamo diventati indifferenti gli uni verso gli altri e non vediamo più la sofferenza di chi ci é accanto. Ma l'unico cammino per la nostra felicità e santità é questo: ama Dio con tutto il tuo cuore e il tuo prossimo come te stesso". Non c'è giudizio, né condanna nei suoi occhi, mentre pronuncia queste parole, anche se é un richiamo forte, che scuote la coscienza di tutti i presenti e rende difficile prendere sonno, una volta ritornati a casa. Ma siamo tutti in cammino e rincuora, al mattino, ricominciare cercando di mutare lo sguardo verso chi ci passa accanto nel momento presente. Vivere l'uno accanto all'altro. Per riscoprire l'io, il fratello e Dio.
 

Tuesday, March 04, 2014

TOCCATO DA UNO SGUARDO

Estate 2013, una famosa località del litorale italiano. Un gruppo di amici mi propone di assistere al nuovo spettacolo di Pietro Sarubbi, “Il mio nome è Pietro” ed a portarci, per giunta, tutta la famiglia. Si va tutti a teatro, questa sera, dai dieci ai cinquant’anni. “Ma sei sicura?”, chiedo timoroso a mia moglie. “Stai tranquillo – mi risponde – vedrai che sarà bello anche per i nostri figli!”. Mi fido, si va. E faccio bene, perché, oltre a passare una splendida serata, scoprirò con sorpresa l’esperienza di un attore, che ha visto la sua vita trasformata dalla partecipazione al film “The Passion” di Mel Gibson. Una vicenda che approfondirò meglio in seguito, leggendo il suo libro “Avrei voluto fare san Pietro, ma sono nato Barabba”, in cui viene brillantemente scritta la storia della sua conversione. 

Domenica 2 febbraio 2014, un teatro milanese. E’ l’occasione per un nuovo incontro con il nostro attore, invitato questa volta a raccontare dal vivo la propria esperienza personale. Sarubbi inizia a parlare, strappando subito più di un sorriso con la propria simpatia. Narra di un’infanzia poco serena, di un carattere esuberante e trasgressivo, della difficoltà a relazionarsi con gli altri. A dodici anni scappa di casa con una ragazzina che fa parte di un circo; sta via qualche mese, lo ritrovano e lui scappa di nuovo. A quattordici finisce dai salesiani, dove i seminaristi vivono accanto a ragazzi accolti in una sorta di comunità di recupero, ma lui continua a compiere gesti che sanno di ribellione e voglia di libertà: “Mi piaceva bruciare le tende o spaccare le vetrate, che da un piccolo gesto nascesse un grande effetto”. Ma, invece di essere punito, ottiene dal suo tutore, don Luigi, un amore inatteso: “da una parte egli smorzava la mia aggressività e dall’altra mi faceva scoprire una tenerezza che mi spiazzava: ma come - mi dicevo - più faccio il cattivo, più questo mi vuole bene?”. In quel piccolo istituto c’è un teatro e Pietro scopre una passione. Studia da attore e, un po’ alla volta, si fa strada. Ma al centro c’è sempre il desiderio del suo cuore: “Ognuno ha un cuore che cerca la bellezza. Ci sono cuori più semplici che si accontentano e cuori complicati che non è semplice fare felici. Ed in questo cercare, io ho fatto tanti errori, girando il mondo. Ma, crescendo, aumentava la consapevolezza di non trovare la risposta”. Continua a recitare, diventa famoso e intanto cerca di “addormentare il disagio”. Beve, passa da una ragazza all’altra, finché, un giorno, ne incontra una che decide di rimanere al suo fianco e gli dona tre figli. Pietro ha quarant’anni e prova a rimettersi in gioco. Parte per gli Stati Uniti, si fa notare, recita in film famosi, finché, un giorno, Mel Gibson lo chiama per prendere parte a “The Passion”. E’ ambizioso, vuol sapere che personaggio deve fare, ma il regista lo tiene sulle spine. Capisce che si tratta di un film sugli apostoli ed é convinto che gli verrà affidata la parte di Pietro, ma scopre che dovrà svolgere invece il ruolo di Barabba. Rimane deluso: si sente sottovalutato perché deve recitare un personaggio che nel film non dice neanche una battuta. Ma la risposta di Gibson lo sorprende: "che differenza credi ci sia tra Barabba che non parla e Pilato che parla dieci minuti in aramaico? Quello che il pubblico capirà é quello che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi". E’ in quel momento che decide di fidarsi e di seguire le indicazioni del regista, persino quella bizzarra di non incrociare mai lo sguardo dell'attore che impersona Gesù, fino al momento in cui, nel film, Barabba guarderà davvero negli occhi del Signore. E lì accade qualcosa di speciale: "Sono colpito dalla profondità del suo sguardo. Mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, e invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo quasi una dolce accettazione. Non é uno sguardo feroce, ma dolce e misericordioso, quasi di preoccupazione per me e per la mia condizione, ed accade una cosa unica nel suo genere e nella sua imprevedibilità: mi perdo in quello sguardo, nello sguardo di Gesù, rimango forse un minuto con gli occhi dentro quello sguardo, immobile, a bocca aperta". E’ una novità sconvolgente, di quelle che non fanno più dormire: “a 43 anni, in un albergo a 5 stelle al centro di Roma, sto tutta la notte sulla sponda del letto, con questo sguardo davanti. Era come una domanda di emergenza che io non capivo”.

Passano i giorni, ma aumenta un’inquietudine e si fa strada la solitudine di un uomo famoso, che non riesce a parlare con nessuno di ciò che ha di più urgente nel proprio cuore. Quando il film esce sugli schermi suscita scalpore; i giornali ne parlano e si scrive anche di lui, Pietro Sarubbi in Barabba. Un sacerdote legge un articolo, dove si racconta ancora di quello sguardo. S’incuriosisce, lo cerca e, una volta trovato, gli chiede di andare a portare la propria testimonianza alla sua comunità. Pietro ha ancora quella domanda che ferisce il suo cuore e va. E’ l’incontro non solo con quel sacerdote, ma con una comunità che lo affascina e lo rapisce in un modo nuovo e inconsueto. Parla ancora con quel prete, vuole capire: “Ma come fate ad essere così? Ma lo sa che io ho un figlio a casa che è sempre così agitato che sembra che abbia una colica renale?”. La risposta è disarmante: “Tu sei la colica renale di tuo figlio! Perché i figli non vogliono sentirsi dire cosa devono fare, vogliono vederlo. E tu cosa gli fai vedere a casa? Quando l’hai abbracciato l’ultima volta?”. Pietro non sa rispondere, ma, arrivato a casa, compie quel gesto: abbraccia il figlio e vede finalmente le lacrime solcare due bellissimi occhi verdi. E’ l’inizio di una nuova storia: “Da questo figlio ritrovato – racconta – ho cominciato a fare un cammino. Volevo rimanere aggrappato a quelle persone, imparare il segreto della felicità e non volevo sbagliare. La mia domanda grande era: ma come è possibile che dentro lo sguardo di un uomo ci sia Cristo? E un giorno quel sacerdote mi butta sulle gambe un libretto. Sopra c’era scritto “Deus Caritas Est”. Non so di cosa si tratti, ma mentre sto sul treno per tornare a casa leggo una frase a caso, la prima che mi capita: “Il Signore, sempre, di nuovo, ci viene incontro attraverso lo sguardo di uomini in cui egli traspare”. C’era dentro la risposta alla mia domanda più dolorosa, scritta dal Papa”. “Ci si può abituare ad uno sguardo?”, viene chiesto a Sarubbi alla fine dell’incontro. Non ci si abitua – risponde - ma lo si cerca disperatamente. E poi aggiunge: “Se voi siete qua è perché siete stati toccati da uno sguardo. Se ognuno di voi non fosse stato toccato da un amico, un parente, un sacerdote, un educatore, cent’anni fa o ieri, non sareste qui. Tante volte, di fronte ad rumore in fondo alla chiesa, la gente si gira; ma se sull’altare c’è Cristo, chi ci si aspetta che entri di più importante da quella porta?”. 

Tante altre cose racconta Pietro Sarubbi, trasmettendo tutto con la sua straordinaria allegria, ma facendo anche cadere più di una lacrima sul volto dei presenti. Perché l’abbraccio della conversione – lo dice lui – è commovente come quello del padre al figliol prodigo. Ed accade così che la sua testimonianza riesca a fare breccia nel cuore di chi ascolta, perché egli stesso ha preso il suo, di cuore, e l’ha messo nudo sul palco, a raccontare di un desiderio di bellezza finalmente realizzato. Un cuore trafitto da uno sguardo, quello di un Altro che è passato come passa la luce attraverso le crepe. E’ per questo che, una volta tornato a casa, il mio cellulare impazzisce e continua a ricevere i messaggi entusiasti degli amici, segno di una gioia che si manifesta senza freni. E mentre ripenso a tutto questo, al film di Mel Gibson ed a questi giochi di sguardi, capisco quale sia il modo migliore di vivere la quaresima che sta per iniziare. Percorrere una strada, accanto all’Uomo dei dolori, per giungere ad un incontro, quello col Risorto, capace di cambiare un’esistenza intera. Nient’altro che quel scrive Sarubbi, nel libro che racconta della sua conversione: “solo io, con la mia valigetta, con dentro il mio povero costume di scena, solo io di fronte alla grandezza della vita che affronto, un po’ come si sarà trovato il povero Simone, con la sua povera sacca da pescatore, i suoi sdruciti calzari e la barba incolta davanti al Messia che gli cambiava nome, lo faceva rinascere uomo nuovo pur lasciandolo com’era, ne cambiava il cuore e attraverso quello lo cambiava tutto”.

Thursday, February 13, 2014

CREDERE PER VEDERE


Domenica, nove del mattino. Ti alzi stanco, come se fosse già sera. Nuvole grigie, cielo basso e non c’è linea all’orizzonte; i tuoi pensieri non riescono a sfumare fino all’infinito. Piove da giorni. Piove sulla cattedrale e sui quartieri di periferia della città. Hanno detto i telegiornali che c’è gente che ha perso la casa o quel poco che possedeva e tu non sei certamente tra costoro, eppure questo pensiero non riesce a consolarti. C’è troppa pioggia anche nel tuo cuore per permetterti di vedere chiaro. E nelle incertezze del giorno che si fa strada, non sembra esserci cavallo sicuro su cui puntare.
C’è un prete sull’altare, ma oggi non basta che sia tuo amico e compagno di cammino. Non serve neppure questo a far smettere di piovere. Legge un libro, dove si narra di un funzionario del re, che sta camminando per andare ad incontrare un uomo di nome Gesù. C’è un sacco di strada, da Cafarnao a Cana e, come se non bastasse, piove che Dio la manda. Si sta inzuppando tutto,  è proprio stanco e sta pensando a quel figlio che muore. Ed a tutti i suoi soldi, che, per la prima volta nella vita, non sono serviti a cambiare la ruota del destino. Non vede l’ora di vederlo, il figlio di Giuseppe, quell’uomo venuto da Nazareth, paese di diseredati che non se li fila mai nessuno. Eppure, lassù a Cana, narrano di meraviglie accadute a un matrimonio. Acqua mutata in vino e vino buono, per giunta, che sono ancora in giro tutti a raccontarne, anche giù a Cafarnao. E intanto continua a piovere, pioggia sottile, che s’infila tra le pieghe dei vestiti, passa sotto la pelle e non riesce ad ammorbidire un cuore che s’indurisce sempre di più, ogni giorno che passa.

Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia”. Che buffo. Si era preparato un sacco di bei discorsi, eppure una volta arrivato lì davanti, non era riuscito a dire nulla di più. E sì che un funzionario del re trova sempre le parole giuste per ogni occasione. Invece questa volta niente. Solo quattro striminzite parole ed il terrore che anche la grandezza di quell’uomo non potesse nulla contro la vita di un figlio che scivola via sempre di più. “Và, tuo figlio vive”: non gli aveva detto nient’altro Gesù. Solo che aveva accompagnato quelle parole con uno sguardo, uno di quelli di cui era capace lui. Quelli che non riesci più a toglierti di dosso, qualunque cosa succeda. E lui quello sguardo se l’era portato con sé, giù di nuovo, di corsa fino a Cafarnao, lungo quella strada faticosamente salita il giorno prima, con la pioggia che, anche lungo la strada del ritorno, non aveva smesso di scendere incessantemente. “Ieri, dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato”. Dopo mezzogiorno! Non un istante prima di quello sguardo. E appena un attimo dopo quell’incontro.

Ti ridesti, come da un sogno e c’è di nuovo il tuo amico, sull’altare, che sta provando a spiegare quella storia. Parla di proverbi, dice che la saggezza popolare non è mica tutto oro che luccica, in fin dei conti. Anzi, che spesso e volentieri certe frasi e luoghi comuni andrebbero proprio ribaltati. Come quello che dice che bisogna vedere per credere, quando, invece, è vero che bisogna credere per saper vedere. Credere per vedere, questa è davvero bella. Ma come ha fatto a venirti in mente, genio di un amico? Se le cose stanno così, allora sì che cambia tutto. Ripensi a quell’uomo, dopo le parole di Gesù. Mica aveva chiesto altre spiegazioni: gli era bastato uno sguardo. E si era rimesso in cammino verso Cafarnao. Chissà quante cose nuove aveva visto, lungo la strada del ritorno. Sempre sotto la pioggia, eppure la luce intorno alle cose era mutata. Scorgeva colori che non aveva mai visto, udiva suoni che non aveva mai sentito. Poi era arrivato da suo figlio, guarito. Poiché aveva creduto in Lui, la realtà gli si era finalmente mostrata. E tutta la sua famiglia avrebbe continuato a credere, d’ora in poi. Per continuare a vedere.

Alzi gli occhi di nuovo, guardi le vetrate al di sopra dell’altare. Da dove arriva la luce che adesso filtra da esse e riempie la chiesa di colori nuovi? C’è di nuovo il sole, là fuori, e sembra voler fare di tutto per entrare. E’ una piccola crepa, quella dalla quale riesce ad entrare anche nel tuo cuore. Già, una piccola crepa, come c’è in tutte le cose e già lo sapevi, in fondo, che è solo dalle crepe che la luce riesce a passare. Leggi le parole del salmo: “Fa splendere il tuo volto sul tuo servo e salvami, per la tua misericordia. Che io non resti confuso, Signore, perché ti ho invocato”. No, non sei confuso, ora, dopo che il Suo sguardo si è posato un’altra volta su di te. Chissà dove lo incontrerai di nuovo, una volta uscito da qui. Magari impresso sul volto degli amici, pochi passi più in là. Perfino davanti ad un caffè al bar dell’oratorio. Un banale e semplice caffè. Ma in compagnia di Gesù.


Thursday, January 02, 2014

NOCC DE CAPUDANN

"Non sto da una parte o dall'altra. Il mio cuore é con le vittime"
(Johnny Cash)

Hello, Hank. Te ne sei andato solo da poche ore, eppure sono più di sessant'anni, ormai. Doveva essere proprio così, quella notte che ti ha portato via a capodanno. Un'auto che corre, strade buie, freddo nelle ossa, ogni tanto una stazione di servizio, chiusa o abbandonata. Ed un cuore che all'improvviso cede, ferito dal troppo dolore urlato dentro alle tue canzoni. Percorro la mia highway 61, svogliato e stanco. Solo. Non c'è più nessuno ormai, il veglione é passato da un pezzo e non c'è più traccia di vita e di baldoria. Eppure ci dev'essere ancora un sacco di gente che soffre laggiù, nascosta nel silenzio. There's a whole lot of people suffering tonight. From the disease of conceit.
Continuo a guidare. Mi aspettano quelle vie di rock'n'roll, laggiù in fondo alla strada, che sono sempre queste strane corsie d'ospedale. Non conosco ancora il dolore e il desiderio disatteso che attende d'incontrarmi senza pietà. Sofferenza, dubbio e angoscia, misti a condivisione e tenerezza, impegno e sacrificio. Ma anche cattiveria, ipocrisia ed errore. E mille aggettivi per descrivere la stessa cosa. Un'umanità angosciata, tradita, abbandonata. Proprio come l'Uomo dei dolori, in quel suo grido assurdo. Lassù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

Ascolto musica stanotte, quella di Hank Williams o di Townes Van Zandt. Ascolto storie. Quelle di chi se ne é andato come un'umbria, la nocc de capudann ed ha bussato alle porte del paradiso. E di tutti gli altri, quelli che hanno cantato e suonato come fuorilegge, e che per essere tali hanno dovuto saper essere onesti. Ho voglia di stare con loro questa sera. Con gli ultimi, coi derelitti e coi diseredati. E provare a scaldare il loro cuore, solo per sentirlo così simile al mio, ferito in tutte le sue contraddizioni. Sai, Hank, non é mica vero che non usciremo mai vivi da questo mondo, come hai cantato nella tua ultima canzone. Ti sei sbagliato, questa volta, amico, anche se spero che le tue ferite siano state finalmente lenite. E' vero, invece, che c'è un Amore che non ci farà mai morire perché ci precede: "Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo" (1 Gv 4,19).
E' questa la buona notizia, grazie a Dio.
Quella che rende nuovo anche quest'anno vecchio già iniziato.


Friday, December 27, 2013

THE BAND IN A CIRCLE

Quando Mike Scott chiama con un pretesto Steve Wickham ed Anto Thistlethwaite nella migliore sala d'incisione di Dublino, la loro band - The Waterboys - sta cavalcando da poco l'onda di un successo inatteso, generata dall'uscita dell'album "This Is The Sea". Entrando in una delle stanze dello studio, i musicisti vedono all'improvviso  i loro strumenti posti in bella mostra e pronti all'uso, rimanendo sulle prime piuttosto sorpresi.  Ma lo stupore lascia presto spazio al divertimento ed al gioioso desiderio di mettersi ancora una volta a suonare insieme: "nel miglior spirito che potessimo immaginare d'avere, mettemmo le sedie in cerchio, e cominciammo a suonare". Sarà solo la prima delle numerose sessions che porteranno, alla fine, all'incisione di quel capolavoro che ancora oggi é "Fisherman's blues", il disco che il gruppo fece uscire due anni più tardi, nel 1988. 
Waterboys, ovvero la bella voce di Mike Scott, sottesa dalla chitarra o dal suo pianoforte "Old England style", originalmente colorata dall'incredibile violino di Steve e dai riff di mandolino o dalle sottolineature del sax di Anto. Waterboys, acronimo di Yeats, come già intelligentemente intuito da qualcuno, ma anche nome di un gruppo di musicisti in grado di portare tutta la poesia delle proprie radici letterarie e culturali in un affascinante miscellanea di suoni; gente capace di mescolare, come nessun'altro era stato forse in grado di fare sino ad allora, la musica celtica con il country di Hank Williams e le canzoni gospel della più autentica anima d'America.
Le sessions di Dublino sarebbero già state in grado di riempire, in quel lontano 23 gennaio del 1986, lo spazio di un intero disco, che molti gruppi musicali d'allora avrebbero volentieri comperato a scatola chiusa pur di costruirvi sopra la propria carriera. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga, in quel momento, per i ragazzi d'acqua, ricca di crocevia e percorsi affascinanti pronti ad aprirsi all'improvviso, viaggiando per altre sedute in studio da una sponda all'altra del mare - Dublino e Berkeley non sono poi così lontani tra loro quando la musica è sincera - ascoltando consigli da chi sa cosa voglia dire produrre musica davvero (quel Bob Johnston che ebbe incontri ravvicinati con Dylan e Leonard Cohen), per tirare le somme, infine, sulle colline della contea di Galway, nella tranquillità e bellezza di un cottage, adagiato sopra alle onde ed al vento di quel Mighty Atlantic che nello stesso periodo sta così bene ispirando anche i Runrig, fratelli di sangue delle Highlands scozzesi.

Ripercorrere oggi il cofanetto di sei cd, "Fisherman's Box", che racchiude tutte le 121 canzoni che portarono al vinile dell'88  e che a tutt'oggi rimane vetta mai più raggiunta dalla band, é operazione che porta a struggente e pericolosa nostalgia dei tempi andati. Già, perché troppo bella fu la favola dei Waterboys perché potesse durare a lungo. Troppo lunatico Mike Scott, sempre esigente col desiderio di bellezza e spiritualità scritto nel fondo del suo cuore e troppo incapace, ahimé, di tenere assieme un gruppo di musicisti così vitali e che sarebbero stati sicuramente capaci di produrre qualche altra gemma negli anni a venire. Ci misero poco, i Waterboys, a sciogliersi dopo Fisherman's Blues. Ci mise poco, lo stesso Mike Scott, a perdersi in una carriera solista che lo avrebbe portato in rivoli secondari, troppo lontani dall'alveo di quel meraviglioso fiume in piena navigato a  fine anni ottanta. E troppo anacronistica appare, tutto sommato, la recente reunion della band, seppure passata non indifferente a molti, in più di un concerto, anche dalle nostre parti.
Ma sebbene questa sia la storia, non fa comunque male rivisitare oggi - e nella sua fase più ispirata - quella che fu la strada di un gruppo capace di lasciare nella musica il proprio segno, piccolo o grande che sia, ma indiscutibilmente unico e affascinante.

Un disco lungo sei cd, da ascoltare con calma, dunque, a piccole dosi, lasciandosi rapire non solo dalle note, ma dalla minuziosa descrizione che Scott fa di ogni circostanza che ha portato all'incisione di ogni singola canzone (un bellissimo libretto, tutto da leggere), sia che si tratti di piccoli divertissements quali l'esilarante I Miss The Road o di epici brani come la sinfonica versone di Higher In Time. C'è proprio di tutto nell'affascinante viaggio lungo queste incisioni. Le canzoni migliori di quel periodo sono presenti, in versioni diverse e spesso non inferiori rispetto a quelle scelte per la pubblicazione finale: Fisherman's Blues, And A Bang On The Year, You In The Sky, Strange Boat, Saints And Angels, When Will Be Married? e tante altre ancora. Ci sono Bob Dylan e Van Morrison  (quest'ultimo rivisitato in una Sweet Thing in versione più estesa rispetto a quella edita nel 1988, il primo in una Girl Of The North Country, ad esempio, da brivido), da sempre muse ispiratrici per Mike Scott. Ci sono canzoni country o gospel improvvisate, rapite dalla tradizione, fatte proprie e rimaneggiate, sino a rinascere in nuove canzoni, non meno belle di quelle tradizionali. Canzoni prese sul serio o per scherzo, da chi sa passare con disinvoltura da Will The Circle Be Unbroken a Sgt Pepper's o This Land Is Your Land, senza far rivoltare Woody Guthrie o qualche Beatle nella tomba, che, anzi, ti sembra quasi di vederli per un attimo sorridere nascosti, quasi a dire che beh, sì, ci sono eredità che per fortuna non vengono smarrite per sempre.
Si potrebbe andare avanti a lungo a parlare di un disco capace di farti passare dalla baldanza allo struggimento, di farti ballare o piangere di malinconia, ma é molto meglio trovare il proprio tempo ed ascoltarlo. E pazienza se si tratta di roba vecchia che, peraltro, non pare affatto consumata. Ed é bello, ascoltando l'ultima canzone - quella Buckets Of Rain di Bob Dylan sottotitolata da Mike Scott con "fai ciò che devi fare e fallo nel migliore dei modi" - lasciare che scorrano i titoli di coda; sono ringraziamenti ad amici, musicisti, tecnici, collaboratori e, alla fine, ad un Altro, riconosciuto come l'artefice di ciò che conta per davvero: "thank you God, for life, love and music". Essere capaci di questo, mettere al posto giusto ciò che vale, é sempre stato il marchio di fabbrica della musica che non muore. Il potere della musica vera, quella che si mette in cerchio ed é capace di donare a chiunque ali per volare.

Tuesday, December 24, 2013

YOU IN THE SKY

Nuvole basse, pioggia sottile. Guido piano, attraverso lentamente la mia città. Oggi l'hai persa, Milano, la tua maledetta, perenne, pazza frenesia. Ed oggi la stai facendo finalmente perdere anche al mio cuore, al mio io sempre indurito dai suoi pensieri. 
You In The Sky é la canzone perfetta per una vigilia di Natale. Pochi accordi e la voce di Mike Scott. S'infila aspra ed acuta tra le auto e le persone. Entra nelle case, trafigge i grattacieli, accarezza le torri del Monumentale. Canta di un desiderio di bellezza, grida la sua gioia e il suo dolore. You In The Sky. Voglio conoscere il perché di queste nuvole tra me e te. Lascia che ti conosca ed apri il mio cuore. Canta la tua canzone, dritta dentro me.
Cosa può mai venire di buono da Nazareth? Ma Nazareth oggi é questa mia città, la Tua città. La Tua canzone che canta dritta dentro il mio cuore. il Verbo di Dio si é fatto carne, tra i grattacieli e le gambe delle persone. Dio in noi é divenuto Dio in mezzo a noi. E questo solo mi basta ad andare avanti lungo la mia strada. You're so beautiful, now, You in the sky. Tu tra di noi.

Monday, November 25, 2013

WHAT GOOD AM I?


What Good am I then to others and me
If I've had every chance and yet still fail to see
If my hands are tied must I not wonder within
Who tied them and why and where must I have been?

What good am I if I say foolish tings
And I laugh in the face of what sorrow brings
And I just turn my back while you silently die
What good am I?

Scrivere del passaggio di Dylan al teatro degli Arcimboldi di Milano, a quasi un mese di distanza ed a ridosso dei concerti alla Royal Albert Hall di Londra - uno di quei ritorni che bastarebbe da solo a giustificare fiumi di parole e di pensieri - parrebbe esercizio inutile, se non fosse che, in fondo, queste righe non stai facendo altro che scriverle al tuo cuore. 
Ho guardato il vecchio Bob mentre cantava. L'ho sentito mentre la sua voce s'insinuava cristallina tra le pieghe più nascoste della pelle. Ho fatto un sussulto dopo "What good am I?", quando il suo pianoforte é diventato all'improvviso quello del Beacon Theatre di New York o dell'Hammersmith Odeon di Londra, concerti ascoltati su nastri fruscianti di mille anni fa, ma vissuti come se fossi stato là da sempre, in prima fila. Un pianoforte che oggi appare in primo piano, ma che allora era poco più di una sagoma nera, trascinata da uno show all'altro, oggetto misterioso che prende forma una sera qualunque e senza preavviso. "Was that ok?" aveva chiesto quella volta a Londra, ma nessuno l'aveva sentito. "The crowd went bananas" - aveva scritto Clinton Heylin, lo stesso autore chiamato oggi a raccontare in un libretto la storia intera di Dylan, nel cofanetto con la discografia completa che la Columbia ha appena immeso sul mercato. "La folla era impazzita", aveva scritto Heylin, sorpresa da una "Disease of Conceit" troppo bella per essere vera, suonata da quell'uomo che, in un modo o nell'altro, finisce per sorprenderti sempre. Suonata su di un pianoforte, oggetto di sorpresa almeno quanto lo sarebbe una chitarra messa a tracolla sulle spalle del Dylan dei tempi d'oggi.

Quanto sia buono Dylan, continuano a chiederselo in tanti, ma é esercizio inutile ed incessantemente svolto ormai da troppo tempo. Cominciarono a Newport, quasi cinquant'anni fa. Lo fecero ancor di più in Inghilterra, poco tempo dopo, tirando fuori personaggi del Vangelo che forse sarebbe meglio lasciare dove stanno. Quanto sia buono Dylan, forse é Dylan stesso a chiederselo di volta in volta, da un palcoscenico all'altro, mentre passeggia sorpreso dai paparazzi su un ponte di Amsterdam, o tra le pieghe del sonno su di un'autobus o di un aeroplano da una città all'altra del mondo del suo neverending show. O mentre dipinge un quadro, oppure, fiamma ossidrica alla mano, plasma una delle sue nuove sculture di metallo.
Quanto sia buono Dylan devi chiederlo a te stesso. Sentire se le corde del tuo cuore sono ancora capaci di vibrare. Le mie, vecchie come vecchi cominciano a diventare i capelli grigi del mio capo, lo hanno fatto un'altra volta, anche se accovacciate sulla comoda poltrona di uno dei teatri più belli di Milano. "What good am I? é speranza non del giudizio buono altrui, ma domanda di riverbero del cuore su ciò che conta veramente, risonanza nell'animo di ciascuno. "Basta poca fede per fare tanta strada", aveva raccontato Bob non molto tempo fa su Rolling Stone,"ma ci vuole tempo per acquisirla: bisogna continuare a cercarla".
Non chiamatelo Giuda, allora, non fatelo più, neppure alla Royal Albert Hall, dove lo ritroverete tra poco. E continuate la vostra ricerca, almeno quanto sembra fare lui, con costanza e pazienza, che la voce sia diventata rauca oppure tornata cristallina. Perché se c'è una cosa in cui Dylan non ha proprio mai tradito é nell'andare incessantemente a caccia del desiderio profondo di felicità che abita nel suo cuore. Ci sarebbe da continuare ad andargli dietro anche solo per questo. Lasciandoci attraversare dalle sue canzoni. E per non dimenticarci di fare la stessa cosa col nostro. Perché non sia assopito, mai.

Tuesday, October 15, 2013

IN PANCHINA

Ogni tanto ti succedeva anche questo. Che, in quella vita da mediano a fare compagnia al Mistero, ti ritrovassi anche in panchina. E che, vista da quell'osservatorio, la partita non sembrasse neppure più la stessa. La prospettiva cambiava del tutto. Vedevi le retrovie e il gioco di squadra, sentivi al tuo fianco la sofferenza dell'allenatore, condividevi attese e speranze con gli altri giocatori seduti accanto a te. Non era stato per nulla facile, all'inizio. A nessuno piace stare fermo mentre gli altri rincorrono la vita in gioco. Tuo malgrado, ti toccava subire la decisione altrui. Stare lì e fare il tifo per la squadra, mettendoci la stessa passione di sempre. In campo con gli altri, fuori dal campo.
Era stato così che, talvolta, tolto il camice, ti accadeva di sederti al fianco di chi amavi. "Potete accomodarvi fuori, per favore?", e tu ti accomodavi, mentre i tuoi colleghi facevano il giro visita degli ammalati o l'impiegata dell'impresa di pulizie passava a pulire la camera. La stessa tensione di tutti per avere notizie su un esame; l'attesa interminabile di uno sguardo, l'attenzione su un particolare, mentre la cartella clinica stava riposta lì, inaccessibile, dentro un carrello non tuo, non del tuo reparto, non del tuo ospedale.
Più ti faceva male tutto questo, più incominciavi a capire. Il bisogno di una spiegazione o di un minuto in più, rubato da altri al tuo frenetico lavoro. Quelle richieste dei pazienti e dei loro familiari, che hanno sempre, dietro e dentro sé, un bisogno di significato. Perché questa malattia, perché proprio a me e non ad un altro; perché siamo qui, tutti assieme in squadra, a fare da compagnia al misterioso disegno che prende in mano la nostra vita e la conduce.
Ogni volta tornavi a casa un po' più ricco di prima, quel passaggio in panchina ti faceva sempre bene. Non che non avessi voglia di giocare, ma cominciavi ormai ad essere un po' stanco. Che poi, da quella panchina, talvolta, capitava pure di veder giocare dei mediani che erano peggio di te. Ma quella prospettiva, quando eri in campo, non riuscivi mai a coglierla così bene, anche quando la palla te la passava Messi. Avevi bisogno, di tanto in tanto, di startene un po' seduto lì. Era lo sguardo dell'Allenatore, quello che ti serviva. Solo ascoltando Lui, una volta rigettato nella mischia, capivi quale posizione in campo fosse stato giusto tenere.
Fu così che una voglia nuova di giocare ti tornò, proprio quando, i capelli grigi e i muscoli ormai stanchi, ti sembrava la stessi perdendo a poco a poco. E magari avresti avuto pure qualcosa da insegnare ai più giovani, cavalli imbizzarriti che desideravano solo correre e stare sempre là davanti. Dargli di gomito, qualche volta, e dirgli "guarda!", come si fa coi vecchi amici. Laggiù in fondo, verso la panchina, dove quel mago di un Allenatore sapeva ridare gioia e motivazioni a tutti quelli che fossero passati da lì. Quella panchina dove, chissà perché, non aveva mai voglia di andare nessuno.

Friday, September 27, 2013

LIBERA TERRA


"So che ci cercherai dentro l'anima", mi aveva scritto Massimo. Ed aveva aggiunto: "la troverai". Eccola qui, allora, una manciata di nuove canzoni dentro le quali andare a caccia di un cuore. Un compito non banale, anche se la dichiarazione d'intenti dell'autore é già scritta sulla copertina del cd: "queste canzoni rappresentano il percorso di un sogno individuale, condiviso, spezzato, cercato o reinventato nello scorrere del tempo". Ali di Libertà, il primo disco d'inediti di Priviero dal 2006 mostra che i binari della ferrovia sui quali l'autore si é incamminato molto tempo fa sono sempre gli stessi. Su quel percorso ci si é inoltrati nel deserto ed impolverati, si é salito colline, ma il senso di quel viaggiare non é cambiato. Perché non é molto vero, in fondo, che l'importante non sia dove si va, ma andare: é necessaria una meta, anche quando incerta, per essere pellegrini e non turisti spettatori della vita.
La miscela musicale è quella infarcita, come sempre, di echi springsteeniani e di Dylan, un tessuto sonoro collaudato, frutto dell'eccellente lavoro dei soliti Gazich, Laviola, Cambise e soci, questa volta impreziosito da suggestioni d'irlanda o tex-mex, quando le cornamuse o la fisarmonica fanno capolino qua e là. Sì, c'è ancora qualche "Scialala" di troppo, forse, ma la voce di Massimo é ancora una di quelle capaci di scuotere qualcosa dentro dal profondo, a patto di mettere il volume dell'autoradio al massimo sulle strade statali che portano verso casa.
Alla caccia dell'anima e del cuore, dunque. Non parrebbe impresa difficile, se si fanno scorrere le canzoni del disco una dopo l'altra, dentro un album autobiografico come non mai. C'è l'orgoglio e lo struggimento che viaggia sul ricordo delle proprie radici ("La Casa di Mio Padre"), la dolcezza d'amori mai sopiti ("Il Mare"), un desiderio d'eredità da lasciare a un figlio, che é molto più del trovarsi a suonare insieme od elaborare un testo prima che giunga l'alba di un nuovo mattino (Tommy Priviero collabora in "Occhi di Bambino" e "In Verità"); c'è l'ostinata intenzione di mettere sempre davanti la fierezza di chi ha fatto del titolo di una propria canzone - Nessuna Resa Mai - l'obiettivo del proprio tirar sera. E c'è, soprattutto, il racconto delle periferie dell'esistenza degli umili e dei vinti, incrociati incessantemente lungo la strada.
Il percorso artistico che Priviero ha disegnato sulla propria storia, dopo un effimero successo iniziale che pochi purtroppo ricordano ancora, si é delineato sempre più dentro solchi di costanza e volontà, che hanno disegnato a poco a apoco una figura di cantautorato rock che più che al Boss assomiglia a forme d'umana resistenza come quelle di uno Steve Earle o di un Chris Knight. Se il rock in Italia esistesse davvero, inteso come qualcosa capace di rendere fertile un terreno dell'anima troppo spesso insidioso e inospitale, allora la musica di Massimo potrebbe essere davvero buon seme da spargere qua e là perché, dopo il lungo inverno, fiori e frutti si facciano vedere nelle prime giornate di sole.

Eppure, dopo un ripetuto ascolto di questo nuovo disco, mi accorgo che a furia di cercare davvero l'anima di Priviero, non é su canzoni come "Ali di Libertà" che finisco per soffermarmi di più. Nelle note di copertina c'è un passaggio, appena accennato, che parla di quegli impostori che la vita chiama successi e fallimenti e che sembrano solo introduzione a tutto quanto Massimo sembra aver voglia di continuare a raccontarci ed a gridare dentro le sue canzoni. Ma se é davvero la ricerca della verità lo scopo di tutto, ciò che si vuol lasciare di sé a chi accompagna il nostro cammino, allora é proprio la consapevolezza del limite quella che si deve fare strada sempre più. Per questo "Madre proteggi" sembra proprio il cuore del disco e non per caso - forse - é canzone che é stata lanciata in rete già mesi fa, molto prima che uscisse questo nuovo lavoro. La consapevolezza della fragilità di un cuore, che lo attraversa sempre anche quando la vita l'ha inesorabilmente irrobustito, é la sola in grado di condurre finalmente ad una meta quell'uomo che continua a camminare sui binari d'una ferrovia, la chitarra a tracolla dietro la schiena e l'orizzonte sfumato, come appare sul retro della copertina del disco. Interpretazioni personali? Certamente. Come ha da accadere - sempre - se la musica non rimane puro intrattenimento ma serve a far bruciare la legna del cuore di chi ascolta. E allora chissà se, nel mio caso, l'ho davvero trovata, l'anima del nuovo disco di Massimo, un invito lasciato in un sms, buttato dentro all'improvviso nel mio telefono cellulare. Ma mi piacerebbe - questo sì - poter avere davvero centrato l'obiettivo, che quell'anima avesse un filo rosso tracciato dai versi di quella canzone: "Madre apri i tuoi occhi, in questa notte mia / guarda tuo figlio, Madre mia".
Gli ultimi due brani del disco (i migliori?), allora - Libera Terra/Il Sogno, Bacio d'Addio - per me possono nascere e crescere solo da qui, da un'intensità di preghiera. L'amore di una Madre, con la "M" maiuscola come é scritto nel testo della canzone. Una promessa d'eternità per ciascuno di quei fragili cuori. La linea dell'orizzonte di una nuova terra, che si scorge e si stempera sulle note dell'armonica e della chitarra acustica dell'ultima canzone.  


"Questa terra é un campo, buono per lavorare
E' una casa in pezzi, che é da ricostruire
Questa terra é un un padre, che torna a casa sua
Questa terra é tua, questa terra é mia"
(Libera Terra - il sogno)

Wednesday, August 28, 2013

MEETING, PERCHE' ?


Perché?
Giacomo Poretti, intervistato tra i padiglioni della fiera prima della presentazione del suo libro - Alto come un vaso di gerani - non riesce a non strappare sempre un sorriso a chi gli sta di fronte. "Puoi fare tutte le cose strampalate del mondo e nessuno te ne chiede conto: dall’albergo a 12 mila euro a Dubai, all’affittare un utero in India a 3.500 dollari, anzi, in alcuni casi non devi dire niente sennò la libertà è messa in discussione. Ci sono tante cose strampalate, ma se vai al Meeting, tutti ti chiedono “perché”? Ecco, partecipare ad un evento giunto ormai alla 34^ edizione e definito in tutti i modi, anche i più spregevoli possibili - specie da chi non ha mai provato a metterci piede - ha bisogno di una spiegazione. "Significa che c'è un pregiudizio", suggerisce Giacomo.
Eppure chiedere non é mai esercizio inutile. Soprattutto su se stessi. Aiuta a tenere vivo lo sguardo. E allora, perché? Perché, come da molti anni a questa parte, anch'io torno al meeting, accompagnato dalla mia famiglia? Perché siamo tutti felici di prendervi parte anche stavolta, da mia moglie ai miei figli, dai dieci ai cinquant'anni, infanzia, adolescenza, gioventù ed età adulta, tutti accomunati dallo stesso desiderio? C'è bisogno di chiederselo, ogni volta, certamente. E' necessario come é necessario tenere sempre desta la domanda dentro al proprio cuore. Quella domanda di felicità e di bellezza che ti consente di mettere giù i piedi dal letto al mattino. Ogni giorno come se fosse la prima volta.

Benvenuti, buongiorno!
Benvenuti. E' la prima parola che mi accoglie a Rimini, appena un istante dopo aver lasciato la macchina al parcheggio. Buongiorno é la seconda. Un augurio di buongiorno come quello a cui ci ha abituato papa Francesco, fin dal giorno della sua elezione, affacciato dal balcone di San Pietro. 
Il buongiorno di oggi ha il volto di un volontario del meeting, sorridente. Uno tra le centinaia di volontari che servono agli stands od al fast-food; che fanno servizio d'accoglienza e che ti vendono i biglietti della lotteria. O che lavorano al parcheggio. Tutto il giorno sotto il sole, senza poter vedere una mostra od assistere ad un incontro. E che tornano a casa dicendoti, felici, d'aver fatto un'esperienza. Di bellezza e di fraternità. E' già una buona ragione per essere qui. Un augurio di benvenuto e di buongiorno con una faccia così.

Claire Ly.
Bangkok, novembre 1990. Entro per caso in Asia Books, enorme libreria della capitale tailandese. Internet non l'hanno ancora inventato. Lo shock culturale dell'occidentale che sbarca in oriente é qualcosa che accade veramente, in un mondo dove la globalizzazione non esiste ancora e le informazioni non circolano così velocemente. Le notizie le leggi ancora sui giornali, le informazioni le apprendi dalla tv. M'imbatto casualmente nel libro di Molyda Szimusiak, bambina ai tempi del genocidio cambogiano operato dal regime di Pol Pot. Non so nulla di quel paese, quella Cambogia più sfortunata di altri paesi sfortunati, un terzo della popolazione sterminato in poco più di cinque anni da una folle ideologia. Negli anni leggerò ed imparerò qualcosa su ciò che avvenne tra il 1975 ed il 1979 in quella terra del sud-est asiatico. E tra i tanti libri, troverò anche quelli di Claire Ly.
Oggi é qui al metting anche lei, finalmente la posso vedere di persona. Claire, marito, padre e fratello sterminati dal regime, scampata per miracolo alla morte con la figlia piccolina, finita nei campi profughi di Tailandia, prima di sbarcare in Francia, dove provare a ricostruire un'esistenza possibile. Claire é una dei tanti testimoni incontrati qui a Rimini. Racconta della sua conversione dal buddismo al cristianesimo, delle tappe del suo cammino incontro al Dio degli occidentali. Quel Dio inizialmente maledetto, associato all'ideologia marxista venuta da lontano, che si é portata via tutto quello che c'era di vivo in Cambogia. Ma poi reincontrato nel campo profughi, ed improvvisamente fattosi presenza: "questo silenzio é così strano! Non lo sento solo come un'assenza di rumore, ma come un'assenza abitata". Dio che diventa Vangelo - la presenza si fa parola - e infine persona, da incontrare dentro un'esperienza. Oggi Claire Ly, "discepola di Gesù Cristo" é una donna che non porta più alcun rancore, ma crede nel dialogo e nella fraternità, nel sogno di un'umanità riconciliata. Il deserto del cuore, che grida in un campo di sterminio, é stato abitato a poco a poco da un Altro. E quando la folla del meeting applaude il suo percorso, Claire, mentre saluta tutti, le mani giunte ed il capo un poco chino, chiede che quell'applauso non vada a lei, ma salga direttamente a Dio.

Johnny Cash. La musica. E la festa.
Stasera c'è un gruppo di giovani abruzzesi, che suona le canzoni di Johnny Cash. Il cantante solista, ha una voce baritonale impressionante: sembra davvero the man in black, il monumento della musica country americana. Tra una canzone e l'altra un narratore racconta la sua vita, mentre i testi delle canzoni scorrono alternati alle immagini, sullo schermo alle spalle della band. C'è dentro tutto, in quella musica, riprodotta con una resa quasi eccezionale. Gioia e tristezza, morte e resurrezione che accompagnano il pubblico che affolla lo spazio meeting delle piscine. Puoi piangere, ridere e ballare, insieme a quelle canzoni. Lasciare che i brividi scorrano sotto la tua pelle, farti interrogare dall'ultima canzone, Hurt, mentre le immagini di un Cash appena settantenne, ma dal volto scavato dalle rughe di cent'anni di strada, scorrono sul video. Immagini tra le quali, ogni tanto, passa anche una croce. E' lancinante la voce di Cash, come scrive l'amico Riro Maniscalco: "rotta dagli anni, ma anche da una commozione vera, da un indomabile bisogno di bene. E' la verità della condizione umana senza redenzione che però grida che vuole essere redenta" (1).
La sera dopo é quella della festa. L'ultima sera al meeting, condotta magistralmente da Walter Muto, che tiene in pugno una folla di ragazzi di almeno trent'anni più giovani di lui. E di Carlo Pastori, di Paolo Jannacci, della musica irlandese. Per continuare a sorridere, ballare ed inebriarsi. Non di ciò che ottunde o cancella la coscienza dell'uomo. Ma di ciò che la sostiene. Musica come qualcosa che "ha in sé la vita che costruisce, la risata degli angeli, il pungolo del diavolo, lo zampillo del Fionn Glas, la voce della dea Eco, un piccolo mistero, un leggero fastidio, e la pià assoluta promessa di futuro" (2)

Benvenuti a casa Chesterton!
Vai a vedere le mostre del meeting e ti accorgi che - anche qui - ogni volta é un'esperienza. E capisci perché ognuna di esse debba essere guidata. I volontari che accompagnano i sempre numerosissimi visitatori non sono persone di buona volontà che hanno mandato a memoria un gruppo di nozioni. E' gente che ha fatta sua una storia, lasciando che entrasse a poco a poco nella sua esistenza per interrogarla, farle scoprire qualcosa di nuovo e appassionante. Per poi trasmettere tutto questo agli altri. Quella di Chesterton é una storia che ti riporta sulla strada verso casa dopo essere uscito dalla porta, aver girato il mondo, ed essere rientrato dalla finestra. E' una storia che ti fa capire che l'Infinito passa per forza attraverso il limite dell'umano perché é questa la strada che Egli ha scelto per rendersi visibile. E allora é affascinante percorrere una mostra che si svolge dentro la ricostruzione dei locali della casa dell'autore inglese, nella quale la nostra guida c'invita ad entrare come ladri, quasi a voler trovare il modo di carpire qualcosa del suo genio, con passaggi da una stanza all'altra che si compiono entrando da un armadio o passando attraverso il camino della cucina. Il cielo in una stanza é aver percepito l'eroicità ed il "per sempre", scritto in ogni istante di quotidiano, anche quello che appare più futile e noioso.
Accadranno altri miracoli di stupore, andando dietro alle guide che raccontano della testimonianza della chiesa russa ortodossa durante il regime sovietico, o di quello sguardo incantato di Benedetto XVI, piantato fisso sul velo di Manoppello. La luce che risplende nelle tenebre é quella che, inaspettatamente, risplende ogni istante nel tuo cuore. A volte basta davvero poco per riaccendere la luce.


Il mio nome é Pietro.
Quando Pietro Sarubbi riceve da Mel Gibson il compito d'impersonare Barabba nel film "The Passion", non é che sprizzi gioia da tutti i pori. Si sente sottovalutato come attore, deve recitare un personaggio che nel film non dice neanche una battuta. Di fronte alle sue rimostranze, Gibson si spazientisce: "che differenza credi ci sia tra Barabba che non parla e Pilato che parla dieci minuti in aramaico?  Quello che il pubblico capirà é quello che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi". Così comincia a fidarsi, a seguire le indicazioni del regista, persino quella bizzarra di non incrociare mai lo sguardo dell'attore che impersona Gesù fino al momento in cui, nel film, Barabba guarderà davvero negli occhi di Gesù. E lì accade qualcosa di speciale: "Sono colpito dalla profondità del suo sguardo. Mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, e invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo quasi una dolce accettazione. Non é uno sguardo feroce, ma dolce e misericordioso, quasi di preoccupazione per me e per la mia condizione, ed accade una cosa unica nel suo genere e nella sua imprevedibilità: mi perdo in quello sguardo, nello sguardo di Gesù, rimango forse un minuto con gli occhi dentro quello sguardo, immobile, a bocca aperta" (3). Quella che segue, nella vita di Sarubbi, é una corsa incontro a una fede ritrovata nel Signore, finché un giorno un altro regista, Giampiero Pizzol, alla sua richiesta di scrivere per lui una pièce teatrale su Barabba, decide di affidargliene invece una su San Pietro, il personaggio che Gibson non gli aveva voluto far fare allora. Pietro Sarubbi, che ora, invece di san Pietro, vorrebbe recitare solo Barabba, si ritrova nei panni del pescatore scelto da Gesù e lo porta in scena, anche qui al meeting ed é un successo da tutto esaurito. "Solo io, con la mia valigetta, con dentro il mio povero costume di scena, solo io di fronte alla grandezza della vita che affronto, un po' come si sarà trovato il povero Simone, con la sua povera sacca da pescatore, i suoi sdruciti calzari e la barba incolta davanti al Messia che gli cambiava il nome, lo faceva rinascere uomo nuovo pur lasciandolo com'era, ne cambiava il cuore e attraverso quello lo cambiava tutto". (4)

Siria. Testimoni. E le risposte ad un perché.
L'ultimo incontro al meeting passa attraverso il racconto dei fatti recenti di Siria. Antranig Ayvazian e Nawras Sammour sono testimoni oculari di una strage che non ha risparmiato tutti i cristiani e le loro chiese. Processi in piazza fatti persino a croci di legno e statue della Madonna, decapitate perché considerate segno d'idolatria. E quando, a conclusione dell'incontro, Massimo Ilardo, direttore per l'Italia di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", legge una preghiera per i siriani proiettata sullo schermo, ecco accadere qualcosa di speciale: il pubblico in platea, prima sommessamente, poi sempre più forte, si unisce spontaneamente con la propria voce, sino a diventare un coro appassionato che sembra far giungere le proprie lacrime al cielo. 
E' solo in quell'istante che affiora la risposta al mio perché, quello che non ho smesso di domandarmi tutto il tempo. Perché tornare al meeting ogni volta, perché tenere desta quella domanda di significato che ha sempre a che fare con l'attesa e la speranza. Attesa e speranza come sinonimo di vita, perché é quando non si attende e non si spera che non si domanda nulla, ed allora é come essere già morti. La risposta al tuo perché é l'aver incontrato, ancora una volta, dei testimoni.  In questo nostro tempo che non é più quello dei maestri - poco ascoltati ormai - ma di testimoni che riescano ad attirare il nostro sguardo. E' questa l' "emergenza uono" - titolo del meeting di quest'anno - che sentivi battere forte dentro al tuo cuore. "Che cos'é il meeting per te?", é stato chiesto a qualcuno. "Un luogo dove s'incontrano storie e persone straordinarie. E si esce col cuore pieno", é stato risposto.
Quel cuore pieno, fuori da qui, ora non ne vuole più sapere di star solo. Vuole andare incontro a tutte quelle periferie dell'esistenza che abitano ad un passo da sé. Al lavoro, a scuola, sul pianerottolo di casa. E fare esperienza di pienezza e di bellezza. Per poi magari ritornare a raccontarne. Con quattro amici al bar o un altr'anno, di nuovo qui, al meeting. Per non smettere di domandarsi un perché. Sempre pieno d'attesa e di speranza.




Note:
(1) Walter Gatti et al. - Amazing Grace - 2010, Itaca ed.
(2) Tre accordi e il desiderio di verità - a cura di John Waters - mostra XXXIII edizione del Meeting - 2012, Soc. Editrice Fiorentina
(3) Giampiero Pizzol, Pietro Sarubbi - Il mio nome é Pietro - ed. Mimep
(4) ibid.

Thursday, August 01, 2013

CAHIERS DE FRANCE (14) - LE VEILLEUR ASSIS

Une entrée, un plat, fromage et dessert. Come dire: primo, secondo, formaggio e dolce, solo che qui, da queste parti, il primo non ce l'hanno mai e quindi devono sempre inventarsi un modo per cominciare a mangiare. L'entrée di oggi, ad Arles, é un'improbabile salade tomato et mozza, molto più lontana da una caprese di quanto disti il confine di stato da qui. E infatti neppure Alain ce la fa a mangiarla tutta, lascia il piatto a metà e passa direttamente al riso alla spagnola, una sorta di paella molto più riuscita della portata precedente e che dice tutto di quell’anima che i camarguéns sentono sempre divisa tra la voglia d’essere un po’ spagnoli e un po' francesi. Arrivato ai formaggi, allora sì che un francese potrebbe avere qualcosa da dire di suo, se è vero che Winston Churchill avrebbe salvato questo paese durante la seconda guerra mondiale anche solo per questo. Ma Alain non ce la fa, smette di mangiare e si volta, ha troppa voglia di parlare. “Italiens?”: sì, certo che lo siamo - italiani - lo capite subito anche dall’accento con cui tento ogni volta di parlare il più correttamente possibile la vostra lingua. E non importa se la mia conversazione non riesce a reggere la sua: ad Alain va bene così, che lo si stia anche semplicemente ad ascoltare. “Le cose vanno male qui da noi – ci dice – con il governo Hollande c’è sempre più immoralità e il paese va giù, sempre più giù”, aggiunge, accompagnando le parole con un’eloquente gesto della mano. Alain vive a Bordeaux e fa il commesso viaggiatore. Trent’anni da sottufficiale dell’aeronautica francese, poi, per qualche motivo che non ha voglia di spiegare, ecco arrivare il benservito e via ad inventarsi un nuovo mestiere, con moglie e tre figli grandi da mantenere. “Quando sono riuscito a riprendere il lavoro, il mio salario era più basso del 35%”, ci dice con un sorriso. E racconta di una vita dura: su e giù per il paese, dal lunedì al venerdì, a casa solo per il weekend, ogni giorno un albergo diverso. Lo sguardo, per un attimo si fa triste: non c'è niente da fare, chi viaggia per lavoro non è mai felice. Un senso di libertà e d'indipendenza che non valgono mai il prezzo degli affetti che abitano sulla strada che porta verso casa. “Domattina colazione alle sette e alle otto partenza, via verso Tolone, - aggiunge con una smorfia del viso - il y a toujours le bouchon à Toulon, c’è sempre coda per entrare in città”. “Ah, ma poi vado a prendere mia moglie e ce ne andiamo in vacanza pure noi, verso Gap e la Durance, conoscete la Durance? E' una bellissima regione ed io e mia moglie abbiamo bisogno di calma, lei ha un tumore, la radioterapia, la chemioterapia, vous savez...”. Sì lo sappiamo Alain, lo sappiamo bene. “Che mestiere fate?”, chiede a me ed a mia moglie. Io faccio il medico in ospedale - gli rispondo - e mia moglie l’infermiera, lavora in oncologia. “L’avevo capito…”, aggiunge lui. E come avevi fatto a capirlo, Alain? Noi avevamo provato soltanto ad ascoltarti, col nostro francese sgrammaticato e arrugginito, senza riuscire ad aggiungere parole adeguate, ma solo qualche sorriso abbozzato qua e là, di fronte a tutta la tua vita raccontata in un istante.
Andiamo a prendere il formaggio ed il dessert, adesso sì, forse possiamo pure riprendere a mangiare. Alain si alza, viene a servirsi con noi al buffet. Ripenso a quelle sue parole sull’immoralità del paese, che scivola sempre più giù. Nessuna supponenza, nessuna grandeur, francesi o italiani non fa nessuna differenza se ciò che ti accomuna è il desiderio di verità e bellezza. Quando lo vediamo in piedi, all’improvviso sembra uno di loro: les veilleurs debout che hanno riempito le piazze di Parigi con la loro speranza in un mondo migliore: “Reprends courage, l’espérance est un trésor / meme le plus noir nuage, à toujours se frange d’or”. Alain che, da seduto, ci ha raccontato del suo lavoro, tutti e giorni in auto sulle strade di Francia, dei suoi figli e di sua moglie ammalata di tumore. Alain che, in piedi, ci ha salutato col sorriso. Il sorriso della speranza, che non ha ancora smesso di far battere il suo cuore.

Thursday, June 06, 2013

HARD RAIN

Tre del mattino, é sempre un bell'orario. Potresti essere davanti alla solita macchinetta del caffé, per esempio. O in giro per la città, dopo il concerto a San Siro del Boss, quello che ti sei perso per l'ennesima volta. E invece hai appena finito di compilare una cartella clinica.
Il cuore di Frankie ha finalmente smesso di ballare, una sorta di Twist & Shout, ripasso di tutte le aritmie del pentagramma, dalla fibrillazione ventricolare a quella atriale. Ora il ritmo é quello sinusale e batte regolare come una vecchia ballata folk. Rianimato e ripreso, quel cuore é tornato a fare compagnia ad un'anima, tormentata da anni dalla pioggia e dagli uragani improvvisi di una schizofrenia paranoide che sempre l'accompagna. Lo guardi respirare tranquillo, mentre gli infermieri hanno già altre cose da fare. Rimani lì davanti a lui, da solo. Il tutore non risponde al telefono, l'unico parente ancora in circolazione dice che va bene così, di tenerlo pure in terapia intensiva, che prima o poi, quando avrà tempo passerà a fare un giro pure lui.
Ti domandi il senso del tuo stare lì. Ti chiedi perchè eri lì solo tu. E perché tutto questo é accaduto qui ed ora. Troppe domande, in quella vita da mediano che ti sembra di correre ogni giorno, a centrocampo coi capelli che diventano sempre più grigi a poco a poco.
Poi, lungo la strada che porta verso casa, capisci finalmente che non eri solo ma che lì, in piedi accanto a quel letto d'ospedale c'era il Mistero che fa tutte le cose e che ha sempre e soltanto a cuore il nostro bene. Tu, in fondo, non hai fatto altro che dargli una mano. Mentre il mondo là fuori continua a correre e ad urlare, sotto la pioggia in compagnia di quegli impostori che chiamano successi e fallimenti, ti accorgi d'essere felice.
Una vita da mediano, a fare compagnia al Mistero.
Che non é mica una brutta cosa, giocare al fianco di Messi tutti i giorni.


Saturday, May 11, 2013

DONNA DEL CAMMINO


Una piazza di Milano qualunque, all’imbrunire. Tra le panchine e i vialetti del parchetto, un gruppetto di persone si è dato appuntamento qui. Disposte a cerchio, ognuna di loro si è messa d’istinto lungo i raggi che le piastrelle del pavimento disegnano col loro percorso, a partire dal centro della piazza. Dalla mia posizione, il sole in cui quei raggi sembrano convergere, lo vedo solo in disparte. Il profilo della Madonna di Fatima, una statuetta alta all’incirca cinquanta centimetri, si scorge da dietro e non riesco a coglierne i tratti del viso. Ciò che vedo è solo il lungo manto bianco e sopra di esso il capo della Vergine ricoperto da una corona, un poco chino su alcuni di quei raggi, quasi lo sguardo fosse  attento al cammino che ciascuno di essi percorre, più che al luogo certo a cui é destinato. Quel gruppetto di persone sta recitando il rosario. Un gruppetto di persone qualunque, in una qualunque piazzetta di Milano, la sera di un giorno di maggio. Maggio che ritorna puntuale, ogni anno, così come costante, ogni giorno, è l’amore di una madre che continua a tenere il volto rivolto su quel cammino, la strada di ciascuno lungo ogni istante della sua vita.
Poco più in là, una giovane coppia musulmana osserva, in rispettoso silenzio, mentre i loro bambini giocano sullo scivolo del parco giochi. I loro sguardi sembrano colmare all’improvviso ogni distanza sociale e culturale e mentre prego mi scopro a pensare che è bello che in fondo sia proprio una donna la mediatrice di tutto questo. Abbiamo un Padre, abbiamo Cristo che si è fatto nostro fratello, ma abbiamo anche una Madre a cui è stata affidata l’umanità intera. E l’amore di una madre è quello di cui nessun essere vivente riesce in alcun modo a fare a meno. Forse è per questo che spesso la fede rinasce nei santuari mariani, sulle macerie delle lotte e dell’odio, di ogni peccato e contraddizione. Perché ciò di cui c’è bisogno, per poter ricominciare ad amare, è di uno sguardo d’amore gratuito, senza misura, sentito prima di tutto su di sé. Non puoi portare amore dove non c’è amore, se quello sguardo non l’hai sentito prima sui frantumi del tuo io.
Il rosario volge al termine, il sole è tramontato, la famigliola musulmana s’incammina verso casa. Il gruppetto di persone si saluta e si ritrova, sorride, rinnova la bellezza di un cammino che, tra mille affanni, continua a compiersi insieme. Dopo i saluti, ognuno s’allontana, la direzione della strada verso casa sembra la prosecuzione di ciascuno di quei raggi, disegnati ancora dalle piastrelle del pavimento del parco. E la piazza si svuota, ma rimane piena di uno sguardo. Quello di una Madre, che non smette di accompagnare il nostro cammino.